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Nuova Venezia – Autostrada del mare: Vernizzi indagato

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28

gen

2015

il malaffare in veneto»le inchieste

VENEZIA – Dalle costole dell’indagine sul Mose, il pubblico ministero della Procura di Venezia Stefano Ancilotto ha sfilato una nuova inchiesta, puntando l’obiettivo sull’assegnazione dei lavori per il project financing “Via del mare: collegamento A4, Jesolo e litorali”: un progetto da 250 milioni di euro, per il quale la commissione tecnica regionale ha dichiarato vincitore l’Ati capeggiata da Adria Infrastrutture. Non proprio un’azienda qualunque, essendo la società che era amministrata da Claudia Minutillo – già segretaria-braccio destro di Giancarlo Galan quand’era governatore e che guidava a bacchetta l’ex assessore ai Lavori pubblici Renato Chisso – uno degli indagati-cardine dell’inchiesta Tangenti Mose, sul giro di false fatturazioni che ha costituito i fondi neri di Mantovani e Consorzio Venezia Nuova.

Nella nuova indagine non si parla di tangenti, ma di turbativa d’asta. Il pubblico ministero Ancilotto ha iscritto al registro degli indagati la commissione tecnica che ha assegnato ad Adria (proponente del project financing) la realizzazione del primo stralcio della Via del Mare, ora cantierabile e per la quale in questi mesi si sta discutendo in Regione l’iter del secondo stralcio.

Sei gli indagati: il commissario straordinario di tutte le grandi opere viarie della Regione Veneto, Silvano Vernizzi, e altri cinque dirigenti e funzionari regionali come Stefano Angelini (residente a Preganziol), Paola Noemi Furlanis (residente a Portogruaro), Antonio Strusi (residente a San Donà di Piave), Adriano Rasi Caldogno (Mestre, attuale direttore generale dell’Asl di Feltre), Mauro Trapani (Vicenza).

Ieri sono partiti gli avvisi a comparire, per un interrogatorio – alla presenza dei loro avvocati Marco Vassallo e Paolo Rizzo – in calendario per il 29 gennaio.

Per il pm la commissione non avrebbe preventivamente individuato il criterio matematico per valutare le offerte dei partecipanti, né calcolato il costo degli esprorpi, ammettendo Adria Infrastrutture nonostante la sua proposta contemplasse un contributo pubblico superiore all’importo massimo previsto dalla legge, permettendole anche di modificare in corso di gara in maniera sostanziale la proposta iniziale.

Una serie di favori, dunque, anche se nell’ipotesi di reato non vengono contestate né tangenti, né pressioni da parte di politici come Galan e Chisso (ai quali invece nell’inchiesta tangenti vengono proprio contestati anche interessi privati in project financing autorizzati dalla Regione).

«La Procura contesta irregolarità di natura prettamente amministrativa sulle quali il Tar Veneto si è già espresso, dichiarando la totale legittimità di quelle procedure», commenta l’avvocato Marco Vassallo, facendo riferimento al ricorso di Net Engineering, «si tratta di accuse che contraddicono le stesse dichiarazioni di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo, caposaldi dell’accusa, che hanno messo a verbale che il loro nemico in Regione era proprio Vernizzi, che gli aveva messo i bastoni tra le ruote».

Roberta De Rossi

 

la PARLAMENTARE DEL PD  Rubinato: «Giusta la nostra denuncia»

TREVISO «Oggi abbiamo la conferma che i nostri dubbi erano fondati, avevamo visto giusto. Fino alla sentenza rimane la presunzione di innocenza per gli indagati, ma il territorio e gli amministratori locali che si sono sempre battuti contro questo “esproprio per privata utilità”, possono adesso tirare un sospiro di sollievo».

