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Nuova Venezia – “Per le grandi navi restano i limiti”

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18

feb

2015

Il ministro Galletti: c’è un accordo verbale con le compagnie di navigazione

VENEZIA «Rispetto all’annullamento del Tar dell’ordinanza della Capitaneria di porto: nulla è cambiato per il 2015 rimarranno tutte le limitazioni». Così, ieri, il ministro per l’Ambiente, Gian Luca Galletti, a un forum organizzato dall’Ansa a Roma. Il riferimento non è a nuovi provvedimenti, ma all’accordo già raggiunto con le compagnie di crociera, che hanno pianificato gli arrivi per il 2015 quand’era operativa l’ordinanza della Capitaneria di porto (annullata dai giudici a dicembre) che per quest’anno aveva previsto un limite massimo di 96 mila tonnellate di stazza alle navi in transito davanti al bacino San Marco.

Per il 2015, conferma Galletti, il limite sarà mantenuto volontariamente dalle compagnie, tanto che il ministero non impugnerà al Consiglio di Stato la sentenza con la quale i giudici del Tar hanno ricordato che il decreto interministeriale Clini-Passera del 2012 subordinava lo stop alle grandi navi, alla realizzazione di una nuova via d’accesso alla Marittima.

«Penso tra l’altro che noi ritireremo da qui a breve quel provvedimento, naturalmente considerando le osservazioni fatte dal Tar», ha chiosato infatti il ministro, tornando al dibattito che tanto accende gli animi. «Nel lungo termine», ha concluso Galletti, «il problema è trovare a Venezia un percorso che non comporti il passaggio delle grandi navi a Piazza San Marco. Sono state presentate delle proposte dal mio ministero e l’unica sottoposta a Via, perché ancora in fase progettuale, è quella dello scavo del canale Contorta. La Commissione Via ha chiesto un’integrazione di documentazione ai presentatori. Nel frattempo si stanno valutando altre proposte sottoposte a una procedura di pre-Via e che in termini tecnici si chiama “Scoping”».

Si tratta del progetto De Piccoli per banchine alla bocca di porto del Lido; la versione light con banchine galleggianti presenta da Boato, del progetto D’Agostino per banchine a Marghera.

(r.d.r)

 

Gazzettino – “Nascite piu’ sicure a Dolo e Mirano”

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18

feb

2015

Potenziato il reparto di Neonatologia con due nuove importanti apparecchiature

«Nascite più sicure a Dolo e a Mirano». Lo annuncia la direzione dell’Ulss 13 sottolineando il potenziamento del reparto di Neonatologia, dove sono arrivate due nuove apparecchiature per gestire i problemi respiratori dei neonati. L’Ulss 13 garantisce che ci saranno sempre meno trasferimenti in altri ospedali.

«Ridurremmo i trasferimenti – hanno spiegato il primario Luca Vecchiato e il direttore generale Gino Gumirato- potendo gestire finalmente anche qui, con efficacia e sicurezza, il bambino appena nato».

E la notizia viene diffusa proprio pochi giorni dopo la tragedia di Ragusa: una neonata è morta per problemi respiratori, i tempi si sono allungati perché non c’erano ospedali disponibili dove trasportare la bambina nata in una clinica privata di Catania.

Per quanto riguarda Dolo e Mirano, prima dell’arrivo di questi macchinari venivano trasferiti mediamente quattro bambini al mese per problemi respiratori. Ora l’obiettivo sarà trasferire solamente casi molto gravi.

A Mirano questa strumentazione di ultima generazione è già stata battezzata con la gestione del primo bimbo: l’assistenza al neonato avviene tramite la cosiddetta C-PAP (Continous Positive Airway Pressure), ovvero assistenza respiratoria a pressione positiva delle vie aeree. Una metodica mininvasiva che evita al neonato di essere intubato. Alla Pediatria di Dolo e Mirano arriveranno presto anche nuove «termo culle» (comunemente chiamate incubatrici), ventilatore automatico, fototerapie per curare l’ittero e nuovi monitor per un monitoraggio più sicuro.

