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Seconda puntata dell’inchiesta Mose. Continua la ricostruzione delle indagini utilizzando il punto di vista del colonnello Renzo Nisi della Guardia di finanza, svegliato alle 4 del mattino del 4 luglio 2014 da un sms: «Ci siamo».

I POTERI FORTI – Dalle verifiche dei bilanci di una coop di Chioggia alla scoperta dei fondi neri dello scandalo-Mose

L’UFFICIALE – Esperto di fisco, si era occupato delle plusvalenze di Inter e Milan e del crac della Popolare di Lodi

ACCUSATO E ACCUSATORE – Piergiorgio Baita, classe 1948, ex patron della Mantovani spa, le sue rivelazioni hanno contribuito alla Retata storica

L’investigatore che ha incastrato i padroni di Venezia

Il colonnello Nisi ha condotto le indagini fino al trasferimento a Roma «Solo un avvicendamento di carriera. Non lo nascondo, ero sfinito»

Il cellulare squilla: «Sia gentile, non insista. Non mi occupo più delle indagini. Non è con me che deve parlare». Il tono è garbato, ma fermo. Il colonnello Renzo Nisi, preme per l’ennesima volta il tasto di fine conversazione del suo smartphone. Un assedio, quello dei giornalisti, cui si sottrae con sottile compiacimento. E correttezza: l’uomo dell’inchiesta sul Mose? Non più. La titolarità investigativa ora è di altri e c’è una scala gerarchica con cui confrontarsi. Il cellulare continua a squillare. Risponde a chi “riconosce”. Sul display in rapida successione i nomi di Luigi Delpino, procuratore capo di Venezia, dell’aggiunto Carlo Nordio, dei sostituti Paola Tonini, Stefano Ancilotto, Stefano Buccini, i magistrati che, dandogli fiducia, hanno dato corpo e concretezza alle ipotesi accusatorie. Si era partiti da un giro di fatture false, emerso analizzando i bilanci di una cooperativa chioggiotta – la San Martino – e si era approdati ai fondi neri del Mose. Tanti soldi per narcotizzare i controllori e comprare il consenso attraverso elargizioni a enti pubblici, privati, religiosi, associazioni, club, fondazioni.

IL TRASFERIMENTO A ROMA

Più di qualcuno aveva letto il suo trasferimento a Roma come una sorta di rimozione per affossare l’inchiesta. «Una liberazione» la parola quasi gli sfugge dall’increspatura sulle labbra sottili indugiando con la memoria a quei giorni difficili, opachi, ostili. Ma che ne sanno della fatica, della pressione, della tensione, delle subdole intimidazioni, del timore mai sopito che potesse accadere qualcosa di irreparabile? Davide contro Golia. Quando lo scontro è con i poteri forti non ci sono esclusioni di colpi. Lo sa bene. Ci ha messo del tempo a realizzare l’esatta portata della partita che stava giocando, la capacità offensiva dei “padroni ombra” di Venezia. Avevano agito nel e dal profondo occupando spazi, poltrone, palazzi, al riparo da sguardi indiscreti come possono essere quelli dell’opinione pubblica, del “popolino” alle cui spalle si sono ingrassati con l’ingordigia di chi si sente onnipotente. Vivendo in un mondo parallelo sprezzante e offensivo per chi tira avanti col proprio stipendio e magari rischia anche la pelle per portare a casa ogni mese mille euro, se va bene duemila, e si ritrova a dire più no che sì ai desideri dei figli. Un mondo in cui trova posto pure una Spectre, una capillare rete di controspionaggio – in cui pullulano i doppiogiochisti – per neutralizzare chi osa disturbare il manovratore.

L’INGEGNERE E IL REGISTA

«Mazzacurati chi? Il regista?», si era sentito ribattere quando aveva dato la notizia dell’arresto del sovrano del Cvn. No, era il padre di Carlo. Questo Mazzacurati, compianto cantore – è stato stroncato dalla malattia il 22 gennaio 2014 – della terra veneta, dei suoi valori e della sua gente autentica, tanto nelle virtù quanto nei vizi, ha diretto film dalla rara e struggente poetica universale e nel contempo severa e lucida. L’altro Mazzacurati, Giovanni, ingegnere intelligente, brillante, spregiudicato, diventato, a insaputa della stessa gente ritratta dal figlio, fra i personaggi più influenti d’Italia, capace di interloquire alla pari con presidenti di regione, ministri e capi di governo, boiardi di Stato e alte cariche ecclesiastiche, capitani d’industria, docenti universitari. Un potere carsico, secondo le accuse, nato e cresciuto disponendo e spendendo soldi pubblici, milioni, miliardi: 6 e mezzo l’ammontare definitivo per il Mose. Un perfetto sconosciuto. All’esterno della holding clandestina fa più rumore il nome di Piergiorgio Baita, onnipresente nelle opere cruciali e più dispendiose della regione, fautore del project financing sposato senza riserve da Galan e Chisso. «Lo ripeto io non sono l’inchiesta e il mio trasferimento si inserisce nel naturale avvicendamento di carriera che vede gli incarichi di comando ruotare circa ogni tre anni. Quando il generale Giancarlo Pezzuto mi chiamò a maggio 2013 non potevo rappresentargli, per dovere d’ufficio, ciò su cui stavamo investigando. D’altronde Baita fuori dal Veneto non era annoverato fra i soliti noti. E io, io – esita – non lo nascondo, ero sfinito. A Pezzuto chiesi solo una proroga di un paio di mesi e me li concesse sulla base di una indiscussa stima reciproca». Giusto il tempo di eseguire le ordinanze di custodia cautelare a carico di Mazzacurati & Co.

L’ARRIVO A VENEZIA

La memoria va al luglio 2009. Nisi è appena approdato in laguna. Arriva da Milano a ridosso del suo 42. compleanno. Il trasloco, la famiglia, l’iscrizione a scuola per il “grande”‘ al liceo e per il “piccolo” all’asilo. A Venezia c’era stato una sola volta in gita con la moglie. Le ossa in grigioverde se l’era fatte per lo più in terra lombarda. Ma con i gradi da colonnello, nella regione al tempo comandata dal generale Spaziante per Renzo Nisi, non c’era posto. «Che dice di Venezia?». Si può fare. In fin dei conti poteva andare peggio dal punto di vista logistico, s’intende. Esperto in fiscalità internazionale, dal 2003 sotto la “madonnina” era stato alla guida del Gruppo verifiche speciali firmando, fra le altre, le indagini sui “colletti bianchi”, sulla false plusvalenze di Milan e Inter, sul crac della ex Popolare di Lodi, sull’anomala operatività della marocchina Wafa Bank, sul gruppo di consulenza finanziaria Mythos Arkè. È il biglietto da visita con cui si presenta a condurre il Nucleo di Polizia tributaria veneziano: un pedigree di uno che non molla, di uno che non teme il confronto nemmeno con i colossi, di uno che va fino in fondo a costo di andarci a fondo. Dalla sua ha una competenza invidiabile e una condotta lineare dentro e fuori la caserma.

IL CALCIO E LE REGOLE

Per Nisi scatta un percorso a ostacoli, peggio, cosparso addirittura di trappole interne, che metterà a dura prova la tenuta del pool di investigatori che lo affiancherà. Uno staff che gli piace definire «nato da una congiuntura astrale insondabile con il risultato stupefacente di consentire di mettere a punto una macchina in grado di sviluppare al massimo le potenzialità intrinseche». Lui che alle coincidenze non ha mai dato peso e che a Venezia, malgrado le sue resistenze, viene catturato dalla malìa di una città accogliente e al contempo escludente, capace di farti sentire ospite gradito e intruso impiccione. È uno, il colonello Nisi, che crede nella squadra intesa come amalgama coeso di umanità, professionalità, specializzazione, talento. E non a caso usa spesso metafore calcistiche quando riferisce delle attività svolte: tattica, melina, contrattacco, affondo, vittoria. Giusta distanza. Nisi non dimentica mai il patto siglato all’ingresso nelle Fiamme Gialle: il rispetto della legge. Prima di tutto. Le regole. Per lui un imperativo morale che lo ha posto al riparo tanto dalle lusinghe quanto dalle intimidazioni. È un buon allenatore. Insegna e pratica il rigore e, pirandellianamente, il piacere dell’onestà. Già l’onestà. Una parola che suona ironica, fuori tempo, démodé nella “Venezia circo barnum” del Mose.

IN VENDITA. NON TUTTI

Banalmente Nisi dà il buon esempio. E sceglie chi reputa simile nell’intimo e capace investigatore.
In vendita. Non tutti. Non pochi. Nei “palazzi” delle inchieste più clamorose condotte dalla Guardia di Finanza a Venezia, luoghi in cui si dovrebbe tutelare la collettività: Ca’ Corner, Ca’ Farsetti, Ca’ Balbi. Corruzione patologica, che salta fuori anche quando viene spodestato “il re di via Piave”, al secolo Keke Luca Pan, cittadino cinese naturalizzato mestrino – condannato a sette anni e otto mesi di reclusione – che nel giro di un quinquennio è riuscito a sottomettere ai suoi diktat di malavitoso l’area contigua alla stazione ferroviaria di Mestre fondando un impero immobiliare: interi condomini, centri massaggi, alberghi, negozi, a lui riconducibili. Nessuno poteva metter piede nel suo regno senza il benestare del sovrano. Prostituzione, immigrazione clandestina, falsi permessi di soggiorno, minacce: e a libro paga funzionari comunali, vigili urbani, forze dell’ordine. Tutti sapevano. C’è voluta la felice intuizione dell’agente infiltrato per smascherare affari e connivenze. «È una delle operazioni che ricorderò con più nostalgia – confesserà Nisi nell’accomiatarsi da Venezia ai primi settembre del 2013 – poiché ha avuto un effetto immediato sulla gente comune. L’abbiamo considerata una sorta di regalo alla città perché siamo riusciti a restituire ai residenti, attraverso la confisca dei beni di proprietà di Pan, un quartiere che ormai era diventato una sorta di zona franca». Un’altra data memorabile quel 13 dicembre 2012 con il blitz dei finanzieri accolto dagli applausi dei cittadini che festeggiavano l’invocata e avvenuta “liberazione”.

