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scandalo mose» l’inchiesta

VENEZIA – Anche Alessandro Mazzi, l’imprenditore di origini veronesi ma trapiantato da anni a Roma, ha deciso di ammettere le proprie responsabilità nella gestione dei fondi del Consorzio Venezia Nuova: ieri è stato interrogato dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, che al termine hanno dato il loro consenso per il patteggiamento. L’accordo è stato raggiunto per una pena di due anni di reclusione con la sospensione condizionale e il pagamento di una multa di quattro milioni di euro. Mazzi è l’unico tra gli imprenditori arrestati il 4 giugno scorso ancora in carcere, ma già oggi il giudice Roberta Marchiori potrebbe firmare il provvedimento di scarcerazione. Con la «Fincosit», una delle maggiori imprese edili italiane, Mazzi faceva parte della «cupola» del Consorzio, quella alla quale partecipavano Giovanni Mazzacurati, il presidente, Piergiorgio Baita per la «Mantovani», Stefano Tomarelli per la «Condotte d’acqua» e Pio Savioli per le cooperative rosse. Mazzi, ieri, ha confermato che in quelle riunioni si decidevano le cifre da raccogliere per sponsorizzare questo o quel politico, e avrebbe però aggiunto che era Mazzacurati che gestiva direttamente il denaro. Avrebbe ammesso che anche la sua impresa, come le altre, avrebbe utilizzato il sistema delle fatture fasulle per giustificare il trasferimento di quelle somme e si sarebbe detto rammaricato di tutto questo. Si tratta del quindicesimo indagato che ottiene il via libera della Procura lagunare per il patteggiamento, per il quale il giudice veneziano Giuliana Galasso ha fissato l’udienza per il 16 ottobre. Non è escluso che nei prossimi giorni – il termine ultimo è il 30 settembre – ai quindici che hanno già l’accordo con l’accusa si aggiungano altri tre indagati per i quali sono in corso i contatti tra i difensori e i pubblici ministeri: si tratta del trevigiano Pio Savioli, uno dei primi che assieme a Mazzacurati ha deciso di collaborare dopo essere finito in manette. Era lui a raccogliere i soldi presso le cooperative, convincendo i vari imprenditori delle necessità di farlo, per consegnarli poi a Mazzacurati, che li gestiva, corrompendo politici e alti funzionari dello Stato. Tra questi l’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, anche lui tra coloro che stanno cercando di trovare l’accordo con la Procura, come l’imprenditore Tomarelli. I pubblici ministeri, come si evince dagli accordi già raggiunti, stanno puntando sulle multe e non sulle pene detentive perché cancellate dalla sospensione condizionale o dalla nuova normativa sui tre anni. Fino ad ora, infatti, la Procura ha raccolto circa 8 milioni di euro che andranno nelle casse dello Stato: se anche gli ultimi tre indagati patteggeranno la cifra raggiunta raggiungerà i 10 milioni di euro. Questa settimana, intanto, riprenderà la sua attività anche il Tribunale dei ministri di Venezia che deve decidere se archiviare o inviare alla Giunta per le autorizzazioni a procedere il fascicolo sul parlamentare di Forza Italia ed ex ministro Altero Matteoli, indagato per corruzione. I tre giudici devono sciogliere la riserva sull’istanza della difesa, che ha chiesto di interrogare nella forma dell’incidente probatorio Giovanni Mazzacurati, che è negli Stati Uniti (il visto scade il 30 settembre). E le autorità statunitensi hanno informato il Tribunale che proprio oggi interrogheranno per rogatoria l’ex presidente del Consorzio. Ieri, infine, il giudice veneziano Roberta Marchiori, incaricata di decidere sulla scarcerazione per motivi di salute dell’ex assessore regionale Renato Chisso, ha nominato tre periti: il medico legale Silvia Tambuscio, il cardiologo Paolo Jus e lo psichiatra forense Davide Roncali, che dovranno dire se le condizioni di salute dell’indagato sono compatibili o meno con il carcere.

Giorgio Cecchetti

 

BREVETTI CONTESI

Cerniere delle dighe indagati i Chiarotto

PADOVA – Appropriazione indebita e contraffazione di brevetti (il sistema di aggancio delle delicatissime cerniere per le paratoie dei cassoni del Mose), questi i reati per i quali due componenti della famiglia di imprenditori padovani Chiarotto sono finiti sul registro degli indagati della Procura di Padova. Usciti indenni dall’inchiesta veneziana, che ha portato in carcere il manager ed ex presidente della loro «Mantovani» Piergiorgio Baita, sono incappati invece nell’indagine della pubblico ministero padovana Orietta Canova, avviata sulla base della querela presentata dall’amministratore della «General Fluidi», azienda padovana produttrice di impianti oleodinamici. Gli indagati sono otto e tra questi ci sono la presidente della «Fip Industriale spa» di Selvazzano Donatella Chiarotto, figlia del capostipite Romeo, e il nipote Renato. Alla stessa azienda appartengono Paolo Fortin, Alessandro Sardena e Gianpaolo Colato, mentre Davide Barin e Strefano Bertolini sono della «Fiar srl» di Selvazzano, Nadia Zoratto di «Technital spa» di Verona. Nel 2013 «General Fluidi» aveva presentato una denuncia penale per appropriazione indebita nei confronti di Fip Industriale. General Fluidi era stata incaricata dalla Fip Industriale (Gruppo Mantovani, primo azionista del Consorzio Venezia Nuova) di realizzare un prototipo per il sistema di aggancio delle cerniere delle paratoie del Mose e aveva prodotto un primo lotto per la bocca di porto di Treporti. Successivamente la Fip ha depositato il progetto firmandolo come proprio per poi subappaltare ad altri la realizzazione (ovviamente sottocosto). Per questo General Fluidi ha chiesto un risarcimento per danni economici e morali attraverso una causa civile ancora in corso. «Esprimiamo piena fiducia nella Procura di Padova e del pm Canova», affermano i legali di General Fluidi, gli avvocati Biagio Pignatelli e Angela Favara, «che stimiamo e sappiamo godere di ottima reputazione». Andrea Tiburli, amministratore dell’azienda, esprime invece «grande soddisfazione nel vedere che le gravi ipotesi di reato denunciate stiano trovando riscontro grazie al rapido corso delle indagini. Inoltre abbiamo in mano nuove informazioni che molto probabilmente porteranno all’apertura di un nuovo fronte. General Fluidi non è soltanto interessata al risarcimento che ritiene dovuto, ma chiede soprattutto che le venga riconosciuta la paternità della progettazione di una parte essenziale dell’intero sistema Mose», conclude Tiburli.

(g.c.)

 

Gazzettino – Mose, Mazzi patteggia e rimborsa 4 milioni

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17

set

2014

L’imprenditore veronese è tra i fondatori del Consorzio Venezia Nuova di cui controlla il 30 per cento. Ha concordato una pena di due anni

LA CONFESSIONE – Niente nomi, ma ha ammesso di aver partecipato al sistema tangenti

