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Galan in carcere, cartelle cliniche sotto sequestro

Nel mirino della Procura, i certificati medici e le dimissioni lampo dall’ospedale

Nordio: lo stato di salute gli consentiva di andare in Parlamento per difendersi

SALUTE – Per l’ex governatore del Veneto cartelle cliniche con condizioni di salute molto allarmanti. Poi dimissioni a sorpresa dal nosocomio di Este

Cartelle cliniche sequestrate, inchiesta sulle dimissioni-lampo

COLPO DI SCENA – Uscito dall’ospedale tre ore prima del dibattito parlamentare

RICOVERO «Sospetta embolia polmonare in paziente diabetico»

L’IPOTESI – Drammatizzato lo stato di salute dell’ex governatore

IL “FATTO SINGOLARE” «Mentre alla Camera si parlava di rinvio, la direzione sanitaria aveva già firmato la lettera di dimissioni»

«Giancarlo Galan non può partecipare perché affetto da una malattia gravissima», tuonava poco dopo le 13 di martedì il deputato forzista Gianfranco Giovanni Chiarelli, relatore di minoranza contro l’arresto dell’ex governatore veneto. «Mi è stato segnalato dalla collega Biancofiore, che si è messa in contatto con l’onorevole Galan, che se ci fosse un rinvio, egli cercherebbe, sia pure con le stampelle, con l’ambulanza, di intervenire la prossima settimana…» gli aveva fatto eco Ignazio La Russa, di Fratelli d’Italia. Dibattito surreale a Montecitorio, perché in quel momento Giancarlo Galan era per tutti un paziente ricoverato, in condizioni perfino critiche, mentre in realtà aveva già in tasca da tre ore la lettera di dimissioni dell’ospedale di Este.
Colpa dei parlamentari, che si basavano sui certificati esibiti dal collega? O colpa di quei documenti sanitari che avevano avvalorato una situazione drammatica, perfino un rischio di vita per il deputato dopo la frattura alla gamba sinistra, una trombosi, la persistenza del diabete e l’ipertensione cardiaca? La Procura di Venezia, anch’essa colta di sorpresa dalle dimissioni firmate martedì alle 9.39, vuole vederci chiaro. Capire cos’è accaduto nella folta catena sanitaria in queste due settimane e mezzo. Ovvero da quando Galan è caduto nel parco di casa fino al momento in cui è stato dimesso dall’Unità Operativa Complessa di Medicina Interna.
Per questo ieri i finanzieri si sono recati a Este e all’ospedale Sant’Antonio di Padova. «Consegnateci la cartella clinica del paziente» hanno intimato. Nessuna ipotesi di reato, finora, ma la determinazione di verificare eventuali abusi per aiutare l’illustre uomo politico, atterrito dall’eventualità del carcere. Da parte sua l’avvocato Antonio Franchini, difensore di Galan, replica: «Sequestrino tutto quello che vogliono, i contenuti delle certificazioni sono assolutamente obbiettivi». Una guarigione improvvisa? «La prognosi rimane di 45 giorni, la situazione cardiovascolare si è stabilizzata grazie ai farmaci. Per questo è stato dimesso».
Eppure la drammatizzazione sulle condizioni di Galan è stata evidente. La risposta è in quelle cartelle, di cui ricostruiamo i contenuti. Con un’avvertenza, alcuni documenti sono dei medici curanti di Galan o di consulenti incaricati ad hoc. Altri delle strutture pubbliche che lo hanno curato.
FRATTURA. È il dottor Sergio Candiotto, ortopedico del Sant’Antonio di Padova, a certificare il 7 luglio di aver visitato Galan «sabato 7 luglio scorso» (c’è un evidente errore sul giorno, perché sabato era il 5 luglio). Il referto parla di «trauma distorsivo (in eversione) della caviglia sinistra» e spiega il «ritorno alla nostra attenzione per il forte dolore». La caviglia «è molto tumida». Prescrive una «valva ingessata per 40 giorni».
RADIOGRAFIA. Il 9 luglio una radiografia di controllo e il medico Luigi Tosques di Padova certifica una «frattura obliqua del malleolo peroneale», nonchè una «frattura con distacco di piccola bratta ossea del malleolo tibiale posteriore». La risonanza conferma.
PATOLOGIE. Il 9 luglio la professoressa Giovannella Baggio, direttore di medicina generale dell’Azienda Ospedaliera di Padova, certifica di avere Galan in cura dal 2013 per una serie di patologie (diabete, ipertensione…), con trattamenti farmacologici.
TROMBOSI. Galan sente dolore alla gamba e il 10 luglio il dottor Candiotto effettua il doppler venoso accertando una «trombosi venosa profonda». Prescrive «riposo assoluto con arto in scarico» e farmaci anti-trombosi. Galan è esaminato anche dall’angiologo Fabio Ceccato.
IL PRECEDENTE. Qui finisce il capitolo padovano. Ma Galan era stato visitato da Gaetano Crepaldi, professore emerito di medicina interna, nella sua villa il 14 giugno, dieci giorni dopo il blitz sul Mose e 20 giorni prima della caduta. È il medico che ha in cura Galan dal 2006 per diabete, obesità e ipertensione. Ed è Crepaldi a mettere nero su bianco il rischio più grave, dopo una «grave crisi ipoglicemica»: «L’insieme delle patologie può richiedere interventi urgenti da realizzare nell’arco di pochi minuti, al fine di evitare al paziente esiti debilitanti cronici o anche fatali».
«NIENTE CARCERE». Il primo riferimento all’incompatibilità con un’eventuale detenzione è nella relazione licenziata l’11 luglio dal dottor Paolo Moreni, specialista padovano in medicina legale, interpellato dalla difesa di Galan. Dopo l’analisi di diverse patologie e di prescrizioni, ecco la conclusione: «Ritengo che dette necessità diagnostico/terapeutiche, concrete e sussistenti, non siano realizzabili in regime carcerario».
RICOVERO D’URGENZA. La situazione precipita, secondo i certificati, sabato 12 luglio. Galan si presenta all’ospedale di Este. Viene ricoverato. Due giorni dopo il dirigente medico certifica che si trova in Unità Coronarica per «sospetta embolia polmonare in paziente diabetico con trombosi venosa profonda in esiti di recente frattura arto inferiore sinistro». Èla sintesi perfetta di tutti i precedenti, con l’aggiunta della sospetta embolia. Con questa documentazione i difensori chiedono al gip la modifica dell’arresto negli arresti domiciliari (richiesta respinta) e alla Camera il rinvio della discussione su Galan (accordato per due volte).
MEDICINA INTERNA. Giovedì 17 luglio Galan viene trasferito in Medicina interna. Sabato 19 i medici Lucia Anna Leone e Marianna Lorenzi attestano che è ancora ricoverato, confermando le diagnosi precedenti. Intanto venerdì 18 arriva da Milano il cardiologo Giulio Melisurgo che visita Galan privatamente e redige una relazione. I nuovi documenti vengono allegati lunedì 21 luglio alla nuova richiesta di rinviare il voto a causa del ricovero ospedaliero.
COLPO DI SCENA. Martedì 22 luglio, tre ore prima dell’inizio del dibattito a Montecitorio, l’ospedale dimette Galan. Non è guarito, porta il gesso, ma può curarsi a casa. Lo stesso paziente è stupito. Cominciano dietrologie e sospetti.

