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L’amarezza dell’ex magistrato e il mistero dell’agente segreto che spiava lui e Fasolato ai tempi del processo all’Enel

La parabola dell’ex pretore d’assalto finito nel fango delle bonifiche: «Ho fatto incassare milioni allo Stato da usare per il disinquinamento. Ecco quello che ricevo»

VENEZIA – Il veneziano Giampaolo Schiesaro, una vita al servizio delle istituzioni prima come magistrato, poi come avvocato dello Stato, è da poco in pensione e ora si trova indagato dalla Procura di Roma per associazione a delinquere finalizzata alla concussione, un’accusa pesantissima che lui non vuole commentare. Ma alcuni amici raccontano che è rimasto allibito e addolorato quando l’ha ricevuto, la prima reazione è stata: «Mi sarei aspettato un medaglia per tutti i milioni che ho fatto incassare allo Stato da utilizzare per il disinquinamento e invece ecco quello che ricevo». Una vita, la sua spesa per salvaguardare l’ambiente: da pretore d’assalto – così li chiamavano allora i giornali i magistrati che combattevano con le indagini l’inquinamento- e poi da avvocato dello Stato in servizio a Venezia, ma attivo in tutta Italia. Decine i processi ai quali ha partecipato come parte civile per il ministero dell’Ambiente a chiedere milioni alle aziende accusate di inquinare, soldi da usare per ripulire i disastri ambientali. Ed ora proprio di questo lo accusano: di aver estorto a Fincantieri, a Montefibre, alla San Marco Petroli, alla Italiana Coke da cinque a sei milioni di euro. Complessivamente lo Stato, per disinquinare Porto Marghera ha portato a casa ben 584 milioni di euro grazie alle così dette «transazioni ambientali». E Schiesaro, stando alle accuse, sarebbe stata la mente giuridica dell’associazione a capo della quale c’era il direttore generale del ministero dell’Ambiente Gianfranco Mascazzini, una banda che «spillava» soldi agli imprenditori per il disinquinamento e gli euro, comunque, non finivano in tasca a Schiesaro, ma al ministero dell’Ambiente. Le accuse sarebbero provate dalle dichiarazioni degli imprenditori costretti a pagare per il disinquinamento: «Ci ha spinto a transare», ad esempio racconta uno di loro, «sotto la minaccia di proseguire nella richiesta di risarcimento danni nell’ambito del processo penale per l’inquinamento da amianto». Una richiesta del tutto lecita, più che una minaccia, e che in ogni processo con la presenza di parti civili i difensori si sentono avanzare dagli avvocati di chi vuole un risarcimento. Schiesaro non vuole rilasciare dichiarazioni, vuole difendersi davanti ai giudici di Roma, ma sempre alcuni amici ricordano che i nemici l’ex pretore d’assalto non li ha soltanto tra gli imprenditori. C’è un processo, ancora da celebrare, in cui Schiesaro e un ex pubblico ministero di Rovigo, Manuela Fasolato, colei che ha indagato e ottenuto le condanne dei vertici dell’Enel per l’inquinamento provocato dalla centrale di Porto Tolle, sono parti offese. Sul banco degli imputati un funzionario dei servizi segreti italiani, accusato di aver spiato i due che per la Procura di Rovigo, una, e per l’avvocatura dello Stato, l’altro, hanno indagato e chiesto il processo per i responsabili dell’inquinamento, la prima, e hanno chiesto un pesante risarcimento per conto dello Stato, l’altro. Per conto di chi i due sono stati spiati? Probabilmente neppure il processo all’agente segreto finito sotto inchiesta riuscirà a chiarire questa circostanza. Intanto, però, entrambi i protagonisti di quel procedimento si sono trovati nei guai e quelli di Schiesaro sono davvero seri. Anche se il pm di Roma che ha firmato le 97 pagine dell’informazione di garanzia tra le altre argomentazioni scrive, ad esempio: «Ciò che riferiva Piergiorgio Baita era dunque che Mascazzini imponeva al Consorzio Venezia Nuova di avvalersi di specifici professionisti, come Thetis e Studio Altieri». Con c’era certo bisogno che il direttore del ministeto imponesse a Giovanni Mazzacurati di utilizzare per gli interventi quelli che erano i suoi più stretti collaboratori.

Giorgio Cecchetti

 

Da Brotto ad Altieri, da Fassina a Scopece

Ecco i ventisei indagati per le bonifiche

Gli indagati sono 26. I loro nomi: Gianfranco Mascazzini, direttore ministero Ambiente, Paolo Ciani, Dario Danese, Gianfranco Moretton, Giorgio Verri e Gianni Menchini, commissari per l’emergenza ambientale Laguna di Grado, Massimo Gabellini, Silvestro Greco, direttori dell’istituto superiore per la protezione e ricerca ambientale, Vincenzo Assenza, Fausto Melli, Franco Pasquino e Giorgia Scopece , presidente, direttore, commissario e dipendente Sogesid srl, Giovanni Mazzacurati, presidente Cvn, Giampaolo Schiesaro, avvocato dello Stato, Maria Teresa Brotto e Andrea Barbanti , amministratore delegato e tecnico Thetis, Alberto Altieri, Everardo Altieri e Guido Zanovello, presidente, vicepresidente e direttore dello «Studio Altieri», Simone Fassina, Antonio Ardone, dipendenti Sviluppo Italia, Marta Plazzotta dirigente Arpa Udine, Francesco Sorrentino, capo del Genio civile Gorizia, Antonella Ausili e Elena Romani, ricercatori Ispra.

 

Gazzettino – La cricca delle bonifiche

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31

ott

2014

COMPETITIVITÀ «L’alto tasso di corruzione ci allontana dai concorrenti»

Confindustria attacca duramente sull’inchiesta di Porto Marghera

Zoppas: «Imprese frustrate, tanta rabbia per l’illegalità diffusa»

Lo scandalo delle bonifiche scuote il mondo dell’imprenditoria. L’inchiesta sta facendo luce sulla “cricca delle bonifiche” e sul suo radicato sistema di concussione, arrivato a taglieggiare importanti aziende ed imprese veneziane che operano a Porto Marghera. Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia, parla chiaro: nel mondo imprenditoriale si respira aria di «grande disillusione e rabbia».
Se quanto emerge dall’inchiesta verrà confermato, per Porto Marghera sarà stato alto tradimento. A tirare i fili della “cricca” sarebbero stati, secondo l’accusa, alcuni alti rappresentanti delle istituzioni e del ministero dell’Ambiente. Difficile digerire che a vessare le aziende fosse proprio chi invece doveva occuparsi della riconversione dell’area industriale. Zoppas ricorda che al momento si tratta ancora di ipotesi investigative, ma anche che «Pratiche illegali possano provenire da figure di riferimento, molto conosciute e decisive nei procedimenti in quanto parte delle istituzioni dello Stato è doppiamente sconfortante».
Inoltre, come mette in evidenza il presidente di Confindustria Venezia, il sistema illegale portato avanti dalla “cricca delle bonifiche” ha danneggiato tutti: prima le aziende, ricattate a suon di milioni, poi il territorio, al quale sono stati potenzialmente sotratti investimenti e lavoro.
«Queste richieste esose – ricorda Zoppas – relative ad un supposto danno ambientale, che si aggiungono al costo della bonifica (peraltro allora già molto elevato), hanno enormemente aumentato i costi di gestione dell’area e quindi i prezzi dei terreni, rallentando e complicando l’evoluzione dell’area e la sua possibile riqualificazione attraverso progetti alternativi di investimento».
Il nuovo scandalo veneziano dimostra ancora una volta quanto sia difficile fare impresa in laguna, dove talvolta la burocrazia, e i suoi eccessi, hanno generato corruzione e malaffare. «Il tasso di corruzione diffuso nel nostro Paese – conclude Zoppas – dovuto anche ad una burocrazia ingessata, non fa che aggravare le distanze con i nostri competitor quanto a onere dei fattori produttivi».

 

La Procura: alcuni Siti creati soltanto per fare affari

UDINE – «Il meccanismo, per impulso del ministero dell’Ambiente, veniva replicato su tutto il territorio nazionale. Ovunque i Sin (Siti di interesse nazionale, ndr) venivano perimetrati su base cautelativa, a prescindere da elementi scientifici che giustificassero la cautela, principio strumentalizzato al solo fine di creare il business delle opere di caratterizzazione ed analisi senza alcuna finalità di reale bonifica tant’è che, salvo un piccolo Sin di Fidenza, nessuno degli altri 56 a distanza di oltre 15 anni è stato compiutamente caratterizzato né tantomeno bonificato». Lo sostiene il pm di Roma Alberto Galanti nell’ambito dell’inchiesta costruita intorno a quella avviata nel 2012 dal pm friulano Viviana Del Tedesco, condotta dai Carabinieri di Udine e dalla Guardia di Finanza di Roma. «L’inchiesta è diventata romana». «Ora il nocciolo di responsabilità la magistratura lo individua nella direzione generale dell’Ambiente». Questo sostengono gli avvocati Luca Ponti (difensore del secondo commissario Gianfranco Moretton e dell’attuatore Dario Danese) e Rino Battocletti (legale del terzo commissario Gianni Menchini), convinti che la nuova prospettazione accusatoria «ridimensioni la portata delle accuse a carico degli indagati friulani», aggiunge quest’ultimo. «Sono convinto si possa mettere in discussione l’associazione a delinquere, tra persone che non si conoscono nemmeno, in un periodo in cui si sono succeduti governi politici di opposte colorazioni», precisa l’avvocato Ponti. Un’accusa di associazione a delinquere «del tutto fantasiosa» anche quella contestata al primo commissario Paolo Ciani, difeso dall’avvocato Manlio Contento.

E.V.

 

Gazzettino – La “cricca” delle bonifiche

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30

ott

2014

LA RETE – Un sistema in grado di condizionare le bonifiche, da Grado e Marano a Porto Marghera. Al vertice il direttore generale del ministero dell’Ambiente: 26 gli indagati.

L’INCHIESTA – Partite da Udine, le indagini sono state poi portate avanti dalla Procura di Roma. Coinvolti il Consorzio Venezia Nuova e due ex assessori friulani.

PORDENONE – Dieci indagati al Cellina Meduna

Consorzio bonifica, appalti sotto la lente della Procura

IL CASO Indagini tra Roma e Udine. Sotto inchiesta Mazzacurati, due ex assessori friulani, il vertice dell’Ambiente

Da Grado a Porto Marghera, le mani su un business miliardario: 26 indagati, coinvolti ministero e Cvn

IL PROBLEMA «Con la fine del Mose, il Consorzio doveva trovare qualcosa da fare»

L’INTERROGATORIO Il manager da imputato a “gola profonda”

Baita: «Tangenti? Non è escluso Mascazzini veniva accontentato»

VENEZIA – L’inchiesta romana è nata dall’inchiesta udinese. E su questo secondo fascicolo, aperto più di due anni fa dal pm Viviana Del Tedesco, avevano messo gli occhi anche gli uomini del Consorzio Venezia Nuova, che avrebbero voluto saperne di più, soprattutto dopo che l’ingegnere Giovanni Mazzacurati era stato indagato nel 2012. Adesso si capisce perchè il sistema del CVN era interessato a carpire notizie su quell’inchiesta scottante, al punto da pagare lautamente alcuni personaggi che si erano spacciati per un magistrato degli uffici giudiziari di Udine, lo “zio Otto”. Infatti i Pm di Venezia hanno contestato il millantato credito ad alcuni faccendieri finiti in carcere.
L’inchiesta friulana sulla bonifica di Grado e Marano rischiava di saldarsi con quella aperta a Venezia per il Mose, scoprendo una convergenza di interessi. Adesso si capisce perché. Ne ha parlato Piergiorgio Baita in un interrogatorio dello scorso giugno con i Pm di Roma. «Il Consorzio Venezia Nuova ha un problema, che col Mose finisce. Quindi ha bisogno di qualcosaltro per continuare… il problema è: chi lo esportava? Cioè, di chi era il copyright del modello Marghera? Mascazzini era convinto che fosse un suo copyright e che quindi potesse organizzare, scegliere i soggetti. Thetis era convinto della stessa cosa ma a Porto Marghera c’era un concessionario individuato che poteva operare senza gara… la gara hanno provato a evitarla in tutti i modi, non sono riusciti in nessun Sin».
È il sistema delle transazioni ambientali, lavori di risanamento per centinaia di milioni di euro. Mazzacurati ha pagato Mascazzini per i soldi delle bonifiche che il Consorzio riceveva? «No, non ha corrisposto somme improprie, ha sempre corrisposto alle indicazioni di affidamento di incarichi probabilmente al dottor Mascazzini… sostanzialmente le attività tecniche allo Studio Altieri, le attività di sicurezza alla società Hmr e il monitoraggio delle attività lagunari all’Icram… Io tante volte parlo di Consorzio e Thetis perchè c’è un’assoluta identità di comportamenti». Perchè si accettavano i diktat di Mascazzini? «Uno che ha portato al Consorzio un miliardo di lavori aggiuntivi potenziali credo che qualche debito di riconoscenza ce l’abbia senza esercitare ulteriori pressioni».
Al Pm che insisteva su possibili tangenti, Baita ha risposto: «Io non ne sono a conoscenza. Non posso escluderlo… dico che sicuramente Mascazzini veniva accontentato nelle sue indicazioni». (G.P)