I REGISTI – Dal 4 giugno in carcere, era stato “accusato” da Baita e Mazzacurati

Dopo tre mesi e mezzo di carcere ha deciso di ammettere le proprie responsabilità e di versare quattro milioni di euro allo Stato per poter uscire dall’inchiesta (e soprattutto dal carcere) patteggiando la pena.
L’imprenditore veronese Alessandro Mazzi ha definito ieri mattina l’accordo con i magistrati della Procura di Venezia: i suoi legali lo hanno accompagnato di fronte ai sostituti procuratore Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini per rilasciare una breve dichiarazione spontanea. Mazzi, titolare dell’omonima impresa fondatrice del Consorzio Venezia Nuova, di cui è socio di “peso” con il 30 per cento, ha riconosciuto di aver sbagliato. Ha ammesso di aver partecipato al “sistema” messo in piedi dall’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, contribuendo con la sua quota ai fondi neri che furono poi utilizzati per finanziare illecitamente i partiti, per corrompere, per comperare il favore della città sul progetto Mose elargendo contributi a destra e manca. L’imprenditore veronese, con residenza a Milano, non ha però fatto alcun nome o indicato responsabilità di altri, limitandosi a dichiarare che era Mazzacurati ad occuparsi di tutto senza rendere conto ad alcuno. Dunque Mazzi non ha detto a chi sono finiti i soldi: sostiene di non saperlo.
A conclusione dell’interrogatorio gli avvocati Renato Alberini e Carlo Marchiolo hanno formulato istanza di remissione in libertà, sulla quale dovrà decidere nei prossimi giorni il giudice per le indagini preliminari, con il consenso della Procura. L’accordo tra accusa e difesa prevede il patteggiamento di 2 anni di reclusione (con la sospensione condizionale della pena) e la permanenza del sequestro su 4 milioni di euro di proprietà dell’imprenditore (sul totale di circa 16 attualmente “congelati”): denaro che sarà confiscato in qualità di provento del reato non appena la sentenza diventerà definitiva.
Mazzi è accusato di concorso in corruzione e finanziamento illecito dei partiti, nonché di false fatturazioni nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. A chiamarlo in causa è stato per primo l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita; successivamente anche Mazzacurati, dopo una serie di iniziali titubanze, nell’interrogatorio del 30 luglio 2013, ha dichiarato che era a conoscenza del meccanismo illecito.
Finora sono numerosi gli indagati che hanno già concordato il patteggiamento con la Procura (l’udienza è fissata per il 16 ottobre davanti al gip Giuliana Galasso): Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino (2 anni di reclusione ciascuno e 700mila euro), Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (2 anni e 700 mila euro), l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta (2 anni e 800mila euro), l’ex coordinatrice della progettazione del Mose, Maria Teresa Brotto (2 anni e e 600mila euro). E ancora: l’imprenditore svizzero, ideatore del meccanismo delle false fatturazioni (1 anno e 3 mesi e 100mila euro), Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco (1 anno e 19 mila euro) e l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese (11 mesi).
Nel frattempo la Procura sta lavorando per chiedere il rito immediato nei confronti degli indagati ancora detenuti, tra cui l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, e l’ex assessore regionale Renato Chisso. Con il passaggio di fase (da indagine preliminare a processo) entrambi rischiano di restare in carcere in quanto i termini di custodia cautelare vengono prorogati.

Gianluca Amadori

 

L’ex assessore regionale resta in carcere, il nuovo gip incarica un medico di formulare un’altra perizia

VENEZIA – Si infoltisce la pattuglia di coloro che cercano l’accordo per una pena ridotta con la Procura della Repubblica, in modo tra l’altro di uscire dal procedimento per la corruzione per il Mose in tempi brevi. Il 16 ottobre, infatti, è già stata fissata la data per tutti i patteggiamenti, che potrebbero essere addirittura 17. Nel frattempo, oggi si saprà a quale dei giudici del suo ufficio la presidente dei giudici delle indagini preliminari Giuliana Galasso affiderà il fascicolo che riguarda l’ex assessore Renato Chisso. Il difensore, l’avvocato Antonio Forza, ha presentato consulenze mediche nelle quali si afferma che per i problemi cardiaci e di depressione la sua permanenza nel carcere di Pisa è incompatibile con la sua salute. I pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, con il procuratore aggiunto Carlo Nordio, hanno consegnato il loro parere: grazie ad altrettanti medici, sostengono che le patologie dell’esponente di Forza Italia non sono incompatibili con la detenzione, sottolineando il fatto che si trova in un carcere che ospita un Centro clinico cardiologico all’avanguardia. Già oggi, dunque, il magistrato incaricato potrebbe incaricare un suo perito che dovrà prima visitare il detenuto, quindi leggere ciò che affermando i consulenti della difesa e della Procura, quindi fornire il suo parere al giudice che dovrà dire la sua parola, firmando un’ordinanza in cui scarcera per motivi di salute Chisso o respinge l’istanza della difesa, spiegando che le sue patologie non sono incompatibili con la detenzione. Nei prossimi giorni ai 14 indagati che hanno raggiunto già un accordo con la Procura per il patteggiamento dovrebbero aggiungersi altri tre, mentre tutti gli altri, una quindicina, finiranno davanti al Tribunale, coloro che devono rispondere di corruzione, e al giudice monocratico, coloro che devono rispondere di reati meno gravi, come millantato credito o finanziamento illecito del partito. La Procura chiederà il rito immediato per i primi e la citazione diretta per i secondi, in entrambi casi non è prevista l’udienza preliminare, ma già alcuni di loro sembrano convinti a chiedere il rito abbreviato al giudice dell’udienza preliminare e quindi saranno un numero limitato coloro che si troveranno a rispondere della accuse in aula.

Giorgio Cecchetti

 

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

AI DOMICILIARI – Meneguzzo, il manager travolto dallo scandalo

Determinata e di poche parole, Paola Tonini per quattro anni ha indagato sul Consorzio Venezia Nuova e gli “amici”.

È ancora ai domiciliari nella sua casa di Vicenza, il finanziere Roberto Meneguzzo, 58 anni, ex amministratore della Palladio Finanziaria, considerata il salotto buono dell’economia nordestina.
Le dimissioni da tutte le cariche societarie le ha date dopo l’arresto del 4 giugno. Secondo l’accusa negli uffici di Milano della Palladio sarebbe stata consegnata la mazzetta da mezzo milione di euro a Marco Milanese, allora consigliere politico del ministro dell’Economia Tremonti.
Il fascicolo è stato trasmesso alla Procura meneghina per competenza, che si occupa anche della posizione del generale in pensione delle Fiamme gialle Emilio Spaziante.

 

I FASCICOLI RIUNITI – Dai “sassi d’oro” alle cartiere. E le due inchieste diventano una.

Due inchieste che diventano una. Paola Tonini arriva al Mose partendo da Chioggia e da una verifica fiscale alla cooperativa San Martino. Stefano Ancilotto invece arriva al Mose partendo da una inchiesta sulle mazzette che viaggiano come missili dentro gli uffici della Provincia di Venezia. Come in una matassa del malaffare, qualsiasi filo si tiri, da qualsiasi parte, si arriva sempre allo stesso punto, alla corruzione sistematica. Con l’inchiesta di Paola Tonini si scopre il sistema delle false fatturazioni delle cooperative, che versavano il 50 per cento dell’importo – al Consorzio Venezia Nuova. Lì, a Chioggia, si utilizzava il trucco dei “sassi”, i “murazzi” utilizzati per transennare le bocche di porto. Il “sasso”, si sa, è difficile da quantificare e da pesare e ci sono punti del fondale dove ne bastano due e tu dici di averne “affogati” quattro e chi s’è visto s’è visto. E, comunque, quando non bari sul peso e sul numero, bari sulla provenienza. Invece di comperarli direttamente dai produttori, in Croazia, gli fai fare il giro del globo, facendoli passare per il Canada. In questo modo quel che costa 1 costerà alla fine 4, al contribuente che per il Mose di Venezia ha finora staccato un assegno pari a 5 miliardi di euro. Ma i sassi a un certo punto finiscono e allora bisogna inventare sistemi nuovi per alimentare la macchina della corruzione. Ecco le “cartiere” e cioè le società che sono pagate esclusivamente per produrre fatture false cioè per lavori mai eseguiti. Se le cooperative di Chioggia lavoravano sul serio e non si limitavano a produrre fatture false, le cartiere come la Bmc di Colombelli, con sede a San Marino, producono invece esclusivamente fatture false. Ancilotto arriva alle cartiere dalla verifica fiscale alla Mantovani di Baita e da Baita al Mose. Nel frattempo anche Paola Tonini è arrivata alla fine del percorso che è iniziato a Chioggia. Le due inchieste vengono riunite e scoppia lo scandalo del Mose.