Così Simonetta Rubinato,deputata Pd, già sindaco di Roncade, commenta l’inchiesta sull’appalto della via del Mare. È stata lei, a chiedere la «sospensione della gara per la via del Mare», anche con un’interrogazione al ministro Maurizio Lupi, e a mettere in discussione «la legalità dell’iter e anche il buon andamento dell’amministrazione, ossia la scelta più corretta sul piano economico e finanziario». A denunciare il caso su Report, e a inviare un dossier al presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

Rubinato ricorda « le ombre che si erano addensate su Adria Infrastrutture, società promotrice del project financing, finita nel mirino della Procura di Venezia», e come «queste non lasciassero presagire nulla di buono».

Il progetto dell’autostrada a pagamento era sempre stato avversato da sindaci e comunità locali. «Usa lo strumento del progetto di finanza per adeguare una strada già pagata dai cittadini, e sottrarla agli stessi cittadini per 40 anni, con il pedaggio», continua Rubinato, «scelta scellerata, che non risolveva nemmeno il problema del traffico, fermato all’imbuto della rotonda della Frova».

Di qui la battaglia per un progetto a stralci, con un costo sostenibile. E sulla vicenda prende posizione Luca Zaia: «Ripongo come sempre la massima fiducia nell’operato della magistratura, seguiremo con attenzione l’evoluzione dell’inchiesta che riguarda fatti del 2009. Nel frattempo, in via cautelativa, ho fatto sospendere la gara oggetto dell’inchiesta».

 

Gazzettino – Rinfresco da 60mila euro bufera su Veneto Acque

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28

gen

2015

LA REGIONE CONTRO LA SUA PARTECIPATA

VENEZIA – Gli ex amministratori di Veneto Acque rischiano di dover restituire di tasca propria i 60mila euro spesi nel 2006 per un buffet. Trattasi del rinfresco organizzato il 25 febbraio 2006 a Fusina, presenti i ministri Pietro Lunardi e Altero Matteoli, il governatore Giancarlo Galan più altre 600 persone.

Dell’organizzazione dell’evento era stata incaricata la Bmc Brokers, società di San Marino presieduta da William Colombelli che sette anni dopo sarebbe finita al centro dell’operazione “Chalet” che portò in galera Piergiorgio Baita, lo stesso Colombelli e l’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, che lavorava con Colombelli. Quell’inchiesta ha avuto uno strascico con la Corte dei conti: i magistrati contabili si sono chiesti come mai Veneto Acque – che è una società partecipata al 100% dalla Regione e che si occupa di acquedotti – ha contributo con 60mila euro per quel buffet, senza contare che la Regione ne aveva messi altri 25mila.

In Regione nei mesi scorsi è arrivata una richiesta di chiarimenti da parte della Corte dei Conti: spiegateci – hanno chiesto i magistrati – perché una vostra società ha pagato il rinfresco di un evento con cui non ha niente a che fare.

La Regione ha girato la domanda al collegio dei revisori dei conti di Veneto Acque. I cui vertici, revisori compresi, nel frattempo sono cambiati. Pier Alessandro Mazzoni, che era amministratore delegato e poi direttore generale, è andato in pensione, ma è a lui e agli altri componenti del Cda che sono stati chiesti lumi.

La spiegazione fornita è che l’allora assessore competente, Renato Chisso, aveva scritto a Veneto Acque chiedendo di attivarsi per questa iniziativa. E la spa ha provveduto. Ma il parere che i revisori dei conti di Veneto Acque hanno ora fornito a Palazzo Balbi è che la società dovrebbe partire con una azione di responsabilità nei confronti dei suoi ex amministratori.

E sarà questo il mandato che la Regione – stando alla delibera portata ieri in giunta dall’assessore alle società partecipate, Roberto Ciambetti – presenterà all’assemblea dei soci (cioè se stessa) venerdì. Alternative – è stato spiegato – non ce ne sono, visto quel che hanno detto i revisori dei conti. A Mazzoni & C. sarà dunque chiesto di restituire a Veneto Acque i 60mila euro del buffet.

