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Nuova Venezia – Nuovo esposto sul Mose

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9

nov

2014

Ambiente Venezia ai magistrati: «Indagate sulle autorizzazioni»

Nuovo esposto sul Mose

Scandalo Mose, dopo il commissariamento del Consorzio voluto dall’anticorruzione, spunta un altro esposto. L’associazione Ambiente Venezia chiede ai magistrati di indagare sulle autorizzazioni dell’opera.

Esposto di Ambiente Venezia presentato da Armando Danella a Procura e Corte dei Conti

«Se scopriremo che le dighe mobili non funzionano, chi pagherà i danni alla collettività?»

Nuovo allarme per i magistrati «Allentati i controlli sull’opera»

VENEZIA – Un fiume di denaro alla cricca del Mose. Serviva per «allentare l’attività istituzionale di controllo, ottenere finanziamenti e provvedimenti autorizzativi necessari per la grande opera». Le accuse della Procura sono state riprese pari pari dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffale Cantone. E porteranno nei prossimi giorni al commissariamento del Mose. Ma cosa hanno prodotto quei soldi nella storia del contestato progetto? Senza la corruzione la storia sarebbe andata da un’altra parte? Se lo chiede Armando Danella, per vent’anni dirigente della legge Speciale del Comune e testimone dei passaggi chiave di approvazione delle dighe. E con l’associazione Ambiente Venezia ha presentato alla Procura e alla Corte dei Conti un dettagliato esposto. Che chiede il sequestro cautelativo dei beni per i politici, i funzionari, i consulenti e gli ingegneri che hanno approvato il progetto «pur in presenza di alternative meno costose e di segnalazioni di criticità del sistema mai prese in considerazione».

Un dossier molto dettagliato, quello depositato in più occasioni, che ricostruisce sulla base dei verbali del Comitatone e delle riunioni della commissione regionale di Salvaguardia e del comitato tecnico di Magistratura – organismo di 42 esperti e consulenti nominati dal Magistrato alle Acque che ha approvato i progetti – la storia delle autorizzazioni del Mose.

I buchi neri, scrive Danella, sono parecchi. «Abbiamo inviato ai magistrati anche un cd con i verbali delle sedute. Chiediamo che si indaghi sui passaggi autorizzativi. Quando le critiche di esperti indipendenti sono state ignorate e il progetto è stato mandato avanti lo stesso».

Nel mirino centinaia di firme di ingegneri, funzionari, esponenti del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici. Che l’associazione chiede adesso di verificare sotto una nuova ottica. Un esempio? Il rapporto della società internazionale Principia, chiesto dal Comune (sindaco Cacciari) nel 2008. Segnalava che le paratoie presentano «fenomeni di risonanza», cioè sono dinamicamente instabili in condizioni di mare agitato.

«Il Comitato tecnico di Magistratura ha respinto quelle critiche con un documento che non aveva risultati di calcolo», ricorda Danella, «e allora fu il presidente Cuccioletta a chiudere la pratica».

Altro passaggio critico, la riunione della commissione di Salvaguardia che dà il via libera al progetto. Voto di fiducia chiesto dal presidente della Regione Galan. Si vota in un paio d’ore, senza nemmeno leggere i 63 volumi di carte depositati. E qualche mese dopo Berlusconi, insieme al sindaco Paolo Costa, al presidente Galan e al patriarca Scola, getta in laguna la prima pietra del Mose. Altra data da ricordare, il novembre del 2006. Adesso al governo c’è Prodi, ma la macchina dei Lavori pubblici è rimasta più o meno la stessa, presidente del Consiglio superiore è Angelo Balducci, poi coinvolto nell’inchiesta del G8 alla Maddalena. Le alternative presentate dal Comune vengono rapidamente archiviate, il Mose va avanti spedito. E il governo anche allora ignora critiche e alternative sulla base di studi e rapporti dei «soliti» consulenti. Tutto regolare? Ambiente Venezia ricorda che due esposti sono ancora nei cassetti. E che dopo la grande inchiesta c’è ancora molto da fare. «Val la pena accendere i riflettori», dice Danella, «e fare adesso verifiche tecniche su tutte le autorizzazioni rilasciate in questi anni. Se nel 2016 scopriremo che Principia aveva ragione e il Mose non funziona, chi pagherà i danni alla collettività?».

Alberto Vitucci

 

I giudici contabili cancellano l’erogazione di 265 mila euro: compenso immeritato

Niente premio al Magistrato Acque

VENEZIA  – Un premio di 265.753,47 euro per gli uffici del Magistrato alle Acque – legato alle opere del Mose – cancellato d’un botto dalla sezione di Controllo di Controllo della Corte dei Conti del Veneto, che con delibera depositata il 31 ottobre- ha «rifiutato il visto e la relativa registrazione» del decreto 6873 di giugno del Provveditorato Interregionale per le Opere Pubblico, ovvero, l’ex Magistrato alle Acque di Venezia. È una delle tante storie di soldi pubblici che girano attorno al Mose: quanti altri premi così, in questi vent’anni di salvaguardia, siano stati attribuiti con soldi dello Stato non è dato sapere con esattezza. Ma è una cifra imponente: a pagina 14 della delibera della Corte – che concede invece il visto ad altri finanziamenti per la realizzazione dell’opera – si legge di un parere dell’Avvocatura distrettuale in base alla quale l’amministrazione, dopo trattativa sindacale, ha fissato in un massimo dello 0,42% dell’ammontare complessivo dei lavori appaltati e contabilizzati, l’incenditivo per responsabile di struttura e del procedimento. Fatti due conti – che però in delibera non ci sono – su un costo di 5,7 miliardi del Mose, si tratterebbe di oltre 23 milioni di euro, dal 1995. Quel che si sa, è che con i soldi accantonati negli anni non si arrivava al “quantum” e così, quest’estate, il Provveditorato ha stanziato i 265 mila euro bloccati ora dalla Corte dei Conti. Ma per darli a chi? Il punto di svolta che ha messo in moto la Sezione di controllo contabile è la legge 114/2014, sulla onnicomprensività della retribuzione del personale pubblico: non si possono ricevere premi per il lavoro che si è chiamato a svolgere per istituto. Certo, sono previsti incentivi per la progettazione di opere poi date in appalto, ma a fronte di un responsabile unico del procedimento nominato chiaramente. Nello specifico, però, il Consorzio Venezia Nuova è concessionario unico per la progettazione-esecuzione delle opere di salvaguardia, per legge speciale 798 del 1984: non un normale appalto esternalizzato. «Come evidenziato dall’Ufficio di controllo», scrivono i giudici in delibera, «la richiamata convenzione nonché i successivi atti hanno previsto la completa “esternalizzazione” del complesso degli interventi di salvaguardia affidati ex lege in concessione, direttamente ed unitariamente (per la progettazione e l’esecuzione), ad un soggetto, in maniera del tutto peculiare ed eccezionale». Di più, non c’è traccia della nomina di un responsabile unico del procedimento da “incentivare”: negli atti si parla genericamente di ufficio di presidenza e Ufficio di salvaguardia del Magistrato. Conclusione: «L’assenza di un provvedimento formale di nomina del Rup e, dunque, la mancanza del presupposto in presenza del quale è ritenuta, comunque, ammissibile l’attribuzione del compenso incentivante anche nella ipotesi di affidamento all’esterno della progettazione, impediscono, nella specie, il riconoscimento dell’incentivo».

Roberta De Rossi

 

Cantone: «Centinaia di atti dello Stato sono stati scritti da dirigenti del Consorzio»

Centinaia di atti dello Stato scritti dai dirigenti del Consorzio. Una «gestione di funzioni pubbliche» fatta dal privato. È una delle motivazioni per cui il presidente dell’Anac Raffaele Cantone (foto), ha deciso di chiedere il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. Una «reiterata attività corruttiva» che ha portato la Procura ad arrestare il 4 giugno scorso 35 persone. Adesso Cantone riprende e fa proprie nella lettera inviata al prefetto molte delle argomentazioni dei pubblici ministeri. E cita un episodio per tutti. Il fatto che una lettera inviata al Consorzio dal Magistrato alle Acque e dall’allora presidente Patrizio Cuccioletta sia stata trovata – priva di data – nel computer di Maria Teresa Brotto, ingegnere e vicedirettore del Consorzio e nel server di Venezia Nuova. La prova regina, scrive Cantone, che centinaia di documenti del Magistrato alle Acque, e dunque del controllore, venivano predisposti dal Consorzio (controllato). Non solo atti interni, ma verbali del Comitato tecnico, che votava i progetti, e delle convenzioni tra Stato e privati. Una gestione che «presenta ancora dei rischi», secondo Cantone. E dunque va commissariata.

(a.v.)

