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FIRENZE – Erano il trait d’union fra i corruttori e i corrotti, e per svolgere come si deve il loro compito avevano preparato «una provvista di denaro contante, ovvero non tracciabile». L’inchiesta fiorentina sui grandi appalti ha compiuto un altro passo. Sono finiti ai domiciliari Salvatore Adorisio e Angelantonio Pica, dirigenti della Green Field. Secondo gli inquirenti, la società affidava consulenze all’ex capo della struttura tecnica di missione del ministero delle Infrastrutture, Ercole Incalza, in cambio delle direzioni dei lavori negli appalti assegnate a Stefano Perotti.

Questa seconda ondata di arresti è scattata dopo il ritrovamento della «provvista di denaro», durante le perquisizioni fatte il 16 marzo, quando sono finiti in carcere Incalza e Perotti. Quel giorno, nella sede della Green Field, nascoste dietro alcuni libri, i carabinieri del ros hanno trovato due buste con circa 20 mila euro. Secondo i pm Luca Turco, Giuseppina Mione e Giulio Monferini, quei soldi servivano per «versamenti illeciti» e facevano parte di una somma più alta, circa 50 mila euro, finita nelle tasche di Incalza e del suo collaboratore, Sandro Pacella, ai domiciliari dal 16 marzo. Gli arresti di ieri sottolineano l’importanza della Green Field, ritenuta dagli inquirenti lo «snodo fondamentale della vicenda».

 

Mose, Matteoli chiede il processo

L’ex ministro: «Mi difenderò, voglio uscirne a testa alta». Il Senato dà l’autorizzazione a procedere

VENEZIA – Il Parlamento non salva gli ex ministri finiti nelle sabbie del Mose. Dopo la decisione del luglio scorso, quando la Camera concesse l’autorizzazione all’arresto di Giancarlo Galan, ieri il Senato ha dato il via libera ai magistrati di Venezia per procedere contro il senatore di Forza Italia Altero Matteoli, indagato per corruzione in atti d’ufficio. È stato lo stesso parlamentare, intervenendo in aula, a chiedere che i colleghi di Palazzo Madama concedessero l’autorizzazione.

«Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta» ha detto l’ex ministro, che ha aggiunto: «Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere, ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

L’aula gli ha tributato un applauso e ha ricevuto i complimenti di diversi colleghi, che si sono avvicinati al suo banco. Mentre lui sottolineava di aver subito «in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche», la senatrice del Pd Rosanna Filippin ha definito la scelta di Matteoli di affrontare serenamente il giudizio «un atto esemplare».

L’esito del resto era scontato. Il Senato ha accolto senza ordini del giorno contrari, e quindi senza necessità del voto, la proposta della Giunta per le immunità parlamentari, che il 7 gennaio scorso – contrari Psi, Forza Italia e Nuovo Centro Destra – aveva dato l’assenso affinché i pubblici ministeri procedessero contro l’ex ministro dell’Ambiente e delle Infrastrutture.

Accuse gravi quelle che lo coinvolgono: negli atti trasmessi a Roma dalla Procura veneziana, ha riepilogato ieri il relatore Dario Stefàno, si legge che «Matteoli Altero riceveva denaro contante direttamente da Mazzacurati e Baita per l’importo di euro 400.000 e di euro 150.000 consegnati per il tramite di Colombelli William Ambrogio e di Buson Nicolò».

Da parte sua, l’ex ministro ha ammesso solo «un unico finanziamento elettorale ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova, pari a 20mila euro, immediatamente restituito al mittente dal mio committente elettorale».

Poi ha insistito sui metodi di indagine: «Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali. Non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Dopo i patteggiamenti dei “big” finiti nella rete dell’inchiesta, come l’ex governatore del Veneto, Galan, l’ex presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, e l’ex generale della Gdf, Emilio Spaziante, l’inchiesta Mose è giunta ormai alle battute finali.

I pm si apprestano a domandare il rinvio a giudizio per una decina di indagati che non hanno chiesto, o si sono visti rifiutare il patteggiamento. Tra questi c’è anche l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e l’ex europarlamentare di Fi Amalia Sartori. Con loro potrebbe esserci anche Altero Matteoli, che si è detto contrario a ipotesi di patteggiamento o alla prescrizione.

 

Non intendo patteggiare dimostrerò la mia innocenza dalle accuse Non ho nulla da temere e sono state effettuate 213 intercettazioni telefoniche illegittime

Casson: ora c’è il via libera al tribunale dei ministri.

Filippin: gesto esemplare

VENEZIA – Neppure è stato necessario votare: il Senato ha preso atto del voto favorevole della Giunta per le autorizzazioni a procedere. Ora la Procura di Venezia potrà indagare sul conto dell’ex ministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli, ora senatore di Forza Italia.

A chiederlo è stato lo stesso esponente politico azzurro: «Sono qui a chiedere che sia data l’autorizzazione e invito ad evitare qualsiasi iniziativa che possa far sorgere ombre. Non voglio uscire da questa vicenda perché non c’è stata l’autorizzazione a procedere ma andando a processo e sottoponendomi alla giustizia».

E ancora ha ribadito in aula: «Mi difenderò con forza perché non ho nulla da temere, voglio uscirne a testa alta…Non patteggerò mai, non si patteggia ciò che non si è commesso. Voglio difendermi nel processo, non dal processo», ha concluso, «continuando a godere della stima e della fiducia di coloro che mi conoscono».

«Veramente in giunta per le autorizzazioni a procedere», contesta il senatore del Pd Felice Casson, componente della giunta del Senato, «i difensori di Matteoli hanno sviluppato una forte resistenza con argomentazioni giuridiche che ci sono sembrate infondate, visto che la maggioranza ha poi votato per l’autorizzazione a procedere. Ieri, il Senato si è limitato a prenderne atto».

Diversa la valutazione di un’altra componente veneta della Giunta, la senatrice del Pd Rosanna Filippin: «Ho apprezzato molto le parole del senatore Matteoli: la sua volontà di non opporsi alla proposta della giunta e di voler andare a processo per difendere la sua innocenza, senza prescrizioni o immunità, sono un atto esemplare per un politico indagato ed accusato. Altri purtroppo non hanno fatto lo stesso», sostiene la democratica, «e hanno scelto strade diverse, arrivando poi a quel patteggiamento che lo stesso Matteoli ha definito come una dichiarazione di colpevolezza per chi lo fa».

Matteoli non ha comunque rinunciato a polemizzare con i pubblici ministeri veneziani Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, affermando: «Sono state effettuate in modo del tutto illegittimo ben 213 intercettazioni telefoniche sulla mia utenza telefonica, per le quali mai è stata avanzata richiesta di autorizzazione al Senato. Varie sentenze della Corte costituzionale hanno stabilito che possono essere utilizzate, senza autorizzazione, le intercettazioni indirette di un parlamentare solo se esse sono sporadiche e casuali», aggiunge, «non mi pare che 213 intercettazioni si possano considerare sporadiche e casuali».

