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Nuova Venezia – Moranzani, saltato l’atteso incontro

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12

set

2014

Sos della municipalità di marghera

Sull’accordo di programma per la discarica dei fanghi scavati dai canali nel Vallone Moranzani a Marghera, con tutte le sue opere collaterali e quasi 1 miliardo di euro d investimenti, sembra essere calato un buio pesto. Dopo mesi di paralisi e ritardi sul cronogramma dei lavori previsti – seguiti all’uscita di scena dell’ex assessore regionale Renato Chisso e del commissario della Regione per Porto Marghera, Giovanni Artico – la Municipalità si aspettava la convocazione del Comitato di sorveglianza e dei responsabili dell’Agenda 21 per fare il punto sullo stato di applicazione dell’accordo. La Regione aveva fornito la data del 9 settembre per riunire i coordinatori dell’Agenda 21 – che rappresentano i cittadini di Marghera e Malcontenta – e ispezionare le opere avviate, come la mega-discarica nel Vallone Moranzani, le opere stradali e idrauliche, ecc. Ma il 9 settembre è passato e la riunione non si è tenuta, cosa che ha fatto preoccupare ancor più la Municipalità e il suo presidente, Flavio Dal Corso che da settimane chiede alla Regione di convocare un incontro sullo stallo dell’Accordo Moranzani. «L’incontro del 9 settembre è stato rinviato senza alcuna spiegazione dalla Regione», dice Dal Corso. «Speravamo di essere messi al corrente sugli incarichi dirigenziali rimasti vacanti e di conoscere alcuni aspetti dell’accordo, come l’interramento degli elettrodotti di Terna e la mega-discarica, che a quanto sappiamo la Regione vuole cambiare senza preoccuparsi di coinvolgere la popolazione nei suoi rappresentanti che sono sempre stati coinvolti con uno strumento partecipativo, come l’Agenda 21, che ora non si vuole più convocare. Purtroppo anche il Comune di Venezia, che ha firmato insieme alla Regione l’Accordo di programma nel 2008, da quando è commissariato è del tutto assente sulla questione».

Gianni Favarato

 

PORTO MARGHERA – Uno spiraglio nella vertenza che vede contrapposti i sindacati dei chimici veneziani ad Eni e Versalis. Le due società hanno fatto sapere di essere pronte a riconvocare il tavolo di confronto che il 10 febbraio scorso aveva portato a siglare l’accordo sulla manutenzione straordinaria del Cracking, sulla costruzione di un nuovo impianto di chimica verde assieme all’americana Elevance Renewable Sciences e sull’assunzione di 90 lavoratori.
A parte l’avanzamento del progetto sul nuovo impianto (che dagli oli vegetali ricaverà intermedi destinati ai settori della cura della persona, dei detergenti, dei bio lubrificanti e di prodotti chimici per l’industria petrolifera), il resto di quell’accordo è rimasto lettera morta. Il Cracking è ancora chiuso e non ci sono prospettive di riapertura a breve, e delle 90 assunzioni non si parla più.
Perciò i sindacati veneziani prendono con le pinze la notizia del nuovo incontro (che dovrebbe tenersi il prossimo 23 settembre a Porto Marghera o a Milano), pronti a discutere di tutto ma anche a continuare l’agitazione e gli scioperi: «Speriamo che l’appuntamento non sia la riproposizione di quello del 28 agosto scorso – commenta in proposito Massimo Meneghetti, segretario della Femca-Cisl -: Eni e Versalis devono investire quanto promesso con l’accordo dello scorso febbraio, sviluppando progetti di prospettiva in grado di salvaguardare i 420 posti di lavoro del sito di Marghera, e di portare alla promessa assunzione di 90 persone». Giovedì 28 agosto, in seguito al confronto in Prefettura della settimana prima, sindacalisti e Versalis avevano tenuto un primo tavolo tecnico per affrontare le problematiche della fabbrica di Marghera ma l’incontro si era risolto quasi con un nulla di fatto.

(e.t.)

