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Gazzettino – “Dolo, l’ospedale non si svende”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

20

lug

2014

SANITÀ – La Riviera tappezzata di finti manifesti contro il declassamento

Finti manifesti che segnalano la svendita dell’ospedale di Dolo posti sopra i cartelloni pubblicitari che si trovano lungo la via d’accesso dell’ospedale dolese. I cartelli riportano la scritta “Svendesi – Affarissimi la Regione Veneto svende l’ospedale di Dolo” con un indirizzo e-mail ed un numero telefonico. Presenti anche false locandine dei giornali locali che rimarcavano la vendita. Un atto di goliardia preparato nella notte in concomitanza con la raccolta delle firme avvenuta ieri mattina nelle principali località rivierasche contro l’azione della Regione.

 

DOLO – La Riviera tappezzata di finti manifesti affissi da comitati e partiti

«L’ospedale non si svende»

Petizione contro il “declassamento” all’esame in Regione

CARTELLI – La sede dell’Ulss 13 tappezzata ieri mattina di finti avvisi di “svendita” dell’ospedale di Dolo

LA PROTESTA        «In Riviera un polo chirurgico per acuti»

Emilio Zen, uno dei promotori della protesta, si richiama alla volontà popolare e al bacino d’utenza della Riviera del Brenta.

DOLO – L’anno scorso i cartelli stradali che indicavano come raggiungere la località “Veneto city”, ieri finti manifesti che segnalavano la svendita dell’ospedale di Dolo. Posti sopra i cartelloni pubblicitari che si trovano lungo la via d’accesso all’ingresso dell’ospedale dolese, i cartelli riportavano la scritta “Svendesi – Affarissimi la Regione Veneto svende l’ospedale di Dolo” con un indirizzo e-mail ed un numero telefonico. Presenti anche false locandine dei giornali locali che rimarcavano la vendita. Un atto di goliardia preparato nella notte in concomitanza con la raccolta delle firme avvenuta ieri mattina nelle principali località rivierasche, a Via Mazzini vicino al Duomo a Dolo, in piazza Municipio a Mira, in piazzetta Italia ad Oriago, in via Roma a Fossò, in Piazza Marconi a Stra, in Piazza Marconi a Fiesso d’Artico.
Una petizione voluta da comitati e da alcuni partiti locali, ventidue in tutto, rivolta agli organi regionali per il blocco dell’atto aziendale approvato dal direttore Gino Gumirato, la classificazione dei nosocomi di Dolo e Mirano come ospedale di rete su due poli, lo stanziamento di fondi a suo tempo previsti per i lavori per l’adeguamento del Pronto Soccorso e il trasferimento di vari servizi presso gli spazi vuoti dell’ospedale dolese. Emilio Zen, coordinatore del gruppo promotore, osserva: «È l’espressione della volontà popolare che non vuol vedere l’ospedale di Dolo declassato, defraudato delle sue funzioni primarie per i 130mila abitanti dell’area brentana, che pretende garanzie sulla pianificazione globale dei servizi socio-sanitari, senza interventi parziali rispondenti solo a manovre ambigue e pericolose. L’ospedale di Dolo deve rimanere polo chirurgico per acuti al pari di Mirano, perché le sue potenzialità, i suoi spazi, il suo bacino d’utenza, la sua vocazione, la sua storia illustre legittimano l’istanza a pieno titolo».

Lino Perini

 

Nuova Venezia – Asl 13, petizione per i due ospedali

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18

lug

2014

Domani nelle piazze della riviera

Il comitato Bruno Marcato: «Poli chirurgici sia a Mirano che a Dolo»

DOLO – Domani dalle 10 alle 12 in molte piazze della Riviera del Brenta si terrà una raccolta firme simultanea per chiedere la salvaguardia dell’ospedale di Dolo e dell’Asl 13. L’iniziativa è promossa dal comitato Bruno Marcato della Riviera e da decine di comitati, associazioni, gruppi consiliari del territorio. I gazebo saranno posti a Dolo, via Mazzini angolo duomo; Mira, piazza Municipio; Oriago, piazzetta Italia; Fossò, via Roma; Stra, piazza Marconi; Fiesso, piazza Marconi. «I cittadini», spiega Emilio Zen, coordinatore dell’iniziativa, «potranno recarsi per sottoscrivere una petizione rivolta agli organi regionali in cui si chiede il blocco dell’atto aziendale approvato dal direttore Gino Gumirato, la classificazione dei nosocomi di Dolo e Mirano come ospedale di rete su due poli, lo stanziamento di fondi a suo tempo previsti, i lavori per l’adeguamento del Pronto soccorso e il trasferimento di vari servizi presso gli spazi vuoti dell’ospedale dolese ». La raccolta firme proseguirà in altre date. È possibile firmare infatti alla festa di Sel a Dolo, a Campagna Lupia il prossimo24 luglio in piazza Matteotti mentre a Camponogara e negli altri Comuni i banchetti saranno organizzati nelle prossime settimane. «La petizione», prosegue Zen, «è l’espressione della volontà popolare che non vuol vedere l’ospedale di Dolo declassato, defraudato delle sue funzioni primarie per i 130 mila abitanti dell’area brentana, che pretende garanzie sulla pianificazione globale dei servizi socio-sanitari senza interventi parziali. L’ospedale di Dolo deve rimanere polo chirurgico per acuti al pari di Mirano, perché le sue potenzialità, i suoi spazi, il suo bacino d’utenza, la sua vocazione, la sua storia illustre legittimano l’istanza a pieno titolo».

(g.pir.)

