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MARGHERA – Conto alla rovescia per la sentenza del Consiglio di Stato sul progetto di revamping (potenziamento) dell’impianto di trattamento di rifiuti (fanghi) speciali e pericolosi nello stabilimento di Alles spa (del Gruppo Mantovani) che si trova in via dell’Elettronica.

Martedì della scorsa settimana si è tenuta a Roma, davanti al Consiglio di Stato, la prima e unica udienza sul ricorso presentato da Alles spa, contro la sentenza del Tar del Veneto che aveva bocciato il progetto di revamping perché avrebbe portato anche fanghi tossici e nocivi provenienti da altre regioni in un’area già ambientalmente compromessa, come Porto Marghera.

Nell’udienza non c’è stato dibattimento – fanno testo la memoria del Comune e le motivazioni del ricorso di Alles, già presentate ai giudici che si sono subito ritirati in camera di consiglio per emettere la loro sentenza, attesa nei prossimi giorni.

Il progetto è stato fortemente contestato l’anno scorso dalla Municipalità, dai Comuni di Venezia e di Mira, dalla Provincia ed è stato bocciato dal Tar.

Anche il consiglio regionale, aveva approvato un ordine del giorno per imporre alla Giunta il ritiro dell’autorizzazione concessa ad Alles, un invito mai assecondato dal governatore Luca Zaia.

(g.fav.)

 

BONIFICHE – Dopo la sentenza della Corte europea, Bettin e Camporese di Sel chiedono aiuti per Marghera

«SAREBBE UN INVESTIMENTO»

Per Gianfranco Bettin e Federico Camporese l’intervento dello Stato per le bonifiche darebbe più valore alle aree di Porto Marghera

Sulle bonifiche giustizia è fatta, ma solo parziale. La Corte di giustizia europea ha giustamente stabilito una volta per tutte che chi inquina paga e che, quindi, chi non ha inquinato non deve pagare, anche se ha comprato un terreno che, in passato, era stato avvelenato da qualcun altro.

Il problema, però, è adesso chi paga? Perché in ballo c’è la possibilità di riutilizzare la maggior parte dei duemila ettari di Porto Marghera. In ballo, insomma, c’è una componente fondamentale dell’economia veneziana e dell’ambiente.

Per questo l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin e Federico Camporese, coordinatore metropolitano di Sel, parlano di «giustizia solo parziale».

Se prima, con il sistema messo in piedi dal ministero dell’Ambiente e portato avanti dal suo ex direttore Gianfranco Mascazzini, un modo per reperire oltre 500 milioni di euro lo si era trovato, oggi non si sa più dove sbattere la testa. Quel sistema era sbagliato, lo ha stabilito la Corte di giustizia europea, ma non spetta all’Europa dire chi adesso deve tirare fuori tutti gli altri soldi che servono a bonificare i terreni inquinati, per poterli poi vendere o affidare a imprenditori che vogliano aprire nuove attività industriali.

«Si lascia aperto un nodo politico importante. Una vera e propria ipoteca sul futuro di questa parte di territorio già fortemente compromesso da un passato di speculazioni» dicono Bettin e Camporese: «Siamo consapevoli del lavoro e della ricchezza generate da queste aree, che hanno contribuito alla crescita di tutta la comunità nazionale, e crediamo non si possa infilare la testa sotto la sabbia per lasciare senza regia un percorso così delicato e strategico al contempo».

E allora, chi paga? I due veneziani ritengono che, in assenza di responsabilità accertate, debba essere lo Stato a farsi carico delle bonifiche: «Non si tratterebbe di un intervento a fondo perduto, bensì di un vero e proprio investimento che rimetterebbe sul mercato uno spazio prezioso, infrastrutturato, in un contesto che vanta una storica vocazione alle produzioni innovative e competitive».

Bettin e Camporese pensano alla creazione di un Fondo nazionale per le bonifiche e la riconversione industriale: «Aprirebbe finalmente la strada a uno scenario (si spera non troppo lontano) in cui affermare in questi luoghi lo sviluppo delle produzioni più innovative e sostenibili».

 

Annuncio di dal corso

MARGHERA «Purtroppo il Comune è commissariato e la Regione, in campagna elettorale, non ne vuole sapere di fare i conti con i cittadini di Marghera e con le promesse fatte», dice il presidente della Municipalità, Flavio Dal Corso, reduce da un incontro con dirigenti del Porto e della Regione.

«Noi pretendiamo che gli interventi previsti vengano mantenuti e completati», aggiune Dal Corso, «a cominciare da quelli per migliorare e mettere in sicurezza le strade e l’assetto idraulico del nostro martoriato territorio».