 

Colletti (Filtcem-Cgil): negli incontri con l’azienda nessuna risposta sul futuro degli impianti

«Nelle prossime ore i lavoratori della chimica metteranno in atto nuove azioni di protesta contro Eni». Ad annunciarlo è Riccardo Colletti, segretario provinciale di Filctem-Cgil. Continua il braccio di ferro del sindacato contro il mancato riavvio degli impianti di Versalis, società del gruppo Eni, del Petrolchimico di Porto Marghera, che avrebbero dovuto tornare a funzionare lo scorso 18 agosto. «Nei vari incontri con l’azienda», evidenzia il responsabile di Filctem, «non abbiamo ottenuto risposte in merito al futuro degli impianti stessi. Le segreterie nazionali di Filctem-Cgil, Femca-Cisl e Uiltec, l’altro giorno, si sono riunite per approfondire la situazione relativa al gruppo Eni e hanno espresso giustamente il proprio dissenso rispetto alla dichiarata volontà del Ministro del Tesoro di scendere al di sotto del 30% del capitale azionario di controllo di Eni. Tale scelta, dettata esclusivamente da motivi di cassa, rishcia di determinare condizioni di ulteriore indebolimento del gruppo ed una forte contrazione degli investimenti del nostro Paese, fondamentali e determinanti per la ripresa economica e per il rilancio di una politica industriale che da troppi anni manca di una regia complessiva. Siamo preoccupati, inoltre, per le dichiarazioni relative all’uscita dell’Eni dal capitale della Saipem, un’azienda che pur avendo attraversato un momento difficile lo scorso anno per situazioni di ordine giudiziario, rappresenta un valore aggiunto per il gruppo e per lo stesso Paese in termini di professionalità, presenza internazionale e capacità di innovazione. La Saipem è leader nel mercato dell’ingegneria e dell’E&C Offshore e Onshore». «In merito all’accordo sottoscritto presso il Ministero dello Sviluppo economico, il 31 luglio», aggiunge il sindacalista, «esprimiamo una forte preoccupazione perché quanto condiviso dalle parti nel citato non ha ancora visto un’applicazione a causa dell’immobilismo complessivo che ha bloccato le condizioni che avrebbero dovuto realizzarsi per la ripresa delle produzioni dello stabilimento di Porto Marghera».

(mi.bu.)

 

Nuova Venezia – “Trasparenza sul Moranzani”

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2

set

2014

Per la Municipalità l’Accodo di Programma rischia di saltare

MARGHERA – La notizia che il governatore Luca Zaia sta rivedendo i contenuti e gli obiettivi dell’accordo di Programma per il Vallone Moranzani, preoccupa la municipalità di Marghera che chiede da due mesi di sbloccare la situazione creatasi dopo la bocciatura del progetto degli elettrodotti di Malcontenta e la riduzione – rispetto al previsto – dei fanghi contanimati da stoccare. Stiamo parlando dell’Accordo di Programma firmato sei anni fa per trovare posto ai fanghi scavati dai canali industrialie e con il ricavato della tariffa a carico dell’Autorità Portuale realizzare opere stradali, idrauliche e pasaggistiche. «L’Accordo per il vallone Moranzani», ha dichiarato ieri il presidente della municipalità di Marghera, Flavio Dal Corso, « insieme alle opere collaterali di pubblica utilità previste, è di estrema importanza per Marghera e ci aspettiamo di essere informati in modo trasparente e di essere coinvolti dal presidente della Giunta regionale, Luca Zaia che ha assunto tutte le deleghe che prima aveva l’assessore Renato Chisso». A tutt’oggi, l’unica convocazione arrivata a Dal Corso è quella del responsabile dell’Agenda 21 (cioè della procedura di consultazione della popolazione interessata dal progetto Moranzani già sperimentata negli ultimi anni) per un incontro, che si terrà probabilmente il 9 settembre prossimo al Canevon di Malcontenta, dai portavoce della comunità, per fare il punto della situazione rispetto a tutti gli interventi previsti: l’interramento degli elettrodotti, la realizzazione della discarica e degli impianti di pre-trattamento dei fanghi scavati dai canali, le opere idrauliche da completare, le opere sulla viabilità per liberare Malcontenta dal passaggi odi mezzi pesanti e il futuro parco lineare che dovrebbe sorgere sopra la discarica. Secondo Dal Corso «sul Vallone Moranzani è sceso il silenzio dopo le vicende giudiziarie e le indagini sul Mose che hanno coinvolto la Regione e in particolare l’ex presidente Giancarlo Galan, di cui Zaia è stato vice e l’ex assessore ai Lavori pubblici Renato Chisso, oltre ad alcuni dirigenti regionali. Zaia ha assunto le deleghe di Chisso e nominato un nuovo dirigente regionale del progetto Venezia. Ebbene, affrontino le questioni in sospeso come quella dell’interramento delle tre linee di elettrodotti di Terna a ridosso dell’abitato di Malcontenta, senza le quali l’Accordo del Vallone Moranzani rischia di saltare».