(al.va.)

 

I primi provvedimenti dei commissari

VENEZIA – Lettera di licenziamento. Il Consorzio Venezia Nuova dà il benservito a Maria Teresa Brotto, per anni direttore tecnico e di fatto numero due del pool di imprese che sta costruendo il Mose.

Primi effetti della «cura» avviata dai due commissari Luigi Magistro e Francesco Ossola, nominati dal prefetto di Roma su disposizione del presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

Cancellata la struttura societaria del Consorzio, adesso le decisioni devono essere prese dai due commissari straordinari.

Magistro, ex ufficiale della Finanza e già direttore dell’Agenzia delle Entrate e della lotta all’evasione, sta spulciando in questi giorni migliaia di documenti.

L’indicazione è quella di interrompere i contratti con le persone che a vario titolo risultino coinvolte nell’inchiesta. Ma anche di «risparmiare» sulle spese legali e di rappresentanza.

Di questa seconda fattispecie fa parte il contratto di consulenza di Alfredo Biagini, avvocato del Consorzio, che ha seguito fin dall’inizio le vicende legate al Mose. Suoi i ricorsi e le memorie difensive – quasi sempre vincenti – presentate al Tar e al Consiglio di Stato. Ma la collaborazione tra Biagini e la nuova dirigenza del Cvn si è interrotta. Il tempo di concludere le cause aperte e poi Biagini tornerà al suo lavoro di libero professionista.

Scricchiola anche la consulenza con la società di Enrico Cisnetto. Contratto da oltre duecentomila euro rinnovato nel settembre scorso. Ma Magistro ha annunciato ai suoi collaboratori che «gli eventi saranno tagliati». Dunque il futuro per la società di Cisnetto si fa difficile. Spese ridotte – una strada per la verità imboccata già dal presidente Mauro Fabris prima di essere commissariato – ma soprattutto «trasparenza».

Sul sito del Consorzio saranno messi in tempo reale documenti e attività. Una volontà di «girare pagina» rispetto all’inchiesta e al recente passato. Intanto se ne va la Brotto, ingegnere padovano che aveva assunto nell’era Mazzacurati-Baita una posizione di rilievo. Presidente anche della Tethis e coordinatore del gruppo tecnico. Ha patteggiato la pena e adesso è stata licenziata. Le spetterà la liquidazione di legge, ma alla fine una cifra molto più bassa di quella ottenuta come buonuscita dall’ex presidente direttore Mazzacurati (sette milioni di euro).

La linea che Magistro ha illustrato nei giorni scorsi ai suoi collaboratori è molto chiara: «Chi ha patteggiato se ne deve andare, è un’ammissione di responsabilità». Per gli altri si dovrà attendere il processo.

Spese consulenze intanto sono al setaccio del nuovo amministratore, che si occupa della parte gestionale e finanziaria. Si sta preparando il bilancio, dopo la «cura dimagrante» degli ultimi mmesi. Ci sono da accantonare i 27 milioni di euro dovuti al fisco per chiudere le partite dopo gli accertamenti della Finanza. Sono accesi i riflettori del mondo dopo lo scandalo che aveva portato in carcere nel giugno scorso 35 persone. E c’è la partita della manutenzione e della gestione delle paratoie. «Dovrà essere gestita dallo Stato in modo trasparente», hanno annunciato i commissari.

Alberto Vitucci

Nuova Venezia – #Galandimettiti, l’hastag spopola

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28

gen

2015

La Rete chiede le dimissioni del parlamentare di Forza Italia

PADOVA «In quale paese un presidente di Commissione è agli arresti domiciliari e percepisce lo stipendio da parlamentare?». Se lo chiede Mimmo cinguettando su Twitter. L’hastag, gettonatissimo in queste ore, è #Galandimettiti e punta, senza tanti giri di parole, alle dimissioni dell’ex presidente del Veneto ed ex ministro Giancarlo Galan.