 

Chiarotto: «Mi dispiace per Fabris, ha fatto un lavoro migliore di Mazzacurati»

Entro sabato il Consorzio deve decidere sulla multa da 27 milioni di euro

Ma ora con il commissario “pax” tra imprese a rischio

VENEZIA «Se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi» sospira Tancredi Falconeri, nipote del Principe Fabrizio, nel «Il Gattopardo» di Tomasi di Lampedusa. La battuta si attaglia all’imminente commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, per vent’anni almeno il verminaio della politica veneziana, usato come allegro bancomat da tutti i partiti. Il passaggio che sta attraversando il consorzio del Mose è di quelli che si presta all’interpretazione del Gattopardo. L’Autorità anticorruzione Raffale Cantone scrive che la situazione è di persistente rischio di illegalità. Non solo: ma che «Né i mutamenti intervenuti nella Direzione del Consorzio quali la nomina dell’ing. Hermes Redi a Direttore generale, di Mauro Fabris a presidente e il rinnovo del consiglio di amministrazione hanno fatto venir meno i rischi di ulteriori condizionamenti illeciti nell’esecuzione della concessione». Insomma, Cantone scrive al prefetto di Roma (che deve formalmente nominare il commissario) che tutta la prima linea – presidente e direttore – devono andare a casa. Peccato che, dopo l’arrivo del commissario, si produrranno due effetti concomitanti e paradossali: l’azzeramento degli organi societari che di fatto congela il potere decisionale delle imprese e il rafforzamento del potere contrattuale delle stesse imprese, le uniche in pratica che stanno realizzando il Mose e che dunque detengono le «chiavi» del lavoro. La torta non è fatta di briciole: parliamo di almeno settecento milioni di euro di lavori finanziati e da realizzare, altri 400 in arrivo dal Cipe. Fatti i conti, circa un miliardo di euro. E sullo sfondo tutta la partita, gigantesca, delle manutenzioni. Giusto domani si terranno quasi in contemporanea due riunioni: l’ultimo consiglio direttivo presieduto da Mauro Fabris e la riunione del Cipe che sblocca gli ultimi 400 milioni di euro. A Venezia il direttivo ha una tagliola sulla testa: entro il 15 novembre deve decidere se aderire o meno alla transazione con l’Agenzia delle Entrata per evasione fiscale. Pagando subito, se la può cavare con 27 milioni di euro. L’imprenditore Romeo Chiarotto, lucidissimo come sempre, commenta la durezza del giudizio di Cantone: «Sono rimasto molto sorpreso. Sapevo che Fabris aveva lavorato nel lontano passato per il Consorzio, poi si era dedicato alla politica e poi ancora svolgeva delle consulenze per l’ingegner Mazzacurati. Ma devo dire che negli ultimi quindici mesi Fabris ha svolto un ottimo lavoro, riuscendo ad ottenere risultati anche maggiori di quelli di Mazzacurati, senza usare i suoi metodi. Detto questo – aggiunge Chiarotto – il nostro datore di lavoro è lo Stato e dunque noi ci atteniamo alla situazione. Ma ora l’obiettivo è terminare l’opera, sarebbe un delitto fermarla ora. L’elemento di conoscenza del Mose, a questo punto, è l’ingegner Redi». Non la pensa così l’Autorità anticorruzione, che chiede una «discontinuità» anche nella struttura tecnica. Ma è evidente come chiunque arrivi in qualità di commissario si troverebbe a gestire una situazione esplosiva: un’opera da cinque miliardi completata al 90 per cento; un parterre di imprese che, fino all’epoca di Mazzacurati, aveva stabilito una sorta di pax economica ora saltata; delicate opere idrauliche da terminare che solo le imprese attualmente impegnate possono portare a termine, con lo sguardo alle future manutenzioni. Insomma, basta posare lo sguardo appena oltre l’orizzonte della prossima settimana – quando dovrebbe essere nominato il commissario del Consorzio Venezia Nuova – per intuire che il Mose sarà nei prossimi anni ancor di più nelle mani delle imprese che stanno realizzando le opere. E ciò vuol dire Mantovani, Fincosit, Condotte e cooperative rosse: insomma gli stessi protagonisti del sistema Mose, quelli che chiamavano Il Grande Capo Giovanni Mazzacurati. In una situazione così, dove le imprese adesso hanno il coltello dalla parte del manico, solo una persona di grande astuzia e capacità di relazione potrebbe cavarsela senza troppi danni. Insomma, ci vorrebbe un altro Piergiorgio Baita.

Daniele Ferrazza

 

CONSIGLIERI DEL CONSORZIO ALL’ARSENALE

Domani cda. Forse l’ultimo

VENEZIA Si riunisce domani all’Arsenale quello che potrebbe essere l’ultimo Cda nella storia trentennale del Consorzio Venezia Nuova. C’è da discutere della richiesta di commissariamento avanzata da Raffaele Cantone, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, al prefetto di Roma, che potrebbe emettere il provvedimento entro qualche giorno. Ma anche di eventuali opposizioni legali, che qualcuno tra gli azionisti e le imprese aveva in animo di avanzare. Per la prima volta si applica a un consorzio concessionario la legge anticorruzione varata nel giugno scorso. Non nei confronti di un ramo di impresa, come successo alla Maltauro per le tangenti dell’Expo di Milano. Il primo atto di domattina potrebbe essere l’ufficializzazione delle dimissioni del presidente Mauro Fabris, che ha sostituito 15 mesi fa Giovanni Mazzacurati. Dopo la bufera e gli arresti il Cda è stato completamente rinnovato. Unici rappresentanti della vecchia guardia i titolari della Mantovani Giampaolo e Romeo Chiarotto (quest’ultimo per il consorzio Covela). C’è l’avvocato Leopoldo De medici per la società Condotte, Francesco Giorgio per la Fincosit, Salvatore Sampero per la Mazzi, Americo Giovarruscio per il Consorzio ItalVenezia, Devis Rizzo per la Coveco, l’avvocato Antonello Calabrese per i costruttori veneti della San Marco, Omar Degli Esposti per la Ccc, Giovanni Salmistrari per Grandi Resturi veneziani.

(a.v.)

 

MOSE – Il patron della Mantovani e il commissariamento del Cvn

Romeo Chiarotto, patron della Mantovani, socio principale del Consorzio Venezia Nuova, non era a conoscenza dei rapporti tra il presidente Mauro Fabris e l’ex Giovanni Mazzacurati: «E un po’ questo mi dispiace». E il commissariamento? «Ciò che conta è finire il Mose».

IL CASO – Il patron della Mantovani: «Ma il Consorzio è gestito bene. Il commissariamento? Non ci interessa»

«Fabris-Mazzacurati, non sapevo»

Chiarotto: «Non ero a conoscenza di rapporti così stretti. E mi dispiace»

Commissario o non commissario, per l’impresa Mantovani l’importante è finire i lavori nei cantieri del Mose nel miglior modo possibile. Romeo Chiarotto, 84 anni, patron dell’impresa che è il socio principale del Consorzio Venezia Nuova, in questi ultimi due anni ne ha viste di cotte e di crude e l’unico suo pensiero è quello di poter dimostrare il valore della sua impresa e degli operai e ingegneri che hanno preso parte alla realizzazione del Mose.

Come vive questo la richiesta di commissariamento del Consorzio da parte dell’Autorità nazionale anticorruzione?
«Mi pare di averlo già accennato. Il commissariamento, tenuto conto che è finalizzato a finire i lavori nei tempi previsti, a noi imprese interessa poco. Il Consorzio è la parte burocratica che gestisce le direzioni lavori, cerca i fondi e fa molte altre cose. A noi interessa fare i lavori presto e bene; che ci sia “A” o “B”, non importa più di tanto. Se poi penso a quello che è successo in passato, tutto sommato non mi scandalizzo del fatto che ci possa essere un commissario. Noi siamo solo responsabili del risultato e mi sembra che, grazie al Cielo, abbiamo quasi finito, e lo abbiamo fatto un anno e mezzo prima degli altri».

Il presidente dell’Anac Raffaele Cantone ha detto che con la nomina di Mauro Fabris non c’è stata quella discontinuità che lo stato avrebbe auspicato. Come giudica l’operato di Fabris?
«È stato un ottimo presidente. È riuscito a farci avere i finanziamenti per terminare in fretta e senza problematiche più o meno scorrette. Il Consorzio era gestito, secondo me, in modo valido da lui. Non sapevo che aveva rapporti così stretti con Mazzacurati e un po’ questo mi dispiace».

Lui, però, dice che tutti sapevano che lui, nei momenti in cui non ricopriva cariche politiche, rappresentava gli interessi del Consorzio.
«Tutti sapevano, dice? Io, sinceramente, non lo sapevo. Pensandoci un po’, credo però che sia normale ad un certo livello avere rapporti con parlamentari. Queste cose io non le ho mai fatte e soprattutto in questa fase purtroppo non sono positive. Per l’anno e mezzo in cui è stato presidente, però, non ho davvero nulla da eccepire».

Cosa succede ora al Consorzio?
«Lunedì (domani, ndr) abbiamo un direttivo, credo che sarà l’ultimo, in cui dovremo decidere cosa fare a proposito delle contestazioni fiscali che hanno fatto al Consorzio la Guardia di finanza e l’Agenzia delle entrate, perché i termini per agire sono in scadenza».

Come sono le prospettive dei cantieri del Mose?
«A Punta Sabbioni abbiamo quasi finito e il lavoro è interamente della Mantovani. A Malamocco, dove abbiamo noi il 70 per cento dei lavori e il 30 per cento la Fincosit, siamo molto avanti. Se posso permettermi, lavori come questi non li ha mai fatti nessuno al mondo, per qualità di progetti, lavori e materiali. Il discorso della gestione e dell’inchiesta ha messo purtroppo in ombra la parte tecnologica dell’opera. Da tutto il mondo, mi creda, vengono a vedere il cantiere: nessuno ha mai realizzato cassoni in calcestruzzo 60 metri per 45 per 20 con tolleranze di 3 millimetri! Non esiste al mondo una precisione del genere. Ultima cosa, ho sentito dire tanto dei prezzi gonfiati: i prezzi contrattuali sono quelli del 2004 e non sono cambiati».

 

LA SCELTA DI CANTONE – Quelle due telefonate nel mirino dell’Anticorruzione

Le telefonate del presidente del Consorzio Venezia Nuova, cui fa riferimento Romeo Chiarotto nell’intervista accanto, sono quelle citate dall’Autorità anticorruzione per giustificare la richiesta di commissariamento. Si tratta di alcune conversazioni telefoniche che, pur non rivestendo alcuna rilevanza penale, rivelerebbero secondo il presidente dell’Anac Raffaele Cantone una certa contiguità con l’ambiente del Consorzio almeno tra il 2011 e il 2013, anni considerati dall’inchiesta della Procura veneziana. In particolare è lo stesso Fabris a dire che, nei periodi in cui non aveva incarichi istituzionali e politici, svolgeva “un regolare lavoro di rappresentanza dei legittimi interessi del Cvn nei confronti dei suoi stakeholders – spiega lo stesso Fabris – una cosa pubblicamente nota”.

La prima intercettazione considerata risale all’8 settembre 2011 e Fabris commenta la nomina di Ciriaco D’Alessio a presidente del Magistrato alle Acque di Venezia. Un fatto evidentemente non gradito al Consorzio. «D’Alessio? – dice Fabris – ahhh… il mitico D’Alessio». «Eh, non è stato coinvolto nel bordello là, si ricorda». (Vent’anni prima era stato coinvolto in un’inchiesta per concussione, poi finita con la prescrizione del reato). Quindi Mazzacurati parla di un altro nome che girava come papabile al Magistrato, Fabris si impegna a tenere informato il presidente del Consorzio.

