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GRANDI OPERE – Il porto off shore preoccupa le marinerie venete

Il terminal offshore di Venezia rischia di cancellare definitivamente la pesca veneta: è questo il grido d’allarme lanciato dalle principali associazioni di categoria del settore che si sono riunite giovedì per discutere degli effetti devastanti che l’opera potrebbe provocare sulla risorsa ittica. Legapesca, Federcoopesca, Agci pesca, Coldiretti Impresa Pesca, i Cogevo di Venezia e Chioggia e diverse organizzazioni di produttori temono che la piattaforma d’altura, che sarà realizzata a circa 17 chilometri al largo del porto di Venezia, possa pregiudicare l’attività di tutte le marinerie venete. L’area dove dovrebbero sorgere il terminal per le petroliere, il terminal per le portacontainer e la piattaforma servizi, costituisce da sempre zona di raccolta su scala commerciale dei molluschi bivalvi (fasolari, vongole, cannolicchi), caratterizzata inoltre da un’intensa attività di pesca con attrezzi fissi e di pesca a strascico.
Oltre all’area occupata dal terminal, c’è poi tutto il fascio tubiero che collegherà il terminal d’altura con quello a terra di Porto Marghera e che finirà per interessare una vasta area della Laguna veneziana. Le proporzioni dell’opera, insomma, inevitabilmente determineranno un grande mutamento nelle condizioni del mare veneto: quali effetti potrebbe avere l’aumento del traffico marittimo in quelle aree? Quali danni potrebbe provocare alla risorsa ittica l’installazione del terminal? Sono questi i quesiti che le associazioni di categoria si stanno ponendo. «Millantato come panacea per tutti i mali economici e sociali – si legge in una nota congiunta delle associazioni di categoria – il terminal avrà un’unica conseguenza: eliminare un intero gruppo di lavoratori che finora hanno legato la propria sopravvivenza al mare e ai suoi frutti».
Non è la prima volta che i pescatori si lamentano per gli effetti negativi sulla pescosità del mare determinati dalle grandi opere che hanno interessato la fascia costiera veneta: il ripascimento delle spiagge, il Mose, il terminal Gasiero, il tubo del P.i.f..

Lunedì 28 gennaio, comunque, i rappresentanti delle associazioni parteciperanno alla presentazione ufficiale dell’opera, mentre già mercoledì 30 la questione sarà sottoposta alla Commissione per la valutazione di impatto ambientale. In queste ed in successive occasioni i pescatori chiederanno alle istituzioni di tenere in maggiore considerazione le esigenze delle imprese messe a rischio dall’opera.

 

Uno studio boccia il progetto del Mose. Ed innesca la polemica tra le parti.

Nel corso di un convegno che si è tenuto ad Atene, nell’ambito del centro integovernativo Smartest, una previsione dell’ingegner Paolo Pirazzoli fa luce sul progetto di difesa delle acque alte ed alla fine boccia il Mose. A renderlo noto è una lettera di Italia Nostra nella quale vengono presi in esame i vari punti contestati nella relazione. E la conclusione del professore, secondo gli ambientalisti, è netta.

«Nel caso di una ripetizione dell’evento del 1966 il Mose sarebbe incapace, anche oggi, di mantenere il livello della laguna sotto i 110 centimetri. In breve, il progetto Mose è inadeguato per la salvaguardia di Venezia e non è in grado di costituire una resistenza agli allagamenti. Se sarà completato, nella migliore delle ipotesi nel 2016, sarà necessario demolirlo poco dopo la sua costruzione».

Altro dato emerso nel convegno è quello relativo alle previsioni sull’innalzamento del mare. Secondo quanto emerso dallo studio negli ultimi anni le previsioni più affidabili, per il 2100, vanno da un minimo di 50 ad un massimo di 140 centimetri, con una stima media di 80 centimetri e comunque ben superiore rispetto al dato fino ad ora discusso che parlava di un innalzamento medio di 22 centimetri.
Ma il Consorzio Venezia Nuova ribatte punto su punto.

