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Gazzettino – “Mafia, i manager Fip sapevano”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

11

ott

2013

IL CASO – Dalle intercettazioni emergerebbero le responsabilità dei dirigenti dell’azienda di Selvazzano

Nelle telefonate si parla di assunzioni pilotate e di Rolex da 6mila euro regalati

Il gip di Catania: «Scaramuzza e Soffiato consci di apportare contributi al clan La Rocca»

«Mauro Scaramuzza e Achille Soffiato seppur incensurati hanno agito con la consapevolezza di apportare un contributo al clan mafioso La Rocca di Caltagirone, permettendogli di acquisire la gestione delle attività economiche e il controllo degli appalti pubblici».

Così il gip di Catania, Anna Maggiore, definisce il ruolo svolto dall’amministratore delegato Fip di Selvazzano e dal responsabile del cantiere nell’ambito dell’appalto per la “Variante di Caltagirone” che l’altro giorno ha portato in carcere oltre a loro anche altre quattro persone. Un’inchiesta clamorosa che ha fatto emergere legami tra l’azienda che ha realizzato le cerniere del Mose e il clan mafioso. Con la loro attività, quindi, i due veneti, residenti a Mestre e a Padova, avrebbero dato la possibilità ai La Rocca “di realizzare profitti ingiusti mediante la percezione di finanziamenti pubblici che altrimenti non avrebbero ottenuto”. È anche da questi elementi che è scattata la decisione del gip di optare per la custodia cautelare in carcere. Dall’ordinanza, poi emergono anche altri particolari che secondo la Procura confermano un quadro abbastanza nitido. Una parte consistente del quadro accusatorio, come spesso accade in queste circostanze, arriva dalle intercettazioni telefoniche. In un contatto tra Scaramuzza e la padovana Daniela Vedovato (responsabile dei contratti e anche lei indagata), l’amministratore delegato racconta di una persona che prima ha chiesto l’assunzione di un suo parente e ora l’orologio.

«L’orologio se lo scorda – dice Scaramuzza – perchè suo cugino ormai lo abbiamo assunto». E in un’altra conversazione Scaramuzza parla di un orologio Rolex di circa 6000 euro «che doveva regalare evidentemente per ricambiare un favore. Il destinatario era colui che gli aveva chiesto a settembre l’assunzione del cugino». Poi ci sono le telefonate di Soffiato.

«È emerso – si legge nell’ordinanza – che Gioacchino Francesco La Rocca agiva affinchè i lavori venissero dati in subappalto alle ditte To Revive e Edilbeta (controllate dal clan) con contratti di subappalto artificiosamente frazionati in modo da eludere la normativa antimafia». Stando a quanto è emerso a Catania, sarebbero stati abbastanza chiari i rapporti tra Soffiato e Gioacchino la Rocca.

«La Rocca – si legge – chiede a Soffiato informazioni sui documenti della società con riferimento al contratto di subappalto “per quanto riguarda i nostri documenti tutto a posto? Stanno andando avanti?” A queste domande Soffiato risponde che “sono già andati, è tutto all’Anas, adesso aspettiamo il ritorno dalla Prefettura”.

Poi, logicamente, ci sono i rapporti tra gli stessi protagonisti veneti. «Soffiato che è il responsabile del cantiere tiene costantemente informato Scaramuzza, amministratore Fip che a sua volta dimostra nelle conversazioni, in particolare con la co-indagata Vedovato, di essere un protagonista assolutamente consapevole dello stratagemma».

A livello più generale emerge poi che uno degli indagati aveva «acquistato in leasing nel luglio del 2011 quattro autovetture intestate alla ditta L&C, due della quali erano state messe a disposizione del responsabile dell’Anas e del direttore dei lavori del cantiere, soggetti a cui spettano i controlli sull’operato delle ditte impegnate sull’appalto».

Oggi gli arrestati saranno interrogati dal gip. «La Fip ha fatto di tutto per avere trasparenza – attacca l’avvocato Rampinelli che difende Scaramuzza – chiedendo anche un protocollo più rigoroso alla Prefettura. Sulla prima ditta di subappalto ci era stato detto che non c’erano problemi, sulla seconda appena saputo delle difficoltà l’abbiamo allontanata dal cantiere. E questa ci ha anche fatto causa».

Gianpaolo Bonzio

 

L’INCHIESTA – Sono cinque le persone arrestate nell’operazione siciliana

Sono cinque le persone arrestate nell’ambito dell’operazione dei Carabinieri di Caltagirone tra i quali il veneziano Mauro Scaramuzza. L’accusa dei cinque è a vario titolo per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni per eludere le norme in materia di prevenzione patrimoniali, concorso esterno nell’associazione mafiosa e altro. Nel mirino la costruzione di una strada per 112 milioni di euro da parte di un’associazione temporanea di imprese tra cui la Fip industriale di Padova amministrata da Scaramuzza.

 

Il Consorzio: «Siamo noi la parte lesa»

E decide di azzerare il Cda di Thetis, dove sedevano Mazzacurati, Baita e Claudia Minutillo

Ora il Consorzio Venezia Nuova ha deciso di dire basta. E di partire al contrattacco ritenendo di essere estraneo ai fatti contestati negli scorsi mesi in sede penale.

«In relazione alle recenti notizie di stampa – sottolinea in una nota l’ente presieduto da Mauro Fabris – il Consorzio rileva il continuo tentativo di strumentalizzazione nei confronti del proprio operato e respinge con fermezza ogni accostamento indebito tra la realizzazione del Mose e le attività diverse e estranee delle 50 società che sono nel Consorzio e della moltitudine che fanno parte del proprio indotto».

Il riferimento è all’ultima vicenda, quella della Fip Industriale di Selvazzano Dentro (come riferiamo qui sopra). E quindi il Consorzio Venezia Nuova, già finito nella tempesta giudiziaria per il caso Baita-Mazzacurati, ha deciso di presentare ieri alla Procura della Repubblica di Venezia, un “atto di intervento”. «Si è deliberato – aggiunge il Consorzio – di volersi costituire come parte offesa nei procedimenti penali che vedano il nostro ente quale possibile soggetto danneggiato ribadendo così la totale estraneità ai fatti e alle persone oggetto di indagini». Ma non c’è solo questo. Al di là dell’azione di tutela, il Consorzio ha deciso anche l’«azzeramento» del consiglio di amministrazione di un altro consorzio, il Thetis, con sede all’Arsenale, già coinvolto parzialmente con la raffica di arresti legati al caso Baita. A farne le spese il vecchio cda e l’amministratore delegato, Maria Teresa Brotto. Oggi, dopo l’assemblea di alcuni giorni fa che ha designato alla presidenza, l’imprenditore Duccio Astaldi, verrà scelto il nuovo Ad, probabilmente Hermes Redi, direttore del Consorzio Venezia Nuova.
Infine non si placano le polemiche sugli arresti dei giorni scorsi, ieri il consigliere comunale ambientalista Beppe Caccia ha polemizzato con il ruolo dei cosiddetti “collaudatori” del Mose sulla base di un’interrogazione presentata in consiglio comunale a Venezia nella quale metteva in dubbio l’«imparzialità di giudizio» di alti funzionari dell’Amministrazione centrale dello Stato, scelti dal Magistrato alle Acque per esprimere un parere sui lavori del Mose.

 

La difesa del tecnico mestrino arrestato «La Fip era in regola con l’antimafia»

IL RITRATTO – Scaramuzza l’ingegnere dei grandi appalti

Mauro Scaramuzza è poco noto a Mestre e persino ai suoi vicini di casa, ma nei grandi appalti è quasi sempre presente.

PARTE OFFESA – Dopo le mille polemiche che hanno accompagnato il suo nome alle recenti inchieste della Procura veneziana su Mose e Mantovani, il nuovo direttivo del Consorzio Venezia Nuova è passato al contrattacco e ha deciso di costituirsi parte offesa. «Ora basta, troppe strumentalizzazioni. Siamo noi il soggetto danneggiato».

LA CONTROLLATA – Il Consorzio ha fatto saltare l’intero cda della società controllata Thetis e anche l’amministratore delegato Maria Teresa Brotto. Il nuovo presidente è Duccio Astaldi e tra i consiglieri figurano molti nomi già presenti ai vertici del Consorzio.

LE POLEMICHE – Orsoni: «Negato al Comune l’accesso agli atti»

«Al Magistrato alle acque avevo chiesto informazioni sulle cerniere – dice il sindaco Giorgio Orsoni – ma non mi hanno mai risposto».

VENEZIA – Terremoto nella controllata Thetis: cambia tutto il cda, Duccio Astaldi nuovo presidente

Mose e inchieste, offensiva del Consorzio

Venezia Nuova si costituisce parte offesa: «Basta strumentalizzazioni, i danneggiati siamo noi»

LA PROCURA – Il Pm veneziano Stefano Ancilotto chiederà di avere gli atti dell’inchiesta

LA STORIA – Un veneziano e un padovano arrestati dai carabinieri di Catania

INTERROGATORI – Scaramuzza e Soffiato oggi compariranno davanti al giudice

L’INCHIESTA SICILIANA – Subappalti pilotati a favore di aziende legate a Cosa Nostra

L’Inchiesta della Procura della Repubblica di Catania mira a far luce sulle infiltrazioni mafiose in particolare nei confronti dei lavori alla Variante di Caltagirone che doveva ammodernare la viabilità della zona. Per questo gli arrestati veneti devono rispondere dell’ipotesi di concorso esterno in associazione mafiosa. In particolare alcuni contratti, secondo la tesi accusatoria, sarebbero stati frazionati per evitare controlli. Ma gli avvocati contestano duramente questa impostazione ed hanno già fatto sapere che su questo terreno ci sarà battaglia.

 

LA TESTIMONIANZA – Il sacerdote: «Il cantiere siciliano era sempre sorvegliato dai carabinieri»

C’era sempre un presidio dei carabinieri fuori dal cantiere “Variante di Caltagirone”, una nuova strada in fase di costruzione in provincia di Catania. Le forze dell’ordine dovevano controllare che i lavori si svolgessero regolarmente. Achille Soffiato – 39 anni, ingegnere di Albignasego – era il responsabile del medesimo cantiere. È stato arrestato mercoledì per concorso esterno all’associazione mafiosa. Un fulmine e ciel sereno per la comunità di Albignasego. Soffiato è considerato «una persona eccezionale»; si sempre dato da fare in parrocchia: a Sant’Agostino e, dopo il matrimonio, ai Ferri. Ora la sua famiglia è stretta nel massimo riserbo. «Non abbiamo nulla da dire», il commento dei parenti. In questo momento l’unico pensiero è poter riabbracciare presto il loro caro. Don Alessandro Martello, parroco dei Ferri, conosce bene Soffiato. È convinto che sia stato incastrato da un sistema più grande di lui: «Domenica scorsa abbiamo cenato insieme in occasione dell’incontro coppie. L’ho visto tranquillo. Mi ha confidato che non vedeva l’ora di ritornare a lavorare vicino casa. Qui siamo tutti certi che Achille non centra nulla. Probabilmente è stato coinvolto in un sistema di cui non era nemmeno a conoscenza. C’erano sempre le forze dell’ordine all’esterno del cantiere: impossibile che abbia commesso qualche illegalità». Soffiato sarebbe dovuto rientrare definitivamente a casa nel giro di qualche settimana. Il sindaco di Albignasego, nonché assessore provinciale al lavoro, Massimiliano Barison non conosce di persona Soffiato. «Non voglio entrare nel merito della vicenda – commenta – Non so come funzionino gli appalti in Sicilia. Posso parlare solo del nostro Comune. Qui esiste un ufficio gare e appalti che ha il compito di gestire dall’inizio alla fine tutti i bandi».

Francesco Cavallaro

 

«Noi, in regola con l’antimafia»

Il difensore del tecnico mestrino della Fip: «Inchiesta fantascientifica, avevano fatto tutte le verifiche del caso»

«Abbiamo fatto di tutto per evitare di avere problemi con la malavita. Davvero, tutto il possibile. Ed ora il mio assistito si trova in carcere come i mafiosi».

Alessandro Rampinelli, l’avvocato difensore di Mauro Scaramuzza, ribatte con forza, punto su punto, alle accuse della Procura della Repubblica di Catania. E definisce “fantascientifiche” le impostazioni che ha avuto l’inchiesta (di cui scriviamo nel fascicolo nazionale a pagina 8). Oggi, nel corso dell’interrogatorio in carcere, Scaramuzza negherà addebito e illustrerà la propria versione dei fatti.

«Era stata costituita questa associazione temporanea di imprese – attacca Rampinelli da Catania – e due ditte avevano avuto il subappalto. La Fip inizia a far lavorare le aziende dopo aver comunicato all’Anas l’avvio dei lavori. Insieme all’Anas si chiede un protocollo ancora più impegnativo alla Prefettura di Catania, un protocollo così stringente che non è ancora attuato a livello provinciale. Un testo, in pratica, che mira ad avere verifiche davvero serie sulle aziende».

E qui arriva la svolta. «Della prima imprese finita nel mirino, la Edilbeta, non ci viene segnalato alcun problema, mentre solo nell’ottobre del 2012, quando l’attività era iniziata ormai da un anno, ci viene detto che ci sono problemi con la To Revive. A questo punto la Fip allontana questa azienda dal cantiere e questa si rivolge al Tribunale per fare chiarezza».

Secondo l’avvocato, dunque, nessun addebito può essere mosso all’azienda di Selvazzano che in tutti questi mesi ha incalzato le autorità del luogo per avere chiarimenti. Ed ora si trova bloccata in una vicenza delicata.

«Per tutti questi motivi – aggiunge Rampinelli – il mio assistito ha davvero intenzione di dire tutto quello che sa al giudice. Abbiamo fatto tutto quello che dovevamo fare e per questo replicheremo ad ogni accusa di questa vicenda». Sempre questa mattina, in carcere a Catania, sarà interrogato anche Achille Soffiato che è difeso dall’avvocato Augenti del foro di Padova.

Intanto l’effetto dell’inchiesta siciliana è arrivato anche in Procura a Venezia. Il pubblico ministero Stefano Ancilotto è infatti intenzionato a chiedere, in tempi abbastanza brevi, tutta la documentazione sul caso della Variante di Caltagirone. È probabile che il magistrato, da tempo impegnato sul fronte Mantovani, voglia far luce su alcuni aspetti della vicenda.


L’IMPRENDITORE – Parla Romeo Chiarotto, 84enne patròn della Fip

«Mai frazionato lavori per i clan»

«Non è vero che davamo subappalti inferiori a 154 mila euro per eludere i certificati antimafia. Anzi le autorizzazioni e i certificati antimafia ce li abbiamo in mano. Voglio dire che abbiamo documenti che attestano come fosse tutto regolare». Romeo Chiarotto ha visto nascere la Fip di Selvazzano («l’ho fondata io negli anni ’60») ed è uno dei suoi orgogli di imprenditore. Un’azienda metalmeccanica che ha realizzato fra l’altro le cerniere che legano le paratoie del Mose e che oggi ha 430 addetti «di cui 60 laureati e 40 ingegneri».

Chiarotto ha 84 anni e non ci sta a far credere che al sud il ramo edile della sua società fosse colluso con la mafia. Secondo l’accusa infatti attraverso il direttore del cantiere e l’amministratore della Fip edilizia, sarebbero stati affidati in subappalto lavori a società che erano controllate dalla famiglia “La Rocca”. Sui cento milioni e oltre dell’appalto per gli 8,7 chilometri della statale 683 chiamata “variante di Caltagirone”, 36 sarebbero stati subappaltati. Un milione alla ditta “To revive” e qualche centinaia di migliaia di euro alla “Edilbeta costruzioni” gestita dal figlio del boss.

«Prima di tutto quello della To Revive non è un subappalto ma un contratto con un fornitore da 1 milione e 40mila euro» continua Chiarotto. «E poi come ho già detto, la Edilbeta aveva il certificato antimafia, mentre quello della To Revive l’abbiamo chiesto alla Prefettura di Catania e ci hanno risposto dopo 14 mesi. La legge però applica il silenzio-assenso se la Prefettura non risponde entro 75 giorni e noi siamo partiti affidando i lavori. Quando la Prefettura ci ha informato che la la To Revive non era a posto li abbiamo messi alla porta e non pagati, tanto che ci hanno fatto causa».