 

VENEZIA «Così i fondi andavano al Consorzio»

Il pm lo chiama il “sistema Venezia” ed è una delle parti più esplosive dell’inchiesta romana.
Perché si collega direttamente al Consorzio Venezia Nuova di Giovanni Mazzacurati (con una decisiva testimonianza di Piergiorgio Baita) e perchè mette il dito su un colossale giro di denaro, oltre 500 milioni di euro pagate da aziende per le “transazioni ambientali” in laguna. Il sospetto parla di una vera e propria concussione, un metodo per far pagare soldi ai privati, soldi poi finiti al ministero e di lì al Consorzio, minacciando ispezioni e denunce.
La “transazione ambientale” è un accordo economico con il ministero che vede il proprietario di un terreno liberato dall’onere delle bonifiche su aree inquinate. Secondo l’inchiesta romana, molti privati vennero costretti ad aderire ai pagamenti a seguito delle minacce subite da Gianfranco Mascazzini, che altrimenti avrebbe sguinzagliato i suoi ispettori e avviato azioni legali, vincolando quei terreni per anni, anche perché non avrebbe mai approvato i piani di risanamento (meno costosi) che avrebbero presentato. In questo capitolo spunta anche l’avvocato dello Stato Gianpaolo Schiesaro, nominato consulente dal Ministero, che è riuscito a far incamerare centinaia di milioni di euro.
In totale le transazioni a Venezia furono 43, per un totale di 535 milioni di euro. In apparenza un sistema virtuoso, secondo il Pm romano solo un mezzo per far incamerare denaro, poi girato al CVN, senza che i terreni venissero per davvero risanati, ove ve ne fosse la necessità.
A scoperchiare per primo il pentolone è stato come testimone, l’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni. L’8 maggio scorso è stato interrogato dagli inquirenti. Orsoni ha spiegato di aver dato ordine di non effettuare transazioni per i terreni comunali, ritenendo che «tali proposte potessero costituire un abuso… una pura dazione di denaro che affluiva alle casse del Ministero dell’Ambiente fatta eccezione per la quota destinata al marginamento della laguna».
Molti proprietari di terreni invece pagarono. La società Intermodale versò 4 milioni di euro nel dicembre 2005, Fincantieri 6 milioni nel 2008, Vega Parco Scientifico 2 milioni 492 mila nel 2010. San Marco Petroli 3 milioni gennaio 2011. Queste le cifre nel capo d’accusa. Il Pm romano è lapidario: «L’affare transazioni ambientali ha rappresentato una fonte di primaria importanza per consolidare il potere di Mascazzini che, come riferito da una serie di imprenditori veneziani, attraverso minacce di controlli di polizia e da parte di enti ministeriali (Ispra e Apat), nonchè di denunce varie all’autorità giudiziaria, induceva le società inserite in area Sin a versare cospicue somme di denaro…». Queste somme «venivano poi girate attraverso il Magistrato alle Acque di Venezia al Consorzio Venezia Nuova e da questo alle società Thetis e Studio Altieri, individuate e imposte da Mascazzini, quali commesse per attività progettuali, e all’Icram, per alimentare e sostenere i soggetti inseriti in tale struttura».
I controlli del Ministero? «Uno strumento di pressione». Gli attori? Alcuni funzionari ministeriali «la cui “mission” era quella di individuare ad ogni costo “i punti deboli” delle società interessate affinché li si potesse utilizzare per indurle a non opporre resistenza alle richieste del Ministero».
Qualche esempio. Mascazzini, al telefono con l’avvocato Schiesaro, che raffigura la trattativa con Montefibre: «Ci devono dare i soldi fino all’ultimo centesimo, se no stanno ad aspettare e non venderanno mai, mai, non incasseranno mai i 500 milioni che devono insaccare… aspetteranno 16 mesi… tu dici Mascazzini vuole tutti i soldi, l’uno sull’altro». Schiesaro replica: «Ma io non posso dire una cosa del genere». Mascazzini: «Io non cambio una virgola, non voglio un centesimo di meno, non firmerò mai, mai!». Schiesaro: «L’ho capito, ma io devo trovare un modo intelligente per non firmare».
Secondo il Pm è un vero e proprio sistema. Mascazzini si consiglia anche con l’ingegnere Guido Zanovello dello Studio Altieri. E il Pm annota: «Mascazzini dice che ha un problema di motivare la richiesta che fa ai privati… Bisogna ragionare e inventare qualcosa per non permettere ai privati di rifiutarsi di transare. Dal momento che la Fincantieri non sembra disposta a transare, la cifra richiesta dal Ministero si aggira sui 20 milioni di euro, ecco che partono le ispezioni».
Un collaboratore di Mascazzini cerca «la trippa» per possibili contestazioni. E il direttore generale: «Vedi, vale 20 milioni questa cosetta qui della trippa… quello è il gustoso, bravissimi, forza ragazzi… valete 20 milioni». Mascazzini esemplifica: «Se uno transa con noi e ci presenta il progetto di bonifica, poi può andare in Comune contemporaneamente, noi glielo approviamo direttamente, può andare in Comune con il decreto e si fa dare la concessione edilizia».
Secondo il Pm interessano i soldi, non l’inquinamento: «A nessuno degli interlocutori importa accertare se i terreni sono inquinati, né tantomeno bonificare. Anzi, l’importante è fare le transazioni prima che si scopra se il danno ambientale c’è davvero». Mascazzini dice al telefono a Zanovello: «Ti faccio fare da Schiesaro la carta con tutti i lotti per i quali si fa questo mestiere… i lotto bianchi… quelli che non hanno ancora pagatoooo!!». Zanovello: «Perchè questo signore poichè vuole costruire è nella condizione di transare». Mascazzini: «Alla perfezione… come vedi apriamo un meccanismo forse nuovo… arcaico… non di cartolarizzazione sofisticata, qualcuno trasferisce il debito». Zanovello: «…diciamo uno scambio in natura…». Mascazzini: «… è la cartolarizzazione degli etruschi».
Conclude il Pm riferito a Mascazzini e ai suoi ispettori: «Agiscono con la spregiudicatezza di consumati malfatttori, concentrando la loro attività su un solo bersaglio: prendere quanti più soldi possibile dalle transazioni».

Giuseppe Pietrobelli

 

La “cricca” delle bonifiche da Grado a Marghera

Inchiesta su un business miliardario: finanziamenti per interventi mai effettuati

Ventisei indagati, tra i quali vertici del ministero ed ex assessori. Coinvolto il Cvn

La “cricca” delle bonifiche stava al Ministero, secondo i Pm, dell’Ambiente. Per anni ha agito drenando denaro pubblico. Ha inventato bonifiche – a partire da quella della laguna di Grado e Marano – per orchestrare i finanziamenti. Ha gestito una rete clientelare di assunzioni e affari nel territorio, a cominciare dalla laguna di Venezia. Ha costruito un sistema di potere che da Roma si diramava in tutta Italia, in particolare nei 57 Siti di interesse nazionale. Ha lucrato sulle “transazioni ambientali” a Porto Marghera (500 milioni di euro), con vessazioni ministeriali nei confronti di imprenditori, tali da configurare una vera e propria concussione. Ha costruito un meccanismo che era collegato in Veneto al Consorzio Venezia Nuova (i soldi delle transazioni tornavano al CVN) e al suo ex presidente Giovanni Mazzacurati, nel resto del paese a Sogesid, società costituita dal Ministero.
Due anni dopo, l’inchiesta avviata a Udine dal pm Viviana Del Tedesco, riemerge a Roma sotto forma di un corposissimo invito a rendere interrogatorio notificato ieri ad almeno 26 persone. Tutte indagate, a diverso titolo, per una serie di reati che la dicono lunga su quale sia lo spreco di risorse da parte dei ministeri, sotto la regìa delle direzioni generali. È un pozzo senza fondo l’indagine coordinata dal sostituto Alberto Galanti e condotta da carabinieri e Guardia di finanza. All’inizio dell’anno il procuratore Pignatone aveva chiesto gli atti dell’inchiesta friulana, meritevole di aver scoperto l’asserito bluff della bonifica della laguna di Grado e Marano. Dopo aver acquisito alcuni rapporti di polizia giudiziaria e interrogato decine di testimoni, ora i risultati sono condensati in un atto di un centinaio di pagine. È il romanzo delle bonifiche, delle clientele politiche e dei trucchi messi in atto da strutture tecniche ministeriali.
GLI INDAGATI – Il deus ex machina viene individuato in Gianfranco Mascazzini, direttore generale del Ministero fino al 2009, poi consulente Sogesid e presidente del Comitato tecnico-scientifico della Bonifica friulana. Ci sono poi i vertici di Sogesid, società operativa del Ministero, il presidente Vincenzo Assenza, l’amministratore delegato Fausto Melli e il commissario Franco Pasquino. Troviamo anche i tre commissari della bonifica a Marano (dal 2002 al 2012), gli ex assessori regionali friulani Paolo Ciani e Gianfranco Moretton, nonchè il professore Gianni Menchini. Sono indagati anche dirigenti e ricercatori di Icram (ora Ispra) che si occupava di ricerca scientifica applicata al mare. Un capitolo importante è occupato dai vertici del Consorzio Venezia Nuova e Thetis, ovvero Giovanni Mazzacurati e Maria Teresa Brotto (già indagati per lo scandalo Mose), nonchè il dirigente di Thetis Andrea Barbanti. Nel capitolo veneziano è coinvolto anche Giampaolo Schiesaro, avvocato dello Stato e consulente del Ministero per le transazioni ambientali. Tra gli imprenditori spicca il padovano Guido Zanovello, dello Studio Altieri di Thiene.
LA “RETE” – I reati vanno dall’associazione per delinquere (in parte prescritta) alla truffa, dalla tentata corruzione all’abuso d’ufficio e alla concussione. Il reato associativo si riferisce a un presunto accordo (coinvolti tra gli altri Mascazzini e Mazzacurati) per creare da una parte la bonifica “fantasma” di Grado e Marano, basata su dati scientifici (inquinamento da mercurio industriale) mai verificati, dall’altra per fare pressioni su imprenditori di Porto Marghera, così da ottenere “transazioni ambientali” per milioni di euro, altrimenti le aree non sarebbero state svincolate. La truffa riguarda, invece, il denaro che per undici anni ha finanziato la struttura del commissario delegato all’emergenza di Grado e Marano.
UN FIUME DI DENARO – L’accusa sostiene che la bonifica friulana era in gran parte inventata, perché l’inquinamento riguardava solo l’area industriale Caffaro, ma il Sin era stato esteso a 4mila ettari di terra e 1600 ettari di laguna. Non fu bonificato nulla, ma ci si limitò a studi e dragaggio dei canali, con spese esorbitanti. In questo modo all’epoca di Ciani vengono addebitati 25 milioni di euro (in cinque anni), a quella di Moretton 26 milioni (in due), a quello di Menchini 29 milioni di euro (nel 2009). Nella rete dei sospetti anche funzionari che hanno beneficiato di stipendi e tecnici che avrebbero avvalorato un’emergenza ambientale che non c’era.
PROGETTO FARAONICO – Il Sin friulano era una gallina dalle uova d’oro. Secondo il Pm, Mascazzini d’accordo con Menchini avrebbe tentato di imporre un piano di risanamento della laguna da 230 milioni di euro, assolutamente ingiustificato e insostenibile, anche a detta del Tar. Ma si trovò a sbarrargli la strada il commissario giudiziale della Caffaro, l’avvocato veneziano Marco Cappelletto, che non si piegò alle pressioni ministeriali, preoccupato com’era di salvaguardare l’occupazione e il futuro dell’azienda di Torviscosa. Per questo un’ipotesi di tentata corruzione a carico di Mascazzini. Secondo il Pm quel progetto serviva solo a finanziare il lavoro di Sogesid (la società ricevette 2 milioni 200 mila euro) e di due società venete di progettazione, Thetis del Consorzio Venezia Nuova e Studio Altieri di Thiene (pagate con un milione 297 mila euro).
ASSUNZIONI E POTERE – La rete costruita da Mascazzini sarebbe stata molto sofisticata, sia quando dirigeva una sezione del ministero, sia quando andò in pensione. Otteneva – secondo il Pm – assunzioni di personale, rispondendo anche a sollecitazioni politiche. Incamerava soldi per Sogesid, vero braccio operativo delle bonifiche, che poi subappaltava (ad Altieri e Thetis). «Sogesid è un vero e proprio “carrozzone”, in cui vengono assunti i soggetti graditi a Mascazzini, che a sua volta si fa interprete anche dei superiori voleri di alcuni politici di riferimento».
TRANSAZIONI & CONCUSSIONI – Un capitolo inedito ed esplosivo è quello delle transazioni ambientali a Porto Marghera sottoscritte alcuni anni fa. Secondo l’accusa, con la complicità del Consorzio Venezia Nuova, Mascazzini costringeva (minacciando denunce, ispezioni, azioni legali) «numerosi imprenditori i cui immobili insistevano all’interno del sito di interesse nazionale di Porto Marghera, ad aderire alle transazioni (la cui stipula è una libera scelta del proprietario dell’area da bonificare) per effetto della stipula delle quali venivano versate ingenti somme al Ministero dell’ambiente che a sua volta le riversava al Consorzio Venezia Nuova per alimentare la struttura». Per effetto degli accordi lautamente pagati, «l’obbligo di bonifica si trasferiva sul Ministero dell’ambiente che sistematicamente non vi provvedeva, così determinando un perdurare del danno ambientale ivi esistente». Alle aziende venivano prospettati inquinamenti che in realtà non erano accertati. Così pagavano, anche per poter avere la libertà di valorizzare i terreni.