(g.fav.)

 

MARGHERA. Se martedì prossimo la Giunta regionale non darà il suo via libera – già previsto nella riunione della scorsa settimana ma poi rinviato per approfondimenti tecnici e finanziari – rischia di scivolare a data da destinarsi la fondamentale tappa della costituzione della nuova società – la Newco controllata da Comune e Regione, ognuno con un 50% – la cui governace (tutta da nominare) dovrà firmare con Eni il rogito per l’acquisizione dei 107 ettari di aree industriali dismesse, con i 38 milioni messi a disposizione per le bonifiche. La costituzione della Newco è la premessa per ottenere in tempi ragionevoli la voltura delle autorizzazioni dei piani di bonifica delle aree dell’Eni (già presentati e autorizzati) dai ministeri competenti.

Solo dopo questo passaggio la società potrà, come previsto, indire un bando europeo per la manifestazione d’interesse da parte di società che intendano acquisire le aree per avviare nuove attività di carattere industriale e logistico portuale, capaci di creare nuovo posti di lavoro, più che mai necessari sia per i giovani disoccupati che per i tantissimi lavoratori espulsi dalle fabbriche del Petrolchimico che hanno chiuso a Porto Marghera negli ultimi 20 anni. Dal canto suo il Comune di Venezia ha già approvato, in Giunta e in Consiglio, sia la delibera che individua la Newco nella Live srl (Lido Eventi e Congressi, società in liquidazione interamente controllata dal Comune di Venezia che avrà però un altro nome), sia quella che autorizza la controllata Ive (Immobiliare veneziana) ad acquistare il 50% delle quote della Newco. Adesso si aspetta solo che la Giunta regionale faccia lo stesso percorso, autorizzando la sua controllata Veneto Acque ad acquisire il restante 50 per cento delle quote di Live srl.

(g.fav.)

 

Il bilancio del ministro dell’ambiente per Porto Marghera

Ma la Regione non ha ancora dato l’ok alla Newco, che deve rilanciare le aree cedute da Eni

MARGHERA. Nei primi sette mesi di quest’anno più della metà dei progetti di bonifica delle aree del Sito di Interesse nazionale (Sin) di Porto Marghera sono stati approvati dal ministero dell’Ambiente approvati.

Ne ha dato notizia ieri il ministro Gian Luca Galletti, facendo il bilancio nazionale delle istruttorie di autorizzazione chiuse dal suo ministero per le aree Sin. A tutt’oggi, risultano approvati progetti di bonifica per il 55 % del sito di Venezia (i cui confini sono stati ridotti con un decreto che li limita alle sole «macroisole» di Porto Marghera) e solo il 5% delle aree «sono stati effettivamente liberate e restituite agli usi legittimi». «Sulla sicurezza ambientale, che vuol dire salute per i cittadini e difesa del nostro territorio – ha spiegato il ministro Galletti – vogliamo andare veloci e fare bene.

Nel decreto-legge 91 abbiamo introdotto una procedura accelerata e facilitata per le bonifiche, nel pieno rispetto degli standard ambientali. C’è bisogno di regole più semplici e su questo il governo sta mettendo massimo impegno, ma anche di una maggiore collaborazione e responsabilità da parte di tutti i protagonisti del procedimento, visto che non sempre alle decisioni prese corrisponde un incremento delle attività di bonifica, come del numero delle aree risanate e restituite agli usi legittimi». Gran parte dei progetti di bonifica e messa in sicurezza delle aree incluse nel Sin di Porto Marghera, sono di proprietà dell’Eni che pochi mesi fa ha firmato un contratto preliminare con il Comune di Venezia e la Regione Veneto che prevede la cessione ad una nuova società pubblica (una Newco controllata da Comune e Regione) che poi garantirne la effettiva bonifica – con un fondo di 38 milioni di euro sborsati da Eni – e la vendita (con una apposito bando europeo) a imprenditori interessati a riutilizzare le per nuove attività industriali e logistiche. La Newco aspetta solo il via libera della Giunta regionale che potrebbe arrivare oggi, dopo tre successivi rinvii.

(g.fav.)