(g.pip.)

 

Sconosciuti gli importi dei pedaggi, da definire il progetto del bosco a mitigazione

Nuovo casello a Cappella, apertura fissata il 3 marzo

SCORZÈ – C’è la data di apertura del casello del Passante tra Martellago e Scorzè. Il via libera alle auto avverrà da martedì 3 marzo, anche se non si conosce ancora l’orario esatto. La comunicazione telefonica è arrivata in municipio a Scorzè e si attende ora quella ufficiale. Restano da risolvere delle incognite riguardo la mitigazione ambientale, anche se il sindaco Giovanni Battista Mestriner spera che gli alberi del bosco possano essere piantumati quanto prima.

Finiti i lavori del casello a cavallo del fiume Dese ancora il 30 novembre 2014, dopo che erano partiti a gennaio 2013, in questi mesi sono stati sistemati le banchine, i cartelli stradali di accesso e uscita, realizzati gli allacciamenti Enel e tutte le altre rifiniture. Sono pronte anche le tangenziali di accesso sulla Castellana, dalla rotonda di via Boschi per chi arriva da ovest, e quella in zona Kelemata per chi arriva da est.

In passato il casello ha scatenato diverse polemiche da parte dei comitati locali per la sua forma a diamante rovesciato e per le dimensioni: è stato costruito un viadotto lungo 575 metri per collegare l’entrata e l’uscita, oltre a quattro rotatorie per favorire l’innesto della circolazione in autostrada.

Quanto all’inaugurazione, il programma non è ancora stato definito, così come non è stata ancora stilata la lista delle autorità presenti. Ma è fuori di dubbio che arriveranno rappresentanti della Regione e dei Comuni di Martellago e Scorzè, interessati all’opera.

Ma ciò che interessa di più agli automobilisti è certamente quanto si pagherà per entrare e uscire dal casello. Ad oggi la domanda è ancora senza risposta perché non è arrivata la tabella delle cifre. La questione tocca nel vivo soprattutto i pendolari che si spostano da e verso Mestre, Padova e San Donà.

C’è poi il capitolo bosco, ovvero l’area da 10 ettari che sorgerà attorno al casello, richiesta dal Comune di Scorzè. Dalla Regione arriverà un finanziamento di 150 mila euro per realizzarlo. Ora il Consorzio di bonifica Acque Risorgive preparerà uno studio su come sistemare le aree in funzione delle vasche per contenere le piogge abbondanti. A Veneto Agricoltura, invece, il compito di redigere il progetto e decidere quando posizionare gli arbusti che saranno di due tipi: uno da mettere nelle zone più ribassate, l’altro in quelle più alte. A giorni il Comune entrerà il possesso delle superfici. Scorzè spera di definire il progetto di mitigazione ambientale in due, massimo tre mesi, mentre la posa degli alberi arriverà tra primavera e l’estate.

Alessandro Ragazzo

 

L’incidente conferma la pericolosità della via molto stretta

Tre mesi di protesta “festeggiati” con un furgone nel fosso

ZIANIGO – Un incidente, l’ennesimo, tiene a battesimo il terzo mese di protesta in via Desman. Puntuale come un orologio, a tre mesi esatti dal 17 novembre, quando per la prima volta sono scesi in strada i residenti per chiedere più sicurezza, ieri, 17 febbraio, un furgone che viaggiava in direzione di Veternigo è uscito di strada nel tratto di provinciale tra Zianigo e la località Fontana, ribaltandosi nel fosso. Nessun ferito nella rovinosa e per certi versi spettacolare uscita di strada, ma polemiche a non finire per un incidente-tipo, come troppi continuano a succederne in via Desman.

Veicoli di un certo ingombro che, incrociandosi tra loro, stringono troppo sulla destra, finendo giù per la scarpata senza alcuna protezione.

