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Nuova Venezia – “Amianto, troppe le inchieste dormienti”

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14

set

2012

Approvata in senato mozione di Casson che esorta le Procure a indagare sulle vittime delle fibre killer

MARGHERA. I fascicoli “dormienti” delle indagini sulle vittime delle fibre-killer di amianto e le responsabilità delle aziende che non hanno fatto nulla per evitarlo, debbono esse riaperti dalle Procura della Procura delle Repubblica, in particolare quelle del Veneto e di Venezia per il polo industriale di Marghera e il Porto sui quali ci sono molte inchieste aperte da anni ma mai concluse. Ad esortare la magistratura a dar seguito alle inchieste sui lavoratori malati o morti per l’esposizione all’amianto nei luoghi di lavoro e non solo, è una mozione – presentata dal senatore Felice Casson – votata ieri in aula al Senato quasi all’unanimità. Nella mozione si impegna il Governo a: «verificare quante denunce e segnalazioni di qualsiasi genere, ma attinenti ad esposizioni ad amianto e a patologie asbesto-correlate, siano pervenute a tutte le singole Procure della Repubblica italiana, dall’anno 2000 ad oggi e determinare per ogni singolo ufficio giudiziario quante ne siano state archiviate siano ancora pendenti o siano state concluse con passaggio del fascicolo al Gip e quante di queste ultime si siano già concluse con sentenze di primo o di secondo grado, ovvero siano divenute definitive».

«Sulla tutela della salute dall’amianto qualcosa si muove, ma bisogna proseguire con più decisione» ha detto ieri l’ex pm Felice Casson intervenendo in Senato sulla mozione «è positivo che la sensibilità del ministro della Salute dopo le tante sollecitazioni abbia fissato per novembre prossimo a Venezia la Conferenza nazionale sulle patologie asbesto correlate, ma c’è un numero elevato di indagini, di inchieste presso le varie procure della Repubblica e i vari uffici giudiziari, che sono praticamente completamente fermi in maniera vergognosa ed indecorosa. Per di più, con il rischio di continue e inaccettabili prescrizioni». «Come se non bastasse» ha aggiunto Casson «Rimangono tuttora irrisolte questioni fondamentali sui quali il governo si è in più occasioni impegnato tra cui la modifica della normativa per fare in modo che tutte le vittime che, a causa del lavoro o per questioni ambientali, erano state toccate da patologie asbesto-correlate possano ottenere i benefìci previsti dalla legge. Questo riguarda non soltanto i lavoratori ma, ad esempio, anche il personale militare e le donne. Un provvedimento per altro già coperto finanziariamente dal 2007 dal governo Prodi».

Gianni Favarato

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Gazzettino – “La Regione dica no ai rifiuti di Mantovani”

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14

set

2012

Assessore e consiglieri comunali contro Alles 

Il potenziamento dell’impianto Alles del gruppo Mantovani non deve passare. Lo hanno ribadito ieri l’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, che accusa i commissari regionali della Via di aver violentato la normativa comunale urbanistica vigente, e Giuseppe Caccia con Camilla Seibezzi della lista “In Comune”, che hanno presentato un ordine del giorno in Consiglio comunale.

I due chiedono alla Giunta regionale di «non recepire il parere positivo della Commissione tecnica V.I.A., e di negare qualsiasi autorizzazione al potenziamento dell’impianto di ricondizionamento di rifiuti speciali anche pericolosi di Alles Spa», e impegnano «il Sindaco e la Giunta comunale a contrastare in ogni sede, a partire dal ricorso al Tar, la realizzazione di tale progetto».