«Il Mose è stato dimensionato per resistere a una marea di 3 metri e ad un innalzamento del livello del mare di 60 centimetri. Questo è quanto la progettazione e la realizzazione perseguono e ottengono. Sono molti anni che l’ingegner Paolo Pirazzoli contesta il funzionamento del Mose. Ogni volta occorre confutare non la sua opinione, che è personale, ma i dati sui quali la fonda. Le previsioni del 1984, riportate da Pirazzoli sull’aumento di livello del mare – prosegue la nota del Consorzio – nulla hanno a che vedere con gli scenari su cui è stato dimensionato il Mose. Se le paratoie del Mose fossero già in opera, e potrebbero esserlo se i tempi non fossero stati rallentati da numerosissime richieste di verifica, Venezia sarebbe già da qualche anno all’asciutto, difesa sia dalle maree più alte, sia da quelle più frequenti».

Il Consorzio osserva così che dopo anni in cui gli oppositori all’opera hanno affermato che «il Mose non serviva», perché sovradimensionato, ora sempre gli stessi affermano che il Mose «non basterà» a fronte dell’innalzamento del livello del mare. «Al contrario, il Mose – conclude il Consorzio – funzionerà al meglio e prima sarà finito, prima i veneziani potranno passare giornate serene».

 

L’intervento del rappresentante del governo al convegno: «Dobbiamo perpararci al peggio per i mutamenti di clima»

«Bisogna prepararsi al peggio: Venezia e le coste del nostro Paese subiranno eventi climatici più severi di quelli che abbiamo già conosciuto». Il ministro dell’Ambiente Corrado Clini lo dice all’isola di San Servolo, intervenendo al convegno «Da Sandy a Doha, la sfida del cambiamento climatico». Il clima che cambia e il livello del mare che aumenta. Non è più una previsione di qualche scienziato, ma un’emergenza sempre più vicina. A cui non siamo preparati. «Bisogna finire il Mose e renderlo efficace», ha detto il ministro, «poi aggiornare le difese costiere delle aree del Nord Adriatico sotto il livello del mare, come Ravenna e Monfalcone ai nuovi scenari climatici. Ci vorranno 40 miliardi».

«Bene», commenta l’assessore all’Ambiente del Comune Gianfranco Bettin, «dopo che per vent’anni tutto l’establishment aveva negato l’esistenza dei cambiamenti climatici facendo finta di non vedere, adesso stanno prendendo paura. Se il mare aumenterà di livello bisognerà non soltanto completare il Mose, ma anche verificare che il Mose sia in grado di difendere lo stesso la città pur con le condizioni così radicalmente cambiate. Non basta che siano i progettisti ad assicurarlo». Il Consorzio Venezia Nuova infatti sostiene che le dighe mobili sono in grado di proteggere la città per maree superiori ai tre metri. Studi di scienziati indipendenti hanno dimostrato però che con lo scenario radicalmente modificato rispetto agli studi che avevano giustificato il Mose (60-80 centimetri di aumento del livello del mare a fine 2100, contro i 22 previsti all’inizio) le dighe dovrebbero essere chiuse 80-100 volte l’anno, in pratica una volta ogni tre giorni, molto di più nel periodo invernale. «A quel punto ci si dovrebbe porre il problema del ricambio e della tenuta di questo progetto nella laguna», dice Bettin. Ma i lavori del Mose vanno avanti. E anche il sindaco Giorgio Orsoni ha chiesto al governo di garantirne il completamento. Senza però dimenticare le tante emergenze della città, a cominciare dalla manutenzione, ormai ferma da anni per la mancanza di fondi. «Inutile difendere la città con le dighe se dietro le dighe non c’è più niente», dice Orsoni. Da domani il senato dovrebbe cominciare a discutere la nuova legge di Stabilità, che contiene un emendamento che dà 50 milioni destinati al Mose alla città per i restauri, 100 milioni al Porto. Dovrebbe essere la svolta che restituisce i finanziamenti di Legge Speciale destinati alla manutenzione della città storica, dopo il taglio deciso nel 2001, quando con la Legge Obiettivo di Lunardi-Berlusconi i fondi vennero dirottati esclusivamente al Mose tramite il Cipe.