«Insomma – conclude – non abbiamo mai fatto appalti irregolari. Anzi ai carabinieri di Caltagirone segnaliamo ogni giorno chi lavora in cantiere e il curriculum dei fornitori. Abbiamo firmato del resto un Protocollo per la legalità con la Prefettura». Dunque cosa può essere successo? «Domani (oggi per chi legge) quando torneranno i nostri avvocati faremo un comunicato».

Mauro Giacon

 

Dal sisma dell’Aquila all’Expo. L’ingegnere dei grandi appalti

MAURO SCARAMUZZA – L’amministratore della Fip passa il suo tempo nei cantieri dell’azienda, nella sua casa in via Terraglietto si vede poco

Una villetta nascosta nel verde di via Terraglietto, protetta da telecamere e da un cancello che si apre con dei comandi a distanza. Mauro Scaramuzza da due giorni non torna più la sera nella sua residenza mestrina. Una villetta al civico 17/B, immersa nel verde della zona Terraglio. Ci si arriva imboccando via Terraglietto prima del cavalcavia della Favorita. Una strada stretta, con tante curve a gomito conosciuta perché conduce ad un centro sportivo dove si gioca a tennis e calcetto. Ad un certo punto un cancello in ferro di colore grigio chiaro e tre campanelli. Al 17/B il nome di Mauro Scaramuzza e del figlio Nicola, oltre a quello di una ditta e di una donna. «Non abbiamo nulla da dire e da dichiarare. Scusateci. Buongiorno», risponde una voce femminile. Un risposta secca, un no comment gentile. È chiusa dunque nel silenzio la famiglia dell’ingegnere mestrino, amministratore delegato della Fip di Selvazzano (Padova), finito in carcere su disposizione della Dda della procura di Catania con accuse gravissime.

I vicini conoscono poco Mauro Scaramuzza, ingegnere di 55 anni, perché il suo tempo lo passa soprattutto nei cantieri sparsi per l’Italia che la Fip ha aperti. D’altronde, non ci sono state occasioni perché il suo nome fosse di dominio pubblico. La prima volta che i media hanno parlato di lui è stato solo nel gennaio 2011, quando la Fip finì nel mirino della magistratura nell’ambito dell’inchiesta sulla realizzazione di 4mila 500 appartamenti del progetto C.a.s.e. per dare un tetto alle famiglie sfollate dal terremoto de l’Aquila. Un progetto finito poi tra mille polemiche per le promesse non mantenute dall’allora Governo Berlusconi. Secondo gli investigatori, la Fip avrebbe fornito una partita di 2mila 200 ammortizzatori sismici a pendolo privi di omologazione. Poi però la posizione di Scaramuzza e quella della presidente della Fip Donatella Chiarotto è stata archiviata. Il contratto con la Protezione Civile, che allora gestiva il business della ricostruzione, superava i tre milioni di euro.

Il nome di Scaramuzza è comparso poi nell’ambito di numerosi cantieri importanti, tra cui quello per il rifacimento di un ponte sul Po in provincia di Piacenza e di un altro ponte questa volta nell’ambito dei lavori dell’Expo 2015 di Milano. Più di recente, Scaramuzza è stato sentito come teste dalle Fiamme Gialle nell’ambito dell’inchiesta del Pm veneziano Stefano Ancilotto sugli appalti dell’autostrada Venezia-Padova. Una persona riservata, quindi, naturale che Scaramuzza fosse conosciuto dai vicini solamente di vista.

Come la signora Chinellato che abita poco distante dal civico 17. «Io vivo qui da un sacco di tempo ma quelli che abitano dietro quel cancello li conosco poco – spiega – Sono tre villette costruite di recente. Gente riservata, con macchine di grossa cilindrata. Qualche “buongiorno” e “buonasera”. Uno fa il dentista. Il signor Scaramuzza? Sì, forse, mi pare di aver capito chi è. Lo vedo qualche volta, molto riservato. Forse qualche saluto ma nulla di più». La signora non sa nulla de suo arresto.

«A me pare una brava persona poi, per gli affari non so cosa si può arrivare a fare».
Un uomo d’affari, Scaramuzza, che poco lasciava alle pubbliche relazioni con il vicinato. Dal civico 17/B di via Terraglietto esce un’auto di grossa cilindrata. Non si ferma neppure ad un cenno. Le telecamere del cancello comandato a distanza si richiudono e assieme a lui anche la famiglia.

(ha collaborato  Raffaele Rosa)

 

I COLLAUDATORI «Tecnici ministeriali. L’elenco è segreto»

LA COMUNICAZIONE ALLA PROCURA «Dobbiamo tutelare le nostre imprese dal rischio di strumentalizzazioni»

IL MAGISTRATO ALLE ACQUE – Tre gestioni dell’ente di controllo: «La Fip è solo un’esecutrice»

«Le ditte? Le ha sempre scelte Venezia Nuova»

«Che cosa c’entrano i risvolti giudiziari odierni della Fip con il Magistrato alle Acque e con le cerniere del Mose?». L’ex magistrato alle Acque Ciriaco d’Alessio, in pensione dal 30 aprile scorso, è estremamente diplomatico quanto ricorda la vicenda che scatenò la bufera in Comitatone all’epoca della scelta della tecnologia delle cerniere del Mose.

«La Fip non era tra i progettisti dell’opera, ma semplicemente una ditta esecutrice, una consorziata, sia pure controllata dalla Mantovani. E il fatto che non ci sia stato un appalto ma l’affidamento diretto da parte del Consorzio Venezia nuova è frutto della legge sul concessionario unico. È vero che ci furono delle discussioni e delle varianti in corso d’opera, ma è anche vero che le dimensioni delle cerniere sono state sostanzialmente modificate e sono circa il doppio di quelle previste nel progetto originario».

D’Alessio dribbla anche l’ipotesi di collaudatori dell’opera in conflitto d’interessi: «Vengono scelte persone con competenze specifiche che possano collaudare l’opera per step. Ma la normativa è talmente vincolante da non lasciare margine di intervento e se ci fossero state delle irregolarità a Venezia si sarebbe saputo subito».

E mentre il predecessore – anch’egli pensionato – Patrizio Cuccioletta non è rintracciabile, il Magistrato alle Acque fino al 2008 Maria Giovanna Piva con la consueta gentilezza si schermisce e preferisce non ricordare quel periodo della sua vita in cui era a capo di Palazzo X Savi e durante i quali si era opposta a tecnologie diverse da quelle previste dal progetto esecutivo. Piva aveva invitato tecnici esperti a partecipare al Comitatone perchè riteneva che in un organismo in cui si deliberava l’assegnazione di un ammontare così imponente di fondi si dovessero avere quanto meno delle competenze specifiche sui materiali utilizzati, sulle dinamiche strutturali, sugli impianti che sarebbero entrati in funzione. Ma della commissione dei collaudatori non c’è traccia neanche in rete. Nonostante la normativa sulla trasparenza amministrativa. «Sono centinaia i collaudatori – spiega l’ingegner Fabio Riva, responsabile dell’ufficio Salvaguardia del Magistrato alle Acque, attualmente retto ad interim dall’ing. Roberto Daniele – c’è un ufficio apposito che si occupa di questo. Ma credo si tratti di atti ministeriali non divulgabili»

Raffaella Vittadello

 

Domani la prova di innalzamento della paratoia

LA RIVOLUZIONE – Cda ridotto da 7 a 5, entrano amministratori legati al Consorzio

Incarico revocato all’ad Brotto. Oggi la ratifica del nuovo presidente Duccio Astaldi

PRESA DI DISTANZE – Presentato anche un “atto di intervento” come soggetto danneggiato e per rimarcare l’estraneità dalle inchieste

Domani alle 14.30 è prevista la prima movimentazione ufficiale delle paratoie alla bocca di porto del Lido, alla presenza del Ministro alle Infrastrutture Maurizio Lupi, il presidente della Regione Luca Zaia, il sindaco Giorgio Orsoni e tutti i rappresentanti delle istituzioni che operano in seno al Comitatone. La delegazione si muoverà alla 10 dalla Marittima.
La prima delle 21 paratoie era stata posizionata solo nel giugno scorso e sistemata in posizione “di riposo” in fondo al mare. Le prove di movimentazione prevedono che vengano alzati questi dispositivi come nel caso di previsione di acqua alta, in modo da mitigare l’effetto dell’allagamento della marea in città.

 

INTERROGAZIONE – Documento presentato al Senato

De Poli (Udc) al Viminale: «Combattere la mafia a Nordest»

Un’interrogazione al ministro dell’Interno, Angelino Alfano per conoscere che tipo di provvedimenti intenderà mettere in atto per rafforzare i controlli nei confronti delle ditte aggiudicatrici delle opere pubbliche e per difendere il tessuto imprenditoriale del Nordest dalle infiltrazioni della criminalità organizzata. É questo il senso di un intervento del senatore Udc, Antonio De Poli nei confronti del Viminale.

«Dopo la notizia dell’arresto dell’amministratore delegato della Fip Industriale di Selvazzano Dentro (Pd) – sottolinea De Poli – e di altri professionisti e i conseguenti ordini restrittivi eseguiti nell’ambito di un’inchiesta su un appalto pubblico da 140 milioni di euro per la variante Caltagirone, chiedo di conoscere quali provvedimenti si intendano adottare per combattere la criminalità».

Nella sua interrogazione, De Poli ricorda come le indagini dei Carabinieri abbiano permesso di accertare come i protagonisti della vicenda avrebbero ingiustificatamente e senza alcuna documentazione affidato lavori importanti in subappalto a ditte direttamente controllate del clan, con contratti frazionati in modo da eludere la normativa antimafia che viene applicata oltre la soglia dei 154 mila euro.

«Tutto ciò visti i numerosi arresti effettuati negli anni anche nel Veneto – aggiunge De Poli – che testimoniano la diffusione della criminalità e i numerosi appelli dell’Ance (associazione costruttori) e dei sindacati che più volte hanno denunciato come per colpa della crisi, le aziende possano essere preda della mafia.

 

Terremoto in Thetis. Via l’intero Consiglio

Un vero e proprio “terremoto”. Per carità, tra i corridoi del consorzio Thetis ce lo si aspettava da un momento all’altro. E così è stato. Il “ribaltone” è arrivato: fulmineo. Con una decisione netta i vertici del Consorzio Venezia Nuova, insieme agli soci (Actv, Adria Infrastrutture Spa; Co.Ve.Co.; Grandi Lavori Fincosit; Ing. E. Mantovani Spa; Ing. Mazzacurati Sas; Palomar Srl; Società Condotte Spa; VI Holding Srl) ha deciso di mandare a casa l’intero consiglio di amministrazione della Thetis spa, la società di ingegneria incaricata di sviluppare progetti e applicazioni tecnologiche per l’ambiente e il territorio, direttamente coinvolta nel progetto Mose e non solo, e che ha sede all’Arsenale Nord, non distante dai Bacini.

Così, i soci hanno deciso di cambiare un consiglio di amministrazione, già ampiamente provato dopo gli arresti legati al caso Baita. Infatti sedevano nel cda di Thetis, prima della tempesta giudiziaria, Giovanni Mazzacurati come presidente; e nel ruolo di consiglieri Piergiorgio Baita; Claudia Minutillo, Pio Savioli, Federico Sutto oltre ad altri manager in rappresentanza degli altri soci (Maurizio Castagna per Actv; Nicoletta Doni, Alessandro Mazzi, Luciano Neri, Antonio Paruzzolo che si era già dimesso in precedenza per ricoprire il ruolo di assessore nella giunta Orsoni, Johann Stoker, Stefano Tomarelli). Ora si è deciso di mutare registro: azzerato il consiglio di amministrazione è stata sollevata dall’incarico anche Maria Teresa Brotto, amministratore delegato di Thetis fino a pochi giorni fa.

Ora il cambio con la decisione da parte del Consorzio Venezia Nuova e dei dieci soci di dare anche una sfoltita ai posti in consiglio di amministrazione che passeranno da sette a cinque. Oggi infatti si dovrebbe tenere la prima riunione del nuovo Cda di Thetis dopo l’assemblea dei soci tenutasi la scorsa settimana. Nel nuovo organismo siederanno soprattutto persone che potranno rappresentare ancor più il trait d’union tra Consorzio Venezia Nuova e Thetis. Di sicuro, nel nuovo staff dovrebbero entrare a far parte il direttore del Consorzio, Hermes Redi insieme ad altri componenti del Cda di Venezia Nuova come Duccio Astaldi (al quale è già stata assegnata la presidenza di Thetis) e Mauro Gnech in rappresentanza di Co.Ve.Co; Alessandro Mazzi, (che poi sarebbe l’unico a transitare dal vecchio al nuovo Cda) e Francesco Zoletto, come “new entry”.

P.N.D.

 

IL MOSE E IL COMUNE «Non abbiamo poteri Ma se ci saranno problemi la città si muoverà»

Non è andata a buon fine l’istanza di accesso agli atti che nell’ottobre dello scorso anno il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni si era impegnato ad inoltrare al Magistrato alle Acque di fronte al Consiglio comunale.

«Ho chiesto le informazioni e non le ho ricevute – commenta Orsoni – avevamo presentato un’istanza di accesso agli atti e questa non è stata evasa. Parlerò con il nuovo presidente del Magistrato e se poi anche questi non ci darà gli atti, faremo un passo formale».

La richiesta riguardava materiale richiesto dal consigliere Beppe Caccia in merito alle cerniere prodotte proprio dalla Fip di Selvazzano, poiché nella trasmissione “Report” c’erano state testimonianze che non deponevano a favore della scelta.

Inoltre, si chiedeva di conoscere come il Ministero avesse messo in piedi un sistema di monitoraggio indipendente sui lavori e che fosse reso pubblico l’elenco dei tecnici collaudatori. Secondo Caccia, ci sarebbero state situazioni di conflitto di interesse tutte da verificare.

Sabato, intanto, ci sarà la presentazione del funzionamento delle prime paratoie del Mose messe in opera a Treporti, proprio con le cerniere Fip, realizzate in metallo saldato e non fuso, come invece avrebbe prescritto il progetto iniziale.
Che cosa ha intenzione di fare adesso il Comune?

«Francamente – continua il sindaco – non credo che il Comune abbia competenze in merito. Non riesco neppure a fermare le navi (scherza) figuriamoci se riesco a fermare il Mose, ammesso che il Mose sia da fermare. Secondo me è interesse della città avere un Mose che funzioni bene. Non ho elementi per dire ora che il Mose non funziona per via di quelle cerniere o per chissà quale ragione. Se poi non dovesse funzionare, la città farà certamente le sue valutazioni e si muoverà di conseguenza».

Sul fatto che il Consorzio Venezia nuova abbia annunciato la costituzione di parte civile e che abbia azzerato i vertici di Thetis, Orsoni non si sbilancia.

«Era nell’aria. Si sapeva più o meno di questo cambiamento, dal momento che Thetis dipende direttamente dal Consorzio ed è naturale che dopo il cambio della presidenza nel Consorzio ci possa essere un cambio nei vertici delle controllate. Per me – conclude – è un normale avvicendamento».

 

IL CASO – I dubbi sul sistema di aggancio delle dighe e il ruolo dei collaudatori. Anche la Finanza ha acceso un faro.

BEPPE CACCIA – Nuovo affondo del consigliere

(pnd) Ora Beppe Caccia preme il pedale sull’acceleratore. E torna alla carica. All’indomani dell’operazione dei Carabinieri di Caltagirone che hanno messo le manette a Mauro Scaramuzza, amministratore delegato della Fip Industriale di Selvazzano Dentro (Pd), azienda direttamente coinvolta nelle forniture delle “cerniere” per le dighe mobili, per i suoi contatti con le cosche mafiose di Caltagirone, il consigliere comunale di “In Comune” punta il mirino su una altro aspetto delicato della “partita Mose”: il ruolo dei collaudatori inviati dal Magistrato alle Acque (e quindi dal ministero per le Infrastrutture) chiamati ad esprimere un giudizio sui lavori del Mose, ma che nel corso di questi anni ha sollevato parecchi dubbi sulla loro imparzialità di giudizio.

Una “perplessità” da parte di Caccia che ha avuto come risultato anche la presentazione nel maggio del 2012, di una interrogazione al sindaco Giorgio Orsoni dal titolo emblematico:

“Sono sicure le cerniere del sistema Mose? E chi controlla i controllori (leggasi collaudatori ndr) in materia di salvaguardia?”.