Giuseppe Pietrobelli

 

«Dimesso perché stava bene» Il “giallo” del medico milanese

La responsabile di Medicina di Este, Lucia Leone: «È stato visitato da un collega del S. Raffaele, di sua fiducia. Ma degli esiti promessi non abbiamo visto nulla»

I medici sostengono che Galan «è stato dimesso perchè stava bene»

I SANITARI Il cardiologo Scattolin: curato nel modo migliore, come tutti

Giancarlo Galan poteva e doveva essere dimesso dall’ospedale di Este. L’Ulss17, competente sulla struttura ospedaliera nella quale era stato ricoverato l’ex presidente della Regione nella serata di sabato 12, mette fine alle polemiche e ai misteri sulle dimissioni dell’altro ieri: a spiegare come siano andate le cose sono il primario di cardiologia, Giuseppe Scattolin, e la responsabile del reparto di medicina, Lucia Leone. Nel calderone di dieci giorni di visite, reparti blindati e guarigioni miracolose finiscono però anche il doppio certificato medico richiesto dallo stesso Galan. E soprattutto il sequestro delle cartelle cliniche dell’ospite eccellente, eseguito ieri mattina alle 10 dalle Fiamme Gialle e confermato da Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana. Sulle dimissioni è invece lapidario il cardiologo di fama internazionale Scattolin: «Se lo abbiamo dimesso – dice – evidentemente stava bene. Il paziente è arrivato qui ed è stato curato nel modo migliore, come tutti. Poi è passato in medicina e ha ultimato le terapie. Quindi è andato a casa, punto e basta. Sono state sparse informazioni sbagliate sul nostro lavoro». Resta comunque da chiarire l’episodio che vede coinvolto il cardiologo Giulio Melisurgo del San Raffaele di Milano. Questi si era presentato venerdì nel reparto di medicina, chiedendo di visitare Galan. «Noi non abbiamo chiesto alcuna consulenza cardiologica esterna – taglia corto la dottoressa Leone – mi sono ritrovata in reparto questo medico del San Raffaele che voleva andare nella stanza del paziente». Un rapido consulto con l’ospite eccellente ha permesso di confermare che il medico milanese era stato chiamato dalla famiglia Galan. «Il paziente – spiega il primario – voleva essere visto da un cardiologo di sua fiducia. Nessuno sa cosa si siano detti in quella stanza, e degli esiti che ci erano stati promessi non abbiamo visto nulla. Riguardo al presunto “tradimento” di Galan da parte di questo ospedale posso dire che il paziente era stato informato del fatto che nel momento in cui i parametri fossero stati regolari lui sarebbe stato dimesso subito, come accade per ogni altro paziente». Più chiaro di così.