La seconda telefonata, del 17 giugno 2013, riguarda la successione di D’Alessio per impedire la nomina a presidente del vicepresidente Fabio Riva. A chiamare è ancora Fabris, il quale riferisce di un incontro con Ercole Incalza, del Ministero delle Infrastrutture, sul tema del nuovo presidente: «Solo per dirle che venerdì poi avevo visto Ercole eh!… che loro… niente intanto pensavano di far un supplente diciamo… un facente funzione come Sessa perché… sto nome di Riva ovviamente no no… non gli va insomma». Al termine della telefonata consiglia a Mazzacurati di recarsi a Roma. Visita inutile, perché per mesi il Magistrato alle Acque è stato senza presidente, mentre esplodeva intanto l’inchiesta.

 

Nuova Venezia – “Mose, ancora rischio illeciti”

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8

nov

2014

Cantone: ecco perché il Cvn va commissariato.

«Mose, ancora rischio illeciti»

Consorzio Venezia Nuova, gravi rilievi nella richiesta di commissariamento

«Nomina non orientata dalla chiara volontà di rottura rispetto al passato»

Cantone silura Fabris «Il rischio illeciti resta»

L’ATTACCO – Citata l’ordinanza di custodia cautelare nei punti in cui Mazzacurati commenta con Fabris le nomine al Magistrato alle Acque

VENEZIA – Fatti gravi e illeciti ripetuti in un sistema corruttivo esteso. Intreccio di rapporti tra il Consorzio Venezia Nuova e gli esponenti politici a ogni livello, consolidati negli anni, che giustificano l’adozione della più grave delle misure previste dalla legge, il commissariamento. Anche perché «i mutamenti nella direzione del Consorzio e il rinnovo del Cda non hanno fatto venir meno i rischi di ulteriori condizionamenti illeciti». Parole durissime, firmate dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone che ha inviato la richiesta formale al prefetto di Roma per chiedere, come previsto dalla legge «la straordinaria e temporanea gestione del Consorzio Venezia Nuova». Una decisione annunciata, dopo l’inchiesta e gli arresti per corruzione. Adesso scritta nero su bianco e inviata al prefetto – l’autorità che dovrà provvedere alla nomina come prevede la legge – solo due giorni dopo l’arrivo delle «osservazioni» inviate dal Consorzio. Che evidentemente non sono bastate. Anzi. Nelle 18 pagine della richiesta ci sommissariamento una è dedicata proprio al nuovo presidente Mauro Fabris, subentrato a Giovanni Mazzacurati poche settimane prima dell’arresto dello storico presidente. «È pacifico che le misure di sostituzione della compagine sociale», scrive Cantone, «non possono rappresentare un’effettiva novità sul piano della governance». Il motivo? «Resta invariato il quadro societario a cui partecipano ancora oggi tutte le società già coinvolte nelle indagini». E la stessa nomina del dottor Fabris, continua Cantone, «non è orientata a esprimere una chiara volontà di rottura rispetto al passato». Si citano i verbali dell’ordinanza cautelare, in cui nelle intercettazioni telefoniche dell’8 settembre 2011 Mazzacurati commenta sfavorevolmente l’avvenuta nomina di Ciriaco D’Alessio a presidente del Magistrato alle Acque, dopo Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, entrambi arrestati perché accusati di aver percepito denaro. «Fabris si impegna a fornire aggiornamenti sulla questione», annota Cantone. Sei mesi dopo Mazzacurati tramite il dirigente del ministero delle Infrastruuture Ercole Incalza si attiva perché non venga nominato l’ingegner Fabio Riva, evidentemente ritenuto pocco malleabile, premendo per Paolo Emilio Signorini. «Anche qui, scrive Cantone, «Fabris si è dimostrato particolarmente addentro alla questione, con un preciso ruolo di collegamento». C’è un riferimento diretto anche alla moglie di Fabris, Maria Francesca Cenci, amministratore unico della società Pollina srl, società legata al Consorzio da un rapporto di consulenza per «monitoraggio attività istituzionale». Per tutti questi motivi, conclude Cantone, «è necessario garantire che la concessione venga tenuta al riparo da ulteriori condizionamenti criminali». E si chiede dunque «l’applicazione del commissariamento coattivo cui deve necessariamente accompagnarsi la sospensione dei poteri degli organi di amministrazione del Consorzio». Una richiesta senza appello, che Cantone motiva con «l’accertato sistema corruttivo diffuso e ramificato» e con i rapporti di Mazzacurati (nella lettera viene chiamato sempre Giuseppe) che avevano lo scopo di «ottenere finanziamenti per il Mose e provvedimenti autorizzativi necessari per le opere del Mose e allentare i controlli». La legge si applica non soltanto con le singole imprese, come già avvenuto per la Maltauro a Milano, precisa l’Autorità anticorruzione, ma anche per il Consorzio e i concessionari dello Stato come Venezia Nuova. prevedendo un fondo con gli eventuali utili per pagare i danni e le multe. Ma il Mose non è affatto in pericolo. Ricevuta una sostanziosa tranche di finanziamenti dal Cipe, le imprese che fanno parte del Consorzio sanno che, come ricorda Cantone nella lettera, «il primo obiettivo del provvedimento è evitare che le doverose indagini della magistratura possano impedire o ritardare la conclusione di opere pubbliche». Il secondo che «l’esigenza di concludere l’opera non porti vantaggi agli autori dell’illecito».

Alberto Vitucci

 

L’Authority: confluirà in un fondo ad hoc per pagare i risarcimenti

L’aggio in mano al commissario

PADOVA – Con il prossimo commissariamento richiesto dal presidente dell’Anac, Raffaele Cantone, il Consorzio Venezia Nuova dovrà dire addio anche alla gestione diretta dell’aggio del 12% sui lavori, cui ha diritto per legge in relazione ai lavori per il Mose. Nel caso in cui la Prefettura di Roma accolga la richiesta di Cantone questi soldi saranno infatti gestiti direttamente dal commissario che, dopo aver saldato le spese ordinarie, li verserà in un “fondo speciale” con l’obiettivo di metterli a disposizione per eventuali confische o risarcimenti disposti dall’autorità giudiziaria. Per Venezia si tratta di una rivoluzione: da sempre i lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova costano il 12% in più a causa degli oneri tecnici, che consentono di mantenere la sua struttura organizzativa e comunicativa. Sui quasi sei miliardi di euro di valore dell’opera, il Consorzio si è garantito 700 milioni di euro circa. Tutti soldi che, secondo l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, servivano invece solamente «ad alimentare una macchina di potere». È probabilmente l’effetto più dirompente che il commissariamento avrà sui lavori in laguna, dopo la sostituzione dell’attuale presidente Mauro Fabris, troppo coinvolto, secondo il presidente dell’Anac, nelle passate vicende del Consorzio per garantire un reale cambio di governance. Le inchieste della magistratura veneziana hanno infatti dimostrato come l’aggio del 12%, già più volte bollato come eccessivo da parte della Corte dei Conti, sia in realtà servito ad alimentare il sistema di potere dello stesso Consorzio con finanziamenti a pioggia ad enti e associazioni. Ma a Venezia il timore è che con questo provvedimento sia a rischio la conclusione della grande opera. «Il fine primario di questa iniziativa è garantire la conclusione dei lavori», sottolineano all’Autorità anticorruzione, rispondendo in questo modo anche a chi, come l’ex sindaco Massimo Cacciari, aveva affermato che con il commissariamento il Mose sarebbe rimasto incompiuto. «Ed è proprio grazie a questo provvedimento», aggiungono all’Anticorruzione, «che il governo potrà stanziare i finanziamenti finali, necessari per la realizzazione del Mose». In sostanza il messaggio che arriva da Roma è che l’opera verrà terminata e che, se ci saranno responsabilità, nessuno potrà tirarsene fuori. A questo punto la palla passa completamente in mano alla Prefettura di Roma che dovrà accogliere o meno la richiesta di Cantone. Sui tempi la legge non prevede scadenze, ma è facile prevedere che la decisione possa arrivare nel giro di pochi giorni. Soprattutto alla luce dell’ultima tranche di finanziamenti decisa a Roma dal comitato pre Cipe. Se il commissariamento sembra comunque una misura certa, non è ancora chiara la formula che verrà adottata. Con ogni probabilità, e valutata soprattutto la complessità dei lavori per la costruzione delle dighe mobili in laguna, all’Anac si ipotizza che il Prefetto di Roma possa optare per la nomina di due commissari con compiti differenti. Questi assumeranno la guida e la rappresentanza legale del Consorzio Venezia nuova, al posto di Fabris che decadrà dall’incarico di presidente, e si affiancheranno all’attuale direttore generale Hermes Redi, sospendendo «i poteri degli organi sociali limitatamente all’esecuzione della concessione». I tempi, sottolineano all’Anac, dovranno essere per forza di cose abbastanza rapidi soprattutto alla luce della decisione del comitato pre Cipe che nei giorni scorsi ha dato il via libera all’ultima tranche di finanziamenti per il Mose: 376,5 milioni di euro, sufficienti per la funzionalità delle dighe mobili. «Adesso possiamo davvero dire che il Mose sarà completato», aveva commentato Fabris. Non sarà però lui a vigilare sui lavori ma i commissari che, in questo modo potranno anche fornire al governo informazioni utili per il secondo capitolo della vicenda Mose: ossia la partita che riguarda la costosa gestione e manutenzione dell’opera.

