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A Marghera torna la paura per l’arrivo di nuovi rifiuti

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12

set

2012

ALLES IN REGIONE

I COMITATI  «Si rischia di creare un polo per i veleni da tutta Italia»

Ogni volta che si riunisce la Commissione regionale è come se una vecchia ferita di guerra si riaprisse. Questa mattina il progetto di Alles per aumentare la quantità e le tipologie di rifiuti da trattare a Malcontenta (nel piccolo impianto che fino ad oggi è servito solo per trattare i fanghi scavati dai canali industriali) tornerà sui banchi della commissione per la Valutazione di impatto ambientale (Via). Si tratta del prosieguo dell’esame tecnico del progetto, e la decisione definitiva spetterà alla Giunta regionale, ma l’Assemblea permanente contro il rischio chimico si è già mobilitata, perché «se passasse questo progetto Marghera rischierebbe di diventare la pattumiera d’Italia, bloccando la trasformazione della vecchia zona industriale in un posto dove le produzioni inquinanti sono bandite».
Quelli dell’Assemblea ricordano che «il nostro territorio ha già pagato e sta ancora pagando un tributo altissimo in termini di malattie da inquinamento legate alle produzioni vecchie e nuove di Porto Marghera. È ora di dire basta».
Dal punto di vista politico il Comune e la Provincia di Venezia hanno già bocciato il progetto, anche con una votazione dei rispettivi Consigli. Lo stesso assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, ha più volte detto che «se passasse un progetto del genere rischieremmo di aprire la strada alla trasformazione di Porto Marghera in un polo globale di smaltimento dei rifiuti provenienti da tutta Italia».

Il progetto di Alles prevede il potenziamento dell’impianto in banchina su via dell’Elettronica «con l’obiettivo di aumentare i 20 tipi di rifiuti speciali, consentiti dall’attuale Autorizzazione al funzionamento, a 70 diverse tipologie di rifiuto, incluse varie tossico-nocive – sostengono gli attivisti dell’Assemblea permanente -. Si prevede il raddoppio dei seimila metri cubi autorizzati oggi per arrivare a 12.000 metri cubi, portando i flussi giornalieri da quasi 700 tonnellate a oltre mille: più di 300.000 tonnellate annue da stoccare e trattare, rifiuti in arrivo da terra e dal mare con aumento del traffico di camion e navi».

Tutto questo ad opera di Alles, che sta per Azienda Lavori Lagunari Escavo e Smaltimenti, controllata dalla Mantovani SpA. (e.t.)

 

LA LETTERA

La strana presenza del ministro Corrado Clini all’allucinante evento organizzato a Porto Marghera per pubblicizzare la cosiddetta Torre Cardin, rappresenta una scorciatoia verso un modo di fare politica e di ciò che s’intende ancora per senso dello Stato che va oltre l’inverosimile. E tutto questo ad un punto tale da diffondere, dentro e fuori quell’evento assolutamente privato, una babelica oscurità, rendendo indistinguibili i doveri e i limiti propri di un così alto ruolo istituzionale, qual è quello ricoperto da chi agisce con la responsabilità di un ministro. Non è questa l’occasione per richiamare all’attenzione le molte autorevoli proteste sollevate contro la cosiddetta Torre Cardin da noti e stimati architetti e intellettuali, nonché dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido e da Italia Nostra. Ciò che conta è la dolorosa sorpresa causata da un Ministro dell’Ambiente che, nel “fare pressing” sull’Enac affinché questo si sbrighi nel dire se quel Coso alto ben più di 250 metri possa rappresentare un pericolo per i voli da e per l’aeroporto intercontinentale di Tessera, indossa i panni, imprudentemente, di una sorta di promotore immobiliare. Mi auguro sinceramente che il ministro Clini non abbia in realtà fatto alcun pressing, né abbia per davvero “spinto” a favore della Torre Cardin, al contrario di come narrano le cronache giornalistiche.
E a proposito di ambiente, il Ministro dell’Ambiente, ma che lo è anche della Tutela del Territorio e del Mare, invece di dare per scontato il parere dell’Enac, potrebbe informarsi piuttosto su a che punto stanno le procedure richieste dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido interessato a sapere se il progetto Cardin vada sottoposto o meno a VIA e VAS. Per concludere, qui c’è chi pensa che la “tutela di Venezia non giunga a Marghera”. Eccome se vi giunge e lo si vedrà ben presto. Ma c’è anche chi parla di “sviluppo sostenibile” a proposito della cosiddetta Torre Cardin e tra questi sembra esserci Corrado Clini. Uno “sviluppo”, in questo caso, tutto declinato secondo l’inciviltà e gli interessi di una ancor più incontrollabile e perenne alluvione turistica. Ma, Signor Ministro, cosa c’è di “sostenibile” in una Venezia devastata da un turismo apocalittico e che sarebbe reso sempre più apocalittico da “sviluppi” modellati sull’immaginata Cardinia? Dunque, è assai preoccupante che il nostro Ministro dell’Ambiente pubblicizzi entusiasticamente un progetto privato, immobiliare e commerciale al contempo. E questo prima che lo “show room del fare” abbia percorso tutte le tappe autorizzative previste nel caso di colossali opere destinate, se costruite, a modificare definitivamente l’immagine e il senso stesso di Venezia e della sua laguna. Evidentemente non è bastato il dover sopportare quanto è accaduto con l’ex Nuovo Palazzo del Cinema. E lo dice uno, cioè il sottoscritto, che quel progetto aveva sostenuto.
Franco Miracco
Consigliere del Ministro
per i Beni Culturali e Ambientali