Nessuna dichiarazione ufficiale dalla Procura, ma gli investigatori ricordano che le 213 intercettazioni riguardano i telefoni degli imprenditori Erasmo Cinque, rimano ed esponente dello stesso partito di Matteoli, Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, e Patrizio Cuccioletta, ex presidente del Magistrato alle acque. Inoltre, la richiesta di autorizzazione del loro utilizzo va avanzata naturalmente solo dopo aver ottenuto quella di poterlo indagare concessa ieri.

Matteoli è accusato di corruzione: «Gli ho dato sull’ordine di 300, 400 mila euro da due a tre volte» ha raccontato Mazzacurati, «li ho dati personalmente a Matteoli in contanti nel 2013. Ho consegnato i soldi una volta al ministero a Roma e in qualche altro posto, non c’erano testimoni» afferma. E ancora: «Con quei soldi ha finanziato la sua campagna elettorale e in cambio avrei ottenuto che venivano accelerato i tempi dei finanziamenti delle varie tranches di lavori del Mose di Venezia».

Giorgio Cecchetti

 

appropriazione indebita e falso

VENEZIA – Nonostante abbiano patteggiato la loro pena per frode fiscale in Italia, sono finiti sotto inchiesta per gli stessi fatti anche a San Marino e, ieri mattina, Claudia Minutillo, l’ex segretaria veneziana di Giancarlo Galan, è stata interrogata per due ore dal commissario della Legge (il nostro pubblico ministero) di San Marino Antonella Volpinari. All’interrogatorio era presente il suo difensore, l’avvocato Mirko Dolcini.

Nei giorni scorsi lo stesso magistrato aveva interrogato anche Piergiorgio Baita, ex presidente della «Mantovani», e William Colombelli, console sanmarinese in Italia e amministratore della società «Bmc Broker».

I tre hanno patteggiato una pena per frode fiscale, trovando l’accordo con il pubblico ministero di Venezia Stefano Ancilotto: un anno e dieci mesi di reclusione per Baita, un anno e quattro mesi ognuno per Minutillo e Colombelli.

Questo, però, non ha evitato che i tre finissero sotto inchiesta a San Marino, dove sono indagati i primi due per appropriazione indebita e per falso, il terzo anche per riciclaggio. La vicenda è quella delle false fatture rilasciate dalla «Bmc Broker» di Colombelli alla «Mantovani» di Baita e ad «Adria Infrastrutture» di Minutillo. Decine di milioni di euro, buona parte dei quali poi tornavano nelle casse dell’ingegnere veneziano, che li utilizzava come fondi neri per pagare le tangenti ed altro. Proprio questi fatti a San Marino vengono considerati appropriazioni indebite e falsi.

Oggi, intanto, la presidenza del Senato ha messo all’ordine del giorno la discussione e la votazione della richiesta avanzata da parte della Procura di Venezia della richiesta di autorizzazione a procedere per l’ex ministro dei Lavori pubblici Altero Matteoli, attuale senatore di Forza Italia. È accusato di corruzione: a parlare di lui è stato l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, il quale ha riferito che in più di un’occasione è andato a Roma, nella sede di Porta Pia del ministero, ha consegnare migliaia di euro all’allora ministro Matteoli. Già il Tribunale dei ministro di Venezia ha dato il via libera, sostenendo che non si tratta di una persecuzione ma che le prove sono solide, poi è stata la Giunta per le autorizzazioni a procedere di Palazzo Madama a votare perché sia concessa l’autorizzazione, ora tocca all’assemblea dei senatori.

Giorgio Cecchetti

 

SAN MARINO – L’ex segretaria di Galan interrogata ieri per due ore

Ha risposto alle domande del Commissario della legge della Repubblica del Titano ricostruendo il sistema della “retrocessione” di somme di denaro all’impresa Mantovani

Interrogatorio di due ore, ieri mattina a San Marino, per Claudia Minutillo, l’ex segretaria del presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, finita sotto accusa in qualità di amministratrice della società “Adria Infrastrutture” nell’inchiesta sulle false fatturazioni milionarie dell’impresa di costruzioni Mantovani spa.

Assistita dagli avvocati Mirko Dolcini e Carlo Augenti, Minutillo ha risposto alle domande del Commissario della Legge, Antonella Volpinari, confermando quanto già dichiarato ai magistrati veneziani che, partendo da quelle false fatture, hanno scoperto l’esistenza di un diffuso sistema corruttivo attorno ai lavori per la realizzazione del Mose.

Nelle scorse settimane gli inquirenti di San Marino avevano interrogato anche gli altri protagonisti della vicenda giudiziaria: Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani e William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività di mediazione svolta.

Nell’inchiesta veneziana tutti hanno già patteggiato pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. E ora si trovano a dover rispondere di nuove accuse, formulate dall’autorità giudiziaria di San Marino, che ipotizza, tra gli altri, il reato di ricilaggio. Complessivamente la Mantovani fino al 2010 utilizzò San Marino per “produrre” false fatture per oltre 8 milioni di euro e ottenere una consistente provvista in nero, in parte utilizzata per pagare tangenti.

La Minutillo, arrestata nel 2013, confessò subito le proprie responsabilità e da allora ha iniziato a collaborare con la Procura di Venezia, contribuendo a fare luce sul cosiddetto “sistema Mose” e fornendo numerosi particolari sul ruolo di Galan e dell’allora assessore regionale ai trasporti Renato Chisso, entrambi usciti dal processo con il patteggamento della pena.

Gianluca Amadori

 

I LEGALI DELL’EX SINDACO DI VENEZIA: «MAZZACURATI INAFFIDABILE»

VENEZIA – Per i difensori dell’ex sindaco le accuse contro Giorgio Orsoni devono essere archiviate. Questa la richiesta avanzata ieri dagli avvocati milanesi Francesco Arata e Carlo Tremolada ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nei prossimi giorni dovranno formulare le loro richieste al giudice veneziano Andrea Comez dopo aver depositato gli atti.

Numerosi i motivi a sostegno delle loro tesi. Prima di tutto il fatto che il principale accusatore Giovanni Mazzacurati già nei primi interrogatori resti nel luglio-agosto 2013 era «stremato, per nulla lucido e tanto meno affidabile». Secondo il neurologo che lo ha poi avuto in cura avrebbe cominciato a manifestare «chiari sintomi di progressivo deficit di memoria sin dall’aprile 2013». Per questo i due legali sostengono che la Procura avrebbe dovuto chiedere l’incidente probatorio per l’ingegnere ancor prima del suo trasferimento in California.