 

LE ACCUSE – Associazione per delinquere abuso d’ufficio e concussione

LA RETE – Pressioni sulle imprese per incassare milioni di euro

A ROMA – Al centro del sistema di potere il direttore generale dell’Ambiente

Coinvolto anche l’avvocato dello Stato Schiesaro

L’EX SINDACO – Orsoni si oppose alle richieste di Roma: «Quelle proposte erano un abuso»

IL DIRETTORE «Vale 20 milioni questa cosetta qui della “trippa”, quello è il gustoso…»

LE CARTE – La ricostruzione del pm «Minacce per costringere le aziende a pagare»

LE PRESSIONI «Ci devono dare fino all’ultimo centesimo, o non venderanno mai»

Al centro le “transazioni ambientali” per Marghera e le pretese del ministero per bonificare aree inquinate

«Così si consolidava il potere di Mascazzini»

«Con il sistema Venezia milioni girati al Consorzio»

PREOCCUPATO «Tutto ciò comporterà un ritardo nei lavori e nella conclusione dell’opera»

IL PRESIDENTE «Avevamo messo in conto questa possibilità. Faremo ciò che chiede il Governo»

IL FUTURO – Fabris: «Non so cosa potrà accadere»

E adesso che succede? Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova ammette: «Non ne ho la più pallida idea – dice – Di certo seguiremo quello che ci dirà il Governo. Di più non possiamo fare. Attendiamo». Una matassa non da poco, comunque, soprattutto per tutte le questioni amministrative, procedurali e burocratiche legate all’atto messo a segno dall’Autorità nazionale anticorruzione. Una situazione che si va sviluppando di ora in ora, anche nell’attesa dei passi che dovrà, o potrà compiere il prefetto di Roma di fronte alla richiesta dell’Anac. «Al momento non ho risposte da dare – avverte ancora Fabris – Esiste il nodo dei finanziamenti e su questi vedremo quello che accadrà. Dobbiamo conoscere i tempi dell’iter stabilito dal commissariamento e allo stesso tempo capire in quale direzione si pone l’Autorità anticorruzione». Insomma, prima di tutto c’è da digerire la “scoppola” giunta da Roma. Poi si vedrà. «Vogliamo solo che si faccia presto, che non si perda tempo prezioso per la conclusione delle opere alle bocche di porto».

 

L’INCHIESTA – Parlano le vittime della “cricca”

Bonifiche, le imprese: «Costrette a pagare»

Ora gli imprenditori parlano e accusano la “cricca” delle bonifiche di Porto Marghera: «Costretti a pagare altrimenti ci saremmo trovati di fronte ad un muro invalicabile di burocrazia». Tra gli accusatori eccellenti dei funzionari dell’Ambiente ci sono Vega e Fincantieri. Le richieste, secondo le testimonianze, sarebbero state di due milioni e mezzo e sei milioni. L’ex sindaco Giorgio Orsoni aveva vietato al Comune le transazioni imposte dal Ministero, ritenendole un abuso.

 

BONIFICHE D’ORO – I risvolti veneziani delle indagini partite dalla laguna di Marano

Nei verbali le accuse ai rappresentanti del Ministero dell’Ambiente «Minacciavano di bloccarci le concessioni edilizie se ci opponevamo»

Le imprese di Marghera «Costrette a pagare in cambio dei permessi»

Gli imprenditori presi per il collo. Se non accettavano le transazioni ambientali a Porto Marghera proposte dal Ministero dell’Ambiente, si sarebbero trovati di fronte a un muro invalicabile di burocrazia. E non avrebbero mai potuto svincolare i terreni, anche se non c’era la prova di inquinamento. Ecco i verbali che accusano.
IL VEGA – Giuseppe Rizzi, amministratore delegato di Vega Parco Scientifico, ha spiegato che sulle aree “Ex Ceneri” e “Ex Agip”, erano state fatte le bonifiche, approvate dalla Provincia di Venezia. C’era solo qualche valore eccedente. Era in corso la trattativa per vendere il comparto Vega2. Ma una condizione essenziale era la liberatoria da oneri e vincoli ambientali. «L’inquinamento era presunto e tutto da dimostrare – ha detto Rizzi – l’orientamento era di resistere alla richiesta di 8 milioni di euro del Ministero». Poi l’incontro con Mascazzini e Schiesaro, avvocato dello Stato. «La richiesta fu quantificata in circa 2 milioni 200 mila euro. L’atttegiamento del dott. Mascazzini era piuttosto aggressivo e fondato sulla minaccia di annullare e contestare gli esiti delle certificazioni in nostro possesso che attestavano l’avvenuta bonifica. (…) Ci faceva presente che tutte le concessioni edilizie non sarebbero mai state concesse in caso di mancata adesione alla proposta transattiva, un atteggiamento chiaramente concussorio. Noi ci trovavamo in una posizione di debolezza in quanto avevamo la spada di Damocle dell’avvenuta vendita di parte dell’area». Saputo il prezzo che era in ballo, Mascazzini aveva poi aumentato la richiesta a 3 milioni e mezzo. Quando cedettero, pagando quasi 2 milioni e mezzo, il progetto di risanamento fu subito approvato. Rizzi ha spiegato: «Non abbiamo mai avuto la libertà di poter scegliere la strada da noi ritenuta più idonea. Ci è stato detto chiaramente che mai e poi mai ci sarebbero state rilasdciate le concessioni edilizie e Mascazzini si è spinto a minacciare di inviare controlli da parte dei carabinieri del Noe e denunce penali». I lavori successivi di bonifica? «I marginamenti, non del tutto completati, furono eseguiti dal Consorzio Venezia Nuova anche se materilamente sono stati realizzati dal Gruppo Mantovani, presieduto dal dott. Baita».
FINCANTIERI – Anche la Fincantieri fu vessata. Così sostiene l’ex responsabile dell’ufficio legale, Paolo Luigi Maschio. Fu firmato un accordo di programma pari a 6 milioni di euro. Eppure l’analisi delle acque di falda non aveva evidenziato criticità. La società, infatti, non voleva aderire ad alcuna transazione. Maschio ha messo a verbale: «Il dott. Mascazzini, con il suo tono aggressivo, contestò, senza una ragione valida l’esito dlele analisi, affermando che comunque noi inquinavamo ugualmente. La richiesta iniziale fu di 12-13 milioni di euro a titolo transattivo. Era evidente che la somma appariva esosa. Il dott. Mascazzini, adirato, ci minacciava di denunce penali per non so quali violazioni. Minacciava di procedere lui stesso a dlele caratterizzazioni che avrebbero dimostrato la nostra colpevolezza». Ma perchè tanta insistenza? «La nostra impressione è che Mascazzini attraverso tali transazioni volesse raccogliere soldi per poi essere lui stesso il “dominus” influenzando la scelta del Magistrato alle Acque edel suo concessionario, il Consorzio Venezi Nuova che aveva l’esclusiva di progettazione e lavori. Il tutto secondo il noto meccanismo veneziano di cui il Mascazzini era parte integrante». Ci fu anche un incontro all’Avvocatura dello Stato di Venezia: «Era presente anche l’avv. Schiesaro. Rifiutammo per l’ennesima volta di transare per la somma richiesta e di firmare l’accordo di programma. Le minacce ci sono state reiterate e la riunione si è conclusa. Alle minacce sono seguiti i fatti. Abbiamo subito dei controlli finalizzati proprio a campionare le nostre acque di scolo». Tra i collaboratori di Mascazzini c’erano anche alcuni ex ufficiali dei carabinieri del Noe. Conclusione: «Alla fine abbiamo dovuto sottometterci».
SAN MARCO PETROLI – Pierpaolo Perale è amministratore delegato della San Marco Petroli. «Fin da subito mi si è cercato di imporre una transazione ambientale fondata su una presunta responsabilità ambientale che la società. Tale impoisizione era accompagnata da palesi minacce di denunce per non ben precisati motivi, nonchè di controlli». Pagarono 3 milioni di euro. «È stato chiaro subito che la transazione era la sola strada… le conferenze di servizi si concludevano inesorabilmente con rinvii e prescrizioni nuove da parte del dott. Mascazzini. Quando minacciato si è avverato: abbiamo avuto un controllo da parte di alcuni funzionari ministeriali, uno si era qualificato quale ufficiale o ex ufficiale del Noe. L’atteggiamento vessatorio del Ministero era palese. Anche quel controllo ne era la dimostrazione».
SOCIETÀ INTERMODALE – Il quarto caso è quello della società Intermodale Marghera. L’amministratore delegato Marco Salmini ha raccontato che tutto iniziò da una citazione per danni. Poi pagarono 4 milioni di euro. «Avevamo presentato un progetto, ma non era ancora stato portato alla conferenza dei servizi. L’accordo transattivo era facoltativo, ma la spada di Damocle dell’ipoteca ci ha spinto all’accordo. Il nostro timore era quello di svalorizzare l’area. La transazione ci liberava da ogni responsabilità presente e futura con riferimento alle acque di falda». Il Ministero bonificò dopo il pagamento? «Ad oggi, a parte i marginamenti, anche quelli parziali, nessun intervento di messa in sicurezza è stato effettuato».