 

Va garantito il collegamento ferroviario con il porto.

L’Unesco avverte: «È a rischio la nostra tutela di Venezia»

Ci sono anche i treni – e non soltanto gli aerei del vicino aeroporto di Tessera – sulla strada della realizzazione del mega Palais Lumière di Pierre Cardin. Un ostacolo non da poco, perché il sedime su cui dovrebbe sorgere la torre più alta del Veneto è oggi occupato dal fascio dei binari ferroviari diretti al Porto. Collegamento essenziale per la vita di uno scalo che ha progetti ambiziosi per il futuro. Come si potranno realizzare le grandi fondamenta del grattacielo senza interrompere la via di comunicazione vitale per il porto? «La soluzione è stata trovata, anzi dovrà essere trovata», dice il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa, «perché l’accordo di programma prevede come operazione preliminare alla costruzione proprio lo spostamento dei binari ferroviari». Un’opera piuttosto impegnativa, del costo di 350 milioni di euro, che porterà via qualche anno. Ma i progettisti e lo stesso Cardin hanno annunciato l’altro giorno a Marghera, davanti a mille invitati, che il grattacielo sarà pronto per l’Expo del 2015. Coro di consensi dalle autorità, con il presidente della Regione Luca Zaia che paragona il sarto veneto addirittura a «Lorenzo il Magnifico». Il sindaco Orsoni più che possibilista, il ministro per l’Ambiente Corrado Clini, che promette «procedure accelerate» per le bonifiche.

Ma tra la terra e il cielo ci sono di mezzo i binari. E non è ancora sciolto il nodo del traffico aereo con l’Enac, l’Ente per l’aviazione civile, che ha sollevato pesanti perplessità sul fatto che proprio sulla direttrice di atterraggio degli aerei sia costruita una grande torre alta due volte e mezza il campanile di San Marco.

Dubbi vengono rilanciati anche dall’Unesco. «Con queste opere Venezia rischia di essere cancellata dai siti Unesco di Patrimonio dell’Umanità», dice la presidente della sezione veneziana Lidia Fersuoch. E il responsabile europeo dell’associazione per la tutela del patrimonio artistico, Francesco Bandarin avrebbe confidato ai suoi amici veneziani lo «stupore» per un progetto che viene dato per già approvato quando non è ancora stato sottoposto all’esame degli organismi di tutela. Il richiamo è forte. Cardin, ultranovantenne, ha deciso di lasciare «un segno» sul territorio veneto. E ha scelto una torre da tre miliardi di euro, con uffici, hotel, teatri e negozi, promettendo 6 mila nuovi posti lavoro. Il progetto è dell’architetto Dario Lugato e dello studio Altieri di Lia Sartori, europarlamentare socialista. Intorno alla megatorre sale l’entusiasmo delle istituzioni, soprattutto di ex socialisti (come il vicepresidente della Regione Renato Chisso e lo stesso ministro Corrado Clini) e leghisti come Luca Zaia e Francesca Zaccariotto. Il Consiglio regionale ha anche proposto di consegnare a Cardin il premio «leone d’oro del veneto». Spara a zero invece la Cgil: «I terreni di Porto Marghera e i grandi discorsi sulle bonifiche servono solo per operazioni speculative che nulla hanno a che vedere con l’industria, il futuro e il nostro lavoro», dice il segretario della Filctem Cgil Riccardo Coletti.

