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Venezia è una città il cui governo è suddiviso tra molti poteri, autonomi e autoreferenziali – il Demanio, il Magistrato alle Acque, l’Autorità portuale, la Capitaneria di Porto, l’Aeroporto, il Consorzio Venezia Nuova,la Regione, la Provincia e il Comune – ognuno con proprie parziali competenze e una propria dimensione temporale. Ma è anche una città che si è divisa e si divide sulle grandi scelte in un’ottica spesso annebbiata da ideologismi e dall’assenza di una visione d’insieme a lungo termine. Sono due condizioni che interagiscono e si alimentano vicendevolmente generando particolarismi e contraddizioni gravi che hanno segnato, segnano e segneranno la vita della città per lunghi periodi. Esemplare quello che è successo succede e succederà nel rapporto Porto-laguna-Mose. La compatibilità con il Porto è un problema storico cruciale sempre affrontato in termini parziali e non come la questione nodale per la salvaguardia della situazione ambientale della città e della laguna. Recentemente vi è stata una svolta: l’Autorità portuale progetta di realizzare un porto off shore per le petroliere e le navi porta container. Non è forse l’occasione per portare fuori tutto il traffico commerciale pesante e non solo quello delle future maxi navi? Il disastro della Concordia ha riaperto la questione del porto turistico-crocieristico esterno alla laguna. Ecco dunque aprirsi una possibilità enorme di pensare finalmente alla portualità lagunare in termini di compatibilità ambientale con una drastica riduzione di ampiezza e profondità dei canali, limitazione del traffico acqueo per dimensione dei natanti e del loro potere di inquinamento, riduzione del moto ondoso e delle correnti, ecc. Magnifico! Mentre si apre questa possibilità giunge alla sua fase conclusiva l’intervento del Mose: la più grande opera pubblica in fase di realizzazione in Italia (più di sei miliardi di euro), straordinaria per dimensione e complessità ingegneristica, il cui senso va misurato sul lungo periodo dei 50-100 anni. Mal tollerata dal governo della città, guardata con fanatico dissenso da parte di molte componenti organizzate o meno della cittadinanza, è stata gestita in proprio dal Consorzio Venezia Nuova nell’ottica delle necessità portuali degli anni ’70/’80: a Malamocco le paratoie in via di montaggio saranno collocate a -18 smm, a San Nicolò a -12; e lì rimarranno per i prossimi lustri o secoli a contrassegnare la profondità dei canali. A prescindere da ogni nuova portualità off shore. Ecco il disastro di un’abdicazione ad assumere l’enorme investimento finanziario e tecnologico del Mose come l’asse portante delle politiche urbane e territoriali, in grado di affrontare – all’interno di un unico progetto e di un unico finanziamento (probabilmente anche risparmiando sulle opere fisse e sulle spese di manutenzione) – la difesa dalle acque alte, la salvaguardia della laguna e lo spostamento delle parti “hard” del porto fuori. Divisi tra i diversi poteri, divisi tra “pro” e “no” Mose, quel progetto ha assunto le caratteristiche “celibi” dell’opera ingegneristica, corpo separato dall’insieme. Sarebbe utile trarre qualche insegnamento da questa vicenda dove la “sovranità limitata” si è intrecciata alle divisioni ideologiche. Il primo, più volte richiamato anche dal sindaco, è dare unità alla governance di un territorio così complesso e interdipendente ma soggetto a un groviglio di poteri – e qui la possibile nuova Legge speciale proposta dal senatore Casson ha un ruolo importantissimo -; il secondo riguarda invece il definitivo superamento del complesso anti-moderno che ha permeato di se tutta la fase post Serenissima; per carità non nel senso di un’accettazione acritica di tutto ciò che è nuovo – come purtroppo è avvenuto spesso negli ultimi anni, fino ai recenti episodi del progetto di Koolhas per il Fondaco dei Tedeschi o dell’orrenda torre di Cardin – ma come “coscienza critica del moderno” in rapporto alla specificità e alla storia di questa città preziosa. Un compito che le istituzioni culturali veneziane, Università in testa, dovrebbero assumere in prima persona ma che potrebbe anche avvalersi di un comitato di garanti (consulenti) di caratura internazionale che affianchi l’amministrazione pubblica rafforzandone la capacità di giudizio sulla qualità degli interventi innovativi. A difesa dai barbari, innovatori o conservatori che siano. * Docente Iuav

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Nuova Venezia – Mantovani. Palomar, otto fatture nel mirino

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

19

lug

2012

Baita: «Sono tranquillo, le verifiche fiscali sono normali». I rapporti con la società di San Marino.