 

Il presidente della Municipalità, Dal Corso: «La Regione non ha ancora approvato l’accordo sulla newco»

Con il maremoto che ha travolto l’Amministrazione veneziana e parte di quella regionale non è solo il Vallone Moranzani ad essere in pericolo. Nel pantano è finita pure la questione delle aree industriali che Syndial deve trasferire alla società tra Comune e Regione. E il presidente della Municipalità di Marghera, Flavio Dal Corso, chiede polemicamente al governatore del Veneto Luca Zaia di occuparsene: «Affronti finalmente le vere questioni, invece di esternare continuamente su Venezia approfittando del vuoto politico in Comune».
I 110 ettari all’interno dell’area industriale di Porto Marghera, che la società dell’Eni ha deciso di cedere alle due istituzioni siglando il famoso accordo del 15 maggio 2012, sono ancora lì bloccati. «Ebbene, l’accordo sulla costituzione della newco, la società che appunto dovrebbe gestire quelle aree, in realtà dev’essere ancora approvato dalla Giunta Regionale».
È vero che da allora non ne è andata bene una, e l’arresto dell’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso e del direttore del Progetto Venezia, Giovanni Artico (quest’ultimo rimesso in piena libertà a fine giugno ma destinato ad altro incarico), sono solo parte dei problemi. Per Dal Corso, però, non è una buona scusa per non far procedere l’operazione, anche perché quelle aree potrebbero ospitare nuovi investimenti industriali e creare posti di lavoro.
«E invece sui 110 ettari, come sul Vallone Moranzani, è sceso il silenzio più assoluto. Zaia, che notoriamente è stato per anni vice del presidente Galan anch’egli arrestato nell’ambito dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, ha assunto le deleghe di Chisso e nominato un nuovo dirigente regionale al posto di Artico. Affrontino allora le questioni in sospeso come quella, pesantissima, dell’interramento delle 3 linee di elettrodotti di Terna a ridosso di Malcontenta, senza le quali l’Accordo sul Vallone Moranzani rischia davvero di saltare, con tutto quel che ne consegue in termini ambientali per la popolazione, e di trattamento e smaltimento dei fanghi dei canali industriali».

(e.t.)

 

Il Comune ha già firmato, ma la Giunta regionale non approva ancora la delibera che dà il via libera alla nuova società: dovrà gestire i 38 milioni di euro messi a disposizione da Eni per la bonifica

MARGHERA – Nuovo rinvio – il terzo in meno di un mese – della Giunta regionale, presieduta da Luca Zaia, che doveva approvare la delibera che dà il via libera all’entrata della sua controllata Veneto Acque spa nella nuova società pubblica – di cui è già socio il Comune di Venezia attraverso Ive spa – che dovrebbe, finalmente, creare le condizioni per l’avvio di nuove attività produttive e possibilmente nuovi posti di lavoro, nelle aree di Porto Marghera dove le industrie sono state chiuse da tempo. Intanto, per il prossimo 21 agosto il prefetto Domenico Cuttaia ha convocato i sindacati dei lavoratori chimici per affrontare l’ennesima minaccia di chiusura di impianti produttivi, stavolta quelli del cracking di Versalis, l’unica società dell’Eni – oltre alla Divisione Raffinazione – ad avere ancora uno stabilimento produttivo a Porto Marghera. L’unica certezza per Porto Marghera, almeno ad oggi, sembra questa: assistere ad un lento e totale smantellamento delle industrie chimiche e siderurgiche che hanno fatto la fortuna di Porto Marghera e creato decine di migliaia di posti di lavoro. Eni, però, oltre a chiudere interi cicli produttivi legati alla chimica di base, ha deciso di cedere gran parte delle aree industriali dismesse e da bonificare ad una nuova società (Newco) controllata al 50% da Comune di Venezia e Regione Veneto. Queste aree (107 ettari dislocati nella prima e seconda zona industriale) dovrebbero essere messe in vendita con l’obiettivo di rilanciarle con nuove attività industriali e logistiche, previa bonifica che verrebbe finanziata dalla Newco con i 38 milioni di euro messi a disposizione da Syndial, anche questa società di Eni, creata sulle spoglie dell’Enichem allo scopo di riqualificare e vendere le aree dismesse. Ma tutto è fermo finché la Giunta regionale non approverà la delibera che autorizza Venezia Acque spa a entrare nella Newco (che per il momento si chiama Live srl) dove è già presente il Comune attraverso la sua Immobiliare Veneziana, versando la sua quota di capitale sociale pari a 60 mila euro, una cifra irrisoria per la Regione. Va considerato infatti che la nuova società, in attesa dell’entrata di Veneto Acque, avrà a disposizione ben 38 milioni di euro (messi a disposizione da Eni insieme ai progetti di bonifica già autorizzati ma da realizzare) per riqualificare e rilanciare le aree industriali attraverso un bando di interesse pubblico a livello europeo. Al momento non è possibile capire perché il governatore Luca Zaia – che ha avocato a sé tutte le deleghe che prima aveva l’assessore competente, Renato Chisso – continua a rinviare la delibera che sancisce l’entrata della Regione nella Newco. La delibera è stata messa all’ordine del giorno della prossima riunione di Giunta (il 26 agosto), sarà la volta buona?