 

ASL 13   «Nessun disservizio per i malati reumatici, l’attività sospesa a Dolo sarà garantita a Mirano»

DOLO – L’Asl 13 replica all’associazione «Nessun disservizio per i malati reumatici»

«Nessun disservizio per i malati reumatici, l’attività sospesa a Dolo sarà garantita a Mirano».
Così l’Ulss 13 replica alla protesta sollevata nei giorni scorsi dall’associazione Malati Reumatici del Veneto, che conta oltre 1.600 iscritti.
«L’ambulatorio di Dolo chiude dal 16 giugno al 15 settembre, questo servizio si sta riducendo sempre più» ha sbottato la presidente Silvia Tonolo, chiedendo un intervento del segretario generale della sanità veneta, Domenico Mantoan.
La direzione generale dell’Ulss 13 risponde: «Questi allarmi sono ingiustificati, gli stessi servizi saranno semplicemente spostati a pochi chilometri di distanza. Con noi nessuno si è lamentato».
Una presa di posizione che non piace per nulla alla Tonolo: «A Mirano non c’è nessuno che sostituisca il dottor Rizzi, anche dal sito dell’Ulss indicano solo la sede di Dolo».
L’Ulss 13, in ogni caso, rimarca il concetto: «Ricordiamo che la Regione ha individuato per l’Ulss 13 un ospedale su due sedi. Ciò permette di elevare la qualità delle prestazioni ottimizzando le risorse».
Gli ospedali di Dolo e Mirano, dunque, saranno sempre più complementari.

(g.pip.)

 

Sabato prossimo in riviera

DOLO «Puntiamo a raggiungere quota 10 mila firme in tutta la Riviera del Brenta per bloccare lo smantellamento dell’ospedale di Dolo voluto dall’attuale direzione dell’Asl 13» . A spiegarlo per i comitati Opzione Zero è Mattia Donadel. Il comitato in Riviera ha affiancato la lotta del comitato “Bruno Marcato” per la difesa delle strutture ospedaliere di Dolo. Le firme sono state raccolte in piazza anche sabato scorso con un gazebo a Marano. «Le firme raccolte finora» spiega Donadel «sono quasi 1200. Noi vogliamo contrastare con tutte le forze la strategia del direttore generale dell’Asl 13 che vuole portare via da Dolo il polo chirurgico e concentrare quello medico. Una strategia che nel lungo periodo punta a destrutturare questa Asl a favore di quelle di Padova e Venezia». Una manifestazione unitaria con gazebi in tutte le piazze della Riviera è prevista per sabato 19 luglio. «Saremo contemporaneamente in tutte le piazze dei dieci comuni del comprensorio per raccogliere 10 mila firme entro la fine del mese». Un altro passaggio decisivo sarà la valutazione sull’operato del direttore generale da parte della Conferenza dei sindaci dell’Asl 13. «Il direttore generale » spiega il presidente della Conferenza dei sindaci della Riviera del Brenta Gianpietro Menin «dovrà chiarire per filo e per segno cosa ha fatto finora e come intende procedere nella gestione dell’azienda ospedaliera. Non è scontato che dopo i malumori sollevati con le operazioni di accorpamento in programma ottenga la fiducia senza problemi ». Certo, l’ultima parola spetterebbe alla Regione che potrebbe comunque mantenerlo in carica. «Ma se succedesse sarebbe un grosso smacco per questo territorio» conclude Menin.

(a.ab.)

 

MIRA – «La netta divisione tra polo prevalentemente medico (per Dolo) e prevalentemente chirurgico (per Mirano) risulta troppo sbilanciata e penalizzante per l’area sud della Riviera del Brenta». Paolino D’Anna, assessore provinciale ad interim e consigliere comunale di Mira ha scritto al Governatore Luca Zaia per chiedere una modifica nelle decisioni della Regione nelle schede ospedaliere che individuano nell’ospedale di Dolo un polo medico e a Mirano quello chirurgico. Nei giorni scorsi D’Anna ha incontrato il direttore generale dell’Asl 13 Gino Gumirato per esprimere le proprie preoccupazioni. «La Sanità veneta ha raggiunto in tutte le province ottimi livelli di qualità – ha sottolineato D’Anna – anche a costo di una ulteriore e doverosa politica di riduzione delle spese e di razionalizzazione dei servizi. Non dobbiamo però incorrere nell’errore di tagli lineari o che non tengano conto delle particolarità del territorio. È il caso della Asl 13 che registra un bilancio in attivo e qualità delle risorse umane, nonostante sia storicamente la Unità Sanitaria Locale meno finanziate dalla Regione del Veneto». D’Anna apprezza il lavoro svolto dal direttore Gumirato, coerente con le schede ospedaliere ma proprio per questo ne chiede la revisione. «Non possiamo consentire di depauperare questo ricco patrimonio di capacità gestionali e tecniche raggiunte ad esempio dall’Ospedale di Dolo – scrive l’assessore provinciale al governatore del Veneto. – Non possiamo non consentire di utilizzare le risorse in attivo del bilancio dell’Asl 13 per rinforzare la sanità della Riviera che è al servizio di un bacino di utenza di quasi 150mila abitanti (sui 270mila che vivono nell’area dell’intera Ulss), in un territorio fragile e complesso. Chiedo a Zaia di sperimentare qui la sua idea di sanità del futuro, investendo nel territorio, rendendo la Riviera del Brenta la culla delle trasformazioni».

(l.gia.)