VENEZIA «Sono tranquillo. Le verifiche fiscali fanno parte della vita di una società. Può anche darsi che abbiamo sbagliato, ma stiamo parlando di otto operazioni su milioni di scritture contabili. Hanno il diritto di verificare, noi aspettiamo fiduciosi». Non perde il tradizionale buon umore Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, tra i più importanti imprenditori del Nord Est. Ieri il giudice del Riesame Lucia Bartolini ha deciso di respingere il suo ricorso presentato per riavere la documentazione sequestrata dalla Finanza, nell’ambito di verifiche fiscali nel periodo che va dal 2005 al 2010. La società Palomar del gruppo Mantovani, con sede in viale Ancona a Mestre, è quella che ha ottenuto in affidamento l’Arsenale dallo Stato.

La Finanza sta passando al setaccio alcune fatture sospettando l’evasione fiscale. Alcune di queste riguardano la società Bmc Broker (Business Merchant consulting) con sede a San Marino. Società presieduta da William Colombelli, dove lavorano l’ex segretaria personale di Giancarlo Galan Claudia Minutillo e il suo ex addetto stampa Gianluca La Torre.

Balzata agli onori della cronaca per aver organizzato manifestazioni della Regione di Galan e del Porto, come l’inaugurazione dello scavo dei canali e i lavori a Fusina. Lavori effettuati da Mantovani, come del resto la gran parte dei lavori su strade, bonifiche e infrastrutture del Veneto. «Siamo una grande impresa, e dunque lavoriamo», dice Baita, «non vedo cosa ci sia di male. Le verifiche sono un atto dovuto. Il giudice entra in campo perché stiamo parlando di cifre elevate. Nei cinque anni in questione, dal 2005 al 2010, abbiamo avuto tre miliardi di euro di fatturato, versato allo Stato centinaia di milioni di imposte dirette». La Finanza è al lavoro adesso per verificare la corrispondenza di quelle fatture con le prestazioni eseguite.

Il pm Stefano Ancilotto potrà trattenere la documentazione sequestrata, visto che il giudice ha rigettato il ricorso presentato da Baita attraverso l’avvocato di Pietro Longo, uno dei più importanti penalisti italiani difensore anche di Berlusconi.

Intanto l’attività della Mantovani, impresa del Mose ma anche del tram, delle bonifiche, del Passante e dell’operazione Lido va avanti. L’altro giorno l’azienda si è aggiudicata anche la gara per l’Expo di Milano. Ancora ossigeno alla macchina esigente di un’impresa che per ora non conosce la crisi. E il rinvio a metà settembre della decisione sulla cauzione per l’ex Ospedale al Mare ha riaperto anche la trattativa su quel fronte. Mantovani, insieme a Condotte ed Est Capital, minacciava di ritirarsi dall’operazione Lido. Il giudice però ha bloccato in banca la cauzione di 31 milioni su richiesta del Comune. «Noi vogliamo restare, il mercato oggi va male, ma il mattone tornerà bene sicuro in tempi di recessione», dice Baita, «ma ognuno deve fare la sua parte. Siamo fiduciosi che il Comune mantenga i suoi impegni. Adesso il tempo per trovare un accordo c’è. Il Comune ha il vincolo del Patto si stabilità, noi non possiamo perdere i soldi delle banche. Vediamo».    Alberto Vitucci

 

L’impresa: Mose, tram, ospedali e strade

Indagine fiscale sulle fatture emesse da Palomar e Mantovani nei cinque anni che vanno dal 2005 al 2010. Una rete di attività con migliaia di dipendenti e miliardi di fatturato, quella delle società del gruppo Mantovani. Società padovana della famiglia Chiarotto presieduta da Piergiorgio Baita, manager della prima Republica diventato oggi uno dei più importanti imprenditori del settore edilizia. Mantovani è la prima azionista del Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose. Ma anche l’impresa che ha realizzato il Passante di Mestre, il tram, le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali, l’Ospedale all’Angelo con la società Veneta Sanitaria, lavori al Porto, strade e autostrade. E la proposta di realizzare la sublagunare, il progetto della trasformazione dell’ex Ospedale al Mare in centro turistico privato. E infine ha vinto la gara per l’Expo di Milano del 2015, piazzandosi davanti a imprese del calibro di Astaldi e Impregilo. (a.v.)

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