Non si tratta di negare un eventuale contributo degli impianti di Marghera per risolvere possibili crisi (come è avvenuto con lo smaltimento dei residui dell’alluvione dello scorso autunno, o come si potrebbe fare con materiali come quelli della Nuova Esa), dice Bettin «ma di evitare che Porto Marghera venga di nuovo inchiodata al ruolo di pattumiera globale dei rifiuti tossici e nocivi».
Caccia e Seibezzi rincarano la dose sostenendo che,

«con ogni evidenza, il progetto di potenziamento dell’impianto di Alles si inserisce in un più ampio disegno finalizzato allo sviluppo dell’intera filiera produttiva per lo stoccaggio, il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi, provenienti da tutto il territorio del Veneto e non solo». Questo mentre, invece, la stessa Regione predica «la bonifica e la riconversione di Porto Marghera».

(e.t.)

 

Gazzettino – Primo via libera per i rifiuti Alles

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13

set

2012

MARGHERA – La commissione tecnica regionale ha approvato il progetto di potenziamento dell’impianto

Gli ambientalisti pronti ad una nuova mobilitazione, l’assessore Bettin annuncia ricorso al Tar

Che la commissione regionale Via desse un parere favorevole al potenziamento dell’impianto di Alles a Fusina era abbastanza scontato ma che, invece di limitarsi a considerazioni e prescrizioni tecniche, si addentrasse in questioni politiche questo proprio non era prevedibile. E per gli ambientalisti di Marghera è «una decisione dove pesano pressioni e ingerenze della Giunta regionale». Per questo annunciano la ripresa della mobilitazione generale che, in occasione dell’esame di un altro progetto, quello dell’inceneritore Sg31, aveva portato tempo fa ad organizzare pure cortei acquei fino alla sede della Regione.
Anche l’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, è preoccupato e annuncia che, assieme alla Provincia, il Comune farà tutto ciò che è in suo potere per evitare l’ampliamento di quell’impianto, compreso un ricorso al Tar, perché il rischio è di aprire la strada alla trasformazione di buona parte di Porto Marghera in un’immensa pattumiera con rifiuti provenienti da ogni parte d’Italia.

Gli ambientalisti dell’Assemblea permanente contro il pericolo chimico sostengono che il progetto Alles comporterebbe ricevere a Fusina «70 diverse tipologie di rifiuto, incluse varie tossico-nocive (contro le 20 attuali), con il raddoppio dei seimila metri cubi autorizzati oggi per arrivare a 12 mila, e portando i flussi giornalieri da quasi 700 tonnellate a oltre mille: più di 300.000 tonnellate annue da stoccare e trattare, rifiuti in arrivo da terra e dal mare con aumento del traffico di camion e navi».

Bettin afferma che i tecnici provinciali e comunali «hanno ribadito il parere contrario espresso dalle due Istituzioni ma la Regione, in commissione, conta tanti voti quanti sono i tecnici regionali, ossia una dozzina. Quindi non c’è stata partita ma una forzatura autoritaria e violenta».
La settimana prossima i commissari regionali torneranno a riunirsi per approvare verbale della seduta di ieri e poi lo invieranno alla Giunta regionale che dovrà decidere definitivamente. La posizione politica espressa da quei commissari starebbe nel fatto che hanno respinto l’obiezione comunale e provinciale sull’incompatibilità dell’impianto con i piani urbanistici sostenendo, invece, la pubblica utilità dell’opera e quindi preparando la strada a una Variante urbanistica regionale che annulla i piani comunali.

 

MARGHERA. Parere favorevole con prescrizioni. È il “verdetto”della Commissione regionale per la valutazione dell’impatto ambientale (Via) che ieri ha esaminato il progetto di “revamping” dello stabilimento di Alles spa (del potente e onnipresente gruppo Mantovani-Baita) che chiede di trattare una quantità e una tipologia maggiore di fanghi e rifiuti speciali e pericolosi, provenienti anche da fuori provincia e regione. Il parere positivo espresso dai membri della Commissione (di nomina esclusivamente regionale) va nella direzione opposta rispetto al parere negativo formulato sia dal Comune che dalla Provincia di Venezia, dopo una approfondita discussione in commissione e in consiglio, per la dichiarata «incompatibilità ambientale e urbanistica» del progetto di Alles. Per l’assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, si tratta di una «decisione inaccettabile che mortifica le amministrazioni comunale e provinciale che in commissione hanno solo due rappresentanti a fronte dei dodici di esclusiva nomina regionale».