Giorgio Barbieri

 

Il presidente di Venezia Nuova: «Ero consulente, tutto noto

I finanzieri vennero a casa ma non trovarono nulla»

La replica: «Ho fatto il mio dovere ma non è bastato»

VENEZIA «Prendo atto, che devo fare? Credevo di aver fatto in questi mesi il mio dovere, evidentemente non è bastato». Il presidente del Consorzio Venezia Nuova Mauro Fabris non l’ha presa bene. Ci ha messo del suo, nei 15 mesi di presidenza, per cercare di dimostrare che il sistema era cambiato. Nominato al vertice del pool di imprese poco prima dell’arresto di Giovanni Mazzacurati, ha cambiato dirigenti e uffici, dato una stretta alle spese «fuori controllo». Nelle ultime ore ha accolto senza far polemica la richiesta di commissariamento, convincendo anche le imprese a rinunciare ai ricorsi. Ma adesso, questione di qualche giorno, dovrà cedere il posto al commissario. Presidente Fabris, se lo aspettava? «Ma sì, era scritto. Abbiamo provato a spiegare, non è stato ritenuto sufficiente». Il presidente Cantone usa parole molto dure nella motivazione. Cita la società di sua moglie. «Non capisco, davvero. Sono tutti fatti noti e ampiamente spiegati. Non sono mai stato coinvolto in illeciti, la stessa Procura lo ha riconosciuto». Ma anche lei lavorava nella società che faceva consulenze per il Consorzio. «Non è mica un segreto. L’ho fatto nei periodi in cui non svolgevo attività istituzionale, non ero parlamentare né sottosegretario. Facevo il mio lavoro, e forse proprio per questo sono stato poi indicato alla presidenza del Consorzio. Conoscevo bene la materia, ci lavoravo da anni. Ma ero anche estraneo a qualunque vicenda illecita». I finanzieri sono venuti a casa sua. «Certo, la mattina del 4 giugno. Lo ricordo bene, abbiamo anche fatto un’intervista. Ma non hanno trovato nulla. Quelle fatture evidentemente erano regolari, no? Il presidente dell’Autorità anticorruzione ritiene che non ci sia stato un cambiamento in questi mesi. «Ripeto, prenderò atto con il dovuto rispetto delle decisioni che saranno prese. Ma vorrei ricordare che in questi 15 mesi di presidenza in un periodo di grande turbolenza sono riuscito a creare le condizioni, niente affatto scontate, per continuare il Mose e portarlo a termine». Dunque la vive come un’ingiustizia. «Dico solo che il completamento dell’opera più complessa mai progettata è sempre stato il mio unico obiettivo. E che la discontinuità dalla precedente gestione è stata a mio avviso straordinaria». Esempio? «Abbiamo risparmiato un sacco di soldi, ridotto le consulenze, rinnovato molti incarichi e figure del management a cominciare dallo stesso Consiglio di amministrazione. Separato le funzioni di presidente e direttore con la nomina dell’ingegner Redi, funzioni prima unite nella persona di Mazzacurati. E poi ci siamo costituiti parte lesa nell’inchiesta». Se il prefetto come probabile accetterà la richiesta dell’Anac lei che farà? «Non potrò che prenderne atto e trovarmi un altro lavoro».

Alberto Vitucci

 

L’inchiesta

I pm: il capo del consorzio non è indagato

Non ci sarebbe alcuna rilevanza penale nelle telefonate in cui compare Mauro Fabris, all’epoca sottosegretario ai Lavori Pubblici, intercettate nel corso dell’inchiesta relativa alle tangenti sul Mose, nella quale l’attuale presidente del Consorzio Venezia Nuova non risulta di conseguenza indagato. Si tratta, secondo quanto si apprende da fonti qualificate della procura della Repubblica di Venezia, di «semplici contatti di routine tra un politico che è anche stato sottosegretario ai Lavori pubblici, ed un consorzio di imprese che faceva riferimento al Magistrato delle acque che è emanazione dello Stato e dello stesso ministero». Fabris, attuale presidente del Consorzio Venezia Nuova – società che il commissario anti corruzione Raffaele Cantone ha chiesto di commissariare con una lettera al prefetto di Roma, nella quale si fa riferimento a due intercettazioni telefoniche e a un passo dell’ordinanza emessa il 4 giugno scorso dal Gip Alberto Scaramuzza – è finito nelle intercettazioni della Finanza per «attività d’ufficio» senza che vi fosse alcun estremo di reato. «Non c’è nessuna indagine sui nuovi vertici del Consorzio Venezia Nuova» sottolineano le fonti della procura della Repubblica di Venezia.

 

Galan presenta la sua denuncia dei redditi, dichiarate entrate 2013 pari a 111 mila euro

Nel 2013 ha introitato 111.223 lordi; cifra sulla quale ha pagato imposte pari a 41.042 euro. Lo dichiara l’onorevole Giancarlo Galan, esponente di Forza Italia e presidente della commissione Cultura di Montecitorio. Il 29 ottobre Galan, 58 anni, che attualmente si trova agli arresti domiciliari nella sua villa di Cinto Euganeo (dopo aver ottenuto il patteggiamento per il caso Mose), ha inoltre attestato, sul suo onore, che «nessuna variazione patrimoniale è intervenuta in rapporto all’ultima dichiarazione presentata e pubblicata sul Bollettino della documentazione patrimoniale 2013». Il 30 maggio 2013, nella dichiarazione riferita ai redditi del 2012 (anno in cui non era né ministro né parlamentare), il deputato forzista aveva dichiarato un imponibile di 40.316 euro (su cui ha pagato un’imposta lorda pari a 11.640). Per quanto riguarda il patrimonio, l’ex ministro delle Politiche agricole e dei Beni culturali aveva attestato la comproprietà (al 98%) di una casa di abitazione – con due pertinenze – a Cinto Euganeo; la proprietà di un bosco non edificabile a Rovolon; la nuda proprietà (al 33,33%) della casa di abitazione della madre, a Padova; la nuda proprietà (al 33,33%) della casa di abitazione della sorella, a Padova; la nuda proprietà (al 33,33%) del fabbricato di Milano in cui abita la prima moglie. Inoltre, l’ex governatore veneto dichiarava la prorietà di un’autovettura Audi Q7 del 2006; di un Land Rover Pickup del 1980; di un Pinzgauer del 1979; di un quadriciclo Pelpi del 2007; di un mezzo agricolo Carry-all del 2007; di una Minor Morris del 1995. E ancora di due imbarcazioni da diporto (del 1991 e del 2001). Sul versante azionario, Galan attestava il possesso di 3.000 azioni di Veneto Banca; il 100% della Franica Doo con sede a Rovigno in Croazia (capitale sociale pari a 1.173.300 kune) e il 50% del capitale sociale (di 20.000 euro) della Margherita srl di Padova. Il 14 ottobre i deputati del M5S hanno chiesto le dimissioni di Galan. «La rinuncia alla carica di presidente di commissione», ha risposto la presidente Laura Boldrini, «non può che discendere dalle autonome determinazioni del deputato Galan».

Claudio Baccarin

 

FISSATE LE UDIENZE – Chisso, Casarin, Sutto al patteggiamento il 28 novembre

VENEZIA Il 28 novembre: è il giorno che il giudice per le udienze preliminari Massimo Vicinanza ha segnato in agenda per l’udienza di patteggiamento dell’ex assessore regionale ai Lavori pubblici Renato Chisso, del suo segretario personale Enzo Casarin e dell’ex braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, Federico Sutto. Le accuse nei loro confronti sono quelle ben note dell’inchiesta Mose: sostanzialmente, essere stato a libro paga del Cvn e della Mantovani per anni (per Chisso) e aver partecipato al sistema corruttivo trasportando e gestendo mazzette (Casarin e Sutto). Il giudice Vicinanza – lo stesso magistrato che respinse l’accordo di patteggiamento a quattro mesi che l’ex sindaco Giorgio Orsoni aveva raggiunto con la Procura, per l’accusa di finanziamento illecito ai partiti ai tempi della campagna elettorale come candidato del Pd – dovrà valutare se la pena concordata tra i pm Ancilotto, Buccini, Tonini, Nordio con le difese sia congrua, a suo giudizio: due anni e mezzo di reclusione per Renato Chisso (arrestato il 4 giugno e ora agli arresti domiciliari: per lui, sarà il giudice a dover stabilire l’ammontare del risarcimento all’Erario, dal momento che la difesa sostiene non abbia beni personali); un anno e 8 mesi e 115 mila euro per il suo segretario Enzo Casarin (da poco tornato in libertà); due anni di reclusione (sospesa grazie alla condizionale) e 150 mila euro di risarcimento per Federico Sutto, ancora agli arresti domiciliari. Dei 35 arrestati a giugno, 26 alla fine sono ricorsi al patteggiamento (compreso l’ex presidente Giancarlo Galan: 2 anni e 10 mesi e 2,6 milioni di euro di multa), 19 posizioni sono già state definite dalla gup Galasso (per un totale di 12 milioni di euro recuperati alle casse dello Stato), quattro sono in corso a Milano, mentre anche il commercialista di Mazzacurati, Francesco Giordano, sta definendo con la Procura la sua pena.

(r.d.r.)

Gazzettino – Mose: ecco perche’ va commissariato

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8

nov

2014

Mose: ecco perché va commissariato

Fabris verso l’uscita

Lettera del presidente dell’Anticorruzione al prefetto di Roma: «Le nuove nomine

al Consorzio non hanno azzerato i rischi, non c’è volontà di rottura con il passato»

Secondo Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità anticorruzione, «le nuove nomine al Consorzio Venezia Nuova non hanno azzerato i rischi, non c’è volontà di rottura con il passato». Così ha scritto il commissario al prefetto di Roma, chiedendo la nomina di uno o più amministratori straordinari. La reazione di Mauro Fabris non si è fatta attendere: «Prenderò atto, con rammarico. Ma sono sereno per il lavoro fatto in questi 15 mesi».