Palloncini (questo il nickname) allega invece due foto: un’immagine del parlamentare forzista, corredata dalla discalia «Arrestato con stipendio pubblico», e una foto della villa di Cinto Euganeo.

Il tweet ribadisce il concetto: «Agli arresti domiciliari e prende i soldi anche come presidente della commissione Cultura».

L’onorevole Giulia Grillo, parlamentare del Cinque Stelle, posta invece il video che documenta l’intervento pronunciato sabato sera a Cinto da Jacopo Berti, candidato governatore M5S. «Il Pd e Forza Italia», sottolinea Silvio, in riferimento alla proposta di sospensione del pagamento dell’indennità parlamentre, «hanno votato contro, ma vi rendete conto, votanti di questi cialtroni?». «Se voti per i ladri», commenta Slavina, «ti meriti di essere derubato».

 

Nuova Venezia – I grillini “assediano” villa Galan

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25

gen

2015

Sit in del M5S, Cappelletti: «L’ex governatore si dimetta subito da deputato»

LOZZO ATESTINO «Pronto? Come sta Galan? Salutatemelo tanto, è una personcina tanto onesta». Sono le 18.45 e in piazza a Lozzo Atestino, in collegamento da Roma, chiama il deputato Alessandro Di Battista accendendo gli oltre duecento grillini radunati nel piccolo Comune dei Colli Euganei. E’ questo uno dei momenti che ha animato la tappa veneta della «Notte dell’Onestà», l’evento organizzato dal Movimento 5 Stelle e che ha avuto un’appendice in Veneto. Cuore della protesta è Lozzo Atestino, il centro più vicino a Villa Rodella, la sontuosa tenuta di Cinto Euganeo in cui l’ex governatore Giancarlo Galan sta scontando gli arresti domiciliari.

In piazza delle Fratte sono in 250, capitanati dal candidato del M5S alla presidenza della Regione Veneto, Jacopo Berti. Con lui, oltre a numerosi esponenti del territorio, ci sono anche i senatori Enrico Cappelletti e Giovanni Endrizzi. La lunga carovana ha puntato presto l’obiettivo di giornata, ossia la dimora dell’ex ministro Galan.

In programma un flash mob «educato ma forte, una battaglia di legalità e giustizia» – per utilizzare l’annuncio M5S – proprio davanti alla casa del Doge. Le autorità presenti, schierate in gran numero sia in piazza che agli ingressi di Villa Rodella, hanno però imposto un doppio limite: ai manifestanti è stato vietato di passare per la strada che costeggia il palazzo di Galan, costringendo gli stessi ad imboccare una via parallela ma più lontana. La lunga carovana, armata di striscioni e stelle filanti, si è poi dovuta arrestare a più di cento metri dalla villa. Qui ha preso la parola Berti, che ha polemizzato in particolare contro la decisione della Camera di non accogliere l’emendamento del M5S alla riforma costituzionale, che chiedeva la sospensione del’indennità a Galan. L’ex ministro, nonostante i domiciliari, continua a presiedere la commissione Cultura. Il sit-in si è spostato nuovamente in piazza, dove dal palco allestito per l’occasione i promotori dell’evento si sono messi in contatto con i colleghi radunati a Roma.

Hanno preso la parola, tra gli altri, l’europarlamentare David Borrelli e il deputato Di Battista: «In Veneto state facendo un lavoro formidabile, è incredibile che non tutti i cittadini veneti conoscano la verità, e cioè che il presidente di una commissione parlamentare di fatto è un galeotto».