Il comitato ieri aveva appena concluso il corteo mattutino, come ogni giorno dal 17 novembre a questa parte, con tanto di festicciola a base di frittelle e caffè offerti da un residente per il terzo mese di “passeggiata”.

Lo schianto è capitato poco dopo, proprio di fronte alle case dove la protesta è più calda, vicino all’incrocio con via Balzana e, quasi fosse una beffa, tra gli striscioni di protesta e i cartelli con cui il comitato chiede la ciclabile.

L’autista è uscito indenne dal ribaltamento del mezzo, poi ha chiamato il soccorso stradale per il recupero del furgone.

Molti manifestanti erano ancora sul posto dopo il corteo mattutino. Altri, vivendo in zona, sono usciti per vedere cosa fosse accaduto, indossando gli immancabili gilet fluorescenti diventati il simbolo della mobilitazione per la sicurezza della provinciale.

«Per fortuna non eravamo presenti nel luogo dove è avvenuto l’incidente», afferma il portavoce del comitato Marino Dalle Fratte, «Lascio immaginare cosa potrebbe accadere se un mezzo investisse e trascinasse un pedone o un ciclista che transitano sul ciglio della strada. Questa vita da brivido, sul filo del rasoio, non ce la meritiamo».

Il frequente ribaltamento di mezzi nel fosso è uno dei punti critici della provinciale, un lungo rettilineo largo 5,30 metri dove transitano anche camion e bus che per non toccarsi devono stringere sulla destra. Decine i mezzi finiti in canale negli ultimi anni. E non ci sono soldi nemmeno per installare un guardrail.

Filippo De Gaspari

 

Grande distribuzione

VENEZIA – Secondo incontro, ieri a Bologna, per decidere anche il futuro dei 221 dipendenti veneti del Mercatone, con punti vendita a Noventa( 57), Curtarolo ( 43), Tribano ( 41 ), Castelfranco ( 41 ) ed Occhiobello ( 57 ), futuro appeso a un filo.

I rappresentanti delle famiglie Cenni e Valentini, i titolari emiliani di tutti i 79 punti vendita, sparsi per la penisola, dove sono occupati 3500 lavoratori, hanno ribadito che, quasi certamente, sarà chiuso il 50% dei supermercati e che i debiti accumulati assommano a 400 milioni. Hanno anche confermato che è stata presentata istanza di concordato preventivo e che, a ieri, sarebbero 15 i gruppi imprenditoriali interessati a tutti o a una parte dei punti vendita.

Nel frattempo le preoccupazioni dei dipendenti veneti diventano sempre più pesanti anche perché, a gennaio, hanno ricevuto solo la metà dello stipendio.

Presenti ieri all’incontro i sindacalisti veneti Christian Vicoletti (Filcams), Giancarlo Pegoraro ( Fisascat) e Fabio Paternicò (Uiltucs), mentre per la controparte non c’era l’ad Pier Luigi Bernasconi, ex manager di Media World.

«Ancora una volta i rappresentanti della proprietà sono rimasti molto abbottonati», sottolinea Paternicò «Ci hanno solo comunicato che alcune società al gruppo emiliano, come Tre Stelle, M73 e m75, non presenti nel Veneto, hanno già presentato i libri in tribunale. Silenzio sulla sorte dei punti vendita veneti e anche sui nomi degli imprenditori, che avrebbero manifestato interesse per acquisire le diverse filiali

( f.pad.)

 

VIGONOVO – Il Comune di Vigonovo avrà a breve la sua “Casa dell’Acqua”. Sarà infatti inaugurata martedì prossimo una fontana “tecnologica” che erogherà acqua lisca e gassata. La fontana sarà in in via Padova a ridosso del cimitero. L’iniziativa è stata resa possibile grazie all’accordo tra il comune di Vigonovo e l’azienda Proacqua Group di Rovereto (Trento).

Il progetto mira a promuovere la qualità e la sicurezza dell’acqua pubblica oltre incentivare la riduzione del consumo e dello smaltimento delle bottiglie di plastica. Questo permetterà anche di ridurre le emissioni inquinanti dovute al trasporto dell’acqua in bottiglia.