 

La toga di ferro che ha incastrato i signori del Mose

Alle 4 del mattino del 4 giugno è nella sua casa di Venezia in centro storico. Ha chiuso la porta dello studio per non svegliare i figli, il grande di 15 anni, e il piccolo di 9. Il cellulare è bollente. I finanzieri l’aggiornano in diretta sul blitz scattato, cronometro alla mano, in mezza Italia. Il primo dei 35 nomi indicati nella lista delle custodie cautelari da eseguire su disposizione del gip Alberto Scaramuzza. È la Retata storica, quella delle tangenti del Mose, quella che porta in carcere giudici contabili, magistrati alle acque, politici, funzionari, imprenditori, ufficiali della polizia e delle Fiamme gialle. La guerra al malaffare scatta nel settembre 2009 e culmina, per lei e i suoi collaboratori, con l’arresto il 12 luglio del 2013 di Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Tappa intermedia del percorso che si compirà quasi dodici mesi dopo, come quella del febbraio 2013, quando il collega Stefano Ancilotto, metterà le manette ai polsi di Piergiorgio Baita, patron della Mantovani, e di Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era governatore del Veneto. I due fascicoli erano stati riuniti da circa un anno. E a loro si era affiancato anche il pm Stefano Buccini.
Paola Tonini, in procura a Venezia, era arrivata a 26 anni: la laurea in giurisprudenza a Bologna, la sua città, il concorso in magistratura, l’assegnazione a Venezia quando gli uffici erano ospitati ancora alle Procuratie in piazza San Marco e con la toga c’era solo un’altra donna, Rita Ugolini. Un modello per lei. Fu in quel periodo che, in un ambiente coniugato completamente al maschile, indossò la corazza che ancora oggi la fa descrivere sul fronte caratteriale come ruvida, distaccata, addirittura burbera, di poche parole. Determinata sul fronte professionale. Ad indicarla con questo aggettivo è anche Mazzacurati quando viene informato che la verifica fiscale nella sede del Consorzio a Santo Stefano in realtà nasconde un’inchiesta penale, condotta da una pm. È il giugno 2010. E le intercettazioni telefoniche e ambientale durano da mesi: nessuno sa delle indagini, tranne chi le conduce. Ergo ci deve essere una talpa, un traditore. Si scoprirà poi che a passare le informazioni ai vertici del Consorzio sarebbe stato il generale Emilio Spaziante, al tempo comandante interregionale dell’Italia centrale e andato in pensione come vice comandante generale del Corpo: una coltellata. Alla schiena. «Il periodo più critico, quando c’è stato il rischio che tutto naufragasse. Quando si è cominciato a dubitare anche dei più stretti collaboratori» pensa preparandosi il caffè d’orzo per la colazione di una giornata iniziata nel cuore delle notte e destinata a durare mesi e mesi.
No, lei non corre. Non è una sportiva. Si rilassa piuttosto leggendo un libro, o passeggiando, per le calli meno battute dai turisti. Schiva. «Già è vero». La scelta di non apparire sui giornali l’ha fatta a inizio carriera. Alla ribalta della cronaca preferisce la discrezione delle aule di tribunale, la sfida con la difesa, a conclusione di un’istruttoria meticolosa, lunga, certosina. Lo sa, eccome. Con gli arresti si termina una parte del compito, premessa a quello per certi versi più oneroso del confronto con i legali degli indagati davanti al giudice, verso il verdetto. Per questo da sempre la sua strategia è quella di non risparmiarsi e sgobbare sulle “carte” per “blindare” il più possibile dal punto di vista processuale i riscontri raccolti. In questo caso dai finanzieri. Ormai quelli del 1. Gruppo Tutela Entrate li chiama “i suoi ragazzi”. E poi c’è il maresciallo di polizia giudiziaria che ha in segreteria: un punto di riferimento. A dare ragione al suo lavoro e a quello dei colleghi sostituti più giovani, allo stato attuale, l’esito del Riesame che ha confermato nel complesso le misure adottate. L’incontro decisivo? Quello con il colonnello Renzo Nisi a inizio autunno 2009: «Dottoressa, qui c’è qualcosa di grosso. Tutto questo nero porta al Mose e al Consorzio Venezia Nuova». L’ufficiale le aveva esposto i dubbi, ovvero le certezze, su quanto era emerso dagli accertamenti fatti alla Cooperativa San Martino impegnata nella realizzazione delle dighe mobili a Chioggia: la contabilità parallela che portava al Cvn, la notizia di reato al termine di tutte le attività in quel 23 settembre 2009 che poi diventa fascicolo assegnato a lei.
Tomarelli, Savioli, Neri, Sutto, Meneguzzo, Milanese, Sutto, Boscolo, Cuccioletta, Tiozzo, Piva, Giuseppone. Mosche nella tela del ragno Mazzacurati. È della Tonini la definizione di “grande burattinaio”. Se qualcuno glielo chiedesse non avrebbe esitazioni nel rispondere che «èil vero regista del “sistema Mose”. Il monarca indiscusso. Èlui l’ideatore insieme a Neri del meccanismo della sovraffatturazione per la creazione del “denaro fantasma ” con cui pagare le mazzette. Èlui che raccoglie il denaro e lo consegna personalmente al corrotto di turno. Anche Baita si adegua e obbedisce». Un uomo d’altri tempi. Andreotti? Sì il paragone potrebbe reggere. Che soddisfazione, durante i vari interrogatori, nell’estate 2013, ascoltare dalla voce di Mazzacurati la trama che già conoscevano, scritta nelle centinaia di pagine dell’informativa delle Fiamme gialle.

11-Continua (Le puntate precedenti sono state pubblicate il 10, 15, 17 23, 24, 30, 31 agosto, il 6, 7 e 13 settembre)

 

I lavori per il Mose: parte dell’inchiesta è partita dai sassi utilizzati per le scogliere

I VERBALI «O paghi o non lavori» Gli imprenditori accusano

Tutti raccontano la stessa storia. Anche Piergiorgio Baita: «Prima di darci l’assenso al subentro nella quota Impregilo, l’ing. Mazzacurati, Presidente e direttore del Consorzio Venezia Nuova, mi ha chiamato e mi ha detto se, al di là dei documenti del subentro, ero stato edotto di alcune regole che vigevano all’interno del Consorzio Venezia Nuova, cioè impegni chiamiamoli non trasferibili in atti statutari». Mazzette, insomma. E se non paghi, non lavori.
Lo spiega bene l’ing. Luigi Rizzo il quale in realtà con il Mose non c’entra e proprio per questo la sua testimonianza è importante dal momento che ci dà la prova provata di come funziona il sistema Venezia di cui il sistema Mose fa parte. «Mi rendo conto che ho sbagliato a versare al Brentan Lino delle somme che mi venivano chieste illecitamente ma purtroppo voglio precisare che si tratta di richieste alle quali un privato non può sottrarsi se vuole lavorare con le pubbliche amministrazioni o con le società pubbliche». Lino Brentan è l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova in quota Partito democratico, ma sostenuto anche da Baita.
Anche Gianfranco Boscolo Contadin, l’imprenditore di Chioggia che lavorava per il Consorzio, pur con un eloquio non limpidissimo, è però chiarissimo: «Mazzacurati ci dava dei lavori. Per lavorare ci voleva dei soldi… abbiamo fatto delle fatture che poi restituivo circa il 50 per cento … Lui mi ha detto: pensa a portarli che il resto mi arrangio io e siccome era un po’ difficile andarlo a contrastare, perché avevo bisogno di lavorare e come facevo se non eseguivo?» … «o lo fai o… e c’era difficoltà per lavorare e io intendevo lavorare perché avevo bisogno di lavorare».
Se poi andassimo indietro nel tempo e tornassimo alle prime indagini che hanno portato in galera mezzo Ufficio tecnico della Provincia di Venezia, troveremmo esattamente le stesse frasi: «Mi hanno fatto capire che se non pagavo non lavoravo». Insomma il refrain è sempre lo stesso, a Venezia, che si tratti di Mose o di opere pubbliche come scuole o ospedali, se vuoi lavorare devi pagare. Ecco perché il Tribunale del riesame di Venezia, presieduto da Angelo Risi, ha puntato, per alcuni imputati di minor rilievo, sulla concussione invece che sulla corruzione. Significa che il Riesame crede alla versione degli imprenditori costretti a pagare il Consorzio Venezia Nuova per poter lavorare. La Procura invece, soprattutto per la parte “chioggiotta” dell’inchiesta, aveva messo in galera tutti accusandoli di corruzione. La differenza non è di poco conto dal momento che il cambio di reato, da corruzione a concussione, non solo modifica le pene, ma ritocca l’impianto accusatorio e mette nei guai due dei tre testi-indagati principali e cioè Mazzacurati e Baita. E i “concussi”, intanto, e cioè coloro che, secondo il Riesame, erano obbligati a pagare, sono diventati un nutrito gruppetto. Si è iniziato con il chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto – difeso dall’avv. Antonio Franchini – e si è arrivati all’imprenditore ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi, del Lido di Venezia, accusato di corruzione e finanziamento illecito. E poi si è aggiunto l’altro chioggiotto, Boscolo Contadin – avv. Giuseppe Sarti – Tre concussi. Tre imputati che hanno convinto il Tribunale del riesame di essere vittime del sistema Venezia.