Per quanto riguarda le dichiarazioni accusatorie di Federico Sutto, stretto collaboratore di Mazzacurati, nell’istanza si legge che si tratta di affermazioni surreali e stravaganti. Sottolineano che fino all’interrogatorio del 23 ottobre 2014 mai aveva dichiarato di aver consegnato buste con denaro a Orsoni. Questo «improvviso cambio di rotta» sospettano i due difensori, «potrebbe essere riconducibile a personali esigenze difensive», visto che poche settimane dopo ha patteggiato una pena di due anni di reclusione con la sospensione condizionale.

Nel merito delle accuse, poi, rilevano che Sutto racconta di aver incontrato il futuro candidato sindaco alla vigilia del Natale 2009 dopo il concerto di Natale in Basilica di San Marco e in quell’occasione di aver avuto da lui il nome del suo mandatario elettorale e il numero del conto corrente per i finanziamenti della campagna elettorale: Ma Orsoni fu proclamato candidato del centro sinistra ben un mese dopo, il 25 gennaio 2010. Infine, nel documento si ricorda che per coloro che inizialmente erano stati indicati come destinatari finali dei finanziamenti per il partito, cioè i parlamentari Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, la stessa Procura ha chiesto l’archiviazione delle accuse di finanziamento illecito (i due avvocati sottolineano che se i fondi fossero stati destinati al candidato sindaco personalmente non sarebbe penalmente rilevante perché la legge non prevede che per le elezioni comunali e provinciali vengano dichiarati i finanziamenti elettorali).

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Evasione fiscale, indagato Galan

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27

mar

2015

MOSE/ DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI

Nuova tegola su Galan: indagato per evasione fiscale sulle tangenti

Nuova tegola per l’ex governatore Giancarlo Galan. La Procura di Rovigo l’ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di infedele dichiarazione dei redditi, in pratica evasione fiscale sulle tangenti. Secondo i magistrati, si tratta di somme non versate per oltre dieci milioni, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010.

 

Evasione fiscale, indagato Galan

Scandalo Mose, nuove accuse dalla Procura di Rovigo all’ex governatore dopo l’accertamento della Finanza: somme non versate per oltre dieci milioni di euro, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010

Infedele dichiarazione dei redditi. È con quest’ipotesi accusatoria che la Procura della Repubblica di Rovigo ha iscritto nel registro degli indagati l’ex governatore del Veneto, il deputato forzista Giancarlo Galan, attualmente agli arresti domiciliari dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi, patteggiata per le mazzette legate alla realizzazione del Mose.

Ed è proprio da Venezia che sono partite le nuove accuse per Galan: nel corso dei due accertamenti fiscali compiuti dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando lagunare tra ottobre 2014 e il gennaio scorso gli sono stati contestati redditi non dichiarati su cui non sarebbero state versate le imposte. In altri termini Galan non avrebbe pagato le tasse sulle tangenti. Il primo accertamento fiscale riguardava gli anni 2005 e 2006. Per questo biennio l’ex governatore veneto non rischia nulla sul piano penale. Il reato risulta ampiamente coperto dai termini della prescrizione. Diverso il ragionamento per le successive dichiarazioni dei redditi, quelle relative agli anni 2007-2008-2009-2010.

Sulla scorta di quanto accertato dalle Fiamme gialle, il pubblico ministero polesano Andrea Girlando ha aperto un’indagine a carico del parlamentare di Forza Italia ipotizzando la violazione dell’articolo 4 della normativa fiscale, il decreto legislativo n. 74 del 2000, l’unica norma tributaria in vigore nel nostro Paese. La competenza spetta alla Procura di Rovigo in quanto Galan risiede a Cinto Euganeo, comune che ricade nella giurisdizione dell’Agenzia delle Entrate di Este. In base agli atti dell’inchiesta Mose Galan avrebbe intascato dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati una tangente da un milione di euro all’anno.

Gli vengono contestati dalla Finanza come proventi di attività illecita anche le somme investite nell’acquisto della villa di Cinto oltre ad una dazione da 200mila euro, giustificata come finanziamento per una campagna elettorale di Forza Italia. A conti fatti Giancarlo Galan avrebbe intascato complessivamente mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro. Sono poco meno della metà dell’ammontare complessivo delle tangenti (quasi 24 milioni di euro) individuate dalle Fiamme gialle a conclusione della maxi inchiesta sul Mose, attraverso la bellezza di tredici accertamenti fiscali.

Tutte le mazzette vengono automaticamente tassate come redditi delle persone fisiche, sulla base delle aliquote Irpef vigenti all’epoca della commissione dei vari illeciti. Sarà evidentemente applicata l’aliquota massima del 43% trattandosi nella stragrande maggioranza dei casi di persone con redditi superiori ai centomila euro annui. La Guardia di finanza ha calcolato in oltre dieci milioni di euro complessivi, sanzioni a parte, i tributi oggetto di attività di recupero da parte dell’erario.

Politici e funzionari destinatari delle mazzette si ritroveranno a doversi difendere in due ambiti: oltre al contenzioso di natura tributaria dovranno affrontare un procedimento penale. Non avendo indicato nelle dichiarazioni dei redditi annuali le tangenti incassate dovranno rispondere di dichiarazione infedele. Un reato che prevede comunque pene di modesta entità. Galan potrebbe cavarsela con un ulteriore patteggiamento, in continuazione con i due anni e dieci mesi concordati nell’autunno scorso con la Procura lagunare.

Luca Ingegneri

 

TANGENTI – Sotto la lente il “sistema Mantovani” per il quale a Venezia alla fine del 2013 hanno patteggiato quattro persone tra cui l’ex amministratore delegato

Interrogato Baita. Fatture false, inchiesta anche a San Marino.

Anche l’autorità giudiziaria della Repubblica di San Marino sta indagando sul sistema delle false fatturazioni realizzate fino al 2010 dall’impresa di costruzioni Mantovani spa di Padova per creare i fondi neri necessari a pagare “mazzette”.

Nei giorni scorsi il Commissario della Legge Antonella Volpinari ha iniziato gli interrogatori dei principali protagonisti della vicenda giudiziaria, che a Venezia si è già conclusa a fine 2013 con quattro patteggiamenti, a pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. A San Marino i reati ipotizzati sono quelli di false dichiarazioni alla pubblica autorità, appropriazione indebita e riciclaggio. Secondo gli inquirenti le somme circolate nel “tourbillon” di false fatturazioni si avvicinano ai 10 milioni di euro.