Giuseppe Pietrobelli

 

L’ACCUSA «Agivano con la spregiudicatezza di consumati malfattori»

IL “NO” DELL’EX SINDACO – Il Comune si rifiutò di stipulare le transazioni imposte dal Ministero

VELENI CON IL CONSORZIO – Dagli atti un’ulteriore conferma dei rapporti con l’ex presidente

Orsoni, il grande accusatore

L’avvocato Grasso: «Anche in questo caso Giorgio si era messo di traverso a Mazzacurati»

Quelle transazioni ambientali imposte dal Ministero, all’allora sindaco di Venezia Giorgio Orsoni erano sembrate un «abuso», tanto da vietarne la stipula da parte del Comune. Considerazioni che Orsoni, convocato in Procura a Udine, come testimone, aveva messo a verbale l’8 maggio scorso, meno di un mese prima di essere arrestato nell’inchiesta veneziana sul sistema Mose. Insomma, l’ex sindaco che a Venezia dovrà difendersi dall’imputazione di finanziamento illecito, chiamato in causa da Giovanni Mazzacurati, in questa nuova inchiesta si ritrova tra i testimoni dell’accusa per una vicenda che coinvolge anche l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova. Una circostanza che farà discutere. E il primo commento arriva dal difensore di Orsoni, l’avvocato Daniele Grasso: «Orsoni, anche in questo caso, si era messo di traverso a Mazzacurati. Quando è stato interrogato dopo l’arresto, aveva detto di non essersi meravigliato delle accuse che gli muoveva Mazzacurati, perché lo conosceva come un tipo vendicativo. Alludeva a fatti come questo. L’allora sindaco aveva osteggiato in modo determinato questi meccanismi deviati di gestione dei Siti di interesse nazionale, forte anche delle sua esperienza professionale. E sono convinto che più si andrà avanti, più emergeranno nuove chiavi di lettura di tutta questa vicenda».
Agli inquirenti udinesi Orsoni aveva riferito di una sorta di imposizione da parte del Ministero, attraverso Mascazzini. «Posso dire che a fronte di questi accordi transattivi non vi erano obblighi di bonifica che il Ministero pretendesse – aveva fatto mettere a verbale l’allora sindaco -, anzi le proposte del Ministero avevano proprio la funzione di superare tutti gli ostacoli che il Ministero avrebbe potuto porre per la bonifica e che derivavano dal vincolo del Sin, gli unici obblighi che venivano recepiti erano quelli del marginamento…». Orsoni aveva aggiunto anche ulteriori dettagli, a conferma di questo meccanismo di sblocco delle concessioni edilizie nelle aree Sin, solo dopo il versamento del denaro, indipendentemente dalle bonifiche. «Il Ministero aveva preventivamente acquisito dal Comune tutte le richieste di concessioni edilizie relative alle aree appartenenti al Sin – aveva proseguito Orsoni -. In questo modo il Ministero aveva la possibilità di sapere chi aveva l’interesse di ottenerle. In questo modo raggiungeva i destinatari con delle proposte…». L’ex sindaco aveva poi riferito di aver vietato la stipula di transazioni di questo tipo fin dall’inizio del suo mandato. Ciononostante Vega, società controllata dal Comune, l’aveva siglata lo stesso, proprio perché il terreno in questione era oggetto di un preliminare di compravendita che non si sarebbe potuto perfezionare se non fosse stata stipulata la transazione. Agli inquirenti l’allora sindaco aveva ribadito di aver vietato lo stipula di queste transazione proprio in considerazioni che «tali proposte potessero costituire un abuso… una pura dazione di denaro che affluiva alle casse del Ministero dell’ambiente, fatta eccezione per la quota destinata al marginamento della laguna».

(r. br.)

 

GLI INDAGATI VENEZIANI – Con Mazzacurati, Baita, Brotto e Barbanti è uno dei big finiti nell’inchiesta

«Schiesaro, il consigliere della cricca»

Per la Procura l’Avvocato dello Stato aveva un ruolo di «mente giuridica»

Un paio di ritorni. E due nuovi ingressi. I “veneziani” coinvolti in questa nuova inchiesta che scoperchia l’affare bonifiche, sono quattro: da un lato, Giovanni Mazzacurati e Maria Teresa Brotto, chiamati in causa rispettivamente come ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e di Thetis, il primo, ex amministratore delegato di Thetis, la seconda; dall’altro, Andrea Barbanti, che di Thetis è stato responsabile della divisione ingegneria dell’ambiente, e Giampaolo Schiesaro, già avvocato dello Stato a Venezia. E il nome che più sorprende, forse, è proprio quest’ultimo, conosciutissimo in città per aver essere stato tra le parti civile nel processo per le morti al Petrolchimico. A fianco dell’allora pubblico ministero Felice Casson, si era battuto per ottenere maxi risarcimenti.
Il coinvolgimento di Mazzacurati in questa vicenda non è una novità. Il “padre” del Consorzio Venezia Nuova – arrestato nel 2013, che con le sue successive confessioni ha contribuito all’inchiesta veneziana sul sistema Mose – stavolta è accusato, con il direttore generale del Ministero dell’ambiente Mascazzini & compagni, di associazione a delinquere finalizzata al falso e alla truffa ai danni dello stato per le vicende legate alle lagune di Grado e Marano, ma anche alla concussione per le pressioni fatte a vari imprenditori di Marghera perché sottoscrivessero le cosiddette transazioni ambientali. Nella prima vicenda, legata al Sito di interesse nazionale friulano, é coinvolta anche l’ingner Brotto. L’ex ad di Thetis, arrestata a giugno per lo scandalo Mose, solo due settimane aveva patteggiato 2 anni e 600mila euro per uscire di scena da quell’inchiesta. Ma ora si apre questo nuovo fronte giudiziario. Secondo gli inquirenti udinesi e romani, Mascazzini e il suo gruppo aveva messo in piedi un sistema volto a «ingigantire le emergenze ambientali» per tenere in piedi l’apparato e dare lavoro ai gruppi amici. Con questo sistema anche Thetis aveva lavorato, insieme ad altre società, alla bonifica dell’area ex Caffaro, mentre attraverso il Magistrato alle acque aveva partecipato alla realizzazione delle casse di colmata di Lignano Sabbiadoro. Stesso fine anche dietro alle transazioni ambientali imposte dal Ministero alle società di Porto Marghera per incassare soldi che poi venivano riversati al Consorzio Venezia Nuova. In questo caso l’accusa è di concussione e, oltre a Mazzacurati, sono coinvolti Barbanti, attuale socio amministratore della società InTea srl di Venezia, e Schiesaro. Nella ricostruzione dei magistrati, il «regista incontrastato dell’operazione» resta Mascazzini, ma anche Schiesaro ha un ruolo importante, di «mente giuridica», che emerge dalle intercettazioni in cui immagina vari sistemi per costringere le aziende a pagare. Barbanti, invece, è uno degli «addetti a trovare assolutamente qualche appiglio per poter sostenere che, pur essendo estranee all’inquinamento, le aziende da costringere a transare erano sporche». E tutti «agiscono con la spregiudicatezza di consumati malfattori – scrive la Procura – concentrando la loro attività su un solo bersaglio: prendere quanti più soldi possibile dalle transazioni».

 

L’ACCUSA «Le procedure si prestavano ad interpretazioni e arbitri»

IL MINISTERO «Voleva “estendere” l’area dei siti inquinati»

Quattro anni di inchieste contro la corruzione

Quattro anni all’insegna della lotta alla corruzione nella pubblica amministrazione. La Procura di Venezia ha iniziato nel 2011, con gli arresti chiesti e ottenuti dal pm Stefano Ancilotto per le tangenti pagate a due funzionari della Provincia di Venezia da parte di numerosi imprenditori impegnati in lavori su scuole e uffici. Un anno più tardi, è il gip Antonio Liguori, sempre su richiesta del pm Ancilotot, ad imporre i domiciliari per corruzione all’ex amministratore della Venezia-Padova, Lino Brentan, in relazione a presunte “mazzette” pretese da varie aziende per poter entrare nel giro degli appalti autostradali. Il primo vero colpo grosso viene messo a segno dagli investigatori il 28 febbraio del 2013: il pm Ancilotto, chiede e ottiene l’arresto di Piergiorgio Baita, l’amministratore delegato della Mantovani spa, una delle principali imprese di costruzioni italiane e di altre persone, tra cui Claudia Minutillo, ex segretaria del presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: per tutti l’accusa è di false fatture milionarie. È la chiave di volta per arrivare a scoprire il “sistema Mose”, basato sulla creazione di fondi neri milionari per corrompere politici, amministratori e controllori. Nel luglio del 2013, su richiesta del pm Paola Tonini, finisce ai domiciliari l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, che subito inizia a collaborare, così come avevano fatto già Baita e Minutillo. Si arriva così ai 34 arresti del 4 giugno del 2014, con il coinvolgimento di Giancarlo Galan e dell’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso che, lo scorso 16 ottobre, hanno patteggiato la pena per corruzione, assieme ad altri 18 imputati.

 

L’EX ASSESSORE «Ecco perchè non volevano la presenza del Comune»

Bettin: «Le truffe ambientali, la parte più infame del Mose»

«Le truffe sulle bonifiche dei siti inquinati sono la parte più infame dello scandalo Mose. Il troncone di inchiesta che parte dalla Laguna di Grado e Marano ma che incrocia anche quelli nostrani sul Mose e sulle bonifiche di Porto Marghera lo conferma». Gianfranco Bettin, assessore all’ambiente dell’ultima amministrazione comunale di Venezia, è uno dei nomi storici della lotta all’inquinamento e al malaffare a Porto Marghera. Cosa ci racconta questa nuova inchiesta che si sviluppa tra Roma, il ministero dell’Ambiente, il Friuli Venezia Giulia, e Venezia? «Ci racconta che, se le indagini dicono il vero, uno dei covi del sistema corrotto e vorace è a Roma, in alcuni Ministeri, in quello dell’Ambiente in particolare, e che le vie per fare affari illeciti sono a volte opposte. A Grado si dichiara una falsa emergenza ambientale o la si fa molto più grande di quello che è, per ottenere risorse e mantenere un apparato. A Marghera si lucra su una vera emergenza, come dimostra tra l’altro l’inchiesta che coinvolge l’ex ministro di Alleanza Nazionale e Pdl Altero Matteoli, dove ci si sarebbe addirittura appropriati delle risorse ottenute con le transazioni delle aziende per i guasti ambientali e per i danni alla salute. Il tutto grazie a meccanismi insieme kafkiani e autoritari.» Ad esempio? «Ad esempio, che le procedure per le bonifiche fossero così labirintiche e vischiose serviva ad assicurare il massimo arbitrio a politici e dirigenti, soprattutto romani. E che non volessero ai tavoli decisori le rappresentanze del Comune, dell’impresa e dei sindacati del territorio serviva a tenere lontani occhi indiscreti, oltre che i veri conoscitori della realtà ambientale e produttiva locale.» Ma qualche innovazione siete riusciti a introdurla in questi anni, no? «Si, ma solo parziale. Abbiamo semplificato le procedure, con un grande lavoro soprattutto del Comune e d’intesa con la Regione. Al contrario che a Grado, dove volevano ampliarlo, qui abbiamo ridotto il S.I.N. (Sito di Interesse Nazionale) alla parte più gravemente inquinata, tra l’altro restituendo aree preziose alla pesca. Ma ci siamo trovati davanti un muro quando abbiamo proposto di semplificare ancor più le procedure. E poi il punto vero in discussione era la partecipazione degli Enti locali. Noi volevamo che i procedimenti fossero incardinati a Venezia e non a Roma. L’ex sindaco Orsoni si è scontrato frontalmente proprio su questo punto. Ed ha contrastato duramente il Consorzio Venezia Nuova.» Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, ha avviato la procedura di commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. «E’ sacrosanto! Tagliare la testa del drago che ha avvelenato e stretto nelle sue spire economia e politica tra Venezia e Roma è un passo necessario per far pulizia e cambiare davvero». (Il Gazzettino ha cercato anche l’avv. Giampaolo Schiesaro, che ha buttato giù il telefono, mentre il sen. Felice Casson, impegnato in Parlamento, non aveva ancora avuto il tempo di leggere i giornali.)