Gianni Favarato

 

gli ambientalisti dei circoli piove di sacco e riviera del brenta

La Regione ha pronto il bando per il progetto con cui collegare Padova a Venezia

L’idea risale al 1960: il canale si ferma a Vigonovo e riparte da Mira fino in laguna

PADOVA – Idrovia: avanti tutta, dopo 55 anni di promesse e ritardi. A invocare il completamento del canale navigabile tra la Zip di Padova e la laguna di Venezia ideato dal professor Mario Volpato nel 1960, non sono i sindaci o gli industriali ma gli ambientalisti più che mai convinti che si tratti dell’unica grande opera che può salvare mezzo Veneto dall’incubo alluvione. Avanti tutta con la benedizione dei circoli di Legambiente Padova, Selvazzano, Saccisica, Riviera del Brenta, Saonara- Vigonovo, del comitato Brenta Sicuro e di un’altra decina di associazioni che invitano la Regione a passare dalle parole ai fatti. L’assessore all’Ambiente Maurizio Conte ha ribadito la volontà di arrivare in tempi rapidi al bando di gara per il progetto, poi si dovranno trovare 3-400 milioni di euro. Secondo lo studio di fattibilità della Regione, per completare il tracciato (oltre 27 km tra Padova, Saonara, Vigonovo, Strà, Fossò, Camponogara, Dolo, Mira e Venezia) in classe Va e quindi in regola con la normativa comunitaria, servono 384 milioni di euro che diventano 461 milioni con opere aggiuntive per migliorare la sicurezza idraulica del sistema Brenta- Bacchiglione nello snodo di Strà-Vigonovo. «Sia chiaro: siamo pronti a scendere in piazza contro le grandi opere che devastano il territorio. La Pedemontana, la Orte-Mestre e il canale Contorta in laguna a Venezia sono gli ultimi esempi di scelte sbagliate che noi contrastiamo», dicono in coro Danilo Franceschin, Marco Macis, Marino Zamboni e Lorenzo Benetti, portavoce dei circoli. «Ma non abbiamo alcun dubbio a ribadire che va realizzata l’idrovia Padova- Venezia per due motivi: il canale scolmatore navigabile con una portata di almeno 400 mc/secondo consente alle chiatte di arrivare dal porto di Venezia fino all’interporto della zona industriale di Padova e quindi sposta il traffico merci dai tir su strada al fiume, come a Rotterdam. Secondo motivo: l’idrovia farà sfociare in laguna fino a 10 milioni di mc di acqua, una portata simile a quella del Bacchiglione durante le alluvioni. La vasca di laminazione in corso di realizzazione a Caldogno può contenere al massimo 3 milioni di mc e quindi non risolve il rischio alluvione: Padova e l’area metropolitana sono in eterno pericolo fino a quando non verrà realizzata l’idrovia». A sostenere l’urgenza dell’opera non sono soltanto gli ambientalisti, ma pure due autorevoli docenti universitari di Ingegneria a Padova: Andrea Rinaldo e Luigi D’Alpaos, che hanno elaborato analisi da tempo sul tavolo dell’assessore Contea palazzo Balbi. Scrive ancora Legambiente: «L’allargamento del porto veneziano fino a Padova conferirebbe all’Authority portuale un ruolo ed una dimensione nazionale ben più consistente. Un sistema fluvio-marittimo integrato all’entroterra farebbe di quello scalo un polo di livello continentale. Il completamento dell’idrovia deve essere realizzato in un una classe di navigazione europea che consenta l’utilizzo di battelli in grado di raggiungere i porti dell’alto e medio Adriatico e di realizzare la rottura di carico delle grandi navi porta container che faranno scalo al futuro porto offshore di Malamocco. In tal senso va respinto lo studio proposto dal presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa, di trasferire i container alle piattaforme logistiche attraverso le cosiddette “mamavessel” e i relativi spingitori, i cui pescaggi sono incompatibili con quelli delle idrovie, mentre è opportuno approfondire il modello, studiato dalla facoltà di Ingegneria navale di Genova, che risponde a molte delle specifiche esigenze dei nostri corsi d’acqua interni». Perché il progetto è fermo? Non pesa solo la carenza di fondi. Il professor Mario Volpato, fondatore di Cerved e padre della Zip con Ettore Bentsik, nel 1963 riuscì a trovare 6,6 miliardi di lire. Di soldi ne sono stati spesi con generosità, stanziati da Stato, Regione Veneto e Ferrovie: dal 1976 sino al 1990 altri 47 miliardi e 143 milioni. Poi lo stop. Il canale parte da Granze di Camin e arriva fino a Vigonovo, poi scompare anche se sono stati realizzati tutti i cavalcavia stradali fino a Mira sotto i quali non scorre l’acqua. Da Mira l’ultimo tratto porta in laguna a Marghera. Il consorzio Idrovia è stato sciolto nel marzo 1988 per non creare problemi al porto di Venezia, che teme le chiatte modello Rotterdam fino a Padova.