 

LE RICOSTRUZIONI DELL’ACCUSA

Un pranzo a tre poi l’idea project

Baita, Galan, Chisso e le opere pubbliche costruite con la finanza di progetto

VENEZIA – Nel decennio compreso tra il 2000 e il 2010, secondo la Procura di Venezia, il duo Galan- Chisso, ha gestito praticamente in prima persona gli appalti delle grandi opere in Veneto. Ed è durante un pranzo nel 2001, tra i due e Piergiorgio Baita, che quest’ultimo apprende della necessità di doversi “inventare” un sistema per poter partecipare alla realizzazione i grandi opere pubbliche. Altrimenti non avrebbe più vinto, come Mantovani, una gara. Del resto già lui aveva iniziato a lamentarsi, con i due politici di Forza Italia, del fatto che la sua società incontrava non poche difficoltà negli appalti. Infatti altre imprese si erano rivolte agli esponenti di centro destra spiegando come Mantovani si stava spartendo già la torta del Mose e non era giusto che partecipasse ad altri lavori. Ed è durante quel pranzo che il manager capisce che sarebbe stato inutile partecipare a gara d’appalto, non ne avrebbe più vinta una. Ecco allora che il presidente della Mantovani mette a punto l’operazione “project financing”. Un sistema che gli consentì, da quel momento, di operare lo stesso, ma lo vide costretto a occuparsi di altro rispetto alla tradizione di costruttore di grandi opere che aveva caratterizzato l’impresa padovana. Tutto questo lo spiega lo stesso Baita, quando lo scorso anno decide di collaborare con il pm Stefano Ancillotto dopo il suo arresto. Ecco che Mantovani entra con un’Associazione temporanea d’imprese nell’affare ospedale di Mestre, la nuova struttura sanitaria di Mestre a cui viene dato il nome di “Ospedale dell’Angelo”, in onore dell’allora patriarca di Venezia Angelo Scola. La finanza di progetto è un’operazione di tecnica di finanziamento a lungo termine in cui il “ristoro” del finanziamento stesso è garantito dai flussi di cassa previsti dall’attività di gestione dell’opera prevista dal progetto. In Italia, la finanza di progetto ha trovato spazio prevalentemente nella realizzazione di opere di pubblica utilità. In questa configurazione di project financing i soggetti promotori propongono alla Pubblica amministrazione la possibilità di finanziare, eseguire e gestire un’opera pubblica, il cui progetto è stato già approvato, o sarà approvato, in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa (cash flow) generati per l’appunto da una efficiente gestione dell’ opera stessa. Ma per molti è solo altri un sistema per aggiudicare le opere «agli amici». Per quanto riguarda l’ospedale di Mestre, il 22 novembre 2002 viene costituita la società Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, formata dall’Ati che ha vinto il bando di gara per la realizzazione dell’ospedale. La società gestirà per 24 anni l’ospedale. L’Ati è composta da: Astaldi, Mantovani, Mattioli, Gemmo, Cofathec e Studio Altieri. Ritornando a Baita e al pranzo con Galan e Chisso, da quel momento la Mantovani non partecipa a nessun’altra gara per grandi opere. Secondo la Procura, la conferma di come il duo Galan-Chisso avesse imposto le sue regole.

Carlo Mion

 

Matteoli, dopo il Tribunale dei ministri servirà il voto del Senato

C’è un altro caso che viaggia parallelo a quello di Giancarlo Galan. Si tratta dell’ex ministro Altero Matteoli, la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri sezione di Venezia. Se i giudici decideranno che le accuse nei confronti dell’ex ministro sono fondate, il dossier verrà trasferito al Senato che si dovrà pronunciare sull’eventuale autorizzazione a procedere. Matteoli è accusato dall’ex presidente del Consorzio Mazzacurati e da Baita della Mantovani di aver ricevuto sommedi denaro per le campagne elettorali e di aver imposto al Cvn la Socostramo di Erasmo Cinque, ditta a lui vicina, per i lavori di marginamento e bonifica di Porto Marghera. Quando si tratta di un’ipotesi di reato commessa durante le funzioni di ministro, la legge prevede l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare.

 

«L’ambulatorio di reumatologia chiude per tre mesi, questo servizio si sta riducendo sempre più. Mettetevi nei panni dei malati non autosufficienti che necessitano di essere curati o seguiti, è una situazione intollerabile». A parlare è la miranese Silvia Tonolo, presidente dell’associazione «Malati Reumatici del Veneto», che conta oltre 1600 iscritti. La protesta è contro la chiusura dell’ambulatorio di Dolo, appoggiato all’unità operativa di Medicina Interna dell’Ulss 13. «Quando è nato questo ambulatorio si prevedevano 24 ore settimanali di attività, poi sono state ridotte a 10 e adesso addirittura lo chiudono dal 16 giugno al 15 settembre – sbotta Silvia Tonolo -. E chi necessita di essere curato o di ricevere una visita immediata? Non tutti possono permettersi di farsi accompagnare dai familiari fuori da Riviera e Miranese». La stessa presidente ha già incontrato il segretario generale della Sanità per la Regione Veneto, Domenico Mantoan, chiedendo di mantenere aperta l’attività. L’associazione non digerisce proprio la chiusura estiva, vedendola come un chiaro segnale di ridimensionamento: «Nel nostro territorio i malati reumatici sono moltissimi – chiude Silvia Tonolo -. Abbiamo chiesto più volte alla Regione di implementare la rete reumatologica con un supporto dell’Ulss di Padova e in particolare del reparto di Reumatologia diretto dal professor Punzi, ma non abbiamo ottenuto riscontro. Basterebbe coprire quelle dieci ore settimanali per il periodo estivo. Chiederemo nuovi incontri, non ci fermeremo qui».