Ferdinando Garavello

 

PROCURATORE – Il magistrato Carlo Nordio. «Giancarlo Galan – sostiene – poteva andare in aula. La sua patologia era compatibile con il trasporto a Roma». Ora i pm intendono sentire i medici

I DOCUMENTI – Una decina di medici avevano certificato: «Niente carcere»

STUPITO – Dietrologie e sospetti. Lo stesso Galan si dice stupito dall’evoluzione dei fatti

LA DIFESA – Sarà interrogato domani

Ricorso al Riesame: udienza il primo agosto

LA STRATEGIA – Concordata con i legali che chiedono la scarcerazione

LA DIFESA – Un documento per dimostrare la tesi del complotto

DOPO L’ARRESTO – L’ex governatore nel centro clinico del carcere di Opera

Notte in “cella” singola scrivendo il memoriale

Domani Galan non risponderà al gip, ma depositerà un dossier a cui lavora da settimane, svelando gli “omissis” con episodi inediti che riguardano l’ex segretaria Claudia Minutillo

IL REPORTAGE – L’ex governatore in “cella” singola scrive il memoriale

Nel primo giorno di detenzione, Giancarlo Galan scrive un memoriale, annunciando novità, per convincere il gip che nella cella camuffata da camera d’ospedale è finito per un complotto di persone che l’hanno tradito. A cominciare da Claudia Minutillo. Nel carcere di Opera, alla periferia di Milano, l’ex governatore del Veneto, privato del potere e della sua libertà, legge e pensa. Ma soprattutto rimugina su chi lo ha fatto finire in questo guaio, azzerando una lunghissima e ricca carriera politica. E su come dimostrare che le accuse sono frutto di un’invenzione interessata. Lo farà svelando, probabilmente, otto “omissis” sulla sua ex collaboratrice a Palazzo Balbi.
Per questo non ha smesso il lavoro di stesura di un memoriale che annuncia elementi inediti rispetto alla memoria difensiva che aveva inviato alla Camera, ma non ai Pm, come segno di contestazione contro la decisione della Procura di Venezia di non interrogarlo prima del via libera all’arresto. A quelle carte Galan ha cominciato a lavorare subito, dopo la retata del 4 giugno. Le ha arricchite durante la degenza all’ospedale di Este. Martedì, quando i finanzieri sono andati a prenderlo a Villa Rodella, ai piedi dei Colli Euganei, è cominciata per davvero la partita giudiziaria, finora giocata con dichiarazioni ai giornali e proclami in Parlamento. Una partita dura, spietata, una guerra di logoramento, quella che Galan sta già combattendo in una “camera di pernottamento”, com’è chiamata la stanza singola del Centro diagnostico terapeutico della prigione di “Opera” dove si trova dall’altra notte.
Galan ci è arrivato all’1, dopo il viaggio assistito da un medico e due infermieri, durato due ore e mezzo. L’ambulanza era scortata da un’auto della Polizia pemitenziaria e da due atuto della Finanza. “Opera” è una struttura imponente, moderna. Vi sono ospitati tanti famosi detenuti, come il compagno Primo Greganti e Gianstefano Frigerio, in attesa di giudizio per l’inchiesta sulll’Expo 2015. Per non parlare dei mammasantissima della Mafia, come Totò Riina. Perchè, al di là dell’aspetto ordinato e lindo del braccio sanitario dove il parlamentare è stato sistemato, e del trattamento da malato che riceve, quello è un carcere a tutti gli effetti, di massima sicurezza. Dopo aver trascorso una notte tranquilla e dopo i primi adempimenti medici, come il controllo periodico dell’evoluzione del diabete, ieri l’ex governatore si è messo al lavoro. Il memoriale è una specie di arma segreta che oggi finirà di leggere quando gli farà visita l’avvocato Niccolò Ghedini, anch’egli parlamentare di Forza Italia, nonchè storico difensore di Silvio Berlusconi, che lo assiste assieme all’avvocato Antonio Franchini.
I tempi lenti della detenzione consentono di calibrare le parole, studiare le mosse, preparare gli appuntamenti. Oggi l’avvocato, domani il giudice, il faccia a faccia con il gip. Non il veneziano Alberto Scaramuzza che lo ha spedito in carcere, ma la milanese Cristina Di Censo, delegata all’interrogatorio di garanzia. Galan ha deciso di resistere al carattere irruento e impulsivo che lo indurrebbe a replicare verbalmente alle accuse. Per questo tacerà, avvalendosi della facoltà di non rispondere. Eppure metterà sul tavolo un dossier pesante.
La firma è di suo pugno. I contenuti concordati con i legali. Quali gli elementi nuovi? Si può ipotizzare che siano indirizzati soprattutto verso i suoi accusatori, Giovanni Mazzacurati ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato dell’Impresa Mantovani e Claudia Minutillo, sua ex segretaria in Regione Veneto. È a loro che si riferiva quando, lasciando l’ospedale di Este, aveva dichiarato: «Sono incazzato, molto, ma molto, contro chi sapete». La memoria difensiva mai consegnata ai magistrati cominciava proprio con un affondo contro i tre che lo accusano di una colossale corruzione. Nel memoriale è probabile che rincari la dose e che cominci a svelare quegli otto “omissis” che appaiono nelle pagine del documento firmato il 20 giugno scorso. Galan aveva detto che avrebbe spiegato cosa contenevano solo al giudice. Ora è arrivato il momento. Chiarirà le ragioni «gravi e molteplici» che dopo quattro anni di collaborazione lo indussero a licenziare la segretaria. Ma ribalterà anche l’accusa di aver chiesto finanziamenti per Forza Italia, visto che i coordinamenti regionali non avevano capacità di spesa. E lo farà sempre riferendosi alla Minutillo, svelando le ragioni caratteriali e di comportamento che segnarono la frattura con la segretaria. Un capitolo inedito, un punto di partenza per una difesa che appare tutta in salita.