 

La vera storia dell’acquisto della tenuta Frassineto: 400 ettari di pascoli, boschi e rustici che l’ex ministro liquida in tre righe nel memoriale ai giudici per giustificare i suoi beni

VENEZIA – Quattrocento ettari sull’appennino tosco-emiliano, a Casola Valsenio. L’azienda agricola si chiama Frassineto ed era di proprietà di don Pierino Gelmini, il fondatore delle comunità Incontro. Giancarlo Galan è passato di là, se n’è innamorato e ha deciso di comprarla. Si ignora se sia stato lui a proporsi o don Gelmini a offrirsi. Si sa invece come è avvenuto l’acquisto, anche se per scoprirlo bisogna destreggiarsi tra i passaggi societari orchestrati dall’ex presidente del Veneto e dai suoi cari. Nel memoriale consegnato ai giudici il 25 luglio, quando ormai era in carcere, Galan ha dedicato a Frassineto tre righe esatte: «Si tratta di territorio prevalentemente boschivo acquistato con una quota pari al 70% nel 2008 con un mutuo presso Veneto Banca a copertura dell’intero importo». Nient’altro. Sembra che parli di un boschetto dietro casa, sui Colli Euganei. La tenuta Frassineto è leggermente più estesa, a cavallo di tre province: Firenze, Ravenna e Bologna. Il mutuo con la banca ci sarà anche stato, ma nel 2008 l’assegno di Veneto Banca copriva solo 75.000 euro dei 526.070 della cessione, corrispondenti a metà del valore di Frassineto. L’acquirente si impegnava a pagare la cifra mancante, cioè quasi tutto, entro il 20 novembre 2013. L’ex presidente tace altri particolari. Per rientrare nel beneficio fiscale di cui godono gli agricoltori, aveva intestato la proprietà a un prestanome. Pudore comprensibile, lo fanno in tanti. Con buoni motivi, visto che nel suo caso, al posto di circa 156.000 euro, è riuscito a pagarne solo 13.000, con un risparmio di 143.000 €. Il prestanome di Galan è una signora che si chiama Monica Merotto. È la moglie dell’avvocato Niccolò Ghedini, che risulta iscritta all’Inps come coltivatrice diretta dal 17 settembre 2008. Appena un mese prima di dare il via alle operazioni. Era tutto orchestrato con gli amici. E chi più amico di Ghedini, che lo sta difendendo anche in questo momento? Come persona fisica Galan entra nella proprietà solo nel 2013. All’inizio è presente attraverso Margherita srl, la società che condivide con la moglie Sandra Persegato. Mandavano avanti le signore. Le fasi della compravendita sembrano ideate da Azzeccagarbugli. Si comincia il 20 ottobre 2008: viene concordata con un rappresentante legale di don Gelmini la costituzione della “Società agricola Frassineto sas di Merotto Monica e C”, con sede a Padova in Passaggio Corner Piscopia 10. Lo stesso indirizzo dello studio di Paolo Venuti, il commercialista di Galan. Incidentalmente anche Venuti è stato arrestato il 4 giugno. È ancora in carcere. La “Frassineto sas di Merotto Monica” nasce con 100.000 euro di capitale sociale: 98.000 sono la quota riconosciuta a don Gelmini, 1.000 della Merotto, altri 1.000 di Margherita srl. Il 6 novembre la società passa dal registro ordinario delle imprese alla sezione speciale: don Gelmini rinuncia alla titolarità dell’impresa agricola, trasferendola alla Merotto anche se ha solo l’1% delle quote. Il 20 novembre 2008, don Gelmini cede il 48% a Margherita srl che passa al 49%; la Monica resta all’1%; il valore della cessione è fissato nei già citati 526.070 euro; Monica Merotto e Margherita srl diventano soci accomandatari, cioè i veri gestori; don Gelmini con il 50% è socio accomandante, cioè alle dipendenze. Curiosità: di solito è il notaio che redige la compravendita. Per Frassineto invece i nostri arrivano con gli atti già fatti. Forse è per questo che, con tutti i notai di Padova, vanno a farsi autenticare le scritture private a Stanghella, da un giovane notaio, Emanuela Di Maggio, che ha appena vinto una sede disagiata. Come minimo risparmiano sulle tariffe. Il 22 dicembre 2008 entra nella società un altro amico di famiglia: è Mauro Mainardi, consigliere regionale tuttora in carica, del Pdl o quel che resta. Mainardi è «l’uomo di Dubai», nel 2008 aveva un’intesa di ferro con Galan e una d’acciaio con Ghedini e stava ancora trainando l’investimento immobiliare nel Golfo. Un’allegra compagnia partiva dal Veneto, guidata dal presidente, infoltita di politici e di imprenditori, per quello che doveva essere un affarone. Ma al ritorno dall’ultimo viaggio i musi erano lunghi. Secondo una vulgata mai smentita, i primi investimenti avevano riempito il portafoglio, poi era scoppiata la bolla speculativa ed è arrivata la stangata. Sono rimasti scottati in tanti, ma qualcuno si è salvato. Oggi a Dubai c’è un palazzone lasciato a metà, in pratica l’investimento è andato perduto. Può succedere di perdere i soldi, è doloroso ma non è un reato. Certo che se il tuo socio si salva e tu no, mastichi più amaro. Mainardi entra in Frassineto sas perché don Gelmini vende anche il 50% che gli resta. Adriafin srl, la società di Mainardi, rileva il 20% pagandolo 30.000 euro; il 21% va a Margherita srl per altri 30.000 euro; il 9% alla Merotto per 15.000. Ma il totale fa 75.000 euro, cifra stranissima. L’altra metà della proprietà era stata pagata più di mezzo milione: la differenza balza all’occhio, siamo sopra 450.000 euro. Per giunta il venditore si dichiara soddisfatto. Non si spiega. Tre mesi dopo, il 24 marzo 2009, chi aveva dichiarato di aver incassato tutto si ricorda che il prezzo è diverso. Viene fatto un atto di rettifica e gli importi cambiano in modo rilevante: alla fine le quote saranno pagate 230.000 euro da Margherita srl, 98.000 da Monica Merotto e 219.000 da Adriafin. La comunità Incontro è fuori del tutto, ma i nostri non hanno ancora finito le transazioni tra di loro. Il 27 maggio 2009 Sandra Persegato persona fisica acquista l’1% da Margherita srl, cioè da se stessa, per 10.960 euro. L’artificio le serve perché nel frattempo è diventata imprenditrice agricola e non ha più bisogno della Merotto come prestanome. La signora Ghedini viene retrocessa a socio accomandante, come Mainardi. La società diventa “Frassineto sas di Margherita srl e C”. Tutte scritture private autenticate dal notaio di Stanghella. Il 14 novembre 2011 altro giro di valzer. Esce la signora Ghedini, esce Mauro Mainardi ed entra (chi si rivede) Tiziano Zigiotto, un amico per la pelle di Galan. Zigiotto lavorava in Publitalia con Giancarlo, l’ha seguito in Forza Italia, alle regionali del 1995 è stato inserito nel listino bloccato del presidente (elezione automatica in caso di vittoria senza essere votati) ed è diventato consigliere regionale. Bis nel 2000, tris nel 2005. Zigiotto si è fatto15 anni in Regione trasportato in carrozza da Galan. Lui e qualche altro. Oggi il listino bloccato è stato abolito, sempre troppo tardi. L’uscita dalla scena regionale di Giancarlo nel 2010 coincide con quella di Zigiotto. Lo ritroviamo presidente dell’Inea, l’istituto nazionale di economia agraria, nominato da Galan il 23 maggio 2011, il giorno prima dimettersi da “ministro delle mozzarelle”, come ironizzava quando c’era Luca Zaia. Pazienza se Zigiotto non aveva i titoli richiesti, era un premio fedeltà: stipendio allora di 65.000 euro più i gettoni di presenza, in caso non fosse bastata la buonuscita regionale di 100.000 euro, peraltro integrata dal vitalizio. Dall’Inea lo butta fuori il ministro Nunzia Di Girolamo, che commissaria l’istituto a gennaio 2014, anche lei poco prima di dimettersi. Contrappasso perfetto. Grandi meraviglie del Pd, in precedenza silenzioso, chissà perché. Anche Zigiotto era nell’avventura di Dubai. In Frassineto Galan lo chiama perché escono sia Mainardi che Monica Merotto. Zigiotto subentra con la società agricola Monterotondo, come socio accomandante, rilevando il 10% di Monica Merotto per 75.000 euro e il 20% di Mainardi per 219.196. A Mainardi dà solo 30.000 euro, perché i rimanenti 189.196 sono il debito ancora da pagare a don Gelmini, buonanima, che Zigiotto si accolla. Questa combriccola di amici che gira l’Italia mescolando politica e affari, ha uno stile inconfondibile. Un esempio? Nella tenuta di Frassineto, uno dei contadini si era visto assegnare in passato un fabbricato in proprietà, sul quale oggi vive il figlio, che lo sta ristrutturando. I nuovi titolari fanno subito vedere di che pasta sono fatti: litigano con il figlio del contadino perché il pozzo sconfina per un paio di metri nella proprietà dell’azienda. Quando si possiede una tenuta dieci volte più estesa dello Stato del Vaticano, la pignoleria diventa una questione di status. Comincia un lavoro ai fianchi del disgraziato: l’obiettivo è ricostruire l’integrità di Frassineto strappandogli il fazzoletto di terra, altrimenti lo portano in tribunale. L’ultimo tentativo di farlo capitolare risale allo scorso maggio. Zigiotto si presenta con un avvocato, spiegando all’infelice che gli conviene vendere se non vuole mangiarsi tutto in spese legali. La discussione va avanti per un po’. In casa c’è una terza persona che assiste, senza spiaccicare parola. Ad un certo punto Zigiotto lo interpella: «Scusi lei chi è?». «Sono un invitato a cena», risponde quello, «sto aspettando che ve ne andiate, perché siete anche un po’ noiosi». Zigiotto fiuta il vento infido, gira i tacchi e se ne va. Ha ragione. Questo signore è un ex generale della Guardia di Finanza in pensione, che si è ritirato sull’Appennino. L’uomo che al tempo del sequestro Soffiantini coordinò le indagini sul generale dei carabinieri Francesco Delfino. Non uno qualunque. Quando si dice la sfortuna. Ma fino al 4 giugno i nostri non temevano l’opinione pubblica. Potevano ingaggiare un muratore per ristrutturare i fabbricati di Frassineto e rinviare alle calende greche i pagamenti. Il muratore telefona per sollecitare, risponde la Sandra intimandogli di non disturbare perché sono in vacanza in barca. Figurarsi la replica del muratore. La storia gira in paese, con il commento che più ricchi sono, più fatica fanno a tirar fuori i soldi. Cosa che non stupisce, perché vale sotto tutte le latitudini. Ad ogni buon conto Paolo Venuti può certificare che la pendenza, benché in ritardo, è stata liquidata.

