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Gazzettino – Evasione fiscale, indagato Galan

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27

mar

2015

MOSE/ DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI

Nuova tegola su Galan: indagato per evasione fiscale sulle tangenti

Nuova tegola per l’ex governatore Giancarlo Galan. La Procura di Rovigo l’ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di infedele dichiarazione dei redditi, in pratica evasione fiscale sulle tangenti. Secondo i magistrati, si tratta di somme non versate per oltre dieci milioni, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010.

 

Evasione fiscale, indagato Galan

Scandalo Mose, nuove accuse dalla Procura di Rovigo all’ex governatore dopo l’accertamento della Finanza: somme non versate per oltre dieci milioni di euro, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010

Infedele dichiarazione dei redditi. È con quest’ipotesi accusatoria che la Procura della Repubblica di Rovigo ha iscritto nel registro degli indagati l’ex governatore del Veneto, il deputato forzista Giancarlo Galan, attualmente agli arresti domiciliari dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi, patteggiata per le mazzette legate alla realizzazione del Mose.

Ed è proprio da Venezia che sono partite le nuove accuse per Galan: nel corso dei due accertamenti fiscali compiuti dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando lagunare tra ottobre 2014 e il gennaio scorso gli sono stati contestati redditi non dichiarati su cui non sarebbero state versate le imposte. In altri termini Galan non avrebbe pagato le tasse sulle tangenti. Il primo accertamento fiscale riguardava gli anni 2005 e 2006. Per questo biennio l’ex governatore veneto non rischia nulla sul piano penale. Il reato risulta ampiamente coperto dai termini della prescrizione. Diverso il ragionamento per le successive dichiarazioni dei redditi, quelle relative agli anni 2007-2008-2009-2010.

Sulla scorta di quanto accertato dalle Fiamme gialle, il pubblico ministero polesano Andrea Girlando ha aperto un’indagine a carico del parlamentare di Forza Italia ipotizzando la violazione dell’articolo 4 della normativa fiscale, il decreto legislativo n. 74 del 2000, l’unica norma tributaria in vigore nel nostro Paese. La competenza spetta alla Procura di Rovigo in quanto Galan risiede a Cinto Euganeo, comune che ricade nella giurisdizione dell’Agenzia delle Entrate di Este. In base agli atti dell’inchiesta Mose Galan avrebbe intascato dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati una tangente da un milione di euro all’anno.

Gli vengono contestati dalla Finanza come proventi di attività illecita anche le somme investite nell’acquisto della villa di Cinto oltre ad una dazione da 200mila euro, giustificata come finanziamento per una campagna elettorale di Forza Italia. A conti fatti Giancarlo Galan avrebbe intascato complessivamente mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro. Sono poco meno della metà dell’ammontare complessivo delle tangenti (quasi 24 milioni di euro) individuate dalle Fiamme gialle a conclusione della maxi inchiesta sul Mose, attraverso la bellezza di tredici accertamenti fiscali.

Tutte le mazzette vengono automaticamente tassate come redditi delle persone fisiche, sulla base delle aliquote Irpef vigenti all’epoca della commissione dei vari illeciti. Sarà evidentemente applicata l’aliquota massima del 43% trattandosi nella stragrande maggioranza dei casi di persone con redditi superiori ai centomila euro annui. La Guardia di finanza ha calcolato in oltre dieci milioni di euro complessivi, sanzioni a parte, i tributi oggetto di attività di recupero da parte dell’erario.

Politici e funzionari destinatari delle mazzette si ritroveranno a doversi difendere in due ambiti: oltre al contenzioso di natura tributaria dovranno affrontare un procedimento penale. Non avendo indicato nelle dichiarazioni dei redditi annuali le tangenti incassate dovranno rispondere di dichiarazione infedele. Un reato che prevede comunque pene di modesta entità. Galan potrebbe cavarsela con un ulteriore patteggiamento, in continuazione con i due anni e dieci mesi concordati nell’autunno scorso con la Procura lagunare.

Luca Ingegneri

 

TANGENTI – Sotto la lente il “sistema Mantovani” per il quale a Venezia alla fine del 2013 hanno patteggiato quattro persone tra cui l’ex amministratore delegato

Interrogato Baita. Fatture false, inchiesta anche a San Marino.

Anche l’autorità giudiziaria della Repubblica di San Marino sta indagando sul sistema delle false fatturazioni realizzate fino al 2010 dall’impresa di costruzioni Mantovani spa di Padova per creare i fondi neri necessari a pagare “mazzette”.

Nei giorni scorsi il Commissario della Legge Antonella Volpinari ha iniziato gli interrogatori dei principali protagonisti della vicenda giudiziaria, che a Venezia si è già conclusa a fine 2013 con quattro patteggiamenti, a pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. A San Marino i reati ipotizzati sono quelli di false dichiarazioni alla pubblica autorità, appropriazione indebita e riciclaggio. Secondo gli inquirenti le somme circolate nel “tourbillon” di false fatturazioni si avvicinano ai 10 milioni di euro.

Il primo ad essere ascoltato è stato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, il quale ha parlato per oltre due ore, fornendo la stessa ricostruzione già data al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto. Il legale che lo ha assistito durante l’interrogatorio, l’avvocato Pier Luigi Bacciocchi, ha dichiarato alla stampa di San Marino che «Baita ha reso ampia collaborazione alle richieste dei giudici». A Venezia, nel dicembre del 2013, Baita ha patteggiato la pena di un anno e dieci mesi di reclusione dopo aver versato di tasca propria 400mila euro al Fondo unico di giustizia.

Venerdì scorso è stata poi la volta di William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività svolta. Colombelli a Venezia ha già patteggiato un anno e quattro mesi.

Il prossimo interrogatorio previsto è quello di Claudia Minutillo, già segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, chiamata in causa in qualità di ex amministratore della società Adria Infrastrutture del gruppo Mantovani. Per le false fatture anche Minutillo ha già patteggiato a Venezia la pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

Nel frattempo, ieri mattina a Venezia, un altro imputato nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” ha definito la sua posizione con il patteggiamento della pena. Il commercialista padovano Francesco Giordano, difeso dal’avvocato Carlo Augenti, già consulente fiscale dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha chiesto e ottenuto l’applicazione di un anno di reclusione (pena sospesa) dopo aver versato 40mila euro.

L’accusa mossa nei suoi confronti è quella di aver predisposto un falso contratto di collaborazione a favore dell’ex segretario regionale della Sanità veneta, Giancarlo Ruscitti.