Maurizio Dianese

 

PORTO MARGHERA – Si discute in Senato l’autorizzazione a procedere

Tangenti per le bonifiche all’ex ministro Matteoli

La prima inchiesta ad arrivare a conclusione su presunti illeciti nelle attività di bonifica di Porto Marghera è quella che riguarda l’ex ministro dell’Ambiente, Altero Matteoli, tra i fondatori di Alleanza nazionale, attuale senatore di Forza Italia. Alla fine di settembre il Tribunale dei ministri di Venezia ha terminato gli accertamenti chiedendo alla Procura di trasmettere gli atti al Senato al fine di ottenere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteoli e delle altre persone indagate assieme a lui per il reato di corruzione. Il Tribunale dei ministri si è convinto, infatti, che furono pagate mazzette in cambio dell’assegnazione dei lavori di bonifica di Porto Marghera: «É dimostrato un asservimento alle politiche del Consorzio Venezia Nuova del politico Altero Matteoli nella sua veste non solo di ministro dell’Ambiente, ma anche di ministro delle Infrattruture», su legge nel provvedimento conclusivo dei giudici veneziani, sulla base del quale la Giunta della autorizzazioni a procedere ha già incardinato il caso, lasciando dieci giorni di tempo agli indagati per depositare memorie difensive.
La vicenda è piuttosto complessa e ruota attorno ai 271 milioni di euro che, nel 2001, Montedison si impegnò a versare al ministero dell’Ambiente, a conclusione di una transazione, per contribuire alle bonifiche necessarie a Porto Marghera, dopo anni di inquinamento industriale. Matteoli affidò i lavori direttamente al Consorzio Venezia Nuova, senza passare per alcuna gara pubblica: in cambio di questo “regalo”, l’allora ministro avrebbe ricevuto da Mazzacurati e Baita somme di denaro (rispettivamente di 400mila e 150 mila euro), ma anche e soprattutto l’affidamento di opere alla società Socostramo, dell’amico imprenditore Erasmo Cinque. Con un investimento di soli 25mila euro (necessari per acquisire lo 0,006 del Cvn) la Socostramo avrebbe beneficiato di un utile complessivo, al lordo delle imposte, di 48 milioni di euro.

 

Gazzettino – Mose, commissario in arrivo

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30

ott

2014

L’ anticorruzione ha ritenuto insufficienti le modifiche ai vertici del Consorzio

CACCIARI «Non vedremo mai l’opera finita»

Lo “sberlone” del Governo all’ora di pranzo. E di sicuro il cibo è andato di traverso a qualcuno. A distanza di quattro mesi dal blitz sul sistema Mose, un’altra pesante tegola si abbatte sul Consorzio Venezia Nuova. L’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) ha annunciato ieri, al termine di un’istruttoria durata circa due mesi, di aver avviato l’iter per il commissariamento dell’ente concessionario per i lavori del Mose con una procedura ad hoc richiesta al prefetto di Roma, titolare per competenza territoriale in quanto la concessione dei lavori al Cvn è stata firmata al ministero dei Trasporti. Insomma, un altro colpo durissimo alla “madre di tutte le battaglie” con l’Anac che ha ritenuto insufficienti le moficihe alla governance del Consorzio. Un fulmine a ciel sereno almeno nelle stanze del Cvn nella sede dell’Arsenale di Venezia, anche di fronte a quella tenue assicurazione che il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone aveva fatto balenare nella sua visita al Consorzio Venezia Nuova un mese dopo la “grande retata”. E sia pure usando parole pesantissime (“Venezia è peggio di Milano. Qui la corruzione è a 360 gradi”), Cantone aveva mantenuto il “basso profilo” ipotizzando il commissariamento dell’ente concessionario, ma facendo intendere anche che il Cvn era sì sotto osservazione, ma che le azioni messe in cantiere dal nuovo staff guidato dal nuovo presidente Mauro Fabris stavano facendo fare passi avanti nella trasparenza degli atti. L’Anac avrebbe adottato il provvedimento di commissariamento ai sensi dell’articolo 32 del decreto legge 90 dello scorso giugno sui nuovi poteri dell’Autorità anticorruzione.
«A poco a poco l’ipotesi commissariamento l’avevamo messa in conto – sottolinea Fabris – Possiamo anche non essere stupiti più di tanto. Ne prendiamo atto. L’iter di avvio della procedura prevede che come Consorzio si possa avere non solo l’accesso agli atti, ma anche elaborare una risposta all’Anac. É una questione che i nostri avvocati stanno valutando. Di certo, come abbiamo sempre detto, faremo quello che ci chiede il Governo». Insomma, al di là di tutto l’imbarazzo non manca, anche perchè in questi mesi il Consorzio Venezia Nuova non solo ha cambiato la propria dirigenza, ma ha proseguito con rapidità nel progetto Mose con la posa dei cassoni e delle prime paratie mobili alle bocche di porto.
Ed è proprio sul piano programma che Fabris esprime le proprie preoccupazioni, anche in presenza di un “taglio” fatto da Palazzo Chigi nella Legge di stabilità 2014 per 137 milioni, parte di quei 401 annunciati proprio dal Governo, messi in agenda dal Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), ma ancora non concessi. «Di certo – taglia corto Fabris – tutto ciò non potrà che comportare un ritardo nei lavori e nella conclusione dell’opera». Un timore smentito in serata dalla stessa Anac: «Se dovesse arrivare un commissario – ha avvertito l’Autorità – non vi sarà alcuno stop ai lavori. Il commissario sarà tenuto ad assicurarne il completamento». Immediate le reazioni del mondo politico. La più dura è quella dell’ex sindaco Massimo Cacciari: «Ok al commissariamento – ha detto – perchè ci sta tutto. Resta il rammarico perchè senza vertici e con i soldi che vengono via via meno non vedremo mai l’opera finita. Saranno soddisfatti tutti coloro che ci hanno lucrato perchè così non si vedranno le loro colpe visto che con il commissariamento il Mose resterà incompiuto». Dal canto suo, il sottosegretario PierPaolo Baretta (Pd) aggiunge: «É la comprensibile conclusione di un’incredibile quanto dolorosa vicenda. L’importante è che si concluda l’opera». L’altro sottosegretario veneziano, Enrico Zanetti (Sc) è duro: «Se l’Anac ha agito così – dice – vuol dire che ce n’erano i presupposti. E dirò di più non mi sembra strano, con tutto il rispetto per la “governance” attuale, ma nel complesso vi è un ambiente che va bonificato. Il cambiamento è stato nelle apicalità, ma la trasparenza deve essere a tutti i livelli».

 

MOSE – L’Anticorruzione avvia il commissariamento del Consorzio. Fabris: «Il cantiere vada avanti»

Venezia Nuova, si cambia

COMMISSARIAMENTO – Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone, ha avviato l’iter per il commissariamento del Consorzio

Venezia Nuova. Un fulmine a ciel sereno per il Consorzio che, dopo la bufera che dura da più di un anno, aveva ritrovato una certa serenità.

FINIRE IL MOSE – Il presidente del Consorzio, Mauro Fabris non si scompone più di tanto, dicendo che farà quel che il Governo gli chiederà di fare. «Una cosa va detta – dice il presidente – è indispensabile finire il Mose. Il Governo ci ha tolto 137 milioni già stanziati dal Cipe e questo potrebbe far slittare il termine dei lavori oltre i tempi previsti».

LE MOTIVAZIONI – L’Autorità nazionale non è soddisfatta del nuovo assetto di governo della società

NUOVA BUFERA – L’Anticorruzione avvia il commissariamento del Consorzio Venezia Nuova

Il presidente: «Rispetteremo le indicazioni che arrivano da Roma, era un’ipotesi che avevamo immaginato»

TEMPI E SOLDI «Palazzo Chigi ci ha tolto 137 milioni: questo potrebbe portare a ritardi, ma non si fermi il cantiere»

Fabris: «Il Mose va finito»

La “scoppola” è arrivata a metà giornata. Uno “schiaffone” doloroso e una parola sola: commissariamento. Dopo lo “bufera” della grande retata del 4 giugno scorso, un’altra tegola si è abbattuta ieri sul Consorzio Venezia Nuova. L’Autorità nazionale anticorruzione ha deciso di avviare l’iter in materia notificando un provvedimento ad hoc al prefetto di Roma perchè la concessione dei lavori del Mose è stata siglata nella Capitale, al ministero dei Trasporti. In questo modo, il presidente dell’Anac, Raffaele Cantone ha deciso di entrare a gamba tesa nella vicenda, a distanza di un paio di mesi dalla sua visita al Consorzio Venezia Nuova e al Mose giudicando insufficienti le modifiche apportate all’assetto dell’ente. Già in quell’occasione, al di là delle rassicurazioni, era balenata l’idea del commissariamento. Ora il presidente del Cvn, Mauro Fabris avrà tre giorni di tempo per rispondere all’Anac presentando memorie e osservazioni.
Presidente Fabris, altro brutto colpo.
«Questa ipotesi l’avevamo messa nel novero delle cose possibili. Insomma, possiamo anche essere stupiti, ma neanche più di tanto».
E ora che succederà?
«Lo ammetto. Non lo so. Ci troviamo davanti ad una procedura nuova, perchè nuovo è il provvedimento di legge in questione (articolo 32 del decreto legge 90 del 2014 ndr). Abbiamo tre giorni di tempo per rispondere all’Autorità nazionale anticorruzione».
Avete già messo in cantiere una sorta di “difesa”?
«Se ne stanno già occupando i nostri avvocati. In ogni modo non ci sono molte risposte da dare. Non possiamo che prender atto di quanto è avvenuto».
E quindi?
«Faremo quello che ci dirà di fare il Governo. Ma una cosa va detta su tutte»
Ovvero?
«Che è indispensabile finire l’opera. In questi mesi Palazzo Chigi ci ha “tolto” 137 milioni di euro dei 401 che erano stati annunciati negli scorsi mesi per il completamento del sistema Mose. Il Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, li aveva già messi all’ordine del giorno di una sua prossima riunione…».
Ma…
«C’è una meccanismo amministrativo e finanziario legato alla Legge di stabilità del 2014 e quella del 2015, che potrebbe rischiare di mettere a repentaglio la conclusione del Mose nei tempi previsti».
Pare ormai certo che si rischi di slittare al 2017…
«I punti fermi rimangono. Di certo non sono momenti in cui è facile programmare. Ma un ulteriore slittamento potrebbe portare ad una dilazione dei tempi, anche perchè in alcuni il rischio potrebbe essere quello di dover metter mano alle concessioni e quindi agire non solo sul piano finanziario e/o amministrativo. Questo allungherebbe ancor più i tempi».
L’ex sindaco Massimo Cacciari dice che ormai il Mose non si completerà più. L’ex assessore Gianfranco Bettin dice che “bisogna tagliare la testa del drago per cambiare davvero”.
«Non spetta a me commentare nè quello che dice Cacciari nè quello che afferma Bettin. Noi, a questo punto non possiamo che aspettare quello che ci verrà chiesto dall’Anac e per suo tramite da Palazzo Chigi».