Un documento corposo che solleva dubbi e criticità sull’operato dei “collaudatori” del Mose e sui gangli amministrativi legati alle loro nomine.

«In questi giorni – sottolinea Caccia – abbiamo appreso di un ennesimo blitz delle Fiamme Gialle nella sede del Magistrato alle Acque a Palazzo X Savi a Rialto per raccogliere documentazione relativa ai cantieri presenti in laguna e ai collaudi svolti sui lavori del Mose. Di fronte al cortese invito del presidente del Magistrato alle Acque, Roberto Daniele, di partecipare alla “prima movimentazione” delle paratoie al Lido, ho gentilmente chiesto che rispondesse alle mie richieste di trasparenza e chiarezza già illustrate nell’interrogazione e sulle quali non ho avuto risposta. Ho chiesto e richiedo con forza che il Magistrato alle Acque renda pubblico e trasmetta al Comune, il dettagliato elenco dei componenti delle commissioni di collaudo con relativi importi liquidati e corrispondenti posizioni nella pubblica amministrazione. Mi risulta che tra i collaudatori ci siano figure apicali dell’Amministrazione centrale dello Stato che altresì hanno assicurato e assicurano la continuità dei flussi di cassa allo stesso Consorzio».

E proprio su questo aspetto già nel luglio scorso, i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria che hanno condotto l’indagine sul Consorzio Venezia Nuova, segnalavano come “opaco” il rapporto tra Cvn e Magistrato alle Acque e “scarsità di controlli” soprattutto facendo presente che tra i collaudatori ci sarebbero personaggi di rilevanza nazionale come Lorenzo Quinzi e Vincenzo Fortunato, oggi rispettivamente capo e ex di gabinetto del ministero dell’Economia nonchè l’ex presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, Angelo Balducci, coinvolto in ben altre note inchieste.

 

 

L’ALLARME»DENUNCIA DEL “WORLD MONUMENTS FUND”

Per l’impatto del turismo e delle grandi navi la città è un “drammatico esempio”: patrimonio artistico e culturale in pericolo

Venezia – schiacciata tra un turismo incontrollato e in costante aumento e la proliferazione delle grandi navi in Bacino San Marco che ne sono l’altra faccia – è ormai un patrimonio culturale e artistico a rischio per il mondo intero.

Lo certifica il clamoroso inserimento dal prossimo anno della nostra città da parte del World Monuments Fund (Wmf) nell’elenco dei 67 siti storici e archeologici di rilevanza mondiale più a rischio.

Venezia – come ha spiegato due giorni fa a New York il presidente del World Monuments Fund Bonnie Burham, presentando la nuova lista di siti in pericolo, riferita a 41 Paesi – è stata inserita come «drammatico esempio» di un modello economico di sviluppo legato appunto al turismo che rischia di distruggere la città, cercando così di invitare gli enti pubblici interessati – a cominciare evidentemente dal Comune – a riconsiderare le proprie politiche che stanno avendo un impatto negativo molto forte su di essa.

«Molti esperti di beni culturali» ha dichiarato il presidente del Wmf «credono che l’avvento negli ultimi dieci anni del turismo crocieristico delle grandi navi stia spingendo Venezia a un punto critico dal punto di vista ambientale, danneggiando la qualità della vita dei suoi cittadini.

Questo genere di turismo è cresciuto in città del 400 per cento negli ultimi cinque anni, con circa 20 mila visitatori al giorno durante i picchi stagionali.

Venezia è stata inclusa nella lista del 2014 dei siti a rischio nella speranza di ispirare un’analisi più penetrante della valutazione economica dell’industria crocieristica delle grandi navi per la comunità veneziana, in relazione all’impatto negativo che queste imbarcazioni che arrivano da fuori stanno avendo sull’ambiente della città».

Nel dossier su Venezia si ricorda ancora che il passaggio delle grandi navi ha impatti importanti anche sul moto ondoso e che la crescita incessante del numero dei turisti sta avendo effetti negativi sulla qualità della vita dei residenti contribuendo al 50 per cento dell’esodo della popolazione negli ultimi dieci anni.

Si ricorda anche che i residenti hanno formato gruppi di protesta e che il Comune sta riconsiderando lo spostamento delle grandi navi dal Bacino di San Marco. Venezia condivide questo triste inserimento in graduatoria nei siti mondiali più a rischio con altre tre località italiane: si tratta del centro storico dell’Aquila, ancora alle prese con la difficile ricostruzione dopo il terremoto; delle uccelliere Farnese sul colle Palatino a Roma; del sito archeologico del Muro dei Francesi vicino Ciampino.

L’allarme rosso lanciato a livello mondiale su Venezia arriva a pochi giorni dalla calata in laguna di quasi tutti i ministri competenti sul problema, per le prove di sollevamento delle prime paratoie del Mose. Una spinta in più ad arrivare a una decisione rapida sull’estromissione delle grandi navi dal Bacino di San Marco, perché ormai a chiederlo non è più solo la comunità veneziana, ma quella mondiale.

Enrico Tantucci

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LE reazioni In città – Fai e Italia Nostra applaudono «Anche il mondo è con noi»

Plaudono alla decisione del World Monuments Fund di inserire Venezia tra i siti mondiali a rischio per gli effetti negativi del turismo e delle grandi navi sulla città le associazioni veneziane di tutela, che più si sono battute – anche con lettere aperte al ministro dei Beni Culturali Massimo Bray – su questo terreno.

«È una notizia magnifica – commenta il presidente della sezione veneziana di Italia Nostra Lidia Fersuoch – perché significa che ormai il problema degli effetti del turismo e delle grandi navi su una città fragile come Venezia è considerata un’emergenza mondiale, mentre qui si continua a fare finta di niente e il sindaco parla addirittura di allargare il Canale dei Petroli. Abbia scritto più volte anche all’Unesco di inserire Venezia tra i siti a rischio, proprio per le trasformazioni che sta subendo per effetto del turismo. Mi sembra più che giusto inoltre che il World Monuments Fund abbia inserito Venezia accanto a l’Aquila tra i siti italiani a rischio. A l’Aquila c’è un centro storico distrutto che non viene ricostruito, a Venezia c’è n’è uno che invece rischia di essere distrutto».

Sulla stessa linea anche il presidente veneziano del Fai, il Fondo per l’Ambiente Italiano, Maria Camilla Bianchini d’Alberigo: «Siamo perfettamente d’accordo con la decisione del World Monuments Fund, diciamo da tempo che la città soffre solo per i guasti prodotti da questo turismo selvaggio e incontrollato senza ricavarne alcun vantaggio per i suoi cittadini che lo giustifichi. Anche sulle grandi navi siano sulla stessa linea, ed è importante che anche l’opinione pubblica mondiale ora si schieri per difendere questa città».

Poche settimane fa, del resto anche il sottosegretario ai Beni Culturali Ilaria Borletti Buitoni aveva ricordato «la brutta figura a livello internazionale che l’Italia sta facendo sulla vicenda delle grandi navi», chiedendone lo stop immediato ed evocando anche l’istituzione di un ticket d’ingresso in città per limitare gli accessi».

(e.t.)

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LA MANIFESTAZIONE E I NUOTATORI DENUNCIATI

«Le multe? Le paghi il Comune»

Consumatori e Sinistra chiedono l’intervento del sindaco Orsoni 

«Le multe ai nuotatori? Le paghi il Comune». Associazione consumatori a fianco dei manifestanti contro le Grandi Navi.

Il presidente nazionale Lorenzo Miozzi ha chiesto ieri al sindaco di farsi carico delle multe da 2 mila euro inflitte dalla Questura ai 33 manifestanti del 21 settembre per aver contravvenuto al «divieto di balneazione».

«Non hanno commesso reati», dice Miozzi, «anzi hanno portato all’attenzione del mondo un problema reale, cioè le navi troppo grande che entrano nel cuore della città. Andrebbero premiati e non multati».

Una richiesta formale al sindaco di annullare le multe viene da Sebastiano Bonzio, capogruppo della Sinistra in Consiglio comunale. «Il nuoto fa bene alla salute», scrive, «e la libertà di manifestare in modo pacifico in difesa della città va difeso».

La manifestazione è quella del 21 settembre, quando la presenza record di navi in Marittima (12 in un solo giorno, tra cui i giganti da 140 mila tonnellate di stazza) aveva scatenato la protesta. Manifestazione che aveva avuto un grande successo, con televisioni e giornalisti da tutto il mondo. Il colpo di scena finale, il lancio in canale della Giudecca dei 33 nuotatori. Ma la Polizia aveva inviato a tutti le contravvenzioni per non aver rispettato le direttive del Questore. Anche questa iniziativa contestata. perché nell’ordinanza c’era il divieto di portare a bordo qualunque cosa «a parte le dotazioni di sicurezza».

Intanto il comitato No grandi navi smentisce di aver mai pensato a un referendum. «Abbiamo appoggiato quello di Key West», dicono, nient’altro».

(a.v.)

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Nuova Venezia – Mafia e appalti, arrestato.

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10

ott

2013

Manager mestrino della Fip in carcere con altri quattro

Due veneti arrestati per mafia

In manette Scaramuzza e Soffiato della Fip, azienda del gruppo Chiarotto

VENEZIA – Ancora una volta il gruppo che fa capo alla famiglia degli imprenditori padovani Chiarotto nel mirino della magistratura. Questa volta non sono stati i manager della “Mantovani spa” a finire sotto inchiesta, ma quelli della “Fip Industriale spa” di Selvazzano, il cui presidente è Donatella Chiarotto, figlia dell’anziano Romeo.

I carabinieri di Caltagirone, coordinati dai pubblici ministeri della Direzione distrettuale antimafia di Catania, hanno infatti arrestato l’amministratore delegato della società padovana, il 55enne mestrino Mauro Scaramuzza, e l’ingegnere padovano di 39 anni Achille Soffiato, responsabile del cantiere siciliano. Con loro sono finiti in manette i catanesi Gioacchino Francesco La Rocca, 42 anni, il figlio di “Ciccio”, il capo dell’omonimo clan mafioso di Caltagirone, Giampietro e il fratello Gaetano Triolo, rispettivamente 53 e 42 anni, il primo cognato di La Rocca.

Le accuse sono pesanti, a vario titolo devono rispondere di associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni e concorso esterno nell’associazione mafiosa. Gli arresti arrivano appena a tre giorni dall’inaugurazione ufficiale e in grande stile alla presenza di almeno due ministri delle prime quattro paratoie del Mose, una delle grandi opere ideate e costruite dal Consorzio Venezia Nuova, opera alla quale hanno collaborato sia la “Mantovani” sia la “Fip Industriale”. Quest’ultima ha infatti ideato le cerniere che permettono alle paratoie di alzarsi in caso di maree particolarmente alte e poi di abbassarsi.

Sette mesi fa, in manette, erano finiti Piergiorgio Baita, presidente della “Mantovani”, e Nicolò Buson, ragioniere della stessa società, accusati di frode fiscale, mentre l’ex presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati è stato arrestato il 12 luglio per turbativa d’asta.

Stavolta gli arrestati avrebbero frazionato, con la complicità di dipendenti dell’Anas di Catania, i subappalti senza superare la soglia di 154 mila euro, limite da cui scatta l’obbligo dei informative e certificati antimafia. Era la tecnica, secondo la Procura di Catania, adoperata per favorire l’inserimento di aziende del clan nella realizzazione del primo stralcio della “Variante di Caltagirone”, che interessa otto chilometri e mezzo di una strada progettata negli anni Sessanta, finanziato con poco meno di 112 milioni di euro. È quanto emerge dalle indagini dei carabinieri della compagnia di Caltagirone e del comando provinciale di Catania nell’inchiesta “Reddite viam” che ha portato all’arresto dei cinque.

Secondo l’accusa, la “Fip Industriale”, attraverso Soffiato e Scaramuzza, avrebbe affidato lavori in subappalto a società che, ritengono la Procura di Caltagirone e la Dda di Catania, erano controllate dalla “famiglia La Rocca”. I carabinieri stimano che su circa 36 milioni di euro in subappalto, un milione siano arrivati a una ditta, la “To Revive”, che è stata sequestrata assieme alla “Edilbeta costruzioni”, gestita dal figlio del boss.

Il meccanismo, ritengono i militari dell’Arma, coinvolgeva anche tre dipendenti dell’Anas, per i quali le Procure di Caltagirone e Catania avevano chiesto un provvedimento cautelare, ma che il giudice delle indagini preliminari non ha concesso perché ha riconosciuto l’ipotesi di abuso d’ufficio, ma non l’aggravante dell’avere favorito l’associazione mafiosa. Negati anche ordinanze di custodia cautelare per un altra dipendente della Fip, Daniela Vedovato (60 anni di Teolo), responsabile amministrativa, e un catanese presunto affiliato al clan. Nell’inchiesta, aperta a giugno del 2011, ci sono altri indagati in stato di libertà.

La Fip, impresa di rilevanza internazionale e capofila dell’Associazione temporanea d’impresa (Ati) che si è aggiudicata i lavori, avrebbe «favorito e affidato dei lavori in subappalto per importanti e considerevoli cifre a società come la “To Revive” e la “Edilbeta Costruzioni”», che secondo la Procura erano controllate dalla cosca dei La Rocca. Secondo l’accusa, per «eludere la normativa antimafia», i due dirigenti padovani, «con la complicità di funzionari dell’Anas» avrebbero «ingiustificatamente frazionato i contratti di subappalto stipulati dalla Fip con le predette società in modo che ciascuno di essi non superasse la soglia di 154 mila euro oltre la quale diventavano obbligatorie le informative e la certificazione antimafia».

«Altrettanto gravi sono gli ingiustificati ritardi, oltre otto mesi», sottolineano i carabinieri, con i quali i tre impiegati Anas hanno trasmesso alla Prefettura di Catania la richiesta di informazioni per un subappalto oltre soglia relativo sempre alla “To Revive” che, nelle more delle informazioni, ha percepito regolari pagamenti. Gioacchino La Rocca, per eludere le disposizioni di legge in materia di misure di prevenzione patrimoniale, avrebbe ceduto in maniera fittizia al cognato Giampietro Triolo e al fratello Gaetano la titolarità della “To Revive”, della quale aveva invece la diretta gestione. I carabinieri hanno eseguito anche il sequestro preventivo di quest’ultima ditta e della “Edilbeta Costruzioni” con affidamento a un custode giudiziario. Gli investigatori dell’Arma avevano avviato le indagini ipotizzando che “Fip Industriale” si fosse appoggiata alle ditte che facevano capo alla cosca di Caltagirone, proprio perché la mafia sempre più cerca di penetrare nei grossi appalti pubblici al fine di acquisire il controllo delle attività economiche.

Giorgio Cecchetti

 

«Solido il legame tra cosche e colletti bianchi»

«L’incessante attività investigativa condotta dai magistrati della Direzione distrettuale antimafia di Catania, dai carabinieri e dalle forze dell’ordine, con cui ci congratuliamo, ha consentito oggi di mettere a segno un altro importante risultato nella lotta all’illegalità».

Ad affermarlo è il presidente della Confindustria di Catania, Domenico Bonaccorsi di Reburdone, commentando l’operazione che ha portato all’arresto di 5 persone.

«È evidente», prosegue il presidente degli industriali catanesi, «che il legame tra clan mafiosi, imprenditoria e colletti bianchi è ancora solido e consente di realizzare lucrosi affari. Legalità e libertà d’impresa, precondizioni dello sviluppo economico, sono ancora due valori fortemente ostacolati dalla presenza della mafia. È sull’area grigia della contiguità che occorre mantenere un atteggiamento inflessibile. Solo un grande lavoro comune tra istituzioni, forze dell’ordine e imprese che vogliono operare rispettando le regole, può scardinare il sistema e dare fiato all’economia sana».

 

LE INDAGINI – Costretti a scendere a patti con le cosche siciliane

La mafia innanzitutto vuole accrescere la propria influenza sul proprio territorio e, oltre a voler realizzare profitti, cerca di penetrare nei grossi appalti pubblici per ottenere il completo controllo dei lavori, delle imprese. Vuole essere in grado di far assumere o meno i dipendenti delle ditte che operano dove agisce, vuole incidere sui prezzi delle opere, vuole il controllo sulle attività economiche. Sono decine, ormai, i casi in cui imprese del Nord, come la «Fip Industriale» hanno dovuto venire a patti con le cosche, hanno dovuto subappaltare a ditte indicate dal capo della cosca locale. Hanno dovuto acquistare terreni e materiale da imprese legate alla mafia.