Gianluca Amadori

 

Dal Pd veneziano siluro alla Serracchiani

PORTO E POLEMICHE – La vice Renzi non considera strategico lo scalo lagunare

EMANUELE ROSTEGHIN «La vera sfida è all’Europa bisogna unire l’Alto Adriatico»

Simionato: «Sbaglia a fomentare la concorrenza con Trieste»

L’ex vicesindaco «Non possiamo essere relegati a scalo di serie B»

Bordate alla Serracchiani. Il Pd veneziano all’attacco

«Non c’è porto senza Venezia e non c’è Venezia senza porto. Chi tenta di dire il contrario è fuori strada». Sandro Simionato, ex vice sindaco ed esponente di spicco del Pd veneziano dice a Debora Serracchiani che le sue idee in laguna non passeranno. La vice segretaria nazionale del Partito democratico e governatrice del Friuli Venezia Giulia non perde l’occasione per dire che tra i porti più importanti d’Italia c’è Trieste e non Venezia, e che il nuovo port offshore al largo di Malamocco non si deve costruire. Il fatto è che, senza il porto in mare aperto, lo scalo veneziano è destinato un po’ alla volta a morire perché già oggi le navi più grandi in circolazione per il mondo non riescono ad entrare a causa dei fondali dei canali, che sono stati scavati ma oltre la profondità di 12 metri non si può andare, e perché le dighe del Mose impediscono l’operatività 365 giorni l’anno.

«Il Pd territoriale è assolutamente contrario a quel che dice la Serracchiani e mi auguro che il Governo ne tenga conto – continua Simionato che è anche candidato al Consiglio regionale del Veneto nelle file dei Democratici -. È profondamente sbagliato continuare a fomentare la concorrenza tra i porti italiani perché bisogna avere una visione più ampia della tenuta dell’intero sistema portuale italiano e, per quel che ci interessa, di quello dell’Alto Adriatico. Casomai si deve parlare della concorrenza con i porti del nord Europa. E in quest’ambito chiudere il porto di Venezia o relegarlo a scalo di serie B, come vorrebbe la Serracchiani, è controproducente per tutti».

E lo stesso Emanuele Rosteghin, segretario comunale del Pd, conferma che il Partito è tutto con il porto: «La sfida vera è fare sinergia tra i porti dell’Alto Adriatico perché ciascuno di questi ha caratteristiche specifiche, e devono fare massa critica, con al centro Venezia, per affrontare la competizione con i porti del nord Europa».

La vice di Matteo Renzi nel Pd, una settimana fa al meeting dei Giovani di Confindustria del Nordest Trieste ha anche detto che, in un periodo di scarse risorse, bisogna “rammendare l’esistente”. Gli operatori portuali veneziani e i Sindacati le hanno già risposto per le rime. E Sandro Simionato ribadisce che «non si può frenare chi, come Venezia, ha già fatto grossi investimenti per ammodernare il proprio scalo e per prepararsi ad affrontare il futuro». Mentre altri scali, come Trieste, gli investimenti hanno appena cominciato a farli.

L’ex vice sindaco, oltretutto, ricorda che il porto commerciale di Venezia «ha un ruolo fondamentale nella strategia europea dei trasporti, ed è al pari importante per le aziende del Veneto. Parlare, quindi, solo di ricucitura del’esistente mi sembra senza senso. E quel che sto dicendo è indipendente dal discorso sulle grandi navi turistiche, che è un’altra questione altrettanto urgente e essenziale da affrontare».

 

Nuova Venezia – Mose, Mazzacurati non si presenta in aula

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26

mar

2015

L’udienza slitta al 22 aprile, il rebus dell’audiocassetta con la sua deposizione. Matteoli: si vota il 1 aprile

MESTRE – Tutto rinviato al 22 aprile. Naturalmente, ieri pomeriggio, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati non si è presentato, come del resto aveva anticipato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, presentando una voluminosa documentazione medica sull’impossibilità dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova di partire dalla California per raggiungere l’aula bunker di Mestre.

Neppure i due indagati, l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Pdl Lia Sartori si sono presentati, ma c’erano i loro avvocati, che avevano chiesto l’interrogatorio del grande accusatore attraverso l’incidente probatorio. I difensori hanno chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che aveva accolto la loro richiesta, del tempo per visionare la documentazione sanitaria e soprattutto la cassetta registrata lo scorso settembre, quando il Tribunale dei ministri di Venezia ha chiesto una rogatoria negli Stati Uniti e un giudice californiano aveva interrogato Mazzacurati. Allora le domande vertevano sulle accuse che l’ingegnere aveva lanciato, durante i primi interrogatori davanti ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, contro l’ex ministro e ora parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli.

Il giudice Scaramuzza l’ha chiesta e ottenuta dalla Procura per farsi un’idea sulle condizioni di salute di Mazzacurati e, dunque, per avere più strumenti per decidere. Ora, anche i difensori di Orsoni e Sartori vogliono quella cassetta. I pm Ancilotto e Buccini non si sono opposti e il giudice ha rinviato al 22 aprile, concedendo documenti e cassetta agli avvocati. Quel giorno dovrà decidere se nominare un medico legale che valuti le carte presentate dal difensore dell’ex presidente del Consorzio, in modo che sia quest’ultimo a dire che a causa dell’età avanzata, della depressione e della grave patologia cardiaca non solo Mazzacurati non può affrontare il lungo viaggio transoceanico, ma non è addirittura più un testimone attendibile.

Oppure potrebbe anche affermare che la documentazione medica presentata è sufficiente per sostenere che l’ingegnere non può affrontare il trasferimento, così i verbali dei suoi interrogatori resi ai pubblici ministeri saranno acquisiti agli atti del fascicolo processuale e non rimarranno semplicemente tra le carte dei pubblici ministeri.

La prossima scadenza del procedimento per la corruzione per il Mose è dunque quella dell’1 aprile a Palazzo Madama: quel giorno, infatti, il Senato dovrà votare per concedere o meno alla Procura veneziana l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Ambiente e attuale senatore Altero Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

SCANDALO APPALTI

LA NUOVA PROVA – Lettera riservata di Lupi con le grandi priorità nelle mani dell’ingegnere

INQUIRENTI «Il ministro alle Infrastrutture prendeva ordini dal suo manager»

INTERROGATORIO – L’imprenditore nega le accuse: «Ma io i lavori li ho realizzati»

INCALZA AL TELEFONO  «Con il Mose a Venezia commissariato anche il nostro ministero»

Una lettera su carta intestata del ministro Maurizio Lupi con indicate grandi opere per oltre nove miliardi di euro. A trovarla sono stati i carabinieri del Ros durante le perquisizioni effettuate nell’ambito dell’inchiesta fiorentina su corruzione e appalti. Era nel trolley di Stefano Perotti, l’ingegnere dai 19 incarichi, considerato “il braccio esecutivo” di Ercole Incalza, mega manager del ministero delle Infrastrutture.