Giuseppe Pietrobelli

 

PROCURA – Il magistrato: la patologia era compatibile con il trasporto a Roma

Nordio: «Poteva andare in aula»

I pm vogliono capire le reali condizioni di salute. Verranno sentiti anche i sanitari di Este

Prima malato, con il rischio di conseguenze anche “fatali”. Poi dimesso in fretta e furia. I pubblici ministeri veneziani, che indagano sul caso Mose, vogliono vederci chiaro sull’evoluzione delle condizioni di salute di Giancarlo Galan. E così, dopo il sequestro delle cartelle cliniche nell’ospedale di Este, sentiranno anche i medici che, a vario titolo, si sono espressi sul paziente eccellente. Troppo contrastanti certe dichiarazioni che accennavano a un pericolo di vita, ancora prima della frattura, per poi arrivare alle dimissioni dell’altro giorno. La Procura, soprattutto, si affiderà al giudizio dei medici del carcere di Opera – una delle poche strutture che assicurano un’assistenza ospedaliera, scelta proprio per questo – per avere un giudizio più distaccato sulle condizioni dell’arrestato. Se non dovesse essere confermata la necessità di un ricovero, per Galan potrebbero aprirsi le porte di una normale cella.
Ieri il procuratore aggiunto Carlo Nordio è entrato anche nel merito della polemica sulla possibilità di difesa in Parlamento, che sarebbe stata negata Galan, sottolineando come proprio dalla lettera di dimissioni dall’ospedale di Este, acquisita agli atti, emerga una «patologia perfettamente compatibile con un trasporto in Parlamento per difendersi». La richiesta di rinvio per difendersi in aula sarebbe stata assolutamente giustificata se l’«impedimento fosse risultato assoluto» ha argomentato Nordio. Invece… «Le fotografie del diretto interessato con un piccolo gesso hanno fatto il giro d’Italia e ricordiamo che in Parlamento più di una volta sono andati parlamentari con l’ossigeno o in barella – ha ricordato il procuratore aggiunto -. Nemmeno noi sapevamo questo». Per Nordio è stato un «fatto singolare» che «mentre si svolgeva il dibattito alla Camera sul rinvio, era già stata firmata dalla direzione sanitaria dell’ospedale dove l’onorevole era ricoverato una lettera di dimissione» dalla quale emergeva, appunto, uno stato di saluto compatibile con la difesa a Roma. Una «vicenda abbastanza paradossale perché si è discusso sul nulla».
Ieri mattina, intanto, i difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini, hanno presentato ricorso al Tribunale del riesame contro l’ordinanza di custodia cautelare in carcere. Al momento la difesa sta ancora valutando se chiedere anche gli arresti domiciliari al giudice per le indagini preliminari che ha firmato l’ordinanza, Alberto Scaramuzza. Vista la struttura scelta per la detenzione, gli avvocati sarebbero intenzionati ad aspettare il giudizio del Tribunale del riesame. Con ogni probabilità il presidente Angelo Risi fisserà l’udienza per il 1. agosto. Già domani mattina, invece, Galan sarà interrogato per rogatoria nel carcere di Opera dal gip di Milano Cristina Di Censo.

 

A MILANO – Interrogato Meneguzzo. Tensione fra legale e pm

MILANO – Roberto Meneguzzo, l’ex ad di Palladio Finanziaria agli arresti domiciliari per l’inchiesta di Venezia sul Mose trasmessa a Milano, è stato interrogato ieri mattina dal pm Luigi Orsi. A chiedere l’interrogatorio, che in qualche momento avrebbe avuto toni accesi tra pm e legale, è stato lo stesso Meneguzzo. Tramite il suo difensore, l’avvocato Guido Alleva, il finanziere ha anche fatto ricorso al Tribunale del Riesame per chiedere la revoca dell’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari. Anche Marco Milanese, l’ex braccio destro di Tremonti, la cui posizione è stata trasmessa per competenza nel capoluogo lombardo, ha presentato istanza ai giudici del Tribunale della Libertà. Nella tranche milanese è indagato anche il generale in pensione della Gdf Spaziante.

 

IO, FELICE DELLA MIA “IDIOZIA”

Cacciari, che certo non amava il sig. Galan, dà dell’idiota a chi gioisce della sua carcerazione. Ebbene! Sono orgoglioso di essere un idiota, anzi lo sono ancora di più, perchè mi auguro che gli vengano confiscati la villa principesca, i soldi e quant’altro accumulato indebitamente. Poi la massima idiozia mi appartiene, se il signor Galan decadrà da parlamentare e verrà radiato da ogni incarico pubblico. Certa gente sta bene nelle patrie galere se ha rubato, esempio per tutta la gente, e ce n’è parecchia, che vive in maniera onesta e rispetta le leggi.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GRATIS ANCHE L’AMBULANZA

Mi potete spiegare perché il Governatore Galan è stato dimesso dall’ospedale e trasferito a casa con l’ambulanza visto che il problema era la gamba ingessata? I comuni cittadini, io compresa dopo l’ingessatura devono tornare a casa con la propria auto o con un taxi a proprie spese. E’ questa come al solito la consolidata differenza di trattamento?

