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I commissari del Consorzio bloccano parte della maxi liquidazione

Mazzacurati, stop a un milione

La gestione commissariale del Consorzio Venezia Nuova ha bloccato un milione e 154 mila euro della maxi liquidazione (sette milioni) dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati. Bilancio chiuso con 28 milioni di passivo.

Venezia Nuova: la nuova gestione commissariale congela 1,154 milioni su 7

Il bilancio chiuso con 28,7 milioni di passivo. Meno fondi: gestione in difficoltà

VENEZIA – Ventotto milioni e 700 mila euro di passivo. Che toccherà alle imprese ripianare. Liquidazione di 7 milioni di euro all’ex presidente Mazzacurati in parte bloccata. E criteri modificati.

Segna una netta inversione di tendenza il bilancio consuntivo 2014, approvato in questi giorni dalla nuova gestione commissariale nominata dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone.

Conti passati al setaccio dai tre commissari che governano il Consorzio da fine 2014, Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo.

La liquidazione di 7 milioni di euro era stata disposta nel dicembre 2013, sei mesi dopo l’arresto dell’ex presidente e direttore, dal Consorzio presieduto da Mauro Fabris. Ma adesso i commissari hanno deciso di congelarne una parte, un milione e 154 mila euro.

«È intenzione degli amministratori straordinari», si legge nella nota integrativa al bilancio 2014, «procedere a un approfondimento sulla sussistenza di tale debito». Cioè a dire: quell’importo potrebbe anche non essere legittimo.

Altro debito riscontrato dal bilancio è quello di 317 mila euro che l’ex direttore non avrebbe versato per l’acquisto delle azioni Tethis. Controllata del Cvn anche questa amministrata per molti anni da Mazzacurati.

Infine, il bilancio introduce una significativa modifica dei criteri sul pagamento degli «oneri del concessionario». Sull’importo di tutti i lavori il Consorzio aveva diritto per legge a un aggio del 12 per cento, per gli «oneri del concessionario e l’attività di sorveglianza sui lavori».

Cifre cospicue – circa 600 milioni di euro sui quasi 6 miliardi di spesa prevista per le dighe mobili – che servivano per il mantenimento della macchina del Consorzio e altre spese. I commissari nel passare al setaccio i bilanci degli anni scorsi, hanno scoperto ad esempio che il 12 per cento veniva versato con congruo anticipo, prima dell’inizio dei lavori in quota pari al 60 per cento. Solo il 40 per cento durante i lavori. In sostanza, i soldi degli «oneri» sono già arrivati e sono già stati spesi. E adesso la gestione si troverà in grande difficoltà per i minori fondi a disposizione.

«E questo», scrivono Magistro, Ossola e Fiengo, «proprio nel momento in cui il progetto entra nella sua delicata fase operativa». Primo bilancio dell’era commissariale. Reso pubblico e soprattutto attento alla nuova situazione che si è creata. Azzerati i contributi che venivano dati alle istituzioni, a cominciare dal teatro La Fenice (un milione). Quelli del Marcianum, l’istituzione culturale creata dall’ex patriarca Scola. Ridotte le iniziative e i convegni, ridotte anche le cerimonie. Oltre all’aspetto giudiziario – della corruzione e dell’evasione fiscale – le inchieste sul Mose hanno provocato un cambio nella gestione.

Alberto Vitucci

 

L’EX capo DEL CONSORZIO per il mose

Respinta dal giudice Scaramuzza la richiesta di incidente probatorio dell’ex sindaco Orsoni e di Lia Sartori

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non è idoneo a sostenere un interrogatorio e i primi segnali di decadimento sarebbero stati evidenti già durante l’interrogatorio che aveva sostenuto, nel settembre dello scorso anno, davanti al giudice della California per conto del Tribunale dei ministri che giudicava l’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Questa, in sostanza, la decisione del giudice veneziano Alberto Scaramuzaza, che ha quindi respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dai difensori degli indagati Giorgio Orsoni e Lia Sartori, l’ex sindaco di Venezia e l’ex europarlamentare di Forza Italia.