Un documento considerato importante, perché contenuto in una cartellina della Struttura tecnica di missione, ma soprattutto perché indica nel dettaglio i lavori che dovevano passare al vaglio del Cipe. Tanto che la lettera è indirizzata al sottosegretario Luca Lotti che ha la delega sul Comitato interministeriale per la programmazione economica. Come mai Perotti l’aveva con sé? Il sospetto è che, in realtà, fosse proprio lui a preparare i documenti per le opere che andavano finanziate dal Governo.

Ieri, l’imprenditore è stato sottoposto a interrogatorio di garanzia. Il suo avvocato Roberto Borgogno chiarisce che «ha risposto a tutte le domande, dando i chiarimenti necessari, che è stato lucido e razionale, e ha spiegato molte delle cose di cui tratta l’inchiesta».

Più di tre ore davanti al gip Angelo Pezzuti e al pm Giuseppina Mione, durante le quali avrebbe evidenziato anche le attività operative delle sue società. Sembra, però, che su una cosa l’indagato abbia tenuto a insistere: «Non è vero che ci sono lavori che non ho realizzato, ma come si può pensare a una cosa del genere – ha insistito con i magistrati – La mia società ha 190 dipendenti, le prestazioni sono pagate in base alla presenza in cantiere. La gente da far lavorare ce l’ho»

. A conclusione il legale ha chiesto la revoca degli arresti in carcere, o in alternativa la modifica della misura. Il giudice si è riservato di decidere.

Il ruolo di Perrotti, però, il suo rapporto privilegiato con Incalza emerge da ogni atto dell’inchiesta. I due si conoscono da vecchia data, così come con Maurizio Lupi, con il quale hanno cominciato a frequentarsi sin dal 2000. Questa amicizia avrebbe così tanto condizionato l’attività del ministro da sembrare Perotti e Incalza i veri capi del dicastero. Lupi non muove un passo senza che Incalza gli spieghi, lo autorizzi.

È del 22 dicembre la conversazione intercettata tra Lupi e il manager. Il primo chiede cosa deve fare una volta che è stato approvato nella Legge di stabilità l’emendamento che conferma sino al 31.12.2015 i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa in essere.

«Senti una cosa, ti devo chiedere questo, dovremmo ragionare sulla Struttura tecnica di missione… nel senso che con questa proroga mi devi spiegare che cazzo facciamo. Cioè, operativamente che cosa devo fare? Devo spostarla? Devo metterla?»

E Incalza: «Niente, perché la norma consente il mantenimento delle persone che ci sono… rimane così. Bisogna fare un provvedimento tuo, un D.M. (decreto ministeriale, ndr)».

«Dopo pochi minuti – scrivono i carabinieri del Ros – l’ingegner Incalza, a nome del ministro, segnala a Paolo Emilio Signorini la necessità di dover predisporre il decreto.

«Ciao sono Ercole, mi ha chiamato Lupi, dice che ci vediamo un attimo per sapere come bisogna fare il provvedimento interno nostro», Signorini: «Ma come va?».

Incalza ride, finge di non sentire: «Pronto?». E l’altro: «Ma… e la teoria “quieta non morire?”».

Probabilmente Signorini si riferisce al detto latino “non agitare ciò che è calmo, ma calma ciò che è agitato. «No, no – il manager ride – non è…».

La fine del rapporto decennale con il ministero di Porta Pia si avvicina e a Incalza non sembra andare molto giù, tanto che il 30 gennaio scrive un sms a un’amica: «Oggi sono triste perché è l’ultimo giorno che vengo. Da lunedì in poi verrò solo se chiamato. Domani sentiamoci».

In realtà, nonostante il manager traslochi di fatto con tutti i suoi scatoloni alla società che divide con Stefano Perotti, la Green field spa, mantiene una stanza alle Infrastrutture, oltre alla delega sui lavori in Libia.

La sensazione, comunque, è che l’aria stia cambiando. La presenza di Raffaele Cantone all’Autorità anticorruzione non sembra andare proprio a genio al manager. Tanto che parlando con una collega commenta negativamente le iniziative dell’ex pm, sottolineando che, di fatto, il commissariamento del Mose è una sorta di commissariamento delle Infrastrutture.

«Quando è stato commissariato il Mose – afferma – mi sono permesso di dire che avevano commissariato il ministero… e tutti gli imbecilli che mi circondavano dicevano: “ma non c’è scritto nella lettera” (ride). È spaventoso però, perché questo è il modo… guarda che lo mettono, è un aut-aut eh!».

Cristiana Mangani

 

Nuova Venezia – Mazzacurati citato in aula: non arrivera’

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21

mar

2015

Mose, la difesa: è malato, non può lasciare gli Usa. Caso Matteoli: il 1. aprile il Senato vota sulle indagini

VENEZIA – Per il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha un ruolo fondamentale nell’ipotesi d’accusa nei confronti dell’ex sindaco lagunare Giorgio Orsoni; dunque, la richiesta dei difensori di quest’ultimo, quella di poter contro interrogare l’ingegnere, va accolta.

Così, nei giorni scorsi, il magistrato ha avvertito agli avvocati Francesco Arata e Carlo Tremolada di aver convocato nell’aula bunker di Mestre per mercoledì alle 16 Mazzacurati perché risponda alle loro domande e a quelle dei pmi.

L’ex presidente del Consorzio avrebbe già dovuto presentarsi il 9 marzo scorso per rispondere alle domande poste dai legali dell’ex europarlamentare Lia Sartori ma il difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha presentato una consulenza medico legale nella quale si sostiene che negli ultimi mesi l’84enne ingegnere ha subito un decadimento psicofisico e cognitivo notevole e che, soprattutto dopo la morte del figlio Carlo, è caduto in depressione e soffre di deficit di memoria, confonde i ricordi. Il medico legale di Modena Ivan Galliani sostiene addirittura che ora è «inattendibile come testimone».

Insomma: non può spostarsi dalla California, dove si trova ora con la moglie, a causa di una grave patologia cardiaca che sconsiglia il viaggio in Italia. Il giudice Scaramuzza si era preso del tempo per decidere e aveva riconvocato le parti alle 15 del 25 marzo in aula bunker, quel giorno comunicherà la sua decisione, se cioè accoglie le tesi del difensore dell’ex presidente del Consorzio e chiude definitivamente la pratica Mazzacurati (in questo modo pm e avvocati delle parti discuteranno se i verbali degli interrogatori resi ai rappresentanti della Procura dovranno o meno finire nel fascicolo del giudice) o disporrà una perizia medico-legale sulle sue condizioni.

La presidenza del Senato, intanto, ha fissato la data del 1. aprile per il voto in aula dell’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture e attuale parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli. È indagato per corruzione, anche lui avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di euro da Mazzacurati e la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha già dato il suo via libera ora tocca all’aula. Se, come si prevede, la decisione sarà positiva, la Procura di Venezia potrà proseguire le indagini sul suo conto.