C’è chi si è rifiutato, magari senza denunciare, lasciando perdere e tornando al Nord . Stando alle accuse, invece, Scaramuzza era «ben consapevole di attuare uno stratagemma finalizzato a consentire alle società della cosca di entrare nella spartizione dei lucrosi subappalti al fine di avere garantita dall’organizzazione mafiosa l’equilibrio territoriale per non pregiudicare lo stato di avanzamento dei lavori».

 

«Sapevano che aiutavano le imprese di Cosa Nostra»

Le intercettazioni del gip, La Rocca chiama Soffiato per sollecitare i pagamenti «Ho bisogno di soldi». «Tranquillo ho gia dato l’ok alla banca per i 69 mila euro»

VENEZIA – Il mestrino Mauro Scaramuzza ad della Fip e i padovani Achille Soffiato e Daniela Vedovato, erano consapevoli che stavano agevolando aziende del clan mafioso “la Rocca”. Ne è convinto il gip di Catania Anna Maggiore che ha firmato l’ordinanza che ha portato in carcere i due uomini e indagata la donna. I tre hanno rapporti diretti con Gioacchino Francesco La Rocca detto Gianfranco figlio del capo clan Francesco. È lui il titolare dell’impresa che i padovani e il mestrino hanno agevolato per farla lavorare nella costruzione della strada, nonostante di certificati antimafia non abbia visto, mai, nemmeno l’ombra. Si tratta della “To Revive”. Ma lo stesso clan controlla la “Edilbeta”, altra azienda agevolata. La Rocca tiene i rapporti soprattutto con Soffiato si presenta come “quello della To Revive”.

In una delle prime telefonate intercettate dice: «Pronto, Gianfranco sono della To Revive» e nel prosieguo della conversazione chiede a Soffiato informazioni sui documenti della società con riferimento al contratto di subappalto «per quanto riguarda i nostri documenti tutto a posto? Stanno andando avanti?» e Soffiato gli risponde rassicurandolo «sono già andati ed è tutto all’Anas …è stato già mandato tutto quanto…adesso aspettiamo il ritorno della prefettura».

Ed è sempre a Soffiato che La Rocca si rivolge perché dia il nullaosta al pagamento, da parte della banca, di una fattura da 69 mila euro «perché ho bisogno di soldi». L’altro risponde «tranquillo ho già dato l’ok». Appena riattacca Soffiato chiama la sede di Padova della Fip e sollecita il pagamento.

Scrive il Gip: «Gioacchino La Rocca, titolare e gestore della ditta “To Revive”, ha agito, come risulta dal tenore delle conversazioni intercettate con Soffiato Achille, il responsabile del cantiere FIP spa, ditta che si era aggiudicata l’appalto per l’esecuzione dei lavori della variante di Caltagirone affinché i suddetti lavori venissero dati in subappalto alle ditte “To Revive” ed “Edilbeta” (entrambe controllate dalla “famiglia” di Caltagirone) con contratti di subappalto artificiosamente frazionati, in modo da eludere la normativa antimafia che richiede per i contratti di importo superiore a 154mila euro la richiesta, alla Prefettura, della certificazione antimafia».

Per il gip Soffiato e Scaramuzza sono responsabili di concorso esterno in associazione di stampo perché «concorrono all’affermazione nel controllo delle attività economiche del clan di Caltagirone». Ciò che non viene dimostrato per Daniela Vedovato, responsabile dell’ufficio contratti della Fip. Un ruolo fondamentale nello “spezzatino” dei contratti per agevolare il clan mafioso lo hanno tre dipendenti dell’Anas, tra cui il direttore dei lavori del cantiere per la variante di Caltagirone.

Scrive il gip: «Soffiato manteneva i contatti con Maria Coppola, direttore dei lavori del cantiere, la quale non solo dava consigli al Soffiato sulla procedura da seguire per eludere i controlli previsti dalla normativa antimafia «avrebbero dovuto fare un aggiornamento, con una revisione, una settimana dopo, quindici giorni dopo, non lo stesso momento, ma addirittura», prosegue il gip, «strappava il secondo contratto ed invitava Soffiato a distruggere anche la copia recante il timbro del pervenuto; nell’ultima conversazione sopra citata Soffiato comunicava alla Coppola «mandiamo un contratto fino al raggiungimento dei 150.000 per iniziare a fargli fare una pila relativamente a quel discorso che le dicevo che volevano fare un mese di… prova, facciamo così .. tre giorni dopo, facciamo un contratto invece più grosso e quindi che va direttamente in Prefettura». Ma intanto l’impresa del clan iniziava a lavorare e quel lavoro doveva essere pagato, anche se successivamente la Prefettura contestava la mancanza del certificato antimafia.

Carlo Mion

 

«Cantieri sotto controllo per garantire la legalità»

Parla il prefetto di Venezia Cuttaia: «Attendiamo la conclusione delle indagini prima di rilasciare i certificati antimafia a Consorzio e alla Mantovani»

VENEZIA «La situazione in Veneto è continuamente monitorata. La perfetta sintonia con Procura Antimafia e Dia ci consente di tener sotto controllo i vari appalti e le opere che possono essere soggette a infiltrazioni mafiose», fa sapere il Prefetto Domenico Cuttaia.

Da almeno due anni il Prefetto Cuttaia ha spinto molto per compiere verifiche continue su ogni cantiere, su ogni appalto e azienda della nostra regione.

Spiegano ancora in Prefettura: «Per il momento, in attesa della conclusione delle indagini non abbiano ancora rilasciato i certificati antimafia sia per la Mantovani che per le imprese del Consorzio Venezia Nuova coinvolte nelle inchieste della Procura di Venezia. Attendiamo la fine delle indagini».

In diverse occasioni il Prefetto ha scritto ai comuni e alle provincie invitano tutti a impegnarsi allo scopo di «individuare per tempo segnali di interferenze esterne o situazioni anomale che, pur non concretizzandosi in specifiche ipotesi di reato la cui valutazione è affidata alla magistratura e agli organi di polizia giudiziaria, siano suscettibili di attento esame da demandare al Comitato provinciale per l’Ordine e la Sicurezza pubblica».

In secondo luogo, il prefetto chiede «particolare attenzione rivolta alla promozione di iniziative per sensibilizzare adeguatamente le associazioni rappresentative delle categorie economiche sulla necessità di denunciare per tempo fenomeni di usura ed estorsione, che, se coperti, rischiano di alimentare sul territorio la formazione di organizzazioni potenzialmente in grado di radicarsi, come si è già avuto modo di registrare». Non solo appelli, però.

«Questa Prefettura», ha spiegato ancora Cuttaia, «intende rafforzare la cooperazione con le amministrazioni locali per la verifica della precisa conformità dei flussi finanziari alla normativa vigente».

Il prefetto ritiene che «i tentativi, sempre più aggressivi e pericolosi, delle organizzazioni malavitose di radicarsi e strutturarsi nel territorio veneto» siano stati, almeno fino ad ora, fronteggiati da un’incisiva azione di prevenzione e da una forte azione di contrasto. Tutto ciò deve «necessariamente accompagnarsi a una corale affermazioni del principio di legalità in tutte le sue declinazioni». Per questo richiama l’attenzione sulla «necessità di mantenere una buona amministrazione, improntata ai criteri di correttezza, trasparenza e partecipazione». Ricordando i numerosi episodi di corruzione scoperti dalla magistratura, il Prefetto spesso ha sottolineato, che potrebbero «fare da sfondo ad una maggiore penetrazione delle mafie, in grado di captare e sfruttare la disponibilità di amministratori avvicinabili».

Carlo Mion

 

Chi È Il Boss di caltaniSsetta, ora in carcere, e il potere criminale in sicilia della sua famiglia

L’equilibrio mafia-politica garantito da Ciccio La Rocca

Disse di Falcone: «Un cornuto che se la meritava», ma ciò non gli impedì di continuare a vincere appalti pubblici

La passione del clan mafioso di Francesco La Rocca, detto Ciccio, boss di Caltagirone, oggi settantenne, nato e cresciuto criminalmente a una decina di chilometri da Catania, è sempre stato il cemento e la politica. E il collante fra questi due elementi che sembrano apparentemente lontani e diversi, è continuata ad essere la mafia. In questo caso Cosa nostra riesce a mettere insieme persone e cose e a farne un’arma da utilizzare contro gli imprenditori che rispettano la legge e per inquinare l’economia legale.

Ciccio La Rocca ha dato vita negli anni Ottanta nel calatino alla famiglia mafiosa che prende il suo nome. Da alcuni anni è detenuto perché condannato definitivamente per associazione mafiosa. Sul territorio siciliano, e non solo, ha lasciato molti eredi e uomini di fiducia che stanno portando avanti gli affari della famiglia, affari non sono sempre legali. Gli inquirenti lo definivano come «un soggetto in grado di garantire, per il prestigio criminale acquisito e per le particolari doti di mediazione possedute, l’equilibrio così accortamente perseguito». L’equilibrio fra mafia e politica.

Il vecchio boss ha sempre vantato solidi rapporti con i corleonesi e in particolare con Bernardo Provenzano. Molti “pizzini” trovati nel covo in cui il vecchio padrino venne arrestato nel 2006 erano indirizzati anche a La Rocca. E il mafioso calatino che si faceva passare anche per imprenditore e amava corrompere i politici, in alcune intercettazioni fatte all’inizio del 2000 definiva Provenzano «uno di quelli che ha la testa sulle spalle».

E non lesinava commenti nemmeno contro chi è stato vittima della mafia. Le piccole cimici piazzate dagli investigatori in alcuni ritrovi utilizzati dal boss di Caltagirone hanno anche registrato i suoi commenti sull’attentato al giudice Giovanni Falcone, definendolo «un cornuto che se la meritava». Basterebbero queste poche frasi per chiudere il profilo di questo mafioso e far comprendere di che pasta è fatto il capo del clan La Rocca. Basterebbe ricordare pubblicamente il suo giudizio su Falcone per far accendere un semaforo rosso ogni qual volta un cittadino onesto, un pubblico amministratore imparziale o un politico pulito lo incroci sulla sua strada e lanciare l’allarme: uomo da evitare. Anche solo per evitare di stringergli la mano, solo per una questione morale. E invece no. I politici e gli aspiranti politici sono andati a cercare La Rocca per ottenere la sicurezza, con il carico di elettori che può muovere, di essere eletti o rieletti ai consigli comunali e a quelli regionali. L’allarme rosso non è servito nemmeno a quei pubblici amministratori che gli hanno dato larghi spazi di manovra per accaparrarsi appalti pubblici per milioni di euro. E consentito i subappalti. A discapito di imprenditori onesti che rispettano la legge e pagano le tasse.

Pochi mesi fa un collaboratore di giustizia raccontava che Francesco La Rocca «teneva in mano il presidente della regione siciliana Salvatore Lombardo e lo giostrava come voleva lui, lo teneva in mano sua. Ciccio La Rocca aveva in mano mezza Sicilia e voleva riunire tutta la Sicilia». Ecco, secondo un pentito questo mafioso “giostrava” l’ex governatore siciliano, l’autonomista alleato di Silvio Berlusconi. Lombardo oggi è sotto processo a Catania e per lui la procura ha chiesto al giudice la condanna per concorso esterno in associazione mafiosa. Ai magistrati il pentito racconta di incontri avvenuti durante la campagna elettorale per le elezioni regionali del 2006 con politici e candidati e ritorna sempre su Francesco La Rocca, che è ben ammanicato a Catania e ricostruisce il rapporto che ci sarebbe stato con Lombardo: «In cambio, se c’erano infrastrutture da realizzare a Caltagirone, saremmo stati i primi a beneficiare di questi lavori». Alla commissione antimafia gli inquirenti catanesi per delineare il profilo di Ciccio La Rocca dicevano: «Abbondanti sono i segnali, cristallizzati anche in risultanze di indagini, indicativi dell’elevata caratura delinquenziale di Francesco La Rocca, non solo con riferimento agli ambiti palermitani: unitamente al figlio Gioacchino «Gianfranco», e ai nipoti Gesualdo «Aldo» e Gaetano Francesco «Franco», (secondo quanto emerso nelle indagini «Chiaraluce», «Grande Oriente», «Orione» e «Dionisio») gode di grande ascendente criminale». Da padre in figlio. Sono storie, fatti e personaggi che tornano ancora adesso a dominare il mondo della mafia imprenditoriale e della politica collusa.

 

IL RETROSCENA –  Il dipendente dell’Anas batte cassa all’azienda

VENEZIA – Ma non è il solo indagato che chiede ricompense materiali per dei piaceri fatti, agli imprenditori che stanno lavorando su quella strada. È ancora un dipendente dell’Anas che batte cassa. Si tratta di Maria Coppola, il direttore dei lavori per la realizzazione della variante di Caltagirone. Il suo ruolo è fondamentale nel garantire lo spezzatino degli appalti per far lavorare le imprese della mafia quindi va ricompensata in maniera ben superiore che con un orologio. Ed ecco che le viene fornita un’auto. Ricostruiscono gli investigatori «Francesco Fundarò aveva acquistato in leasing dal mese di giugno-luglio 2011 quattro autovetture intestate alla sua ditta “L&C” due delle quali erano state messe a disposizione del responsabile Anas geometra Antonio Marianelli e dell’ingegnere Maria Coppola Maria direttore dei lavori del cantiere, soggetti cui spettano i controlli sull’operato delle ditte impegnate nell’appalto». Ed infatti, diverse volte, Maria Coppola veniva ripresa dalle telecamere posizionate dai carabinieri, allontanarsi dal cantiere a bordo di una Citroen C4, intestata alla ditta L&C di Fundarò.

(c.m.)

 

Orologi in cambio di favori

L’impresa padovana era obbligata ad assumere persone e fare regali

VENEZIA – Nell’ordinanza che ha portato in carcere Scaramuzza e Soffiato il giudice scrive: «Dal contenuto delle conversazioni intercettate emergono invece rapporti dì altra natura tra i dirigenti delle imprese aggiudicatarie e i funzionari dell’Anas, dalle conversazioni emergerebbe la preoccupazione per eventuali controlli da parte della DIA sui lavori e l’assunzione di un capocantiere».

Mauro Scaramuzza parla con Daniela Vedovato di una persona che prima ha chiesto l’assunzione di un suo parente e poi di un orologio. Dice Scaramuzza: «L’orologio se lo scorda perché suo cugino ormai lo abbiamo assunto». Successivamente dal tenore delle conversazioni che seguono Gianmarco Celegato emerge che Scaramuzza ha acquistato ad un costo inferiore rispetto a quello di mercato, «ovvero al prezzo di circa 6.000 euro, un orologio Rolex che doveva regalare evidentemente per ricambiare “un favore”». Questo emerge sempre da varie conversazioni intercettate e che vedevano protagonisti sempre Scaramuzza e la sua collaboratrice Vedovato. Dalle telefonate emerge che l’ad di Fip ha effettivamente acquistato l’orologio il 5 novembre del 2011 e il destinatario era colui che gli aveva chiesto nel mese di settembre l’assunzione del proprio cugino e da accertamenti svolti dai carabinieri, il cugino del destinatario dell’orologio è stato poi identificato in Giuseppe Incorvaia, assunto alla “L&C”, impresa che partecipava alla realizzazione della strada, dal giugno 2011, e che è cugino di uno degli odierni indagati accusato di concorso esterno in associazione di stampo mafioso.

(c.m.)

 

Scaramuzza, ingegnere sempre in viaggio

L’amministratore delegato Fip, mestrino poco conosciuto: preferiva girare tra i cantieri piuttosto che stare in ufficio

MESTRE – Cinquantacinque anni, ingegnere, con casa in una delle vie più esclusive di Mestre, via Terraglietto, sposato e padre di un figlio. Pochi a Mestre possono dire di frequentare e conoscere bene Mauro Scaramuzza, sempre in viaggio per raggiungere dirigere in tutta Italia e anche all’estero. Quando non viaggia comunque stava a Selvazzano, la sede della «Fip Industriale». Come per Piergiorgio Baita, pure lui ingegnere, anche lui è un tecnico più che un manager che sa di amministrazione e gestione aziendale. Non a caso era più spesso sui cantieri che negli uffici della società della famiglia Chiarotto. È finito per la prima volta dietro le sbarre, ma non è la prima volta che si trova implicato in indagini giudiziarie sia come indagato sia come persona informata sui fatti ai quale erano interessati gli investigatori.