I due esponenti politici sono accusati del reato di finanziamento illecito dei rispettivi partiti dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini sulla base delle dichiarazioni di Mazzacurati, il quale ha sostenuto di aver finanziato le loro campagne elettorali, rispettivamente per le comunali e per il parlamento europeo.

Gli avvocati dei due, quindi, avevano chiesto di sentire in incidente probatorio, prima dell’udienza preliminare e del processo, il principale accusatore, ma il suo avvocato ha consegnato la documentazione medica in cui si afferma che non ricorda più nulla e che soffre di una patologia cardiaca molto grave. Con la sua ordinanza, il giudice di Venezia che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per la corruzione per il Mose accoglie questa tesi e spiega che Mazzacurati non può più essere sentito.

I verbali dei suoi interrogatori, quelli resi davanti ai pubblici ministeri alla presenza del suo difensore, a questo punto, saranno acquisiti, come ha chiesto il pm Ancilotto, e inseriti nel fascicolo che finirà sul tavolo del giudice Andrea Comez, colui che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio degli indagati da parte della Procura, quando verrà presentata, e, nel caso, dovrà processare chi chiederà di farlo con il rito abbreviato.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Mose. Il Consorzio paga al Fisco 18 milioni

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23

mag

2015

MOSE – Il Cvn salda senza cercare di opporsi il salatissimo conto dell’Agenzia delle Entrate

Il Consorzio Venezia Nuova paga senza opporsi. Una cifra da capogiro pari a 18 milioni e 531.927 euro. Non un centesimo di meno. È il conto che l’Autorità finanziaria ha presentato al Consorzio Venezia Nuova lo scorso 16 ottobre per irregolarità fiscali rilevate dalle Fiamme Gialle nelle annualità 2005-2009. Conto che lo stesso Cvn ha accettato di versare sottoscrivendo, due settimane fa, il 7 maggio, con la Direzione regionale del Veneto dell’Agenzia delle Entrate lo specifico atto di adesione a seguito di istanza da accertamento.

Il totale solo di sanzioni e di interessi ammonta a quasi 6 milioni e 755mila euro cui vanno sommati gli 11 milioni e 777mila euro di imposte dovute fra addizionale regionale e comunale, Irpeg, Irap, ritenute e Iva. Anche questo è uno degli effetti dell’onda lunga dello scandalo Mose, visto che nei rilievi mossi dalla Guardia di Finanza lagunare sono compresi anche quelli relativi all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per prestazioni tecniche fantasma e anticipi di riserve su lavori mai svolti allo scopo di creare la provvista di denaro contante gestita da Giovanni Mazzacurati per finalità corruttive, vale a dire il fondo mazzette, gestito da Luciano Neri.

A firmare l’accordo con l’Erario per il Cvn sono stati i commissari plenipotenziari, nominati a dicembre 2014 per traghettare in porto il Mose, dopo che l’Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, guidata da Raffaele Cantone, aveva annunciato l’avvio dell’iter di commissariamento del Consorzio a seguito della “retata storica” scattata all’alba di quasi un anno fa, era il 4 giugno, con una sfilza di arresti eccellenti, fra cui il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, e in seguito l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, onorevole di Forza Italia.

A far scattare il count down per lo tsunami in laguna, contribuì quindi anche la verifica fiscale nella sede del Cvn, in Campo Santo Stefano a Venezia, aperta l’11 giugno 2010 dai finanzieri del Nucleo tributario provinciale. Uno stratagemma per entrare senza sospetti nel palazzo del “grande burattinaio” – la definizione fu del pm Paola Tonini, titolare del fascicolo – ovvero di Mazzacurati e piazzare le cimici ambientali in tutti gli uffici dei dirigenti e funzionari organici al “sistema Mose”.

Ed è stato questo controllo certosino e puntuale delle “carte” a fornire conferma contabile a quanto emergeva dalle intercettazioni, scoprendo i proventi illeciti non dichiarati finalizzati ad alimentare le tangenti a politici di tutti i livelli, magistrati, vice questori, generali delle Fiamme gialle, e sui quali oggi il Consorzio è chiamato a onorare le tasse.