 

Un’insolita alleanza nella grande industria

La costituzione risale al 25 maggio 1982: un ventennio di lotte per ottenere il via libera alle dighe mobili

Parlare di Consorzio Venezia Nuova significa innanzitutto parlare di Mose. Chi non ricorda quella sorta di ponteggio che girava per la laguna negli anni Ottanta? Allora si chiamava “modulo sperimentale elettromeccanico” e la gente si chiedeva come quell’aggeggio avrebbe potuto salvare la città dalle acque alte. Alla perplessità della gente comune si aggiungeva lo scetticismo degli ambientalisti, che fin dall’inizio coniarono lo slogan “Il Mose serve solo a chi lo fa” riferendosi proprio al Consorzio, che rappresentava un’alleanza tra le grandi industrie italiane.
La data di nascita del Consorzio è il 25 maggio 1982 e da quel giorno il suo ruolo in città non ha fatto che crescere, con imponenti (alcuni dei quali discussi) lavori in tutta la laguna. Era stata l’acqua alta del 23 dicembre 1979 (1 metro e 66 centimetri) a riportare in auge un tema, quello della salvaguardia di Venezia, rimasto sopito per sei anni dopo l’approvazione della Legge speciale. Con la nuova Legge speciale, quella del 1984, il Consorzio ha assunto quel ruolo di concessionario unico che tuttora detiene. In 34 anni di storia e attività, il Consorzio ha avuto sei presidenti: Matteo Costantino, Luigi Zanda, Franco Carraro, Paolo Savona, Giovanni Mazzacurati e Mauro Fabris. Mazzacurati, in particolare, ha gestito come direttore il Consorzio praticamente dalle sue origini, essendo stato designato nel 1983.
Il progetto del Mose ha avuto una gestazione lunghissima. Dopo la sperimentazione in laguna, il progetto di massima arriva all’approvazione in Comitato tecnico di Magistratura nel 1992. Due anni dopo è stata la volta del via libera da parte del Consiglio superiore dei Lavori pubblici. Poi tutto resta fermo soprattutto per la valutazione d’impatto ambientale, che nel 1998 si pronuncia così: pericolo di danni rilevanti e irreversibili. L’anno successivo il Consiglio superiore dei Lavori pubblici però lo promuove e il Comitatone dà il via libera condizionato all’esecuzione di altre opere. A fine 2001 il Comitatone approva la progettazione esecutiva. Nel 2003, il 3 aprile, il Comitatone delibera l’avvio della costruzione.
Oggi è facile e automatico associare il nome del Consorzio all’impresa Mantovani, ma non è sempre stato così. Anzi, la Mantovani è stata in un certo senso, l’ultimo entrato, ma molto di peso. All’inizio la compagine era composta da Iri, Italstat, Condotte, Italstrade, Mantelli, Impregilo, Fiat, Girola, Lodigiani, il consorzio Cogefar Recchi, la Grandi Lavori Fincosit, la Mazzi, la Coveco, la Covela, la Saipem, il Consorzio San Marco. Proprio il gruppo Fiat, attraverso Impregilo, è stato per anni il “socio” di maggioranza nel Consorzio, tanto che diversi presidenti consortili ricoprivano la stessa carica all’interno della società. Lo stesso Cesare Romiti, storico amministratore delegato della Fiat, è stato per anni nel direttivo. Poi, all’inizio del secolo nuovo, Impregilo ha ridotto le sue quote dal 38 per cento all’uno per cento e Mantovani è diventata la nuova capocordata.

 

Vicentino ed ex senatore è stato più volte nel Governo

Vicentino di 58 anni, Mauro Fabris ha alle spalle una lunga militanza politica nel mondo d’ispirazione cattolica. Inizia nel 1990 come segretario provinciale della Dc a Vicenza. Nel 1996 è eletto alla Camera con il Ccd-Cdu nel ticket con Forza Italia per poi confluire nel 1999 nell’Udeur. Tra il 1998 e il 2001 è sottosegretario ai lavori pubblici, alle finanze, all’industria, con delega al commercio estero e turismo. Nel 2009 è nominato da palazzo Chigi commissario straordinario per le Opere di accesso Tunnel del Brennero.

 

ZANETTI «Se è stato deciso questo atto ce n’erano i presupposti»

LE REAZIONI – Cacciari: «Una beffa se l’opera non si completa»

L’ex sindaco giudica positivamente la decisione dell’Anac

Baretta: «Comprensibile conclusione di una vicenda dolorosa»

Il più duro è stato l’ex sindaco Massimo Cacciari: «Il commissariamento mi sta bene perché ci sta tutto, resta il rammarico perché senza vertici e con i soldi che vengono meno non vedremo mai quell’opera, che tanto ho avversato, per vedere se effettivamente sta in piedi. E a questo proposito, Cacciari ricorda come il suo «sì» al Mose venne dato solo per sfida «a quella che in tempi non sospetti definivo una cricca che si avvaleva di consulenze, pareri e indagini di esperti del tutto incapaci ma comprati per avere pareri compiacenti. Credo che saranno soddisfatti anche i tanti che lo hanno voluto per lucrarci, perché così non si vedranno le loro colpe visto che con il commissariamento il Mose resterà incompiuto. Come dire, oltre il danno, ora ci ritroviamo anche la beffa». Dal punto di vista pratico, Cacciari dice di credere, dopo quanto accaduto in sede giudiziaria, che «il commissariamento se lo aspettassero e lo desiderassero tutti».
Sulla vicenda interviene anche il sottosegretario all’Economia, PierPaolo Baretta (Pd): «La richiesta di commissariamento del Consorzio Venezia Nuova – sottolinea – è la comprensibile conclusione di un’incredibile quanto dolorosa vicenda. L’importante, però, è che l’opera ora venga portata a conclusione». Dall’altro lato, anche il “collega” Enrico Zanetti (Sc) sottolinea: «Se l’Anac ha deciso in proposito – sottolinea – vuol dire che ce n’erano tutti i presupposti. E dico di più: non mi sembra strano. Quello che è sostanzialmente sotto osservazione non è la nuova governance attuale, sulla quale non ho nulla da dire, ma sull’ambiente che circonda il Consorzio nel suo insieme. La mia è una valutazione di istinto».
Felice Casson, senatore Pd, non nasconde la “novità” della decisione presa dal presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, Raffaele Cantone che come si ricorderà nel luglio scorso “dialogò” in un incontro pubblico a Marghera proprio sulle trame del sistema Mose a Venezia. «Mi sembra un ottimo intervento dell’Anac, e una novità assoluta. Bisognerà leggere attentamente il provvedimento. Cantone ha avuto modo di conoscere molto bene la situazione dopo il suo sopralluogo all’Arsenale, ma anche nei mesi successivi. Ora è possibile cambiare passo. É la prima volta che accade una cosa di questo genere per un ente concessionario dello Stato. E quindi bisognerà capire l’evolversi della situazione. In questo modo, ancor di più, lo Stato si assume l’onere e l’onore della ricerca della trasparenza».
Punta tutto su quanto accadrà in futuro il parlamentare del Movimento Cinque Stelle, Marco Da Villa: «Ora la parte più importante – dice – sarà capire chi sarà e cosa farà il futuro commissario. E non solo questo. Molte volte, in questi anni, per quanto riguarda le scelte dei “commissari”, siamo passati dalla padella alla brace. Ma tutto non si risolve se non si mette mano alla Legge speciale e alle sue incongruenze». É intervenuta anche Simonetta Rubinato, parlamentare Pd: «Ogni provvedimento necessario a debellare il sistema di corruttela venuto a galla in Veneto grazie alle indagini sul Mose della magistratura non può che essere accolto con favore dai tanti veneti onesti che chiedono il ripristino della legalità e dagli imprenditori che vogliono una sana concorrenza».
E sulla vicenda è intervenuto anche l’ex assessore all’Ambiente e leader ambientalista, Gianfranco Bettin: «É sacrosanta, inderogabile la richiesta dell’Anac – sottolinea – di commissariare il Cvn. Lo chiedevamo da tempo, da ancora prima che scoppiasse lo scandalo. Il Consorzio Venezia Nuova, il suo sistema di potere è esso stesso lo “scandalo” che non nasce da qualche “mela marcia”, ma da procedure particolari, da posizioni di privilegio e di esclusiva. Tagliare la testa del drago è un passo importante per cominciare a far pulizia e a cambiare dsvvero».

P.N.D.

 

Grandi opere

JESOLO – Stop all’Autostrada del Mare. Un appello al governatore Zaia perchè sia bloccata la gara per l’aggiudicazione della superstrada a pagamento “Via del Mare”. La deputata del Movimento 5 Stelle Arianna Spessotto si è mossa prima dell’imminente nomina dei componenti della commissione di gara che valuterà l’offerta in project financing di Adria Infrastrutture. Spessotto spiega che «Tutti i Comuni direttamente attraversati dalla nuova superstrada, eccetto Jesolo, hanno espresso la loro contrarietà alla realizzazione della nuova arteria a pagamento e hanno chiesto espressamente a Zaia di rivedere il progetto. Quanto emerso dalle indagini sul Mose a proposito della società Adria Infrastrutture, citata dal gip di Venezia come esempio di “sistema corruttivo diffuso e ramificato”, indagini che hanno portato all’arresto, tra gli altri, dell’amministratore della società Claudia Minutillo, dovrebbero farci riflettere sull’esigenza di procedere con una verifica immediata di legalità delle condizioni di aggiudicazione della gara. Il Ministero dell’Economia non ha ancora rilasciato il nulla osta per la verifica sugli effetti di finanza pubblica della delibera, necessaria per il controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti».

(g.ca.)

 

Gazzettino – “Stop alla gara per la Via del mare”

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30

ott

2014

GRANDI OPERE – Il Movimento 5 Stelle lancia un appello a Luca Zaia

ARIANNA SPESSOTTO «Inaccettabile l’offerta di Adria Infrastrutture»

CONTRARI «Tutti i Comuni sono contrari a quest’ opera» ricorda Arianna Spessotto

MEOLO – «Fermare l’iter del bando di gara della “Via del mare”».
Arianna Spessotto, parlamentare e portavoce veneta del Movimento 5 Stelle, torna a lanciare un appello al governatore della Regione Veneto Luca Zaia per fermare la gara per l’aggiudicazione della superstrada a pagamento “Via del mare”, dopo la notizia dell’imminente nomina dei componenti della commissione di gara che valuterà l’offerta in project financing di Adria Infrastrutture.

«Ricordo al Governatore Zaia che tutti i Comuni veneti direttamente attraversati dalla nuova superstrada, ad eccezione di Jesolo, hanno espresso la loro contrarietà alla realizzazione di una nuova arteria a pagamento e hanno chiesto espressamente di rivedere il progetto – afferma Arianna Spessotto -. Quanto emerso dalle indagini sul Mose a proposito della società Adria Infrastrutture, citata dal Gip di Venezia come esempio di “sistema corruttivo diffuso e ramificato” con l’arresto, tra gli altri, dell’amministratore della società Claudia Minutillo, dovrebbero farci riflettere sull’esigenza di procedere con una verifica immediata di legalità delle condizioni di aggiudicazione della gara».

La portavoce dei 5 Stelle sottolinea poi come, “ad oltre sei mesi dall’espressione del parere da parte del Cipe sullo schema di delibera relativa alla “Via del mare”, il Ministero dell’Economia e delle Finanze non abbia ancora rilasciato il proprio nulla osta per la verifica sugli effetti di finanza pubblica della medesima delibera, necessaria per il controllo preventivo di legittimità della Corte dei Conti”. «Questa situazione di stallo – conclude Spessotto – giustifica ancor di più la richiesta di sospendere la procedura di gara avviata dalla Regione: non possiamo continuare a far finta di niente, ignorando deliberatamente il sistema corruttivo alla base dell’aggiudicazione degli appalti in Veneto, di cui era parte integrante Adria infrastrutture».

 

Gazzettino – Marghera, il grande affare delle bonifiche

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29

ott

2014

QUELLE SOSPETTE “TRANSAZIONI AMBIENTALI”

Anche Orsoni sentito dai magistrati: così ho respinto minacce e pressioni

OLTRE IL MOSE – A giugno interrogatorio segreto a Roma di Baita. Un business da 500 milioni

Marghera, il grande affare delle bonifiche

Nuovo filone d’indagine. Nel mirino il ruolo del ministero dell’Ambiente e quello del Cvn

PORTO MAGHERA – Bonifiche nell’area industriale e l’ingegner Piergiorgio Baita

«Contatti con il mondo politico imprenditoriale e bancario»

MILANO Azienda controllata dal clan Galati aveva ottenuto due subappalti. «Controlli insufficienti»