 

DOLO – «Tra il dire e il fare, c’è di mezzo il Direttore Generale»: il Comitato Marcato attacca duramente la gestione dell’Asl 13. «L’arrivo del dottor Gumirato, “l’uomo del fare”, quello degli annunci, sta provocando oltre a un immobilismo assoluto, una diffusa incertezza ed una precarietà più totale. Non riusciamo a capire come possa giustificare i continui avanzi di bilancio, “risorse non utilizzate” di 800mila euro lo scorso anno e più di 7 milioni di euro quest’anno, lasciando l’Asl, tra le ultime della Regione per mezzi sanitari ed elettromedicali, con strumentazioni che sono obsolete e mettono seriamente a rischio la qualità degli interventi. Non capiamo perché, mentre si sta riducendo all’osso le spese per il personale e per la formazione professionale, tagliando anche i costi necessari al mantenimento dei servizi, vengano programmate 7 nuove assunzioni e dotazioni di personale per studi, analisi ed indagini amministrative».

(L.Per.)

 

Tangenti, indagini sul tram

Nuovi fronti dopo il Mose: anche ospedale e Passante

Tram, ospedale e Passante. La procura guarda a Mestre

Dopo aver aperto il capitolo Veneto Strade con i documenti sequestrati a Baita ora nel mirino dei magistrati c’è l’Ati con la Mantovani che ha realizzato il metrobus

VENEZIA Oltre al Mose. Ora l’attenzione degli inquirenti, che hanno spazzato via il comitato politico d’affari governato dal duo Baita-Mazzacurati, si sposta su altre grandi opere realizzate a Venezia negli ultimi dieci anni: passante di Mestre, ospedale dell’Angelo e tram. Inevitabile che questo avvenisse.Una scelta obbligata per i sostituti Stefano Ancillotto, Paola Tonini e Stefano Buccini e per gli uomini della Guardia di Finanza. Anche perché, durante le indagini iniziate tre anni fa e che hanno portato in carcere oltre 35 persone tra politici, amministratori e imprenditori, più di un indagato, a iniziare da Giovanni Mazzacurati e Piergiorgio Baita, ha spiegato che le imprese da far lavorare erano scelte a tavolino e politici e amministratori compiacenti venivano ricompensati con “mazzette” o con sponsorizzazioni e incarichi a parenti e amici vari. Questo valeva per destra e sinistra, a seconda di chi c’era nei posti dove si decideva. Regola valida per tutte le grandi opere pubbliche. Sul Passante di Mestre la Procura di Venezia ha già messo le mani, lo scorso anno, dopo aver trovato documenti relativi a “Veneto Strade”, nella società sanmarinese che Baita ha usato allo scopo di procurarsi fatture false e creare così “fondi neri”: l’analisi dei documenti sequestrati continua. Stessa analisi ora inizia per tram e ospedale di Mestre che sono un affare da 388 milioni di euro: 168 milioni il tram e i restanti 220 l’ospedale. Entrambe le opere sono state realizzate da Associazione temporanea d’imprese. E guarda caso molte delle società che vi partecipano sono coinvolte nell’inchiesta Mose. A cominciare dalla “Mantovani” di Piergiorgio Baita. La domanda è ovvia: Se le regole imposte da Baita e Mazzacurati valgono per il Mose, perché non dovrebbero essere imposte, stessi protagonisti e stesso periodo, per le altre grandi opere? La risposta ora la cercano i magistrati. Il progetto definitivo del tram (linee Favaro Veneto-Mestre- Venezia e Mestre-Marghera) è stato aggiudicato nel 2004 (in seguito alla gara d’appalto bandita dalla giunta di Paolo Costa) all’Associazione Temporanea d’Imprese di cui fanno parte la mandataria Gemmo, la Lohr Industrie, Metropolitana Milanese Spa, Net Engineering Spa, Studio Altieri Spa, Sacaim, Impresa Costruzioni Ing. Mantovani e Clea Impresa Cooperativa di costruzioni generali. Il tram è entrato in funzione il 20 dicembre 2010. Tra il 2004 e il 2005, la realizzazione del tratto Favaro-Mestre ha subito uno stop, non previsto, perché erano finiti i soldi. Mancavano all’appello 10 milioni di euro poi arrivati dallo Stato. Mentre si attende l’entrata in funzione del proseguimento fino a Marghera e si attende, il prossimo anno, di arrivare a piazzale Roma, ora si accendono i riflettori della magistratura.

Carlo Mion

 

È lo stesso mezzo Translohr di Padova

La rete tranviaria di Mestre è una rete di trasporto pubblico, in parte attiva e in parte in corso di realizzazione. Il tracciato delle due linee previste si svilupperà tra Mestre, Marghera e Favaro Veneto, collegandosi al terminal di piazzale Roma attraverso il ponte della Libertà. Dal dicembre 2010 è attiva la linea T1, che utilizza parte del percorso della prevista linea T1 e parte del percorso della prevista linea T2. L’attuale non è una tranvia di tipo classico, bensì utilizza un sistema guidato di tipo Translohr a una sola rotaia. Ciò ha fatto sì che il sistema venga chiamato in vari modi per differenziarlo dalla tecnologia del tram classico su rotaia, a seconda delle fonti. Dal punto di vista giuridico il Translohr è assimilato a un veicolo tranviario anche se viaggia su gomma. Sistema uguale a quello di Padova. La progettazione e la costruzione della rete tranviaria è affidata a PMV-Società del Patrimonio per la Mobilità Veneziana, nata dalla scissione da ACTV nel 2003, al fine di gestire le infrastrutture del trasporto pubblico. La gestione della tranvia è invece affidata ad ACTV, l’attuale gestore del trasporto pubblico in tutto il territorio comunale di Venezia, in virtù di una convenzione.