La bufera dell’ultima tangentopoli del Mose ha spazzato via anche l’Accordo di programma per il Vallone Moranzani, siglato nel 2008 da tutte le istituzioni locali e dal Porto.

Il governatore uscente, Luca Zaia, non ne vuole sapere di rilanciarlo – per il bene della laguna e dei cittadini come era nello spirito dell’Accordo di programma – e ha stoppato il suo assessore, Massimo Giorgetti, che stava tentando di riannodare i fili del discorso con i vari soggetti firmatari per arrivare ad un tavolo di confronto in Regione capace di far ripartire, almeno in parte, le opere previste nell’Accordo per il Vallone Moranzani.

Era prevista la realizzazione di una mega-discarica nell’area Moranzani (già piena di discariche sotterrate) per mettere in sicurezza i fanghi inquinati scavati dai canali e, come contropartita, si sarebbero realizzate una serie di opere idrauliche, stradali, perfino un parco da 200 ettari e l’interramento dei tre elettrodotti di Terna.

«I cittadini, con l’Agenda 21, sono stati coinvolti per anni nella progettazione e nella realizzazione degli interventi sul territorio. Non si possono scaricare come sta facendo Zaia. A questo punto sarà la nostra Municipalità di Marghera a convocare, a metà aprile, un’assemblea pubblica in municipio a cui inviteremo anche la Regione e il Porto».

(g.fav.)

 

Pesanti riserve per la sicurezza e l’uso del Canale dei petroli dalla Commissione

L’architetto D’Agostino: «Critiche superabili e anche il Porto usa quel canale»

VENEZIA – Primo stop dalla Commissione di verifica dell’impatto ambientale (via) del Ministero dell’Ambiente al progetto alternativo per spostare il passaggio delle grandi navi dal Bacino di San Marco e portarlo in una nuovo Porto Passeggeri da realizzare a Marghera, in zona industriale, utilizzando come via d’accesso il Canale dei Petroli.

Era l’idea della giunta uscente e dell’ex sindaco Giorgio Orsoni, peraltro mai concretizzata e che era stata trasformata in un vero progetto dall’ex assessore all’Urbanistica Roberto D’Agostino insieme alla società Ecuba di Bologna.

Il progetto prevede di realizzare una nuova stazione passeggeri nei terreni dismessi e bonificati della zona industriale, vicino al Vega. Le navi potrebbero ormeggiare sulle banchine, in parte già esistenti, lungo il canale Industriale Nord (quattro) e il canale Brentella (una).

Ma la Commissione Via, che ha concluso pochi giorni fa l’esame del progetto preliminare del terminal crocieristico di Marghera, non lo valuta positivamente. Lo giudica infatti nella forma attuale, «incompleto, profondamente carente di un inquadramento generale ambientale e non relazionato alle attività in essere (attuale traffico commerciale/industriale».

Per la Commissione Via, «nello specifico, l’ipotesi nel Progetto di utilizzazione del Canale Industriale Nord e del canale Brentella per la realizzazione della nuova Stazione Marittima a Porto Marghera non sembra sostenibile dal punto di vista della sicurezza della navigazione in quanto, pur allargando tali canali, gli spazi di manovra delle navi risulterebbero notevolmente ridotti, con notevoli rischi in caso di manovre di emergenza».

Per la Commissione, inoltre ci sarebbero rischi di carattere ambientale nel progetto data la vicinanza con il Petrolchimico e sarebbero troppi i 6 anni e 5 mesi previsti per la sua realizzazione, «considerando l’esigenza di risolvere e superare in tempi brevi il problema del transito delle grandi navi da crociera».

«Quella della Commissione Via» replica l’architetto D’Agostino «non è una bocciatura ma una richiesta di integrazioni che forniremo. Il canale dei Petroli è utilizzato anche nel tragitto del progetto del Porto fino al Contorta–Sant’Angelo, per questo non abbiamo fornito uno studio d’impatto su di esso dell’intervento. Del resto o si decide che il Canale dei Petroli danneggia la laguna e lo si chiude, oppure lo si utilizza anche per il passaggio delle Grandi Navi. Per quanto riguarda la sicurezza, sia di navigazione, sia ambientale, il nostro progetto la rispetta ed è nelle norme. I nostri tempi sono realistici e in ogni caso già dopo meno di un anno con le banchine provvisorie il passaggio delle navi si ridurrebbe del 40 per cento».