Renzo Mazzaro

 

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

IL CASO – La Procura sommersa dai certificati medici

Nel mirino anche un generale e un vicequestore: «Passavano informazioni»

Il pm Ancilotto: «Un processo contro un malavitoso è più facile di questo»

Mai visti tanti certificati medici. E perizie psichiatriche e cardiologiche, ortopediche e chirurgiche. La Procura di Venezia è stata sommersa da tonnellate di referti, da centinaia di pagine di indagini tossicologiche, di analisi di ogni liquido contenuto nel corpo umano. Del resto par di capire che in alcuni casi l’invocazione delle condizioni di salute “incompatibli” con la carcerazione appare come la via d’uscita più rapida – se non l’unica – dal carcere.
Del resto l’inchiesta dura da più di quattro anni e in quattro anni la Procura ha raccolto tonnellate di materiale, quanto basta per lunghe carcerazioni preventive.

 

IL SISTEMA MOSE

Baita: Mazzacurati mi disse come si doveva fare

All’inizio c’è solo Claudia Minutillo. Poi arriva Piergiorgio Baita. Poi vien giù il mondo. Perchè Baita racconta per filo e per segno il Mose delle mazzette. «Cominciamo dal 2002 – attacca Baita, interrogato da Stefano Ancilotto – anno nel quale la Mantovani compie un salto di dimensioni e anche di collocazione di mercato».
Nel 2002 la Mantovani entra a far parte del Consorzio Venezia Nuova acquisendo le quote di Impregilo. «Prima di darci l’assenso al subentro nella quota Impregilo l’ing. Mazzacurati, Presidente e direttore del Consorzio Venezia Nuova, mi ha convocato… e mi ha detto se, al di là dei documenti del subentro, ero stato edotto di alcune regole che vigevano all’interno del Consorzio Venezia Nuova, cioè impegni chiamiamoli non trasferibili in atti statutari». Ecco, i lord inglesi li chiamano “impegni non trasferibili in atti statutari”, in linguaggio da suburra sarebbero le mazzette. Dunque, grazie a Baita, sappiamo che è dal 2002 che in laguna va alla grande il sistema messo in piedi da Mazzacurati e perfezionato da Piergiorgio Baita. Il principio è che si paga tutti. Ci si compra le anime nere di chi accetta di essere corrotto e si danno soldi anche alle anime belle, quelle che fanno finta di essere contro il Mose. Soldi alla destra e soldi alla sinistra, rispettando le quote e cioè le percentuali. Le coop rosse valgono per il 7 per cento dentro il Consorzio? Pagheranno l’equivalente del 7 per cento in mazzette. E le pagheranno al partito democratico. Le grandi aziende come la Mantovani valgono il 30 per cento? E allora pagheranno mazzette milionarie. A chi? Ai politici di destra. E se si tratta di corrompere ministri e sottosegretari, si comparsi giudici e magistrati alle acque? Ognuno darà per la sua quota parte e Mazzacurati in persona si occuperà della distribuzione.