Albino Salmaso

 

Il segretario generale nazionale dei chimici della Uil incontra i delegati del Petrolchimico in sciopero

«Se, come ci dice Eni, il mancato riavvio del cracking veneziano di Versalis è un’autorizzazione del ministero che riguarda la centrale termica, che lo risolva rapidamente come ha fatto con il cracking di Brindisi, altrimenti è lecito pensare che la proroga della fermata degli impianti nasconda altre intenzioni ». L’ha detto ieri il segretario generale nazionale dei chimici della Uil, Paolo Pirani, a margine del coordinamento dei delegati Eni di Porto Marghera – tenutosi nella sede di via Bembo a Mestre – a cui era presente anche il segretario generale Veneto della Uil, Gerardo Colamarco. È stata l’occasione per ribadire che la tensione esistente al Petrolchimico di Porto Marghera è dovuta al «nuovo amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, che ha messo in dubbio la permanenza stessa di un sistema chimico nazionale da parte di Eni e ha messo in campo decisioni mai chiarite sugli investimenti a Porto Marghera». Da giorni i lavoratori del cracking attuano una forma di sciopero a singhiozzo che rallenta e riduce il carico di materie prime (etilene e propilene) smistato dalle navi alla pipe-line collegata ai petrolchimici emiliani. La situazione si è esasperata ulteriormente dopo che la direzione di Versalis ha comunicato di non riconoscere lo sciopero in atto, ricordando che alla fine di luglio è stato siglato al ministero dello Sviluppo un accordo con i segretari nazionali dei chimici di Cgil, Cisl, Uil che doveva mettere fine a tutte le mobilitazioni sindacali. «Quello che abbiamo siglato al ministero il 31 luglio», ha precisato Pirani, «è un accordo politico che impegna i vertici di Eni e delle sue consociate e il ministro Guidi in persona che lo ha firmato. In quell’accordo è scritto che Eni intende rispettare tutti gli accordi già sottoscritti, compreso quello del febbraio scorso che prevede una piano di investimenti per il cracking veneziano e un nuovo impianto di chimica verde. Del resto i manager di Eni hanno scritto al governatore Luca Zaia ripetendo che il mancato riavvio del cracking è dovuto solo a problemi tecnici. Quindi, a settembre, quando come previsto ci rincontreremo, Eni non avrà alibi per sottrarsi alle sue responsabilità ». Sia Pirani che Colamarco hanno insistito sulla necessità di «progetti e investimenti capaci di rilanciare l’industria chimica italiana, invece che affossarla. In gioco ci sono settori strategici per l’economia nazionale e a rischio c’è il sistema industriale dell’intera area padana ». Per Pirani, infine «Eni deve gettare la maschera e non nascondere altre intenzioni dietro accordi già sottoscritti». Al termine della riunione di coordinamento, i delegati dei chimici della Uil veneziana hanno approvato un duro documento in cui auspicano che «le parti riescano a riaprire il confronto a livello locale» e affermano «che il cracking di Versalis, a prescindere dagli inconvenienti tecnici veri o mascherati, deve tornare in marcia per sconfessare possibili alibi pretestuosi, progetti fantasiosi e posizioni aziendali troppo spesso incoerenti. Per questo oggi è prioritaria l’analisi necessaria al superamento del blocco dell’autorizzazione Aia ministeriali, delle altre autorizzazioni necessarie al riavvio del cracking, considerando che si tratta di un impianto importante e complesso che deve avere una data credibile per il riavvio».

Gianni Favarato

 

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