Il primo ad essere ascoltato è stato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, il quale ha parlato per oltre due ore, fornendo la stessa ricostruzione già data al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto. Il legale che lo ha assistito durante l’interrogatorio, l’avvocato Pier Luigi Bacciocchi, ha dichiarato alla stampa di San Marino che «Baita ha reso ampia collaborazione alle richieste dei giudici». A Venezia, nel dicembre del 2013, Baita ha patteggiato la pena di un anno e dieci mesi di reclusione dopo aver versato di tasca propria 400mila euro al Fondo unico di giustizia.

Venerdì scorso è stata poi la volta di William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività svolta. Colombelli a Venezia ha già patteggiato un anno e quattro mesi.

Il prossimo interrogatorio previsto è quello di Claudia Minutillo, già segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, chiamata in causa in qualità di ex amministratore della società Adria Infrastrutture del gruppo Mantovani. Per le false fatture anche Minutillo ha già patteggiato a Venezia la pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

Nel frattempo, ieri mattina a Venezia, un altro imputato nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” ha definito la sua posizione con il patteggiamento della pena. Il commercialista padovano Francesco Giordano, difeso dal’avvocato Carlo Augenti, già consulente fiscale dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha chiesto e ottenuto l’applicazione di un anno di reclusione (pena sospesa) dopo aver versato 40mila euro.

L’accusa mossa nei suoi confronti è quella di aver predisposto un falso contratto di collaborazione a favore dell’ex segretario regionale della Sanità veneta, Giancarlo Ruscitti.

Gianluca Amadori

 

Nuova Venezia – Mose, Mazzacurati non si presenta in aula

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26

mar

2015

L’udienza slitta al 22 aprile, il rebus dell’audiocassetta con la sua deposizione. Matteoli: si vota il 1 aprile

MESTRE – Tutto rinviato al 22 aprile. Naturalmente, ieri pomeriggio, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati non si è presentato, come del resto aveva anticipato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, presentando una voluminosa documentazione medica sull’impossibilità dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova di partire dalla California per raggiungere l’aula bunker di Mestre.

Neppure i due indagati, l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Pdl Lia Sartori si sono presentati, ma c’erano i loro avvocati, che avevano chiesto l’interrogatorio del grande accusatore attraverso l’incidente probatorio. I difensori hanno chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che aveva accolto la loro richiesta, del tempo per visionare la documentazione sanitaria e soprattutto la cassetta registrata lo scorso settembre, quando il Tribunale dei ministri di Venezia ha chiesto una rogatoria negli Stati Uniti e un giudice californiano aveva interrogato Mazzacurati. Allora le domande vertevano sulle accuse che l’ingegnere aveva lanciato, durante i primi interrogatori davanti ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, contro l’ex ministro e ora parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli.

Il giudice Scaramuzza l’ha chiesta e ottenuta dalla Procura per farsi un’idea sulle condizioni di salute di Mazzacurati e, dunque, per avere più strumenti per decidere. Ora, anche i difensori di Orsoni e Sartori vogliono quella cassetta. I pm Ancilotto e Buccini non si sono opposti e il giudice ha rinviato al 22 aprile, concedendo documenti e cassetta agli avvocati. Quel giorno dovrà decidere se nominare un medico legale che valuti le carte presentate dal difensore dell’ex presidente del Consorzio, in modo che sia quest’ultimo a dire che a causa dell’età avanzata, della depressione e della grave patologia cardiaca non solo Mazzacurati non può affrontare il lungo viaggio transoceanico, ma non è addirittura più un testimone attendibile.

Oppure potrebbe anche affermare che la documentazione medica presentata è sufficiente per sostenere che l’ingegnere non può affrontare il trasferimento, così i verbali dei suoi interrogatori resi ai pubblici ministeri saranno acquisiti agli atti del fascicolo processuale e non rimarranno semplicemente tra le carte dei pubblici ministeri.

La prossima scadenza del procedimento per la corruzione per il Mose è dunque quella dell’1 aprile a Palazzo Madama: quel giorno, infatti, il Senato dovrà votare per concedere o meno alla Procura veneziana l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Ambiente e attuale senatore Altero Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Mazzacurati citato in aula: non arrivera’

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21

mar

2015

Mose, la difesa: è malato, non può lasciare gli Usa. Caso Matteoli: il 1. aprile il Senato vota sulle indagini

VENEZIA – Per il giudice veneziano Alberto Scaramuzza, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha un ruolo fondamentale nell’ipotesi d’accusa nei confronti dell’ex sindaco lagunare Giorgio Orsoni; dunque, la richiesta dei difensori di quest’ultimo, quella di poter contro interrogare l’ingegnere, va accolta.

Così, nei giorni scorsi, il magistrato ha avvertito agli avvocati Francesco Arata e Carlo Tremolada di aver convocato nell’aula bunker di Mestre per mercoledì alle 16 Mazzacurati perché risponda alle loro domande e a quelle dei pmi.

L’ex presidente del Consorzio avrebbe già dovuto presentarsi il 9 marzo scorso per rispondere alle domande poste dai legali dell’ex europarlamentare Lia Sartori ma il difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha presentato una consulenza medico legale nella quale si sostiene che negli ultimi mesi l’84enne ingegnere ha subito un decadimento psicofisico e cognitivo notevole e che, soprattutto dopo la morte del figlio Carlo, è caduto in depressione e soffre di deficit di memoria, confonde i ricordi. Il medico legale di Modena Ivan Galliani sostiene addirittura che ora è «inattendibile come testimone».

Insomma: non può spostarsi dalla California, dove si trova ora con la moglie, a causa di una grave patologia cardiaca che sconsiglia il viaggio in Italia. Il giudice Scaramuzza si era preso del tempo per decidere e aveva riconvocato le parti alle 15 del 25 marzo in aula bunker, quel giorno comunicherà la sua decisione, se cioè accoglie le tesi del difensore dell’ex presidente del Consorzio e chiude definitivamente la pratica Mazzacurati (in questo modo pm e avvocati delle parti discuteranno se i verbali degli interrogatori resi ai rappresentanti della Procura dovranno o meno finire nel fascicolo del giudice) o disporrà una perizia medico-legale sulle sue condizioni.

La presidenza del Senato, intanto, ha fissato la data del 1. aprile per il voto in aula dell’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro delle Infrastrutture e attuale parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli. È indagato per corruzione, anche lui avrebbe ricevuto centinaia di migliaia di euro da Mazzacurati e la Giunta delle autorizzazioni a procedere ha già dato il suo via libera ora tocca all’aula. Se, come si prevede, la decisione sarà positiva, la Procura di Venezia potrà proseguire le indagini sul suo conto.