Nicola Cesaro

 

Rostellato all’attacco: «Inaccettabile che continui a presiedere la commissione»

Businarolo: «Ha patteggiato ma l’ex governatore prende ancora in giro i veneti»

PADOVA – Novantacinque voti favorevoli, trecentoquarantadue contrari, otto astenuti. La Camera dei deputati ha bocciato ieri, in sede di votazione sulla riforma costituzionale, l’emendamento del Movimento Cinque Stelle (primo firmatario il trevigiano Riccardo Fraccaro, eletto in Trentino-Alto Adige) che chiedeva la «sospensione dell’indennità al membro della Camera del deputato arrestato, privato della libertà personale o mantenuto in detenzione».

A più riprese i deputati pentastellati (tra loro anche Alessandro Di Battista, componente del direttorio grillino, hanno puntato il dito, in particolare, sul caso del deputato Giancarlo Galan, che dallo scorso giugno è impossibilitato a partecipare ai lavori della Camera (per effetto del suo coinvolgimento nella vicenda Mose) ma continua a presiedere la commissione Cultura e, soprattutto, a riscuotere una lauta indennità.

«Tra gli articoli trattati in aula», sottolinea la deputata padovana Gessica Rostellato, «c’era l’articolo 69 della Costituzione: “I membri del Parlamento ricevono una indennità stabilita dalla legge”. Ebbene, noi abbiamo richiesto che i deputati condannati e detenuti non percepiscano l’indennità. È inaccettabile che vi siano soggetti come Giancarlo Galan che, pur avendo patteggiato e quindi ammesso la colpa, siano ancora deputati».

Lancia in resta anche l’onorevole Francesca Businarolo, di Pescantina: « Questo principio è importantissimo per noi veneti. Galan ci ha preso in giro per quindici anni. Vive in una villa bellissima nel Padovano. Ha patteggiato; adesso è a casa e continua a riscuotere l’indennità da parlamentare. È presidente della commissione Cultura in questo asse destra-sinistra, che non si è ancora capito dove vuole andare».

È stato respinto anche l’emendamento grillino all’articolo 57 (primo firmatario Riccardo Nuti): «Non possono ricoprire la carica di senatore coloro che sono stati condannati con sentenza definitiva per delitto non colposo». «In Parlamento ormai», annota il bellunese Federico D’Incà, «siamo rimasti l’unica forza di opposizione. Con il beneplacito del Patto del Nazareno Galan continua a mantenere la posizione e a riscuotere la sua indennità».

Non a caso i pentastellati, capeggiati dal candidato governatore Jacopo Berti stasera, dalle 17, manifesteranno a Cinto Euganeo nell’ambito della «Notte dell’onestà contro la corruzione e le mafie».

Claudio Baccarin

 

Contro la bocciatura dell’ampliamento decisa dal Tar a luglio dell’anno scorso

MARGHERA – Il revamping di Alles, la società del gruppo Mantovani che a Marghera tratta rifiuti speciali, era stato bocciato dal Tribunale amministrativo con una sentenza il 10 luglio scorso. Conseguenze di quella sentenza del Tar furono l’annullamento della delibera regionale di autorizzazione contro cui si era rivolto ai giudici il Comune di Venezia, con l’appoggio del Comune di Mira, di associazioni ambientaliste, comitati e semplici cittadini.

Ora, proprio contro la sentenza dei magistrati del Tar del Veneto (presidente Giuseppe Di Nunzio; consiglieri Riccardo Savoia e Marco Morgantini) dopo la camera di consiglio di aprile 2014, Alles ha deciso di ricorrere in consiglio di stato.

La notizia era nell’aria da tempo ma la conferma arriva leggendo tra le righe di una determina dell’avvocato Antonio Iannotta, direttore dell’Avvocatura civica del Comune di Venezia, che affida all’avvocato Nicolò Paoletti di occuparsi del patrocinio del Comune di Venezia nel ricorso in appello presentato da Alles che punta ad ottenere dal consiglio di stato l’annullamento della sentenza del Tar del 10 luglio dello scorso anno.