(Continua domenica 17 agosto)

 

DEI 50 INDAGATI

Per Orsoni, Marchese e Sartori solo finanziamento illecito

L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese e l’ex eurodeputato Lia Sartori sono accusati solo di finanziamento illecito ai partiti. Gli altri indagati invece devono rispondere di corruzione. Si tratta di reati diversi (il finanziamento illecito è meno grave e non prevede come contropartita un atto specifico), anche se l’inchiesta è unica e viene indicata come inchiesta sul Mose. Giorgio Orsoni proclama la sua estraneità all’accusa e ha deciso di difendersi a processo; Giampietro Marchese, pur dicendosi innocente, ha chiesto di patteggiare la pena e si è accordato per 11 mesi di reclusione con la sospensione condizionale; Lia Sartori nega ed è ancora agli arresti domiciliari.

 

IL MEMORIALE – Mazzacurati: ecco chi riceveva denaro dal Consorzio (Dal memoriale dell’ingegner Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova)

… Dal 2004 e sino al 2006 il referente politico per le attività relative al Sistema Mose è stato il Sen. Ugo Martinat, allora Vice Ministro con specifica delega alle Infrastrutture Strategiche. Il Sen. Martinat subordinava la dovuta allocazione dei finanziamenti alla dazione di somme di denaro. Mi pare di aver versato al Sen. Martinat circa 400 mila euro. All’epoca era previsto che il Sistema Mose fosse completato entro l’anno 2010. Il Sen. Martinat è deceduto nel 2009. … Successivamente, il dottor Meneguzzo mi metteva in contatto con l’On. Milanese, che si presentava quale soggetto direttamente competente, sul piano politico, a gestire le questioni del finanziamento delle opere alle bocche di porto. In sostanza, l’On. Milanese rappresentava che avrebbe assicurato i finanziamenti … solo se gli fosse stata assicurata la disponibilità di una somma di 500 mila euro. Successivamente, il dottor Meneguzzo mi presentò il Generale Spaziante… Mi veniva, pertanto, richiesta dal Gen. Spaziante una somma particolarmente rilevante (circa 2 milioni di euro). Ho versato al Gen. Spaziante complessivamente 500 mila euro in due occasioni in Roma … Per le campagne elettorali, mi pare, del 2010 e del 2013 ho versato dei denari all’On. Matteoli, consegnandoli presso la sua abitazione in Toscana. Nel periodo 2001-2008 sono stati versati all’ing. Maria Giovanna Piva circa 150/200 mila euro all’anno. Per quanto posso ricordare ho versato, a sostegno delle diverse campagne elettorali, somme all’ avv. Ugo Bergamo, al sig. Giampietro Marchese, al prof. Giorgio Orsoni.

 

Gazzettino – Mose, caccia al tesoro in Moldavia

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14

ago

2014

TANGENTI Intanto anche Neri, collaboratore stretto di Mazzacurati, ha chiesto il patteggiamento

Mose, caccia al tesoro in Moldavia

La Procura sospetta che parte dei proventi delle mazzette sia nascosta in conti segreti all’estero

INCHIESTA – Si spostano all’estero le indagini sulle tangenti legate alla costruzione del Mose: i giudici sospettano che in Moldavia ci siano i conti

TRIBUNALE DI MILANO – Confermato il carcere per Milanese, l’ex segretario di Giulio Tremonti

Potrebbero essere nascosti in Moldavia parte dei soldi provento delle “mazzette” del sistema Mose. Ne sono convinti i magistrati della Procura di Venezia i quali hanno avviato le procedure per una rogatoria alla ricerca di conti correnti direttamente intestati a qualcuno degli indagati oppure affidati a qualche prestanome. La nuova “caccia” all’estero si aggiunge alle rogatorie già avviate da tempo in Canada, in Svizzera, in Croazia, nel Regno Unito e in alcuni Paesi del Medio Oriente, di cui sono attese a breve le prime risposte da parte delle locali autorità giudiziaria, alle quali i pm veneziani hanno chiesto di svolgere indagini finanziarie per loro conto.
Evidentemente la Procura ha raccolto nuovi elementi che portano direttamente nella Repubblica Moldova dove qualche politico potrebbe aver portato (o fatto portare) consistenti somme di denaro. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto ha già lavorato con successo in passato con le autorità moldave, riuscendo a catturare un giovane accusato del brutale omicidio a scopo di rapina di un fruttivendolo veneziano, avvenuto nel 2007, e ciò lo renderebbe fiducioso sul possibile esito delle ricerche. Top secret, per il momento, il nome (o i nomi) della persona sospettata di aver nascosto nell’Europa dell’Est i proventi illeciti.
Nel frattempo gli inquirenti registrano l’ennesima richiesta di patteggiamento, che porta ormai ad una ventina il numero degli indagati che hanno deciso di chiedere l’applicazione della pena. Non tutti hanno confessato, e qualcuno giustifica tale scelta con l’intenzione di chiudere al più presto il processo. Ma per la Procura, la “resa” di un numero così consistente di indagati viene interpretata come una conferma della solidità del quadro accusatorio. L’ultimo a concordare il patteggiamento è stato il settantatreenne romano Luciano Neri, ex stretto collaboratore di Giovanni Mazzacurati, accusato di essere stato il gestore dei fondi neri per conto dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova. Fondi neri con cui Mazzacurati ha confessato di aver corrotto e finanziato per anni la politica e pubblici funzionari incaricati di controllare la realizzazione del Mose. Da più di due mesi Neri si trova agli arresti domiciliari e finora, a differenza del suo ex datore di lavoro, si è trincerato dietro il più assoluto silenzio, rifiutandosi di raccontare ciò che sa ai magistrati che coordinano le indagini, i pm Ancilotto, Buccini e Tonini. Il suo difensore, l’avvocato Tommaso Bortoluzzi ha concordato una pena di 2 anni, e la Procura confida di riuscire a confiscargli un milione di euro quando la sentenza sarà passata in giudicato.
Una importante ulteriore conferma della solidità degli indizi raccolti dai pm veneziani è arrivata anche dal Tribunale del riesame di Milano che, nel confermare il carcere per Marco Mario Milanese, l’ex segretario dell’allora ministro dell’Economia Giulio Tremonti, definisce credibili e riscontrate le confessioni di Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione, Giancarlo Galan. E avvalora la qualificazione giuridica fatta dalla Procura, che per tutti ha contestato il reato di corruzione, al contrario di quanto ha fatto il Riesame di Venezia, secondo il quale gli imprenditori più piccoli potrebbero essere stati vittima di concussione da parte di Mazzacurati: «Pare assai difficile per il Tribunale leggere in termini estorsivi o concussivi il comportamento di Mazzacurati nei confronti dei consorziati», scrivono i giudici milanesi, spiegando che le piccole imprese che lavoravano per il Cvn accettarono di costituire fondi neri per il pagamento di “mazzette” sulla base di «una ponderata valutazione di convenienza».

Gianluca Amadori

 

Tesoro delle tangenti Mose nascosto anche in Moldavia

Patteggiamenti: ok della Procura di Venezia a 16 mesi per Gino Chiarini e a 2 anni con la confisca di un milione di euro per Neri, factotum di Mazzacurati

Nuova rogatoria internazionale dopo quelle con Svizzera, Croazia ed Emirati

Proseguono gli interrogatori degli imprenditori citati da Galan sui fondi neri

VENEZIA – Dove sono finiti i soldi dei fondi neri del Consorzio Venezia Nuova? La Procura di Venezia cerca in Moldavia il “tesoro” delle tangenti del Mose. Dopo aver già avviato rogatorie in Croazia, Canada, Svizzera, Regno Unito, Emirati – senza, per altro, aver ancora ricevuto risposta – ora è il fronte Europa dell’Est che i magistrati sondano con maggiore convinzione, in particolare quello con la più collaborativa Moldavia, con la cui magistratura il pm Stefano Ancilotto ha già lavorato nel 2008 in occasione dell’inchiesta che portò all’arresto dell’omicida Gheorghe Vacar, che uccise per rapina il commerciante veneziano Giampaolo Granzo. Così è pronta la richiesta per incrociare i nomi degli indagati con le banche dati moldave. Proseguono, intanto, gli interrogatori degli imprenditori tirati in ballo dall’ex presidente della Regione Veneto Giancarlo Galan, come finanziatori in “nero” della sua campagna elettorale 2005: dopo le smentite tramite giornale, ora devono arrivare quelle formali, che faranno scattare la nuova accusa di calunnia a carico del deputato di Fi. Così ha già fatto il veneziano Andrea Mevorach e così anche l’imprenditore Piero Zannon, che con i pm Ancilotto e Buccini hanno negato di aver consegnato a Claudia Minutillo 200 e 300 mila euro, come invece aveva denunciato Galan nel suo memoriale, accusando la sua ex segretaria di essersene appropriata. Per i magistrati è una calunnia: accusa che si aggiungerebbe così a quelle per corruzione delle quali deve rispondere. E si allunga, nel frattempo, la lista di quanti hanno concluso un accordo con la Procura per patteggiare: oltre una ventina di indagati, praticamente tutti quelli non “politici” e ancora in carcere come Galan agli arresti nel centro clinico del carcere di Opera, in attesa dell’esito del ricorso per Cassazione presentato dai suoi legali, contro l’ordinanza di custodia cautelare confermata dal Tribunale del riesame. Poi c’è il suo prestanome Paolo Venuti, l’ex assessore Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin, ad esempio. Per loro si prospetta un rinvio a giudizio con rito immediato: la Procura ha tempo fino allo scadere dei sei mesi di custodia cautelare previsti per i reati contestati, che verrebbero così rinnovati in attesa del processo. Ieri si è aggiunto alla lista un nome importante: quello dell’ingegner Luciano Neri, accusato di essere il gestore unico (su ordine di Mazzacurati) del fondo nero del Consorzio Venezia Nuova, alimentato con i soldi pubblici pagati dallo Stato a fronte di fatture per lavori di salvaguardia mai effettuati. Non ha ammesso nulla, ma l’avvocato Tommaso Bortoluzzi e la Procura hanno raggiunto un’intesa per una pena di 2 anni e la confisca di beni per un milione di euro. Raggiunto ieri anche l’accordo con Gino Chiarini per una pena di 16 mesi: è accusato di millantato credito per aver fatto credere a Piergiorgio Baita di avere ascendenti sul giudice Claudio Tito per avere informazioni sulle indagini. Al patteggiamento hanno già avuto accesso – anche se per tutti manca ancora la convalida del giudice per le udienze preliminari Vicinanza – oltre che i maggiori protagonisti dell’inchiesta come Mazzacurati, Baita, Minutillo, anche gli imprenditori chioggiotti Mario e Stefano Boscolo Bacheto, Dante e Gianfranco Boscolo Contadin, Andrea Boscolo Cucco, l’ingegnere del Cvn Maria Brotto, l’ex direttore di Mantovani Nicolò Buson, il commercialista Corrado Crialese, l’ex magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, Manuele Marazzi, Franco Morbiolo, l’ex segretario di Mazzacurati, Federico Sutto. Stanno trattando con  ipm l’imprenditore Stefano Tomarelli (ai vertici del Cvn con Condotte Spa) e il faccendiere Mirco Voltazza.