«Si tratta di una violenza istituzionale che snobba il parere delle altri istituzioni pubbliche e dei cittadini» aggiunge, senza mezzi termini, Gianfranco Bettin «per questo, se la Giunta regionale ribadirà il parere positivo e Zaia firmerà il decreto che autorizzerà Alles a trattare ancora più rifiuti pericolosi, prodotti chi sa dove, in un territorio già provato come Marghera, presenteremo un ricorso al Tribunale amministrativo regionale sostenendo che oltre all’incompatibilità ambientale, il via libera al revamping degli impianti di Alles dato dalla Regione è, di fatto, una variante al piano regolatore generale di Venezia in palese contrasto con il piano urbanistico adottato dal Comune».

Contrariato dalla decisione della Commissione Via anche l’assessore provinciale all’Ambiente, Paolo Dalla Vecchia che ricorda il parere negativo già espresso dal consiglio provinciale con un voto trasversale e commenta: «A questo punto, mi domando che senso abbia chiedere anche alla Provincia di approfondire se ci sono o meno le compatibilità ambientali di un progetto sul territorio in cui si vuole realizzare, se poi il parere della Provincia, alla stregua di quello analogo espresso dal Comune sulla compatibilità urbanistica, vale quanto i due di coppe in una partita di briscola».

Immediata e rabbiosa anche la reazione dell’Assemblea Permanente contro il Rischio Chimico di Marghera, che annuncia una «immediata mobilitazione dei cittadini contro il parere positivo al progetto di Alles che premia gli interessi di pochi affaristi senza scrupoli e ignora quelli dei cittadini e di un territorio, come quello di Marghera che ha sì bisogno di sviluppo, ma uno sviluppo finalmente compatibile e non con progetti come questo che bloccano la trasformazione che si sta lentamente delineando tramite progetti di bonifica, di risanamento, di riconversione verso produzioni pulite ed attività economiche sostenibili. Per questo ci opporremo come abbiamo già fatto con altri progetti che pretendono di fare di Marghera la pattumiera di immani quantità di rifiuti pericolosi e nocivi provenienti da chissà dove e oltre tutto causerà flussi giornalieri di centinaia di migliaia tonnellate di fanghi inquinati in arrivo da terra e dal mare con notevole aumento del traffico di camion e navi».

Gianni Favarato

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200 mila tonnellate all’anno da trattare

Sono sessanta le tipolgie di fanghi e rifiuti speciali e pericolosi che Alles spa intende trattare negli impianti in via dell’Elettronica a Marghera, accanto al Vallone Moranzani. Il progetto esaminato ieri dalla Commissione Via era stato presentato per la prima volta da Alles spa nel 2009 ma alla fine del 2011 è stato riformulato con una riduzione delle tipologie di rifiuti pericolosi (da 120 a 60) e delle quantità da trattare passate da 230.000 a 200.000 mila tonnellate annue.

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A Marghera torna la paura per l’arrivo di nuovi rifiuti

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12

set

2012

ALLES IN REGIONE

I COMITATI  «Si rischia di creare un polo per i veleni da tutta Italia»

Ogni volta che si riunisce la Commissione regionale è come se una vecchia ferita di guerra si riaprisse. Questa mattina il progetto di Alles per aumentare la quantità e le tipologie di rifiuti da trattare a Malcontenta (nel piccolo impianto che fino ad oggi è servito solo per trattare i fanghi scavati dai canali industriali) tornerà sui banchi della commissione per la Valutazione di impatto ambientale (Via). Si tratta del prosieguo dell’esame tecnico del progetto, e la decisione definitiva spetterà alla Giunta regionale, ma l’Assemblea permanente contro il rischio chimico si è già mobilitata, perché «se passasse questo progetto Marghera rischierebbe di diventare la pattumiera d’Italia, bloccando la trasformazione della vecchia zona industriale in un posto dove le produzioni inquinanti sono bandite».
Quelli dell’Assemblea ricordano che «il nostro territorio ha già pagato e sta ancora pagando un tributo altissimo in termini di malattie da inquinamento legate alle produzioni vecchie e nuove di Porto Marghera. È ora di dire basta».
Dal punto di vista politico il Comune e la Provincia di Venezia hanno già bocciato il progetto, anche con una votazione dei rispettivi Consigli. Lo stesso assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin, ha più volte detto che «se passasse un progetto del genere rischieremmo di aprire la strada alla trasformazione di Porto Marghera in un polo globale di smaltimento dei rifiuti provenienti da tutta Italia».