Quella sentenza era arrivata quasi un mese dopo lo scandalo Mose che ha portato allo scioglimento della giunta Orsoni e del consiglio comunale. La bocciatura dell’ampliamento dell’impianto che tratta rifiuti speciali anche pericolosi era arrivata dopo una sospensione per un anno decisa dalla terza sezione del Tar nell’agosto 2013. La sentenza annullava la delibera regionale 448 del 10 aprile 2013 che autorizzava il revamping dell’impianto esistente della Alles di Malcontenta nonostante i pareri contrari degli enti locali.

Ora la vicenda torna di fronte ai giudici, stavolta del Consiglio di stato. Secondo i giudici del Tar veneto l’ampliamento non era un adeguamento ma prevedeva «una significativa modifica del numero di codici autorizzati e di operazioni autorizzate».

 

Dopo i commissari, nominato l’organo consultivo di 5 membri

C’è Romeo Chiarotto nel Comitato imprese di Venezia Nuova

Dopo i commissari, il Comitato consultivo delle imprese. Il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha firmato il decreto di nomina del nuovo organismo che dovrà “assistere” il nuovo governo straordinario del Consorzio Venezia Nuova dopo lo scandalo Mose e lo scioglimento degli organi societari deciso dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

I componenti del Comitato sono cinque, quattro in rappresentanza degli azionisti maggiori (che detengono almeno il 10 per cento delle quote consortili), uno per le imprese minori e locali. Si tratta di Salvatore Sampero (Mazzi costruzioni), Romeo Chiarotto, titolare della Mantovani, primo azionista del Consorzio, per il raggruppamento di imprese Venezia Lavori Covela-Mantovani; Luigi Chiappini (Consorzio San Marco), Americo Giovarruscio (ItalVenezia-Condotte) e Laura Lippi, ingegnere nominata dagli azionisti minori.

Il Comitato potrà segnalare ai due commissari che da un mese governano il Consorzio, Luigi Magistro e Francesco Ossola, le esigenze delle imprese e problematiche che dovessero sorgere nel corso dell’attività.

Il decreto del presidente Cantone, poi ripreso dal prefetto che ha decisio le nomine, del resto è molto chiaro: il commissariamento previsto dalla legge anticorruzione non deve mettere in discussione l’opera. Ma garantire al contrario che questa venga portata a compimento al riparo dai rischi di corruzione. Dunque ad avere il benservito, il mese scorso, è stato soltanto il presidente Mauro Fabris, subentrato a Giovanni Mazzacurati arrestato con l’accusa di corruzione.

L’opera di rinnovamento e di risparmi portata avanti da Fabris non è stata ritenuta sufficiente, e Cantone ha deciso di procedere con il commissariamento. Hermes Redi, direttore nominato dal Cda al posto di Mazzacurati – che ricopriva entrambi gli incarichi di presidente e responsabile tecnico – è invece rimasto al suo posto.

Adesso l’attività del Mose può proseguire.Tra le proteste dei comitati, che hanno chiesto qualche mese fa alla nuova dirigenza di verificare con attenzione tutti i passaggi autorizzativi della grande opera che sono risultati poi viziati dalla corruzione. Un sistema diffuso che è stato in buona parte scoperto dalla Finanza e dalla Procura veneziana, portando nel giugno scorso all’arresto di 36 persone, tra cui l’ex presidente della Regione Giancarlo Galan e l’ex assessore Renato Chisso, funzionari dello Stato e tecnici.

Una grande opera da cinque miliardi con fondi garantiti dallo Stato e un sistema, quello della concessione unica, che ha portato negli anni in laguna un fiume di denaro. Finito poi in buona parte nelle tasche di corrotti e corruttori.

Adesso con la nomina dei commissari – e del comitato a garanzia delle imprese – il governo intende voltare pagina. E portare a compimento il Mose al più presto – anche se la data promessa del 2017 non sarà rispettata – al riparo dalla grande onda della corruzione e del malaffare.