Roberta De Rossi

 

Gazzettino – Galan rischia l’imputazione per calunnia

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13

ago

2014

IL CASO MOSE – Le accuse nel memoriale, la Procura sta valutando se procedere d’ufficio anche per questo reato

Galan rischia l’imputazione per calunnia

L’ex presidente ha tirato in ballo imprenditori affermando d’aver ricevuto contributi in nero, loro smentiscono

Giancarlo Galan potrebbe finire sotto inchiesta anche per calunnia. La Procura di Venezia sta valutando se avviare un’indagine a carico dell’ex Governatore del Veneto in relazione al memoriale difensivo nel quale ha lanciato accuse nei confronti di una decina di imprenditori, da lui indicati come finanziatori illeciti della sua campagna elettorale del 2005. Tutti gli imprenditori ascoltati finora hanno negato, dichiarando di non aver mai versato alcun contributo – tantomeno illecito – all’esponente politico di Forza Italia. Alcuni di loro hanno anche annunciato l’intenzione di denunciare Galan per diffamazione, reato perseguibile a querela di parte. La calunnia, invece, è perseguibile d’ufficio in quanto la parte danneggiata non è una singola persona offesa nell’onore, ma la stessa amministrazione della giustizia, in quanto l’aver accusato ingiustamente persone che si sanno innocenti ha l’effetto di dare il via ad un’inchiesta penale.
Nel memoriale dello scorso luglio Galan ha raccontato di aver ricevuto finanziamenti nel 2005 dal vicentino Rinaldo Mezzalira, scomparso nel 2007, già titolare di un’azienda specializzata in tubi per irrigazione, la Fitt, (50-100 mila euro); dall’ex senatore trevigiano di Forza Italia e titolare di Veneta Cucine, Carlo Archiutti (200 mila euro); dal “re” padovano dei cementifici, Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila euro); dal vicentino Mario Putin della serenissima ristorazione (10-20 mila euro); dal titolare della Geox, Mario Moretti Polegato (20 mila euro); dall’attuale direttore generale dell’Usl di Vicenza, Ermanno Angonese (5-10 mila euro); dall’imprenditore di Camposampiero Gianni Roncato (17 mila euro) e dal patron del porto turistico di Jesolo, Angelo Gentile (5-10 mila euro). E ancora da Piero Zannoni, ingegnere bellunese ex consigliere di amministrazione di Veneto Sviluppo (200mila) e dall’imprenditore di Marghera, Andrea Mevorach (300mila).
Finanziamenti ormai prescritti per il troppo tempo trascorso, confessati da Galan per dimostrare che la sua ex segretaria, Caudia Minutillo, non è credibile in quanto quando lo accusa in quanto, dopo aver incassato a suo nome i soldi di Zannoni e Mevorach, li avrebbe trattenuti per sé. La circostanza è stata però smentita da entrambi gli imprenditori.
La giurisprudenza è consolidata nel ritenere che costituisca calunnia l’accusare ingiustamente una persona anche se il reato è ormai coperto da prescrizione. Ora spetterà alla Procura fare le valutazioni del caso.
Ieri, nel frattempo, è stato interrogato il ferrarese Gino Chiarini, in carcere dallo scorso 4 giugno con l’accusa di millantato credito: secondo la Procura si fece ricompensare da Mazzacurati e Baita con somme comprese tra 50 e200mila euro prespettando loro di poter ottenere informazioni riservate sull’andamento dell’inchiesta a carico del Consorzio Venezia Nuova grazie ad un magistrato suo amico, il proucratore aggiunto di Udine, Raffaele Tito (che di questa vicenda è risultato non saperne nulla). Chiarini ha parlato a lungo con i pm Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, chiarendo tutti i particolari dell’intricata vicenda di “spionaggio”, fornendo riscontri e nuovi elementi che gli inquirenti considerano di grande interesse.

 

Palladio, Meneguzzo lascia al figlio

La Palladio volta pagina. Coinvolto dall’inchiesta sul Mose (dopo l’arresto, ora è agli arresti domiciliari) il presidente della finanziaria vicentina, Roberto Meneguzzo lascia il passo al figlio Jacopo. La decisione è stata ufficializzata dopo l’assemblea della Sparta la holding (il 51% è di Meneguzzo) che controlla Pfh1 che a sua volta con il 50,45% ha la maggioranza della finanziaria vicentina. La scelta del cambio al vertice, inciderà su alcune partite finanziarie. In particolare sulla composizione societaria di Generali, dove la partecipata Ferak controlla circa l’1 per cento e un altro 2,15% attraverso Effetti.

 

Richiesta di chiarimenti ad Alfano: «Chi sono i “fratelli” magistrati e poliziotti»

Massoni nell’inchiesta Mose? Interrogazione M5s su Galan.

Ieri la moglie ha visitato in carcere a Opera l’ex ministro e governatore veneto

VENEZIA – Un abbraccio, un lungo silenzio, molte domande sulla piccola Margherita, la figlia di sette anni per la quale papà «è in viaggio per lavoro». Sandra Persegato, la moglie di Giancarlo Galan, ha incontrato in carcere il marito, detenuto nel carcere di Opera, alle porte di Milano. Si è trattato del primo incontro tra Galan e la moglie dalla sera del suo traumatico arresto, il 22 luglio scorso, a poche ore dall’autorizzazione votata dalla Camera. Sandra Persegato si è recata a Opera accompagnata dalla cognata, Valentina Galan: i magistrati infatti hanno autorizzato alle visite, oltre alla moglie, solo la sorella e l’anziana madre dell’ex ministro. Per il politico, dopo lo stop del Tribunale del Riesame alla scarcerazione, si tratta di attendere l’esito del ricorso in Cassazione che i suoi legali stanno predisponendo. Ma appare evidente che per l’ex ministro ed ex governatore, che si muove in stampelle in una stanza della clinica del penitenziario di Opera, le porte del carcere si riapriranno non prima del prossimo ottobre. Una lunga carcerazione preventiva, dunque, che rischia di mettere a dura prova lo stato d’animo dell’ex ministro. L’incontro tra Galan e la moglie si trova in carcere, è durato poco più di un’ora. Saltano sul caso di Galan iscritto alla massoneria, invece, i deputati veneti del Movimento 5 stelle Arianna Spessotto, Emanuele Cozzolino, Francesca Businarolo, Marco Brugnerotto, Federico D’Incà, Diego De Lorenzis, Marco Da Villa e Silvia Benedetti. In una interrogazione rivolta al ministro dell’Interno Angelino Alfano, i parlamentari grillini sottolineano come l’appartenza di Galan alla loggia Florence Nightingale di Padova, sia circostanza alquanto «curiosa»: «l’inchiesta penale veneziana sul Mose sta delineando un quadro fosco e preoccupante di intrecci tra funzionari pubblici corrotti e concussi, politici e imprese corruttrici, uomini di assoluto rilievo dei servizi segreti e delle forze di polizia, quasi una sorta di polizia parallela, infedele che ostacolava le indagini dei pubblici ministeri veneziani; non si può escludere l’esistenza di una rete pervasiva e devastante operante in Veneto, per la copertura e il depistaggio sulle gravi violazioni penali seriali condotte per l’affaire Mose; l’appartenenza del Galan alla massoneria non può non destare molta preoccupazione in relazione all’eventuale appartenenza alle logge di funzionari pubblici e in particolare appartenenti alle Forze armate, Guardia di finanza e Arma dei carabinieri, con funzioni di polizia e di polizia giudiziaria, e inoltre alla magistratura; in effetti l’affiliazione alla massoneria di un magistrato o di ufficiale di polizia giudiziaria preclude di per sé l’imparzialità (secondo la Cassazione, «essere iscritti alla massoneria significa vincolarsi al bene degli adepti, significa fare ad ogni costo un favore. E l’unico modo nel quale un magistrato può fare un favore è piegandosi ad interessi individuali nell’ emettere sentenze, ordinanze, avvisi di garanzia»). I deputati del Movimento 5 stelle, pertanto, chiedono al ministro «se non ritenga opportuno acquisire elementi presso le prefetture per verificare, presso gli appositi elenchi, se risulti la presenza di affiliati alle logge massoniche di magistrati e appartenenti alle Forze armate con compiti di polizia». I grillini sollecitano «iniziative disciplinari urgenti, ove ne sussistano i presupposti, nei confronti di magistrati e appartenenti alle Forze armate per i quali si verifichi l’eventuale sovrapposizione di appartenenza a logge massoniche e di sottoposizione ad avviso di garanzia per reati attinenti allo scandalo Mose».