Il progetto di Alles prevede il potenziamento dell’impianto in banchina su via dell’Elettronica «con l’obiettivo di aumentare i 20 tipi di rifiuti speciali, consentiti dall’attuale Autorizzazione al funzionamento, a 70 diverse tipologie di rifiuto, incluse varie tossico-nocive – sostengono gli attivisti dell’Assemblea permanente -. Si prevede il raddoppio dei seimila metri cubi autorizzati oggi per arrivare a 12.000 metri cubi, portando i flussi giornalieri da quasi 700 tonnellate a oltre mille: più di 300.000 tonnellate annue da stoccare e trattare, rifiuti in arrivo da terra e dal mare con aumento del traffico di camion e navi».

Tutto questo ad opera di Alles, che sta per Azienda Lavori Lagunari Escavo e Smaltimenti, controllata dalla Mantovani SpA. (e.t.)

 

LA LETTERA

La strana presenza del ministro Corrado Clini all’allucinante evento organizzato a Porto Marghera per pubblicizzare la cosiddetta Torre Cardin, rappresenta una scorciatoia verso un modo di fare politica e di ciò che s’intende ancora per senso dello Stato che va oltre l’inverosimile. E tutto questo ad un punto tale da diffondere, dentro e fuori quell’evento assolutamente privato, una babelica oscurità, rendendo indistinguibili i doveri e i limiti propri di un così alto ruolo istituzionale, qual è quello ricoperto da chi agisce con la responsabilità di un ministro. Non è questa l’occasione per richiamare all’attenzione le molte autorevoli proteste sollevate contro la cosiddetta Torre Cardin da noti e stimati architetti e intellettuali, nonché dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido e da Italia Nostra. Ciò che conta è la dolorosa sorpresa causata da un Ministro dell’Ambiente che, nel “fare pressing” sull’Enac affinché questo si sbrighi nel dire se quel Coso alto ben più di 250 metri possa rappresentare un pericolo per i voli da e per l’aeroporto intercontinentale di Tessera, indossa i panni, imprudentemente, di una sorta di promotore immobiliare. Mi auguro sinceramente che il ministro Clini non abbia in realtà fatto alcun pressing, né abbia per davvero “spinto” a favore della Torre Cardin, al contrario di come narrano le cronache giornalistiche.
E a proposito di ambiente, il Ministro dell’Ambiente, ma che lo è anche della Tutela del Territorio e del Mare, invece di dare per scontato il parere dell’Enac, potrebbe informarsi piuttosto su a che punto stanno le procedure richieste dal Coordinamento delle Associazioni Ambientaliste del Lido interessato a sapere se il progetto Cardin vada sottoposto o meno a VIA e VAS. Per concludere, qui c’è chi pensa che la “tutela di Venezia non giunga a Marghera”. Eccome se vi giunge e lo si vedrà ben presto. Ma c’è anche chi parla di “sviluppo sostenibile” a proposito della cosiddetta Torre Cardin e tra questi sembra esserci Corrado Clini. Uno “sviluppo”, in questo caso, tutto declinato secondo l’inciviltà e gli interessi di una ancor più incontrollabile e perenne alluvione turistica. Ma, Signor Ministro, cosa c’è di “sostenibile” in una Venezia devastata da un turismo apocalittico e che sarebbe reso sempre più apocalittico da “sviluppi” modellati sull’immaginata Cardinia? Dunque, è assai preoccupante che il nostro Ministro dell’Ambiente pubblicizzi entusiasticamente un progetto privato, immobiliare e commerciale al contempo. E questo prima che lo “show room del fare” abbia percorso tutte le tappe autorizzative previste nel caso di colossali opere destinate, se costruite, a modificare definitivamente l’immagine e il senso stesso di Venezia e della sua laguna. Evidentemente non è bastato il dover sopportare quanto è accaduto con l’ex Nuovo Palazzo del Cinema. E lo dice uno, cioè il sottoscritto, che quel progetto aveva sostenuto.
Franco Miracco
Consigliere del Ministro
per i Beni Culturali e Ambientali