Lettera firmata

 

Nuova Venezia – Galan in carcere a Milano

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

23

lug

2014

Galan in carcere a Milano

L’arresto nella sua villa dopo il sì della Camera alla richiesta della Procura di Venezia: 395 contro 138

A Este ricovero finito. L’ira dell’ex governatore quando lascia l’ospedale «Sono incazzato nero»

I pm dell’inchiesta mose. Soddisfazione per il voto.

La detenzione a Opera garantisce tutte le cure

La Camera spalanca il carcere a Galan

I deputati (395 sì, 138 no) autorizzano il tribunale di Venezia ad arrestarlo

Scintille centrodestra-M5S, Lega colpevolista, Boldrini “silenzia” La Russa

ROMA – Non è Alfred Dreyfus. Non è la vittima ignara di una persecuzione politica. Giancarlo Galan è imputato di gravi fatti di corruzione, l’inchiesta a suo carico poggia su elementi concreti e Montecitorio rifiuta di sottrarlo al carcere. Così, alle 14.28, dopo tre ore di discussione, la Camera autorizza il tribunale di Venezia ad arrestare il parlamentare di Forza Italia: 395 i deputati favorevoli, 138 i contrari, 2 le astensioni. Una maggioranza ampia e prevedibile, scalfita appena da qualche defezione “colpevolista” nel voto segreto. La giornata che spalanca le porte del penitenziario al padovano che per 15 anni si volle doge della Regione, inizia in conferenza dei capigruppo, dove Renato Brunetta chiede e ottiene che l’aula valuti uno slittamento della seduta, alla luce delle «gravi condizioni di salute del collega», impedito a presenziare al dibattito. L’istanza dà luogo alla prima schermaglia verbale tra Giulia Grillo del M5S ed Antonio Leone (Ncd). Lei contesta la «strumentalizzazione dilatoria in atto», rimarcando che l’onorevole indagato ha già esposto le sue ragioni in tre memorie difensive cui la Giunta ha dedicato quaranta giorni di approfondimento rispetto ai trenta regolamentari: «Rispettiamo la sua malattia ma l’immunità non coincide con l’impunità», conclude. Tagliente la replica dell’alfaniano: «È barbaro e vergognoso negare il diritto al contraddittorio a chi è allettato in ospedale, perché la presidente Boldrini non ha disposto un’indagine medica per fugare ogni dubbio? Stiamo parlando della galera per reati in gran parte prescritti e che in ogni caso le nuove norme puniscono con pene inferiori a tre anni, escludendola custodia in carcere». Tant’è. L’aula boccia il rinvio e il relatore di maggioranza,Mariano Rabino di Scelta Civica, apre il confronto di merito: «Questo non è un processo parallelo, dobbiamo soltanto verificare l’esistenza di un fumus persecutionis, l’istruttoria di Venezia investe fatti gravissimi e getta una luce sinistra sul Mose e i grandi appalti nel Veneto. Le carte rivelano un collaudato sistema di frodi fiscali e false fatturazioni, più testimoni sostengono che Galan ha intascato somme milionarie. Gli arresti hanno investito destra e sinistra, non c’è traccia di intenti persecutori. Diamo atto a Galan di grande correttezza: si è difeso nel processo, non dal processo, ma ora è doveroso concedere alla magistratura di operare. Semmai, è riprovevole che a soggetti rei confessi siano state comminate pene assai miti, che consentono loro di proseguire i rapporti con la pubblica amministrazione. Per i corrotti ci vorrebbe il Daspo, l’allontanamento coatto come per i violenti da stadio». Di tutt’altro avviso il forzista Gianfranco Chiarelli, relatore di opposizione che denuncia la «violazione di elementari principi di garanzia» e si scaglia contro l’emisfero semivuoto: «È sconsolante che gran parte dei deputati ignori la trattazione in corso e faccia capolino qui solo per alzare la mano, obbedendo a ordini di scuderia che mortificano il diritto e la coscienza». «Galan ha gravi responsabilità nella gestione delle grandi opere », ribatte Giulio Marcon di Sel «lui definiva delinquenti gli oppositori del Mose e, ironia della sorte, sollecitava la magistratura a incriminarli. Ora risponda delle sue azioni e il Governo sciolga il Consorzio Venezia Nuova». Nervi tesi. «Quanti pm d’aula improvvisati», graffia il berlusconiano Francesco Paolo Sisto, penalista di professione «ai Torquemada privi di titoli, ricordo che il codice in vigore prevede la cattura come extrema ratio allorché tutte le altre misure siano inadeguate. I pm hanno iscritto Galan nel registro degli indagati con grave ritardo, ledendo così le sue garanzie, il giudice ha rifiutato di ascoltarlo e ora paventa un pericolo di reiterazione del reato: vi sembra accettabile?». Il Pd, reduce dal caso Genovese, sceglie toni pacati ma evita tentennamenti; Sofia Amoddio e Anna Rossomando ribadiscono che l’assenza evidente di fumus e le motivazioni «rigorose» dell’ordinanza impongono di accogliere la richiesta della magistratura nel segno del «leale rapporto di collaborazione tra le istituzioni». «Questo non è un processo in contumacia e avremmo preferito che i giudici ascoltassero le ragioni di Galan », fa eco Claudio Fava (Libertà e diritti) «ma a Venezia la custodia cautelare è stata richiesta per tutti i presunti corrotti e la storia del Mose appare un’autobiografia della filiera criminosa di questo Paese». Lapidaria la Lega, con il veronese Matteo Bragantini che spende un minuto scarso per annunciare il sì all’arresto, suscitando irritazione nei banchi del centrodestra. A giocare l’ultima carta ci prova Ignazio La Russa, il presidente della Giunta per le autorizzazioni, che riferisce di un colloquio telefonico tra l’«amazzone » Michaela Biancofiore e Galan, con quest’ultimo disponibile a presentarsi in aula «magari con le stampelle» tra una settimana. Nulla da fare. «Abbiamo già escluso ulteriori rinvii», lo tacita Laura Boldrini. C’è il tempo per un’ultima bordata grillina, affidata a Marco Brugnerotto: «Mi auguro che il processo a Galan e ai suoi complici sia rapido e ponga fine alla metastasi che ha aggredito il Veneto». Si vota e in un giro di lancette cala il sipario. Il deputato della Repubblica Giancarlo Galan non è più un uomo libero.