L’acqua, fino al 3 marzo prossimo, sarà erogata gratuitamente per far conoscere il servizio e per sperimentarne l’utilizzo.

Successivamente sarà disponibile ad un prezzo calmierato pari a 6 centesimi al litro e sarà possibile pagare tramite l’utilizzo di tessere precaricate che saranno disponibili nelle edicole del paese.

Anche il comune di Vigonovo quindi, dopo altri comuni del territorio rivierasco, propone ai cittadini la possibilità di usufruire di un distributore d’acqua pubblica.

(g.pir.)

Dal 17 novembre il Comitato dei residenti si presenta ogni giorno con le bici per chiedere controlli, sicurezza e pista ciclabile. «Il minimo per sopravvivere»

ZIANIGO – Tre mesi esatti in strada, tutte le mattine, a manifestare per la sicurezza. La protesta di via Desman non sarà forse ricordata per i risultati fin qui ottenuti (la ciclabile tanto richiesta pare destinata a restare un miraggio), ma di sicuro la tenacia dei residenti non ha eguali nel passato recente di un territorio, il Miranese, che certo di comitati e proteste per la viabilità ne ha prodotti a pacchi.

Nel silenzio quasi totale delle istituzioni, ma nell’appoggio pieno e incondizionato dei residenti, oggi i manifestanti in gilet fluorescente festeggeranno a modo loro in paese, a Zianigo. Lo faranno con lo stesso modo con il quale, dal 17 novembre, scendono in strada ogni mattina lungo via Desman, portando le biciclette a mano, passeggiando pericolosamente sul ciglio della provinciale, in balìa del traffico e di qualche insulto.

Oggi il comitato sfilerà lungo le vie in cui abitano molti manifestanti, una ventina in media ogni mattina, per lo più pensionati, ma con l’ampio mandato dei residenti che non possono, per motivi di lavoro, essere con loro tutti i giorni: via Bollati, via Balzana, via Scortegara, via Varotara, ovviamente la strada Desman, al centro della protesta.

Sarà l’occasione per ribadire come uscire di casa, percorrendo una provinciale senza ciclabile, con fossi da ambo i lati e percorsa da migliaia di veicoli ogni giorno a forte velocità, sia pericoloso sì, ma il silenzio delle istituzioni e quel “Non ci sono soldi”, in fondo, sia ancora più inaccettabile.

«Il Comune di Mirano ha pure installato i cartelli di nuove località per rallentare il traffico, ma a distanza di un mese nulla è cambiato», nota il leader della protesta Marino Dalle Fratte, «le auto, i camion, i bus stracarichi di pendolari, continuano a percorrere la strada alla stessa velocità di prima, incrociandosi pericolosamente, rischiando di finire nel fosso, sfiorando i ciclisti e rischiando di travolgerli. Nessun rallentamento, nessuna verifica delle forze dell’ordine. Speriamo che anche questi nuovi centri abitati, non siano uno scherzo e che si comincino a fare i controlli per il rispetto dei limiti».

Intanto, insieme agli striscioni, aumentano lungo la via anche i “monumenti ai caduti”, suscitando la curiosità dei passanti: ruote, telai di biciclette rotte, giubbini catarifrangenti e altre installazioni appese agli alberi o ai cancelli delle case, per ricordare che, di via Desman, si può purtroppo anche morire.

Filippo De Gaspari

 

lo studio

Bonometto: «Ecco le soluzioni a costo zero per la viabilità»

VETERNIGO – Vive in Sardegna, dove lavora al Dipartimento di Urbanistica dell’Università di Sassari, ma ha tenuto domicilio a Veternigo. Quando torna a casa, viene a contatto con la pericolosità di via Desman e la protesta dei residenti. Così Vinicio Bonometto ha deciso di unirsi ai manifestanti e mettere a disposizione le sue conoscenze in materia, al territorio in cui vive, seppur con discontinuità.