Si è aperto un nuovo filone nelle inchieste riguardanti il Consorzio Venezia Nuova, la costruzione del Mose e, soprattutto, le bonifiche a Porto Marghera. Non si tratta degli interventi di risanamento ambientale che hanno fatto finire nei guai l’ex ministro Altiero Matteoli, indagato per corruzione e nei cui confronti il Tribunale dei ministri ha inviato richiesta di autorizzazione a procedere alla Camera dei Deputati. È un capitolo del tutto inedito, che punta al cuore del Ministero. Se ne sta interessando l’autorità giudiziaria della capitale che mesi fa ha interrogato Piergiorgio Baita, ex presidente della Mantovani Costruzioni, grande accusatore dei politici per i soldi pagati dal Consorzio. Le sue dichiarazioni hanno già contribuito a far finire in carcere l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan e l’ex assessore Renato Chisso. Ora aprono uno squarcio sul ruolo che il consorzio Venezia Nuova, con il presidente Giovanni Mazzacurati, ha avuto nella gestione dell’immenso capitolo delle bonifiche nella Laguna di Venezia.
Dal 2006 in poi, il Ministero dell’Ambiente ha incassato quasi una cinquantina di “transazioni ambientali” con i proprietari (in particolare aziende) di terreni di Porto Marghera. Complessivamente sono state raggiunte cifre imponenti, che superano i 500 milioni di euro. Ma proprio di quelle operazioni, in apparenza virtuose, avrebbero parlato due personaggi entrambi coinvolti nell’inchiesta Mose. Uno è Baita, l’altro l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni.
In gran segreto Baita è stato convocato a Palazzo Clodio a giugno, dopo che era scattato il blitz in Veneto con una trentina di arresti. A marzo il procuratore di Roma Pignatone aveva richiesto al pm di Udine, Viviana Del Tedesco, gli atti riguardanti la bonifica della Laguna di Grado e Marano, nell’ipotesi che si trattasse di un grande bluff per portare in Friuli decine di milioni di euro. Ma c’è di più. Roma ha acceso un faro sulla gestione del Ministero dell’Ambiente all’epoca in cui uno dei direttore generali era Gianfranco Mascazzini, indagato proprio a Roma assieme all’ex commissario straordinario della bonifica di Marano, Gianni Menchini e ad almeno un’altra quindicina di persone.
Perché il pm Alberto Galanti ha interrogato Baita? Per saperne di più sulla gestione delle bonifiche a Porto Marghera da parte del CVN. Il nome di Mazzacurati, padre-padrone del Mose, era infatti comparso anche nell’inchiesta friulana, ma la sua posizione è stata archiviata qualche mese fa. L’interesse di Mazzacurati alla bonifica friulana sembrava in qualche modo richiamare il ruolo che il Consorzio ha avuto nelle bonifiche a Marghera, uno dei 57 Siti di Interesse Nazionale (Sin) analogo a quello di Grado-Marano.
Per le bonifiche a Venezia sono arrivati molti soldi, provenienti dalle transazioni ambientali e finiti al Ministero dell’Ambiente. A gestirne una buona parte è stato il Consorzio in quanto soggetto attuatore. Baita avrebbe spiegato che per le bonifiche il ruolo del CVN è identico a quello rivestito per il Mose. Un potere assoluto nella gestione degli appalti. Baita avrebbe spiegato come funzionava – concretamente – il meccanismo delle “compensazioni ambientali” che sarebbe all’origine della disponibilità finanziaria per il Consorzio e per il sistema delle imprese che vi fanno parte.
Baita avrebbe anche aggiunto che qualche azienda non avrebbe voluto perseguire la via della compensazione con il Ministero, perché significava sborsare milioni di euro, in cambio del libero utilizzo delle aree, anche a fini di compravendita. Alle conferenze di servizi, deputate a esaminare i piani di risanamento, si trovava puntualmente proprio Mascazzini. I verbali di Baita racconterebbero, quindi, del ruolo dominante del potente direttore generale del Ministero a Marghera, ma anche dell’interessamento del Consorzio alla bonifica della Laguna di Grado e Marano.
Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia, invece era stato interrogato prima di finire in carcere per i finanziamenti ricevuti da Mazzacurati. E avrebbe delineato un quadro a tinte fosche del ruolo che il Ministero avrebbe avuto nel perseguire le “transazioni ambientali”, ricorrendo a forme più o meno velate di pressione. Il Comune di Venezia si sarebbe rifiutato di accondiscendere ai diktat di Mascazzini. Anche perché non sempre era provata l’esistenza di un inquinamento tale da indurre enti pubblici o imprese private a pagare milioni di euro per ottenere il via libera del Ministero.

Giuseppe Pietrobelli

 

GIUSTIZIA E SOCIETA’

di Ennio Fortuna

Condanna senza colpa? Lo scandalo Mose e i patteggiamenti

Molti lettori mi invitano a spiegare nel modo più semplice possibile le caratteristiche del patteggiamento. Secondo alcuni di essi in questi ultimi giorni gli interventi e le interviste di illustri magistrati, di autorevoli docenti e di famosi avvocati, spesso in contrasto l’una con l’altra, avrebbero reso ancora più oscuro il senso di quest’istituto nato con il nuovo codice con lo scopo di accelerare il corso della giustizia. Alcuni lettori ironizzano sul fatto che i difensori degli imputati (quasi tutti) avrebbero sostenuto addirittura che il patteggiamento richiesto dai clienti miri a favorire la giustizia, quasi che il conto sia per loro esclusivamente in perdita. I clienti sarebbero innocenti e comunque mancherebbe la prova del reato, e il patteggiamento, a questo punto, sarebbe un atto di pura generosità. Naturalmente gli avvocati fanno il loro mestiere e di norma lo fanno assai bene, e ovviamente anche nell’occasione in discorso mettono in luce gli aspetti di maggiore convenienza per i loro difesi. Ma questo non deve precludere la possibilità di capire il più e il meglio possibile il senso del ricorso al patteggiamento.
Certo, l’istituto è per sua natura ambiguo, al confine tra la condanna e l’oblazione volontaria, e già questo spiega le difficoltà.Ma quale è la differenza più importante tra la pena concordata con il Pm e la condanna vera e propria? A prima vista deve dirsi che la condanna presuppone l’accertamento della colpevolezza mentre il patteggiamento ne prescinde. Il codice sul punto è inequivocabile. Nel giudizio il giudice pronuncia la condanna per il reato contestato se l’imputato risulta colpevole al di là di ogni ragionevole dubbio, nel patteggiamento invece la pena è applicata esclusivamente sulla base dell’accordo con l’accusa, sempre però che il giudice lo ritenga corretto e adeguato, altrimenti l’operazione è bocciata. Nel primo caso c’è l’accertamento della colpevolezza, nell’altro non si accerta nulla perché di norma non c’è il giudizio. E’ ovvio però che l’accusato, in generale, patteggia solo o soprattutto se sa che nell’eventuale giudizio sarebbe condannato o rischierebbe la condanna. Non a caso anche qui il codice è lapidario. Salva diversa disposizione, la sentenza di patteggiamento è equiparata alla condanna, così si esprime l’art.445 del codice di rito. In altri termini chi patteggia è condannato. Il codice però non dice che il patteggiante è colpevole, e non può dirlo proprio perché il patteggiamento prescinde dal giudizio e quindi dall’accertamento della colpa. In pratica l’istituto realizza una finalità importante, tenacemente perseguita dal codice: esclude il giudizio, almeno di norma, prescinde dalla colpa e dal suo accertamento, ma garantisce una condanna attenuata e sollecita. I vantaggi, inequivocabili, sono del patteggiante (che esce dal processo con una condanna mitigata dall’attenuante speciale) ma anche dell’accusa che realizza il suo scopo di ottenere subito la condanna dell’accusato senza passare per un dibattimento faticoso, con il rischio della prescrizione.
Ci sono ancora due riflessioni: il patteggiamento è precluso se l’imputato è manifestamente innocente. In tal caso il giudice deve assolvere nel merito, ancorché vi sia richiesta concordata di applicazione della pena. Infine, e il rilievo si riferisce soprattutto al caso di Venezia, la condanna patteggiata può escludere l’applicazione delle pene accessorie e delle misure di sicurezza, ma non la confisca. Il delitto di corruzione non prevede pene pecuniarie, l’unica sanzione irrogabile è la reclusione, anche se concordata. L’accordo tra accusa e difesa per il pagamento e la confisca di rilevanti somme di denaro presuppone perciò logicamente che un reato sia stato commesso perché la confisca è possibile o obbligata solo per le cose che ne sono il mezzo, il prodotto, il profitto o il prezzo. In definitiva chi patteggia la condanna non può essere palesemente innocente, ha interesse diretto all’accordo con l’accusa, e se concorda anche la confisca, tanto più se è contestato un illecito che prevede solo sanzioni detentive, finisce con il riconoscere o quanto meno non nega la sussistenza del reato che ne ammette o impone l’applicazione.

 

L’ex assessore Renato Chisso tornato a casa dall’ospedale

VENEZIA – Renato Chisso è tornato a casa dall’ospedale dove era stato ricoverato il 17 ottobre. Lo rende noto il suo legale di fiducia Antonio Forza che sottolinea come Chisso sia ancora notevolmente provato per la vicenda, per la sua cardiopatia e per il periodo di detenzione a Pisa iniziato il 4 giugno scorso quando è scattata l’operazione della Guardia di Finanza coordinata dalla Procura di Venezia che ha portato all’arresto di 34 persone.
L’ex assessore regionale alle Infrastrutture era tornato a casa, a Favaro, il 13 ottobre, in seguito all’accordo per il patteggiamento a 2 anni e 6 mesi tra Procura e Difesa. Quello stesso giorno il Gip Roberta Marchiori avrebbe dovuto decidere sulla richiesta di scarcerazione per motivi di salute, decisione che è stata anticipata dal patteggiamento e che comunque sarebbe stata negativa. I periti del Gip infatti avevano scritto nella loro relazione che il carcere di Pisa era perfettamente attrezzato per curare Renato Chisso, il quale, dunque, poteva restare in carcere. Dopo 4 giorni passati a casa, ecco il ricovero all’Angelo e ora il ritorno nella sua abitazione di Favaro dove continuerà la terapia farmacologica. Intanto Chisso attende che si fissi la data dell’udienza per il patteggiamento. Il Gip Massimo Vicinanza, non ha ancora fissato l’udienza dove accetterà o meno il patteggiamento tra Chisso e la Procura e quello del segretario di Chisso, Enzo Casarin.

 

Il patron: «Tutti ci guardano con sospetto, costretti a cercare lavori all’estero»

Carmine Damiano: il danno all’ immagine dell’azienda è stato molto rilevante

PADOVA – La Mantovani, dopo aver girato pagina, presenta i conti a Piergiorgio Baita, l’ex ad che con le sue confessioni sui fondi neri creati a San Marino ha fatto scattare l’inchiesta Mose. Gli avvocati dell’azienda della famiglia Chiarotto hanno depositato nella sezione civile del tribunale di Venezia una richiesta di risarcimento esorbitante: 37 milioni di euro.

«Non so se Baita abbia tutti questi soldi, non mi pare così ricco e mi sono sorpreso quando ho visto la citazione, i conti li fanno gli avvocati e le sentenze le scrivono i giudici. E’ un atto dovuto» spiega Romeo Chiarotto «nei confronti di un manager infedele, che ha gravemente danneggiato l’immagine della Mantovani. A me interessa salvare i 1300 posti di lavoro, purtroppo quando partecipiamo ad una gara non ci vedono bene. Il settore delle grandi opere è in crisi, all’Expo di Milano stiamo costruendo la piastra che sarà la base su cui sorgeranno i 90 padiglioni: il cantiere ci è stato consegnato con un anno di ritardo e per rispettare la tabella di marcia si lavora giorno e notte, sabato e domenica. Ce la faremo».