Daniele Ferrazza

 

In arrivo per l’ex presidente regionale anche un’accusa per calunnia

VENEZIA. Una nuova accusa – quella di calunnia – si potrebbe presto aggiungere alle altre nei confronti dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan, in carcere con l’accusa di essersi fatto corrompere per anni a suon di “stipendi” milionari dal Consorzio Venezia Nuova e dalla Mantovani (allora) di Piergiorgio Baita. La Procura di Venezia sta valutando concretamente l’ipotesi, in merito a quella parte del memoriale difensivo, nella quale Galan (nel negare gli addebiti che gli vengono mossi) si autoaccusa di aver percepito nel 2005 fondi neri elettorali da dieci imprenditori (che hanno tutti negato) e accusa l’ex segretaria Claudia Minutillo di essersi appropriata di 300 mila euro consegnati dall’imprenditore Andrea Mevorach (che da parte sua ha negato con forza il fatto, replicando di aver ricevuto pressioni da Galan per contributi che si è sempre rifiutato di pagare). La Procura risponde con l’accusa di calunnia, valida anche in caso di fatti prescritti. Ieri, intanto, lungo interrogatorio difensivo davanti ai pm Ancilotto e Buccini per Gino Chiarini, ferrarese, in carcere dal 4 giugno con l’accusa di millantato credito: si sarebbe fatto consegnare dai 50 ai 200 mila euro da Baita (in cerca di informazioni sull’inchiesta) vendendogli la possibilità di avere notizie dal giudice Claudio Tito, all’oscuro di tutto. Chiarini ha raccontato per ore ai magistrati di molti episodi dei quali è stato testimone, “guadagnandosi” il sì della Procura agli arresti domiciliari. […]

(r.d.r.)

 

Dai files rubati le accuse al manager «infedele»

Anonymus svela le contestazioni all’ex numero 2 della finanziaria Veneto Sviluppo

«Peretti faceva parte di un gruppo d’attacco alla società, ha gettato discredito»

Rivelate mail al presidente del Consiglio regionale Valdo Ruffato e al leghista Luca Baggio

Passava all’esterno Informazioni riservate per favorire un socio privato a scapito della società pubblica

VENEZIA Ripetute violazioni della riservatezza, un’abile condotta di discredito nei confronti della società, una continuata azione di sabotaggio verso le strategie aziendali, frequenti fughe di notizie, un comportamento nel suo complesso teso a danneggiare Veneto Sviluppo. Sono i termini delle contestazioni che il direttore generale della finanziaria regionale Veneto Sviluppo, Gianmarco Russo, ha rivolto all’ormai ex vicedirettore generale Antonio Peretti nell’ambito di un contenziosto tuttora aperto e volto a sciogliere il contratto di lavoro del manager. Dall’incursione di Anonymus nei files del consiglio regionale affiora anche la lettera di contestazioni, datata 27 marzo scorso, rivolta dal vertice di Veneto Sviluppo a Peretti. E si fanno più chiari i motivi del suo allontanamento dall’incarico di vertice. Il punto è una profonda divergenza sul tema della «riassicurazione del credito », una delle operazioni che più ha impegnato la finanziaria regionale negli ultimi mesi. Ma le divergenze riguardano anche la «sgr» appena costituita con la Regione Friuli Venezia Giulia. Il caso Peretti scoppia quando il capo di gabinetto della presidenza del Consiglio, Giuseppe Nezzo, consegna al presidente di Veneto Sviluppo, Giorgio Grosso, una mail riservata inviata da Peretti a Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale. «Ti segnalo – scrive Peretti – che il nuovo Presidente ed il nuovo Vice Direttore Generale di Veneto Sviluppo stanno disattendendo in pieno» gli indirizzi contenuti da una risoluzione del consiglio regionale del giugno 2012. «L’incredibile comunicazione – scrive Russo nella contestazione – apriva uno squarcio allarmante su gravi vicende di alcuni mesi precedenti delle queli Lei appariva come il responsabile ». Veneto Sviluppo, dunque, congela la casella postale e sigililla telefono, personale computer e ufficio di Peretti, sospendendolo dal servizio in via cautelativa. Secondo la lettera di contestazioni, Peretti nel periodo da marzo a maggio2013 avrebbe «posto in essere una iniziativa di vero e proprio sabotaggio» del progetto Riassicurazione del credito che la Regione stava varando. L’accusa è di aver suggerito alla Terza commissione regionale, presieduta dal leghista Luca Baggio, una serie di spunti per mettere in cattiva luce l’operazione. A seguito della convocazione di presidente e direttore davanti alla commissione regionale, i vertici di Veneto Sviluppo «si trovarono di fronte ad un fuoco incrociato di domande, accuse e rilievi» da parte dei consiglieri regionali, evidentemente imbeccati. Nello stesso periodo la società «si è dovuta difendere da pesantissimi attacchi esterni, enfatizzati dalla stampa, che sono stati possibili solo grazie a continue rilevanti fughe di notizie riservate dall’interno della società». Per il direttore di Veneto Sviluppo, due diversi accessi alla casella di posta elettronica aziendale di Peretti hanno comprovato «un reiterato comportamento diretto a danneggiare la società». Anche il «rapporto privilegiato con singoli consiglieri» regionali appare censurabile e frutto di un atteggiamento volto a raggiungere «un obiettivo personale di ritorsione». Le conclusioni sono trancianti: per Gianmarco Russo l’ex vicedirettore Antonio Peretti partecipava «ad un gruppo di attacco della attuale direzione operativa della società». Di più: gran parte dei contenuti di una lettera anonima, giunta nell’ottobre 2013 nelle redazioni dei giornali, sarebbero farina del sacco di qualche talpa interna. Peretti insomma sarebbe stato un manager infedele che, per ritorsioni personali, ha cercato di danneggiare l’attuale vertice della finanziaria regionale in tutti i modi, al «solo possibile scopo di danneggiare l’azienda e di avvantaggiare potenzialmente uno dei soci privati».

Daniele Ferrazza

 

Il blitz della rete internazionale di hackers

VENEZIA. Il blitz degli attivisti di Anonymus è di qualche giorno fa. Con una minuziosa opera di hackeraggio gli attivisti della rete internazionale che si batte per la trasparenza sono entrati nel server del Consiglio regionale del Veneto, pubblicando migliaia di mail, corrispondenza e files riservati della Regione. Anonymous si batte a tutela dell’ambiente e contro le grandi opere che «sistematicamente comportano corruzione e inefficienza» rileva il loro sito ufficiale. Per il Veneto «ci siamo battuti contro Tav, Mose, rigassificatori, centrali nucleari, inceneritori. Quindi riteniamo doveroso manifestare la nostra contrarietà ad un opera come il Mose» ma è nota la contrarietà anche all’attraversamento del centro storico di Venezia da parte delle gigantesche navi da crociera e la difesa di tutte le battaglie contro i project e le grandi opere infrastrutturali al centro dell’inchiesta della Procura di Venezia.

 

Meneguzzo lascia le cariche al figlio

Al via il riassetto di Palladio Finanziaria: i soci liberi di vendere le quote, gli scenari per Generali

VICENZA – Passaggio generazionale obbligato dentro a Palladio Finanziaria, il «salottino» della finanza veneta travolto dall’arresto del suo presidente Roberto Meneguzzo nell’ambito della inchiesta sul Mose. Nei giorni scorsi si è svolta l’assemblea degli azionisti di Sparta, la holding che controlla la finanziaria vicentina, e il presidente – già autosospeso da tutte le cariche dal giorno dell’arresto – ha deciso di fare un passo indietro nominando al suo posto il figlio. L’assetto di Palladio è attualmente il seguente: Roberto Meneguzzo controlla, attraverso il veicolo Pfh1, il 51 per cento, i partner industriali Ricci, Spiller, Bocchi e Bernardi il 21, 65%, i partner bancari Intesa San Paolo (9%), Veneto Banca (9,8%), Banco Popolare e (8,6%), Mps (0,5%) il restante 28%. Secondo quanto scrive «il Sole 24 Ore» il riassetto di Sparta, varato il 5 agosto scorso, ha modificato lo statuto sociale liberando tutti i vincoli al trasferimento delle azioni da parte dei soci. Un «liberi tutti» che consentirà a tutti gli azionisti di valorizzare le proprie quote. Il riassetto di Palladio avrà delle ripercussioni, nelle prossime settimane, anche nell’assetto di alcune partite rilevanti della finanza nordestina: in Generali, soprattutto, di cui la partecipata Ferak controlla circa l’1 per cento e un altro 2,15% attraverso Effeti. Agli attuali valori di Borsa, si tratta di un pacchetto che vale 500 milioni di euro. Gli azionisti, oltre a Palladio, sono Veneto Banca, la famiglia Amenduni (Acciaierie Valbruna), la Finint di Enrico Marchi e Andrea De Vido, la famiglia Zoppas. Il riassetto di Palladio Finanziaria, dunque, inciderà negli equilibri del Leone di Trieste. Tutto da decidere anche il destino stesso di Palladio, che detiene un portafoglio di partecipazioni rilevante. Nell’attesa di definire la posizione giudiziaria di Roberto Meneguzzo, attualmente agli arresti domiciliari, la merchant bank vicentina dunque si guarda attorno. Da definire anche il ruolo dell’altro amministratore delegato Giorgio Drago, che controlla direttamente il 4,47% della cassaforte vicentina. Meneguzzo è accusato di aver fatto da tramite tra Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova e l’ex portaborse dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, intascando una «mazzetta» di 500 mila euro nella sede milanese di Palladio. Per questo l’inchiesta è stata trasferita a Milano.