 

Così gli indagati spiavano le mosse dei pm di Venezia

I vertici del Consorzio Venezia Nuova e l’amministratore delegato di Mantovani, Piergiorgio Baita, non facevano mistero nelle telefonate e nelle intercettazioni ambientali della loro capacità di “sapere” che cosa bolliva in pentola in Procura a Venezia e i magistrati un po’ alla volta si erano fatti un’idea precisa, tant’è che la mattina del 4 giugno 2014 le manette scattano anche ai polsi proprio del generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, mentre un anno prima era stato arrestato il vicequestore di Bologna, Giovanni Preziosa, perchè era entrato nel database delle forze dell’ordine senza autorizzazione ed aveva passato le informazioni a Baita. Racconterà Mirco Voltazza, un ragioniere padovano che si improvvisa spia, di aver stipulato un contratto con la Mantovani da 1 milione e 400 mila euro per organizzare un servizio che doveva servire “ad evitare aggressioni da parte delle forze dell’ordine e della magistratura”. Voltazza, dunque, assicura di essere in grado di prevenire – o di “curare” – verifiche fiscali e inchieste.
Commenta Nicolò Buson, il cassiere-ragioniere della Mantovani: «Io, se devo essere onesto, una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza e gli ho detto che quello era tutto scemo, che una cosa del genere non era un contratto che era possibile scrivere, insomma».
Ma che ci fosse al lavoro una vera e propria macchina dello spionaggio contro l’inchiesta, i pm del Mose, Stefano Buccini, Stefano Ancilotto e Paola Tonini, l’avrebbero scoperto solo dopo. L’avrebbero saputo in un secondo momento che gli indagati come Baita riuscivano ad avere i verbali di interrogatorio, quelli che restano chiusi nell’ufficio del pm, quelli che non ha nemmeno l’avvocato difensore. E anche Mazzacurati in una intercettazione ambientale diceva che sapeva perfettamente che lo stavano intercettando. «Anche una volta che sono andato a parlare con Gianni Letta, mi hanno beccato».
E che dire di Claudia Minutillo? L’ex segretaria di Galan, quando aveva iniziato a parlare con i pm, aveva raccontato a verbale di essere stata avvertita da Voltazza e da Baita che aveva una “cimice” in auto. Lei aveva fatto bonificare la macchina e niente. «Impossibile. Cerca meglio. E’ nell’alloggiamento della luce, la lucina che illumina l’abitacolo». Nuova ricerca e nuovo niente. «Ascoltami, c’è. Non la trovano perché è una cimice silente. Fai smontare il pezzo della luce e poi lo fai rimettere a posto, ma dev’essere un lavoro che nessuno se ne accorge, mi raccomando».
Era vero. La cimice c’era. Voltazza aveva ragione. Si trattava di una microspia “silente” e cioè che non emette segnali e quindi non viene individuata dalle apparecchiature di “bonifica”. La cimice “silente” registra tutto e invia la registrazione, chessò?, alle 3 del mattino, quando tutti dormono e nessuno è pronto ad intercettare il segnale. Quindi, se la si cerca, non la si trova perché non trasmette nessun segnale, è un apparecchio “in sonno”.
Spiati, controllati, “monitorati”. I p.m. lo sapevano che quando si ha a che fare con i Vip, le inchieste sono sempre difficili. «L’avvocato dice che non possiamo fare la perquisizione perché qui oltre all’abitazione c’è anche lo studio dell’avvocato Orsoni e lo studio di un avvocato non si può perquisire. Che facciamo dottore?»
«Effettuate la perquisizione».
Intanto, erano arrivate le 6 del mattino di quel 4 giugno 2014 che avrebbe inaugurato la “Retata Storica”, il blitz che avrebbe portato alla luce il più grande caso di corruzione che si fosse mai registrato in Italia. Finalmente era arrivata la telefonata che metteva fine alla lunga notte.
A quel punto Stefano Ancilotto aveva indossato maglietta e calzoncini, aveva infilato le Asics ed aveva iniziato a correre. Un’ora, il tempo giusto per fare il pieno di endorfine e lasciar andare i ricordi. Gli piaceva correre anche se la vera passione è sempre stato il tennis. Che, però, è uno sport ancora più traumatico della corsa. Gli scatti improvvisi, le voleè, le corse a rete, gli avevano procurato un sacco di guai muscolari, ma siccome dello sport non si può fare a meno se vuoi mantenere in forma anche la mente, si era buttato sulla corsa. E un po’ alla volta aveva iniziato a piacergli. Però la vecchia passione per la racchetta ogni tanto saltava fuori, prepotente, e così aveva deciso di alternare la corsa alle partite a tennis.
Anche quella mattina Ancilotto aveva messo le cuffiette. La musica, a basso volume, gli permetteva di concentrarsi meglio, via un piede e sotto l’altro, via una falcata e sotto l’altra. I passi di corsa che scandivano i passaggi dell’inchiesta. Ma chissà perché quella mattina, mentre iniziava il riscaldamento, gli erano venuti in mente gli abusivi del Tronchetto. Non era stato un processo semplice, ma avere a che fare con i malavitosi hai i suoi vantaggi. «Tecnicamente un processo contro un malavitoso è un processo facile, più facile comunque di un processo come questo, dove hai a che fare con gente molto influente. Un mafioso lo incastri con un’impronta digitale, il Dna, la pistola, a questi gli trovi i soldi in casa e ti possono trovare centomila giustificazioni di quei quattrini. Sono processi difficili, molto più difficili di quelli contro la malavita organizzata. Che poi, a Venezia, è quel che è, siamo sinceri. Forti, d’accordo, ma un mese di lavoro dei malavitosi al Tronchetto non parifica la cresta che viene fatta su una paratoia del Mose, che costa 250 mila euro e viene fatta pagare al contribuente 800 mila euro. La quantità di soldi che gira è enormemente più grande nel caso dei reati dei colletti bianchi, non c’è proporzione. E le condanne sono difficili da ottenere».
Gli abusivi del Tronchetto invece erano stati condannati e i beni sequestrati. E quello era stato il primo vero processo contro la malavita organizzata che si era insediata a Venezia. Non che le cose fossero poi andate come voleva lui, Ancilotto, che avrebbe preteso almeno dal Comune un atteggiamento diverso, più deciso nei confronti della malavita organizzata e cioè che prendesse lo spunto per fare un repulisti vero dell’isola artificiale. E invece era tutto rimasto come prima. Del resto era da oltre mezzo secolo ormai che l’ex banda del Brenta, quella di Felice Maniero, teneva sotto controllo il flusso dei turismo organizzato a Venezia. Si era superata la vetta dei 20 milioni di presenze annue e buona parte dei quattrini che i turisti portavano a Venezia finiva nelle mani dei malavitosi. Il processo aveva portato alla luce le connivenze, ma soprattutto il malcostume di lasciar perdere, di lasciar fare, di far finta di niente. Anche in questa inchiesta sul Mose era saltato fuori che c’era un sacco di gente che faceva finta di nulla o che, addirittura, spintonava per salire sul carro dei mazzettari. Messa in ginocchio la banda del Tronchetto comunque aveva voglia di occuparsi d’altro e alla fine del 2009 era venuto a fagiolo l’inserimento nel pool che si occupa di reati contro la pubblica amministrazione. A Venezia non erano mai state fatte inchieste su questo versante e l’ultima grande retata risaliva agli anni di Tangentopoli, quattro vite fa, quando lui aveva appena fatto il concorso in magistratura mentre ancora faceva il praticante nello studio dell’avvocato Mauro Pizzigati, a Mestre. «Era il 1995. Sono entrato in magistratura con il concorso dei cosiddetti giudici ragazzini, bandito subito dopo la morte di Falcone e Borsellino – ricordava Ancilotto – Nel 1996 ero in Sicilia e ci sono stato fino al 2003, tra Siracusa e Catania. E’ lì che mi sono fatto le ossa, con le inchieste sulla mafia».
Altri tempi, come in altri tempi era partita questa inchiesta sul Mose.