A sentirlo, per la prima volta, sono i poliziotti per conto della Procura della Repubblica di Torino dopo il crollo di un pezzo del la tettoia dello «Juventus stadium» del capoluogo piemontese, nella cui costruzione la ditta padovana aveva avuto un ruolo. Poi, invece, finisce indagato in seguito agli interventi per il dopo terremoto a L’Aquila assieme ad altre cinque persone, tra le quali la presidente del consiglio d’amministrazione della società per cui lavora, Donaletta Chiarotto. I magistrati della Procura abruzzese li sospettano di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta. La «Fip» aveva vinto una commessa della Protezione civile per oltre tre milioni per fornire duemilacinquecento isolatori in gomma per le case destinate ai terremotati. Con loro, finiscono sotto inchiesta Gian Michele Calvi, direttore dei lavori, Michel Bruno Dupety, presidente dell’«Alga», una delle ditte fornitrici, e Agostino «Marioni, amministratore della stessa ditta. Qualche mese fra, comunque, il pubblico ministero chiede l’archiviazione delle accuse per Chiarotto e Scaramuzza e il rinvio a giudizio per gli altri tre. Poi c’è anche la Guardia di finanza che lo sente, questa volta nell’ambito dell’inchiesta del pubblico ministero veneziano Stefano Ancillotto conclusa con la condanna dell’amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan. E, ieri, infine l’arresto assieme al collega Achille Soffiato.

 

ACHILLE Soffiato

Volontario in parrocchia a Sant’Agostino

PADOVA. C’è incredulità e stupore ad Albignasego tra gli amici dell’ingegner Achille Soffiato, 39 anni, nato a Padova e residente ad Albignasego con la moglie Federica e due figli. Chi lo conosce lo stima sia professionalmente sia per la splendida famiglia. Nonostante gli impegni di lavoro, da sempre è il braccio del parroco, lo aiuta su ogni iniziativa della parrocchia di Sant’Agostino. Ieri i carabinieri sono andati a prenderlo all’alba nella sua abitazione, in questi giorni infatti si trovava a casa. Un suo caro amico racconta che da qualche tempo alla Fip gli avevano prospettato la possibilità di fare il capocantiere al sud d’Italia, in aree dove l’azienda si era aggiudicata importanti commesse. Soffiato era stato costretto ad accettare, nonostante questo significasse effettuare delle lunghe trasferte in Sicilia. Agli amici più stretti aveva confidato che, proprio per i lavori che l’hanno poi portato in carcere, viveva una situazione di tensione. Spesso gli uffici del cantiere erano vigilati da guardie giurate armate, capitava che si vivessero situazioni di tensione per svariati motivi. Inoltre, nella sua veste di ingegnere capo-cantiere subiva delle pressioni da persone del posto che spingevano per delle assunzioni. In merito alle accuse che gli vengono contestate in paese il giudizio è chiaro: si è trovato in mezzo ad una situazione complessa, di cui è anch’egli una vittima.

 

«Siamo increduli, c’è piena fiducia in lui»

Parla Donatella Chiarotto, presidente della società sotto inchiesta. Tranquillo il padre Romeo 

SELVAZZANO – Il giorno della notizia dell’arresto dell’amministratore delegato Mauro Scaramazza e dell’ingegnere Achille Soffiato, nello stabilimento della Fip Industriale di Selvazzano l’attività prosegue normalmente. I lavori vanno avanti a ritmo serrato anche nei cantieri nei comuni di San Michele di Ganzaria e Caltagirone dove l’azienda padovana sta realizzando per conto dell’Anas la strada statale 683 Licodia Eubea-Libertinia. Nella sede storica dell’industria padovana, in via Scappacchiò, appena fuori il centro del paese, ci sono i vertici aziendali: il presidente Donatella Chiarotto ed il papà Romeo che seppure da qualche anno non assuma incarichi di vertice, sovrintende all’attività col suo grande carisma di imprenditore di successo. «Siamo increduli, una cosa del genere è impossibile possa essere successa, esordisce Donatella Chiarotto. Oggi (ieri ndr) sono partiti per la Sicilia i nostri avvocati per capire meglio il problema. Aspettiamo di conoscere bene tutti gli aspetti della vicenda prima di formulare giudizi affrettati. Scaramuzza sovrintende da qualche anno alla parte edile e da parte nostra ha la piena fiducia». Nel pomeriggio dal sud arrivano, attraverso i legali dell’azienda, notizie più precise sul caso. A renderle note è Romeo Chiarotto. «Mi è stato riferito, puntualizza l’imprenditore, che si tratta di una questione legata a subappalti a due ditte locali: la “Tor Revive” per un importo che si aggira sul milione di euro e alla Edil Beta per alcune centinaia di migliaia di euro. Per entrambi era stato chiesto il certificato antimafia. Non avendo avuto risposta dopo circa tre mesi, come prevede la legge, sono stati affidati i lavori. A distanza di un anno, però, l’antimafia per la “Tor Rivive” è arrivato e si è scoperto che la ditta non era a posto. Così abbiamo deciso di metterla immediatamente alla porta, tant’è che ci ha fatto causa per avere il pagamento della parte di lavori effettuati. Non credo che i nostri collaboratori fossero a conoscenza delle infiltrazioni mafiose del clan La Rocca. Per l’altra ditta, invece, era tutto regolare». Romeo Chiarotto tiene a precisare che per quanto riguarda l’appalto siciliano, proprio per evitare infiltrazioni di stampo mafioso, era stato sottoscritto un Protocollo di legalità. «Un documento che oltre a Fip Industriale hanno firmato il prefetto di Catania ed i responsabili della Dia, spiega l’industriale. Se viene assunta una persona in quel cantiere stradale dobbiamo segnalarlo ai carabinieri, come pure se decidiamo di cambiare un fornitore». L’imprenditore padovano non sembra entusiasta di quell’appalto vinto due anni fa in Sicilia. «Purtroppo con la crisi che attanaglia il settore bisogna spostarsi dove c’è lavoro».

Gianni Biasetto

 

«Per fortuna che c’è la magistratura»

Cgil, Cisl, Uil plaudono alle inchieste che mettono a nudo le infiltrazioni illegali nell’economia

VENEZIA «I sindacati dei lavoratori non sembrano sorpresi dalla notizia dell’arresto a Mestre, dove risiede, dell’amministratore delegato della Fip Industriale spa Mauro Scaramuzza.

«Noi lo diciamo da tempo che la malavita organizzata ha messo piede in Veneto» dichiara il segretario generale della Cgil regionale, Emilio Viafora «ci risulta che la Fip da molti anni ha esternalizzato molte delle sue attività e questo non è certo un bel segno. La magistratura deve andare fino in fondo con l’inchiesta, ma anche le forze sociali devono contrastare con tutte le loro e forze questo fenomeno. Non possiamo avere indugi perché le mafie distruggono l’economia sana e scardinano dalle fondamenta gli equilibri sociali, peggiorano la sicurezza negli ambienti di lavoro. Dobbiamo fare in modo che le aziende siano più trasparenti per evitare che siano i lavoratori inconsapevoli a pagare le conseguenze dei comportamenti illeciti e criminali dei loro datori di lavoro, fino a perdere il posto di lavoro. Regione e Stato non possono permettere che questo avvenga». Lino Gottardello, segretario generale della Cisl veneziana, si complimenta con la magistratura che anche con questa inchiesta «lancia un segnale positivo perchè dimostra che la criminalità organizzata che cerca di intaccare anche il sistema economico e produttivo del Veneto e di tutto il Nordest si può contrastare efficacemente».

«In un momento di grave crisi economica e occupazionale come quello attuale, più a rischio di infiltrazioni mafiose» dice Gottardello «non possono essere tolte risorse e sostegno alla magistratura inquirente, alla guardia di finanza e a tutte le altre forze dell’ordine pubblico. Le organizzazioni criminali agiscono nell’ombra e la vigilanza degli organi preposti deve avere gli strumenti e gli uomini necessari per garantire sicurezza e legalità anche nel mondo del lavoro».

Sulla stessa linea è Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil veneta che commenta: «E’ chiaro da tempo che la mafia non c’è solo i in Sicilia, anzi penetra sempre più anche nei territorio del Nordest dove c’è più lavoro e più ricchezza. Tenere gli occhi aperti è un nostro dovere, ma la magistratura con le forze dell’ordine deve essere sostenuta e avere tutti i mezzi necessari per condurre le indagini e smascherare il malaffare che insidia l’economia e fa concorrenza sleale e criminale a chi lavora onestamente».

(g.fav.)

 

Il grande business delle cerniere cuore pulsante del sistema Mose

L’ex ministro Matteoli e Galan avevano inaugurato gli ingranaggi nati per azionare le paratoie

Gli arresti alla Fip arrivano dopo che un’altra indagine aveva decapitato i vertici del Consorzio 

«Orgoglio di un’opera italiana», aveva detto l’esponente del Pdl all’inaugurazione

Ma c’è una polemica che dura da anni sull’utilizzo degli impianti Fip

VENEZIA – Non è un imprenditore qualunque Mauro Scaramuzza, arrestato per i contatti con la cosca mafiosa di Gioacchino La Rocca. Ma il responsabile del settore cantieri della Fip, la società padovana presieduta da Donatella Chiarotto che ha lavorato alla costruzione delle cerniere del Mose. Un’azienda di cui è proprietaria la Mantovani, colosso dell’edilizia e primo azionista del Consorzio Venezia Nuova. Mantovani di nuovo nell’occhio del ciclone, dunque, dopo gli arresti dell’ex presidente Piergiorgio Baita e l’inchiesta sul Mose che ha portato all’arresto del presidente fondatore del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati. La Fip di Selvazzano di Dentro è una grande azienda di proprietà di Romeo Chiarotto e dei suoi figli Giampaolo e Donatella.

Tre le divisioni dell’azienda, quella finanziaria con la Serenissima holding, quella delle imprese (settore industriale e metalmeccanico, produzione di cerniere e sistemi idraulici) e quella commerciale. La Fip, azienda specializzata ma sconosciuta ai più, aveva avuto il suo momento di gloria nazionale nel marzo del 2010. L’ex ministro per le Infrastrutture del Pdl Altero Matteoli, grande sponsor del rientrato presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, aveva personalmente battezzato le nuove cerniere del Mose. 161 ingranaggi da 34 tonnellate l’una, due per ognuna delle 78 paratoie che costituiranno il sistema Mose più qualcuna di scorta. Matteoli accompagnato da Giancarlo Galan in caschetto bianco aveva personalmente premuto il bottone del varo. «Orgoglio di un’opera tutta italiana», aveva detto.

Cerniere su cui la polemica e i dubbi degli scienziati ancora non sono chiariti. Due ingegneri di chiara fama, Lorenzo Fellin e Armando Memmio, consulenti del Magistrato alle Acque, erano stati licenziati in tronco per aver criticato il sistema di costruzione delle ceniere. «Sistema a nostro parere superato, con i pezzi saldati e non fusi, dalla durata minore e dalla manutenzione complessa», avevano scritto nero su bianco i due esperti.

La risposta era stata il loro allontanamento e anche il licenziamento di Maria Giovanna Piva, presidente sostituita da Matteoli con Cuccioletta. «I dubbi sono stati superati», avevano garantito al Consorzio. Ma la tenuta delle cerniere saldate e non fuse, generalmente riconosciute più delicate, è tutta da verificare. Per aver utilizzato il brevetto dei tensionatori e degli impianti la Fip ha anche aperto un contenzioso con un’azienda concorrente, la General Fluidi, che rivendica a sé l’idea del meccanismo e ha chiesto il risarcimento dei danni. «Noi siamo stati puniti per le nostre critiche», ha raccontato qualche mese fa alla Nuova l’ingegnere padovano Lorenzo Fellin, «perché avevano già deciso di far costruire alla Fip, gruppo Mantovani, quei meccanismi, e la Fip è specializzata nella costruzione delle cerniere saldate».

Adesso le cerniere, il «cuore tecnologico» del sistema Mose, sono di nuovo sotto i riflettori. Domani sott’acqua saranno le prime otto prodotte a Selvazzano a far sollevare le prime quattro paratoie. Dentro le cerniere, alte quasi tre metri, passano i condotti idraulici, i cavi per l’energia, i sistemi di comando della grande opera. La costruzione era stata affidata dal Consorzio Venezia Nuova alla Fip, di proprietà Mantovani e della famiglia Chiarotto, tra i big dell’imprenditoria e della finanza a Padova. Una bella storia turbata adesso dall’ arresto di Scaramuzza. Che arriva dopo l’inchiesta su Piergiorgio Baita, presidente e manager tuttofare della Mantovani fino a qualche mese fa. Una vicenda che si lega con le due inchieste aperte in laguna e non ancora terminate. E che riaccende interrogativi sui mali del monopolio. Garantito da quasi trent’anni e previsto dalla seconda Legge Speciale, quella del 1984. Insieme alla riscrittura della prima legge del 1973, veniva istituito il Consorzio Venezia Nuova, concessionario unico dello Stato per le opere di salvaguardia. Finanziamenti statali e niente gare d’appalto. Un’opera colossale, il Mose, che doveva costare un miliardo e mezzo di euro e ora ne costa quasi sei, gestione e manutenzione escluse.

Alberto Vitucci

 

Con il fiato sospeso per le prove generali

Domani è in programma la prima movimentazione delle paratoie, giornalisti da tutto il mondo 

VENEZIA – Forse il momento non era il più adatto, vista la crisi e le vicende giudiziarie che non si fermano. Ma per mostrare al mondo i primi movimenti delle paratoie incernierate sui cassoni, il Consorzio Venezia Nuova ha deciso di fare le cose in grande. Ministri, sindaci, centinaia di giornalisti da tutto il mondo, fotografi e tv. Giro in laguna mattina e pomeriggio per mostrare il prodigio di un’opera tutta italiana. Cerimoniale deciso dal nuovo presidente del Magistrato alle Acque Roberto Daniele e dai nuovi vertici del Consorzio. In mattinata tutti a Malamocco, a vedere da vicino i grandi cassoni in calcestruzzo. Sono alti da 17 a 26 metri, lunghi 50. Una serie di condomìni in calcestruzzo che saranno gettati in acqua e poi trainati da rimorchiatori per essere affondati, ai primi di novembre nella bocca di porto di Lido. Lavori per chiudere il secondo varco della bocca di Lido, la più grande delle tre con i suoi 900 metri di larghezza. In mezzo è stata costruita la grande isola artificiale dove troveranno posto gli edifici di controllo, la centrale elettrica, i servizi. Domani la prima movimentazione delle paratoie, dopo le prove che hanno coinvolto i tecnici dela Mantovani e della Fip – che ha costruito le cerniere – per mesi. Nel giugno scorso le prime prove, dopo che le paratoie in metallo sono state fissate sul fondale appunto attraverso le cerniere, meccanismo delicato e complesso. Un inconveniente ha impedito il sollevamento della paratoia. «Ma era un problema idraulico, subito risolto», hanno rassicurato i tecnici del Consorzio. Domani la «parata» per mostrare a tutti il funzionamento delle prime quattro paratoie – a regime saranno 78 sulle tre bocche di porto – che dovrebbero chiudere la laguna in caso di acqua alta eccezionale. Lavori che si dovevano concludere nel 2009, poi spostati al 2014, infine adesso slittati al 2016. In mattinata la visita del cantiere a Santa Maria del Mare, dove sono stati costruiti i grandi cassoni che andranno sul fondale delle tre bocche di Lido, Malamocco e Chioggia. Alle 14.30 all’isola del bacàn il sollevamento delle quattro barriere a uso dei fotografi. Cerimonia a cui i due «padri» del progetto, l’ex presidente Giovanni Mazzacurati e l’ex presidente di Mantovani Piergiorgio Baita, finiti in carcere nell’inchiesta sul Mose e da qualche settimana, non sono nemmeno stati invitati.

(a.v.)

 

Interrogazione alla Camera dei deputati del Pd, duro commento di Caccia

le reazioni dei politici

VENEZIA. «L’arresto di Scaramuzza proietta l’ombra di Cosa Nostra anche sulla concessione unica per le opere di salvaguardia di Venezia e della sua laguna. Dimostra che c’è un sistema malato legato al monopolio del Consorzio e agli affari da esso gestiti nell’ultimo trentennio».