 

IL CASO MOSE – Le parziali ammissioni di Meneguzzo. I giudici di Milano: accusatori attendibili

«Così Milanese si interessò alle inchieste della Finanza»

«Milanese disse che avrebbe cercato di capire se vi fosse un disegno contro il Consorzio Venezia Nuova attraverso la Gdf, attraverso le sue relazioni… Milanese era per Tremonti ciò che per Berlusconi era Gianni Letta». Lo ha raccontato il manager vicentino Roberto Meneguzzo, nell’interrogatorio finora segreto, reso a Milano lo scorso 8 luglio, nel quale ha ricostruito il colloquio avvenuto il 14 giugno del 2010 negli uffici della sua società, la Palladio Finanziaria di Milano, alla quale parteciparono sia il presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, sia Marco Mario Milanese, allora consigliere politico del ministro dell’Economia, Giulio Tremoni. Meneguzzo e Milanese sono entrambi indagati con l’accusa di corruzione in relazione a 500mila euro che Mazzacurati racconta di aver versato a Milanese per un aiuto a sbloccare i fondi del Mose. Versamento che in parte sarebbe avvenuto proprio quel giorno, ma negato da entrambi.
All’epoca la verifica fiscale avviata al Cvn dalla Finanza preoccupava l’allora presidente del Cvn, il quale mosse tutte le pedine, ad altissimo livello, per cercare di capire cosa stava accadendo e per verificare cosa si sarebbe potuto fare per fermare le Fiamme Gialle. E fu proprio Meneguzzo a presentargli chi avrebbe potuto aiutarlo.
Il racconto dell’ad di Palladio viene confermato dallo stesso Milanese, il quale lo scorso 7 luglio ha ammesso di aver contattato il generale Emilio Spaziante (anche lui in carcere per corruzione nell’inchiesta sul sistema Mose) per avere le notizie richieste. Meneguzzo ha quindi raccontato ai pm milanesi di un successivo incontro avvenuto a Roma, il 7 luglio, con Mazzacurati, Milanese e il generale della Finanza, nel corso del quale quest’ultimo fornì informazioni riservate: «Spaziante disse che la verifica fiscale era accompagnata da una indagine penale rivolta ad accertare l’esistenza di fondi neri costituiti anche all’estero che erano nel mirino dei magistrati… In quella circostanza fu Spaziante a suggerire agli interlocutori di utilizzare un apparecchio Blackberry raccomandando prudenza e cautela» per evitare di farsi intercettare.
Milanese ha confermato l’incontro, ma ha sostenuto di non aver sentito parlare di indagini, essendosi allontanato per telefonare. Circostanza non creduta dai giudici milanesi. Per quelle informazioni (e per il suo intervento) Spaziante avrebbe ricevuto a sua volta un compenso di 500mila euro. Gli interrogatori finora inediti dell’inchiesta Mose sono contenuti nell’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Milano (dove sono finite per competenza territoriale le indagini su Milanese e Spaziante) ha confermato il carcere per l’ex consigliere di Tremonti, ritenuto inserito «in un sistema di corruttela vasto e ramificato».
I giudici di Milano ritengono pienamente attendibili i principali accusatori, Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo e scrivono che pare evidente come Milanese «abbia strumentalizzato il rapporto fiduciario che notoriamente lo legava al ministro Tremonti». Il primo ad escludere davanti ai pm veneziani di aver pagato l’allora ministro dell’Economia è stato Mazzacurati, il quale ha pure assicurato di aver avuto soltanto rapporti leciti anche con l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Gianni Letta, da lui semplicemente informato sull’esito dei lavori del Mose. E il Tribunale del riesame di Milano rileva che, mentre gli indizi sono gravi a carico di Milanese, non vi sono «elementi che supportino il sospetto di un coinvolgimento diretto di un esponente del governo all’epoca in carica».

 

L’ULTIMA MOSSA – I difensori di Galan ricorrono in Cassazione: scarceratelo

La difesa di Giancarlo Galan annuncia ricorso in Cassazione contro l’ordinanza con cui il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato il carcere per l’ex presidente della Regione Veneto. Lo ha annunciato ieri l’avvocato Antonio Franchini sostenendo che l’ordinanza depositata sabato è viziata da numerosi errori e mancanze, per le quali chiederà il suo annullamento ai giudici della Suprema Corte.

 

Quel pranzo nel 2011 per discutere dei soldi di S.Marino

Colombelli mi disse che fu cacciato dallo studio di Ghedini perché cercava un contatto con l’ex ministro

VENEZIA – Nelle motivazioni del Riesame di Galan, i magistrati riportano un brano dell’interrogatorio del 6 giugno 2013 di Piergiorgio Baita, dal quale emerge un pranzo, collocato nella primavera del 2011, tra Galan, Chisso, Baita e Minutillo.

Racconta Baita: Lo stesso Colombelli, quando nel 2010 ho interrotto i rapporti, mi ha fatto presente che non potevo interromperli perché lui aveva ancora pendenti dei soldi che aveva anticipato al Presidente Galan alla fondazione di BMC, in quanto la dottoressa Minutillo era socia di fatto di BMC ed era procuratrice di BMC per conto di Galan, e Colombelli disse “io gli ho anticipato (al Galan NDR) oltre due milioni di euro, quelli me li restituite dico “guarda che io non ho niente a che vedere con i soldi che tu hai anticipato alla Minutillo. Colombelli non si è mai dato per vinto fino all’ ultimo, ha cercato di avere gli ulteriori due milioni e mezzo, però che fosse abbastanza vero l’ho intuito quando Colombelli mi disse, tramite la Minutillo, che aveva cercato di mettersi in contatto urgente con l’Onorevole Ghedini, che l’aveva estromesso dallo studio brutalmente, che aveva cercato un contatto con Galan che non glielo dava e che riferissimo al Presidente Galan che era urgente che lui andasse a San Marino a sistemare i suoi conti. Qualche giorno dopo questo messaggio abbiamo incontrato il Presidente Galan, credo in una trattoria, si chiama Da Ugo a Mestre .

D.- Ce lo può collocare nel tempo?

R.- Dunque Galan era stato eletto Ministro dell’Agricoltura, sarà stato i primi del 2011, credo primavera del 2011, la tarda primavera perché abbiamo mangiato fuori all’esterno, ero presente io, la dottoressa Minutillo e l’assessore Chisso. Abbiamo riferito al Presidente Galan il messaggio di Colombelli e ho letto sui giornali che tre giorni dopo Galan era andato a San Marino. Io non ho più avuto dubbi sulla destinazione delle somme che Colombelli tratteneva per sé. Quindi non ..purtuttavia, nonostante questi ripetuti pagamenti che si sono protratti in questo modo fino al 2010, nessuno dei project è andato in porto dei miei, sono andati in porto quelli degli altri a cui io partecipavo, mi andava bene lo stesso, ma non ero io il promotore».

 

Dopo il riesame. La difesa: «Galan pronto al giudizio immediato»

Le motivazioni del Riesame non scoraggiano i legali di Galan: «Restano solo tre accuse».

TANGENTOPOLI VENETA» DOPO IL RIESAME

Galan pronto al giudizio immediato

Quasi tutti i reati prescritti: restano le accuse sulla barchessa, l’aumento di capitale di Adria e lo «stipendio» da un milione

Gli avvocati preparano il ricorso in Cassazione contro la sentenza del giudice Angelo Risi, ma sono pronti a sfidare la Procura di Venezia in un giudizio immediato

Secondo i Magistrati si rende necessaria l’applicazione di una misura che costituisca una effettiva, netta, reale e definitiva cesura dall’ambiente

VENEZIA – Il giorno dopo il deposito delle motivazioni con cui il Tribunale del Riesame ha respinto l’istanza di scarcerazione per l’ex ministro Giancarlo Galan, l’atteggiamento della difesa è combattuto tra delusione e speranza. Delusione per il tenore delle motivazioni espresse dal giudice Angelo Risi. Speranza perché, per ammissione dello stesso Riesame, l’80 per cento dei reati contestati è da considerarsi estinto per prescrizione. Scontato il ricorso alla Cassazione, che va depositato entro trenta giorni. Ma la difesa è pronta a «sfidare » la Procura con il giudizio immediato, momento nel quale tutti devono scoprire le carte. Con l’80 dei reati già prescritti (ante 22 luglio 2008), gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini sarebbero pronti a discutere del merito le tre accuse rimaste: il restauro della barchessa per 400 mila euro, l’aumento di capitale in Adria Infrastrutture pagato dall’Impresa Mantovani, e il pagamento di un milione di euro l’anno dal 2008 in poi asserito da Giovanni Mazzacurati. Su tutti e tre gli elementi la difesa è pronta a contrastare punto su punto le tesi della Procura, in una sfida che potrebbe vedere davanti a una corte, in qualità di testimoni, tutti i principali accusatori dell’ex ministro: dall’ex segretaria Claudia Minutillo all’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita sino all’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. La delusione invece è tutta nel tenore delle motivazioni che sembra andare ben oltre le più pessimistiche previsioni: Galan protagonista di un sistema di potere corrotto ancora capace di influenzare. Una «condotta caratterizzata dalla capacità di profittare di qualunque occasione, anche di mera convivialità, per avanzare le sue richieste e le sue pretese sfruttando le sue cariche istituzionali, induce questi Giudici a ritenere che il medesimo, se posto in una condizione di occasione favorevole, darebbe corso all’ennesima richiesta illecita ». E ancora: «i fatti sono gravissimi, reiterati e perdurati nel tempo, le esigenze cautelari di eccezionale gravità e quindi tali da imporre, nell’immediatezza, l’applicazione di una misura che costituisca ed integri una effettiva, netta, reale e definitiva cesura dall’ambiente in cui sono maturati i fatti. Esigenza che gli arresti domiciliari non sono in grado di garantire, preso atto della vasta ragnatela di interessi complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato il Galan nell’intera vicenda». Nel frattempo, l’ex ministro Giancarlo Galan è ospite del carcere di Opera. Le sue condizioni di salute sono sempre sotto controllo, ma dopo lo stop del Riesame è molto probabile che il politico tornerà in libertà non prima del mese di ottobre. I magistrati veneziani sono intenzionati a costruire, intorno a lui, un castello accusatorio usando tutte le dichiarazioni utili allo scopo.