 

l’ex consigliere dell’ex ministro dell’economia: non ho mai preso un euro

Un sms di Milanese dopo l’ok Cipe «Ma era Giulio a gestire tutto»

PADOVA – Con un sms al finanziere Roberto Meneguzzo, Marco Milanese avverte che «c’è la norma per il Mose» al Cipe. Il messaggino, del 24 maggio 2010, segna di fatto la comparsa del nome del consigliere dell’allora ministro Giulio Tremonti nell’inchiesta Mose. Milanese è stato arrestato l’altro ieri per corruzione. Il suo interessamento per garantire fondi alla prosecuzione dell’opera, tanto caldeggiato da Giovanni Mazzacurati, presidente di Cvn, tramite Roberto Meneguzzo, gli avrebbe portato una «mazzetta» di 500mila euro versata il 14 giugno 2010, pochi giorni dopo il via libera del Cipe. Il messaggino è tra le intercettazioni della Guardia di finanza che indagava su Cvn. A versare la tangente al braccio destro dell’ex ministro Giulio Tremonti è stato il re del Mose, Giovanni Mazzacurati, come scrive il gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di arresto dell’ex parlamentare Pdl. Un provvedimento dettato dall’urgenza per la «pericolosità sociale eccezionalmente elevata e un intenso pericolo di reiterazione dei reati ». Ma prima di vedersi stringere la manette ai polsi, l’ex deputato Marco Milanese ha raccontato la sua verità a Valeria Pacelli, giornalista del «Fatto» che l’ha incontrato in un bar a Roma il 18 giugno scorso. Ecco i passaggi salienti del suo racconto: «Io non ho preso un euro, facevo solo da segretario. Giovanni Mazzacurati si era messo d’accordo con Giulio Tremonti e non aveva bisogno di pagare me. Va bene la casa di Giulio, va bene l’orologio, ma pure il Mose no. Io non dormo più perché penso che qualcuno domani mattina può venirmi a prendere», previsione che si è avverata con qualche settimana di ritardo. Da giovedì Milanese si trova in una cella del carcere di Santa Maria Capua Vetere, lo stesso che ospita il colonnello della GdF Fabio Massimo Mandella, arrestato per un’inchiesta della procura di Napoli in cui Milanese è accusato di corruzione. Ma torniamo alle delibere Cipe per il Mose. «Tutti sanno che i lavori non si possono fermare… Il ministro che decideva era Tremonti, il viceministro con la delega al Cipe Gianfranco Micciché, Vincenzo Fortunato fa l’ordine del giorno e poi io mi prendo i soldi. Non capisco. L’unico problema era che il ministero delle Infrastrutture aveva un miliardo a disposizione e voleva altri 400 milioni da Tremonti, che invece ha rassicurato Mazzacurati e gli ha detto: stai tranquillo, i soldi per il Mose ci sono, ci dobbiamo mettere d’accordo con Matteoli. Perché soldi in più non gliene do. Non c’era bisogno di corrompere. Soldi non ne abbiamo presi, né io né Tremonti. E a Roberto Meneguzzo dicevo di non rompere i coglioni, lui era pressante, chiamava… Io facevo il segretario, ero delegato a dire “non si preoccupi’’ e per questo mi sarei preso 500 mila euro? Non è possibile » spiega Milanese al «Fatto quotidiano». Segue poi un elenco di lamentazioni. «Mi viene da piangere, devo stare attento a comprare le cose. Guadagnavo 50 mila euro al mese nel 2006, non ero nessuno e facevo il professionista. Ora devo vivere grazie alla mia compagna. Ho avuto accertamenti bancari, stavo comprando una casa con il mutuo, è tutto bloccato. Vi pare corretto dopo 35 anni di servizio per l’amministrazione? Mi hanno chiesto di patteggiare 1 anno e mezzo per tutti i processi ma non voglio essere considerato un colpevole» conclude Milanese (r.r.)

 

L’interrogatorio di mazzacurati che si vergogna a pronunciare la parola corruzione

«Ho incontrato due volte a Roma il ministro Tremonti nel suo ufficio»

I rapporti con il generale Spaziante e Matteoli che premeva per la Socostramo

Era Galan a gestire gli incarichi per i collaudi delle opere realizzate a Venezia

VENEZIA Si vergogna l’ingegnere Giovanni Mazzacurati a pronunciare la parola «corruzione». Preferisce l’eufemismo «spese », per indicare il sistema corruttivo che ha messo in piedi, con il quale paga tutti quelli che possono ostacolare il Mose. Con il soldi delle tasse, ovviamente, non con i suoi. «Spese è un termine generico», lo incalzano i pm. «E’un modo di esprimersi», risponde lui. «Ce lo chiarisca», insistono quelli. «Effettivamente era una cosa illecita, nel senso che…». Ma non riesce ad andare avanti. «Nel senso che lei metteva a conoscenza le persone, quando retrocedevano le somme al Consorzio, del perché le retrocedevano e questi erano perfettamente informati?». «Sì, era per questi scopi». Sembra di essere dal dentista: bisogna cavargli le parole di bocca con le pinze. Succede nell’ultimo interrogatorio del «grande burattinaio». E’ il 9 ottobre 2013, i pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto vogliono riscontrare tutte le ammissioni fatte in precedenza. Mazzacurati parla di Tremonti, Milanese, Meneguzzo, Lia Sartori, Spaziante, Cuccioletta, la Piva, Paolo Costa, Matteoli e del sistema dei collaudi sul quale l’ultima parola era di Giancarlo Galan. Lo assiste l’avvocato Giovanni Muscari Tomaioli.