Giorgio Cecchetti

 

altra_economia

 

COMUNICATO STAMPA OPZIONE ZERO

Autostrada Orte-Mestre, ancora l’ombra del malaffare e della malavita sulla nuova autostrada: dopo l’inchiesta che ha travolto Lupi e Incalza, ora ci sono anche forti sospetti di infiltrazione criminale e massonica nella Commissione VIA nazionale che ha dato semaforo verde al progetto nel 2010.

Ora si fermi immediatamente il progetto prima che sia troppo tardi.

 

Il caso emerge da un’interrogazione depositata in questi giorni da un parlamentare del M5S (On. Federica Daga) che ha sollevato pesantissimi dubbi su alcuni membri della Commissione. Un’altra interrogazione è stata presentata sullo stesso tema all’europarlamento dal gruppo del GUE (Europarlamentare Forenza).

Da quanto riportato ieri dal Fatto Quotidiano e da una nota dell’agenzia  Askanews, il nome di Vincenzo Ruggero, commercialista e membro della Commissione VIA nazionale, compare nella relazione della Prefettura di Reggio Calabria con la quale chiedeva lo scioglimento del Comune di Gioia Tauro nel 2008 per infiltrazioni mafiose: di lui si parla come di un individuo fortemente sospettato di essere asservito alla cosca Piramolli. Ruggero non fu condannato, ma un’informativa legava il suo nome anche ai clan Pesce e Bellocco di Rosarno.

Ebbene, lo stesso Ruggero è tra i firmatari del Parere n. 558 del 21-10-2010 con il quale la Commissione VIA nazionale dà parere favorevole alla Orte-Mestre.

Ma non è tutto, perché nella stessa commissione siede anche un ingegnere ottantacinquenne ex affiliato alla P2 con tessera 956. Ed è curioso notare come l’ombra della loggia massonica P2 ritorni più volte in relazione alla Orte-Mestre, visto che l’amministratore delegato della ILIA spa, società afferente alla Holding GEFIP di Vito Bonsignore, è  tale Gioacchino Albanese anche lui ottuagenario e potente ex piduista, la stessa persona con la quale, proprio a proposito dell’affare Orte-Mestre, (dalle intercettazioni dell’inchiesta MOSE) trattava per la cricca veneta Piergiorgio Baita, ex AD della Mantovani spa.

Inoltre, sempre dalla stessa interrogazione parlamentare, figurano diversi membri che sarebbero in conflitto di interesse sulle decisioni della Commissione e accusati di corruzione.

Tutto questo si aggiunge all’arresto di Ercole Incalza, il super dirigente che ha seguito e agevolato in tutti i modi l’iter della Orte-Mestre e di molte altre “grandi opere” come la TAV, e alla notizia che nella stessa inchiesta della Procura di Firenze compare ancora una volta il vero proponente dell’opera, il pregiudicato Vito Bonsignore, e che a finanziare la nuova autostrada dovrebbe essere la CARIGE, la banca popolare di Genova, nella bufera dal 2013 con l’arresto per truffa del suo presidente Giovanni Berneschi.

Pure dovendo aspettare di conoscere il contenuto integrale delle interrogazioni, le risposte degli organi competenti nelle sedi opportune e l’esito penale delle varie inchieste, è però chiaro che i sospetti su malavita, malaffare e massoneria come veri motori della Orte-Mestre appaiono più che fondati.

Ed è proprio a fronte di questo quadro gravissimo e preoccupante che Opzione Zero, insieme alla Rete di organizzazioni e movimenti Stop Orte-Mestre chiedono ufficialmente al Parlamento, al Governo, alle Regioni competenti di sospendere e rivedere completamente l’iter di approvazione della nuova arteria autostradale, visto e considerato che proprio a seguito del Decreto Sblocca Italia, confezionato ad hoc dal premier Matteo Renzi insieme all’ex ministro Lupi, nei prossimi mesi ANAS potrebbe indire il bando per la progettazione definitiva e la concessione dell’opera.

Nella stessa direzione si stanno muovendo molti altri comitati in tutto il Paese, perché ormai è chiaro come il problema non sia più il marciume di qualche mela, ma quello dell’intero albero che genera i frutti avvelenati delle grandi opere inutili e devastanti.

 

Corruzione negli appalti Tav ed Expo. Nel mirino anche la Orte-Mestre

Arrestato il manager Incalza

Appalti Tav ed Expo, arrestato per corruzione Ercole Incalza, manager statale, capo della Struttura grandi opere. Uomo già intercettato per il Mose. Nel mirino della procura di Firenze

 

LA CRICCA DELLE TANGENTI

Pedemontana e Orte-Mestre

Appalti Tav ed Expo

Manette al “Sistema”

ROMA Lo chiamavano semplicemente il «Sistema». Non c’erano tanti giri di parole per aggiudicarsi, a suon di tangenti, appalti statali milionari. Così, nel “Sistema” sono rientrati la linea ferroviaria alta velocità Milano-Verona; il nodo Tav di Firenze con l’attraversamento della città con un tunnel di sei chilometri; l’autostrada Orte-Mestre; il Palazzo Italia all’Expo. Cantieri che venivano affidati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti agli “amici”.

Il dominus del sistema di corruzione era il potentissimo manager statale, Ercole Incalza, capo della Struttura tecnica di Missione per le Grandi opere, arrestato ieri all’alba dai Ros su ordine della procura di Firenze. Ai domiciliari è finito il suo collaboratore Sandro Pacella, mentre è in carcere l’imprenditore Stefano Perotti, considerato fedelissimo di Incalza senza il quale nessun impresario riusciva ad aprire mezzo cantiere in Italia. Arrestato anche Francesco Cavallo, presidente del Consiglio di amministrazione di “Centostazioni” che, secondo i magistrati, riceveva proprio da Perotti ogni mese un assegno di 7 mila euro «come compenso per la sua mediazione».

Cinquantuno gli indagati, tra cui diversi politici. L’europarlamentare Udc, Vito Bonsignore già condannato per tentata corruzione. Due sottosegretari: Rocco Girlanda (Pdl), alle Infrastrutture con il governo Letta nel 2013 e Stefano Saglia (Pdl) nel 2009 allo Sviluppo Economico con Scajola. Indagati anche Fedele Sanciu senatore Pdl nel 2006 e Alfredo Peri, assessore Pd alla Mobilità alla Regione Emilia Romagna nella giunta Errani fino al 2014.

Ma l’inchiesta fiorentina tocca direttamente un ministro del governo Renzi, il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Ncd, che non è indagato. Nelle intercettazioni il ministro è citato diverse volte sia per aver ricevuto dalla “cricca” regali tipo un Rolex da diecimila euro per la laurea del figlio, sia per aver ottenuto da Stefano Perotti, l’imprenditore arrestato, incarichi di lavoro sempre per il suo secondogenito, Luca.