Alberto Vitucci

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Ultima parola al Consiglio

Il progetto dovrà superare i dubbi emersi in Commissione

La kermesse per la presentazione del progetto del Palais Lumière a Marghera ha fatto il pieno di autorità e consensi. Ma sulla torre da 250 metri pende ancora la decisione tecnica – per nulla scontata malgrado le rassicurazione del ministro Corrado Clini e del governatore Luca Zaia – dell’Enac nazionale che deve decidere sulla richiesta di deroga dai limiti (145 metri) degli edifici in altezza nell’area dove dovrebbe sorgere la gigantesca torre, soggetta a vincolo del vicino aeroporto Marco Polo. Se questo scoglio sarà superato, l’Accordo di programma con l’autorizzazione definitiva della Conferenza di Servizio alla realizzazione della Torre di Cardin dovrà ripassare al vaglio del consiglio comunale di Venezia che potrà comunque, alla luce dei suoi contenuti, proporre modifiche.

«Il via libera dato dal consiglio comunale tenutosi prima di Ferragosto riguarda solo la partecipazione del sindaco alla Conferenza di Servizio che dovrà dare l’autorizzazione finale e unica al progetto di Pierre Cardin», chiarisce il presidente della Commissione Urbanistica del Comune, Giampietro Caporgrosso. «Il consiglio dovrà riunirsi, come prevede la legge, entro i trenta giorni successivi al sì definitivo della Conferenza di Servizio decisoria e in quella sede sarà chiamato a dare il suo assenso definitivo all’Accordo di Programma e proporre eventuali emendamenti e modiche alla luce di dubbi e perplessità che sono già emerse in seno alla commissione che presiedo e durante l’ultima seduta del consiglio comunale».

La questione principale che dovrà affrontare il consiglio comunale sarà l’esame dei contenuti del contratto con cui il Comune cederà i terreni di sua proprietà (circa 20 ettari occupati dal nuovo scalo ferroviario del porto che dovrebbe essere spostato) compresi nell’area che dovrebbe occupare il Palais Lumière, tra via dei Pili e via Fratelli Bandiera. «La conferenza di servizio, per la quale il consiglio comunale ha dato mandato al sindaco di partecipare», spiega ancora Capogrosso, «dovrà sancire costi economici, modi e termini con i quali si intende compensare e garantire la cessione delle aree di proprietà comunale a Pierre Cardin. Ciò potrà avvenire attraverso la semplice vendita delle aree ancora da bonificare a prezzi di mercato, compensati in parte o totalmente da opere di interesse pubblico, come interventi sulla viabilità o altro».

Del resto nella riunione della Commissione urbanistica del 13 agosto molti consiglieri comunali si sono chiesti: «Ma cosa faranno i lavoratori occupati nel cantiere quando la torre sarà completata? E che fine faranno, nelle vicine aree dove sono previsti il Vega 2, 3 e 4, la Fincantieri, il Porto e le altre attività industriali esistenti? E cosa faremo se i lavori si interrompono per la perdurante e grave crisi immobiliare che già ha fermato le torri dell’ex Umberto I?».

Gianni Favarato

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Nuova Venezia – Fincantieri condannata a risarcire

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30

ago

2012

TRIBUNALE DEL LAVORO

Elettricista morto nel 2008 per l’amianto: ai familiari 103 mila euro

MARGHERA. Un risarcimento per danno non patrimoniale (biologico) di 103 mila euro. È questa la somma che Fincantieri dovrà versare alla famiglia di Gianni Mestriner, operaio veneziano morto nel 2008 per mesotelioma pleurico, dopo aver lavorato 14 anni come elettricista all’interno delle navi costruite a porto Marghera. Così, mentre la Cassazione conferma le condanne ai dirigenti di Breda (poi Fincantieri) ritenuti consapevoli dei danni provocati dall’amianto, un’altra famiglia trova parziale conforto in una sentenza, quella del Tribunale di Venezia, che non lascia spazi a interpretazioni. La battaglia della famiglia di Gianni Mestriner non finisce comunque qui, come conferma l’avvocato mestrino Andrea Righi: «Il Tribunale del lavoro», spiega, «ha confermato in toto la responsabilità dell’azienda nel decesso del lavoratore. E questo naturalmente, ci dà grande soddisfazione. Per la ulteriore liquidazione dei danni a favore degli eredi è in corso il giudizio civile instaurato a seguito dello stralcio disposto dal Giudice del lavoro».