«Mose, ci sono ancora rischi»

La lettera del presidente dell’Anticorruzione al prefetto di Roma per chiedere di commissariare il Consorzio: «La nomina di Fabris non appare orientata ad esprimere una chiara volontà di rottura rispetto al passato»

Fari puntati su due intercettazioni telefoniche

L’insediamento, avvenuto 15 mesi fa, di Mauro Fabris alla presidenza del Consorzio Venezia Nuova non rappresenta una discontinuità – se non meramente formale – con la gestione di Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita. Per questo motivo, il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha chiesto al prefetto di Roma di commissariare il Cvn attraverso la nomina di uno o più amministratori straordinari che seguano da vicino il completamento del Mose. Il prefetto della capitale, Giuseppe Pecoraro, ha fatto sapere di non aver ancora visto la lettera (plausibile, in quanto è stata protocollata in uscita solo giovedì) e che avrà bisogno di incontrare la prossima settimana Cantone prima di procedere o meno con la nomina. Se Pecoraro deciderà per il commissariamento, il presidente Fabris sarà sospeso dai poteri di disposizione e gestione per tutta la durata della procedura. La misura è prevista dal Decreto Legge 90/2014 e non riguarderebbe invece il direttore generale Hermes Redi che non essendo un organo societario affiancherebbe gli eventuali amministratori straordinari.
La determinazione a chiedere il commissariamento per il Consorzio è stata presa da Cantone dopo un’attenta analisi dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal Gip di Venezia il 31 maggio, nella quale era emersa l’esistenza di un ampio sistema corruttivo facente capo proprio al Consorzio.
Per Cantone, l’insediamento di Fabris e anche di Redi “non può rappresentare un’effettiva novità sul piano della governance” e che quindi le nomine di presidente e il rinnovo del consiglio “non hanno fatto venir meno i rischi di ulteriori condizionamenti illeciti nell’esecuzione della concessione”. Questo anche perché tutte le società coinvolte nell’inchiesta, con i vertici raggiunti da misure cautelari, continuano a partecipare al Consorzio. Pur non essendo coinvolto in nessuna maniera nell’inchiesta della magistratura veneziana, la nomina di Fabris per l’Anac “non appare orientata ad esprimere una chiara volontà di rottura rispetto al passato”.
Citando passi dell’ordinanza, Cantone dice che “emerge chiaramente come il dott. Fabris si interessasse personalmente delle vicende del Consorzio e intrattenesse rapporti con Mazzacurati”.
In particolare, si fa riferimento a due intercettazioni telefoniche allegate alla lettera, risalenti all’8 settembre 2011 e al 17 giugno 2013. Nel documento c’è anche un riferimento alla posizione della moglie di Fabris, “amministratore unico della Pollina Srl, società legata al Consorzio da un rapporto di consulenza per monitoraggio attività istituzionale”.
Questi episodi non hanno rivestito comunque alcuna rilevanza penale, come precisa anche la Procura di Venezia: «Si tratta di semplici contatti di routine tra un politico che è anche stato sottosegretario ai Lavori pubblici, ed un consorzio di imprese che faceva riferimento al Magistrato delle acque che è emanazione dello Stato e dello stesso ministero».
Non è comunque la rilevanza penale l’oggetto delle attenzioni del presidente dell’Anac.
«Risulta chiara – conclude Cantone – la necessità di porre in essere misure preordinate a salvaguardare gli interessi pubblici coinvolti e a garantire che la concessione venga eseguita al riparo da ulteriori condizionamenti criminali e a escludere che il Consorzio possa trarre ulteriori profitti illeciti».
Oltre alla partecipazione alla gestione, il commissario o i commissari (la norma ne consente al massimo tre) avranno anche il compito di accantonare gli eventuali utili in un fondo speciale, “in funzione degli eventuali interventi, (quali confische o risarcimenti) che potrebbero essere disposti a seguito dell’accertamento penale”. Questo fondo non potrà essere né distribuito ai consorziati né soggetto a pignoramento fino alla conclusione di tutti i giudizi in sede penale.

Michele Fullin

 

LA REAZIONE DI FABRIS  «Prenderò atto, con rammarico»

«Rispetterò ogni decisione, sono sereno per il lavoro fatto in questi 15 mesi»

VENEZIA – (M .F.) Prima la carota e poi il bastone. Giovedì il presidente del Consorzio Venezia Nuova, Mauro Fabris, aveva esultato per il fatto che lo Stato ha deciso di stanziare e assegnare gli ultimi 400 milioni necessari al completamento del Mose (la riunione del Cipe si terrà lunedì). Ieri, lo stesso Stato ha dichiarato attraverso l’Autorità anticorruzione, la necessità di commissariare il Consorzio e quindi, di fatto, di esautorarlo dalla gestione. Fabris, è bene precisarlo, è diventato presidente nel 2013 dopo le dimissioni di Giovanni Mazzacurati e non ha avuto alcun ruolo nell’inchiesta che ha portato in carcere personaggi eccellenti.
«Prenderò atto delle decisioni con il dovuto rispetto – è il commento di Fabris – con il rammarico ma anche con la serenità che mi deriva dall’essere riuscito a creare in 15 mesi di presidenza del Consorzio, le condizioni niente affatto scontate per la continuità della realizzazione del Mose. Quello del completamento dell’opera è sempre stato l’unico obiettivo che mi sono preposto».
Per il presidente, la richiesta di commissariamento non è certo un fulmine a ciel sereno, nel senso che era a conoscenza della procedura. Ovviamente, Fabris entra anche nel merito delle questioni sollevate dall’Anac in relazione ai suoi precedenti rapporti con il Consorzio.
«Nessun addebito mi è mai stato rivolto dalla magistratura – precisa – così come mi preme rimarcare che le attività di cui ai fatti antecedenti la mia nomina citati dall’Anac (non oggetto di procedimenti giudiziari) testimoniano soltanto che ho svolto a più riprese, sempre in momenti in cui non avevo incarichi politici e istituzionali, un regolare lavoro di rappresentanza dei legittimi interessi del Consorzio nei confronti dei suoi stakeholders (in italiano, portatori di interesse). Una cosa pubblicamente nota – aggiunge – e che anzi, ritengo, sia stata proprio all’origine della proposta che a suo tempo mi venne fatta di presiedere il Consorzio: estraneo a qualunque vicenda illecita ma conoscitore della materia, vista la complessità delle problematiche amministrative, industriali, societarie e politiche che accompagnano la realizzazione del Mose».
Quanto alle dichiarazioni del presidente dell’Anac sulla sua contiguità e continuità rispetto alla gestione precedente, Fabris si leva un sassolino dalla scarpa.
«A mio avviso – conclude – la discontinuità messa in campo con la mia nomina è straordinaria: la separazione delle funzioni di presidente e direttore, in precedenza unite in una sola persona, il rinnovo del Consiglio direttivo del Consorzio e di molte figure del management, oltre che la costituzione come parte lesa del “nuovo” Consorzio Venezia Nuova. Se questo non è ritenuto sufficiente non potrò che prenderne atto».

 

 

MESTRE – Gli scandali veneziani, Mose in testa, non hanno stupito più di tanto. A pagare i costi del malaffare sono i cittadini ma anche il mondo delle imprese: quelle che seguono le regole e che non fanno parte delle varie cricche che impestano il paese Tra le più penalizzate, ovviamente, le imprese di costruzioni. Tra l’altro, in un momento come questo, con il settore in crisi da anni, il danno è doppio. Intervenuto ad un seminario di Ance Venezia sulle «Novità in materia di lavori pubblici», il vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, Angelo De Cesare, la fa breve: «Le imprese oneste sono penalizzate ed emarginate. Lo spazio che resta è dei furbetti. Non stupisce più nessuno che in Italia ci siano fattori corruttivi diffusi – ragiona De Cesare – ma d’altronde, è proprio la pubblica amministrazione la fonte principale della corruzione». Il vicepresidente di Ance non ha dubbi in merito: tra burocrazia lumaca, leggi labirinto, e ritardi nei pagamenti alle imprese, se nel mondo delle costruzioni e degli appalti il malaffare è di casa, qualche legame ci sarà. Eppure, come ricorda De Cesare, l’associazione si è data uno statuto etico molto rigoroso: chi sgarra è fuori. «Il problema della legalità è molto sentito. Abbiamo un codice più duro di Confindustria. Da noi, ad esempio, Maltauro (l’azienda vicentina coinvolta nelle inchieste Mose ed Expo, ndr) si è subito autosospeso». L’inchiesta sul Mose ha portato, così come all’Expo di Milano, al commissariamento dell’opera. Una strada che non piace ai costruttori. «Noi siamo per le forme tradizionali. Anche perché – ricorda De Cesare – non basta che lo Stato cambi nome ad un’autorità, passando dall’ex Avcp all’attuale Anac, l’autorità anticorruzione, per cambiare le cose. La verità è che a tutti noi serve una amministrazione pubblica più qualificata». Il che vuol dire un apparato pubblico preparato, che faccia bene, e in tempo, il proprio compito. Spesso però le aziende si sentono vessate e punite dagli errori della burocrazia. Una prova su tutte, la vicenda degli sgravi Inps relativi al triennio 94-97. Un pasticcio politico-amministrativo che alle aziende veneziane potrebbe costare 100milioni di euro. «Il miglior esempio per capire come funzionano le cose in Italia», sottolinea il presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin. «Qui 9 aziende di medie dimensioni sono coinvolte nella vicenda Mose; e rischiano il futuro dell’attività».

 

Patteggiamenti

Il 28 novembre l’udienza per Chisso

È stata fissata per il prossimo 28 novembre l’udienza in cui sarà definito il patteggiamento dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, il quale ha concordato con la Procura una pena a 2 anni e 6 mesi di reclusione. Ad occuparsi del caso sarà il gup Massimo Vicinanza, il quale dovrà anche decidere se disporre una confisca (e di quale entità) a carico di Chisso. Rispetto a molti altri indagati, all’assessore non sono stati sequestrati beni e dunque l’eventuale confisca sarà soltanto “sulla carta”.
Nella stessa udienza saranno prese in esame anche i patteggiamenti concordati dal segretario dell’esponente di Forza Italia, Enzo Casarin (un anno e 8 mesi, con la confisca di 115mila euro) e di Federico Sutto (2 anni e 150mila euro), uno dei più stretti collaboratori di Mazzacurati.