D. Lei ha incontrato il ministro Tremonti?
R. Sì, due volte, al ministero. Sempre dasoli.
D. Chi le aveva procurato l’appuntamento?
R. Meneguzzo, mi sembra, senza Milanese.
D. Ha incontrato anche Lia Sartori?
R. Sì, mi aveva detto che aveva bisogno di fondi. L’ho incontrata quattro volte, tra il 2006 e il 2010. Ogni volta le portavo 50.000 euro. Mi telefonava lei, non c’era bisogno di intermediari perché ci conoscevamo da tempo.
D. Com’è entrato in contatto con il generale Spaziante?
R. Attraverso il dottor Meneguzzo. C’era anche Milanese. Con Milanese e Spaziante mi sono rivisto altre volte. Eravamo noi tre al residence Ripetta di Roma, quando ho consegnato i soldi al generale.
D. E’ da Spaziante che ha saputo di essere intercettato?
R. Sì, mi ha detto lui che i telefoni del Consorzio erano controllati.
D. Le ha detto anche il nome del pubblico ministero che faceva l’indagine?
R. Non mi ricordo se è stato lui.
D. Per trovare i 500 mila euro di Spaziante lei a chi si è rivoto?
R. Generalmente utilizzavo il canale di Baita.
D. Non si è rivolto anche a Flavio Boscolo, quando lo incontra a Roma il 26 maggio, a piazza Mincio?
R. Perché ci desse 500 mila euro? Era una cifra troppo grossa per lui.
D. No, gli parla della necessità di trovare questa somma e gliene chiede una parte.
R. E’ probabile. Flavio Boscolo è una persona che conosco da tantissimi anni, se c’era necessità mi rivolgevo anche a lui. Poi la cosa veniva gestita da Luciano Neri.
D. Boscolo sapeva a che cosa serviva il denaro?
R. Sì, certo. Flavio era una delle persone a cui ci si rivolgeva, per importi che non superavano i 100 mila euro.
D. Anche Neri era informato?
R. Neri era vicedirettore del Consorzio,a lui dicevo più cose che a Federico Sutto.
D. Per le consegne all’assessore Chisso provvedeva lei di persona o attraverso Sutto?
R. In entrambi i modi. Quando davo la busta a Sutto, la portava senza fare domande.
D. Ma si rendeva conto che non era un panettone e neanche la borsa della spesa…
R. Sì, sì,ma Neri per esempio era uno che chiedeva quanti soldi c’erano dentro.
D. Avete preso nel Consorzio la Socostramo di Erasmo Cinque, poi l’avete allontanata, poi ripresa.
R. Sì, perché io ero molto insoddisfatto.
D. Chi vi ha ordinato di prenderla?
R. Matteoli. Mi chiamò a colazione a Roma, assieme a Cinque. Ci teneva molto che Cinque lavorasse, il fatto è che questa azienda non lavorava, questo era il problema. Quando ha introdotto Baita, le robe sono andate a posto perché il lavoro lo faceva Baita e loro si mettevano d’accordo in un altro modo.
D. Oltre ai compensi in denaro ai Magistrati alle Acque, avete affidato anche collaudi alla Piva, Cuccioletta e D’Alessio?
R. Non mi ricordo quali.
D. Ma ricorda se erano dati come una forma indiretta di remunerazione?
R. Non li abbiamo mai conteggiati così. Certo era un modo per fare un favore. Alla Piva sono stati dati dei collaudi abbastanza importanti, a Cuccioletta non ricordo per quanto.
D. Non sa se a qualcuno di loro è stato dato il collaudo dell’ospedale All’Angelo di Mestre, anche se era fuori dalla competenza del Magistrato alle Acque?
R. No.
D. Quando facevate avere questi collaudi, presso chi bisognava intervenire perché l’incarico fosse affidato?
R. Se erano di competenza regionale, si faceva da Galan. Altrimenti bisognava risalire un po’, al ministero.
D. Per quelli regionali chiedevate direttamente a Galan?
R. Eh, sì.
D. Per la vicenda della turbativa d’asta, lei ha avuto rapporti preliminari con Paolo Costa al fine di predisporre il bando di gara?
R. Non mi ricordo. Con Paolo Costa ho trattato molto per quanto riguarda ilMose…
D. Ma sulle gare bandite dall’Autorità Portuale, lei aveva contatti con Paolo Costa?
R. Sicuramente sì.
D. Di che tipo?
R. Ma non… di tipo diverso da…
D. Parliamo della vicenda per cui lei ha avuto l’ordinanza di custodia cautelare: ci sono stati accordi preliminari tra lei e Costa?
R. L’unica stranezza che feci notare era che fissavano la disponibilità di un certo mezzo… mi sembrava una roba illecita indicarlo.
D. A chi fece questa osservazione?
R. L’abbiamo fatta come Consorzio

Renzo Mazzaro

 

Domani sarà interrogata Amalia Sartori

Sarà interrogata domani Amalia Sartori, 66 anni, di Vicenza, da mercoledì agli arresti domiciliari. È accusata di illecito finanziamento: secondo la procura di Venezia, avrebbe incassato 225 mila euro da Giovanni Mazzacurati, presidente del Cvs, per le sue campagne elettorali da eurodeputata di Fi e Pdl. Sartori, accompagnata dagli avvocati Zanettin, Moscatelli e Coppi, respinge con decisione le accuse.

 