Daniele Ferrazza

 

INCHIESTA – I pm: contestati anche i fatti prima del 2008

Galan, prescrizione dei reati è scontro Procura-Riesame

Procura contro il tribunale del Riesame sul calcolo della prescrizione per Giancarlo Galan. Per i pm si deve partire dall’ultima mazzetta, trattandosi di una specie di “rata” di un’unica maxi-tangente; per i giudici, invece, il decorso va calcolato dalla data di ogni singolo versamento. E quindi i presunti reati compiuti più di sei anni fa sono già “scaduti”. Un nodo decisivo da sciogliere anche in vista del processo.

IL NODO – Far valere i reati fino in Cassazione

IL CASO – Bocciata la tesi dei pm sul decorso dalla data dell’ultima mazzetta

Galan, scontro sulla prescrizione tra Procura e giudici del Riesame

NEL MIRINO – Giancarlo Galan e Giovanni Mazzacurati

CONFISCA – Marchese e Orsoni non rischiano

«Il Tribunale del riesame sbaglia: gli episodi contestati all’ex presidente della Regione precedenti al 22 luglio del 2008 non sono prescritti».
Lo sostiene la Procura di Venezia annunciando che, quando chiuderà le indagini preliminari, chiederà per Giancarlo Galan il processo in relazione a tutte le presunte “mazzette” scoperte dalla Guardia di Finanza grazie alle confessioni dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 amministratrice di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo “scontro” tra rappresentanti della pubblica accusa e giudici del Riesame è tutto in punto di diritto. Il Tribunale, nel provvedimento con cui la scorsa settimana ha confermato il carcere per Galan, ha annullato la misura cautelare in relazione agli episodi per i quali, al momento dell’esecuzione dell’ordinanza (22 luglio scorso) erano trascorsi più di sei anni, il termine ordinario di prescrizione in mancanza di atti interruttivi. Secondo il Riesame, il calcolo della prescrizione va effettuato a partire dalla data nella quale risulta essere stata pagata ciascuna “mazzetta”, ovvero consumato il reato.
Ma la Procura non è d’accordo ed è convinta che al processo la sua linea troverà soddisfazione, in quanto è avvalorata da un ormai consolidato orientamento giurisprudenziale della Corte di Cassazione. La questione è semplice: i rappresentanti della pubblica accusa sostengono che non ci troviamo di fronte a singoli episodi corruttivi, a dazioni occasionali. Secondo l’ipotesi degli inquirenti, Galan era stabilmente al soldo di Mazzacurati e Baita: di conseguenza i singoli versamenti costituirebbero le “rate” di un’unica, grande tangente. Insomma, trovandosi di fronte ad un unico accordo corruttivo, è l’ultimo versamento quello che fa fede e, a partire dal quale, deve essere fatto decorrere il termine di prescrizione.
Se la tesi della Procura fosse condivisa a conclusione del futuro processo (in primo grado, ma anche e soprattutto in Cassazione) nessuno dei reati contestati finora a Galan risulterebbe prescritto. L’ultimo episodio corruttivo, infatti, risale alla metà del 2010 e, dunque, ci sarebbe tempo fino al 2018 per celebrare i tre gradi di giudizio. L’interpretazione della Procura era già stata condivisa dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza, ed è questo il motivo per il quale l’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Galan riguardava tutti gli episodi venuti alla luce, anche quelli risalenti al 2005.
Sul tema della prescrizione è prevedibile che si combatterà una “guerra” a tutto campo nel corso del futuro processo. Molti degli episodi contestati a Galan (e a numerosi altri indagati) risalgono a parecchi anni fa, come spesso accade nel caso di inchieste che riguardano corruzione o evasione fiscale. Di conseguenza una dichiarazione di intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado avrebbe per la difesa un duplice, importante effetto: non soltanto evitare la condanna ad una pena detentiva (sempre spiacevole) ma, e soprattutto, scongiurare il rischio di una confisca del patrimonio personale (case, terreni, conti correnti), possibile soltanto se, prima della dichiarazione di prescrizione, viene pronunciata una sentenza di condanna. Almeno davanti al Tribunale.
Il gip ha disposto il sequestro conservativo di beni fino ad un ammontare complessivo di 80 milioni di euro, a garanzia della possibilità che lo Stato riesca a recuperare almeno una parte del prezzo del reato. La confisca dei beni per equivalente è prevista per i reati fiscali e per la corruzione, e vale anche in caso di patteggiamento. Tant’è che alcuni degli indagati che hanno chiesto l’applicazione della pena, hanno concordato con la Procura anche la somma da versare al Fondo unico della giustizia, calcolata, pro quota, sull’ammontare delle false fatture emesse o delle mazzette che vengono loro contestate.
La confisca non è prevista, invece, per il reato di finanziamento illecito dei partiti, e dunque non rischia nulla su questo fronte l’ex consigliere regionale Giampietro Marchese (che ha già chiesto di patteggiare pur dichiarandosi innocente) e neppure l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e l’ex eurodeputata Lia Sartori che respingono ogni accusa e hanno annunciato di volersi difendere a dibattimento.

Gianluca Amadori

 

Gazzettino – “Galan puo’ corrompere ancora”

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10

ago

2014

L’INCHIESTA – Depositate le motivazioni del Tribunale: «Chi lo accusa è pienamente credibile»

«Galan può corrompere ancora»

I giudici: personalità allarmante e possibile reiterazione del reato, ecco perché l’ex governatore deve restare in carcere

IL VERDETTO – Secondo i giudici del Riesane, l’ex governatore Giancarlo Galan è una «personalità allarmante» e può reiterare il reato. Ecco perchè deve rimanere in carcere.

GLI ACCUSATORI – Per i magistrati Giovanni Mazzacurati, Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo sono testimoni credibili. E non c’è prova che l’ex segretaria di Galan «abbia preso somme altrui».

AUTOGOL «Le ammissioni nel memoriale si sono ritorte contro di lui con nuove accuse»

L’ARRESTO «I domiciliari non sono sufficienti per chi ha commesso fatti gravissimi»

LA RAGNATELA – Rete di conoscenze e potere costruita negli anni da presidente e ministro

L’AGGRAVANTE «Il denaro che ha usato per la sua corruttela era della collettività»

«Personalità allarmante Galan rimanga in carcere»

Il Tribunale del riesame spiega perché è stata respinta la richiesta di scarcerazione: «Può reiterare il reato. Dedito al sistematico mercimonio della funzione pubblica»

La personalità di Giancarlo Galan, così come emerge dai risultati delle indagini «si palesa come allarmante e caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività… un soggetto che la Procura descrive come dedito al sistematico e continuio mercimonio della pubblica funzione come esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia». Il tutto aggravato dal fatto che «il denaro utilizzato per la sua corruttela giungeva da imprenditori concessionari di un appalto pubblico (tale è il Consorzio venezia Nuova), ed erano denari pubblici appartenenti alla collettività…»
Sono parole pesantissime quelle utilizzate dal Tribunale del riesame nelle 70 pagine che spiegano le ragioni per le quali è stato confermato il carcere per Galan, accusato di essere stato per molti anni al soldo dell’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, e dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni Mantovani, Piergiorgio Baita, in cambio di appalti e aiuto per il Mose.
RAGNATELA DI POTERE – Le motivazioni dell’ordinanza, emessa la settimana scorsa, sono state depositate nella tarda mattinata di ieri dal presidente Angelo Risi. Il Riesame ritiene che vi siano gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Galan e che le esigenze cautelari siano concrete e attuali, anche se l’ultimo episodio corruttivo contestatogli risale al 2011: ciò a causa della fitta rete di conoscenze e di potere creata in 15 anni di presidenza della Regione e dell’attività politica nell’ambito di Forza Italia, proseguita fino all’arresto, prima in qualità di ministri, poi di deputato e presidente della Commissione Cultura della Camera. Ma non solo. I giudici rilevano che dagli atti prodotti dalla Procura emerge che Galan aveva la «capacità di profittare di qualcunque occasione, anche di mera convivialità, per avanzare le sue richieste e le sue pretese sfruttando le sue cariche istituzionali…» Ciò induce il Tribunale a «ritenere che il medesimo, se posto in una condizione di occasione favorevole, darebbe corso all’ennesima richiesta illecita…».
«FATTI GRAVISSIMI – I giudici hanno ritenuto che gli arresti domiciliari non siano misura cautelare sufficiente alla luce di «fatti gravissimi, reiterati e perduranti nel tempo…» nonché ad esigenze cautelari di «eccezionale gravità…. preso atto della vasta ragnatela di interessi, complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato Galan nell’intera vicenda».
AUTOGOL DIFENSIVO – Quanto alle lamentate condizioni di salute dell’ex Governatore del Veneto, il Tribunale scrive che «non sono tali da integrare una condizione di incompatibilità con il regime carcerario, come comprovato dal fatto che la misura cautelare gli è stata applicata dopo la sua dimissione dall’ospedale… Le residue esigenze di cura sono già state tutelate con il suo inserimento in una struttura medico carceraria in grado di garantirgli una costante attenzione».
Le stesse ammissioni rese in sede di memoriale difensivo da Galan, relative a presunti finanziamenti illeciti percepiti nella campagna elettorale 2005 (versamenti prescritti e peraltro negati dagli imprenditori chiamati in causa da Galan) «sembrano essersi ritorte contro di lui, tanto da aver costituito l’elemento scatenante di nuove ed analoghe accuse nei confronti suoi e del Chisso, allo stato provenienti, quanto meno, dagli imprenditori Mevorach ed Alessandri. Il primo ha dichiarato che Galan gli chiese di finanziarlo nel 2006-2007 e, di fronte al suo rifiuto, lo avrebbe minacciato di ritorsioni; il secondo ha riferito di aver dovuto pagare l’ex Governatore e l’ex assessore Chisso (tra 2006 e 2010) per poter entrare nella cerchia degli imprenditori amici della Regione e dunque per poter ottenere appalti e lavori. Conferma “esterna” dei racconti di Baita, Mazzacurati e Minutillo.
PRESCRIZIONE – Il Tribunale ha accolto le eccezioni della difesa di Galan per quanto riguarda il tropppo tempo trascorso in relazione ad una parte dei reati contestati, ritenendo prescritti gli episodi corruttivi antecedenti il 22 luglio del 2008, per i quali al momento dell’arresto di Galan (22 luglio 2014) erano già decorsi sei anni. L’esecuzione della misura cautelare costituisce atto interruttivo e, di conseguenza, da quel momento in poi il termine di prescrizione si allunga di un terzo.
I giudici hanno respinto, invece, l’eccezione relativa alla competenza del Tribunale dei ministri per i fatti avvenuti nel 2010, quando Galan fu prima all’Agricoltura e poi alla Cultura: secondo il Tribunale, i pagamenti illeciti si riferivano ancora al precedete ruolo di Governatore, tanto più che come ministro non aveva più alcun competenza sul Mose.