Filippo Tosatto

 

Alle 20.17 l’arresto «Mi sento tradito»

Prelevato in ambulanza dalla villa di Cinto e trasferito a Opera

Nel pomeriggio aveva lasciato l’ospedale di Este: «Sono incazzato»

Prelevato in ambulanza dalla villa di Cinto e trasferito a Opera

Nel pomeriggio aveva lasciato l’ospedale di Este: «Sono incazzato»

CINTO EUGANEO – Alle 20.17 Giancarlo Galan è stato arrestato a Villa Rodella, la sua lussuosa residenza a Cinto Euganeo. La Guardia di Finanza gli ha notificato l’ordinanza di custodia cautelare per corruzione firmata il 4 giugno dal giudice delle indagini preliminari di Venezia Andrea Scaramuzza e divenuta esecutiva nel primo pomeriggio di ieri, dopo l’autorizzazione concessa dalla Camera. A prelevarlo, un’ambulanza con medico e infermieri scortata dalle vetture della polizia penitenziaria e dei carabinieri. Destinazione, il carcere milanese di Opera, dotato di un padiglione ospedaliero dove l’imputato di spicco dello scandalo Mose potrà ricevere le cure necessarie. Galan ha accolto i militari della Finanza nella stanza da letto (i medici, nel dimetterlo, gli hanno prescritto l’immobilità) e la procedura giudiziaria, avvenuta alla presenza di un difensore, è stata accompagnata dal commiato dell’arrestato dai familiari e da un’ultima visita medica accompagnata dalle prescrizioni terapeutiche. Il convoglio di auto, così, è partito alla volta del penitenziario lombardo mezz’ora dopo le 22, sotto una pioggia battente. La mattinata di passione. Un passo indietro, alle 15.17, quando l’ex governatore veneto lascia in sordina l’ospedale di Este. «Incazzato sono, ma tanto. Ma tanto», l’unica battuta rilasciata ai pochi cronisti che hanno eluso il suo tentativo di evitare microfoni e flash. Sono passati 48 minuti da quando la Camera ha votato l’autorizzazione al suo arresto: il deputato di Forza Italia imbocca un’uscita laterale e sale sull’ambulanza che lo porterà a villa Rodella, in attesa che la magistratura gli notifichi l’ordinanza di custodia cautelare. Soltanto la moglie accanto. Galan era ricoverato all’ospedale di Este – non senza polemiche – da sabato 12 luglio. Accolto in una delle otto camere di degenza all’Unità coronarica del reparto di Cardiologia, da tre giorni era stato trasferito nell’ala ovest di Medicina, al quarto piano. Il ricovero era arrivato in seguito alla frattura del malleolo della gamba sinistra, aggravato da una tromboflebite e dal diabete di cui l’ex ministro soffre da tempo. La seduta di Montecitorio è convocata alle 11, ma Galan decide di non seguirla. Nessun tablet, né televisore, né radio. La porta della stanza è chiusa e a tenergli compagnia c’è solo la moglie Sandra Persegato, giunta ben prima dell’orario di visita che comincia alle 12. A metà mattina arriva anche un giovane avvocato, collaboratore di Antonio Franchini, il penalista che lo assiste insieme a Nicolò Ghedini. Via via che all’ingresso del reparto si moltiplicano e i giornalisti e le telecamere, anche l’atteggiamento degli operatori ospedalieri si irrigidisce: il primario ordina che, nonostante l’orario di visita termini alle 13.15, le porte siano chiuse al pubblico, eccezion fatta per chi ha familiari in reparto. Entrano solo il difensore Franchini e un altro collaboratore. Le notizie da Montecitorio. Pochi minuti prima che la Camera si esprima, Franchini esce e confida: «Tra un’ora lo arrestano sicuramente. Questo non è un voto di coscienza, ma politico. Galan è teso ma è reattivo e battagliero, come sempre, e lo sarà anche dopo la sentenza ». Qualche attimo dopo si apprende che il parlamentare ha già in mano la lettera di dimissioni dall’ospedale,almeno da quattro ore. Contemporaneamente, alle 14.28, arrivano il sì all’arresto da Roma e l’annuncio che Galan sarà dimesso. Mentre media e curiosi si assiepano all’ingresso principale, il politico-paziente è scortato all’uscita attraverso un percorso secondario: esce in carrozzina, la moglie lo precede con due borse e ne va autonomamente. Lui, invece, sale su un’ambulanza del 118. «Incazzato sono, ma tanto. Con chi? Provate ad indovinare», le sue parole. Con Forza Italia, colpevole si non averlo adeguatamente difeso, soprattutto in Veneto? Con Pd e grillini che hanno fortemente voluto il suo arresto? O con l’Ulss 17 che ha firmato la lettera di dimissioni? Dice di sentirsi «tradito» e l’abbandono forzato dall’ospedale ha effettivamente un sapore strano. Este: sorpresa e polemiche. L’Azienda sanitaria diretta dall’amico (di Galan) Giovanni Pavesi aveva rischiato la faccia concedendogli il ricovero prolungato. Ieri mattina, a poche ore dal voto romano, il quadro clinico di Galan è improvvisamente migliorato: il controllo glicemico ogni quattro ore e le terapie per le apnee notturne, secondo il parere medico, potevano essere gestite anche a casa. Ora sarà curato nell’ala ospedaliera del penitenziario di Opera.