Gli oltre 100 mila euro, insomma, rappresentano solo una parte, ovvero il danno non patrimoniale, di quanto richiesto dalla famiglia a Fincantieri: in totale l’indennizzo invocato ammonta ad alcune centinaia di migliaia di euro. La storia di Mestriner assomiglia a quella di altri operai morti per l’esposizione alle micidiali polveri dell’amianto. Per 14 anni ha lavorato alla Fincantieri di Porto Marghera come operaio elettricista. Quasi tutti i giorni ha respirato eternit senza alcuna protezione, intervenendo all’interno delle navi per controllare e sistemare le apparecchiature elettriche. A ottobre 2007 i primi sintomi della malattia, diagnosticata un mese dopo. Un anno dopo l’elettricista veneziano è morto e, a 5 anni di distanza, il Tribunale del lavoro ha riconosciuto le colpe di Fincantieri in quel decesso per quanto riguarda i danni biologici; in sede civile è stato richiesto il risarcimento dei danni morali patiti dalle eredi superstiti.

Gianluca Codognato

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LE MOTIVAZIONI DELLA  CASSAZIONE

Ora non ci sono più dubbi, i dirigenti che si sono succeduti, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, al comando dei cantieri navali Breda di Porto Marghera, poi acquisiti da Fincantieri, sapevano della pericolosità mortale delle fibre d’amianto che si respiravano negli ambienti di lavoro e non hanno fatto il necessario per tutelare la salute dei loro dipendenti e perfino di alcune loro mogli che, per anni, hanno lavato e stirato le tute da lavoro dei loro mariti, respirando anch’esse le fibre killer. La Corte di Cassazione, infatti, ha reso note ieri le motivazioni della sentenza con cui, il 24 maggio scorso, ha respinto i ricorsi degli ex dirigenti della società navale contro la sentenza della Corte d’Appello di Venezia del gennaio 2011 che aveva riconosciuto profili di colpa nei loro confronti per non aver tutelato gli operai sui propri cantieri di Porto Marghera che costruiscono navi da crociera. Undici di loro, e tre loro mogli, erano poi morti a causa dell’inalazione di fibre di amianto.            Per gli ex direttori dei cantieri, Rinaldo Gastaldi, Corrado Antonini, Enrico Bocchini, Antonino Cipponeri, accusati di «omicidio colposo plurimo e omissione di cautele utili ad evitare le malattie professionali», sono state confermate sia le condanne da 2 a 3 anni e mezzo di carcere, con i benefici di legge, sia i risarcimenti a Regione, Inail (perchè «costretta a versare per legge a causa delle morti insorte per malattia professionale»), sindacati (Fiom-Cgil e Fim-Cisl) e alcune associazioni ambientaliste (Medicina Democratica, Associazione Esposti Amianto)che si erano costituite parte civile al processo iniziato nel 2005 dall’ex pm Felice Casson e portato a conclusione dal pm Gianni Pipeschi. La suprema Corte con la sua sentenza pone fine ai tre gradi di giudizio, senza risparmiare un duro atto d’accusa nei confronti degli ex dirigenti.            «L’amianto era talmente diffuso in Fincantieri«» scrive la Corte «da non potersi considerare la sua pericolosità per la salute dei lavoratori questione alla quale taluno degli imputati in responsabilità poteva dirsi estraneo, perché investito di un livello di vigilanza di più generale profilo. Né alcuno di loro può pretendere di andare esente da responsabilità assumendo di avere versato in stato di ignoranza».         «L’esercizio di attività lavorativa pericolosa», aggiungono i giudici «avrebbe imposto all’imprenditore l’approntamento di ogni possibile cautela, dalla più semplice e intuitiva alle più complesse e sofisticate, secondo quel che la scienza e la tecnica consigliavano. Non solo nulla di tutto questo venne fatto ma, al contrario, emerge dall’istruttoria una grossolana indifferenza degli imputati di fronte all’inalazione delle polveri tossiche».       Gianni Favarato

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Nuova Venezia – La green economy e’ gia’ realta’