Va giù pesante il consigliere veneziano della lista «In Comune» Beppe Caccia. E chiede a governo e Parlamento di intervenire con urgenza, viste anche le recenti vicende giudiziarie che hanno interessato il Consorzio e la sua principale azionista, la Mantovani. E di annullare la pomposa cerimonia prevista per domani.

«Mancherà l’uomo cerniera, e non c’è nulla da festeggiare». «L’uomo cerniera del Mose è stato arrestato per mafia», scrive Caccia, «il suo nome ricorre negli ultimi anni in molti dei più discussi affari e opere pubbliche degli ultimi anni, a cominciare dall’Aquila, dall’Expo 2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna titolare delle opere preliminari alla Tav in Val di Susa. E questo prova che i nuovi vertici della Mantovani spa sono ben lontani dal compiere quella operazione di pulizia che avevano promesso al momento del loro insediamento».

Dopo l’arresto dell’ex presidente Baita al vertice della Mantovani era stato insediato infatti un ex questore, Carmine Damiano. «Occorre avviare al più presto una verifica sul progetto Mose, dal momento che l’affidabilità delle cerniere, prodotte proprio dalla Fip di Padova è anora aperta. Ma anche delle ingentissime risorse pubbliche spese in questi anni dal Consorzio e dalle imprese ad esso collegate». «Occorre infine superare la concessione unica», conclude il consigliere, «che si sta rivelando sempre più criminogena».

Sui legami tra imprese del Nord Est e Cosa Nostra intervengono anche i deputati del Pd Alessandro Naccarato, Margherita Miotto e Giulia Narduolo. Con una interrogazione al ministro dell’Interno Angelino Alfano chiedono «se il ministro sia al corrente dei fatti più volte segnalati, cioè le infiltrazioni mafiose in Veneto favorite anche dalla crisi degli ultimi mesi». E «quali concrete iniziative intenda porre in essere al fine di prevenire e contrastare l’infiltrazione mafiosa nel territorio e nel tessuto economico del Veneto». Un fenomeno, scrivono ancora i parlamentari, «che desta un grave allarme sociale presso la popolazione della nostra regione di fronte al quale occorre reagire con determinazione e prontezza per scongiurare il diffondersi del fenomeno». «Il ministro Lupi non può venire a inaugurare il Mose prima di aver fatto chiarezza e un’indagine interna», dice Andreina Zitelli (Iuav).

(a.v.)

 

Cisnetto responsabile della comunicazione

nuovi incarichi al consorzio 

Il nuovo corso del Consorzio Venezia Nuova si affida a una società esterna di Pubbliche relazioni. Il neopresidente Mauro Fabris, egli stesso addetto stampa del pool di imprese alla fine degli anni Ottanta, ha deciso di affidare la comunicazione ai consulenti dello studio Cisnetto. Un lavoro che era sempre stato fatto in casa con discreti risultati – prima da Franco Miracco, poi da Flavia Faccioli che si avvalevano dei dipendenti – e adesso viene affidato a Cisnetto.

«Studia e descrive i processi di cambiamento del capitalismo italiano e internazionale soprattutto in relazione alle dinamoche politiche», scrive di se stesso il genovese Cisnetto nel suo sito. 55 anni, giornalista economico e docente di Finanza alla Luiss, commentatore economico di vari giornali, Cisnetto ha fondato con la moglie le rassegne Cortina InConTra e Roma InConTra. Ha buoni rapporti con i settori economici di molti giornali e conosce molti direttori. Basterà per rilanciare l’immagine del Consorzio e ricominciare l’avventura del Mose?(a.v.)

Blitz delle Fiamme Gialle al Magistrato alle Acque

Sequestrati documenti e i pagamenti relativi ai collaudi dei lavori per il Mose

I fascicoli riguardano in particolare gli alti dirigenti di palazzo Dieci Savi 

VENEZIA – Guardia di Finanza a palazzo Dieci Savi. Non è la prima volta, ma adesso nel mirino degli investigatori che stanno indagando sui grandi lavori in laguna e sulle consulenze, ci sono i soldi pagati per i collaudi dei lavori del Mose. Un gruppo di finanzieri si è presentato qualche giorno fa nella sede del Magistrato alle Acque di Rialto e ha chiesto l’intera documentazione riguardante gli incarichi affidati quasi sempre su chiamata negli ultimi anni. Lavori che riguardano in particolare gli alti dirigenti del Magistrato alle Acque, ma anche dirigenti romani del ministero dei Lavori pubblici. Sono i vari filoni delle due inchieste aperte sulla salvaguardia e il Consorzio Venezia Nuova, che hanno portato nei mesi scorsi all’arresto dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita – ora tornato in libertà – e dell’ex presidente e direttore Giovanni Mazzacurati, anch’egli tornato a casa. Ma anche nuove indagini scaturite da accertamenti e intercettazioni. Si cerca di capire come siano stati spesi i soldi pubblici – somme ingenti, molti milioni di euro – affidando a ingegneri e geometri i collaudi dei lavori in laguna. Un tema già sfiorato tre anni fa con le indagini sulla «cricca» e i vertici del ministero pagati dal costruttore Anemone per i lavori del G8 alla Maddalena. Indagini che avevano sfiorato la laguna, ma allora non erano state approfondite. Le tracce della cricca e degli ingegneri arrestati portano in laguna. Mauro della Giovanpaola, dirigente coinvolto nella disastrosa operazione del nuovo Palacinema. Ma anche Angelo Balducci, potentissimo ex presidente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici dove si approvavano grandi opere e progetti a cominciare dal Mose. Era Balducci spesso a indicare i consulenti e i collaudatori. Tra cui c’era lui stesso, e il suo fidato Fabio De Santis, già Provveditore delle Opere pubbliche ad Ancona, che aveva meritato 150 mila euro per i collaudi di alcuni lavori.

«Lo conosco ma non ho mai avuto rapporti con loro», diceva l’allora presidente Patrizio Cuccioletta. Incarichi anche agli ingegneri veneziani, e all’ex vicepresidente Luigi Mayerle, ora in pensione. Le indagini dovranno adesso appurare se tutto si sia svolto regolarmente e se il sistema adottato per i compensi agli ingegneri – potrebbero essere gli stessi che dovevano autorizzare i lavori, con un evidente conflitto di interessi – siano leciti oppure no. Carretti di delibere del Comitato tecnico e del presidente, incartamenti, fatture sono stati sequestrati dai finanzieri. Che hanno sentito per molte ore ex dirigenti. «No comment» e silenzio assoluto al Magistrato alle Acque, dove i nuovi dirigenti sono evidentemente estranei all’attività svolta fino al 2012. Ma circola una certa preoccupazione. Dopo gli ultimi sequestri di documenti, l’anno scorso, erano scattati gli arresti per i vertici del Consorzio. Le indagini sulla salvaguardia e sul coinvolgimento di altri livelli nella corruzione non sono evidentemente finite.

Alberto Vitucci

 

La Fip, gioiello della famiglia Chiarotto

Ricavi per 178 milioni: l’azionista aveva deciso di tornare a investire nel settore antisismico

PADOVA – Questa volta i suoi martinetti antisismici non sono bastati: il terremoto ha investito direttamente il vertice dell’azienda. Eppure, la Fip Industriale spa è sempre stata considerata il gioiello tecnologico del gruppo Chiarotto: una staff di ingegneri e progettisti di primordine, grandi capacità di industrializzazione, più di cento brevetti depositati, un elenco di referenze che fa il giro del mondo, dal grattacielo di Taipei al Golden Gate di San Francisco. Ma l’idea che Fip industriale dovesse occuparsi anche di lavori stradali non le ha portato fortuna: l’arresto dei suoi manager riguarda ora proprio la gestione di un appalto per la variante stradale di Caltagirone, e una banale storia di subappalti in odore di mafia. Che il business delle costruzioni fosse «contro natura», del resto, l’ha compreso anche lo stesso Romeo Chiarotto, che dopo l’inchiesta che ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita ha deciso di ridimensionare l’attività edile della Fip Industriale e ricondurla al tradizionale e redditizio segmento dell’antisismica. Il bilancio al 31 dicembre 2012 di Fip Industriale S.p.A. registra l’aumento dei ricavi da 175,7 a 177,8 milioni di euro e il ritorno all’utile (1,7 milioni di euro) dopo la sventola patita nell’esercizio 2011 (una perdita di quasi 15 milioni di euro). Gli addetti diretti sono più di 430, in larga parte nello stabilimento di Selvazzano Dentro. Poche settimane fa, durante l’approvazione del bilancio, l’azionista è stato chiaro: Fip torni a fare quel che sa fare, lasciando il business delle costruzioni (per quello c’era la Mantovani). Nella relazione al bilancio la decisione di «rivedere le proprie strategie in modo da ridimensionare il settore edile, focalizzarsi sul proprio core business storico legato alla meccanica e a quei lavori edili, di minore rilevanza e quindi a minor rischio, che sono di fatto funzionali e complementari alla attività meccanica stessa». Il peggio, con l’accusa di mafia, doveva ancora arrivare.Fip industriale è tra i leader mondiali dell’antisismica: progettazione e produzione di apparecchiature e dispositivi di meccanica strutturale, impiegati in opere stradali, ferroviarie e marittime. Suoi i martinetti che tanto hanno fatto discutere (anche per l’inchiesta che ne nacque) delle «case sospese» del dopo terremoto a L’Aquila.

Gazzettino – Tecnico del Mose arrestato per mafia

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10

ott

2013

COSA NOSTRA & GLI APPALTI

VENEZIA – L’ombra di Cosa Nostra su un appalto in Sicilia. Nessun collegamento con il Consorzio, ma è polemica in laguna

Manette a Mauro Scaramuzza, ad della Fip, la ditta che realizza le cerniere delle paratoie

COINVOLGIMENTO – Le indagini riguardano il comparto edile e non industriale

INCHIESTA A CATANIA – I Carabinieri arrestano cinque persone, tra loro c’è l’ad di una ditta padovana legata alla Mantovani

I FATTI – Legami con una società “sospetta” per i lavori di una strada in Sicilia

ARRESTATI – Mauro Scaramuzza e Achille Soffiato, concorso esterno ad associazione mafiosa

L’ombra della mafia sul tecnico del Mose

Manette a Mauro Scaramuzza, a capo della Fip, l’impresa che sta realizzando il sistema di ancoraggio ai fondali

Un collegamento diretto tra la mafia e un’impresa padovana amministrata da un mestrino. Ieri mattina i carabinieri di Catania hanno arrestato cinque persone nell’ambito degli appalti sulla “Variante di Caltagirone”. In carcere sono finiti l’ingegnere mestrino Mauro Scaramuzza, 55 anni, amministratore delegato della Fip di Selvazzano (Padova) insieme al responsabile del cantiere l’ingegner padovano Achille Soffiato, di 39 anni. Oltre a loro i carabinieri hanno arrestato anche Gioacchino Francesco La Rocca, 42 anni, figlio del capomafia detenuto “Ciccio”, suo cognato Giampietro Triolo, di 53, e il fratello di quest’ultimo, Gaetano Triolo, di 42.

In città la Fip è un’azienda abbastanza conosciuta, soprattutto perchè è l’aggiudicataria dei lavori di costruzione delle cerniere che “legano” le grandi paratoie mobili che costituiscono il Mose. Al vertice dell’azienda (che non risulta coinvolta dall’inchiesta catanese visto che il problema riguarda solo il comparto edile e non quello industriale, che lavora per il Mose) è Donatella Chiarotto, sorella di Giampaolo, attuale amministratore delegato della Mantovani arrivato al vertice dopo la vicenda giudiziaria che ha interessato Piergiorgio Baita. In passato anche l’ex ministro Altero Matteoli aveva visitato l’industria padovana. E la vicenda della Fip, ben prima dell’inchiesta siciliana, aveva già sollevato più di qualche polemica visto che proprio il tema delle cerniere scelte per il Mose aveva dato vita a diverse critiche. Con tanto di accuse e di improvvise dimissioni.

Dalle indagini dei carabinieri sarebbe emerso che gli arrestati avrebbero frazionato, con la complicità di dipendenti dell’Anas di Catania, i subappalti senza superare la soglia di 154mila euro, limite da cui scatta l’obbligo dei informative e certificati antimafia.

Secondo l’accusa, la Fip, attraverso Soffiato e Scaramuzza, avrebbe affidato lavori in subappalto a società che, dice la Procura, erano controllate dalla “famiglia” La Rocca. I carabinieri stimano che su circa 36milioni di euro in subappalto, un milione sia andato alla ditta, la “To Revive”, che è stata sequestrata assieme alla Edilbeta costruzioni, gestita dal figlio del boss.

Le indagini, avviate già nel 2011, hanno avuto un’impennata negli ultimi tempi e i carabinieri di Venezia hanno fornito un prezioso contributo ai colleghi siciliani. Sono stati fatti appostamenti, osservazioni e verifiche vicino all’abitazione di Scaramuzza, nella zona di via Terraglietto, ma al momento della conclusione dell’indagine l’amministratore non si trovava in terraferma ma in Sicilia dove è stato arrestato.

Gianpaolo Bonzio

 

I TECNICI DEL MAGISTRATO ALLE ACQUE – Quelle dimissioni per i dubbi sulle cerniere

La tecnologia delle cerniere saldate anzichè fuse era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso per l’ingegner Lorenzo Fellin, professore dell’Università di Padova e membro esperto del Magistrato alle Acque nel Comitatone. Tanto che a novembre del 2010 Fellin aveva dato le dimissioni.

«Sono consapevole della gravità di questa decisione – scriveva il professore – ma la mia formazione di ricercatore, improntata al dubbio e alla necessità di continue verifiche, mi porta a prese di posizione più riflessive. Per questo sullo specifico argomento, che ritengo in assoluto il più delicato e il più critico dell’intera operazione di salvaguardia della laguna, intendo non essere ulteriormente coinvolto nelle decisioni che verranno assunte».

Fellin era stato nominato come esperto quando il precedente Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, si era accorta della carenza di competenze specifiche in un consesso che deliberava per centinaia di milioni di euro. E così erano stati invitati anche l’ing. Armando Mammino, esperto dal punto di vista strutturale successivamente liquidato dal Magistrato alle Acque, Patrizio Cuccioletta (e sostituito con il prof. Renato Vitaliani, che vanta anche consulenze sul ponte della Costituzione a Venezia) e l’ing. Mario Paolucci, metallurgo che aveva sollevato in una perizia alcuni dubbi sulla tecnologia adottata.

«Originariamente le cerniere dovevano essere fuse – ricorda Fellin – poi improvvisamente il progetto esecutivo fu cambiato in corso d’opera. E allora si fece una sperimentazione con un prototipo che costò dapprima 6 milioni di euro diventati 7,5 con una variante successiva.

Ma perchè non si è fatta una gara internazionale per stabilire quale fosse la tecnologia migliore da utilizzare, piuttosto che scegliere la Fip Mantovani? All’epoca c’era un’altra ditta concorrente della Fip, la Fracasso di Padova che avrebbe potuto competere. Ma non ne ho saputo più nulla».

Raffaella Vittadello

 

LA VISITA – Il 18 marzo del 2010 l’allora ministro Altero Matteoli, accompagnato dal governatore Giancarlo Galan e da

Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, visitò la Fip.

CERNIERE – Una tecnologia al centro di polemiche

Lo sviluppo sotto la guida dei Chiarotto

I CANTIERI – Nessun commento da parte del Consorzio Venezia Nuova

La F.I.P. srl fu fondata nel 1945 dal Attilio Daciano Colbachini, lo stesso della IVG di Cervarese leader nei tubi in gomma (acquisita nel 1980 da Romeo Chiarotto). Fino al 1962 ha svolto un’attività di carattere commerciale, rivolta alla distribuzione di articoli tecnici destinati all’edilizia, al settore idroelettrico ed autostradale. Nel 1956 entrò a far parte della società proprio Romeo Chiarotto, patron di Mantovani, che si rese promotore di un’azione di rinnovamento. Chiarotto (oggi ottantaquattrenne) perfezionò l’acquisizione della FIP sempre negli anni Ottanta (dell’’87 quella di Mantovani costruzioni). Oggi FIP Industriale spa, sotto la guida di Donatella Chiarotto (48 anni, padovana ma residente a Treviso), ha aumentato la sua espansione verso i mercati esteri ed opera con prodotti e tecnologie all’avanguardia nel campo dell’ingegneria civile, in particolare nei settori delle strade, autostrade, ferrovie, metropolitane, edifici, impianti industriali, dighe, piattaforme petrolifere e strutture portuali.