10 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24, 30, 31 agosto, il 6 e il 7 settembre)

 

E per qualcuno le mazzette diventavano stipendio extra

«Il Consorzio Venezia Nuova determinava il fabbisogno di soldi neri in modo chiamiamolo organizzato in questo modo: l’ing. Mazzacurati si rapportava con le quattro realtà principali del Consorzio, ovvero le tre imprese maggiori più il gruppo delle cooperative rosse, che, pur non avendo una quota rilevante ,era molto rilevante negli equilibri generali (…)» Il racconto è di Piergiorgio Baita, verbale del 28 maggio 2013. Il presidente e amministratore delegato della Mantovani spiega ai pubblici ministeri che indagano sul Mose, come funziona il meccanismo. «Il Consorzio Venezia Nuova ha di questi fabbisogni, il cosiddetto “fabbisogno sistemico”, cioè il pagamento periodico, a tempo, di tutta una serie di persone, cresciuta sempre di più negli anni. Il pagamento episodico ma regolare, cioè la firma della convenzione, la registrazione alla Corte dei Conti, la necessità di fare arrivare dei soldi alla Corte dei Conti. Il pagamento di particolari episodi e le cosiddette emergenze».
“Fabbisogno sistemico” significa che alcune persone – Presidente del Magistrato alle acque piuttosto che giudice della Corte dei conti – erano sul libro paga del Consorzio e ricevevano una sorta di stipendio, indipendentemente da quello che facevano o non facevano. Per i politici è diverso. «Ogni campagna elettorale era un salasso – si lamenta Baita – L’ing. Mazzacurati proponeva un budget per ogni campagna elettorale, politiche, regionali, comunali, un budget di fondi neri da coprire pro quota».

 

Nuova Venezia – I pm: “Chisso puo’ restare in carcere”

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12

set

2014

Scandalo Mose

Per la Procura di Venezia la vita di Renato Chisso non è in pericolo. Secondo i pm l’ex assessore regionale, arrestato il 4 giugno nell’inchiesta “tangenti Mose”, può restare in carcere, contrariamente a quanto sostiene il suo avvocato.

Nordio, Ancilotto, Buccini e Tonini esprimono parere contrario alla scarcerazione

Intanto il Comune nomina un avvocato per tutelare Venezia nel processo Mose

La Procura: «Resti in cella. Chisso non è in pericolo»

VENEZIA – Per la Procura di Venezia la vita del detenuto Renato Chisso non è in pericolo, le sue condizioni di salute non sono incompatibili con il carcere e, pertanto, l’ex assessore regionale arrestato il 4 giugno nell’ambito dell’inchiesta “tangenti Mose” può restare nella sua cella a tre brande, nel carcere di Pisa, in attesa dello sviluppo delle indagini. Ieri, i pubblici ministeri Stefano Ancillotto, Stefano Buccini, Paola Tonini e il procuratore aggiunto Carlo Nordio hanno depositato il loro parere negativo all’istanza di scarcerazione presentata dal difensore di Chisso. Forte di una consulenza firmata dai medici Marzilli, Pietrini e Di Paolo dell’Università di Pisa, l’avvocato Antonio Forza sostiene – al contario – che l’ex assessore regionale sia in serio pericolo di vita a causa di una coronaria ancora ostruita dopo l’infarto che l’ha colpito nel 2013. Giovedì, la Procura aveva così incaricato il medico legale Antonello Cirnelli, lo psichiatra Amodeo Sossio, il cardiologo Cosimo Perrone di visitare Chisso. Per i tre medici, le sue condizioni di salute sono compatibili con la detenzione e non rischiano di peggiorare a causa di questa e che, in ogni caso, il carcere di Pisa è dotato di una struttura medica e cardiologica di eccellenza. Quanto poi alla sua situazione psichiatrica, i medici hanno sì riscontrato una “lieve depressione”, ritenendola per altro comune alla gran parte delle persone in stato di detenzione. Da qui, il parere negativo alla scarcerazione espresso dalla Procura. La parola finale spetta ora al giudice per le indagini preliminari Antonio Liguori, che avrà cinque giorni per esprimersi: potrà accogliere l’istanza, respingerla oppure ricorrere alla valutazione di un proprio perito. Intanto, il commissario straordinario del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, ha deliberato la nomina dell’avvocato Fabio Niero nel procedimento che potrebbe «vedere l’Amministrazione nella veste di persona offesa e danneggiata, sia per le risorse che appaiono essere state indebitamente sottratte alla salvaguardia della città sia per il danno all’immagine causato dalla rilevanza mediatica della vicenda». Primo passo per la costituzione di parte civile, nell’inchiesta che oltre alla partita tangenti Mose, riguarda anche l’indagine per finanziamento illecito ai partiti, che vede indagato anche l’ex sindaco Giorgio Orsoni. «Il Comune intende seguire in tutte le sue fasi i vari procedimenti, sia quelli che possono definirsi con patteggiamento, sia quelli che seguiranno il rito ordinario», osserva l’avvocato Niero, «evidenzieremo il danno subito dal Comune, sia all’immagine sia oggettivo, rappresentando sia i cittadini – che hanno ricevuto un danno non indifferente, perché sono stati sottratti soldi alla comunità – sia il prestigio della città, leso dal fatto vi sono stati compiuti reati non indifferenti».

Roberta De Rossi

 

SCANDALO MOSE – I pm si oppongono alla scarcerazione: condizioni di salute compatibili con la detenzione

Un giudizio contrario alla scarcerazione dell’ex assessore regionale Renato Chisso. Ad emetterlo è stata la Procura della Repubblica di Venezia alla luce dell’esito della consulenza di tre medici che si sono recati mercoledì nel carcere di Pisa dove l’ex assessore regionale si trova rinchiuso in seguito all’inchiesta sul Mose. Ad effettuare la visita sono stati tre specialisti (il medico legale Antonello Cirnelli, il cardiologo Cosimo Perrone e lo psichiatra Amodeo Sossio).
Ieri mattina i magistrati che indagano sugli appalti del Mose hanno letto la relazione dei medici ed alla fine hanno espresso un parere contrario alla scarcerazione di Chisso, sostenendo, in pratica, che le sue condizioni di salute e i suoi problemi cardiaci non sono incompatibili con la detenzione in carcere (restando in cella non ci sarebbero rischi maggiori rispetto ad altre soluzioni).
Secondo quanto appurato dai consulenti della Procura, infatti, la carcerazione alla quale è stato sottoposto il politico non ha complicato o peggiorato le sue condizioni di salute. A tal proposito era stato scelto il carcere di Pisa proprio perchè particolarmente attrezzato per seguire i problemi dei detenuti cardiopatici e secondo la Procura si tratta di un centro d’eccellenza e all’avanguardia. Per i medici dell’accusa, quindi, non ci sarebbero collegamenti diretti tra la detenzione e i problemi di salute evidenziati dall’avvocato Antonio Forza che difende l’ex assessore. Anche la segnalazione di sintomi di un possibile esaurimento nervoso non è stata confermata, visto che i tre specialisti hanno segnalato solamente una lieve flessione dell’umore che, secondo l’accusa, è facilmente riscontrabile in persone che sono soggette a un regime carcerario. Un quadro finale, quindi, diverso da quello delineato dagli specialisti dell’Università di Pisa che erano stati nominati a suo tempo dall’avvocato Forza secondo i quali il politico soffre di una forte depressione e rischia un nuovo infarto.
Ieri sera la consulenza e il parere negativo alla scarcerazione, con le firme dei pm Ancilotto, Tonini, Buccini e dal procuratore aggiunto Carlo Nordio, sono stati trasmessi al gip Liguori il quale è chiamato a decidere su questo rovente caso.
A questo punto, a meno che questa perizia non venga giudicata palesemente infondata, è praticamente certo che, prima di ogni decisione, il giudice si avvalga a sua volta delle consulenze di altri medici, da lui stesso nominati.
Se così fosse, e quest’ultimo elemento non fa che confermare la tensione e anche la delicatezza del caso, per approdare ad una scelta definitiva sarebbero quasi una decina i medici chiamati a confrontarsi sulla salute dell’ex assessore regionale della giunta Galan. In ogni caso il gip ora ha cinque giorni di tempo per decidere.