 

Gazzettino – Cvn, Roma sceglie anche il Consiglio consultivo

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21

gen

2015

La decisione è stata presa nei giorni scorsi. E arriva sempre da Roma. Come nel dispositivo di nomina dei due commissari che hanno sostituito il vertice del Consorzio Venezia Nuova, anche questa volta è toccato al prefetto di Roma, Giuseppe Pecoraro scegliere e nominare i rappresentanti del Consiglio consultivo del Cvn, un organo voluto con il riassetto dell’ente concessionario che, come si ricorderà, è stato profondamente modificato con la decisione del presidente dell’Autorità anticorruzione, Raffaele Cantone che, su mandato del Governo, aveva azzerato i vertici del Cvn nell’onda lunga dello scandalo Mose. In quell’occasione l’addio dell’allora presidente del Cvn, Mauro Fabris sostituito con provvedimento prefettizio con due nuovi commissari: Francesco Ossola, esperto di ingegneria civile e Luigi Magistro, tra i maggiori conoscitori della macchina amministrativa statale.

Da ieri si completa il quadro delle nuove nomine che dovrebbero condurre il Consorzio all’obiettivo finale della realizzazione del sistema Mose. E in questo quadro vanno intesi i componenti del Consiglio consultivo. L’organo sarà composto da cinque persone: quattro esponenti per altrettanti gruppi di aziende che superano ciascuna il 10 per cento all’interno del pacchetto azionario del Cvn. A rappresentarle sono stati chiamati Americo Giovarruscio (quota Condotte-Consorzio Venezia); Luigi Chiappini (Consorzio veneto San Marco); Romeo Chiarotto (Co.Ve,.La e Mantovani); Salvatore Sarpero (Società consortile Mazzi.

L’ultima nomina ha riguardato il rappresentante delle aziende con una quota complessiva inferiore al 10 per cento nell’ambito del Consorzio Venezia Nuova. Per le piccole e medie imprese che partecipano ai lavori del Mose, è stata scelta Laura Lippi, l’unica donna del gruppo, che professionalmente proviene dalla azienda Ccc, Consorzio Cooperative Costruzioni.

Ma al di dei nomi, alcuni già presenti nella passata gestione come Giovarruscio, Serpero, Chiarotto, i compiti del Comitato consultivo saranno – oggettivamente – molto limitati e potranno essere quasi ed esclusivamente di indirizzo e in alcun modo non vincolanti, capaci di modificare le eventuali decisione prese dai due commissari Ossola e Magistro che, in tutto e per tutto, sono e rimangono i plenipotenziari dei destini del Consorzio Venezia Nuova fino alla conclusione del progetto Mose.

 

Nuova Venezia – “Regione obbligata a chiedere i danni”

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15

gen

2015

Proposta di legge di Fi per impedire che corrotti e concussori se la cavino con poco

VENEZIA – Cento milioni all’anno per almeno dieci anni. Un miliardo di euro è la voragine che si lascia dietro il Consorzio Venezia Nuova nella gestione dell’ingegner Giovanni Mazzacurati. Tanto serviva per tenere in piedi la grande giostra delle tangenti ai burosauri di Stato, ai politici, ai tecnici, ai militari per addomesticare ogni tipo di controllo, accertamento o collaudo, per pagare consulenze inutili, fare beneficenze ingiustificate ma graditissime (c’era mezzo mondo nell’indirizzario), per praticare rialzi assurdi di prezzo in modo da creare il nero con le triangolazioni, per tenere in piedi il baraccone delle retrocessioni alle aziende e consentire che a sborsare il conquibus fosse alla fine sempre e solo lo Stato. Cioè il contribuente.

Questi sono i danni veri del Mose, il «fabbisogno sistemico» come lo chiamava Piergiorgio Baita. La stima dei 100 milioni all’anno è sua e la procura l’ha trovata verosimile. Poi ci sono i danni patiti dagli enti. I danni subìti dalle imprese private ingiustamente escluse. I danni ambientali per il ritardo delle opere. I danni di immagine, non meno reali, che valgono per l’intera collettività veneta: chi ripaga dell’onore sbeffeggiato?