 

MESTRE – De Cesare, vicepresidente nazionale: «Il nostro codice anticorruzione ha dato risultato positivi. Maltauro si è dimesso subito, il giorno dopo»

L’Ance:«Si penalizzano le nostre imprese che restano oneste»

«È la pubblica amministrazione la fonte principale del malaffare»

«Serve a tutti un sistema amministrativo più efficace»

MESTRE – Gli scandali veneziani, Mose in testa, non hanno stupito più di tanto. A pagare i costi del malaffare sono i cittadini ma anche il mondo delle imprese: quelle che seguono le regole e che non fanno parte delle varie cricche che impestano il paese Tra le più penalizzate, ovviamente, le imprese di costruzioni. Tra l’altro, in un momento come questo, con il settore in crisi da anni, il danno è doppio. Intervenuto ad un seminario di Ance Venezia sulle «Novità in materia di lavori pubblici», il vice presidente dell’Associazione Nazionale dei Costruttori Edili, Angelo De Cesare, la fa breve: «Le imprese oneste sono penalizzate ed emarginate. Lo spazio che resta è dei furbetti. Non stupisce più nessuno che in Italia ci siano fattori corruttivi diffusi – ragiona De Cesare – ma d’altronde, è proprio la pubblica amministrazione la fonte principale della corruzione». Il vicepresidente di Ance non ha dubbi in merito: tra burocrazia lumaca, leggi labirinto, e ritardi nei pagamenti alle imprese, se nel mondo delle costruzioni e degli appalti il malaffare è di casa, qualche legame ci sarà. Eppure, come ricorda De Cesare, l’associazione si è data uno statuto etico molto rigoroso: chi sgarra è fuori. «Il problema della legalità è molto sentito. Abbiamo un codice più duro di Confindustria. Da noi, ad esempio, Maltauro (l’azienda vicentina coinvolta nelle inchieste Mose ed Expo, ndr) si è subito autosospeso». L’inchiesta sul Mose ha portato, così come all’Expo di Milano, al commissariamento dell’opera. Una strada che non piace ai costruttori. «Noi siamo per le forme tradizionali. Anche perché – ricorda De Cesare – non basta che lo Stato cambi nome ad un’autorità, passando dall’ex Avcp all’attuale Anac, l’autorità anticorruzione, per cambiare le cose. La verità è che a tutti noi serve una amministrazione pubblica più qualificata». Il che vuol dire un apparato pubblico preparato, che faccia bene, e in tempo, il proprio compito. Spesso però le aziende si sentono vessate e punite dagli errori della burocrazia. Una prova su tutte, la vicenda degli sgravi Inps relativi al triennio 94-97. Un pasticcio politico-amministrativo che alle aziende veneziane potrebbe costare 100milioni di euro. «Il miglior esempio per capire come funzionano le cose in Italia», sottolinea il presidente di Ance Venezia, Ugo Cavallin. «Qui 9 aziende di medie dimensioni sono coinvolte nella vicenda Mose; e rischiano il futuro dell’attività».

 

Nuova Venezia – Mose, via libera agli ultimi 400 milioni

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7

nov

2014

Sbloccati dal cipe

Mauro Fabris: «È il mio ultimo atto, felice di aver contribuito alla definizione»

L’assessore Ciambetti: «Fermarsi ora sarebbe stato devastante e inutile per tutti»

Mose, il Cipe sblocca gli ultimi 400 milioni

VENEZIA – Sarà probabilmente l’ultimo atto della gestione di Mauro Fabris alla guida del Consorzio Venezia Nuova. Il comitato pre Cipe riunitosi ieri pomeriggio a Roma ha dato il via libera all’ultima tranche di finanziamenti per il sistema Mose per la salvaguardia di Venezia. Un po’ meno dei 400 milioni attesi (sono esattamente 376,5 quelli deliberati ieri), ma comunque sufficienti per la funzionalità delle dighe mobili. Che giusto in questi giorni di acqua alta sono state «collaudate» sul campo con le simulazioni dell’alta marea. Il comitato interministeriale ha esaminato praticamente il 43esimo atto attuativo del Mose, probabilmente l’ultimo che sarà gestito dal Consorzio. La settimana prossima è attesa la nomina del commissario incaricato di gestire il Consorzio da qui al completamento dell’opera. Rasserenato, al termine dellal seduta romana, anche l’assessore Roberto Ciambetti, che ha rappresentato la Regione nella riunione che precede la riunione formale, in calendario per martedì prossimo. Ciambetti ha difeso con i denti l’ultimo stanziamento per il Mose, necessario per il completamento del sistema di salvaguardia. «E’ stata una battaglia ma abbiamo fatto capire che fermarsi ora sarebbe stato devastante per tutti» ha spiegato Ciambetti. Restano esclusi dal contributo alcune opere ritenute necessarie ma non prioritarie in questo momento. «Tenevo molto a questo ultimo passaggio – spiega Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova – e sono davvero felice che il Cipe abbia compreso l’urgenza di garantire continuità e completezza a quest’opera. Il governo ha mantenuto gli impegni assunti. Dopo il taglio subito l’anno scorso e l’istruttoria condotta questa primavera, i fatti di giugno avevano congelato tutto: adesso con questa riunione sono stati sbloccati e rimodulati quei fondi attesi dal Consorzio per completare il sistema. Adesso possiamo davvero dire che il Mose sarà completato». Tra le opere che i tecnici hanno dovuto per adesso escludere dal finanziamento il completamento dell’edificio Hvac della spalla nord di Malamocco, l’infrastrutturazione dell’arsenale, il servizio informativo, il dragaggio del bacino di Lusenzo a Chioggia, il porto peschereccio di Treporti. Ma tutti confidano che l’impegno del governo, nelle prossime annualità, non mancherà ed alcuni di questi investimenti potrebbero non essere assegnati direttamente al Consorzio ma messi a gara. Il Cipe chiederà ora al Consorzio di trasmettere un crono programma aggiornato per il completamento del Mose entro i prossimi 30 giorni. Quanto al sistema di dighe mobili, approfittando dell’alta marea di queste ore in laguna, il Consorzio ha provveduto a provare altre sette paratoie del Mose alla bocca di porto di Lido. Il test di sollevamento progressivo è funzionale alla chiusura dell’intera barriera di 21 paratoie nel canale di Lido Treporti già programmata per i prossimi giorni. «Le paratoie – spiega una nota emessa dal Consorzio – sono risultate perfettamente funzionanti». In queste giornate di acqua alta la Control Room del Consorzio sta simulando il funzionamento delle barriere mobili come se le tre bocche di porto fossero già attrezzate con le paratoie completamente funzionanti.

 

Gazzettino – Mose salvo, ecco i soldi per ultimarlo

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7

nov

2014

LAVORI PUBBLICI – Boccata d’ossigeno per il Consorzio. In calendario anche la Valdastico Nord

Braccio di ferro alla riunione preparatoria del Cipe, poi inserita la tranche mancante di 400 milioni

Dopo un anno di “digiuno” finanziario, il Mose torna a vedere i 400 milioni che servono al completamento della struttura a dighe mobili che dovrà “salvare” Venezia dalle acque alte come quelle che la stanno colpendo in questi giorni (oggi sono previsti 130 centimetri, quasi metà della città sott’acqua).
Ieri la riunione preparatoria del Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica) che si svolgerà lunedì ha inserito all’ordine del giorno la tranche che mancava e che lo scorso anno era stata depennata all’ultimo momento dalla Legge di stabilità 2014. Una boccata di ossigeno anche per il Consorzio Venezia Nuova, che era stato costretto a contrarre un mutuo da 800 milioni con la Bei per supplire alla discontinuità dei flussi finanziari dallo Stato.
Le cose, tuttavia, non si sono svolte così tranquillamente come si potrebbe pensare, perché si è seriamente rischiato di rinviare il completamento dell’opera di molti mesi a causa del meccanismo automatico di tagli lineari adottato dal Governo. Nella riunione è emerso che, per una differenza eccessiva tra la situazione di cassa e la previsione di bilancio statale, lo stanziamento doveva subire una decurtazione di 27 milioni. Ma non è tutto, perché nei documenti della riunione, i tecnici del ministero delle Infrastrutture avevano predisposto anche uno schema degli interventi da rallentare. Tra questi c’erano anche le voci “impianti alle bocche di porto” e “verifiche propedeutiche all’avviamento e gestione delle barriere”. Quando ha letto queste cose, l’assessore Regionale al Bilancio, Roberto Ciambetti (presente in riunione, dove è riuscito a mantenere in calendario anche l’autostrada Valdastico Nord) è sbottato: «E allora dite che bloccate tutto!».
Dopo le sue insistenze, questi punti sono stati reinseriti tra gli interventi finanziabili, sia pure a parità di risorse.
Sulla cifra rimanente esiste comunque una previsione nel disegno di Legge di Stabilità 2015 che riporta lo stanziamento al livello originario. Come è noto, però, si tratta di una misura che potrebbe essere messa sotto attacco dagli emendamenti parlamentari o dello stesso Governo. È accaduto lo scorso anno, quando lo stanziamento per il Mose è poi servito come “bancomat” per finanziare altre cose ritenute evidentemente più fondamentali.
«Per noi – commenta il presidente Mauro Fabris – è una notizia molto importante, poiché vengono effettivamente allocate quelle risorse già previste un anno fa dal Governo e senza riduzioni. Eravamo fermi dall’inizio dell’anno con i pagamenti, a cominciare dalla rata di 129 milioni con la Bei e poi con i lavori di quest’anno che, nonostante la bufera giudiziaria che si è abbattuta sul Mose, non si sono mai fermati».
«Inoltre – aggiunge il direttore Hermes Redi – è importante perché si garantisce il completamento sia con la gestione attuale che con il commissario che nominerà il Governo».