 

Va garantito il collegamento ferroviario con il porto.

L’Unesco avverte: «È a rischio la nostra tutela di Venezia»

Ci sono anche i treni – e non soltanto gli aerei del vicino aeroporto di Tessera – sulla strada della realizzazione del mega Palais Lumière di Pierre Cardin. Un ostacolo non da poco, perché il sedime su cui dovrebbe sorgere la torre più alta del Veneto è oggi occupato dal fascio dei binari ferroviari diretti al Porto. Collegamento essenziale per la vita di uno scalo che ha progetti ambiziosi per il futuro. Come si potranno realizzare le grandi fondamenta del grattacielo senza interrompere la via di comunicazione vitale per il porto? «La soluzione è stata trovata, anzi dovrà essere trovata», dice il presidente dell’Autorità portuale Paolo Costa, «perché l’accordo di programma prevede come operazione preliminare alla costruzione proprio lo spostamento dei binari ferroviari». Un’opera piuttosto impegnativa, del costo di 350 milioni di euro, che porterà via qualche anno. Ma i progettisti e lo stesso Cardin hanno annunciato l’altro giorno a Marghera, davanti a mille invitati, che il grattacielo sarà pronto per l’Expo del 2015. Coro di consensi dalle autorità, con il presidente della Regione Luca Zaia che paragona il sarto veneto addirittura a «Lorenzo il Magnifico». Il sindaco Orsoni più che possibilista, il ministro per l’Ambiente Corrado Clini, che promette «procedure accelerate» per le bonifiche.

Ma tra la terra e il cielo ci sono di mezzo i binari. E non è ancora sciolto il nodo del traffico aereo con l’Enac, l’Ente per l’aviazione civile, che ha sollevato pesanti perplessità sul fatto che proprio sulla direttrice di atterraggio degli aerei sia costruita una grande torre alta due volte e mezza il campanile di San Marco.

Dubbi vengono rilanciati anche dall’Unesco. «Con queste opere Venezia rischia di essere cancellata dai siti Unesco di Patrimonio dell’Umanità», dice la presidente della sezione veneziana Lidia Fersuoch. E il responsabile europeo dell’associazione per la tutela del patrimonio artistico, Francesco Bandarin avrebbe confidato ai suoi amici veneziani lo «stupore» per un progetto che viene dato per già approvato quando non è ancora stato sottoposto all’esame degli organismi di tutela. Il richiamo è forte. Cardin, ultranovantenne, ha deciso di lasciare «un segno» sul territorio veneto. E ha scelto una torre da tre miliardi di euro, con uffici, hotel, teatri e negozi, promettendo 6 mila nuovi posti lavoro. Il progetto è dell’architetto Dario Lugato e dello studio Altieri di Lia Sartori, europarlamentare socialista. Intorno alla megatorre sale l’entusiasmo delle istituzioni, soprattutto di ex socialisti (come il vicepresidente della Regione Renato Chisso e lo stesso ministro Corrado Clini) e leghisti come Luca Zaia e Francesca Zaccariotto. Il Consiglio regionale ha anche proposto di consegnare a Cardin il premio «leone d’oro del veneto». Spara a zero invece la Cgil: «I terreni di Porto Marghera e i grandi discorsi sulle bonifiche servono solo per operazioni speculative che nulla hanno a che vedere con l’industria, il futuro e il nostro lavoro», dice il segretario della Filctem Cgil Riccardo Coletti.