Alberto Vitucci

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Sono malinconiche già di per sé queste giornate di fine ottobre e inizio novembre, con le nebbioline e le piogge, con il buio che arriva sempre più presto e porta con sé qualche brivido di freddo. Da noi a Venezia, poi, a questi regolari appuntamenti se ne aggiunge un altro: quello con le prime acque alte. Quest’anno ne abbiamo avuto un assaggio verso metà ottobre e poi un episodio un po’ più serio con l’arrivo di una vasta perturbazione autunnale, culminata con la giornata infernale di di domenica scorsa. Ma la malinconia non è soltanto quella, per così dire, meteorologica (c’è anzi qualcosa di dolce nelle ovattate foschìe lagunari, qualcosa che fa parte del fascino della città). A essa si aggiunge il pensiero di altre, più banali e materiali realtà. Con l’acqua di marea che supera l’altezza delle rive e accenna a espandersi sulle fondamente e le calli, non si può non pensare al grande progetto delle dighe mobili, alle promesse, alle certezze che ci erano state mille volte elargite. Invece ora siamo nel 2012 e per vedere il Mose in funzione dovremo aspettare, se tutto va bene, il 2017 (il governo ha promesso l’ultima tranche di finanziamenti per il 2016). E abbiamo appreso che il costo è in continuo aumento: doveva essere il corrispondente di un miliardo e mezzo di euro e siamo arrivati a cinque e mezzo (di cui quattro già spesi e non una paratoia installata). Il pensiero ritorna agli anni Ottanta e Novanta, a tutte le proposte alternative che oggi sarebbero state realizzate da lungo tempo. Si poteva adottare il sistema delle navi affondabili, o quello delle chiuse dei porti olandesi; si potevano almeno tentare gli interventi diffusi proposti da tanti ambientalisti e conoscitori della laguna. Il sindaco Costa allora li accusò di essere come “infermieri”che volevano sostituirsi ai “dottori” assunti dal Consorzio d’imprese chiamato pomposamente Venezia Nuova. Con il progetto dei dottori avremo dunque speso tra cinque anni, e se tutto va bene, cinque miliardi e mezzo. Avremo delle strane, molto strane paratoie incernierate sott’acqua, continuamente incrostate di molluschi e fanghiglia, affiancate da enormi tubi di cemento a sezione rettangolare dentro i quali dovrebbero muoversi i tecnici addetti alla grande opera. Avremo sacrificato una parte dell’Arsenale per alloggiare i lavori di manutenzione (a un costo, sembra, di 30 milioni l’anno). Avremo migliaia di pali di cemento piantati nel fondo delle bocche di porto nel tentativo di sostenere i cassoni che conterranno le paratoie… tutto immenso e tutto fragile, tutto d’acciaio e cemento e tutto così vulnerabile. E tutto per arrestare quei pochi centimetri d’acqua che stanno lentamente, quasi dolcemente, bagnando alcune rive e alcune calli. Una ragione, forse, di più profonda e dolorosa malinconia per noi veneziani. * Italia Nostra, sezione di Venezia

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REPLICA A BAITA

La replica è pepata. E prende spunto dall’intervista rilasciata l’altro giorno al Gazzettino dall’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani spa, a capo della cordata per il Mose che ribadiva la necessità di un “progetto condiviso” per la futura gestione del sistema della paratoie mobili.
Così, presa carta e penna, il consigliere comunale di “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di replicare alle dichiarazioni di Baita.

«Sarebbe opportuno – attacca Caccia – che faccia chiarezza e illustri pubblicamente con grande trasparenza, visto che si tratta di risorse pubbliche, i conti del Consorzio Venezia Nuova. Da quanto è partito il progetto nel 1984 va detto che solo una parte del denaro va a finanziare le opere mentre una gran parte va a sostenere qualcos’altro. Voglio proprio vedere come verranno spesi, in tempi di austerità, i 1.250 milioni di euro stanziati per il Mose da quello stesso Governo che ne nega 50 già deliberati per la Legge speciale. Ma quello che si deve sapere è che il 12 per cento va a pagare non i lavori o le progettazioni, ma serve per l’attività di management del Consorzio Venezia Nuova: ciò significa che questa attività verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro, oltre 60 all’anno. Si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate. Se si dà un’occhiata alle attività affidate all’esterno dal Consorzio, si vede che si può arrivare anche a 300 milioni».

Caccia lancia l’affondo:

«E allora come verranno spesi i 950 milioni rimasti? – si domanda il consigliere comunale – Attraverso l’affidamento alle imprese del Consorzio e senza gara d’appalto. Dunque dei 1.250 milioni circa il 50 per cento, cioè 600 milioni non vanno a pagare le opere, ma vanno ad un ristretto numero di persone che realizzano superprofitti impressionanti. Quando l’opera sarà finita della cifra spesa, solo poco più della metà sarà stata effettivamente spesa per le opere di salvaguardia. Tutto ciò non fa che produrre distorsioni dell’etica e del mercato. Lo “scippo” dell’Arsenale è solo l’estremo esempio. Questa è la vera posta in gioco intorno al futuro dell’area di Castello».