 

Il Cipe sbloccherà altri 401 milioni

Ieri la riunione preparatoria del Cipe che si svolgerà lunedì ha dato di fatto il via libera all’ultimo stanziamento dei 401 milioni necessari al completamento del sistema di dighe mobili.
«Per noi è molto importante – commenta il presidente del Consorzio Mauro Fabris – perché ora saranno resi disponibili tutti i soldi necessari al completamento dell’opera»

 

Mose, entro fine novembre la prova di chiusura al Lido

SALVAGUARDIA Test ieri per 7 paratoie, altre 7 saranno in funzione oggi. I tecnici: «Nessun problema di corrosione»

Entro la fine del mese la bocca di porto del Lido potrà essere completamente chiusa dal Mose.
Le 21 paratoie mobili sono posizionate e funzionanti e in questi giorni di alta marea sostenuta il Consorzio Venezia Nuova sta sperimentando il sollevamento di singole porzioni di barriera per verificarne la funzionalità. Ieri mattina sono state alzate 7 paratoie che non erano state provate nel test di un paio di settimane fa e altre sette saranno provate oggi, con una previsione di marea di 130 centimetri. Al momento, nessun problema di funzionamento è stato rilevato dal Consorzio, che invece intende rispondere ad alcune osservazioni fatte nei giorni scorsi in merito a presunti fenomeni di corrosione salina delle lamiere.
«L’effetto estetico di colorazione delle paratoie – rispondono gli ingegneri – è dovuto al deposito di uno strato di limo e di microorganismi facilmente rimovibile con una spugna o con un getto d’acqua a bassa potenza. Tutte le strutture e gli allestimenti in acciaio delle paratoie – precisano poi – vengono sottoposti a trattamenti anticorrosivi mediante cicli di pitturazione, oltre alla protezione dalle correnti galvaniche con anodi sacrificali».
La stessa protezione che si applica per proteggere le eliche delle imbarcazioni e delle navi.
«Le paratoie – concludono – hanno un rivestimento antivegetativo, che è stato via via migliorato attraverso cicli di sperimentazione di diversi tipi di vernici».
E veniamo alle simulazioni, da tempo effettuate dal Consorzio quando si verificano eventi significativi di acqua alta. I dati che ne risultano erano stati in passato usati per promuovere l’opera, ora costituiscono una sorta di anticipazione, spiegando come la chiusura delle tre bocche di porto tenda a smorzare i picchi delle acque alte restano a livelli prossimi al metro.
«La mattina di mercoledì – si legge nel documento di simulazione – il Mose sarebbe stato chiuso con 100 centimetri a punta della Salute alle 7.50 e sarebbe stato riaperto alle 10.25, evitando il picco di 115.
In serata, con una marea di 21 cm registrata alle 22,, il Mose si sarebbe chiuso a quota 90 attorno alle 19 e si sarebbe riaperto alle 23.25 senza mai far superare i 95 centimetri in laguna.
Nella serata di ieri (110 alle 22.30) le paratoie si sarebbero sollevate alle 21 a quota 100 per essere riaperte alle 23.30».

Michele Fullin

 

Nuova Venezia – Mose, altri due big patteggiano

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6

nov

2014

Il giudice: all’ex generale delle Fiamme gialle Spaziante quattro anni, al finanziere Meneguzzo due anni e mezzo

VENEZIA – L’ex generale e vice comandante della Guardia di Finanza Emilio Spaziante e l’ex amministratore delegato della vicentina «Palladio Finanziaria» Roberto Meneguzzo, imputati a Milano per l’inchiesta sul Mose, hanno patteggiato la pena rispettivamente di 4 anni di reclusione con una confisca di 500 mila euro e a 2 anni e mezzo. Entrambi sono accusati di concorso in corruzione. I patteggiamenti di Spaziante e Meneguzzo sono state accolte ieri dal giudice di Milano Chiara Valori, che invece ha respinto l’istanza avanzata dal ministero dell’Economia e delle Finanze di essere parte civile. L’ex generale e l’ex ad della Palladio, che con il patteggiamento escono dal procedimento, sono imputati assieme a Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti (che ha scelto il rito ordinario e di cui l’udienza è stata rinviata dal Tribunale milanese all’8 gennaio), nell’ambito del filone di indagine trasmesso lo scorso giugno dalla procura di Venezia a quella di Milano. Al centro di questa tranche di indagine ci sono due episodi di corruzione. Nel primo, secondo l’accusa, Milanese sarebbe stato il destinatario di una mazzetta da 500 mila euro che il Consorzio Venezia Nuova, allora presieduto da Giovanni Mazzacurati, gli avrebbe fatto avere attraverso Meneguzzo. Lo scopo della dazione era di far sì che nelle decisioni del Cipe entrasse la voce Mose per avere nuovi stanziamenti pubblici. Il secondo episodio contestato ha al centro un’altra presunta tangente da 500 mila euro, contro una promessa di 2,5 milioni, che sarebbe stata versata sempre da Mazzacurati e sempre tramite Meneguzzo, per corrompere Spaziante in modo che intervenisse sui finanzieri di Venezia per addomesticare le verifiche fiscali in corso al Consorzio e alla Mantovani. Il mezzo milione di euro confiscati a Spaziante sono l’equivalente del prezzo della corruzione contestata. Nessuna confisca invece a Meneguzzo in quanto, secondo gli inquirenti, avrebbe avuto solo un ruolo di mediatore senza, quindi, intascare denaro. Sempre ieri, intanto, è slittata l’audizione dell’ex ministro Altero Matteoli di Forza Italia in Giunta per le Immunità del Senato su richiesta del parlamentare di Ncd Andrea Augello. La Giunta avrebbe dovuto ascoltare Matteoli, indagato per corruzione nell’inchiesta sul Mose, ma Augello, per il protrarsi dei lavori d’aula aveva chiesto un rinvio. La richiesta è stata accolta e l’audizione rinviata alla prossima settimana. In Consiglio regionale, infine, il capogruppo di Italia dei Valori Antonino Pipitone si chiede: «Non so se ci sia qualche appiglio. Ma mi auguro che Cantone lo trovi». Auspica che, nelle pieghe del commissariamento del Consorzio Venezia Nuova, l’Autorità Anticorruzione trovi qualche grimaldello giuridico per bloccare la buonuscita da 7 milioni di euro per Mazzacurati.

(g.c.)

 

Gazzettino – Il Mose, Quanto costano le paratoie.

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6

nov

2014

Spero che Antonio Gesualdi dell’ufficio stampa del Consorzio Venezia Nuova affermi il vero sulle manutenzioni del Mose, come ha scritto nel suo intervento ieri, perché da tempo sento voci preoccupate a proposito del costo di manutenzione delle paratoie e proprio il giorno prima è apparso un articolo su Il Fatto Quotidiano, a firma Alessio Schiesari, che afferma l’esatto contrario. A quanto leggo, “le paratoie già calate in acqua avrebbero perso l’originale colore giallo fosforescente e sono diventate rosso brunastro, l’inconfondibile colore della ruggine.” Questo perché per risparmiare il Consorzio avrebbe usato lamiera rivestita di vernice, invece che resistente acciaio inossidabile. Le navi così costruite avrebbero bisogno di una manutenzione annuale, mentre la previsione per il Mose sarebbe ogni cinque anni. Poiché una paratoia è grande come un palazzo, leggo che la manutenzione quinquennale sarebbe prevista a un costo di 40 milioni! Ma, sempre secondo l’articolista, che cita anche come Stefano Boato sia d’accordo, vi sono altri elementi che hanno bisogno di manutenzione, quindi con esplosione di costi. Cita inoltre il Cnr che avrebbe lamentato il probabile deposito di 12 tonnellate di zinco sul fondo della laguna, là dove crescono vongole e cozze destinate alla pesca. Non c’è che da sperare bene!

Aldo Mariconda

 

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LA REPLICA – La società di Lunardi ha guadagnato 2 milioni per prolungare la A27

Egregio direttore,
scrivo per conto e nell’interesse del prof. Pietro Lunardi. Il 2 novembre il Gazzettino ha pubblicato un articolo dal titolo “Mose, lavori fasulli per aiutare Lunardi”, con un richiamo in prima pagina “Mose, colletta per il ministro – Tomarelli rivela: Mazzacurati organizzò una raccolta di fondi per fare avere due milioni a Lunardi”.
La notizia non costituisce una novità visto che il quotidiano “Repubblica”, l’11 e il 16 giugno pubblicava parti di un verbale, riferito a Roberto Pravatà, seguito da una sua intervista, secondo cui su richiesta di Mazzacurati si sarebbe provveduto a versare a due società, la Grandi Lavori Fincosit s.p.a. e la Società Italiana per Condotte d’Acqua s.p.a., un importo pari a “tre quattro milioni complessivamente”, le quali avrebbero immediatamente riversato detta cifra su conti intestati a società fittizie di Lunardi.
Il prof. Lunardi ha già presentato alla Procura della Repubblica di Venezia una denuncia per calunnia nei confronti del sig. Roberto Pravatà in cui ha riconosciuto puntualmente i rapporti tra la Rocksoil s.p.a., di proprietà della famiglia Lunardi, e società in qualche modo interessate al progetto Mose. Nel 2007, Rocksoil veniva contattata da Adria Infrastrutture s.p.a., il cui vicepresidente era il sig. Baita, e da Grandi Lavori Fincosit s.p.a., intenzionale ad avviare congiuntamente una proposta ex art. 152 D.Lgs. 163/06, avente a oggetto il prolungamento dell’Autostrada A27 da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, prima tranche del più ampio collegamento tra la A27 e la A23, quale parte dei rafforzamenti autostradali connessi al cosiddetto Corridoio Paneuropeo V. Com’è facile intuire subito, si tratta di un’opera che non presenta alcun collegamento (né mai vi è stato) tra Rocksoil s.p.a. e il Mose di Venezia. Ebbene, dovendo questo tratto autostradale svilupparsi per oltre il 50% in galleria, ed essendo Rocksoil una società altamente specializzata in materia di progettazione di strutture autostradali in galleria, Adria e Fincosit si avvalevano di Rocksoil, per quanto riguarda la fase introduttiva dell’appalto, per la stesura di un articolato progetto. Per tale complessa e rilevantissima attività di consulenza, studio e progettazione da svolgersi in tempi molto ristretti – contratto firmato il 29/05/2007, progetto offerta da presentare entro il 31/07/2007, progettazione preliminare entro 90 giorni dal progetto offerta – veniva pattuito un compenso in favore di Rocksoil s.p.a. pari a 2 milioni di euro effettivamente corrisposti in parti uguali da Adria e da Fincosit. Un compenso determinato, sì, in maniera forfettaria, ma che teneva ben in considerazione il valore dell’opera, che, è bene sottolinearlo, ammonta, per quanto riguarda la costruzione delle sole gallerie, all’incirca a 580 milioni di euro. L’importo della consulenza, dello studio e della progettazione fornita, peraltro da Rocksoil in tempi ristrettissimi, in favore di Adria Infrastrutture e di Grandi Lavori Fincosit risulta dunque pari a meno dello 0,35% rispetto al valore stimato dell’opera. Un’opera, come si è già avuto modo di osservare, finanziata da soggetti privati, e che nulla ha a che vedere con i lavori riguardanti il Mose di Venezia, un progetto in cui Rocksoil non ha mai avuto incarichi, né diretti né indiretti.
Tutto ciò rende evidente come le affermazioni del sig. Tomarelli, siano del tutto prive di fondamento.
Con i migliori saluti.
Prof. Avv. Gaetano Pecorella

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Prendiamo atto della precisazione del professor Pecorella. Peraltro da parte nostra non abbiamo mai citato la società Rocksoil. Abbiamo invece dato conto della testimonianza resa da Stefano Tomarelli, ex manager di Condotte, sull’intervento che l’ingegner Mazzucurati avrebbe chiesto agli altri soci del Cvn a favore dell’ex ministro Lunardi.