 

I lavori alle dighe proseguono. Sabato si alza la prima paratoia

Che l’imbarazzo sia palpabile è certo. E tutto sommato è un’altra tegola – almeno di riflesso – sull’immagine del Consorzio Venezia Nuova, proprio quando si stavano calmando le acque della “tempesta” giudiziaria che nei mesi scorsi con il caso Baita che aveva travolto Giovanni Mazzacurati subito dopo le sue dimissioni da presidente dell’ente. Ora arriva l’indagine della Direzione distrettuale antimafia di Catania, a catapultare il Consorzio nuovamente sulle prime pagine dei giornali. E anche questa volta, più che in passato, bocche cucite, anche se a mezza voce, dalla sede del Consorzio fanno sapere che la “Fip industriale” di Selvazzano Dentro, è solo una delle 50 aziende che operano nei cantieri del Mose. Insomma, una delle tante anche se centrali, ma in questo caso, il Consorzio non c’entra. Tutte questioni siciliane. Tant’è. Di certo, però la Fip Industriale di Selvazzano, è senz’altro uno degli punti centrali – e da tempo – dell’operazione Mose. Ed è infatti, proprio l’azienda padovana guidata da Donatella Chiarotto, sorella di Giampaolo, attuale amministratore delegato dell’azienda Mantovani del “dopo Baita”, ad essere al centro di una delle commesse più importanti per la realizzazione del Mose: la costruzione delle cerniere che “uniscono” – in un gioco malizioso – tra “maschi” e “femmine” le grandi paratoie mobili che serviranno per difendere Venezia dall’acqua alta. E proprio il caso vuole che sabato prossimo, alla presenza del ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi e delle istituzioni che operano in seno al Comitatone per Venezia, sia stata annunciata in una nota congiunta Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova, la “prima movimentazione” delle prime quattro paratoie mobili posizionate alla bocca di porto del Lido. Quasi uno “scherzo” della Provvidenza. Infatti nell’occasione, Magistrato alle Acque e Consorzio faranno il punto della situazione anche sul Mose e sui lavori che si stanno completando. Come più volte ribadito dal Consorzio, anche davanti ad un taglio di circa 100 milioni di euro relativamente all’ultima manovra del Governo per la “copertura dell’Imu”, i lavori alla dighe mobili sono giunti all’80 per cento del suo completamento. Va ricordato infine che proprio nelle scorse settimane, il Cipe (il Comitato interministeriale per la programmazione economica) aveva stanziato circa 970 milioni di euro proprio per avvicinare sempre più il Mose al suo completamento.

Paolo Navarro Dina

 

Beppe Caccia: «Manager chiave per i lavori a Nord e Sud»

L’ATTACCO / «Stop alla prima di sabato»

Caccia: «Un manager al centro delle maggiori commesse pubbliche»

L’affondo è degno di un centravanti. E per farlo, dopo gli arresti compiuti in terra siciliani, usa una metafora efficace.

«Se la ricostruzione della Dda di Catania sarà confermata – butta lì il consigliere Beppe Caccia – l’ingegner Mauro Scaramuzza era davvero un “uomo cerniera” cioè una figura di connessione decisiva tra gli interessi delle cosche mafiose in Sicilia e quelli delle grandi imprese di costruzioni “pulite” del Nord. Che tanto pulite poi non sembrano essere, a conferma del livello di compenetrazione ormai raggiunto, su tutto il territorio nazionale, tra capitali illegali da riciclare e capitali legali da valorizzare».

E su questo Caccia chiarisce: «Scaramuzza non è un manager qualsiasi. Il suo nome ricorre in molti dei più importanti e discussi affari nel campo delle opere pubbliche: dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori in Lombardia per Expo2015, dai rapporti con la Cmc di Ravenna per la Tav in Val Susa fino ai “protocolli antimafia” in appalti chiacchierati».

Insomma, un uomo al centro delle commesse nei lavori pubblici. «Soprattutto – dice Caccia – è un “uomo-cerniera” dal ruolo chiave nel sistema di potere organizzatosi intorno al progetto Mose e al Consorzio. Sua è la responsabilità della realizzazione delle “cerniere” che devono connettere le paratoie delle dighe mobili ai cassoni sui fondali delle bocche di porto. Cerniere sulle cui garanzie di affidabilità e condizioni di sicurezza ho presentato oltre un anno e mezzo fa un’interrogazione che non ha mai ottenuto risposta dal Magistrato alle Acque».

Per questo, Caccia chiedendo la sospensione della presentazione della prima movimentazione delle paratie mobili prevista per sabato, sottolinea come “l’arresto di Scaramuzza proietti l’inquietante ombra di “Cosa nostra” anche sulla concessione unica per le opere di salvaguardia di Venezia».

P.N.D.

 

COSA NOSTRA & GLI APPALTI

IL PRECEDENTE – Scaramuzza e Chiarotto nel 2011 indagati all’Aquila

LA DIFESA – La famiglia Chiarotto ha rilanciato la Fip ora nell’occhio del ciclone

Il capostipite Romeo: «Siamo increduli, avevamo adottato tutte le precauzioni antimafia per quel cantiere in Sicilia»

«Abbiamo sempre rispettato le regole»

LA SEDE – La Fip ha sede a Selvazzano Dentro in provincia di Padova. La famiglia Chiarotto, titolare anche della Mantovani, l’ha rilevata rilanciandone l’attività

«Siamo increduli. Ci sembra impossibile, viste tutte le precauzioni antimafia che abbiamo attivato prima di iniziare i lavori di questo appalto a Caltagirone. Ora è in viaggio verso la Sicilia il nostro avvocato, e speriamo di poter avere anche noi maggiori dettagli sulla vicenda per comprendere meglio che cosa possa essere accaduto».

L’imprenditore Romeo Chiarotto, 82 anni, capostipite della famiglia che negli anni Sessanta ha dato un nuovo impulso all’azienda Fip di Selvazzano avviando il settore industriale, siede accanto alla figlia Donatella. È lei oggi alla guida della Fip Industriale spa, che conta 440 dipendenti. Ieri mattina nella sede principale di Selvazzano, nota anche per aver realizzato le famose cerniere del Mose, le attività si sono svolte nella totale normalità. Di fatto il nuovo caso giudiziario non tocca il settore metalmeccanico della Fip Industriale, ma quello secondario, edile. Un settore che lavora in autonomia, seguito dal suo amministratore delegato, che si occupa della ristrutturazione di viadotti e di realizzare strade come appunto sta avvenendo da due anni a Caltagirone, con la circonvallazione.

«Il nostro lavoro principale è metalmeccanico – ha spiegato Chiarotto – realizziamo giunti di dilatazione e sistemi antisismici. Ma per mettere in opera i giunti abbiamo un nostro settore edile, che è secondario rispetto al metalmeccanico, che però nel tempo è diventato importante. In questi momenti di difficoltà per il settore si cerca di lavorare dove ci sono opere da realizzare e dove ci sono i soldi. Siamo andati a lavorare in Sicilia con questo appalto per costruire la circonvallazione di Caltagirone».

Un appalto che la Fip ha ottenuto assieme ad altre due aziende siciliane che rappresentando solo il 10% dell’incarico, mentre l’azienda di Selvazzano ne è la capofila. Un appalto da 100 milioni di euro, giunto al 70% della realizzazione e che dovrebbe concludersi entro un anno. Opera finanziata con i Fondi Europei e dall’Anas. Incarico che, come ha spiegato Chiarotto, è stato preceduto da un protocollo di legalità approvato dal ministero del Lavoro, dalla prefettura di Catania e dalla Dia: «Siamo inceduli, abbiamo adottato tutte le precauzioni».

«Il cantiere non è stato bloccato – ha precisato la figlia Donatella – si continua a lavorare. Ora attendiamo di avere maggiori chiarimenti dal nostro avvocato».

Nel gennaio del 2011 l’azienda di Selvazzano venne coinvolta nell’inchiesta riguardante gli isolatori sismici utilizzati a L’Aquila per il progetto C.a.s.e. per la costruzione di 4.500 alloggi dove si ospitavano circa quindicimila persone. Fra gli indagati dalla Procura della Repubblica dell’Aquila anche Donatella Chiarotto e Mauro Scaramuzza.

 

L’ACCUSA – Il Pm chiederà misure più dure

ROMEO CHIAROTTO «Tutto controllatissimo, impossibile lavorare così»

(M. G.) «Andiamo al Sud perché lì per fare le strade ci sono i finanziamenti europei, ma per noi è un’anomalia. Comunque vogliamo essere in regola. Lo sa che ogni giorno controlliamo tutte le 150 persone del cantiere e se ce n’è uno di diverso chiamiamo i carabinieri?». Romeo Chiarotto, 84 anni è il presidente di Serenissimna holding spa, la società “madre” della Fip di Selvazzano presieduta dalla figlia Donatella. «Abbiamo chiesto la documentazione dell’antimafia alla Prefettura di Catania per la “To Revive”. Dopo 75 giorni non ci hanno dato risposta e per il silenzio-assenso siamo andati avanti affidando loro un appalto da un milione. Passa un anno e, sei mesi fa, la Prefettura ci dice che non sono a posto con l’antimafia. Li abbiamo messi alla porta senza finire di pagarli e loro ci hanno pure fatto causa. L’altra, la Edilbeta, il certificato ce l’aveva. Ora mi dica lei come si può lavorare? Avevamo firmato un patto di legalità con la Prefettura, più di così…».

 

VENEZIA – Il Consorzio tace . Gli ambientalisti no: «Stop alla “prima”»

VENEZIA – Da una parte il Consorzio Venezia Nuova che si trincera dietro ad un “silenzio imbarazzato” pur sottolineando che la Fip Industriale di Selvazzano Dentro, è solo una delle aziende che operano per la realizzazione del Mose; dall’altra il mondo ambientalista che si scatena come il consigliere comunale, Beppe Caccia che, fuor di metafora, parla dell’amministratore delgato della Fip, Mauro Scaramuzza, come dell’«uomo cerniera» tra gli interessi delle cosche mafiose in Sicilia e le grandi imprese del Nord. Nel mezzo, le notizie provenienti da Catania, con relative polemiche che – manco a farlo apposta – arrivano a pochi giorni dall’incontro organizzato dal Consorzio Venezia Nuova per la “prima movimentazione” di quattro paratoie mobili (quelle stesse costruite dalla Fip Industriale di Selvazzano, ora al centro dell’inchiesta siciliana) alla bocca di porto del Lido. Un incontro non proprio sottotono visto che Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova, l’ente concessionario per le opere del Mose, hanno organizzato per sabato prossimo la visita del ministro per le Infrastrutture, Maurizio Lupi e delle istituzioni che siedono nel Comitatone.

Beppe Caccia, consigliere comunale ambientalista, dopo aver chiesto la sospensione dell’incontro, ha tuonato: «Scaramuzza non è un manager qualsiasi. È l’amministratore delegato della Fip di Selvazzano Dentro, una società controllata dalla Mantovani SpA della famiglia Chiarotto. E il suo nome ricorre in molti dei più importanti affari degli ultimi anni nel campo delle opere pubbliche: dalla ricostruzione dell’Aquila ai lavori in Lombardia per Expo2015, dai rapporti con la CMC di Ravenna per le opere della Tav in Val Susa fino alla sottoscrizione di “protocolli antimafia” in appalti chiacchierati».

 

IL CASO – Appalti in Sicilia, per la procura di Catania l’imprenditore avrebbe favorito l’infiltrazione dei clan

Mafia, in manette l’uomo delle “cerniere”

Arrestato Scaramuzza, l’ad della padovana Fip, che ha realizzato uno dei lavori più importanti del Mose.

Avrebbero frazionato, con la complicità di alcuni dipendenti dell’Anas di Catania, i subappalti senza superare la soglia di 154mila euro, limite da cui scatta l’obbligo di informative e certificati antimafia. In questo modo alcune aziende sospettate di collegamenti con la mafia, ed impegnate nella “Variante di Caltagirone” che interessa 8,7 chilometri con un finanziamento di poco meno di 112 milioni di euro, sarebbero state favorite.

Si conclude con 5 arresti l’inchiesta dei carabinieri di Catania sugli appalti che è penetrata anche in Veneto. In carcere sono infatti finiti l’amministratore delegato della Fip industriale di Selvazzano (Padova), Mauro Scaramuzza, mestrino di 55 anni, il responsabile del cantiere l’ingegnere padovano Achille Soffiato, di 39 anni, Gioacchino Francesco La Rocca, 42 anni, figlio del capomafia detenuto “Ciccio”, suo cognato Giampietro Triolo, di 53, e il fratello di quest’ultimo, Gaetano Triolo, di 42. L’azienda padovana è molto conosciuta in laguna per aver ha realizzato le cerniere del sistema Mose che mira alla difesa di Venezia dalle acque alte.

La Fip, secondo la Procura, attraverso Soffiato e Scaramuzza avrebbe favorito e affidato lavori in subappalto alle ditte “To Revive” e “Edilbeta costruzioni” che sarebbero controllate dal clan La Rocca, in particolare da Gioacchino Francesco La Rocca. Stando a quanto accertato dalla Dda etnea, il danno arrecato alla Stato sarebbe consistente, visto che su 36 milioni di subappalti oltre un milione sarebbe finito alla “To Revive” di La Rocca. Secondo i carabinieri di Catania, inoltre, i protagonisti della Fip avrebbero dimostrato di essere consapevoli dello stratagemma per consentire a queste società di entrare nella spartizione di consistenti subappalti. Il tutto probabilmente al fine di non aver problemi nell’avanzamento del cantiere.

Dall’indagine è poi emerso che il meccanismo coinvolgeva anche tre dipendenti dell’Anas, per i quali le Procure di Caltagirone e Catania avevano chiesto un provvedimento cautelare, ma che il gip non ha concesso perché ha riconosciuto l’ipotesi di abuso d’ufficio, ma non l’aggravante dell’avere favorito l’associazione mafiosa.
L’indagine della Procura (che accusa gli arrestati, a vario titolo, di associazione a delinquere di stampo mafioso, intestazione fittizia di beni al fine di eludere le norme in materia di prevenzione patrimoniale e concorso esterno in associazione mafiosa) era partita da un controllo su un’associazione temporanea di imprese. Da qui sono scattate alcune intercettazioni telefoniche, pedinamenti e riprese video in particolare nei confronti della EdilBeta. Anche i carabinieri di Venezia hanno fornito un aiuto consistente con appostamenti ed osservazioni nelle immediate vicinanze dell’abitazione di Scaramuzza.

Gianpaolo Bonzio

 

Il leader ambientalista ha aperto una mostra alla Carive

(d.g.) «Il futuro dell’Italia è legato anche un turismo sostenibile, il parco della Laguna Nord può divenire una grande attrazione di un turismo di qualità».

Ne è convinto Alfonso Pecoraro Scanio, ex ministro dell’ambiente e ora presidente della Fondazione UniVerde, che nei giorni scorsi ha inaugurato alla Carive di campo San Luca la mostra fotografica “Obiettivo terra: la forza della natura”, organizzata da Fondazione UniVerde e Società geografica italiana. Trenta immagini di fotografi, professionisti e non, sono esposte fino al 26 ottobre con l’intento di diffondere la conoscenza delle meraviglie dei parchi nazionali e regionali. La rassegna è stata presentata dal consigliere comunale Pierantonio Belcaro, dal presidente Probios, Fernando Favilli e dal direttore della sede Carive Amerigo Frasson.

«In questo momento di crisi e tra tanti problemi – ha affermato Pecoraio Scanio – può sembrare poca cosa parlare del crescente ruolo dei parchi naturali nel turismo e nell’economia italiana. Venezia è una grande città d’arte ma la sua laguna è un luogo unico dal punto di vista naturalistico».

Pecoraro Scanio è convinto che il parco lagunare, oltre che portare un turismo di qualità non impattante, offrirà anche l’occasione per risolvere problematiche più ampie, come le grandi navi nel Bacino di San Marco.

«È capibile che si voglia salvaguardare la Marittima, con tutti gli investimenti che sono stati fatti – ha precisato -, ma bisogna trovare un altro percorso per portare le navi al porto».

Sul Mose non ha cambiato il suo parere: «È un’opera obsoleta – ha detto – che costa moltissimo ed è anche pesante. Oggi ci sono tecnologie più leggere, meno costose e modellabili».