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29

ago

2012

Progetti per Marghera e Certosa. E la Biennale punta sul fotovoltaico

Green economy. Anzi, green factory, una fabbrica ecologica che trasformi in ricchezza quello che oggi è visto come rifiuto costoso e inquinante. Parte da Marghera la nuova politica per il «recupero sostenibile» delle zone industriali. «Venezia diventa punto di riferimento per una nuova tecnologìa pulita», dice il sindaco Giorgio Orsoni. Nei giorni in cui si parla dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto, il tema è più che mai di attualità. Il ministero per l’Ambiente ha messo a disposizione 9 milioni di euro per l’avvio in partnership con i privati, di progetti pilota nel campo dell’energìa. A Marghera il progetto si chiama «Ecodistretto», Comune e ministero per l’Ambiente, in base all’accordo del 29 dicembre 2010, lo stanno portando avanti con Veritas. «In questo modo non useremo più le discariche», dice l’amministratore delegato Andrea Razzini. «I rifiuti da problema e costo diventano opportunità e risorsa», dice l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin. Dunque, produzioni con materiali riciclati e compost utilizzato per far funzionare le centrali elettriche, campi fotovoltaici e una centrale a biomassa da 0,6 megawatt. Ma anche edifici ecocompatibili e «autosufficienza energetica». «Un nuovo modello che va esportato», dice con una punta di orgoglio l’assessore alle Attività produttive Antonio Paruzzolo, «e soprattutto una svolta: rendendo possibili queste cose contiamo di attirare investitori italiani ed esteri». Solo a Marghera i benefici ambientali prodotti dagli interventi dell’Ecodistretto riguardano una produzione di energìa di 7300 megawatt l’anno da fonti rinnovabili con un abbattimento di emissioni di Co2 di circa 3800 tonnellate l’anno.             Il secondo progetto pilota è quello dell’isola della Certosa. Anche qui partner privato (Vento di Venezia) pannelli solari e riciclo di materiali, uso del legno per alimentare una centrale a biomassa – anche se per questo occorre modificare la Legge Speciale, che nel 1973 vietava l’emissione di fumi da legna nel territorio veneziano. «Ci si può pensare», ha detto Clini all’amministratore della Certosa, Alberto Sonino, «dopo quarant’anni le tecnologìe sono cambiate, le leggi vanno aggiornate».           Anche la bonifica avrà nuove regole, come previsto dall’accordo di aprile 2012. Le aree riutilizzate a fini industriali andranno isolate e conterminate e non più bonificate, con tempi e costi minori.           Ieri a Ca’ Farsetti anche il presidente della Biennale Paolo Baratta ha portato il suo contributo alla Green economy. Illustrando uno studio con progetti per il risparmio energetico nelle sedi della Biennale: Giardini, Arsenale, Lido. Un nuovo impianto fotovoltaico sui tetti del palazzo del Cinema ex Casinò potrà produrre 230 kilowatt, un impianto al Padiglione Centrale dei Giardini altri 210. mentre un nuovo «scambiatore con acqua di laguna» nella Sala d’Armi all’Arsenale garantirà un sensibile risparmio di energìa. Il costo dei due impianti fotovoltaici sarà di circa 800 mila euro l’uno. «Si pagherà in 4 anni», dice Baratta.(a.v.)

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L’Arpav: «Nessun pericolo». Bettin: «Le aziende mettono nel panico la città» Molte chiamate ai vigili, il cattivo odore viene dalle alghe in decomposizione