Alberto Vitucci

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Ultima parola al Consiglio

Il progetto dovrà superare i dubbi emersi in Commissione

La kermesse per la presentazione del progetto del Palais Lumière a Marghera ha fatto il pieno di autorità e consensi. Ma sulla torre da 250 metri pende ancora la decisione tecnica – per nulla scontata malgrado le rassicurazione del ministro Corrado Clini e del governatore Luca Zaia – dell’Enac nazionale che deve decidere sulla richiesta di deroga dai limiti (145 metri) degli edifici in altezza nell’area dove dovrebbe sorgere la gigantesca torre, soggetta a vincolo del vicino aeroporto Marco Polo. Se questo scoglio sarà superato, l’Accordo di programma con l’autorizzazione definitiva della Conferenza di Servizio alla realizzazione della Torre di Cardin dovrà ripassare al vaglio del consiglio comunale di Venezia che potrà comunque, alla luce dei suoi contenuti, proporre modifiche.

«Il via libera dato dal consiglio comunale tenutosi prima di Ferragosto riguarda solo la partecipazione del sindaco alla Conferenza di Servizio che dovrà dare l’autorizzazione finale e unica al progetto di Pierre Cardin», chiarisce il presidente della Commissione Urbanistica del Comune, Giampietro Caporgrosso. «Il consiglio dovrà riunirsi, come prevede la legge, entro i trenta giorni successivi al sì definitivo della Conferenza di Servizio decisoria e in quella sede sarà chiamato a dare il suo assenso definitivo all’Accordo di Programma e proporre eventuali emendamenti e modiche alla luce di dubbi e perplessità che sono già emerse in seno alla commissione che presiedo e durante l’ultima seduta del consiglio comunale».

La questione principale che dovrà affrontare il consiglio comunale sarà l’esame dei contenuti del contratto con cui il Comune cederà i terreni di sua proprietà (circa 20 ettari occupati dal nuovo scalo ferroviario del porto che dovrebbe essere spostato) compresi nell’area che dovrebbe occupare il Palais Lumière, tra via dei Pili e via Fratelli Bandiera. «La conferenza di servizio, per la quale il consiglio comunale ha dato mandato al sindaco di partecipare», spiega ancora Capogrosso, «dovrà sancire costi economici, modi e termini con i quali si intende compensare e garantire la cessione delle aree di proprietà comunale a Pierre Cardin. Ciò potrà avvenire attraverso la semplice vendita delle aree ancora da bonificare a prezzi di mercato, compensati in parte o totalmente da opere di interesse pubblico, come interventi sulla viabilità o altro».

Del resto nella riunione della Commissione urbanistica del 13 agosto molti consiglieri comunali si sono chiesti: «Ma cosa faranno i lavoratori occupati nel cantiere quando la torre sarà completata? E che fine faranno, nelle vicine aree dove sono previsti il Vega 2, 3 e 4, la Fincantieri, il Porto e le altre attività industriali esistenti? E cosa faremo se i lavori si interrompono per la perdurante e grave crisi immobiliare che già ha fermato le torri dell’ex Umberto I?».

Gianni Favarato

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Nuova Venezia – Fincantieri condannata a risarcire

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30

ago

2012

TRIBUNALE DEL LAVORO

Elettricista morto nel 2008 per l’amianto: ai familiari 103 mila euro

MARGHERA. Un risarcimento per danno non patrimoniale (biologico) di 103 mila euro. È questa la somma che Fincantieri dovrà versare alla famiglia di Gianni Mestriner, operaio veneziano morto nel 2008 per mesotelioma pleurico, dopo aver lavorato 14 anni come elettricista all’interno delle navi costruite a porto Marghera. Così, mentre la Cassazione conferma le condanne ai dirigenti di Breda (poi Fincantieri) ritenuti consapevoli dei danni provocati dall’amianto, un’altra famiglia trova parziale conforto in una sentenza, quella del Tribunale di Venezia, che non lascia spazi a interpretazioni. La battaglia della famiglia di Gianni Mestriner non finisce comunque qui, come conferma l’avvocato mestrino Andrea Righi: «Il Tribunale del lavoro», spiega, «ha confermato in toto la responsabilità dell’azienda nel decesso del lavoratore. E questo naturalmente, ci dà grande soddisfazione. Per la ulteriore liquidazione dei danni a favore degli eredi è in corso il giudizio civile instaurato a seguito dello stralcio disposto dal Giudice del lavoro».