Gianluca Amadori

 

ENTRATE E USCITE – Per i giudici del riesame l’ex governatore avrebbe pagato in nero parte della villa acquistata a Cinto Euganeo per un milione e 100mila euro

Uno stipendio annuale da Mazzacurati e in dono Adria Infrastrutture

Galan pagò “in nero” (un milione e 100mila euro) parte del prezzo della villa acquistata a Cinto Euganeo: secondo i giudici questo è un «importante riscontro di natura oggettiva» della disponibilità di provviste non dichiarate, compatibili con lo “stipendio” che Mazzacurati dice di avergli versato in cambio del suo aiuto per il Mose. Lo scrive il Riesame nella parte in cui, affrontando dettagliatamente ogni accusa, dichiara fondato il quadro probatorio.
“STIPENDIO” ANNUALE – Ne parlano Baita, Mazzacurati e Minutillo, con dichiarazioni ritenute «convergenti». Nel capo d’imputazione si parla di 1 milione a Galan, 200mila a Chisso. Baita dice che si fermarono quando Galan lasciò la Regione, Minutillo che proseguirono anche dopo. L’accusa parla anche di due ulteriori dazioni da 900mila euro ciascuna per una delibera della Salvaguardia sul progetto definitivo del Mose (2004) e sulle dighe di Chioggia e Malamocco (2004-5). Ne parla Baita nel maggio 2013 dice di aver saputo da Mazzacurati delle richieste di denaro di Galan; Mazzacurati il 31 luglio 2013 conferma una dazione sollecitata da Galan per le dighe (2007-8): soldi in più rispetto allo “stipendio” da lui indicato in 500mila euro.
PROJECT FINANCING – A Galan viene contestato di essersi fatto “regalare” da Baita quote azionarie per 237mila euro di Adria Infrastrutture (projec financing) e della società Nordest Media (pubblicità per i quotidiani freepress Epolis). Quote intestate alla società Pvp, fittiziamente di proprietà al commercialista Paolo Venuti. Lo stesso fece con Chisso: li «reclutò come soci…» per rendere più appetibili i progetti da realizzare, scrivono i giudici.
VILLA RODELLA – Galan è accusato di essersi fatto pagare parte dei lavori di restauro da Baita attraverso soldi versati al suo architetto Dario Lugato per incarichi fittizi. (gla)

 

ALESSANDRO GALAN – Stimato e conosciuto oculista padovano

PADOVA – Dal Consorzio soldi anche al fratello oculista

Anche il fratello dell’ex Governatore del Veneto, Alessandro Galan, avrebbe usufruito della “generosità” di Giovanni Mazzacurati. La circostanza emerge da un colloquio avvenuto nel gennaio del 2011 tra il conosciuto e stimato medico (direttore del Centro oculistico San Paolo dell’ospedale Sant’Antonio di Padova) e l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, nel corso del quale il primo sollecitava Mazzacurati a versare 20mila euro per un convegno. Nella stessa conversazione Alessandro Galan precisava che il contributo era «del doppio rispetto a quello dell’anno prima».
Il contenuto di questo colloquio, trascritto dalla Guardia di Finanza e depositato dai pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini nel corso dell’udienza davanti al Tribunale del Riesame, viene citato dai giudici per dimostrare l’estensione della rete di potere costruita dall’allora presidente della Regione e come «non solo il Galan, ma il suo intero gruppo familiare sia in qualche modo coinvolto in situazioni di scarsa trasparenza con il Mazzacurati i cui interessi imprenditoriali erano certamente del tutto estranei al campo medico».

CLAUDIA MINUTILLO – Da grande accusatrice e grande accusata da Galan: ma il Tribunale del Riesame crede alla sua versione ed è sicuro che non si è intascata soldi nei suoi anni a fianco del governatore Galan

LA CONVINZIONE DEI MAGISTRATI

«Tre testimoni credibili non c’è prova che la Minutillo abbia preso somme altrui»

I giudici: «Confessioni spontanee, è evidente che la collaborazione mira a un premio ma questo non esclude la veridicità dei fatti»

(gla) Sono pienamente credibili le versioni rese dai principali accusatori di Giancarlo Galan: l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita e l’ex segretaria dello stesso Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, diventata successivamente al 2005 presidente di Adria Infrastrutture, la società che Baita utilizzava per presentare alla Regione le opere da realizzare in “project financing”.
Lo sostiene il Tribunale del Riesame replicando alle eccezioni dei difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, secondo i quali, al contrario, le accuse mosse al loro assistito sono del tutto infondate, prive di riscontri e pronunciate unicamente per poter uscire dal carcere.
CONFESSIONI SPONTANEE – I giudici rilevano innanzitutto la «spontaneità e immediatezza» delle confessioni di Minutillo e Mazzacurati, i quali hanno iniziato a parlare subito dopo l’arresto. Baita si è deciso a collaborare con la Procura dopo qualche mese di carcere, a seguito del cambiamento dei difensori e dopo aver saputo delle altre confessioni. «Quanto al disinteresse – scrive il Riesame – è evidente che la cosiddetta collaborazione mira quasi sempre ad un trattamento cautelare e sanzionatorio premiale, ma ciò di per sé, non esclude automaticamente la veridicità dei fatti denunciati».
NESSUNA MENZOGNA – I giudici esprimono «un giudizio di affidabilità delle dichiarazioni dei tre soggetti citati», evidenziando come «non esiste una motivazione che possa consentire di affermare che si siano accordati fra loro allo scopo di porre in essere una fraudolenta ricostruzione dei fatti».
I rapporti pregressi tra Baita e Mazzacurati da un lato e Galan dall’altro erano buoni, «sostanzialmente orientati ad un rapporto di complicità…» e non risulta alcun motivo per il quale dovrebbero mentire accusandolo ingiustamente. Così come, secondo i giudici, non vi è alcuna prova che Mazzacurati si sia impossessato di beni o altre utilità o abbia indebitamente trattenuto somme di denaro del Consorzio. La sua attività imprenditoriale, evidenzia il Tribunale, si svolgeva «certamente in una logica deviata e criminosa, ma apparentemente mossa dall’intento che l’opera denominata Mose andasse, in qualche modo, a compimento».
Il Riesame aggiunge che, neppure della Minutillo «vi è prova né indizio alcuno che ella si sia impossessata di somme destinate ad alimentare la campagna elettorale del Galan». Al contrario di quanto dichiarato da Galan, il quale l’accusata di aver fatto la “cresta” su alcuni finanziamenti elettorali e di aver avuto un tenore di vita al di sopra delle sue possibilità.
Quanto a Baita, concludono i giudici «nei suoi confronti la difesa neppure a livello di congettura ha individuato un suo interesse a calunniare il Galan».
VERSIONI CONVERGENTI – Secondo il Tribunale, le versioni rese dai tre «finiscono per convergere», al contrario di quanto sostiene la difesa. I giudici evidenziano come nessuna somma risulti essere stata versata direttamente a Galan, ma tutte per tramite della Minutillo o di Chisso «in una sostanziale commistione di ruoli e di sovrapposizioni tra tutte le dazioni». Per questo le dichiarazioni vanno lette tenendo presente il contesto, i ruoli e la prospettiva di ciascuno nel raccontare i vari episodi, alcuni dei quali si intrecciano e si confondono. La Minutillo, in particolare, visse da dentro «entrambi i meccanismi», in quanto inizialmente era nella Segreteria di Galan e successivamente fu tra i più stretti collaboratori di Baita. «Il risultato finale, al di là delle singole dazioni, è quello di una circolazione interna del denaro tra i correi sulla base di loro accordi spartitori allo stato non ancora completamente ricostruiti, ma che in nessun modo inficiano l’affidabilità della ricostruzione accusatoria…»

 

LE INDAGINI DA CONCLUDERE – Accordi spartitori non ricostruiti del tutto

LO SPECIALE – Quel blitz scattato all’alba

La storia dello scandalo Mose

Tutto iniziò all’alba del 4 giugno. Quel giorno iniziò l’operazione che ora fa tremare il Veneto. Da oggi una serie di pagine ricostruiscono l’inchiesta.

SPECIALE a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

INDAGINE – Appalti e mazzette, tre anni fa i primi indizi del malaffare

I PERSONAGGI – In cella il sindaco Orsoni e i magistrati alle acque

Galan “dentro” il 22 luglio

All’alba l’operazione anti-corruzione: 35 indagati. È la nuova Tangentopoli veneta

In carcere politici, manager e imprenditori. Al centro il Consorzio Venezia Nuova

L’inchiesta sul Mose ha mosso i primi passi più di 3 anni fa. Il via a quella che diventerà l’indagine delle indagini sulle tangenti era stata una “banale” verifica fiscale – a marzo 2008 – alla Cooperativa San Martino di Chioggia, impegnata nella costruzione del Mose, e l’intuizione investigativa che le fatture “gonfiate” portavano alla creazione di fondi neri. Nel frattempo le manette per Lino Brentan, amministratore delegato della Venezia-Padova, collegato alla cricca degli appalti in Provincia. E da Brentan all’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani. Infine l’ultimo passaggio, da Baita e Mazzacurati, il patron del Consorzio Venezia Nuova, che sta realizzando il Mose, a Galan e Chisso. Il filo rosso che lega queste indagini è la corruzione.