P.N.D.

 

Venezia è una città il cui governo è suddiviso tra molti poteri, autonomi e autoreferenziali – il Demanio, il Magistrato alle Acque, l’Autorità portuale, la Capitaneria di Porto, l’Aeroporto, il Consorzio Venezia Nuova,la Regione, la Provincia e il Comune – ognuno con proprie parziali competenze e una propria dimensione temporale. Ma è anche una città che si è divisa e si divide sulle grandi scelte in un’ottica spesso annebbiata da ideologismi e dall’assenza di una visione d’insieme a lungo termine. Sono due condizioni che interagiscono e si alimentano vicendevolmente generando particolarismi e contraddizioni gravi che hanno segnato, segnano e segneranno la vita della città per lunghi periodi. Esemplare quello che è successo succede e succederà nel rapporto Porto-laguna-Mose. La compatibilità con il Porto è un problema storico cruciale sempre affrontato in termini parziali e non come la questione nodale per la salvaguardia della situazione ambientale della città e della laguna. Recentemente vi è stata una svolta: l’Autorità portuale progetta di realizzare un porto off shore per le petroliere e le navi porta container. Non è forse l’occasione per portare fuori tutto il traffico commerciale pesante e non solo quello delle future maxi navi? Il disastro della Concordia ha riaperto la questione del porto turistico-crocieristico esterno alla laguna. Ecco dunque aprirsi una possibilità enorme di pensare finalmente alla portualità lagunare in termini di compatibilità ambientale con una drastica riduzione di ampiezza e profondità dei canali, limitazione del traffico acqueo per dimensione dei natanti e del loro potere di inquinamento, riduzione del moto ondoso e delle correnti, ecc. Magnifico! Mentre si apre questa possibilità giunge alla sua fase conclusiva l’intervento del Mose: la più grande opera pubblica in fase di realizzazione in Italia (più di sei miliardi di euro), straordinaria per dimensione e complessità ingegneristica, il cui senso va misurato sul lungo periodo dei 50-100 anni. Mal tollerata dal governo della città, guardata con fanatico dissenso da parte di molte componenti organizzate o meno della cittadinanza, è stata gestita in proprio dal Consorzio Venezia Nuova nell’ottica delle necessità portuali degli anni ’70/’80: a Malamocco le paratoie in via di montaggio saranno collocate a -18 smm, a San Nicolò a -12; e lì rimarranno per i prossimi lustri o secoli a contrassegnare la profondità dei canali. A prescindere da ogni nuova portualità off shore. Ecco il disastro di un’abdicazione ad assumere l’enorme investimento finanziario e tecnologico del Mose come l’asse portante delle politiche urbane e territoriali, in grado di affrontare – all’interno di un unico progetto e di un unico finanziamento (probabilmente anche risparmiando sulle opere fisse e sulle spese di manutenzione) – la difesa dalle acque alte, la salvaguardia della laguna e lo spostamento delle parti “hard” del porto fuori. Divisi tra i diversi poteri, divisi tra “pro” e “no” Mose, quel progetto ha assunto le caratteristiche “celibi” dell’opera ingegneristica, corpo separato dall’insieme. Sarebbe utile trarre qualche insegnamento da questa vicenda dove la “sovranità limitata” si è intrecciata alle divisioni ideologiche. Il primo, più volte richiamato anche dal sindaco, è dare unità alla governance di un territorio così complesso e interdipendente ma soggetto a un groviglio di poteri – e qui la possibile nuova Legge speciale proposta dal senatore Casson ha un ruolo importantissimo -; il secondo riguarda invece il definitivo superamento del complesso anti-moderno che ha permeato di se tutta la fase post Serenissima; per carità non nel senso di un’accettazione acritica di tutto ciò che è nuovo – come purtroppo è avvenuto spesso negli ultimi anni, fino ai recenti episodi del progetto di Koolhas per il Fondaco dei Tedeschi o dell’orrenda torre di Cardin – ma come “coscienza critica del moderno” in rapporto alla specificità e alla storia di questa città preziosa. Un compito che le istituzioni culturali veneziane, Università in testa, dovrebbero assumere in prima persona ma che potrebbe anche avvalersi di un comitato di garanti (consulenti) di caratura internazionale che affianchi l’amministrazione pubblica rafforzandone la capacità di giudizio sulla qualità degli interventi innovativi. A difesa dai barbari, innovatori o conservatori che siano. * Docente Iuav

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Nuova Venezia – Mantovani. Palomar, otto fatture nel mirino

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

19

lug

2012

Baita: «Sono tranquillo, le verifiche fiscali sono normali». I rapporti con la società di San Marino.