Ma quei 37 milioni di risarcimento per i danni d’immagine e la «perdita di chance» come sono stati calcolati? Carmine Damiano, chairman della Mantovani, ripercorre tutte le tappe del nuovo corso: l’azione di responsabilità civile nei confronti di Baita è stata approvata dal Cda e dall’assemblea dei soci nel 2013 e conclude un percorso all’insegna della trasparenza. Prima tappa: l’acquisizione del 5% delle quote detenute dall’ex ad Baita, poi il nuovo Cda con il cambio della guardia e l’ingresso di Carmine Damiano, infine l’avvio dell’azione di responsabilità civile per ottenere il risarcimento per la pubblicità negativa e per gli appalti persi dalla Mantovani. Su quei 36,9 milioni di euro chiesti a Baita ci sono anche i 6 milioni di euro che l’azienda ha dovuto versare all’Agenzia delle entrate, dopo l’accertamento di evasione fiscale scoperto dalla Gdf. «Questa vicenda dei fondi neri creati da Baita a San Marino non mi va giù, gli azionisti non ne sapevano nulla, io firmavo i bilanci e basta. Cosa ne penso dello scandalo del Mose? Hanno infangato l’opera di ingegneria idraulica più importante del mondo. Noi non abbiamo corrotto nessuno né pagato tangenti, siamo vittime della spregiudicatezza di Baita, un eccellente manager, che ha fatto diventare grande la nostra azienda: lui ha fatto tutto di testa sua e sapeva che la Gdf ogni 3-4 anni controllava i nostri bilanci con un lavoro certosino perché restavano in azienda 2-3 mesi», spiega Romeo Chiarotto. E lo scandalo Mose? «Rispetto le sentenze, noi siamo entrati nel Consorzio Venezia Nuova nel 2003 con una piccola quota rilevata da Impregilo: noi e la Mazzi. Insomma, vent’anni dopo l’avvio della grande opera uscita dalla mente geniale di Giovanni Mazzacurati. Lo dico con orgoglio: i cassoni della bocca di porto di Treporti sono stati posati sul fondale alla perfezione, con una tolleranza di 3 mm. Tutti restano a bocca aperta, ci sono missioni ed esperti che arrivano da Cina, Indonesia, Kuwait in visita e non tollero che si «sputtani» un capolavoro di altissima tecnologia idraulica», dice Chiarotto. Il Mose tra un paio d’anni finirà, l’Expo di Milano pure: quali sono le prospettive della Mantovani? «Stiamo lavorando molto con l’estero, negli Emirati Arabi e nei paesi ad alto rischio sismico: le nostre tecnologie sono tra le migliori al mondo. E in Turchia, Cina, Corea, Venezuela, Portogallo e Grecia abbiamo ottime chance. A me preme una cosa sola: salvare i 1300 posti di lavoro e le loro famiglie e chiudere con l’incubo Baita».

Albino Salmaso

 

Gazzettino – Mantovani presenta il conto a Baita

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27

ott

2014

SCANDALO MOSE, AZIONE DI RESPONSABILITÀ

La Mantovani presenta il conto a Piergiorgio Baita per lo scandalo Mose. Il gruppo inizia un’azione di responsabilità e chiede all’ingegnere un risarcimento di 37 milioni di euro per sanzioni fiscali, danno d’immagine e perdita di opportunità economiche. La replica: «Mai sottratto nulla, i fatturati sono cresciuti».

Danni d’immagine Mantovani chiede 37 milioni a Baita

MOSE – Azione di responsabilità dell’azienda contro l’ex presidente finito nel ciclone di false fatturazioni e tangenti

«Risarcisca 37 milioni di euro per sanzioni fiscali, danno d’immagine e perdita di opportunità economiche»

PADOVA – Passi per i 6 milioni di euro che la Mantovani dovette sborsare, circa un anno fa, per le imposte evase, le sanzioni fiscali e gli interessi maturati, a seguito dello scandalo delle false fatturazioni orchestrate dall’ingegnere Piergiorgio Baita. Ma gli altri 31 milioni di euro, tra danni d’immagine e appalti mancati, sono davvero una cifra imponente. Eppure che Romeo Chiarotto e i suoi figli prima o poi avrebbero presentato il conto al presidente della società, lo si sapeva da un pezzo. Si attendeva soltanto di conoscere il quantum. Adesso la cifra di 37 milioni è diventata di pubblico dominio, visto che una ventina di giorni fa Baita si è visto recapitare un atto di citazione da parte della Mantovani.

Da una parte il patriarca del gruppo padovano, dall’altra l’ingegnere brillante e capace – come un prestigiatore – di moltiplicare gli appalti, e quindi fatturati e guadagni della società. «Ma noi siamo parte lesa» ha sempre dichiarato Romeo Chiarotto da quando, nel marzo 2013, si spalancarono le porte del carcere per Baita. Lo aveva ripetuto anche a luglio dello stesso anno, quando le confessioni di Baita avevano fatto finire in carcere Giovanni Mazzacurati, il padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova. Lo ha ribadito lo scorso giugno, quando la retata della Finanza ha portato in galera una trentina di persone, per lo scandalo politico-giudiziario più grande che abbia colpito il Nordest.

Il 4 giugno gli investigatori della Finanza erano andati a perquisire anche le abitazioni del patron della Chiarotto e del figlio Giampaolo (entrambi nel cda del Consorzio Venezia Nuova), che però non sono mai stati indagati. Il 5 giugno l’ultraottantenne Romeo Chiarotto aveva dichiarato con una determinazione che già faceva presagire l’iniziativa giudiziaria di questi giorni. «Noi, come Mantovani e come famiglia, siamo completamente fuori dalle indagini. Lo dico perché nonostante tutto quello che abbiamo chiarito e anche pagato sulla nostra pelle, la Mantovani continua ad essere associata a dei corruttori. Ricordo che abbiamo reciso i contatti con l’ingegner Baita da un anno e mezzo. Del resto non sapevamo niente. Se avessi capito che si emettavano fatture da San Marino, l’avrei impedito. Era logico che prima o poi sarebbe emerso».

E riferendosi alle inchieste milanesi sull’Expo, dove la Mantovani ha acquisito un appalto di grande rilevanza, aveva aggiunto: «Il Gip di Milano ha parlato di un gruppo criminale ma non si riferiva a noi, ma ai filibustieri di cui si fidava Baita». Guerra aperta, anche perchè Mantovani aveva pagato 6 milioni di euro nel 2013 ed è impegnata a far lavorare 1500 persone, 400 nella Fip di Selvazzano (che realizza le cerniere del Mose), 400 nella Mantovani e 700 nei cantieri dell’Expo, dove si lavora in due turni di dieci ore al giorno, anche il sabato e la domenica.

Nella maxi-richiesta di risarcimento confluiscono tutti i tre filoni delle inchieste che ruotano attorno a Baita. Il primo è quello delle false fatturazioni (marzo 2013), il secondo quello dell attività del Consorzio Venezia Nuova e di Mazzacurati (luglio 2013), il terzo quello del Mose. Una parte dell’atto che introduce l’azione di responsabilità nei confronti di Baita, in quanto amministratore considerato infedele, si riferisce però a notizie giornalistiche. Lo sostiene Alessandro Rampinelli, il penalista che assiste Baita assieme al civilista Ruggero Sonino. «L’ingegner Baita esclude in modo categorico di aver mai creato o voluto creare danni alla Mantovani. Non ha mai sottratto nulla alla società. E ora, da dichiarazioni di Romeo Chiarotto, abbiamo anche la conferma che sotto la sua amministrazione i fatturati siano enormemente cresciuti».

La citazione calcola non solo i soldi sborsati con il Fisco, ma anche la perdita di opportunità imprenditoriali a causa delle inchieste riguardanti la gestione da parte di Baita. Ma soprattutto insiste sul danno di immagine per un gruppo di primo piano in Italia.

G. P.

 

Gazzettino – Vitalizio a Galan? No, anzi si’.

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25

ott

2014

Il presidente del Consiglio veneto cerca di spegnere il caso, ma la sua nota si rivela una conferma: per la legge l’ex governatore, una volta decaduto da deputato, potrà incassare l’assegno regionale

Giancarlo Galan, quando non sarà più parlamentare, percepirà il vitalizio della Regione per i suoi quindici anni di consigliere e governatore del Veneto, come peraltro ha fatto nei primi due mesi del 2013, prima di entrare a Montecitorio. Galan prenderà il vitalizio anche se ha patteggiato – anzi, proprio perché ha patteggiato – una pena di 2 anni e 10 mesi e una multa di 2,6 milioni di euro per lo scandalo del Mose. Lo dice – anche se forse l’intendimento era un altro – il presidente del consiglio regionale del Veneto, Clodovaldo Ruffato, che ieri, appresa della volontà del gruppo dell’Idv di sollevare un caso politico sulla vicenda, ha diffuso una nota “rasserenante”. Peccato che la stessa nota, pur densa di riferimenti di normativi, confermi la prossima futura erogazione del vitalizio. A meno che – mai dire mai – Ruffato, magari in applicazione dell’agognata autonomia del Veneto, non riesca a modificare la legge statale e il Codice penale e a stabilire che il patteggiamento equivale a una condanna. Perché la legge citata da Ruffato dice proprio questo: chi è «condannato in via definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione» non prende il vitalizio. Ma chi ha patteggiato? Era, del resto, il tema che intendeva sollevare l’Italia dei valori e che ieri ha effettivamente formalizzato con la presentazione di una interrogazione, ricordando di essere stato il primo gruppo in Veneto ad affrontare la questione dei vitalizi (ma sulla trasparenza anche Ruffato rivendica il primato: «È un cavallo di battaglia della mia presidenza in Consiglio»).

Comunque, ieri il capigruppo dell’Idv, Antonino Pipitone, ha chiesto di fare chiarezza: «La politica deve affrontare una seria riflessione sul fronte vitalizi-patteggiamento, magari modificando la legge attuale. E’ eticamente corretto che un politico, eletto per amministrare la cosa pubblica e che poi ha patteggiato una pena per accuse legate al proprio ruolo, possa godere del vitalizio, ottenuto proprio per il suo mandato elettivo? Magari inserendola nel dibattito sulla natura giuridica dell’istituto del patteggiamento – ha insistito Pipitone – ma la questione va affrontata. Secondo noi, il patteggiamento dovrebbe prevedere la perdita dei privilegi che spettano ai politici e dei ruoli istituzionali, a cominciare proprio dal vitalizio».

A stretto giro è arrivata la risposta di Ruffato. «Allo stato attuale nessun politico o consigliere coinvolto in pesanti vicende giudiziarie sta percependo un vitalizio regionale». Oggi. Ma domani? Ad esempio, se Giampietro Marchese, che per la vicenda del Mose ha patteggiato 11 mesi e 20mila euro e si è dimesso da consigliere regionale del Pd, chiedesse di riavere il vitalizio per i precedenti mandati – vitalizio che ha percepito anche nel 2013 prima di tornare a Palazzo Ferro Fini al posto di Andrea Causin – cosa gli si dirà? Ruffato cita la legge regionale 47/2012 e la legge statale 231/2012 che rimanda agli articoli 28 e 29 del Codice penale che escludono l’erogazione dell’assegno vitalizio a chi sia condannato in via definitiva per delitti contro la pubblica amministrazione. Il punto è che su condanna e patteggiamento il giudizio etico non ha una equivalenza giuridica. Tant’è che i giuristi sulla questione danno interpretazioni opposte. È per questo che la “tranquillizzante” nota di Ruffato si rivela nei fatti una conferma.

Da registrare, infine, il battibecco a distanza tra il presidente del Ferro Fini e il capigruppo dell’Idv. Recita la nota di Ruffato: “Lavoriamo sulle leggi, sui fatti e sulle cose concrete che i cittadini veneti si attendono e non perdiamo tempo dietro ad argomenti che probabilmente servono per ottenere visibilità sui giornali, ma che non hanno alcun motivo politico di esistere. Soprattutto quando sono superati dai fatti e dalle leggi esistenti”.

Replica di Pipitone: “In quanto a ricerca di visibilità abbiamo solo da imparare. Per il resto, dal presidente del consiglio regionale, che di certo tutela tutti i gruppi (anche quelli piccoli e di opposizione), su patteggiamento e vitalizi attendiamo una risposta ufficiale alla nostra interrogazione che è stata depositata solo in tarda mattinata. Non che utilizzi le anticipazioni dei giornali per delle esternazioni”. Ma sul punto, Pipitone insiste: «Le questioni che abbiamo aperto non sono “perdite di tempo”. Sono argomenti molto seri. E gradiremmo una risposta ufficiale. Nello specifico, se Ruffato tira in ballo la legge regionale 47/2012, nessuno meglio di lui potrà spiegare che è il recepimento copia-incolla del decreto Monti, attuato al volo altrimenti Roma chiudeva alcuni rubinetti di stanziamento. Proprio questo è uno dei nostri quesiti. La legge Monti (e quindi la lr 47/2012 del Veneto) parlano di “condannato in via definitiva”. Ma chi ha patteggiato rientra in questo novero o no? Non abbiamo inoltre visto, all’indomani del 16 ottobre (udienze di accoglimento dei patteggiamenti), nessuna spiegazione ufficiale sul tema, mentre l’opinione pubblica continua a basarsi, per il vitalizio, sull’elenco apparso sul sito del Consiglio regionale il giorno dopo la nostra richiesta di trasparenza del 6 agosto. Secondo noi i veneti meritano chiarezza e trasparenza. E risposte ufficiali».

lda Vanzan

 

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