Per l’ex braccio destro di Mazzacurati si profila una pena di due anni e 150mila euro

Aperto a Milano il processo al collaboratore di Tremonti: Venezia Nuova parte civile

VENEZIA – Mentre è iniziato, in un aula del Tribunale di Milano, il processo all’ex ufficiale della Guardia di finanza, ex deputato e braccio destro dell’allora ministro Giulio Tremonti, Marco Milanese, a Venezia si aggiunge un altro accordo ai 21 già raggiunti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose tra i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. Sul tavolo del giudice veneziano Massimo Vicinanza, infatti, è arrivato ieri il fascicolo che segnala il raggiungimento dell’accordo sulla pena di due anni di reclusione (sospesa grazie alla condizionale) e 150 mila euro di risarcimento per Federico Sutto, un tempo braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova. Il magistrato dovrà decidere se la pena è congrua o meno e anche se firmare la scarcerazione dell’indagato (Sutto è ancora agli arresti domiciliari) per la quale la Procura ha dato il via libera.

E’ probabile che la decisione sul patteggiamento di Sutto finisca nella stessa udienza in cui il giudice dovrà decidere anche per l’ex assessore regionale Renato Chisso (due anni e mezzo di reclusione) e il suo segretario Enzo Casarin (un anno e otto e 115 mila euro). Il giorno dell’udienza non è ancora stato fissato, forse si svolgerà nell’ultima settimana di novembre.

Il Consorzio Venezia Nuova e il Ministero dell’Economia e delle Finanze chiederanno di costituirsi parte civile al processo con rito immediato a carico di Milanese. La richiesta è stata preannunciata alla prima udienza del dibattimento che si è aperto davanti alla quarta sezione penale del Tribunale, presieduta da Oscar Magi. Il dibattimento è stato rinviato al prossimo 8 gennaio 2015 per la notifica del provvedimento che dispone il giudizio immediato al professor Franco Coppi, entrato nel collegio difensivo da qualche mese a fianco di Bruno La Rosa e al quale il provvedimento non era stato recapitato il provvedimento. L’avvocato La Rosa ha anche depositato al Tribunale una richiesta di revoca della misura della custodia cautelare nei confronti di Milanese che è in carcere a Santa Maria Capua Vetere per corruzione. Giorgio Cecchetti

 

Chiamati come esperti dai lincei

I consulenti delle paratie ancora relatori ai convegni

ROMA «Resilienza delle città d’arte alle catastrofi idrogeologiche: successi e insuccessi nell’esperienza italiana». Chissà se il Mose fa parte del primo o del secondo gruppo. Perché massiccia è la presenza al convegno, organizzato in questi giorni a Roma dall’Accademia nazionale dei Lincei per discutere di tutela del territorio – di consulenti e ingegneri del Consorzio Venezia Nuova.

A cinque mesi esatti dagli arresti per lo scandalo del Mose, i Lincei hanno organizzato un grande convegno sul 4 novembre.

E tra i relatori sono molti i nomi conosciuti nella lunga storia del progetto. Come il professor Giovanni Seminara, dell’Università di Genova, che ha parlato ieri di «Acqua e città d’arte» nella prolusione subito prima del ministro Dario Franceschini. Fu lui nel 2006 a svolgere davanti al governo Prodi la relazione che promosse le dighe mobili.

Contrapposta a quella del suo collega Luigi D’Alpaos che sosteneva l’esatto contrario: stringendo le bocche di porto e rinunciando al Mose la situazione ambientale avrebbe potuto migliorare.

Tra i relatori anche Hermes Redi, neodirettore del Consorzio Venezia Nuova, il responsabile del servizio informativo Giovanni Cecconi.

E poi l’economista Ignazio Musu, nominato tra i cinque esperti che promossero il Mose al posto di Paolo Costa, diventato ministro dei Lavori pubblici. Ha parlato ieri, 15 anni dopo la sua relazione, dello stesso tema: «Aspetti economici della salvaguardia di Venezia». C’era anche Andrea Rinaldo, ingegnere padovano che nel 1999 fece parte del «panel» di consulenti del Consorzio per promuovere il Mose. Conclusioni del professor Carlo Doglioni (subsidenza) e della soprintendente Renata Codello.

Alberto Vitucci

 

Sette milioni all’ex presidente: il consiglio del Consorzio Venezia Nuova si spaccò

Il caso del direttore Redi: per evitare sospetti la sua azienda Hmr finita in un trust

Buonuscita a Mazzacurati quei due “no” di Condotte

VENEZIA – Non erano tutti d’accordo a pagare i 7 milioni di buonuscita all’ingegner Giovanni Mazzacurati, lo scorso marzo. Nel consiglio direttivo del Consorzio Venezia Nuova almeno una delle imprese più grosse era contraria. Solo la necessità di non far trasparire la spaccatura all’esterno ha portato, dopo ben due voti contrari, ad un’astensione. Lo confermano sia il direttore tecnico del Consorzio Hermes Redi sia il presidente Mauro Fabris distaccato a Roma dove sta inseguendo i 137 milioni che ancora mancano al Mose. Fabris aggiunge anche il nome dell’impresa: Condotte d’Acqua. La decisione di liquidare il maxi Tfr a Mazzacurati era rimasta ibernata per mesi, dopo l’arresto del «capo supremo» il 12 luglio 2013. Più che comprensibile: l’ingegnere è ancora oggi sotto processo per i fondi distratti al Consorzio. Che fosse proprio il Consorzio a liquidargli subito dopo l’arresto una buonuscita da 9 milioni di euro (sembra questa la cifra inizialmente concordata) poteva creare solo imbarazzi. Come poi è accaduto. Tanto più che la pratica di fine rapporto è stata avviata con delibera approvata dai componenti del consiglio direttivo che l’avevano fiancheggiato fino alle dimissioni, date il 28 giugno 2013. Era una mano che lavava l’altra. Di istruire la pratica si incarica l’allora vicepresidente [………………………..], che tratta con il grande capo dimissionario e chiude (a quanto pare) a 9 milioni. All’epoca Condotte è rappresentata da Stefano Tomarelli, che si dimette dal consiglio direttivo del Consorzio il 2 agosto 2013, quando alla presidenza è già arrivato Mauro Fabris. Il quale a tutto pensa meno che a portare la croce per conto terzi. Così il Tfr di Mazzacurati passa in cavalleria. Rispunta a novembre, quando l’ingegnere si fa vivo con i suoi avvocati: ha collaborato con la magistratura, ha fatto il bravo e chiede che gli venga liquidato quanto gli spetta. Fabris si tutela girando la pratica agli avvocati del Consorzio, gli studi legali Vanzetti di Milano e Madia di Bologna. Con le spalle coperte dal loro parere favorevole, si presenta in consiglio direttivo per liquidare i 9 milioni a Mazzacurati, limati e portati a 7. Ma si becca due no di fila da Leopoldo De Medici, che rappresenta Condotte dopo Tomarelli. Anche De Medici è un avvocato ma, diversamente dai suoi colleghi, ritiene più saggio aspettare la sentenza prima di pagare. Finché al terzo tentativo, anche Condotte si allinea e fa passare la decisione astenendosi. È da cercare in questi passaggi la prova di una discontinuità solo apparente tra la gestione Fabris e quella di Mazzacurati, tale da giustificare il commissariamento? «Non credo», risponde Fabris, «non perché io non abbia fatto tutto quello che andava fatto. La novità è il decreto-legge di luglio che ha istituito l’Autorità Anticorruzione dopo le vicende Mose ed Expo, ha chiuso il Magistrato alle Acque e ha previsto i commissariamenti. Da luglio è cambiato tutto. Io ho sempre pensato che poteva esser messo nel conto. Non mi stupisco, ma sono cambiate le regole del gioco e lo accetto. Faremo quello che ci diranno». Nel frattempo nessuno sa di preciso cosa aspettarsi. Al Consorzio si vivono giorni sospesi nel vuoto. Il commissariamento potrebbe essere uno o trino, avvenire per affiancamento, per spostamento o per ribaltamento della situazione attuale. Per giunta lo stanno decidendo a Roma, dove ha sede legale il Consorzio e dove abita gente di terra, che per vedere il mare aspetta l’estate. Non è un gran biglietto da visita. Non ne sa di più il direttore generale Hermes Redi. «Noi abbiamo cercato di marcare una fortissima discontinuità con il passato», dice l’ingegnere. «Nei rapporti con la città, tagliando tutti i finanziamenti a pioggia. Nei rapporti interni, eliminando tutta una serie di contratti, operando grandi risparmi, visibili a chiunque guardi i nostri conti». Sono risparmi che si rifletteranno sui costi del Mose, diminuendoli? «Purtroppo no», ammette Redi. «Ma io sono tranquillo, sento di non aver fallito nel mio compito. Non è bastato? Bisognerà chiederlo a Cantone». Redi ha praticato la discontinuità prima di tutto su se stesso: «Quando ho firmato per il Consorzio mi sono dimesso da Hmr, l’azienda che ho creato per la sicurezza nei cantieri e la direzione lavori. Hmr aveva contratti in essere con il Consorzio firmati una decina d’anni fa, che non potevano certo essere sospesi. Potevano invece essere tagliati i miei legami con la società, della quale non sono più né titolare né beneficiario in alcun modo. Ho costituito un trust definitivo, dal quale non si torna indietro. I miei figli diventeranno beneficiari delle azioni di Hmr solo dopo la mia morte».

Renzo Mazzaro

 

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