VENEZIA «Sono tranquillo. Le verifiche fiscali fanno parte della vita di una società. Può anche darsi che abbiamo sbagliato, ma stiamo parlando di otto operazioni su milioni di scritture contabili. Hanno il diritto di verificare, noi aspettiamo fiduciosi». Non perde il tradizionale buon umore Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, tra i più importanti imprenditori del Nord Est. Ieri il giudice del Riesame Lucia Bartolini ha deciso di respingere il suo ricorso presentato per riavere la documentazione sequestrata dalla Finanza, nell’ambito di verifiche fiscali nel periodo che va dal 2005 al 2010. La società Palomar del gruppo Mantovani, con sede in viale Ancona a Mestre, è quella che ha ottenuto in affidamento l’Arsenale dallo Stato.

La Finanza sta passando al setaccio alcune fatture sospettando l’evasione fiscale. Alcune di queste riguardano la società Bmc Broker (Business Merchant consulting) con sede a San Marino. Società presieduta da William Colombelli, dove lavorano l’ex segretaria personale di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e il suo ex addetto stampa Gianluca La Torre.

Balzata agli onori della cronaca per aver organizzato manifestazioni della Regione di Galan e del Porto, come l’inaugurazione dello scavo dei canali e i lavori a Fusina. Lavori effettuati da Mantovani, come del resto la gran parte dei lavori su strade, bonifiche e infrastrutture del Veneto. «Siamo una grande impresa, e dunque lavoriamo», dice Baita, «non vedo cosa ci sia di male. Le verifiche sono un atto dovuto. Il giudice entra in campo perché stiamo parlando di cifre elevate. Nei cinque anni in questione, dal 2005 al 2010, abbiamo avuto tre miliardi di euro di fatturato, versato allo Stato centinaia di milioni di imposte dirette». La Finanza è al lavoro adesso per verificare la corrispondenza di quelle fatture con le prestazioni eseguite.

Il pm Stefano Ancilotto potrà trattenere la documentazione sequestrata, visto che il giudice ha rigettato il ricorso presentato da Baita attraverso l’avvocato di Pietro Longo, uno dei più importanti penalisti italiani difensore anche di Berlusconi.

Intanto l’attività della Mantovani, impresa del Mose ma anche del tram, delle bonifiche, del Passante e dell’operazione Lido va avanti. L’altro giorno l’azienda si è aggiudicata anche la gara per l’Expo di Milano. Ancora ossigeno alla macchina esigente di un’impresa che per ora non conosce la crisi. E il rinvio a metà settembre della decisione sulla cauzione per l’ex Ospedale al Mare ha riaperto anche la trattativa su quel fronte. Mantovani, insieme a Condotte ed Est Capital, minacciava di ritirarsi dall’operazione Lido. Il giudice però ha bloccato in banca la cauzione di 31 milioni su richiesta del Comune. «Noi vogliamo restare, il mercato oggi va male, ma il mattone tornerà bene sicuro in tempi di recessione», dice Baita, «ma ognuno deve fare la sua parte. Siamo fiduciosi che il Comune mantenga i suoi impegni. Adesso il tempo per trovare un accordo c’è. Il Comune ha il vincolo del Patto si stabilità, noi non possiamo perdere i soldi delle banche. Vediamo».    Alberto Vitucci

 

L’impresa: Mose, tram, ospedali e strade

Indagine fiscale sulle fatture emesse da Palomar e Mantovani nei cinque anni che vanno dal 2005 al 2010. Una rete di attività con migliaia di dipendenti e miliardi di fatturato, quella delle società del gruppo Mantovani. Società padovana della famiglia Chiarotto presieduta da Piergiorgio Baita, manager della prima Republica diventato oggi uno dei più importanti imprenditori del settore edilizia. Mantovani è la prima azionista del Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose. Ma anche l’impresa che ha realizzato il Passante di Mestre, il tram, le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali, l’Ospedale all’Angelo con la società Veneta Sanitaria, lavori al Porto, strade e autostrade. E la proposta di realizzare la sublagunare, il progetto della trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in centro turistico privato. E infine ha vinto la gara per l’Expo di Milano del 2015, piazzandosi davanti a imprese del calibro di Astaldi e Impregilo. (a.v.)

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