Gli oltre 100 mila euro, insomma, rappresentano solo una parte, ovvero il danno non patrimoniale, di quanto richiesto dalla famiglia a Fincantieri: in totale l’indennizzo invocato ammonta ad alcune centinaia di migliaia di euro. La storia di Mestriner assomiglia a quella di altri operai morti per l’esposizione alle micidiali polveri dell’amianto. Per 14 anni ha lavorato alla Fincantieri di Porto Marghera come operaio elettricista. Quasi tutti i giorni ha respirato eternit senza alcuna protezione, intervenendo all’interno delle navi per controllare e sistemare le apparecchiature elettriche. A ottobre 2007 i primi sintomi della malattia, diagnosticata un mese dopo. Un anno dopo l’elettricista veneziano è morto e, a 5 anni di distanza, il Tribunale del lavoro ha riconosciuto le colpe di Fincantieri in quel decesso per quanto riguarda i danni biologici; in sede civile è stato richiesto il risarcimento dei danni morali patiti dalle eredi superstiti.

Gianluca Codognato

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LE MOTIVAZIONI DELLA  CASSAZIONE

Ora non ci sono più dubbi, i dirigenti che si sono succeduti, negli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso, al comando dei cantieri navali Breda di Porto Marghera, poi acquisiti da Fincantieri, sapevano della pericolosità mortale delle fibre d’amianto che si respiravano negli ambienti di lavoro e non hanno fatto il necessario per tutelare la salute dei loro dipendenti e perfino di alcune loro mogli che, per anni, hanno lavato e stirato le tute da lavoro dei loro mariti, respirando anch’esse le fibre killer. La Corte di Cassazione, infatti, ha reso note ieri le motivazioni della sentenza con cui, il 24 maggio scorso, ha respinto i ricorsi degli ex dirigenti della società navale contro la sentenza della Corte d’Appello di Venezia del gennaio 2011 che aveva riconosciuto profili di colpa nei loro confronti per non aver tutelato gli operai sui propri cantieri di Porto Marghera che costruiscono navi da crociera. Undici di loro, e tre loro mogli, erano poi morti a causa dell’inalazione di fibre di amianto.            Per gli ex direttori dei cantieri, Rinaldo Gastaldi, Corrado Antonini, Enrico Bocchini, Antonino Cipponeri, accusati di «omicidio colposo plurimo e omissione di cautele utili ad evitare le malattie professionali», sono state confermate sia le condanne da 2 a 3 anni e mezzo di carcere, con i benefici di legge, sia i risarcimenti a Regione, Inail (perchè «costretta a versare per legge a causa delle morti insorte per malattia professionale»), sindacati (Fiom-Cgil e Fim-Cisl) e alcune associazioni ambientaliste (Medicina Democratica, Associazione Esposti Amianto)che si erano costituite parte civile al processo iniziato nel 2005 dall’ex pm Felice Casson e portato a conclusione dal pm Gianni Pipeschi. La suprema Corte con la sua sentenza pone fine ai tre gradi di giudizio, senza risparmiare un duro atto d’accusa nei confronti degli ex dirigenti.            «L’amianto era talmente diffuso in Fincantieri«» scrive la Corte «da non potersi considerare la sua pericolosità per la salute dei lavoratori questione alla quale taluno degli imputati in responsabilità poteva dirsi estraneo, perché investito di un livello di vigilanza di più generale profilo. Né alcuno di loro può pretendere di andare esente da responsabilità assumendo di avere versato in stato di ignoranza».         «L’esercizio di attività lavorativa pericolosa», aggiungono i giudici «avrebbe imposto all’imprenditore l’approntamento di ogni possibile cautela, dalla più semplice e intuitiva alle più complesse e sofisticate, secondo quel che la scienza e la tecnica consigliavano. Non solo nulla di tutto questo venne fatto ma, al contrario, emerge dall’istruttoria una grossolana indifferenza degli imputati di fronte all’inalazione delle polveri tossiche».       Gianni Favarato