Enrico Tantucci

 

GRANDI NAVI – La commissione Via rispedisce al mittente il progetto di Roberto D’Agostino

L’ARCHITETTO «Non è una bocciatura. Siamo solo all’inizio»

Crociere a Porto Marghera. Dal ministero un primo “no”

Le parole sono state messe nero su bianco senza mezzi termini. Quello che emerge è un giudizio pesante, addirittura per certi versi, assolutamente inclemente. La commissione Via del ministero dell’Ambiente non ne ha risparmiate neanche uno. Quasi una bocciatura in anticipo, anche se – dal punto di vista squisitamente burocratico – si tratta di una serie di “osservazioni” alle quali i proponenti ora dovranno (se lo vorranno e lo riterranno opportuno) dare delle risposte.

Ma se le parole hanno un peso, di certo non ci guadagna molto il progetto alternativo sulle grandi navi presentato dalla società Ecuba srl, che fa riferimento all’urbanista e architetto Roberto D’Agostino, ex assessore della giunta Cacciari, che prevede un nuovo porto passeggeri a Marghera in zona industriale utilizzando come via d’accesso il Canale dei Petroli. A rilevare il caso ci ha pensato l’associazione AmbienteVenezia.

«Il progetto – sottolinea la Commissione Via analizzando il lavoro di D’Agostino – è da considerarsi incompleto, profondamente carente di un inquadramento generale ambientale e non relazionato alle attività in essere (traffico commerciale/industriale. Inoltre non risulta siano state analizzate le possibili considerazioni sui prevedibili impatti nel contesto generale della laguna centrale sia nel breve che nel medio-lungo termine».

Parole senz’altro dure da parte della Via che analizza e contesta anche altri punti ritenuti “deboli” come il mancato rispetto degli aspetti ambientali; l’assenza del calcolo delle immissioni in atmosfera; la vicinanza dell’area passeggeri alla zona industriale e anche il mancato rispetto degli obblighi di tutela dell’avifauna. L’impressione che, in attesa di un passaggio ufficiale al progetto vero e proprio, ci sia molta strada da fare.

«É stato analizzato il piano solo in fase di scoping (ovvero di prima analisi) – sottolinea lo stesso D’Agostino – e credo che ci siano cose condivisibili e che andranno modificate accanto ad altre che non sono assolutamente corrette insieme ad altre prescrizioni che non vogliono dire nulla. Prendiamo atto delle “raccomandazioni” che ci giungono attraverso il Ministero dell’Ambiente, ma non posso che rilevare che, per certi aspetti, alcune valutazioni risultano forzate come se si volesse in qualche modo evitare di affrontare nel merito il progetto legato al porto commerciale di Marghera».

Paolo Navarro Dina

 

MARGHERA – Oggi al Consiglio di Stato il ricorso sul permesso negato all’impresa di rifiuti

Pronti alla mobilitazione. I cittadini di Marghera non resteranno a guardare. Se il Consiglio di Stato – che inizierà a discutere nel merito oggi, martedì – dovesse accogliere il ricordo di Alles contro il “no” del Tar Veneto al potenziamento dell’impianto di Porto Marghera, sono pronte iniziative di protesta.

Per rigettare l’idea di una zona ricettacolo di rifiuti di tutto il Veneto. E che a Marghera siano pronti a scendere in strada lo si è capito sabato, durante l’incontro promosso dalla Municipalità per ribadire il no al revamping di Alles. Incontro cui hanno partecipato l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, l’ex presidente del Consiglio comunale di Venezia Roberto Turetta e il consigliere Bruno Pigozzo.

I relatori hanno contestato l’atteggiamento della giunta Zaia che avrebbe sostenuto il ricorso di Alles.

«Neanche un ordine del giorno che era stato votato all’unanimità dal Consiglio regionale e che – sottolinea il presidente di Marghera Flavio Dal Corso – impegnava la Giunta regionale a revocare la delibera su Alles ha convinto il governatore Zaia a tornare indietro sulla delibera che dà il via libera al revamping. Anzi, la giunta Zaia continua tuttora a difendere in ogni grado di giudizio la sua delibera».

Una riflessione che si aggiunge all’atteggiamento rispetto all’accordo di programma Vallone Moranzani.

«Attendiamo da mesi che la Regione dia gambe all’accordo di programma sul versante della riqualificazione – dice Dal Corso – E non lo sta facendo mentre punta a potenziare un’azienda che porterebbe rifiuti pricolosi da tutto il Veneto».