MARGHERA. «Non ci sono evidenze significative di gas associabili alle emissioni delle torce del cracking di Versalis spa», entrate in funzione l’altro ieri per un ennesimo disservizio verificatosi durante il cambio di un compressore. È questo il responso delle analisi dei campioni di aria prelevati dai tecnici dell’Arpav – nella zona adiacente al parco Panorama e al cimitero di Marghera – in concomitanza con l’attivazione delle torce di Versalis, la società dell’Eni che traforma la virgin-nafta in “olefine”(etilene, propilene e altri derivati) vendute sul mercato o inviate, via pipe-line, ai petrolchimici emiliani. A diluire i fumi emessi dalle due torce ci ha pensato la brezza sostenuta che spirava in quel momento da Sudest. Le analisi dei campioni d’aria eseguite dall’Arpav hanno anche stabilito che il forte odore di zolfo, percepito da molti cittadini di Marghera, in concomitanza con l’attivazione delle torce del cracking «non ha alcuna relazione con i gas emessi dall’impianto di Versalis, ma è collegabile ai processi di decomposizione causati dall’eccezionale caldo di questi giorni di alghe e altro materiale organica in laguna».           Dunque, non c’è stato alcun rischio sanitario per le fumate nere che l’altro ieri hanno preoccupato non poco i tanti cittadini che le hanno visto alzarsi dal Petrolchimico anche ieri, esattamente dieci giorni (il 13 agosto scorso) dopo il disservizio verificatosi durante il primo tentativo di cambio dello stesso compressore P201 che ha costretto i tecnici dell’impianto di Versalis a inviare in torcia i gas in circolazione nell’impianto. Gas che però, anche in quell’occasione, non sono stati bruciati in modo ottimale a causa – secondo la società dell’Eni – del temporaneo blocco della fornitura di vapore ad alta pressione (utilizzato per diluire i gas e ottimizzare la loro combustione) da parte della vicina centrale termoelettrica di Edison spa. Ques’ultima, però, ha smentito qualsiasi blocco delle forniture di vapore proprio il 13 agosto scorso, malgrado nella relazione presentata ai vigili del fuoco abbia ammesso un blocco delle forniture di vapore a causa di un suo «fuori servizio» tecnico. La fumata nera dell’altro ieri pomeriggio, invece, è stata provocata da una cattiva miscelazione dei gas e del vapore che affluiscono in torcia. Una fumata di non più di 10 minuti – secondo quanto comunicato da Versalis alla Protezione Civile – durante i quali sono state scaricate in atmosfera 225 tonnellate di gas, in prevalenza di etilene e propilene. Più consistente e lunga è stata la fumata del 13 agosto scorso, durata complessivamente quasi un’ora, e visibile oltre che da Mestre e Marghera, anche dal Lido, da Venezia e perfino da Mogliano e Padova, come dimostrano le centinaia di telefonate arrivate alla nostra redazione e ai centralini di Arpav e Vigli del Fuoco. Non a caso, da anni è in vigore un apposito protocollo di emergenza, sottoscritto in prefettura, che prevede l’obbligo da parte delle aziende chimiche di comunicare immediatamente qualsiasi disservizio o incidente con l’utilizzo delle torce che, seppure non presenta rischi sanitari, è visibile all’esterno degli stabilimenti. «Quello che sconcerta e preoccupa», commenta l’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, «è che Porto Marghera è sotto gli occhi di tutti e due importanti aziende, Eni ed Edison, non rispettano i protocolli di comunicazione, mettendo così in panico la città. Tutto ciò è inacettabile!»             Gianni Favarato

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La Municipalità di Marghera riprende le attività istituzionali dopo una pausa di circa un mese.
Domani, mercoledì 22 agosto, alle 18, infatti, è convocata in una sala al secondo piano del Municipio, una seduta della prima commissione municipale Gestione del Territorio e Lavori Pubblici che dovrà prendere in esame l’accordo di programma per l’adeguamento della destinazione urbanistica del terminal autostrada del mare e, nello specifico, la piattaforma logistica Fusina.  Accordo che rientra nell’ambito del progetto di riqualificazione ambientale del «Vallone Moranzani».

Attraverso la piattaforma logistica Fusina, commissionata dall’Autorità Portuale di Venezia e in corso di realizzazione da una cordata di imprese di cui è capofila Thetis, si punta a sviluppare, nell’area ex-Alumix, le infrastrutture destinate ad accogliere i traffici di cabotaggio nazionale ed internazionale.

Nell’ambito della progettazione, risultano già attuati il piano di caratterizzazione ambientale dell’area e la relazione di screening della valutazione di impatto ambientale.

Giovedì 23 agosto, sempre alle 18, la stessa commissione analizzerà i servizi invernali dell’Actv per tentare di capire se l’orario invernale dei pullman risponda o meno alle esigenze dell’utenza.