L’INTERVENTO

di Carlo Giacomini – Docente Iuav

Caso Mose e Cvn, perché è illegittima la concessione

Molti, a Venezia e nell’intero Paese, per eliminare alla radice il centro di tanti comportamenti devianti,propongono di sciogliere il Consorzio Venezia Nuova, credendo forse, in buona fede e data la dimensione e importanza del Mose- e dell’intera Salvaguardia di Venezia e della sua laguna -, che il Consorzio sia pubblico o partecipato dal pubblico, oppure istituito e/o regolato da norme di natura pubblica. Purtroppo quel Consorzio è privatissimo, di totale proprietà privata dei suoi soci, e regolato tutto e solo dalle norme del diritto privato; ed è quindi impossibile (e inutile) pensare di sopprimerlo condecisione pubblica di natura meramente politica. Più appropriatamente, alcuni discutono e propongono di revocarne la concessione unica (e senza gara) di studi, piani, progetti e lavori (tutto insieme!), concessione di cui il Consorzio, dal 1984, in modo del tutto privilegiato ha goduto e lucrato (e continua a godere e lucrare) ricchissimi frutti ma senza motivo né merito e a spese (costosissime) della laguna e della città, e del pubblico erario. Idea e proposta che sarebbe corretta, se non fosse che quella concessione, come anche gli interessati sanno benissimo (e però tacciono), per legge è… già invalidata. E dal 1995. In quell’anno infatti, conilcomma1 dell’articolo 6 bis del decreto legge 1995 nº 96 (nel testo modificato dall’allegato dell’articolo 1 c. 1 della legge di conversione 1995 nº 206, entrato in vigore l’1giugno 1995e tuttora vigente), il Parlamento, dopo aver valutato dieci anni di esperienze (già allora negative) di quel sistema concessionale (voluto e deciso nel 1984 dal Presidente Craxi, vice Forlani, e dal ministro Nicolazzi coni colleghi De Michelis e Signorile) e dopo averne ricevuti giudizi negativi già allora sferzanti della Corte dei Conti, ha dichiarato «abrogati i commi terzo e quarto dell’articolo 3 della legge1984n º 798». Ha cioè abrogato proprio quei commi di legge coni quali, per l’attuazione delle opere statali di riequilibrio e salvaguardia della laguna( opere alle Bocche – barriere mobili comprese -, marginamenti, rinforzi, difese del litorale, interventi di riequilibrio e ripristino, apertura delle valli da pesca, e allontanamento del trasporto di petroli e derivati) era stata autorizzato il ricorso a una“concessione…a trattativa privata”. Tralasciando qui ilnon secondario dettaglio che anche nel 1984, “a trattativa privata” non equivaleva “a senza gara” (come invece qualcuno volle intendere, mistificando la legge), ciò che più conta è che dal 1995nonesiste più alcuna norma che consenta atti e disposizioni attuative di concessione a privati e che, quindi, quella concessione del 1984 è ormai dal1995 priva di ogni legittimazione e legittimità. Tanto che quella stessa legge del 1995 non ha chiesto e non ha previsto la necessità di alcun atto di revoca, a quel punto già allora ormai superfluo (in quanto ogni nuovo provvedimento di ulteriore concreto affidamento o finanziamento in concessione sarebbe ormai semplicemente privo di ogni copertura di legge, e quindi illegittimo e annullabile, se non già nullo). In altre parole, della revoca nonc’era e non c’è bisogno, perché quella concessione è, dall’1 giugno 1995, già abrogata e inefficace, avendo perduto il precedente appoggio di legge sulla quale si era basata. Tanto che la stessa legge del 1995 si è preoccupata solo di disporre la norma transitoria di sistemazione di quel (poco) che,con quella concessione, era già arrivato a esecuzione e attuazione tra il 1984 e il 1995: lo stesso Parlamento, conilcomma2 di quello stesso articolo di decreto legge, ha infatti disposto che “restano validi gli atti adottati e sono fatti salvi gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base delle disposizioni (abrogate)”. Disposizione doverosa riguardo agli impegni formali già perfettamente vincolanti assunti verso il privato. Ma,si badi bene, appunto solo per gli impegni formali già contrattualmente assunti verso il privato e già perfezionati e vincolanti al 31 maggio1995. Sono fatti salvi, quindi, solo gli impegni già oggetto di regolare atto di convenzione operativa già dotata di copertura finanziaria, ratificata e perfezionata entro il 31 maggio1995, sulla base delle leggi e deid ecreti di finanziamento promulgati ed emessi non oltre il 31 maggio1995. Diversamente da come il concessionario, e non pochi ministri e presidenti del Consiglio (e del Magistrato alle acque, e pure qualche magistrato amministrativo), inconsapevoli o conniventi, hanno voluto credere e leggere (ma forzosamente e senza giustificazione giuridica), tale disposizione transitoria non può valere da illimitata “tana libera tutti”; non può valere cioè come recupero della possibilità di affidamento in concessione anche oltre il 31 maggio1995, di ogni opera e intervento che per qualche appiglio esplicativo, narrativo o logico taluno cerchi di far apparire, a posteriori,come effetto o in connessione con le (poche) opere regolarmente e perfettamente già concesse (con tanto di atti stipulati,impegnativi e vincolanti) prima di quella abrogazione. In altre parole, il “fatti salvi” e il “restano validi” può essere applicato solo per gli impegni perfezionati e assunti direttamente ed espressamente con le convenzioni n. 6393, 6479, 6745, 7025, 7138, 7191, 7295, 1568, 1685, 7322 e 7395, sottoscritte tra il 1984 e il 1993, finanziate dalle leggi 171/1973, 798/1984, 910/1986, 67/1988, 360/1991 e 139/1992, per un importo complessivo massimo di 953,989 milioni di euro (al lordo delle quote riservate, su quegli importi, ai Comuni e alla Regione). E non invece per quanto taluna autorità ha voluto affidare in concessione (senza copertura di legge) conl e decine di convenzioni sottoscritte successivamente al 31 maggio1995 e finanziate tutte da leggi successive al 31maggio 1995 (ancorché fosse o sia stato fatto apparire logicamente connesso o materialmente integrato con qualche parte già in precedenza regolarmente concessa e finanziata). In pratica può esserci legittimazione e regolarità giuridico- amministrativa solo per gli interventi (e i relativi pagamenti) concessi e definiti in modo perfetto e completo fino al 31 maggio1995, per un valore, tutt’al più, nel complesso, di poco meno di un miliardo di euro (ma da ridurre delle quote di Regione e Comuni).Mentre erano e sono privi di copertura di legge e quindi legittimità tutti gli affidamenti in concessione, tutte le decine di convenzioni (e tutti i relativi pagamenti) sottoscritte dopo l’1 giugno1995 e appoggiate (ancorché illegittimamente) su leggi successive a quella data. Sino a oggi per ulteriori oltre 7,7 miliardi di euro (di cui 5,5 circa per il Mose, progetto approvato finanziato e convenzionato dopo il 2002). E questo, tanto più dopo il persino precedentecomma10 dell’articolo 12 della Legge 537 del 1993 (entrato in vigore l’1 gennaio 1994 e tuttora vigente), che aveva sancito che per tutti gli interventi della Salvaguardia di Venezia e della sua laguna“gli studi, le sperimentazioni, le pianificazioni, le progettazioni di massima, i controlli di qualità dei progetti esecutivi e delle realizzazioni delle opere, i controlli ambientali (anche mediante ispezioni), la raccolta dati e l’informazione al pubblico devono essere svolti informa unitaria” e quindi, inevitabilmente, attuatio quanto meno diretti e regolati solo dalla pubblica autorità competente, direttamente e senza più possibilità di affidamento“ unitario” in concessione“ unica” a privati. Disposizione efficace e cogente da allora, subito, senza bisogno di ulteriori disposizioni o norme delegate (come invece era necessario per il successivocomma11, che ipotizzava che tali attività e funzioni fossero poi affidate a una nuova società pubblica regionale-statale, per la quale invece espressamente occorrevano ulteriori norme e disposizioni). Tanto che, altrettanto immediatamente,proprio per questo “trasferimento” di cui alcomma10 (“restituzione” dal concessionario all’autorità pubblica concedente e naturalmente competente, di tutte quelle funzioni e attività strategiche, immediatamente cogente, e quindi a prescindere e anche prima e persino anche senza l’attuazione dell’ipotesi del comma11), dall’1 gennaio 1994 ilcomma12 (tuttora vigente) ha disposto che “il corrispettivo per le spese generali previsto dalle concessioni di cui all’articolo 3 della legge 798/1984 è ridotto dal 12 al 6 %”. Ai giudici qualcuno dovrà spiegare perché invece, ignorando queste disposizioni, in tutti questi successivi 20 anni si è voluto ribadire e proseguire con gli affidamenti in concessione al Consorzio Venezia Nuova,per di più riconoscendogli “corrispettivi” ancora del 12%invece che del 6%(per una immotivata regalia a privati, e un sovracosto per il pubblico erario, nel complesso, pari a circa 500 milioni di euro, per la sola differenza tra 12 e 6%, e pari invece a circa mille milioni di euro, considerando l’intero costo dei ‘corrispettivi’ di spese generali di concessione). Cen’è che basta per fermare ogni ulteriore atto amministrativo, liquidazione, finanziamento, collaudo delle opere affidate in concessione al Consorzio Venezia Nuova. Quanto meno fino a che non sarà fatta fino in fondo, nelle ragionerie e nei tribunali, una veritiera “resa di conti”. Nel frattempo di questa sospensione e “resa dei conti”, potremo finalmente verificare, con giudizi veramente esperti e finalmente “terzi”, cosa è giusto e cosa è sbagliato, cosa funziona e cosa non funziona del progetto Mose, come e quanto variarlo e correggerlo in corso d’opera, almeno in quello che ancora possiamo correggerlo.