Giacinta Gimma

 

MARGHERA – Il caso Alles torna di grande attualità, martedì 24 sarà il giorno della verità: infatti il Consiglio di Stato deciderà se l’azienda del gruppo Mantovani potrà potenziare o meno il proprio impianto per trattamento dei fanghi di Porto Marghera, trasformandolo in una piattaforma per lo smaltimento di rifiuti anche tossico- nocivi, provenienti da tutto il Veneto ma anche da fuori regione.

Sulla storia infinita di Alles, cominciata nel 2009 e che potrebbe concludersi la settimana prossima, hanno fatto il punto, ieri al Municipio di Marghera, gli ex assessori comunali Gianfranco Bettin ed Alfiero Farinea, l’ex presidente del consiglio comunale Roberto Turetta, il presidente della Municipalità Flavio Dal Corso e il consigliere regionale Bruno Pigozzo.

Martedì, il Consiglio di Stato dovrà pronunciarsi sul ricorso che Alles ha presentato contro la sentenza del Tar del Veneto del 10 luglio 2014. Si trattava di una decisione con cui i giudici del tribunale amministrativo, trovando fondata l’istanza del Comune, avevano annullato l’autorizzazione regionale al revamping ovvero alla modifica degli impianti dell’azienda, controllata dal gruppo nell’occhio del ciclone, a causa dell’inchiesta sul Mose.

Il progetto sinora è stato fortemente contestato dalla comunità locale e dalle istituzioni (Municipalità, Comune di Venezia e di Mira, e Provincia) che si sono espresse con pareri formali.

Il consiglio regionale, inoltre, aveva approvato un ordine del giorno per imporre alla giunta il ritiro dell’autorizzazione, un invito mai assecondato dal governatore del Veneto Luca Zaia.

Bettin ha detto: «Credo che ci siano i presupposti perché venga confermata la decisione del Tar del Veneto. Se il Consiglio di Stato però dovesse dare ragione ad Alles, torneremo ad organizzarci per una nuova battaglia politica, in vista delle campagne elettorali per il Comune e per la Regione. Il Tar a suo tempo ci ha dato ragione perché la delibera regionale ha scavalcato il Pat comunale che prevede che in città si possano smaltire solo rifiuti locali».

Riccardo Colletti della Filctem-Cgil: «Giusto protestare per Alles però bisogna rivedere anche l’intero accordo sulle bonifiche di Marghera perché la Regione sta bloccando la riqualificazione della zona industriale».

Michele Bugliari

 

Impedire il revamping di Alles. Torna ad essere questa la parola d’ordine della Municipalità di Marghera che ha promosso per domani, sabato 21 marzo alle 11 nella sala di piazza Municipio un incontro pubblico per contrastare il potenziamento dell’impianto di trattamento di rifiuti speciali.

«Dopo la sentenza del Tar del Veneto che il 10 luglio 2014 ha annullato la delibera regionale di autorizzazione al revamping di Alles, su ricorso presentato dal Comune, – spiega il presidente Flavio Dal Corso – la stessa Alles ha presentato ricorso in secondo grado al Consiglio di Stato che discuterà nel merito a Roma martedì 24 marzo.»

All’incontro interverranno l’ex-assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, l’ex-presidente del consiglio comunale Roberto Turetta ed il consigliere regionale Bruno Pigozzo.

«Porto Marghera – conclude Dal Corso – deve rimanere area produttiva e industriale ma non ridiventare, come punta a fare la Giunta Zaia, il posto dove smaltire di tutto e di più, in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente.».

 

Zitelli: «Ha spinto il progetto dello scavo sui binari della Legge Obiettivo. Renzi dia un segnale»

Claut: «Ipotesi naufragata e ora il Porto propone terminal a San Nicolò e sublagunare: assurdo»

Ercole Incalza deus ex machina del ministero delle Infrastrutture e delle grandi opere in laguna. Con il governo Berlusconi, il governo Monti, poi Letta e adesso Renzi. Incalza ha seguito da vicino la vicenda del Mose. Ma anche quella delle grandi opere e delle grandi navi.

«Ha fatto il bello e il cattivo tempo al ministero», accusa Andreina Zitelli, docente Iuav ed esperta di Valutazioni di impatto ambientale, «deformando a piacimento l’interpretazione delle norme».

Parole pesanti, che secondo Zitelli sono ampiamente documentabili. «L’ultimo esempio», scrive la docente, «il caso dello scavo del nuovo canale Contorta.

Contro ogni evidenza e gli stessi verbali della Conferenza Stato-Regioni», continua, «è stato Incalza a sostenere che l’Autorità portuale e il suo presidente Paolo Costa potevano presentare il progetto con le procedure speciali e accelerate della Legge Obiettivo».