Giorgio Cecchetti

 

Zitelli: «Ha spinto il progetto dello scavo sui binari della Legge Obiettivo. Renzi dia un segnale»

Claut: «Ipotesi naufragata e ora il Porto propone terminal a San Nicolò e sublagunare: assurdo»

Ercole Incalza deus ex machina del ministero delle Infrastrutture e delle grandi opere in laguna. Con il governo Berlusconi, il governo Monti, poi Letta e adesso Renzi. Incalza ha seguito da vicino la vicenda del Mose. Ma anche quella delle grandi opere e delle grandi navi.

«Ha fatto il bello e il cattivo tempo al ministero», accusa Andreina Zitelli, docente Iuav ed esperta di Valutazioni di impatto ambientale, «deformando a piacimento l’interpretazione delle norme».

Parole pesanti, che secondo Zitelli sono ampiamente documentabili. «L’ultimo esempio», scrive la docente, «il caso dello scavo del nuovo canale Contorta.

Contro ogni evidenza e gli stessi verbali della Conferenza Stato-Regioni», continua, «è stato Incalza a sostenere che l’Autorità portuale e il suo presidente Paolo Costa potevano presentare il progetto con le procedure speciali e accelerate della Legge Obiettivo».

«Sempre attraverso Incalza», dice ancora la Zitelli, «l’allora presidente del Consiglio Enrico Letta sosteneva la preminenza del progetto Contorta e l’urgenza di passare subito alla sua realizzazione».

Rispondendo a una richiesta del direttore dell’Ufficio Via del ministero per l’Ambiente Mariano Grillo, Incalza precisa con una lettera inviata il 9 ottobre scorso che «l’intervento di adeguamento del canale Contorta rientra nel programma delle infrastrutture strategiche, come da richiesta della Regione Veneto, nell’ambito degli interventi per la sicurezza dei traffici delle grandi navi nella laguna di Venezia» e che «il soggetto attuatore per quel progetto è l’Autorità portuale».

«Il premier Renzi deve cogliere l’occasione per distinguersi: Lupi e Galletti sono ministri la cui immagine è compromessa».

Affare Contorta per cui proprio nei giorni scorsi il Porto ha inviato a Roma le risposte alle 27 pagine di Osservazioni della commissione Via. Ma l’ipotesi sembra piuttosto difficile da realizzare.

«Per questo a Miami il presidente Costa ha presentato il suo piano B», dice Luciano Claut, assessore grillino a Mira e autore di una proposta alternativa per un terminal galleggiante a San Nicolò, «propone di realizzare un nuovo porto davanti alla spiaggia di San Nicolò con collegamento sublagunare a Tessera.

«Un piano iperbolico nei costi, nei tempi e negli impatti, con dragaggi immensi e trasformazioni ciclopiche. Che non risolverebbe il problema della portualità».

Intanto la stagione croceristica si avvicina e le soluzioni non si trovano. Oltre al Contorta e al Lido è in pista anche Marghera. Si dovrà attendere adesso la nuova amministrazione comunale.

Alberto Vitucci

 

Gazzettino – Grandi opere, tangenti: 4 arresti

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17

mar

2015

Dall’inchiesta sul Mose all’architetto con base a Padova, dall’impresa De Eccher all’alta velocità: ecco tutti i legami con il Nordest.

Il monsignore, l’architetto e il costruttore: i legami a Nordest

MAZZETTE – Tangenti per le grandi opere, quattro arrestati e 51 indagati. Inchiesta su Expo e Tav. Tra gli arrestati, Ercole Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. Ci sono legami anche con il Mose.

NEL MIRINO – La bufera si abbatte sul ministro Lupi, ci sarebbero incarichi e un Rolex anche al figlio. La replica: «Non ho mai chiesto nulla».

IL BLITZ Bufera sul ministro Lupi: incarichi e un Rolex al figlio. La difesa: «Non ho mai chiesto nulla»

Grandi opere, tangenti: 4 arresti

Inchiesta su Tav e Expo: in carcere Incalza, supermanager dei Lavori pubblici. I legami con il Mose

SCANDALO appalti

Quattro arresti e 51 indagati, in cella anche il supermanager dei Lavori pubblici Incalza

La difesa: «Non ho mai chiesto nulla per lui»

FIRENZE – Coinvolti parlamentari e anche ex sottosegretari negli incarichi pilotati

LE STIME – Nel mirino infrastrutture per 25 miliardi: corruzione valutata tra l’1 e il 3%

Grandi opere, tangenti e favori

Il «sistema»: così gli investigatori hanno chiamato quell’inesauribile spinta alla corruzione che continua ad avvilire tutte le grandi opere del nostro Paese. Questa volta a finire in manette è Ercole Incalza, direttore della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, uomo sopravvissuto a tutte le stagioni, passato indenne da 14 inchieste. La procura di Firenze, che ha condotto l’indagine insieme al Ros dei Carabinieri, ha ottenuto la misura cautelare, con accuse che vanno dalla corruzione alla turbata libertà degli incanti, anche per altre tre persone: l’imprenditore Stefano Perotti, il presidente di Centostazioni spa (Gruppo Fs) Francesco Cavallo e il collaboratore di Incalza Sandro Pacella, questi ultimi due ai domiciliari. Non mancano tra i 51 indagati ex sottosegretari e parlamentari. Scrive il gip: «La particolare gravità della vicenda si avverte laddove risulta evidente che, di fatto, Stefano Perotti, direttamente o per il tramite delle società a lui riferibili, non svolge neppure gli incarichi che gli sono stati affidati o li esegue con modalità tali da non giustificare gli enormi proventi che percepisce». Ieri gli uomini del colonnello Domenico Strada hanno perquisito gli uffici degli indagati e le imprese coinvolte. «Impossibile quantificare la cifra esatta della corruzione – hanno spiegato gli investigatori – si aggira comunque tra l’1 e il 3% dei 25 miliardi di opere». Dalle principali nuove tratte ferroviarie, in particolare l’Alta velocità, all’autostrada Civitavecchia-Orte, a quella Eas Ejdyer-Emssad in Libia, fino al Palazzo Italia dell’Expo 2015. Perotti veniva sempre imposto come direttore dei lavori, in forza del suo antico rapporto con Incalza. Così, insieme al funzionario, avrebbe intascato più di 70 milioni di euro.

Al centro del sistema, la Green Field di Perotti, dove, ha spiegato il procuratore, Incalza aveva “un coinvolgimento diretto”. Dalle carte emerge che Incalza, tra il ’99 e il 2008 «ha percepito compensi dalla Green Field Systems srl per 697.843,50 euro, costituendo per il manager la principale fonte di reddito negli anni dal 1999 al 2012». È lo stesso gip a sottolineare che Incalza «ha guadagnato più dalla Green Field che dal ministero delle Infrastrutture». Dal 2001 al 2008 il suo collaboratore Pacella ha intascato 450.147 euro.