«Quando sono in Veneto esco spesso in bicicletta», spiega, «conosco i pericoli della via, appena torno cercherò di appoggiare la causa del comitato. Nel frattempo però mi sono chiesto: nell’immediato non si potrebbe cercare un passaggio alternativo e parallelo a via Desman?».

La soluzione proposta da Bonometto, in realtà, non è nuova: già in passato, per altre zone del Graticolato romano, si era paventata la possibilità di “sfruttare” la conformazione a scacchiera della centuriazione, con incroci ogni 700 metri di rettilineo, in alcuni casi anche istituendo dei sensi unici, in modo da ricavare lo spazio a bordo strada per una ciclopista. Bonometto applica ora il modello al tratto incriminato di via Desman: «Per collegare Zianigo, Veternigo e Santa Maria di Sala si potrebbero utilizzare strade già esistenti e altre secondarie, ma molto più sicure di via Desman, ad esempio via Varotara, via Pianiga, via Aquileia, via Rio. Alcune potrebbero essere collegate con strade che oggi sono bianche, di progetto, altre già esistenti, creando così un’alternativa alla provinciale e disegnando una “circolarità” più sicura. Si può fare subito, chiedendo il permesso di passaggio anche su argini privati, come alla conclusione di via Varotara fino a via Rio. Costerebbe pochissimo. Fermo restando che la ciclabile su via Desman ci vuole, eccome».

(f.d.g.)

 

L’INTERVENTO

Riccardo Colletti – Segretario generale Filctem Cgil Venezia

La situazione preoccupa: si rischia l’appesantimento della burocrazia ma anche la continuità produttiva degli impianti e delle attività esistenti

L’ultimo accordo sulle bonifiche di Porto Marghera contiene, nel proprio dispositivo, gravissime lacune che possono sfociare in derive speculative e soprattutto nel non risolvere il problema della bonifica in se stessa, oltre al fatto che c’era chi sosteneva (Comune e Regione) che per effetto di quell’accordo si sarebbe limitato l’intervento della burocrazia.

Io credo invece che quell’accordo determini il progressivo appesantimento della burocrazia stessa ma soprattutto anche la non certezza della continuità produttiva degli impianti e delle attività esistenti.

L’accordo sulle bonifiche siglato al ministero dell’Ambiente al proprio interno, in un paragrafo specifico, assegna i lavori o la gestione a una società specifica; credo invece che un Ministero dovrebbe preoccuparsi di dare delle linee guida specifiche per risolvere la questione ambientale di uno dei siti di interesse nazionale qual è il Petrolchimico di Porto Marghera.

È fonte di preoccupazione la situazione in cui ci troviamo: attività dismesse, aree libere o liberabili e si riscontra un effettivo disinteresse per far evolvere, anche dal punto di vista industriale, quest’area e dietro questa cosa sono certo si nasconda più di una fonte speculativa delle aree, cosa che abbiamo sempre ribadito.

Mantenere una situazione così come quella attuale, dove gli accordi sottoscritti sino ad oggi, specie quelli delle bonifiche, senza legare a questi una programmazione industriale o quantomeno l’idea di una gestione del territorio magari anche diversa da quella che abbiamo conosciuto fino ad oggi ma comunque un’idea che crei occupazione e sostenibilità ambientale, non è più materia di discussione in questo territorio.

È ancora aperta la ferita del Mose e penso che anche la vicenda delle bonifiche di Porto Marghera sia figlia della stessa gestione. L’unica differenza che abbiamo è che dentro alle speculazioni gli unici che non possono patteggiare sono i lavoratori e le imprese degli appalti, che vengono schiacciati da un sistema che nulla ha a che vedere con la tutela di un territorio segnato da profondi cataclismi politici e istituzionali.