«Sempre attraverso Incalza», dice ancora la Zitelli, «l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta sosteneva la preminenza del progetto Contorta e l’urgenza di passare subito alla sua realizzazione».

Rispondendo a una richiesta del direttore dell’Ufficio Via del ministero per l’Ambiente Mariano Grillo, Incalza precisa con una lettera inviata il 9 ottobre scorso che «l’intervento di adeguamento del canale Contorta rientra nel programma delle infrastrutture strategiche, come da richiesta della Regione Veneto, nell’ambito degli interventi per la sicurezza dei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia» e che «il soggetto attuatore per quel progetto è l’Autorità portuale».

«Il premier Renzi deve cogliere l’occasione per distinguersi: Lupi e Galletti sono ministri la cui immagine è compromessa».

Affare Contorta per cui proprio nei giorni scorsi il Porto ha inviato a Roma le risposte alle 27 pagine di Osservazioni della commissione Via. Ma l’ipotesi sembra piuttosto difficile da realizzare.

«Per questo a Miami il presidente Costa ha presentato il suo piano B», dice Luciano Claut, assessore grillino a Mira e autore di una proposta alternativa per un terminal galleggiante a San Nicolò, «propone di realizzare un nuovo porto davanti alla spiaggia di San Nicolò con collegamento sublagunare a Tessera.

«Un piano iperbolico nei costi, nei tempi e negli impatti, con dragaggi immensi e trasformazioni ciclopiche. Che non risolverebbe il problema della portualità».

Intanto la stagione croceristica si avvicina e le soluzioni non si trovano. Oltre al Contorta e al Lido è in pista anche Marghera. Si dovrà attendere adesso la nuova amministrazione comunale.

Alberto Vitucci

 

Gazzettino – L’Europa “affossa” le bonifiche

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19

mar

2015

La Corte di giustizia dell’Ue dà ragione ai privati: chi non ha inquinato non deve ripulire le aree

Il proprietario che non ha inquinato non ha l’obbligo di bonificare, e quindi tanto meno di pagare le transazioni imposte dal ministero dell’Ambiente per rinunciare a cause milionarie di richiesta danni. Dopo vari tribunali amministrativi italiani, tra cui lo scorso febbraio il Veneto (che ha dato ragione alla Idromacchine), ora è la Corte di giustizia dell’Unione europea a stabilire definitivamente questa regola. La Corte di giustizia è l’organo giurisdizionale che interpreta le norme del Trattato e tutti i regolamenti comunitari, anche in relazione alle norme dei singoli Stati aderenti. Per cui la sentenza emessa il 4 marzo scorso dalla terza sezione appare come una pietra tombale sulle pretese di una parte della giurisprudenza amministrativa italiana di costringere i proprietari di terreni inquinati a bonificarli, anche se quell’inquinamento non è stato da loro causato ma da precedenti proprietari o da altre fonti esterne.

In buona sostanza la sentenza stronca l’impianto messo in piedi dal ministero dell’Ambiente italiano dai primi anni Duemila in poi per racimolare i fondi necessari a bonificare i siti più inquinati del Paese. Nel caso veneziano, parliamo naturalmente di Porto Marghera. In questi anni, per il petrolchimico, lo Stato ha concluso transazioni con una quarantina di aziende private incassando 552 milioni di euro, parte integrante dei 787 milioni destinati al marginamento delle rive dell’area industriale, la famosa “grande muraglia”, per isolare la laguna dai terreni inquinati della zona industriale. Il marginamento è stato completato al 94%, la muraglia dunque non è ancora finita ed ora sarà molto difficile che lo Stato riesca a prendere altri soldi dai privati.

Per cui la colossale opera rischia di rimanere incompleta. Le aziende, tra l’altro, non la volevano non solo perché costosissima ma anche per il fatto che avevano commissionato degli studi dai quali si ricavava che con poche decine di milioni di euro si poteva disinquinare in modo alternativo grazie ad una rete di pozzi piazzati nei punti giusti.

«Tutta la normativa ambientale è di derivazione comunitaria, per cui la sentenza della Corte di giustizia stabilisce un principio molto netto – commenta l’avvocato Alessio Vianello dello studio Mda di Mestre che ha seguito molte imprese di Porto Marghera -. In tutte le cause in corso abbiamo sempre svolto l’eccezione riconosciuta ora dalla sentenza europea, anche se purtroppo alcune cause le abbiamo transate perché le aziende avevano programmato investimenti e non potevano rimanere bloccate anni dai giudizi pendenti intentati dal Ministero. Questa è una grande svolta».

 

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