 

Gazzettino – Venezia. Ecco la galleria subacquea del Mose.

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8

ott

2013

LA TUTELA DI VENEZIA

IL PROGETTO – Realizzata alla bocca di porto tra San Nicolò e Cavallino

IL PIANO – Una “isola novissima” tra i due bracci di laguna

Sabato la prima movimentazione delle paratorie mobili alla bocca di porto di Lido

La presentazione è stata fatta slittare di un giorno per consentire – almeno sulla carta – la partecipazione di almeno quattro ministri (Ricerca scientifica, Ambiente, Beni Culturali e Infrastrutture). L’incontro era stato fissato per venerdì 11, ma tutto è stato spostato all’indomani, accontentando anche così anche il governatore del Veneto, Luca Zaia che, in un primo momento aveva dovuto declinare l’invito per impegni già presi fuori Venezia.
Ma tant’è. Tutti accontentati. La “prima movimentazione” delle paratoie mobili del Mose, dopo decenni di attesa, avverrà così attorno alle 12.30 di sabato prossimo. Oltre a questo – che sarà indubbiamente un momento storico e decisivo (al di là delle polemiche che si potranno innestare), sabato prossimo, il Consorzio Venezia Nuova fare il punto sui lavori alla cosiddetta “Isola Novissima” e pure alle bocche di porto di Malamocco dove i lavori procederanno anche per tutto il 2014.

 

MOSE – Sopra: un’altra immagine della galleria subacquea realizzata per il Mose; sotto, il trasferimento di una paratia

Mose, ecco la galleria subacquea

Il direttore Hermes Redi: «Entro il 2014 tutti i cassoni saranno sistemati nelle sedi previste»

SOTT’ACQUA – La galleria sotterranea che servirà per garantire l’operatività dei dipendenti quando il sistema Mose sarà a pieno regime nel 2016

L’impressione è quella di essere al centro di un film di fantascienza. Una lunga galleria subacquea, un tunnel sotto la laguna che potrebbe tranquillamente essere il set di un film con Sean Connery nella parte di 007. E invece siamo sotto la bocca di porto di Lido-Treporti. Una delle “meraviglie” dell’ingegneria idraulica “made in Italy” targato Mose. Ma non solo, oltre al tunnel è nata – sia pure con forti perplessità e critiche da parte degli ambientalisti – una nuova lingua di terra, proprio nel mezzo della bocca di porto, un’Isola Novissima, così come è stata battezzata, che sarà una delle “cabine di regia” del sistema di difesa di Venezia dalle acque alte.

«Saranno gallerie di servizio – sottolinea il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi – che ci permetteranno di tenere sotto controllo il sistema, ma soprattutto serviranno al personale per effettuare le manutenzioni. Si tratta di una galleria di dimensioni importanti (3/4 metri di larghezza, e altrettanti di altezza) che potrà consentire l’ingresso agli operai e agli operatori del settore». Intanto in attesa della “prima movimentazione” delle paratoie fissata per sabato prossimo sempre alla bocca di porto di Lido/Treporti, il Consorzio Venezia Nuova fa il punto della situazione dei lavori, al di là dei finanziamenti ricevuti in tempi recenti, e il “taglio” di 100 milioni di euro dovuto alla copertura Imu decisa poche settimane fa dal governo Letta.

«Come è noto – spiega ancora Redi – siamo all’80 per cento dell’opera, ma per quel che riguarda la costruzione dei cassoni siamo al 95 per cento. In queste settimane ci stiamo dando il cronoprogramma per le ultime fasi, da oggi al prossimo futuro».

A questo proposito, Redi ricorda non solo la posa dei sette cassoni alla bocca di porto di Lido/Treporti, ma sottolinea come le procedure di sistemazione dei cassoni saranno anche a Malamocco. Qui gli interventi sono – al momento – programmati a partire da novembre per concludersi nell’aprile/maggio del 2014. Contemporaneamente procederanno anche i lavori per la bocca di porto di Chioggia.

«In sostanza con l’anno prossimo – sottolinea il direttore del Consorzio Venezia Nuova – posizioneremo tutti i cassoni nelle loro sedi previste». Poi si proseguirà con il resto delle operazioni relative alle paratoie, alla loro costruzione e all’impiantistica di riferimento. Parallelamente si andrà avanti anche con la “sala controllo” del Mose di stanza all’Arsenale e che è attualmente in fase di prima definizione. «Ci vorrà ancora del tempo – conclude Redi – ma la prima movimentazione è già un passaggio molto importante. E solo nel 2016 si avrà il progetto concluso».

 

Gazzettino – Il Mose debutta senza il governatore

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5

ott

2013

Stretta tra un Consiglio dei ministri e le condizioni “di quadratura” della marea, la prima prova dell’innalzamento di una paratoia del Mose slitta di un giorno e rischia di creare un “incidente diplomatico” istituzionale per l’assenza del governatore del Veneto, Luca Zaia, il quale – dice chi gli sta vicino – malgrado il galateo di circostanza non avrebbe per nulla gradito lo spostamento della cerimonia in laguna da venerdì 11 a sabato 12 ottobre, che gli impedirà di essere presente.

Spostamento necessario, informa il Consorzio Venezia Nuova, regista dell’evento, per un Consiglio dei ministri che proprio l’11 ottobre costringerà a Roma il titolare dei Lavori pubblici, Maurizio Lupi. Ma poichè la presenza del ministro è considerata fondamentale, è scattata la corsa a una nuova data. E qui il Consorzio ha dovuto fare i conti con sole, luna e marea, visto che per mettere in funzione la paratoia, che si alza grazie all’ingresso di acqua, è necessario riprodurre le condizioni che preludono all’acqua alta in laguna, vale a dire marea entrante dal mare verso il bacino veneziano. Se la marea non entra, le paratoie non si alzano. E lo “stargate” la prossima settimana sarà ristretto: si va da giovedì 10 (condizioni appena appena accettabili, finestra temporale troppo stretta) a lunedì 14, quando la marea entrante si avrà dalle 15.30 alle 19. Brutto orario, in prossimità del crepuscolo. E così, tolti di mezzo venerdì 11 per l’impegno del ministro e la domenica per ovvi motivi, non è rimasto che scegliere il sabato, con conseguente “sacrificio” di Zaia, la più alta autorità politica della Regione, ma impegnato a Torino nella manifestazione federale della Lega sull’immigrazione, alla quale non può rinunciare.

L’innalzamento della paratoia è previsto alle 14.30, dopo una mattinata in cui la delegazione di autorità, ministro in testa, sarà stata impegnata in un tour ai cantieri del Mose, tra Malamocco e il Lido. «Ho parlato io stesso con Zaia – spiega Mauro Fabris, presidente del Consorzio Venezia Nuova – e gli ho comunicato la variazione, spiegandogli la situazione. Nessun problema da parte sua. Mi ha detto che gli dispiaceva non esserci, ma che comprendeva le esigenze del ministro e dell’organizzazione».

Zaia, che ha fatto buon viso ma in privato non ha nascosto la sua irritazione, manderà in ogni caso l’assessore ai Lavori pubblici, Massimo Giorgetti a rappresentare la Regione. Ma la foto ricordo sarà comunque ben diversa da quella scattata il 14 maggio 2003, quando la posa della prima pietra del Mose venne celebrata con la benedizione da parte dell’allora patriarca Angelo Scola di un masso da 10 tonnellate su cui era stata collocata una pergamena firmata dall’allora premier Silvio Berlusconi, sotto lo sguardo dell’allora governatore Giancarlo Galan.

 

Alla Presenza del Ministro Lupi

Il sistema Mose per la salvaguardia dall’acqua alta di Venezia vedrà la prima movimentazione delle paratoie già realizzate sabato 12 ottobre prossimo (e non venerdì, come in precedenza annunciato) , alla presenza del ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi, con il direttore generale del Consorzio Venezia Nuova Hermes Redi a fare gli onori di casa.

Il progetto della grande infrastruttura – rende noto il Consorzio Venezia – sta entrando nella fase finale e muovendo i primi passi verso l’entrata a regime dell’opera, integralmente ‘made in Italy’. Ad essere utilizzate saranno le quattro paratoie già collocate nei loro alloggiamenti alla bocca di porto Lido-Tre Porti.

Le paratie, attualmente sommerse ed incernierate sui basamenti di cemento – in una simulazione di presenza di acqua alta – verranno svuotate dall’acqua che le tiene posizionate sul fondo dell’ingresso della bocca di porto. Una procedura che le farà progressivamente emergere, fino a sbarrare l’acqua in arrivo dal mare verso Venezia. Una volta finita la simulazione, le paratie verranno riempite nuovamente d’acqua, tornando ad appoggiarsi sul fondo della bocca di porto.

 

Gazzettino – Venezia. Grandi navi.

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4

ott

2013

LA REPLICA – Ecco come i “No grandi navi” vogliono salvaguardare l’ambiente ma anche il lavoro

«Nel suo fondo di mercoledì, Tiziano Graziottin invita quanti si sono mobilitati in città sul tema del crocerismo a non contrapporre senza mediazioni ambiente e lavoro.
Ebbene, il Comitato NO Grandi Navi non lo ha mai fatto, dato che nella sua proposta si contemperano fin dall’inizio entrambe le esigenze: una portualità nuova, compatibile, incentrata su di una Marittima da riconvertirsi solo in parte a funzioni ad alto valore aggiunto, accompagnata dalla proposta di un eventuale ormeggio al di fuori delle bocche di porto, nelle forme da studiarsi sulla base di quanto avviene dovunque nel mondo, qualora l’indotto garantito dal cambio di modello venisse giudicato insufficiente da Venezia. Non si getta il bambino con l’acqua calda, nessuna perdita di posti di lavoro e forse anzi un incremento delle opportunità economiche della città.

Al contrario, chi difende uno status quo oggettivamente incompatibile e che crescente gigantismo navale, crescita del livello del mare, Mose alle bocche di porto presto metteranno in crisi, propone alternative devastanti al passaggio delle navi in Bacino San Marco, quasi fosse l’unico problema connesso col crocerismo.

Certo, non vedremo più quei mostri tra San Giorgio e Palazzo Ducale, ma il rischio di incidenti nel Canale dei Petroli e in laguna aumenterà (lo dicono Paolo Costa, presidente dell’Autorità Portuale, e la Capitaneria di Porto); l’inquinamento praticamente pari a quello prodotto dal traffico automobilistico di Terraferma continuerà ad avvelenare i polmoni di veneziani, mestrini, malgarotti; si scaveranno in laguna canali devastanti come e più di quello dei Petroli, come se la laguna non fosse un valore in sé ma un campo di patate buono per tutti gli usi.

L’ipotesi Venezia Terminal Passeggeri – Zanetti di due canali dietro la Giudecca è una bestemmia che un veneziano dovrebbe rifiutarsi anche solo di ascoltare, mentre Paolo Costa, già vincitore di un Premio Attila, crede di imbarcar cucchi – i lettori capiranno e perdoneranno – quando racconta che il suo progetto di scavo del Contorta Sant’Angelo ha un’alta valenza ambientale. Quando Costa parla di “miglioramento morfologico” del bacino centrale della laguna in realtà spaccia per barene lì mai esistite degli argini artificiali di burghe e sassi per contenere l’effetto Tsunami (ne parla il Cnr) prodotto dal dislocamento delle navi.

Il Comitato, dunque, è per mediare tra ambiente e lavoro ma è difficile sostenere che anche gli altri lo facciano, senza contare che se Venezia Terminal Passeggeri, Cruise Venice e un padronato interessato non avessero fatto disinformazione e terrorismo agitando e incrementando le legittime paure dei lavoratori lo scontro non ci sarebbe e avremmo le condizioni sociali e politiche per ragionare serenamente su dati di fatto incontrovertibili che non possono indicare altra direzione che quella sostenuta dal Comitato».

Silvio Testa Portavoce Comitato NO Grandi Navi

 

Turismo & dintorni

ALCUNI CONSIGLI PER VIVERE MEGLIO

Anch’io sono stata in crociera (no, non era un ancora uno di quei mostri galleggianti, sono partita da Venezia passando davanti al Palazzo Ducale con una gioia immensa orgogliosa di essere veneziana in mezzo allo stupore e alla meraviglia di tutti i passeggeri.

Non voglio entrare nel merito delle decisioni sulle “grandi navi”, ma pensavo che mentre si decide su dove e come farle arrivare a Venezia accontentando tutti, si potrebbe suggerire ed anzi raccomandare alle varie compagnie di navigazione di distribuire a bordo prima di fare scendere i passeggeri un pro memoria con le istruzioni per l’uso.

Una specie di vademecum sulla nostra città, per esempio: Venezia è una città unica e fragile ma viva, dove gli abitanti, anche se ahimè pochi, vivono e lavorano.

Non si può camminare per le strette calli in gruppo in fila per quattro o cinque, bisogna tenere la destra e non impedire il passaggio in senso inverso.

Così come sui ponti, per fare le foto, ricordo è doveroso lasciare un passaggio libero.

Sui vaporetti poi non si può sostare davanti all’uscita e specialmente negli imbarcaderi (vedi calle Vallaresso) ma bisogna lasciare un corridoio per l’imbarco.

Le bottiglie di plastica non vanno buttate nei canali, le gomme americane nei cestini e infine raccomandare di non comprare borse taroccate o quelle orribili contaminate palle di plastica che ti sbattono sui piedi i cingalesi ad ogni cinque metri.

E che le donne distese per terra tremanti, con un bicchierino di plastica in mano per chiedere la carità, non sono veneziane povere, ma solo vittime di un racket. E che appena finito il loro “lavoro” accendono l’Iphone e corrono al supermercato!

Forse questi piccoli pratici suggerimenti (magari scritti dal Sindaco con un “welcome to Venice!”), ci aiuterebbero a vivere meglio la nostra città e a sperare che ritorni presto La Serenissima.

Gabriella Mariotti

 

SALVAGUARDIA – Alla bocca di porto di Lido-Treporti verranno azionate le prime quattro paratoie

Si tratterà della prima simulazione delle dighe mobili in attesa della conclusione del progetto

VENEZIA – L’11 ottobre prove generali del Mose

Non c’è dubbio – volenti o nolenti – l’11 ottobre prossimo sarà una data storica. Il Mose entrerà definitivamente nella sua fase finale: la movimentazione delle prime quattro paratoie alla bocca di porto del Lido (lunghe ciascuna 18 metri e mezzo, larghe 20, spesse 3,6 metri). Un iniziale punto di arrivo, ma che darà il via ora alla successiva collocazione delle altre paratoie per un progetto di completamento del Mose che, secondo i dati concessi dal Consorzio Venezia Nuova, è giunto all’80 per cento.

«Il progetto della grande infrastruttura – sottolinea il concessionario – sta entrando nella fase finale e sta muovendo i primi passi verso l’entrata a regime dell’opera interamente costruita in Italia». Secondo il Consorzio Venezia Nuova, superata la “tempesta” giudiziaria degli scorsi mesi, il Mose potrebbe ufficialmente entrare a regime nel 2016.

«Le paratie – sottolinea ancora il Consorzio – attualmente sommerse ed incernierate sui basamenti di cemento, in una simulazione di presenza di acqua alta, verranno svuotate dall’acqua che le tiene posizionate sul fondo dell’ingresso della bocca di porto. Una procedura che le farà progressivamente emergere, fino a sbarrare l’acqua in arrivo dal mare verso Venezia. Una volta finita la simulazione, le paratie verranno riempite nuovamente d’acqua, tornando ad appoggiarsi sul fondo della bocca di porto».

Oltre all’avvio delle prime paratoie mobili, l’11 ottobre, anche con la partecipazione di autorità nazionali e locali, il Consorzio Venezia Nuova procederà nel presentare in anteprima l’«Isola Novissima» sempre alla bocca del Lido, ovvero il terrapieno artificiale con annessa galleria subacquea che, una volta a regime, servirà da regia e collegamento per le operazioni di chiusura delle paratoie e poi anche a fare il punto sullo stato dei lavori alla bocca di porto di Malamocco. Come è noto, infine, recentemente, il Cipe (Comitato interministeriale per la programmazione economica), ha concesso al Consorzio per i lavori del Mose ben 973 milioni di euro per le prosecuzione delle opere “decurtando”, però, i fondi concessi di circa 100 milioni nell’ambito della manovra per la copertura dell’Imu.

 

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