Nelle carte è citato più volte il ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, che avrebbe ricevuto da Cavallo un vestito “sartoriale”, mentre il figlio Luca un Rolex, oltre agli incarichi lavorativi. Tra gli indagati Vito Bonsignore, ex presidente del gruppo Ppe, coinvolto sul fronte dell’appalto per la Orte-Mestre, Rocco Girlanda, ex sottosegretario ai Trasporti, o Antonio Bargone, un altro ex sottosegretario poi presidente della autostrada Sat. Per l’accusa, le società consortili aggiudicatarie degli appalti relativi alle “Grandi opere” erano «indotte da Incalza a conferire a Perotti, o a professionisti e società a lui riconducibili, incarichi di progettazione e direzione di lavori garantendo di fatto il superamento degli ostacoli burocratici». Perotti, «quale contropartita, avrebbe assicurato l’affidamento di incarichi di consulenza e/o tecnici a soggetti indicati da Incalza, destinatario anch’egli di incarichi lautamente retribuiti». La società metro C ha sospeso Perotti da direttore dei lavori di una tratta della linea. Gli incarichi erano conferiti dalla Green Field, società affidataria di direzioni lavori. A Francesco Cavallo «veniva riconosciuto da Perotti una retribuzione mensile di circa 7mila euro per la sua illecita mediazione». Le Grandi opere sarebbero state oggetto «dell’articolato sistema corruttivo che coinvolgeva dirigenti pubblici, società aggiudicatarie degli appalti ed imprese esecutrici».

Cristiana Mangani

 

L’INCHIESTA VENEZIANA

Le fatiche di Ercole per il Mose

Così trattava con Mazzacurati

Intercettati colloqui sulla scelta del Magistrato alle acque

Il “preferito” dai due manager poi promosso al ministero

NUOVO FRONTE – Grandi navi, per il tracciato scontro con gli ambientalisti

Le telefonate intercettate con l’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, per assicurare alla guida del Magistrato alle acque un funzionario “amico”. E poi il ruolo giocato a favore del canale Contorta, come alternativa per il passaggio delle grandi navi in laguna. Il nome di Ercole Incalza, l’alto funzionario arrestato ieri su ordine della Procura di Firenze, compare anche in storie emblematiche di grandi opere veneziane. E come non potrebbe, visto il ruolo ricoperto da questo ingegnere brindisino, classe 1944, rimasto al vertice del ministero delle Infrastrutture per ben 14 anni, fino al 31 dicembre scorso, con 7 governi e 5 ministri diversi. Approdato, da socialista, al ministero dei Trasporti con Claudio Signorile, coinvolto in varie inchieste, da Tangentopoli in poi, ma sempre uscito indenne. L’ultima proprio questa sull’alta velocità a Firenze.

A Venezia, ovviamente, Incalza si è occupato di Mose. Non è indagato nell’inchiesta che ha scoperchiato il cosiddetto sistema Mose, ma il suo nome compare più volte nelle intercettazioni telefoniche. Pare un referente di Mazzacurati a Roma, anche se non risulta a libro paga. «Alcuni i soldi non li vogliono» dirà poi il presidente del Cvn ai pm. Nel 2013, quando deve cambiare il Magistrato alle acque, Mazzacurati si sente a più riprese con Incalza. «Ti volevo dire che… per quanto riguarda il nuovo magistrato alle acque, verrà Signorini». «Ah bene!» ribatte Mazzacurati. Poi però la nomina non va in porto, per il Cvn c’è il rischio che arrivi Fabio Riva. «Non va bene – si sfoga Mazzacurati con Incalza -… è una persona… un mezzo disastro… è un uomo fatto in un certo modo». Passaggi che non sfuggono al Movimento 5 stelle che, già a luglio, subito dopo gli arresti per il Mose, chiede al ministro Lupi la rimozione di Incalza perché il suo nome «è apparso nelle intercettazioni dell’inchiesta su Mose, Expo, indagato dalla Procura di Firenze per la Tav». Lupi lo difende, sostenendo che «ha vinto ben tre concorsi pubblici per ricoprire quel ruolo». Poi, dopo il pensionamento a fine anno, lo sostituisce proprio con quel Signorini, anche lui non indagato a Venezia, ma che dalle intercettazioni risulta non solo gradito a Mazzacurati, ma anche beneficiario di una vacanza omaggio in Toscana con famiglia, nel 2011, tutto a spese del Cvn.

Altro fronte veneziano, quello del canale Contorta. A ricostruire il ruolo avuto da Incalza nell’iter del progetto è l’ambientalista veneziana Andreina Zitelli, candidata alle prossime regionali con il Pd. «Incalza è stato il deus ex machina del ministero delle Infrastrutture dal primo governo Berlusconi fino all’attuale governo Renzi. Ha fatto il bello e il cattivo tempo deformando a piacimento l’interpretazione delle norme – accusa -. Nel caso Contorta è stato Incalza a sostenere che Costa poteva presentare il progetto in Legge obiettivo». In particolare c’è una lettera che il funzionario scrive al collega dell’ambiente. «È attraverso Incalza che l’allora presidente del consiglio Enrico Letta sosteneva la preminenza del progetto del Contorta e l’urgenza di passare subito alla realizzazione» continua Zitelli che ora chiede a Renzi la sostituzione di Lupi e Galletti, «ministri la cui immagine è compromessa, incapaci di governare le loro materie e le loro strutture».

IL RETROSCENA – Nelle carte spuntano i presunti regali

Il ministro Lupi nella bufera «Rolex e incarichi al figlio»

ROMA – Che la giornata si preannunciasse difficile era chiaro fin dal mattino. Sono le 8.30 quando le agenzie battono la notizia della maxi operazione dei carabinieri del Ros con 4 arresti e oltre 50 indagati nell’ambito di un’inchiesta sugli appalti nelle grandi opere: tra gli arrestati c’è il super dirigente del Ministero delle infrastrutture, ora consulente esterno, Ercole Incalza; tra gli indagati anche politici, anche se non di «primissimo piano». Il ministro Maurizio Lupi, da quasi due anni alla guida del Dicastero, lo apprende leggendo i siti internet dalla sua abitazione a Milano.

Sulla sua agenda per la giornata ci sono tre appuntamenti, tutti in Veneto, per incontri con gli amministratori locali e il mondo economico, con un inevitabile coté elettorale. Il ministro decide di confermarli. Ma nel corso della giornata dovrà occuparsi anche dello scandalo tangenti e della bufera che si scatena intorno a lui. Lupi assicura «massima collaborazione del governo all’accertamento delle responsabilità» e difende Incalza, «una delle figure tecniche più autorevoli che il nostro Paese abbia». Ma mentre si sposta in Veneto, a Belluno e poi Treviso, le cose si complicano. Si apprende che, secondo l’ordinanza del giudice di Firenze, uno degli imprenditori arrestati, Stefano Perotti, «ha procurato degli incarichi di lavoro al figlio» del ministro, Luca Lupi; inoltre, gli arrestati avrebbero regalato un vestito sartoriale per il ministro e un Rolex da 10mila euro al figlio in occasione della laurea.

«Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio. Non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato», assicura il ministro, precisando che il suo secondogenito, Luca, (gli altri sono Andrea, il maggiore, e Federica) lavora a New York e, considerato il suo curriculum, non aveva bisogno di favori. Nel frattempo dalla politica arrivano le inevitabili richieste di dimissioni, dagli M5S ai Verdi.

E dall’ordinanza emerge che Lupi partecipò, con due membri della scorta, ad una cena a casa di Perotti. La cena avvenne il 14 settembre del 2013 e due giorni dopo la moglie dell’imprenditore, Christine, indagata anche lei, racconta alla sorella come è andata: «Finalmente sono andati via… anche se è stato bello…però molto impegnativo…perché sai erano in otto…con due guardie del corpo». I rapporti tra il ministro e Perotti, scrive il gip, «sono assidui e frequenti»: il 13 novembre del 2014, ad esempio, Perotti avvisa la moglie di aver ricevuto una chiamata da Lupi che, insieme ad altre persone, sarà loro ospite a Firenze. E il 29 novembre Lupi e il figlio Luca sono invece attesi per partecipare alla maratona in programma il giorno dopo.

 

ALTA VELOCITÀ – Nel mirino i lavori sulla Milano-Verona

Il monsignore al telefono: diamo una mano

L’ex delegato pontificio alla Basilica del Santo intercettato mentre parla di appalti. Ma non è inquisito

Dalla Basilica del Santo alle grandi opere. L’inchiesta della procura di Firenze su Alta velocità ed Expo tocca anche un personaggio piuttosto noto a Padova: monsignor Francesco Gioia l’ex delegato pontificio per la Basilica rimosso dal suo incarico a fine luglio del 2013 da papa Bergoglio. Gioia in questa indagine non risulta indagato, ma non è del tutto nuovo alle disavventure giudiziarie: a settembre del 2014 finì sotto inchiesta per un presunto abuso edilizio in un palazzo di proprietà della Basilica del Santo in via Orto Botanico 1 in cui sono stati realizzati, secondo l’accusa, cinque mini appartamenti da 35 metri quadrati l’uno senza alcuna concessione edilizia da parte del Comune.

Nell’inchiesta che ha portato all’arresto di 4 persone, monsignor Gioia, secondo la procura toscana, si sarebbe attivato come tramite per dare una “mano” all’appalto “Palazzo Italia” dell’Expo. Secondo quanto risulterebbe dalle carte della procura toscana il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di “Palazzo Italia”, monsignor Gioia «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società “Italiana Costruzioni”, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti, arrestato, la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono». Monsignor Gioia dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con uno dei fratelli Navarra dobbiamo dargli una mano per introdurli lì presso il responsabile». Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto». Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Marco Aldighieri

 

L’ARCHITETTO – Nei guai Brouwer, olandese residente nel Padovano per un progetto in Sardegna

L’IMPRENDITORE – De Eccher (non indagato) avrebbe cercato aiuto per l’azienda interdetta. Dai manager ai professionisti i legami col sistema Nordest

INDAGATO – Willem Brouwer, 60 anni.

Un architetto olandese residente a Padova, indagato per un appalto in Sardegna. Una manciata di imprenditori che hanno fatto affari e parlavano allegramente al telefono con gli inquisiti dell’operazione “Sistema” (ma nessuno di loro è coinvolto). E sullo sfondo il Mose, lo scandalo degli scandali, che ha sfiorato il super manager Incalza per i suoi rapporti con Giovanni Mazzacurati. Al punto che il ministro Maurizio Lupi sarebbe intervenuto in Parlamento per spiegare l’estraneità del potente funzionario leggendo una risposta preparata proprio dal difensore di Incalza. L’ordinanza che colpisce il sistema delle Grandi Opere in Italia arriva anche a Nordest dove alcune perquisizioni sono state affettuate ieri a Padova e Udine.

L’ARCHITETTO. Willem Brouwer, 60 anni, residente a Selvazzano Dentro è un olandese che ha fatto fortuna nel Padovano. È finito nei guai per presunti interventi (nel 2014, in concorso con Stefano Perotti e Francesco Cavallo) che avrebbero alterato il procedimento aministrativo avviato presso l’Autorità Portuale del Nord Sardegna, per stabilire il contenuto del bando «per la progettazione definitiva e la direzione dei lavori del nuovo terminal del porto di Olbia». Perotti e Brouwer erano in associazione temporanea d’impresa.

IL MINISTRO E IL MOSE. L’inchiesta sul Mose e il Consorzio Venezia Nuova ha sconvolto tanti equilibri anche a Roma. Al punto da indurre il ministro Lupi a intervenire in difesa di Incalza. Lo scrive il gip. «Il ministro è spesso intervenuto in favore di Incalza, prendendone le difese. Dalla telefonata n. 169 del 2 luglio 2014, tra Antonio Incalza e Sandro Pacella (collaboratore di Ercole Incalza, ndr), emerge che la difesa di Incalza effettuata dal ministro Lupi in sede di interrogazione parlamentare sia stata scritta dal difensore di fiducia di Incalza, avvocato Titta Madia». Il riferimento è a un’interrogazione di Michele Dell’Orco (M5s)) che ricostruiva i rapporti tra Incalza e Mazzacurati (per le nomine al Magistrato alle Acque) e il regalo di una vacanza in Toscana.

LA RISPOSTA DI LUPI. Il ministro difende Incalza, dicendo che non è indagato e che da altre inchieste ne è uscito «sempre prosciolto o archiviato». Il risvolto è velenoso. Lo stesso giorno Pacella parla al telefono della risposta di Lupi: «… ha letto quello che ha scritto Titta… quindi non c’è stato problema… i soliti rompimentio di…».