Nicola Cesaro

 

l’eco dei LORO LIBRI in aula

Citazioni per Mazzaro e Possamai

Due i libri di giornalisti veneti citati nel corso della discussione parlamentare culminata nel sì all’arresto di Galan. I padroni del Veneto di Renzo Mazzaro, definito «Un bel saggio anticipatore» dal deputato di Sel Giulio Marcon. E Il Nordest sono io, l’autobiografia galaniana in forma di intervista curata da Paolo Possamai: in quest’ultimo volume Marco Brugnerotto (M5S) ha colto la prova dello «Strettissimo rapporto» tra Galan e il suo «pigmalione» Marcello Dell’Utri, condannato a 7 anni per concorso esterno mafioso.

 

I pm: recluso a Opera perché sia curato

La Procura: nel carcere milanese cure assicurate. La difesa presenta ricorso contro il rifiuto del gip di disporre i domiciliari

VENEZIA – Sono partiti dopo le 19 dagli uffici del Nucleo di Polizia tributaria di Mestre non appena si è liberata un’autoambulanza e alcuni agenti della Polizia penitenziaria: i finanzieri sono arrivati a Cinto Euganeo, davanti a villa Rodella, intorno alle 20 e hanno notificato al parlamentare di Forza Italia Giancarlo Galan l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza per corruzione. Viste le condizioni di salute precaria, anche se nel pomeriggio i sanitari dell’ospedale di Este dove era ricoverato lo avevano dimesso e mandato a casa perché c’era bisogno del letto che occupava per un paziente da ricoverare con urgenza, era necessaria un’ambulanza con la Polizia penitenziaria, che è stata trovata ieri sera, e anche un medico. Il viaggio da affrontare, infatti, è stato piuttosto lungo, visto che l’indagato è stato destinato al carcere di Opera, vicino a Milano, l’unico assieme al penitenziario di Parma che nel Nord Italia è dotato di un vero e proprio reparto ospedaliero per i detenuti. E la Procura vuole garantire a Galan che venga curato per le sue patologie così come accadeva nel nosocomio di Este Nel primo pomeriggio si era sparsa subito anche negli uffici della Procura la notizia che la Camera aveva votato a favore dell’arresto di Galan, escludendo a grande maggioranza quindi che vi sia stato da parte dei magistrati lagunari un’azione persecutoria nei confronti dell’esponente politico del Centro destra ed ex presidente della giunta regionale veneta. Nessuna dichiarazione ufficiale ma un’evidente soddisfazione da parte dei pubblici ministeri che hanno coordinato le indagini della Guardia di finanza e che hanno già raccolto parziale conferme sulla bontà dei loro accertamenti prima dal giudice delle indagini preliminari, che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare, poi dai tre magistrati del Tribunale del riesame, che hanno sostanzialmente confermato – seppur mettendo in discussione le esigenze cautelari nei confronti di alcuni indagati – l’impianto accusatorio per quanto riguarda la ragnatela di corruzione ideata e portata a termine dai vertici del Consorzio Venezia nuova nei confronti di politici e pubblici funzionari. Ieri, intanto, uno dei difensori di Galan, l’avvocato Antonio Franchini ha depositato nella cancelleria veneziana l’appello contro l’ordinanza del giudice Alberto Scaramuzza in cui ha dichiarato il non luogo a provvedere per la richiesta di arresti domiciliari dell’esponente politico visto che era stata presentata prima che l’arresto avesse il via libera da parte del Parlamento. Toccherà decidere al Tribunale del riesame, ma rischia di rimanere una questione di principio, visto che ora l’ordinanza di custodia cautelare in carcere è stata eseguita. E, infatti, l’avvocato Franchini assieme all’altro difensore, Nicolò Ghedini, ieri ha già dichiarato di essere già pronti a chiedere al giudice gli arresti domiciliari e in secondo luogo a presentare ricorso al Tribunale del riesame e non solo sull’assenza totale delle esigenze cautelari nei confronti del loro cliente.