 

MARGHERA

Torce accese, verifiche in corso all’impianto Versalis

Milleduecento tonnellate di etilene e metano sono state bruciate lunedì nelle torce di sicurezza del Petrolchimico di Marghera. La quantità dei gas bruciati, che hanno provocato una nuvola di fumo nel cielo della zona industriale, rientra tra le informazioni fornite da Versalis. La società, che gestisce la produzione e la commercializzazione dei prodotti petrolchimici per conto di Eni, infatti, ha inoltrato un comunicato all’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra) di Roma, all’Arpav e alla Direzione ambiente del Comune. «Alle 15,30 circa si è verificata l’attivazione delle torce di sicurezza B601 e 601/A. L’attivazione – scrive Versalis – non è stata conseguenza di situazioni di emergenza dell’impianto ma è avvenuta durante le operazioni pianificate del cambio del compressore di processo P 201 in sostituzione del compressore P 285». Operazioni che Versalis dichiara di aver comunicato agli enti preposti in anticipo. «In concomitanza con l’attivazione delle torce, a causa di un blocco temporaneo dell’erogazione di vapore da parte di Società terza, nelle primissime fasi di attivazione, si è determinata una combustione non completamente smokeless (senza fumo, ndr). Ripristinata dopo poco l’erogazione del vapore – si legge, ancora, nella nota – la combustione è sempre avvenuta in condizioni smokeless per tutta la durata dell’evento. Il disallineamento delle reti vapore ha, tuttavia, comportato uno squilibrio agli assetti dell’impianto e, quindi, il protrarsi della fase di ripristino delle normali condizioni di esercizio, durata complessivamente 50 ore circa». La stessa società dichiara che sono in corso verifiche con la Società terza per capire cosa abbia causato la temporanea mancanza di fornitura di vapore. Giacinta Gimma

 

 

Passeranno fino a 50 convogli al giorno, benefici immediati anche per gli interporti di Padova e Verona. Investimento da 12,2 milioni di euro. Ma adesso occorre rimediare al “collo di bottiglia” di Mestre.

MESTRE. Da poco più di 40 treni merci in una settimana a 50 al giorno, lunghi 700 metri, come vuole l’Unione Europea per i “corridoi” di grande traffico. Il salto epocale nel traffico l merci nella zona portuale di Venezia che avrà un beneficio immediato anche per gli Interporti di Padova e Verona, è stato assicurato ieri dall’amministratore delegato di Rfi, Mario Elia e il presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, Paolo Costa nel corso dell’inaugurazione del nuovo e più ampio scalo ferroviario di Marghera (frutto dell’Accordo Quadro tra Regione Veneto, comune di Venezia, Porto e Rete Ferroviaria Italiana spa ) realizzato grazie ad un investimento di 12,2 milioni di euro e cofinanziato con 900 mila euro dall’Unione Europea attraverso il programma Trans European Transport Network.

Con l’intervento, durato 3 anni sono stati realizzati sette nuovi binari, tre dei quali elettrificati, più un ulteriore ottavo binario a servizio dell’isola portuale e di due tronchini per il ricovero dei locomotori.

Elia ha spiegato che

«il raddoppio del parco ferroviario ha consentito di attivare già Fs-Cargo per mettere a punto un nuovo sistema di collegamenti via treno che metta in relazione diretta il Porto di Venezia con i due principali Interporti veneti: Padova e Verona».

Si ipotizzano tre treni a settimana tra Padova e Venezia e una navetta settimanale per Verona che dovranno essere messi a punto entro settembre con il raggiungimento dei nuovi pescaggi nei canali portuali e quindi con l’arrivo di navi porta-container più grandi.

Resta il problema del “collo di bottiglia” della stazione ferroviaria di Mestre, il cui ampliamento (utilizzando i Bivi) è in fase di discussione e progettazione. Luigi Brugnaro, presidente di Confindustria veneziana, ha fatto notare che ora bisogna mettere a punto un «piano strategico di rafforzamento delle linee ferroviarie per renderle capaci di gestire sia il traffico merci che i treni passeggeri ad alta frequenza».

La Filt-Cgil veneta ha boicottato la cerimonia sostenendo in un comunicato che «in realtà Fs-Cargo chiude e cede ogni giorno scali, tratte, contratti, nonostante i piani strategici dei trasporti su rotaia oggi su ferrovia viaggia meno del 6% delle merci» .

Ieri Paolo Costa (la cui conferma per il secondo mandato di presidenza del Porto sembra scontata) ha anche annunciato che per quanto riguarda

il progetto di realizzazione dello scalo offshore in Adriatico «siamo all’ultimo passaggio amministrativo in quanto è proprio in questi giorni al Cipe e poi si passerà alla grande sfida di trovare soggetti disposti a costruire in finanza di progetto».

Gianni Favarato

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