L’IMPRESA DE ECCHER. C’è un capitolo ricco che riguarda Claudio De Eccher, il costruttore friulano. La società, mentre era impegnata sul cantiere della Scala a Milano, ha assunto il figlio dell’ing. Antonio Acerbo, manager dell’Expo finito in carcere l’anno scorso. De Eccher aveva ottimi rapporti con Franco Cavallo, ieri arrestato. Scrive il gip: «Il 3 marzo 2014 De Eccher, chiama Cavallo, e premettendo di far parte del direttivo dell’Associazione Industriali di Venezia, gli prospetta la necessità di invitare il ministro Lupi a un convegno sul tema dell’ingresso in laguna delle grandi navi. Cavallo assicura il suo interessamento». De Eccher sta costruendo un ospedale in Algeria. Cavalli si complimenta con lui. Il gip accenna poi a un tentativo di De Eccher di arrivare al ministro Angelino Alfano quando fu sottoposto a misura di prevenzione dal Prefetto di Udine. «Il 16 luglio 2014 De Eccher ha informato Cavallo della misura di prevenzione. Rivolge a quest’ultimo una precisa richiesta: “A questo punto te lo chiedo in modo molto…come dire? Deciso… bisogna che tu ne parli e che ne parliate anche con il Ministero degli Interni”». Cavallo gira una mail di De Eccher a Lupi. Poi gli parla e scrive all’imprenditore: «Ho parlato con lui… aveva già parlato sia con l’avvocato sia con Angelino…».

ALTA VELOCITÀ. Gli affari della “cricca” hanno delle propaggini anche in Veneto. Il primo capo d’imputazione (induzione indebita a promettere o dare utilità) riguarda la linea ferroviaria dell’Alta Velocità Milano-Verona, che ha come general contractor il Consorzio Eni per l’Alta Velocità. Gli investigatori spiegano che di esso faceva parte anche la vicentina Impresa Costruzioni Giuseppe Maltauro e che nel consiglio direttivo siedono anche due veneti (nessuno è indagato), il bellunese Giancarlo Pierobon, direttore tecnico della Maltauro e il trevigiano Giampaolo Tita (residente a Tombolo), direttore tecnico di Condotte spa.

IL COVECO. Il secondo capo d’imputazione riguarda il bando di gara per la costruzione di Palazzo Italia per Expo 2015 a Milano. La gara sarebbe stata turbata e se la aggiudicò l’impresa Italiana Costruzioni che era in Ati con il Consorzio Veneto Cooperativo (Coveco), che fu coinvolto nel ciclone Mose. Nessuna ipotesi di reato a carico di uomini del Coveco, che vengono però citati in alcune intercettazioni telefoniche.

 

L’OPINIONE – Il caso Lupi diventa una bella gatta da pelare per tutto il governo

Silenzio. Nessuna parola a difesa. Nessuna solidarietà, come usa in questi casi, quasi il minimo sindacale. Niente. Dal governo, dal premier Matteo Renzi, non è arrivata neanche una parola a difesa di Maurizio Lupi, il ministro finito non sotto inchiesta, ma sotto i riflettori per l’affaire Incalza legato ad appalti sospetti sulle grandi opere. Il barometro segnala gelo da palazzo Chigi nei confronti del ministro delle Infrastrutture. Il governo non si impicca su Lupi. Renzi non ne ha fatto parola neanche alla riunione al Nazareno con i suoi parlamentari: in discussione erano le unioni civili, e il premier segretario solo a quelle si è attenuto.

Ma il tema era troppo caldo e incalzante per non avere risposte. Sicché, informatosi sulle carte fin qui emerse (l’inchiesta parte da Firenze ed è soltanto agli inizi), mettendo insieme quanto già sapeva e aveva riscontrato, Renzi con i suoi è stato alquanto esplicito: «Certo, politicamente Maurizio non è facile da sostenere». E poco dopo, sempre ai suoi: «Nei prossimi giorni ne sapremo di più, ma un problema c’è, rimane». Non è una condanna giudiziaria o morale, più che altro appare come una presa d’atto di insostenibilità politica. «Siamo a inizio inchiesta, prematuro trarre elementi di colpevolezza per il ministro e il governo», la posizione del sottosegretario Graziano Del Rio.

Neanche da Angelino Alfano, che di Lupi è pur sempre il leader politico, è giunta una parola una a difesa del ministro. Dall’Ncd sono arrivate in serata prese di posizione tese a stigmatizzare la cosiddetta «macchina del fango», ma nessuna dichiarazione di quelle che mettono la mano sul fuoco sull’innocenza. Per tutti, Gaetano Quagliariello, che di Ncd è il coordinatore: «Sì alla trasparenza, no al fango nel ventilatore, la lotta agli abusi si conduce anche con la serietà e la civiltà». Dichiarazioni anche da altri centristi come Cicchitto, Di Girolamo, Sammarco, Bianconi. E lui, il ministro sotto scopa? La parola dimissioni Lupi non la vuole neanche sentire nominare, e infatti non la nomina. Il responsabile delle Infrastrutture ha informato di avere espresso «massima disponibilità» verso la magistratura e le inchieste connesse, aggiungendo che «le grandi opere vanno realizzate» e che «ognuno risponderà degli errori fatti, se li ha fatti, ma non possiamo fermare la grandi opere. Siamo al fianco della magistratura».

Una bella gatta da pelare, per Renzi e tutto il governo. Con un ministro in un ruolo chiave come le Infrastrutture, politicamente non del Pd ma del partito momentaneamente alleato in coalizione, l’Ncd, che guarda dall’altra parte, a Forza Italia in particolare, e che è stato più volte sul punto di scendere in campo contro il Pd, come quando si diffuse voce insistita di Lupi che intendeva candidarsi a sindaco di Milano con l’appoggio di Forza Italia. E poi, all’esterno, c’è la campagna di partiti e movimenti che fanno della lotta alla corruzione il loro ubi consistam. Ecco perché, a metà pomeriggio, Renzi continua a non parlare del caso Lupi ma fa parlare il suo tweet per trasmettere due concetti chiari e semplici per tutti: «Contro la corruzione proposte del governo: pene aumentate e prescrizione raddoppiata». Come a dire: il governo non ha nulla da imparare da altri in materia. Al punto che non esclude neanche di recarsi in Parlamento per fornire una informativa su tutta la vicenda grandi opere legata all’inchiesta. Le dimissioni, finora, sono state chieste dal M5S e da Tonino Di Pietro, che per l’occasione è tornato a farsi sentire anche per cognizione di causa, essendo stato ministro nello stesso dicastero di Lupi e potendo vantare di avere fatto allontanare Incalza da quell’ufficio. C’è poi Sel di Vendola che si prepara a chiedere ufficialmente le dimissioni, forse oggi stesso. C’è poi un assessore di Milano del Pd, Pierfrancesco Majorino, che chiede esplicitamente al suo partito di «aprire una riflessione», spiegando che anche se non c’è «nulla al momento di penalmente rilevante, però a livello nazionale e lombardo una riflessione si impone».

 

Ieri a Torino è stato consegnato il dossier dall’associazione Ambiente Venezia

«Lesi i diritti dei cittadini, ignorate le critiche». «Grandi navi, fuori le osservazioni»

VENEZIA – Un esposto sul Mose al Tribunale permanente dei popoli. Si riaccendono i riflettori sulla grande opera. Ieri a Torino una delegazione dell’associazione «Ambiente Venezia» ha consegnato al presidente del Tribunale Franco Ippolito un esposto che chiede l’apertura di un procedimento.