Era il 3 novembre 2014 quando l’allora presidente ormai a fine corsa del Cvn, Mauro Fabris, subentrato a Mazzacurati dimessosi poco prima di venire arrestato il 12 luglio 2013, dichiarò che non sarebbe stata intrapresa alcuna iniziativa per contrastare le risultanze della verifica fiscale. Adesso si attende l’esito degli accertamenti per i periodi di imposta successivi al 2009 fino al luglio 2013: e l’”obolo” si prefigura altrettanto pesante.

Nei fatti si tratta di una minima parte, seppur sempre consistente, del denaro drenato dalle casse dello Stato in maniera fraudolenta, e che in tal modo viene restituita alla piena disponibilità di tutti i cittadini.

 

Orsoni contro il partito che l’aveva sostenuto: attaccati alle poltrone, il mio più grande errore è stato fidarmi di loro

«Il Pd? Non è stato leale nei miei confronti, ha dimostrato allora di non saper essere classe dirigente. E non mi hanno mandato a casa, proprio per niente. Sono io che nel giugno scorso ho revocato le deleghe agli assessori». L’ex sindaco Giorgio Orsoni non vuole parlare delle sue vicende giudiziarie.

Una vicenda ancora aperta, un anno dopo la clamorosa inchiesta sul Mose che aveva portato a 34 arresti per corruzione e tangenti. E il sindaco in carica ai domiciliari per un presunto finanziamento irregolare prima delle elezioni. In attesa di sapere se e quando sarà celebrato il processo, Orsoni in questi mesi ha scelto il silenzio. Non commenta la sua vicenda giudiziaria, che aveva definito «incredibile».

«Parlerò alla fine», dice. Ma sulla politica ora non riesce a stare zitto. Il premier Renzi, domenica a Mestre per presentare la candidatura di Felice Casson a sindaco, era stato chiaro: «Purtroppo cambiamo in corsa perché hanno fallito».

Ce l’aveva con il sindaco, e anche con il Pd allora al governo. Sandro Simionato, vicesindaco di Orsoni e assessore al Bilancio, ricorda che «è stato il Pd a mandare a casa Orsoni».

«Questo non è vero», si infiamma l’ex sindaco, «la verità è attestata dalle cronache del giugno 2014, dove si può leggere della mia iniziativa di revocare le deleghe ai miei assessori».

Dunque è stato Orsoni a sciogliere il Consiglio comunale? «Certo. Dopo che avevo verificato il tradimento nei miei confronti». Sarebbe? «Io mi ero dimesso, potevano approvare il bilancio e poi andare a casa. Invece mi hanno scaricato. Non è stato un comportamento leale. Allora sono stati da me sfiduciati».

Lei non ha un buon giudizio sul partito che l’aveva sostenuto nella corsa a sindaco. «Proprio no. Molti di loro hanno dimostrato di essere attaccati alle poltrone. Ma senza essere classe dirigente. Una delusione».

Qualcuno in particolare? «Simionato si difende dalle critiche di Renzi sostenendo l’inverosimile. Mi pare che fosse lui l’assessore al Bilancio della giunta da me presieduta. Dovrebbe ritenersi in prima persona coinvolto nelle polemiche sulla difficile situazione finanziaria del Comune».

Colpa sua se il bilancio va male? «Dico che invece di attaccare me farebbe bene a occuparsi del ruolo che ha svolto per quattro anni come responsabile del Bilancio».

Resta quell’ombra, non soltanto giudiziaria, sul finanziamento del Consorzio Venezia Nuova. «Ho detto e dimostrerò che quei soldi non li ho mai avuti. Le spese sostenute per la mia campagna elettorale sono state in tutto 280 mila euro. Il resto non lo so. C’era un accordo chiaro, della campagna elettorale si è occupato il Pd. Io non avevo nemmeno un referente per le spese».

Pentito? «Tanti errori posso aver fatto nella mia vita. Il più grande è stato quello di fidarmi di questa gente».