Per questo credo nel modo più assoluto che l’accordo sulle bonifiche di Porto Marghera sia ben lontano dai propositi ambientali e per questo motivo credo sia giusto che quell’accordo venga rivisitato in tutte le sue parti e che si inserisca all’interno un elemento di tutela rispetto alle speculazioni che abbiamo visto in questi anni. Troppi sono gli elementi che ci fanno pensare che quell’accordo è inefficace.

Per questi motivi penso sia utile che si intervenga in tempi rapidi affinché non ci si accorga poi alla fine della necessità di mettere un commissario anche alla gestione di quell’accordo. Anche gli ultimi investimenti dovuti a una fonte di credito di circa 150 milioni di euro (multa alla società Alcoa) si sono ritrasformati all’interno del nostro territorio in interventi strutturali di contorno, soprattutto legati a un piano di sviluppo che non si sa se sia legato ad attività di carattere commerciale o turistico.

Quei soldi, come abbiamo ribadito su tutti i tavoli, andavano spesi per la riqualificazione ambientale vera e dovevano essere di sostegno alle industrie e imprese di Porto Marghera, garantendo così stabilità occupazionale e un futuro più certo.

Quei soldi, invece, sono stati spesi anche per rifare i marciapiedi di Via Fratelli Bandiera cosa giusta e utile ma che di industriale hanno ben poco ma rientrano in un ambito di riqualificazione urbana che nulla ha a che vedere con la riqualificazione industriale.

Queste non scelte mettono a serio rischio tutte le attività dell’industria e degli appalti; l’accordo sulle bonifiche contiene delle lacune serie, che possono generare speculazioni e forme di aggregazione poco trasparenti, così come abbiamo già visto con l’opera del Mose.

 

Chioggia. Lettera del sindaco Casson al premier dopo il via libera alle estrazioni

Già assegnate le prime dieci concessioni a cinque compagnie, tra cui anche l’Eni

CHIOGGIA – L’ombra delle trivellazioni croate sulla costa veneziana. Dopo l’appello di Greenpeace, che ha invitato il Governo italiano a pretendere di essere consultato prima che inizino le estrazioni di gas idrocarburi nell’Alto Adriatico, il sindaco Giuseppe Casson invierà, forse già oggi, una nota al premier Matteo Renzi perché si attivi immediatamente per evitare un disastro ambientale, turistico e economico.

Greenpeace ha scritto al ministro degli Esteri Paolo Gentiloni perché chieda che il Governo siano incluso nella Valutazione ambientale strategica (Vas) in corso sui piani di sfruttamenti dei giacimenti di petrolio, facendo leva sulla Convenzione di Espoo che prevede la consultazione per gli impatti ambientali in contesto transfrontaliero. Il piano di sfruttamento croato prevede la suddivisione del 90% della superficie marina di competenza in 29 blocchi, ognuno tra i 1.000 e i 1.600 chilometri quadrati.

«Un piano potenzialmente disastroso per l’Adriatico», spiega Andrea Boraschi, responsabile della campagna “Energia e clima” di Greenpeace, «un mare fragile e già sotto stress. Alcune trivellazioni potrebbero inoltre essere realizzate su fondali profondissimi, oltre i mille metri. Queste estrazioni (ultra deep drilling) sono particolarmente rischiose: la tragedia della Deep Water Horizon nel Golfo del Messico dovrebbe indurre a non correre mai più rischi di quel genere».

Le prime procedure di assegnazione dei diritti di ricerca sono già state espletate con l’affidamento di dieci concessioni a cinque compagnie tra cui l’Eni.

«Certo non possiamo restare a guardare in silenzio», spiega Casson, «conosciamo tutti i rischi di subsidenza per le coste, gli effetti ambientali sulle risorse ittiche e i riflessi sul mondo del turismo. Il Governo deve percorrere tutte le strade per far ascoltare anche la voce dell’Italia in quella che si annuncia come un’operazione massiccia di sfruttamento dei giacimenti marini».

Nella lettera al presidente del Consiglio Casson ricorda come estrazioni così massicce a poca distanza dalla costa veneta sarebbero un controsenso evidente rispetto ai principi della Legge Speciale e alla loro applicazione più evidente con il Mose.