«Per accertare», si legge nel documento firmato da Armando Danella, Luciano Mazzolin, Stefano Micheletti e Stefano Fiorin, «se nell’iter del progetto Mose siano stati rispettati i diritti dei cittadini».

Il Tribunale dei popoli – di cui fanno parte i giudici Mireille Fanon Mendes France (Francia), Antoni Pigrau (Spagna), Roberto Schiattarella e Vladimiro Zagrebelsky (Italia) – ha aperto ieri i lavori della sessione dedicata a «Diritti fondamentali, partecipazione delle comunità e grandi opere». Conferenza deedicata alla Tav e alle grandi opere, tra cui il Mose.

«Riteniamo che il progetto Mose, in corso di realizzazione», dice Danella, «contenga in sè profili di violazione dei diritti fondamentali che oggi permangono».

Tra queste azioni, il comitato include «il contrasto dei movimenti di opposizione e e della comunità scientifica non asservita agli interessi di parte».

E le «mancate risposte alle critiche anche circostanziate della pubblica opinione. Soprattutto dopo che la magistratura ha rivelato quel clima malavitoso di corruzione, concussione e finanziamento illecito del Consorzio Venezia Nuova».

Infine una «manipolazione e omissione di dati e informazioni per alimentare la continuità dell’errore».

I comitati, già autori di altri esposti alla Procura, alla Corte dei Conti e all’Unione europea, chiedono ora che sia il Tribunale internazionale a pronunciarsi. Battaglia che continua, quella sul Mose e sulle garanzie che la collettività chiede per la sua realizzazione e la gestione e manutenzione, che costerà almeno 50 milioni di euro l’anno.

Comitati sul piede di guerra anche per quanto riguarda il canale Contorta, altra «grande opera» proposta dall’Autorità portuale per far entrare le grandi navi in laguna e farle arrivare alla Stazione Marittima dalla bocca di porto di Malamocco. In questi giorni l’Autorità portuale ha inviato al ministero per l’Ambiente le risposte alle 27 pagine di osservazioni della commissione Via.

«Risposte esaurienti», secondo il presidente Costa, «per un’opera che si dovrà fare comunque, essendo di pubblico interesse».

«L’unica cosa di pubblico interesse è che il governo rimuova il predente Costa», attacca Marco Zanetti di VeneziaCambia2015.

Andreina Zitelli ribadisce la richiesta che «vengano pubblicati i 300 file di integrazioni prodotti dal Porto». «È dovere del ministro Galletti, che deve tutelare la laguna e non la crocieristica».

Alberto Vitucci

 

Finanziamento illecito del partito: autorizzata l’estrazione di copia del fascicolo sul parlamentare e sul collega Mognato. I pm avevano chiesto l’archiviazione

VENEZIA – Un’istanza al giorno per gli avvocati di Giorgio Orsoni. Dopo quella presentata al giudice per l’autorizzazione ad essere presenti all’incidente probatorio con l’interrogatorio di Giovanni Mazzacurati o comunque ottenere la documentazione sanitaria in cui si spiega che non può sostenere l’interrogatorio, ieri in Procura è arrivata una seconda richiesta. Quella di poter prendere visione degli atti del procedimento nei confronti dei parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, per i quali i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno chiesto l’archiviazione dell’accusa in concorso nel finanziamento illecito del loro partito. Nel primo pomeriggio, comunque, il pm Ancilotto ha immediatamente autorizzato l’avvocato milanese Francesco Arata ad estrarre copia del fascicolo intestato ai due esponenti politici veneziani.

«È di tutta evidenza», scrive il difensore dell’ex sindaco lagunare, «l’interesse per la difesa Orsoni a conoscere l’intero fascicolo processuale relativo alle investigazioni a carico di Zoggia e Mognato, sol che si ponga attenzione al fatto che i predetti risultano essere sottoposti ad indagine proprio in veste di possibili concorrenti nell’ipotesi di illecito finanziamento ai partiti contestata a Giorgio Orsoni».

Nella richiesta firmata dai pubblici ministeri per quanto riguarda i due parlamentari del Pd si legge tra l’altro dalle indagini «è emerso un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio e dalle società a quello aderenti. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente Mazzacurati di finanziare sistematicamente tutti i partiti indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizione e al consolidamento di un consenso politico trasversale».

«Questo affresco», conclude il documento dei pm, «è sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità, ma anche per la corretta destinazione di beni comuni ed è solo in parte vulnerato dalla difficoltà di individuare con precisione gli ulteriori percettori finali delle somme illecitamente corrisposte; difficoltà che comporta l’impossibilità di iniziare un’azione penale ispirata ai principi della personalità della responsabilità e al ripudio dell’assioma della oggettiva responsabilità».

Ai difensori di Orsoni, comunque, interessa leggere i verbali degli interrogatori resi da indagati e testimoni.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Scandalo Mose. Dibattito al Rotary.

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14

mar

2015

Scandalo Mose, era evitabile che tutto accadesse di nuovo 20 anni dopo Tangentopoli? Una domanda questa a cui si è cercato di dare risposta con una vivace discussione nell’ultima conviviale del Rotary Venezia-Mestre che ha ospitato il giornalista Maurizio Dianese autore, assieme ai colleghi del Gazzettino Monica Andolfatto e Gianluca Amadori, del libro «Mose. La retata storica».

Ospite della serata anche il direttore del Gazzettino Roberto Papetti che per primo, sollecitato dalle domande del presidente del Rotary Mario Berengo e dei soci, ha offerto un’analisi del messaggio che cerca di lasciare al lettore il libro dei suoi tre giornalisti.

«Il valore di questo lavoro sta proprio nel suscitare alcune domande sui perché tutto questo è avvenuto – ha detto Papetti – Siamo distanti anni luce da quello che fu lo scandalo Enimont in fatto di cifre. Ma il punto focale da capire è perché sia successo in questo territorio e perché Venezia e Mestre in questi due decenni, ma forse anche prima, abbiamo accettato una logica redistributiva insita nella Legge Speciale. Tanto denaro che è andato a premiare non i migliori ma i più bravi redistributori di denaro, con la complicità, purtroppo, anche di buona parte della classe dirigente politica».

«Il Mose è un esempio di società che si lascia corrompere e che si concretizza con il cambio ai vertici della Procura di Venezia e con l’affidamento delle indagini a dei magistrati che prima si erano occupati di criminalità organizzata – ha aggiunto Dianese – Se qualcosa, però, non cambierà a livello legislativo, le finissime menti criminali che hanno agito ieri e anche oggi, agiranno di nuovo allo stesso modo anche fra 10 anni. E di libri e di pagine sui giornali ne scriveremo di nuovo e, di fatto, sarà come se non fosse mai successo nulla».

(r.ros.)

 

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