Gianpaolo Bonzio

 

I bilanci

Mantovani ha archiviato il 2013 con 16 milioni di utile, Gemmo Holding con un risultato netto di 2 milioni

VENEZIA – La chiamavano «galassia Galan»: quella cerchia ristretta di aziende che ruotava attorno all’ex governatore, in carcere per l’inchiesta Mose dal 22 luglio. Studio Altieri, Mantovani e Gemmo: sono loro, scriveva L’Espresso nel 2006, «a far man bassa di appalti pubblici», dalla sanità alle strade. Ma come stanno, economicamente parlando, queste aziende? Gli ultimi bilanci disponibili (2013) evidenziano una situazione di rosso e debiti per Altieri, margini in calo per Gemmo e utili in crescita per Mantovani. Lo studio Altieri di Thiene, citato nei verbali dell’inchiesta Mose e comunque estraneo alle contestazioni dei magistrati veneziani, si trova oggi a gestire la situazione più complessa, tant’è che a fine agosto è stato firmato con i sindacati un contratto di solidarietà con stipendio dimezzato per un anno per tutti i dipendenti (circa 80). «La ristrutturazione servirà a concentrare il business sulle aree “core”», si legge a bilancio, ma è evidente che sull’impasse ha pesato lo stop al progetto del Palais Lumiere, della cui progettazione avrebbe dovuto occuparsi Altieri già noto per i lavori agli ospedali di Santorso e Mestre, per il Mose e a Fusina. Il bilancio è in perdita di 6,6 milioni (-3,2 nel 2012) con un esponenziale aumento dei debiti da 29 a 291 milioni «causa apporti derivanti da società incorporate per fusione». Su tutte, la Svei Spa, ex Gruppo Iri-Italstat. A gennaio è stata presentata alle banche una bozza di piano industriale-finanziario per il «riequilibrio della posizione debitoria». Conti differenti per Mantovani che ha archiviato il 2013 con 16 milioni di utile e 125 milioni di patrimonio (+16 milioni dal 2012) con la produzione che viaggia sui 446 milioni (+5,4%). Un colosso rispetto i 35,4 milioni di Altieri. Più 43% anche il risultato netto che però nel 2012 era gravato da 20 milioni di oneri straordinari legati «a fatti di rilevanza penale che hanno interessato esponenti aziendali». Il bilancio segnala come le commesse più rilevanti arrivino da: Mose, Expo 2015 e Fusina. La società ha un indebitamento di 121 milioni (-17%) con un budget 2014 di 415 milioni che comprende Nogara Mare e Traforo delle Torricelle a Verona, in stand by. «La società si sta strutturando per affrontare i mercati esteri. È in corso una due diligence per costituire una società nei paesi arabi» recita la relazione. Gemmo Holding Spa, che – va precisato – non è finita sotto inchiesta, ha chiuso, infine, il 2013 in utile con un risultato netto di 2 milioni. La società controlla la Gemmo Spa: 38,3 milioni di patrimonio e un utile di 1,7 milioni su un volume di affari di 230,3 milioni (-3,7% sul 2012). L’Ebitda nel 2013 ha segnato 13 milioni (-8,4% sui 14,2 milioni dello scorso esercizio). A bilancio si legge di un’attività di «consolidamento delle posizione acquisite pur persistendo un contesto di crisi economica». Il portafoglio ordini per il 2014 segnala oltre 1,4 miliardi di cui «la quota più significativa, 850 milioni, è rappresentata da commesse in project financing». La Gemmo ha gestito la costruzione e la manutenzione degli impianti dell’Ospedale di Mestre, dell’Alto Vicentino, Conegliano e Este-Monselice.

(e.v.)

 

FA 58 ANNI A OPERA – Compleanno in carcere per l’ex doge Giancarlo Galan

PADOVA – Chissà con chi festeggerà il suo compleanno, oggi, Giancarlo Galan, detenuto in carcere ad Opera di Milano dal 22 luglio scorso. L’ex ministro della Cultura è arrivato a 58 primavere e l’annuncio del compleanno girava sulle paginedi Fb secondo una prassi consolidata, che rischia di diventare un’amara beffa in caso di incidenti con la giustizia. Perché in cella di isolamento nel reparto ospedaliero di Opera, Galan non può incontrare nessuno, se non il suo avvocato e il medico che lo cura. Il deputato di Forza Italia è finito in carcere dopo che la Camera ha approvato, il 22 luglio scorso, la richiesta di autorizzazione all’arresto presentata dal gip Scaramuzza che ha firmato l’ordinanza del mega blitz sullo scandalo del Mose: tra i big della politica, Galan e Chisso, ma anche Milanese, ex segretario del ministro Tremonti, mentre il destino dell’ex ministro Altero Matteoli è legatoal verdetto del tribunale dei ministri. Galan è in attesa del verdetto della Cassazione sulla richiesta di scarcerazione presentata dai suoi avvocati Ghedini e Franchini, dopo il no del tribunale del riesame di Venezia. Sul fronte dell’inchiesta tangenti Mose, si attendono i patteggiamenti di molti degli indagati.

 

Gazzettino – I Pm sulle tracce del tesoro di Chisso

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9

set

2014

VENEZIA – Si cercano in Svizzera, Moldavia e Lussemburgo i soldi dell’ex assessore

Intanto il difensore ha presentato l’istanza di scarcerazione per gravi ragioni di salute

I difensori di Renato Chisso, sempre più in allarme per le sue condizioni di salute, tornano alla carica per ottenerne la scarcerazione. Intanto le indagini della Procura alla ricerca di un presunto “tesoro” che l’ex assessore potrebbe aver nascosto all’estero si intensificano. Indagini complesse, legate alle rogatorie internazionali, che potrebbero essere vanificate da un inquinamento delle prove. É uno dei fronti caldi dell’inchiesta sul giro di corruzione cresciuto attorno al Mose. A Chisso, accusato di aver incassato tangenti, dopo il blitz del 4 giugno scorso non venne trovato alcun particolare bene patrimoniale. In conto corrente aveva appena 1.500 euro.
Di qui le ricerche degli inquirenti nei paradisi fiscali: dalla Svizzera, alla Moldavia, al Lussemburgo. Dove, ipotizza la Procura, Chisso e il suo ex segretario Enzo Casarin, pure lui ancora in carcere, potrebbero aver nascosto i proventi del sistema corruttivo. Magari con un sistema di prestanomi. Piste a cui gli investigatori della Guardia di finanza, coordinati dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, stanno lavorando febbrilmente. I tempi per questo tipo di verifiche, però, sono lunghi. E c’è il timore che i diretti interessati, una volta tornati in libertà, possano vanificare le ricerche.
Ora, però, la difesa di Chisso insiste per la scarcerazione. É da giorni che l’avvocato Antonio Forza denuncia l’aggravarsi dello stato di salute del suo assistito. E ieri ha consegnato in Procura l’istanza di ritorno in libertà per motivi di salute: «Per accelerare – spiega il legale – abbiamo deciso di presentarla direttamente al procuratore aggiunto, Carlo Nordio, perché dia il suo parere e poi la trasmetta al gip». Colpito da un infarto un anno fa, a giugno Chisso venne rinchiuso nel carcere di Pisa, proprio perché struttura attrezzata per seguire i cardiopatici. A inizio agosto la Procura chiese una relazione e il carcere pisano ribadì la compatibilità dello stato di salute di Chisso con la detenzione. Diversa, però, la valutazione della difesa, forte anche del recente consulto di un cardiologo di fiducia. «Non riteniamo idonee le cure che può offrire la struttura ospedaliera del carcere di Pisa, anche alla luce del grave quadro emerso dagli esami – insiste Forza – e inoltre per noi vale il principio che uno possa curarsi là dove ritiene di avere il meglio per la propria salute ed incolumità».
Ora la Procura dovrà dare il suo parere, poi la decisione spetterà al gip. Intanto, sul caso Chisso, si muove anche la politica. Il presidente del Consiglio regionale del Veneto, Clodovaldo Ruffato, ha preannunciato un’iniziativa affinché l’assemblea domandi alle autorità giudiziarie una «verifica puntuale e urgente delle condizioni di salute del consigliere, volte a comprendere se il suo stato attuale è compatibile con la reclusione». Se ne parlerà domani, in conferenza dei capigruppo.

 

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