Alberto Vitucci

 

INCHIESTA MOSE: DECISIONE il 26 MAGGIO

Il medico di famiglia: dopo la morte del figlio Carlo, l’ingegnere si è aggravato Perciò il magistrato ha chiesto al giudice di non procedere con l’incidente probatorio

VENEZIA – Durante l’ennesima udienza per stabilire se e come interrogare l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, il pubblico ministero di Venezia Stefano Ancilotto ha prodotto un verbale di assunzione di informazioni del medico della famiglia Mazzacurati.

La padovana Maria Teresa Sanna spiega che da una decina d’anni cura sia Giovanni Mazzacurati sia la moglie e, incalzata dalle domande del rappresentante della Procura lagunare, spiega che prima dell’arresto e immediatamente dopo le sue dimissioni dal Consorzio, nel giugno 2013, era stanco ma presente a se stesso, preciso e orientato e «con ragionamenti caratterizzati da forte rigore logico».

La medico padovana lo ha visitato in due occasioni anche dopo che era finito agli arresti domiciliari: «Dopo il 12 luglio 2013», spiega la professionista, «era fortemente stressato a causa di quanto occorsogli e delle sempre peggiori condizioni di salute del figlio Carlo, appariva stanco, ma presente a se stesso…Verso la fine di gennaio 2014, quando il figlio Carlo morì, ho notato un deciso peggioramento dello stato di salute mentale e fisica, un declino che ho notato direttamente sino al marzo 2014».

Infine, la medico è andata in un’occasione anche a San Diego a visitare Mazzacurati e signora: «Nell’ottobre-novembre dello stesso anno ho potuto riscontrare un ulteriore aggravamento dello stato di confusione spazio-temporale dell’ingegnere».

Sulla base di questa testimonianza il pm ha chiesto al giudice Alberto Scaramuzza di non procedere con l’incidente probatorio viste le condizione di salute del grande accusatore e di acquisire i verbali resi dall’ingegnere durante le indagini preliminari, quando è stato interrogato più volte alla presenza del difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli.

I difensori dell’ex sindaco Giorgio Orsoni e dell’ex europarlamentare del Pdl Lia Sartori, che avevano chiesto l’interrogatorio di Mazzacurati, hanno insistito nel chiedere l’incidente probatorio. Il giudice si è riservato di decidere e ha rinviato tutti all’udienza del 26 maggio prossimo, quel giorno dirà se intende procedere con l’incidente probatorio o meno e, nel caso decida per il no, se acquisire i verbali degli interrogatori resi a partire dal luglio 2013.

La volta scorsa gli avvocati avevano chiesto e ottenuto il video dell’interrogatorio reso per rogatoria in California, davanti ad un giudice americano, da Mazzacurati. Interrogatorio che era stato richiesto dal Tribunale dei ministri del Veneto, che procedeva nei confronti dell’ex ministro Altero Matteoli, per il quale il Senato ha concesso l’autorizzazione a procedere: in Procura è già arrivata tutta la documentazione inviata da Palazzo Madama.

Giorgio Cecchetti

 

MOSE – Il Pm deposita un verbale d’interrogatorio all’udienza riguardante Orsoni e Lia Sartori

La deposizione del medico di famiglia accredita la genuinità delle confessioni e delle accuse dell’ingegnere

L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, era lucido nel periodo in cui, dopo l’arresto, nel luglio del 2013, riempì centinaia di pagine di verbale ricostruendo ai magistrati della Procura il “sistema Mose”. Lo ha raccontato agli inquirenti la dottoressa padovana Maria Sanna, il medico di famiglia che per una decina di anni ha curato Mazzacurati e la moglie.

Il verbale con le sue dichiarazioni è stato depositato a sorpresa, ieri pomeriggio, dal pm Stefano Ancilotto nel corso dell’udienza celebrata di fronte al giudice Alberto Scaramuzza, nella quale i difensori di due indagati, l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni e Lia Sartori, ex presidente del Consiglio regionale e poi eurodeputata di Forza Italia, chiedono di poter interrogare Mazzacurati per poter contestare le accuse di finanziamento illecito formulate nei loro confronti.