Il ministro reputa la struttura su cui ha messo a capo Incalza e che gestisce con pieni poteri le opere pubbliche di rilievo, talmente inattaccabile che all’ipotesi di uno smantellamento minaccia di far cadere il governo. È il 16 dicembre 2014 quando viene intercetto al telefono con Incalza: «…ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di Missione non c’è più il governo!».

È dunque Incalza a reggere i fili del “Sistema”. E con lui Stefano Perotti cui veniva affidata, attraverso la sua società Green Field srl, la direzione dei lavori degli appalti incriminati. Un giro di affari di 25 miliardi di euro. Al vertice del sistema di corruzione, per la procura di Firenze, ci sono loro due.

«Nel periodo 1999-2008 – scrivono i pm – Incalza ha percepito dalla Green Field 697 mila euro costituendo per il manager “la principale fonte di reddito».

Ingegnere, 71 anni, Incalza dal 2001 ha “servito” tutti i governi tranne quello di Romano Prodi nel 1996, quando il ministro di Pietro lo allontanò, da gennaio è in pensione. È stato indagato 14 volte, uscendo però sempre indenne, Il suo nome si legge nei fascicoli delle principali inchieste sulla corruzione: dall’Expo al Mose passando per la “cricca” di Anemone e Balducci, altro manager statale finito in carcere.

«Incalza – si legge nell’ordinanza – è colui che suggerisce al general contractor o all’appaltatore il nome del direttore dei lavori, cioè a soggetti sempre riferibili a Perotti e che si mette a disposizione dell’impresa assicurando in violazione dei doveri di trasparenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione un trattamento di favore».

«Da lui, gli appaltatori non possono prescindere e, accompagnati da Perotti o da Cavallo, si presentano negli uffici di Incalza per assicurarsi il finanziamento».

«A Perotti naturalmente andava la direzione dei lavori garantendosi un guadagno dall’1 al 3 per cento degli importi» scrive il gip che sottolinea il trucco delle “modifiche” in corso d’opera per far lievitare i costi. Di quanto? «Anche del 40 per cento».

Fiammetta Cupellaro

 

Quando Chisso diceva “C’è un problema? Parliamone a Ercole”

VENEZIA – Quando qualcosa s’incagliava a Venezia, c’era sempre un santo a Roma al quale rivolgersi: «Andiamo a parlarne a Ercole». Lo diceva l’assessore Renato Chisso, che con Ercole Incalza aveva in comune l’antica militanza nel Psi. Tra “compagni” è più facile intendersi.

Lo sapeva Piergiorgio Baita, anche se nella famosa intervista all’Espresso del 19 giugno 2014 evita accuratamente di nominare Ercole Incalza assieme ai burosauri di Stato abituati a spadroneggiare sulle grandi opere: Pietro Ciucci, Vincenzo Pozzi, Pietro Buoncristiano, Vincenzo Fortunato.

Si può pensare perché Incalza determinava le sorti della Romea commerciale Mestre-Orte, uno dei project nel portafoglio di Adria Infrastrutture, la società creata da Baita per incassare i profitti degli investimenti. Lo sapeva soprattutto Giovanni Mazzacurati, che come Consorzio Venezia Nuova aveva il problema di rapportarsi direttamente alle strutture romane. Nel senso di «fluidificare», come amava dire.

Incalza era lo snodo di tutte le relazioni. Tutto passava dal suo tavolo. Nessuna meraviglia che il suo nome compaia nelle intercettazioni dell’inchiesta Mose, nei verbali degli interrogatori e perfino nell’ordinanza di custodia cautelare per gli arresti del 4 giugno 2014, firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Anche se nessuna contestazione gli è stata mossa un anno fa.

Mazzacurati lo nomina già nel primo incontro con il pm Paola Tonini, il 25 luglio 2013, pochi giorni dopo l’arresto. E’ un interrogatorio drammatico. Il grande capo del Mose pensa ancora di poter svicolare ma la Tonini gli dice chiaro e tondo che lo stanno ascoltando da anni, non da mesi: «Quando le facciamo una domanda questa nasce dal fatto che abbiamo una mole di elementi tale che potremmo fare a meno della sua deposizione. Quindi se lei vuole collaborare con l’autorità giudiziaria lo deve fare fino in fondo, senza amici o contro-amici, questi li dimentico e questi li ricordo».

La Tonini vuol sapere a chi sono andati i soldi. Mazzacurati si preoccupa subito di escludere Ercole Incalza: «Il nostro riferimento al ministero delle Infrastrutture era l’ingegner Incalza ma con lui non abbiamo avuto nessun rapporto del tipo cui accenna lei. Non abbiamo corrisposto nulla, nessuna dazione da parte nostra all’ingegner Incalza».

Se non era denaro, di che si trattava? Di qualcosa di più importante ancora: il controllo sul denaro speso, in capo al Magistrato alle Acque. Ercole Incalza, responsabile della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, era la persona che preparava le istruttorie in base alle quali il ministro firmava le nomine.

Nel settembre 2011 al Magistrato alle Acque di Venezia, in sostituzione di Patrizio Cuccioletta, arriva Ciriaco D’Alessio. Nessuno dei due è uno stinco di santo: Cuccioletta era stato sollevato dall’incarico nel 2001 per indegnità, D’Alessio arrestato per concussione nel 1993 e salvato dalla prescrizione. Ma il primo era gradito a Mazzacurati, il secondo no.

Le intercettazioni riportare nell’ordinanza ricostruiscono i passaggi: D’Alessio è supportato da Erasmo Cinque, imprenditore di riferimento del ministro Matteoli. Incalza lo riceve il 15 settembre e Matteoli firma la nomina il 21. Il 23 le intercettazioni a Venezia mostrano un Mazzacurati bypassato che si dispera e medita di andare a parlarne a Gianni Letta. Cosa che fa veramente, pur non riuscendo a revocare la nomina.

«Dal che si trae la conferma», scrive il gip, «che per le precedenti nomine di Cuccioletta e della Piva invece era stato consultato».

La lettura dei passi citati nell’ordinanza del gip Scaramuzza documenta una manipolazione costante, tra richieste di privilegiare il Consorzio a spese di altre opere pubbliche che vengono decurtate di finanziamenti previsti ed escamotage burocratici inventati per consentirlo. Una «turbativa» continua. È da chiedersi per quale motivo l’ingegner Incalza non sia finito prima nel mirino dei magistrati. Probabilmente perché aprire su quel fronte significava per la procura di Venezia farsi sfilare il fascicolo da quella romana.