 

Lo scandalo che ha sconvolto il Nordest

Il 4 giugno 2014 è una data che ha tracciato un confine tra passato e futuro. Per Venezia e per il Veneto, ma in qualche misura anche per l’Italia. Per me quella giornata iniziò un po’ prima del solito, intorno alle 6 quando un sms mi informò che l’atteso blitz sul caso Mose era scattato. Qualche decina di minuti più tardi arrivò sul mio telefonino via mail l’articolo di Monica Andolfatto che anticipava la notizia degli arresti. Nomi clamorosi e anche inattesi, primi fra tutti quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e dell’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan. A quell’ora, ovviamente, non c’era modo di avere alcuna conferma ufficiale sul blitz in corso, ma non ho avuto alcun dubbio su ciò che bisognava fare: dare immediatamente la notizia, che infatti, prima delle 7 apriva il sito del nostro giornale, Gazzettino.it. Le agenzia di stampa l’avrebbero confermata solo un’ora dopo.
Proprio il 4 giugno è anche l’incipit dei tre capitoli chiave de La Retata Storica, il racconto-inchiesta della clamorosa operazione investigativa sul sistema Mose, mandò in carcere o agli arresti domiciliari alcuni dei personaggi di primo piano della politica veneta. Una storia scritta dai tre giornalisti del Gazzettino – Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese – che sin dal primo giorno hanno seguito l’inchiesta e che verrà proposta a puntate ai lettori a partire da questa domenica e nei prossimi fine settimana. Una ricostruzione ricca di dettagli e di particolari inediti di quella giornata e di quelle che la seguirono. Ma anche un’occasione per capire e riflettere su ciò che è accaduto e ciò che potrà ancora accadere.

Buona lettura.

Roberto Papetti

 

4 giugno. «Ci siamo»

Scatta il maxi-blitz contro la cricca Mose

Alle 4 del mattino del 14 giugno 2014 il colonnello della Guardia di Finanza Renzo Nisi riceve un sms: “Ci siamo”. Nisi assiste, lontano quasi 400 chilometri e quasi 300 giorni, al rogo innescato, alla capitolazione della Serenissima: è scattata l’ora che – in un cinico calembour – trasforma uno degli eventi clou della Venezia da visitare, la regata, in “retata”. Storica. Un mero cambio di consonante. Il colpo mortale al malaffare nella terra dei Dogi.
LA NOTIZIA – Sono trascorsi nove mesi. Tanti? Pochi? I “suoi” stanno eseguendo in mezza Italia le ordinanze di custodia cautelare emesse dal gip lagunare Alberto Scaramuzza: il sindaco Giorgio Orsoni, l’assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, gli ex magistrati alle Acque, Patrizio Cuccioletta e Maria Giovanna Piva, il magistrato della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, il tycoon della finanza nordestina Roberto Meneguzzo, il generale di Corpo d’Armata ed ex numero due delle Fiamme Gialle, Emilio Spaziante, il consigliere regionale Pd, Giampietro Marchese, l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan. E poi le richieste di arresto per l’onorevole Giancarlo Galan, per tre lustri fino al 2010 governatore del Veneto quindi ministro di e con Berlusconi, e per l’ex europarlamentare Amalia Sartori – che verranno arrestati rispettivamente il 22 e il 2 luglio. L’elenco conta 35 nomi. Cui si aggiungerà il 4 luglio anche quello di Marco Milanese, in passato consulente dell’ex ministro Tremonti. Il colonnello Nisi li conosce uno a uno. Amministratori pubblici, uomini delle istituzioni, imprenditori, politici di destra e di sinistra: corrotti, a vario titolo, sullo sfondo del Mose, o meglio del Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico per la realizzazione del Modulo sperimentale elettromeccanico, il complesso e tanto discusso sistema di dighe mobili ideato per difendere la città più bella del mondo dal fenomeno dell’acqua alta. Sei miliardi e mezzo di euro il costo finale, mazzette comprese. Finanziato interamente dallo Stato. Cioè dai cittadini. Questa, se fosse una finzione letteraria, sarebbe una spy story, un thriller poliziesco. Purtroppo però in questo romanzo di inventato non c’è nulla – anche se è giusto attendere, da bravi garantisti, le sentenze dei Tribunali.
A ROMA – 4 giugno 2014. Il sole è ormai alto. Il colonnello Nisi è solo nella stanza che occupa dall’autunno precedente nella sede del comando generale della Guardia di Finanza, in via XXI Aprile, a Roma. A lato dell’entrata, sulla parete, la targhetta che sintetizza le sue mansioni: Capo Ufficio Ordinamento. L’aria è di vetro. Ha ancora negli occhi la schermata del sito del Gazzettino che alle 6.55 annunciava in anteprima lo tsunami che si stava abbattendo su Venezia, sul Veneto, su Milano, sull’Urbe. Poi accende la tv e la notizia – poteva essere altrimenti? – monopolizza le aperture di ogni singolo telegiornale per guadagnare la ribalta dei più importanti notiziari stranieri. I pensieri si accavallano nella sua mente. A fine febbraio 2013, c’era stato l’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani spa, di Claudia Minutillo, l’ex segretaria del Governatore del veneto, Giancarlo Galan e amministratrice delegata di Adria Infrastrutture, una delle tante società della galassia Mantovani. Con loro era finito in carcere anche William Ambrogio Colombelli, che ricopriva la carica di console onorario di San Marino e che nella Repubblica del Titano gestiva la Bmc Broker, quella che, si scoprirà poi, era la “cartiera” di Baita. Della Mantovani viene arrestato anche Nicolò Buson, il responsabile amministrativo. È l’operazione Chalet e la dirige il colonnello Nisi.
TUTTI DENTRO – Il luglio successivo, ecco la decapitazione del Consorzio Venezia Nuova, con l’arresto insieme a mezzo consiglio, del suo demiurgo, quel Giovanni Mazzacurati, che appena quindici giorni prima, forse intuendo quanto stava per accadere, si era dimesso dalla presidenza del Consorzio, dopo quasi un trentennio di dominio indiscusso e ininterrotto. È l’operazione “Profeta” e la dirige il colonnello Nisi. E prima, nel gennaio 2012, le manette erano scattate ai polsi di Lino Brentan, l’uomo del Pd nella società autostradale Venezia-Padova. È l’operazione “Ragnatela” e la dirige il colonnello Nisi. Ma a Brentan si era arrivati dopo che, nell’aprile 2010, gli uomini delle Fiamme gialle del colonnello Nisi avevano arrestato due funzionari della Provincia, Claudio Carlon e Domenico Ragno. Era l’operazione “Aria Nuova”. Nelle maglie dei Finanzieri era finito nel frattempo anche uno che non c’entra nulla con il Mose, anche se sempre di tangenti si tratta, e cioè il geometra Antonio Bertoncello, arrestato nel 2011 assieme a quattro dipendenti del Comune e a due vigili urbani. È l’operazione “Progressione geometrica”. E la dirige il colonnello Nisi.
VENT’ANNI DOPO – Il leit motiv è sempre lo stesso, la corruzione nella res publica. Da almeno vent’anni, dalla Tangentopoli del 1992, a Venezia non si svolgevano indagini mirate sull’amministrazione pubblica. Queste sono le prime, iniziano in sordina e finiscono con il cambiare il mondo. Venezia non sarà mai più la stessa dopo lo scoppio dello scandalo del Mose. Ci volevano Nisi e il suo gruppo, nonché la caparbietà e tenacia di pm come Paola Tonini e Stefano Ancilotto per scoprire che il sistema delle “dazioni” purtroppo era ancora ben radicato e ramificato. Con Baita, che qualche capello in meno e qualche ruga in più, recita ora come allora la parte non certo di comparsa.
«La pietra ha cominciato a rotolare e diventerà una valanga». Impossibile fermarla. Una promessa. L’aveva pronunciata il colonnello Nisi il 5 settembre 2013 quando c’era stato il passaggio di testimone con il colonnello Roberto Pennoni a capo del Nucleo di polizia tributaria di Venezia.
4 giugno 2014. Gli torna alla memoria l’episodio verso le sei del mattino, mentre sente il bisogno di muoversi, di sfogare la tensione: da sempre l’attività fisica mattutina gli restituisce calma e concentrazione. Disciplina e passione, eredità forse degli anni trascorsi all’Accademia militare di Bergamo, lui ragazzo romano nato per caso a Torino, che nel capoluogo lombardo conoscerà la donna che sposerà e che gli darà due figli, e marito e padre che sceglierà di risiedere a pochi chilometri dalla città, nel paese di lei, facendo il pendolare. Sveglia alle sei, maglietta, pantaloncini, scarpe da ginnastica. E via a correre. Quand’era a Mestre al parco San Giuliano. Adesso invece è il parco della vicina Villa Torlonia a offrirgli percorsi suggestivi e pregni di storia. Ma c’è anche l’alternativa di un tuffo nella piscina interna del mega complesso dove alloggia e lavora. Fino alle otto. La doccia, la barba, la divisa. Per colazione succo di frutta e fette biscottate. Alle 8.30 puntuale dietro la scrivania.

(La prossima puntata venerdì 15 agosto)

 

I protagonisti della grande inchiesta

L’INVESTIGATORE – Un sms al colonnello al comando di Roma: il giorno è arrivato

Uno è estroverso e pronto alla battuta – Stefano Ancilotto – l’altra è introversa, con un carattere di ferro – Paola Tonini; il terzo – Stefano Buccini – affiancato ad inchiesta già iniziata, è il più giovane. Sono i magistrati della procura di Venezia protagonisti di questa inchiesta giudiziaria (coordinata dal procuratore Luigi Delpino e dal procuratore aggiunto Carlo Nordio). Hanno lavorato con il colonnello della Guardia di finanza Renzo Nisi, un uomo rimasto sempre in ombra, ma senza di lui l’inchiesta non sarebbe mai arrivata da nessuna parte. I quattro “eroi” di questa storia hanno caratteri e profili professionali diversi, ma hanno lavorato come una squadra, riuscendo a portare alla luce uno scandalo di tangenti senza precedenti.

 

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