«Sarebbe pura schizofrenia», rimarca il sindaco, «spendere sei miliardi di euro per le paratie mobili per salvare Venezia e la sua laguna e poi rischiare fenomeni di subsidenza così importanti.

Elisabetta B. Anzoletti

 

Nuova Venezia – “No grandi navi” tra goliardia e protesta

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16

feb

2015

Corteo acqueo da Rio di Cannaregio alla Pescheria: una topa trasformata in carcere con le foto degli inquisiti per il Mose

Le barche allegoriche contro le grandi opere e le grandi navi hanno sfilato ieri pomeriggio portando musica e colore tra i canali. Il corteo, organizzato dal Comitato No Grandi Navi e da Laguna Bene Comune, è partito sulle 14.30 da Rio di Cannaregio, il centro del Carnevale popolare, per arrivare sulle 16.30 in Pescheria a Rialto, il cuore di Venezia, passando per Fondamenta della Misericordia. Qui il traffico acqueo ha subìto dei rallentamenti, dovuti alla quantità di barche che si sono concentrate sul Canal Grande.

Il centinaio abbondante di manifestanti si è poi riunito in Pescheria per continuare la manifestazione e presentare la versione definitiva del libro bianco “Venezia, la laguna, il porto e il gigantismo navale. Le grandi navi fuori dalla laguna” di Gianni Fabbri e Giuseppe Tattara.

L’appuntamento per la partenza era previsto alle 14 al Ponte delle Guglie. Le barche, una trentina tra remi e motore, erano in prevalenza pilotate da pirati e piratesse con tanto di occhio bendato, ma non mancavano quelle con i business men in giacca e cravatta che sfoggiavano valigie piene di banconote con stampato il volto di Paolo Costa, presidente del porto e promotore dello scavo del canale Contorta.

Non tutti gli uomini di affari erano liberi di remare in questa manifestazione che ha cercato di unire la goliardia del Carnevale con la protesta. Alcuni di questi uomini d’affari sono infatti stati rinchiusi nella topa “Santa Maria Maggiore”, dal nome della prigione veneziana, dietro le sbarre. I loro volti, fotocopiati su fogli di carta, erano affissi sulla gabbia galleggiante su cui si legge “No Mose”, “La retata storica”, “I quaranta ladroni” e “Grandi Opere Grandi Mafie”.

Nella prigione appaiavano rinchiusi l’ex sindaco Giorgio Orsoni, l’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, l’ex assessore ai Trasporti Renato Chisso, l’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Carlo Mazzacurati, insieme a Paolo Costa.

Non molto distante spiccava la ciminiera gialla della “Costa Inquinosa” e della “Costa Discordia” da cui usciva un perenne fumo blu. Poi c’era l’imbarcazione del futuro candidato sindaco “Ascanio Dalecase” dell’Assemblea sociale per la casa (da qui il nome del simbolico candidato). Si trattava della barca con una casetta disegnata su un lenzuolo, con tetto di mattonelle rosse e fiori alla finestra con le tendine colorate. Sulle pareti c’era anche un graffito con scritto “La casa è un diritto”.

C’erano anche i Cobas Autorganizzati con lo striscione “Il governo affonda Venezia, ma salva le grandi navi” e anche il candidato pentastellato Davide Scano. Non mancava un mini laboratorio di serigrafia che produceva al momento maschere, mentre la musica si diffondeva per tutta la città. E poi le bandiere simbolo della battaglia dei comitati.

«Il prossimo appuntamento», ha detto Luciano Mazzolin di Ambiente Venezia, «è per il 15 marzo a Torino per la prima udienza del Tribunale Permanente dei Popoli. Oggi siamo contenti e guardiamo avanti. Il progetto del Canale Contorta è stato bocciato, mentre quelli di Boato e De Piccoli hanno ricevuto pareri positivi».

Vera Mantengoli

 

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