«Noi ci costituiremo sempre come parte civile nei processi, per verificare fino in fondo le responsabilità», aveva promesso Luca Zaia il 10 giugno scorso in consiglio regionale. Molti altri avevano fatto anticipazioni analoghe. A che punto siamo oggi?

Consiglio regionale. L’occasione di fare il punto viene dalla presentazione fatta ieri di una proposta di legge («Norme a tutela della personalità giuridica e del patrimonio della Regione Veneto») per obbligare la giunta regionale a costituirsi parte civile nei processi per corruzione a carico dei propri amministratori o dipendenti. Finora la decisione era discrezionale. In futuro, se la legge verrà approvata, la giunta dovrà rendere conto all’aula. Firmatari con piglio molto diverso Moreno Teso (determinatissimo: occorre discontinuità rispetto al passato), Leo Padrin (nessun collegamento con situazioni attuali, varrà solo per il futuro), Renzo Marangon (associato).

Giunta regionale. La delibera che autorizza Ezio Zanon capo dell’avvocatura regionale a costituirsi nei provvedimenti che riguardano tutti gli arrestati della vicenda Mose, non solo quelli del 4 giugno, inclusi i due parlamentari che allora erano coperti da immunità Giancarlo Galan e Lia Sartori, è stata firmata il 17 giugno 2014. Se lo scopo del terzetto del Pdl era spingere Zaia, difficile farlo con uno partito mesi prima. Nell’elenco sono inclusi i politici Sartori, Orsoni, Marchese, i dipendenti regionali Fasiol e Artico, l’ex segretario alla sanità Ruscitti, tutti gli imprenditori dai Boscolo a Mazzi, a Tomarelli, Morbiolo, Astaldi, e poi i dipendenti del Consorzio tra cui Neri e la Brotto, gli ex capi del magistrato alle acque Neri, Cuccioletta, Piva, i commercialisti Venuti e Giordano, il generale Spaziante e il finanziere vicentino Meneguzzo, e naturalmente Mazzacurati, Baita, la Minutillo e Buson.

L’accettazione dei patteggiamenti ha impedito la costituzione di parte offesa e bisognerà avviare una causa civile. Grosso problema, dati i tempi della giustizia italiana, ma inevitabile. L’elenco comprendeva anche l’ex sottosegretario Milanese, che non ha patteggiato ed è a processo a Milano. La costituzione di parte civile era possibile ma non fondata e non è stata accettata.

Consorzio Venezia Nuova. Contro Milanese si è costituito invece il Consorzio Venezia Nuova, costituzione accolta l’8 gennaio assieme a quella del ministero dell’economia. Lo scorso ottobre il Consorzio, ancora presieduto da Mauro Fabris aveva incaricato i suoi legali di acquisire le sentenze dei patteggiamenti con l’intenzione di avviare una causa civile. Il Consorzio contro se stesso. Bisognerà vedere cosa decideranno i commissari.

Porto di Venezia. Contro il Consorzio si sono attivati nella primavera scorsa l’Autorità Portuale presieduta da Paolo Costa e Venice Terminal Passeggeri, presieduta da Sandro Trevisanato, chiedendo i danni per aver dovuto «interrompere l’attività a causa dei lavori del Mose». Una richiesta milionaria, calcolata al centesimo e spedita in copia anche al ministro Lupi. Si ignora che fine abbia fatto, ma si tratterebbe di una partita di giro: lo Stato contro se stesso. Kramer contro Kramer. Class Action. È proposta da Adiconsum, con una raccolta di firme (finora sono 300) che verranno depositate appena verrà conclusa la fase istruttoria dei processi.

Renzo Mazzaro

 

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