Dall’aprile 2014 Mazzacurati si trova in California, nella villa della moglie, e il suo difensore, l’avvocato Giovanni Muscari Tomaioli, ha prodotto ampia documentazione medica dalla quale risulta che non è più in grado di deporre, a causa delle peggiorate condizioni di mente. Peggioramento che la dottoressa Sanna fa coincidere con la morte del figlio, il regista Carlo, e dunque con il gennaio 2014: da quel momento, secondo il medico, Giovanni Mazzacurati si è fatto prendere dallo sconforto ed è iniziata una fase di decadimento psichico.

La dottoressa ha riferito di aver visitato Mazzacurati anche in California, nel novembre scorso, trovandolo notevolmente peggiorato. Nella testimonianza resa al pm Ancilotto e alla Guardia di Finanza la dottoressa Sanna racconta di aver visitato Mazzacurati anche durante il periodo trascorso ai domiciliari e nei mesi successivi, mentre erano in corso gli interrogatori con la Procura, riferendo che era perfettamente lucido e deciso a chiarire con i magistrati la sua posizione.

«Nel luglio del 2013 non ho notato nessun segnale di disorientamento: era fortemente stressato (…), appariva stanco ma presente a se stesso (…) era preciso, a differenza di quando l’ho trovato nel mese di ottobre/novembre 2014 quando mi sono recata negli Stati Uniti a San Diego: lì l’ho effettivamente trovato confuso e disorientato. Verso la fine di gennaio 2014, quando il figlio Carlo morì, ho notato un deciso peggioramento dello stato di salute mentale e fisico…».

Per il pm Ancilotto, il racconto del medico padovano è un “colpo da novanta”: si tratta della testimonianza di una specialista (peraltro esperta di psichiatria) che “smonta” l’ipotesi della difesa di Orsoni e Sartori, tesa a dimostrare che il decadimento di Mazzacurati era già iniziato durante gli interrogatori del 2013, e che dunque quelle sue confessioni non sono credibili.

In chiusura di udienza, il pm Ancilotto ha chiesto al gip di acquisire definitivamente verbali d’interrogatorio di Mazzacurati al fine di far acqusire loro valore di prova. La difesa di Orsoni e Sartori ha invece insistito per poter interrogare l’ex presidente del Cvn. Il gup ha rinviato per la decisione al prossimo 26 maggio.

 

FIRENZE – Erano il trait d’union fra i corruttori e i corrotti, e per svolgere come si deve il loro compito avevano preparato «una provvista di denaro contante, ovvero non tracciabile». L’inchiesta fiorentina sui grandi appalti ha compiuto un altro passo. Sono finiti ai domiciliari Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, dirigenti della Green Field. Secondo gli inquirenti, la società affidava consulenze all’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, in cambio delle direzioni dei lavori negli appalti assegnate a Stefano Perotti.

Questa seconda ondata di arresti è scattata dopo il ritrovamento della «provvista di denaro», durante le perquisizioni fatte il 16 marzo, quando sono finiti in carcere Incalza e Perotti. Quel giorno, nella sede della Green Field, nascoste dietro alcuni libri, i carabinieri del ros hanno trovato due buste con circa 20 mila euro. Secondo i pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, quei soldi servivano per «versamenti illeciti» e facevano parte di una somma più alta, circa 50 mila euro, finita nelle tasche di Incalza e del suo collaboratore, Sandro Pacella, ai domiciliari dal 16 marzo. Gli arresti di ieri sottolineano l’importanza della Green Field, ritenuta dagli inquirenti lo «snodo fondamentale della vicenda».

 

Mose, Matteoli chiede il processo

L’ex ministro: «Mi difenderò, voglio uscirne a testa alta». Il Senato dà l’autorizzazione a procedere

VENEZIA – Il Parlamento non salva gli ex ministri finiti nelle sabbie del Mose. Dopo la decisione del luglio scorso, quando la Camera concesse l’autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, ieri il Senato ha dato il via libera ai magistrati di Venezia per procedere contro il senatore di Forza Italia Altero Matteoli, indagato per corruzione in atti d’ufficio. È stato lo stesso parlamentare, intervenendo in aula, a chiedere che i colleghi di Palazzo Madama concedessero l’autorizzazione.

«Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta» ha detto l’ex ministro, che ha aggiunto: «Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere, ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

L’aula gli ha tributato un applauso e ha ricevuto i complimenti di diversi colleghi, che si sono avvicinati al suo banco. Mentre lui sottolineava di aver subito «in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche», la senatrice del Pd Rosanna Filippin ha definito la scelta di Matteoli di affrontare serenamente il giudizio «un atto esemplare».

L’esito del resto era scontato. Il Senato ha accolto senza ordini del giorno contrari, e quindi senza necessità del voto, la proposta della Giunta per le immunità parlamentari, che il 7 gennaio scorso – contrari Psi, Forza Italia e Nuovo Centro Destra – aveva dato l’assenso affinché i pubblici ministeri procedessero contro l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture.

Accuse gravi quelle che lo coinvolgono: negli atti trasmessi a Roma dalla Procura veneziana, ha riepilogato ieri il relatore Dario Stefàno, si legge che «Matteoli Altero riceveva denaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita per l’importo di euro 400.000 e di euro 150.000 consegnati per il tramite di Colombelli William Ambrogio e di Buson Nicolò».

Da parte sua, l’ex ministro ha ammesso solo «un unico finanziamento elettorale ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, pari a 20mila euro, immediatamente restituito al mittente dal mio committente elettorale».

Poi ha insistito sui metodi di indagine: «Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali. Non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Dopo i patteggiamenti dei “big” finiti nella rete dell’inchiesta, come l’ex governatore del Veneto, Galan, l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e l’ex generale della Gdf, Emilio Spaziante, l’inchiesta Mose è giunta ormai alle battute finali.

I pm si apprestano a domandare il rinvio a giudizio per una decina di indagati che non hanno chiesto, o si sono visti rifiutare il patteggiamento. Tra questi c’è anche l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Fi Amalia Sartori. Con loro potrebbe esserci anche Altero Matteoli, che si è detto contrario a ipotesi di patteggiamento o alla prescrizione.

 

I LEGALI DELL’EX SINDACO DI VENEZIA: «MAZZACURATI INAFFIDABILE»

VENEZIA – Per i difensori dell’ex sindaco le accuse contro Giorgio Orsoni devono essere archiviate. Questa la richiesta avanzata ieri dagli avvocati milanesi Francesco Arata e Carlo Tremolada ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nei prossimi giorni dovranno formulare le loro richieste al giudice veneziano Andrea Comez dopo aver depositato gli atti.

Numerosi i motivi a sostegno delle loro tesi. Prima di tutto il fatto che il principale accusatore Giovanni Mazzacurati già nei primi interrogatori resti nel luglio-agosto 2013 era «stremato, per nulla lucido e tanto meno affidabile». Secondo il neurologo che lo ha poi avuto in cura avrebbe cominciato a manifestare «chiari sintomi di progressivo deficit di memoria sin dall’aprile 2013». Per questo i due legali sostengono che la Procura avrebbe dovuto chiedere l’incidente probatorio per l’ingegnere ancor prima del suo trasferimento in California.

Per quanto riguarda le dichiarazioni accusatorie di Federico Sutto, stretto collaboratore di Mazzacurati, nell’istanza si legge che si tratta di affermazioni surreali e stravaganti. Sottolineano che fino all’interrogatorio del 23 ottobre 2014 mai aveva dichiarato di aver consegnato buste con denaro a Orsoni. Questo «improvviso cambio di rotta» sospettano i due difensori, «potrebbe essere riconducibile a personali esigenze difensive», visto che poche settimane dopo ha patteggiato una pena di due anni di reclusione con la sospensione condizionale.