 

martedì 8 luglio – C’è il premier in Arsenale pronto il corteo “Stop al Mose”

L’invito è “Tutti da Renzi”. L’appuntamento per le 10 di martedì 8, in campo dell’Arsenale, con un presidio «a microfono aperto», seguito da un corteo autorizzato fin dentro l’Arsenale, attraverso l’ingresso della Biennale e fino alle Gaggiandre. La manifestazione si concluderà così proprio di fronte alla Torre di Porta Nuova, dove il premier Matteo Renzi sarà in teleconferenza in occasione di Digital Venice 2014. Obiettivo della protesta – organizzata da il Comitato No Grandi navi, l’associazione Ambiente Venezia e dalla Rete civica contro le grandi opere – è quello di presentare al presidente del Consiglio un documento in cinque punti per chiedere: la fine della concessione unica al Consorzio Venezia Nuova; una moratoria dei lavori alle bocche di porto; «un’ispezione tecnica sui lavori del sistema Mose affidata a una authority indipendente, che studi la possibilità di riconversione del sistema, mediante una variante in corso d’opera»; stop al progetto di scavo del canale Contorta dell’Angelo o di altri canali; grandi navi fuori dalla laguna e realizzazione di un nuovo avamporto alla bocca di porto del Lido. Lo scopo non è consegnare il documento a qualche portavoce, ma farsi ricevere dal premier. L’invito è esteso «a tutte le associazioni e i comitati della città e del Veneto, anch’esso martoriato da grandi opere e project financing del sistema Galan: «Dobbiamo contrastare quanto sta avvenendo con lo scandalo Mose:far passare il tutto solo come una questione di corruzione e concussione: le malversazioni sono avvenute per sostenere un progetto sbagliato, una grande opera inutile, che serve solo a chi la fa e che ha sottratto e sottrae risorse alla città, reddito e servizi ai cittadini ».

 

Firma e fai firmare queste due petizioni

Posted by Opzione Zero in Comunicati Stampa, Rassegna stampa | 1 Comment

3

lug

2014

no_grandi_opere_ospedale

 

Cliccare sui link sotto per leggere e firmare le petizioni

 

– Moratoria immediata sulle grandi opere inutili e dannose per la difesa dei territori e dei beni Comuni.

 

– Petizione per difendere l’ospedale di Dolo e l’ULSS 13

 

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