Renzo Mazzaro

 

E per l’appalto all’Expo di Milano spunta anche la telefonata di monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio del Santo

Pedemontana e Orte-Mestre, superaffari

VENEZIA – Il sistema Incalza era destinato a sbarcare anche in Veneto perché le grandi opere destinate alla mobilità, Mose a parte, sono nell’agenda del governo e della regione. Tra queste dall’inchiesta di Firenze emergono la «Orte-Mestre» e la « Pedemontana Veneta», senza dimenticare l’Alta Velocità nel tratto Brescia-Verona. Gli indagati, e non solo loro, ne parlano al telefono senza sapere che la Procura di Firenze e i Ros dei carabinieri li stanno ascoltando.

L’indagine, poi, riporta alla ribalta una figura religiosa che a Padova ricordano in molti: Francesco Gioia, delegato pontificio alla Basilica del Santo. Una «mano ecclesiastica» Anche un monsignore, l’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, Francesco Gioia, si sarebbe attivato come tramite per dare «una mano» in relazione all’appalto «Palazzo Italia» dell’Expo. È quanto risulta dalle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere.

Il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di Palazzo Italia, monsignor Gioia (non è indagato) «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società Italiana Costruzioni, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti», professionista arrestato ieri, «la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono».

Monsignor Gioia, tra l’altro indagato per un presunto abuso edilizio effettuato su un palazzo dei frati del Santo a Padova, dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con un … uno dei fratelli Navarra (…) dobbiamo dargli una mano … per introdurli lì presso il responsabile».

Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto».

Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Al centro dell’indagine la gestione illecita degli appalti delle grandi opere. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti. L’architetto olandese e Olbia. L’unico indagato “veneto” dell’inchiesta, è un architetto olandese con studio in via Montecchia 15, a Selvazzano Dentro. Si tratta di Willem Brower, 61 anni. Secondo l’accusa il professionista, perquisito ieri mattina e accusato di «turbata libertà degli incanti», si sarebbe adoperato per fare in modo che la gara per l’assegnazione dell’appalto del progetto del nuovo terminal del porto di Olbia, fosse vinta da Stefano Perrotti, uno degli arrestati e a Giorgio Mor, altro indagato. Lui si difende dicendo che in realtà per quel progetto aveva inviato solo un suo curriculum all’«Autorità portuale del Nord Sardegna», committente del lavoro.

Lupi e l’amico Incalza. I rapporto tra l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il principale attore nell’inchiesta, Ercole Incalza, sono molto stretti. In una telefonata intercettata il 28 dicembre del 2013, Incalza spiega tutte le opere iniziate o che stanno per iniziare al ministro che deve essere intervistato dal Corriere della Sera.

In questa intercettazione parlano anche della «Orte-Mestre» e della Pedemontana Veneta. Incalza ricorda a Lupi «…mi raccomando digli che la Pedemontana è ripartita grazie a noi…sarebbe stata ferma…io lo direi. I progetti, approvati dalla Regione, sono arrivati il 23 dicembre e nel 2014 appaltiamo».

Discorso diverso per la «Orte Mestre», nel tratto tra Ravenna e Mestre. «…No non è pronto, qui appaltiamo nel 2015…non prima…», dice sempre Incalza. I due poi parlano dei miliardi investiti e della necessità di aprire tanti piccoli «interventi per creare posti di lavoro… non importa se temporanei…», spiega il ministro Maurizio Lupi. E Incalza risponde «…sì ma poi se dopo due anni finiscono, sai che casino nasce…».

Carlo Mion

 

Superdirigente delle Infrastrutture in 7 governi è stato toccato da 14 inchieste

Il sacerdote dei Lavori pubblici

FIRENZE Il sacerdote delle “Grandi opere”, Ercole Incalza, superdirigente di sette governi diversi, burocrate sopravvissuto a cinque ministri e a 14 inchieste giudiziarie concluse a intermittenza con assoluzioni e prescrizioni, non è più intoccabile. Il dinosauro della Pubblica amministrazione capace di rimanere sempre al timone nonostante il vento, gli scandali, le vicissitudini di governo e i magistrati che negli ultimi decenni hanno provato a rincorrerlo, è in cella per corruzione.

Settant’anni compiuti il giorno di Ferragosto, due lauree – ingegneria e architettura – rappresenta la resistente longevità alle intemperie. Inossidabile. Porta Pia è stata casa sua per 14 anni. Nel 2005 il ministro Lupi lo definì addirittura «un patrimonio per il nostro Paese». Nel giorno più nero, invece, il governo si affretta a prendere le distanze dall’«ex» capo della struttura di missione delle Infrastrutture, il ricco ministero che ingloba trasporti e lavori pubblici: «È in pensione dal 31 dicembre 2014 e attualmente non riveste nessun ruolo o funzione, neanche a titolo gratuito».

Eppure sono passati appena 75 giorni da quando ha svuotato i cassetti e ha riconsegnato le chiavi dell’Alta sorveglianza delle Grandi opere. Il nome del supertecnico brindisino ricorre nei lavori più importanti su cui si è speculato negli ultimi 30 anni. Si affaccia nel mondo dorato degli incarichi pubblici verso la fine degli anni Settanta, grazie alle indiscutibili capacità ma anche alle entrature nella «sinistra ferroviaria» del socialista Claudio Signorile. Incarna il potere e l’incompiutezza della Tav in Italia. Dopo Tangentopoli torna alla ribalta con Pietro Lunardi per poi sedersi alla destra di Altero Matteoli.

Va forte Incalza, anzi fortissimo. Più veloce della Giustizia che vorrebbe processarlo per presunte irregolarità sul sottopasso fiorentino. Non è indagato ma il suo nome compare nell’ordinanza cautelare del Mose di Venezia. Sfiorato dalle indagini su Expo la sua carriera prosegue in un gioco ambiguo di chiaroscuri. La procura di Firenze acquisisce una copia del contratto di compravendita della casa in via Gianturco, di proprietà del genero Alberto Donati, che risulterebbe pagata per 520mila euro dal tuttofare dell’ambizioso costruttore Diego Anemone, quello del G8. Sembra una fotocopia del caso Scajola, ma Incalza non viene neppure interrogato dai pm. Donati tenta di spiegare: «Su suggerimento di Angelo Balducci tramite mio suocero contattai Zampolini». Il rogito venne stipulato dal notaio Gianluca Napoleone che alla Gdf ha detto di «non ricordare nulla». Di Balducci, l’ex Gentiluomo del Papa ed eminenza grigia dei grandi appalti di Stato, il notaio aveva però buona memoria: «È socio del mio stesso circolo di golf». Lo è stato. Prima di essere arrestato nel 2010. Un altro ex intoccabile bipartisan tirato giù dalla torre d’avorio.