Nel merito delle accuse, poi, rilevano che Sutto racconta di aver incontrato il futuro candidato sindaco alla vigilia del Natale 2009 dopo il concerto di Natale in Basilica di San Marco e in quell’occasione di aver avuto da lui il nome del suo mandatario elettorale e il numero del conto corrente per i finanziamenti della campagna elettorale: Ma Orsoni fu proclamato candidato del centro sinistra ben un mese dopo, il 25 gennaio 2010. Infine, nel documento si ricorda che per coloro che inizialmente erano stati indicati come destinatari finali dei finanziamenti per il partito, cioè i parlamentari Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione delle accuse di finanziamento illecito (i due avvocati sottolineano che se i fondi fossero stati destinati al candidato sindaco personalmente non sarebbe penalmente rilevante perché la legge non prevede che per le elezioni comunali e provinciali vengano dichiarati i finanziamenti elettorali).

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Mose, Mazzacurati non si presenta in aula

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26

mar

2015

L’udienza slitta al 22 aprile, il rebus dell’audiocassetta con la sua deposizione. Matteoli: si vota il 1 aprile

MESTRE – Tutto rinviato al 22 aprile. Naturalmente, ieri pomeriggio, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati non si è presentato, come del resto aveva anticipato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, presentando una voluminosa documentazione medica sull’impossibilità dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova di partire dalla California per raggiungere l’aula bunker di Mestre.

Neppure i due indagati, l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Pdl Lia Sartori si sono presentati, ma c’erano i loro avvocati, che avevano chiesto l’interrogatorio del grande accusatore attraverso l’incidente probatorio. I difensori hanno chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che aveva accolto la loro richiesta, del tempo per visionare la documentazione sanitaria e soprattutto la cassetta registrata lo scorso settembre, quando il Tribunale dei ministri di Venezia ha chiesto una rogatoria negli Stati Uniti e un giudice californiano aveva interrogato Mazzacurati. Allora le domande vertevano sulle accuse che l’ingegnere aveva lanciato, durante i primi interrogatori davanti ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, contro l’ex ministro e ora parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli.

Il giudice Scaramuzza l’ha chiesta e ottenuta dalla Procura per farsi un’idea sulle condizioni di salute di Mazzacurati e, dunque, per avere più strumenti per decidere. Ora, anche i difensori di Orsoni e Sartori vogliono quella cassetta. I pm Ancilotto e Buccini non si sono opposti e il giudice ha rinviato al 22 aprile, concedendo documenti e cassetta agli avvocati. Quel giorno dovrà decidere se nominare un medico legale che valuti le carte presentate dal difensore dell’ex presidente del Consorzio, in modo che sia quest’ultimo a dire che a causa dell’età avanzata, della depressione e della grave patologia cardiaca non solo Mazzacurati non può affrontare il lungo viaggio transoceanico, ma non è addirittura più un testimone attendibile.

Oppure potrebbe anche affermare che la documentazione medica presentata è sufficiente per sostenere che l’ingegnere non può affrontare il trasferimento, così i verbali dei suoi interrogatori resi ai pubblici ministeri saranno acquisiti agli atti del fascicolo processuale e non rimarranno semplicemente tra le carte dei pubblici ministeri.

La prossima scadenza del procedimento per la corruzione per il Mose è dunque quella dell’1 aprile a Palazzo Madama: quel giorno, infatti, il Senato dovrà votare per concedere o meno alla Procura veneziana l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Ambiente e attuale senatore Altero Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Mazzacurati citato in aula: non arrivera’

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21

mar

2015

Mose, la difesa: è malato, non può lasciare gli Usa. Caso Matteoli: il 1. aprile il Senato vota sulle indagini

VENEZIA – Per il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha un ruolo fondamentale nell’ipotesi d’accusa nei confronti dell’ex sindaco lagunare Giorgio Orsoni; dunque, la richiesta dei difensori di quest’ultimo, quella di poter contro interrogare l’ingegnere, va accolta.

Così, nei giorni scorsi, il magistrato ha avvertito agli avvocati Francesco Arata e Carlo Tremolada di aver convocato nell’aula bunker di Mestre per mercoledì alle 16 Mazzacurati perché risponda alle loro domande e a quelle dei pmi.