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Nuova Venezia – La green economy e’ gia’ realta’

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29

ago

2012

Progetti per Marghera e Certosa. E la Biennale punta sul fotovoltaico

Green economy. Anzi, green factory, una fabbrica ecologica che trasformi in ricchezza quello che oggi è visto come rifiuto costoso e inquinante. Parte da Marghera la nuova politica per il «recupero sostenibile» delle zone industriali. «Venezia diventa punto di riferimento per una nuova tecnologìa pulita», dice il sindaco Giorgio Orsoni. Nei giorni in cui si parla dell’inquinamento dell’Ilva di Taranto, il tema è più che mai di attualità. Il ministero per l’Ambiente ha messo a disposizione 9 milioni di euro per l’avvio in partnership con i privati, di progetti pilota nel campo dell’energìa. A Marghera il progetto si chiama «Ecodistretto», Comune e ministero per l’Ambiente, in base all’accordo del 29 dicembre 2010, lo stanno portando avanti con Veritas. «In questo modo non useremo più le discariche», dice l’amministratore delegato Andrea Razzini. «I rifiuti da problema e costo diventano opportunità e risorsa», dice l’assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin. Dunque, produzioni con materiali riciclati e compost utilizzato per far funzionare le centrali elettriche, campi fotovoltaici e una centrale a biomassa da 0,6 megawatt. Ma anche edifici ecocompatibili e «autosufficienza energetica». «Un nuovo modello che va esportato», dice con una punta di orgoglio l’assessore alle Attività produttive Antonio Paruzzolo, «e soprattutto una svolta: rendendo possibili queste cose contiamo di attirare investitori italiani ed esteri». Solo a Marghera i benefici ambientali prodotti dagli interventi dell’Ecodistretto riguardano una produzione di energìa di 7300 megawatt l’anno da fonti rinnovabili con un abbattimento di emissioni di Co2 di circa 3800 tonnellate l’anno.             Il secondo progetto pilota è quello dell’isola della Certosa. Anche qui partner privato (Vento di Venezia) pannelli solari e riciclo di materiali, uso del legno per alimentare una centrale a biomassa – anche se per questo occorre modificare la Legge Speciale, che nel 1973 vietava l’emissione di fumi da legna nel territorio veneziano. «Ci si può pensare», ha detto Clini all’amministratore della Certosa, Alberto Sonino, «dopo quarant’anni le tecnologìe sono cambiate, le leggi vanno aggiornate».           Anche la bonifica avrà nuove regole, come previsto dall’accordo di aprile 2012. Le aree riutilizzate a fini industriali andranno isolate e conterminate e non più bonificate, con tempi e costi minori.           Ieri a Ca’ Farsetti anche il presidente della Biennale Paolo Baratta ha portato il suo contributo alla Green economy. Illustrando uno studio con progetti per il risparmio energetico nelle sedi della Biennale: Giardini, Arsenale, Lido. Un nuovo impianto fotovoltaico sui tetti del palazzo del Cinema ex Casinò potrà produrre 230 kilowatt, un impianto al Padiglione Centrale dei Giardini altri 210. mentre un nuovo «scambiatore con acqua di laguna» nella Sala d’Armi all’Arsenale garantirà un sensibile risparmio di energìa. Il costo dei due impianti fotovoltaici sarà di circa 800 mila euro l’uno. «Si pagherà in 4 anni», dice Baratta.(a.v.)

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