Rocco Ferrante

 

No Tav: «Nessuna mela marcia, ma un vero sistema»

«Cittadine e cittadini non possono che ringraziare la magistratura per aver sollevato il velo che copre il corpo in decomposizione del mondo delle infrastrutture. Le inchieste non fanno altro che confermare più di un decennio di denunce». Così, in una nota, il comitato No Tav fiorentino commenta l’inchiesta sulle grandi opere. «Il quadro che ormai abbiamo sotto gli occhi è abbastanza chiaro: qui non si tratta di qualche mela marcia, come si affanneranno presto a dire molti esponenti politici, ma di una finestra spalancata su un sistema di malaffare», aggiunge la nota.

 

Il commento

RAPINA DA 60 MILIARDI OGNI ANNO

GIAN CARLO CASELLI

La corruzione costa al nostro Paese 60 miliardi di euro l’anno, cifra ufficiale calcolata dalla Corte dei Conti. Significa che per ogni cittadino italiano (neonati compresi) è prevista annualmente una vergognosa tassa occulta di mille euro.

Poi ci sono i costi non monetizzabili, quelli che riguardano la devastazione dell’immagine e della credibilità della nostra economia, con conseguente inesorabile allontanamento degli investitori stranieri.

E ancora, le rovinose ricadute sul nostro futuro, su quello dei giovani, con crescente sfiducia nella capacità delle istituzioni di operare per il bene comune.

La corruzione è una pratica purtroppo abituale, non riconducibile a un circuito delimitato per quanto esteso. Si tratta sempre più di un vero e proprio sistema. Per contrastarlo occorrono regole rigorose, non confuse e annacquate (come quelle attualmente in vigore), che riescano a rendere la corruzione non conveniente. Sia attraverso la definizione delle fattispecie penali, sia attraverso adeguate sanzioni (le interdittive sono le più deterrenti) e la certezza della pena.

Inoltre, poiché la corruzione è un fatto “interno” che si tende a tenere nascosto, è di decisiva importanza rompere questo sistema incentivando forme di “pentimento”, di collaborazione con la giustizia, che incidano sullo scellerato patto di solidarietà tra corruttore e corrotto.

Utilissimo può essere l’impiego di agenti provocatori, come si fa ad esempio per il traffico di droga, reato di gravità almeno pari alla corruzione. Servirebbe introdurre anche nel nostro ordinamento, con idonee gratificazioni, figure come i “whistleblower”, cioè suonatori di fischietto o vedette civiche capaci di segnalare e denunziare ciò che conoscono. Invece niente di tutto questo: la nostra politica continua a baloccarsi, a colpi di sofismi e veti incrociati, in buona sostanza ritardando – almeno fino a oggi – ogni tentativo (anche i meno audaci) di dettare norme più rigorose contro la corruzione.

L’obiettivo deve essere quello di combattere la corruzione disciplinando l’attività pubblica sul versante economico come una casa di vetro protetta da porte blindate. Prevedendo anche test di integrità per politici e amministratori, e non esitando a mettere fuori gioco chi abbia gravemente o reiteratamente sbagliato. Senza mai dimenticare che la corruzione non è soltanto questione di guardie e ladri, di delinquenti ed organi istituzionalmente chiamati a reprimere i reati. La corruzione è anche, se non soprattutto, impoverimento della comunità di cui ciascuno di noi è parte. Perché ci rapina risorse, che se invece le avessimo sicuramente vivremmo molto meglio.

Papa Francesco ha interpretato mirabilmente questi sentimenti con parole forti. I corrotti sono «putredine verniciata, devoti della dea tangente». La corruzione è «non guadagnare il pane con dignità», per cui ai figli dei corrotti tocca «ricevere come pasto dal loro padre sporcizia».

Sprezzanti la parole del Papa sulle nefaste conseguenze delle «cricche della corruzione, che con la politica quotidiana del “do ut des”, dove tutto è affari, producono ingiustizie che causano sofferenza». Chi paga per questo? Sostiene il Papa che «pagano gli ospedali senza medicine, i malati che non hanno cura, i bambini senza educazione».

Questi alcuni esempi di impoverimento causato dalla corruzione, una delle declinazioni della illegalità economica (altre sono l’evasione fiscale, che ci costa 120 miliardi di euro l’anno; e l’economia mafiosa, un business da 150 miliardi annui). È quindi evidente che ogni recupero di legalità, a partire dalla corruzione, è un recupero di reddito che ci conviene. La legalità è la strada giusta per affrontare i problemi economico/sociali che ancora ci affliggono. È la chiave per avviare percorsi di sviluppo economico ordinato, senza più costanti penalizzazioni per chi ha maggiore bisogno.

 

BEPPE Grillo «Ne vedremo delle belle, tutti in galera»

«L’hanno appena arrestato. Ora ne vedremo delle belle. Tutti in galera». Così Beppe Grillo su Facebook dopo il blitz dei Ros che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Ettore Incalza. Il leader di M5S ha poi twittato: «Subito legge anticorruzione». In rete anche un post del capogruppo Cioffi: «Le grandi opere in Italia hanno solo portato corruzione, infiltrazioni mafiose, sprechi e distruzione».

 

Belluno, il ministro Lupi difende l’alto burocrate di fronte ai sindaci

«Incalza tecnico autorevole»

BELLUNO  La domanda arriva, a bruciapelo, al termine di un incontro con i sindaci del Bellunese per parlare di grandi opere. Ad attendere un commento sull’indagine di Firenze, a quel punto, non sono solo i giornalisti. Di fronte agli amministratori il ministro Maurizio Lupi ribadisce che «l’ingegnere Ercole Incalza è una delle figure tecniche più autorevoli del nostro Paese». Un’esperienza tecnica ed una competenza internazionale che «gli sono riconosciute a tutti i livelli. Da parte del ministero, e del Governo intero, c’è la massima disponibilità per accertamenti e verifiche, auspichiamo non ci sia nessuna ombra».

Al momento dell’incontro, poco prima delle 13, non erano ancora emersi i dettagli dell’indagine in cui compare anche il nome di Luca Lupi. Poche ore dopo il ministro riferisce alle agenzie di stampa: «Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio» spiega all’Ansa, «non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato».

Certo è che la notizia dell’inchiesta «ci ha colpito tutti», ha spiegato Lupi, «siamo convinti che in questo Paese si debbano realizzare le grandi opere, devono essere realizzate in tempi certi e nella maniera più trasparente». Tanto che il ministro sta lavorando alla modifica del codice degli appalti.

Che il rapporto tra Lupi e Incalza fosse molto stretto lo testimonia anche una telefonata del settembre 2013 in cui l’ingegnere manifestava i suoi timori all’idea delle dimissioni del ministro, che avrebbe dovuto essere sostituito da Flavio Zanonato. Dimissioni poi respinte dall’allora premier Enrico Letta.

 

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