L’ex presidente del Consorzio avrebbe già dovuto presentarsi il 9 marzo scorso per rispondere alle domande poste dai legali dell’ex europarlamentare Lia Sartori ma il difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha presentato una consulenza medico legale nella quale si sostiene che negli ultimi mesi l’84enne ingegnere ha subito un decadimento psicofisico e cognitivo notevole e che, soprattutto dopo la morte del figlio Carlo, è caduto in depressione e soffre di deficit di memoria, confonde i ricordi. Il medico legale di Modena Ivan Galliani sostiene addirittura che ora è «inattendibile come testimone».

Insomma: non può spostarsi dalla California, dove si trova ora con la moglie, a causa di una grave patologia cardiaca che sconsiglia il viaggio in Italia. Il giudice Scaramuzza si era preso del tempo per decidere e aveva riconvocato le parti alle 15 del 25 marzo in aula bunker, quel giorno comunicherà la sua decisione, se cioè accoglie le tesi del difensore dell’ex presidente del Consorzio e chiude definitivamente la pratica Mazzacurati (in questo modo pm e avvocati delle parti discuteranno se i verbali degli interrogatori resi ai rappresentanti della Procura dovranno o meno finire nel fascicolo del giudice) o disporrà una perizia medico-legale sulle sue condizioni.

La presidenza del Senato, intanto, ha fissato la data del 1. aprile per il voto in aula dell’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture e attuale parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli. È indagato per corruzione, anche lui avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di euro da Mazzacurati e la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha già dato il suo via libera ora tocca all’aula. Se, come si prevede, la decisione sarà positiva, la Procura di Venezia potrà proseguire le indagini sul suo conto.

Giorgio Cecchetti

 

Finanziamento illecito del partito: autorizzata l’estrazione di copia del fascicolo sul parlamentare e sul collega Mognato. I pm avevano chiesto l’archiviazione

VENEZIA – Un’istanza al giorno per gli avvocati di Giorgio Orsoni. Dopo quella presentata al giudice per l’autorizzazione ad essere presenti all’incidente probatorio con l’interrogatorio di Giovanni Mazzacurati o comunque ottenere la documentazione sanitaria in cui si spiega che non può sostenere l’interrogatorio, ieri in Procura è arrivata una seconda richiesta. Quella di poter prendere visione degli atti del procedimento nei confronti dei parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, per i quali i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno chiesto l’archiviazione dell’accusa in concorso nel finanziamento illecito del loro partito. Nel primo pomeriggio, comunque, il pm Ancilotto ha immediatamente autorizzato l’avvocato milanese Francesco Arata ad estrarre copia del fascicolo intestato ai due esponenti politici veneziani.

«È di tutta evidenza», scrive il difensore dell’ex sindaco lagunare, «l’interesse per la difesa Orsoni a conoscere l’intero fascicolo processuale relativo alle investigazioni a carico di Zoggia e Mognato, sol che si ponga attenzione al fatto che i predetti risultano essere sottoposti ad indagine proprio in veste di possibili concorrenti nell’ipotesi di illecito finanziamento ai partiti contestata a Giorgio Orsoni».

Nella richiesta firmata dai pubblici ministeri per quanto riguarda i due parlamentari del Pd si legge tra l’altro dalle indagini «è emerso un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio e dalle società a quello aderenti. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente Mazzacurati di finanziare sistematicamente tutti i partiti indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizione e al consolidamento di un consenso politico trasversale».

«Questo affresco», conclude il documento dei pm, «è sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità, ma anche per la corretta destinazione di beni comuni ed è solo in parte vulnerato dalla difficoltà di individuare con precisione gli ulteriori percettori finali delle somme illecitamente corrisposte; difficoltà che comporta l’impossibilità di iniziare un’azione penale ispirata ai principi della personalità della responsabilità e al ripudio dell’assioma della oggettiva responsabilità».

Ai difensori di Orsoni, comunque, interessa leggere i verbali degli interrogatori resi da indagati e testimoni.

Giorgio Cecchetti

 

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