Giorgio Cecchetti

 

ESTE, DIRETTORE GENERALE NELLA BUFERA

Tante ombre sul ricovero

GIOVANNI PAVESI

Il manager nella bufera potrebbe dimettersi da direttore

PADOVA – L’ultima puntata della vigilia carceraria di Giancarlo Galan passa attraverso la ricostruzione di un infortunio in giardino, un ricovero ospedaliero «sospetto » e una improbabile richiesta di rinvio che ha reso ancora più plateale il sì all’arresto dell’ex governatore del Veneto. Il risultato? Un direttore generale sull’orlo delle dimissioni, una manciata di medici sotto accusa e un’uscita di scena che meno dignitosa non poteva essere per l’ex potente Doge. A seguito di un banale infortunio in giardino («stavo potando le rose»), su suggerimento dei suoi legali Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, Galan cerca di far slittare di qualche giorno il suo arresto. Una strategia che si rivela disastrosa, non solo per Galan. Nell’occhio del ciclone, adesso, ci sono il direttore generale dell’Usl di Este, Giovanni Pavesi (socio di Galan in una società di consulenza), accusato di aver chiuso un occhio sui dieci giorni di degenza ospedaliera, un gesso forse eccessivo per una frattura che probabilmente risale a cinque anni fa e il ritorno a casa in ambulanza, trattamento riservato non proprio a tutti i comuni mortali. Un ciclone che rischia di travolgere almeno un altro paio di dirigenti medici che avrebbe attestato le condizioni mediche di Galan. I fatti. Il 7 luglio Galan dichiara di essere caduto in giardino mentre pota le rose. Tra il 9 e il 10 luglio Galan si sottopone ad accertamenti medici: il 9 il radiologo del Sant’Antonio, Luigi Tosques, registra la presenza di una frattura al malleolo, mentre il direttore di Medicina Generale, Giovannella Baggio, attesta che Galan soffre di una serie di patologie (diabete, ipertensione arteriosa) e assume regolarmente molti farmaci. Il 10 l’angiologo Fabio Ceccato conferma inoltre la presenza di una «trombosi venosa profonda». Il primario ortopedico del Sant’Antonio, Sergio Candiotto, dopo aver prescritto una risonanza, sottoscrive il referto confermando la presenza di una «frattura pressoché composta del malleolo peroneale sinistro» formulando una diagnosi di 40 giorni. Gli viene applicato un gesso dal ginocchio in giù ma viene rimandato a casa. Nel pomeriggio del 12 luglio Galan si rivolge al reparto di cardiologia dell’ospedale di Este, guidato dal dottor Scattolini. Porta con sè una relazione cardiologica del dottor Giulio Melisburgo del San Raffaele di Milano. Accusa forti dolori cardiaci e il medico conferma, in questi casi, la possibilità di complicazioni cardiocircolatorie nel paziente affetto da tromboflebite e diabete. Per queste ragioni ne dispone il ricovero nella terapia intensiva della cardiologia. Il prolungato ricovero – dieci giorni – scoppia tra le mani del direttore generale Giovanni Pavesi, che non sa più che pesci pigliare: sollecita i suoi medici a dimetterlo ma la procedura richiede qualche giorno. Le dimissioni erano pronte sin da lunedì sera. Ma Galan se ne va giusto nel giorno del suo arresto. Rendendo inverosimile tutta la vicenda.

Daniele Ferrazza

 

MEDIOCRE USCITA DI SCENA

Gli ultimi giorni

Una recita che poco appassiona l’opinione pubblica, interessata a ciò che accadrà al processo

Anche i dogi nel loro piccolo s’incazzano. Succede a Giancarlo Galan, che tuona tutta la propria ira nel passare dalla condizione di ricoverato a quella di arrestato. E che così conclude nel più inglorioso dei modi una parabola di sapore veneziano, idealmente iniziata a Palazzo Ducale per concludersi ai Piombi. D’altra parte nella Serenissima, quella vera, a un doge venne perfino tagliata la testa per alto tradimento: successe a Marin Faliero, nel 1355, e il giorno dell’esecuzione diventò festa della Repubblica. Il suo declino inizia tuttavia ben prima dell’esplodere dell’inchiesta legata al Mose, ed è politico. Si manifesta in modo vistoso nel 2010, quando il governatore uscente lotta fino all’ultimo per ottenere il quarto mandato alla guida del Veneto, vedendosi sbattere sul naso tutte le porte: compresa la più importante, quella del suo mentore Silvio Berlusconi che sedici anni prima l’aveva passato dagli uffici di Publitalia a quelli della neonata Forza Italia. Le aveva provate tutte, Galan: perfino spedire un manipolo di imprenditori amici a braccare il Cavaliere in una saletta dell’aeroporto veneziano per implorarne la conferma. La Regione era stata lasciata alla Lega, che poi aveva però dimostrato sul campo di essersela guadagnata, con un sonoro 35 per cento e con un bruciante sorpasso sul Pdl. Nessuna sorpresa: era solo la conseguenza dell’irresistibile declino del partito azzurro, prima egemone in Veneto. Quel partito, in una terra visceralmente e geneticamente di centrodestra, negli anni precedenti era riuscito a perdere roccaforti ritenute inespugnabili, come Verona e Vicenza; a Padova era stato regolarmente spazzolato dal centrosinistra; per riuscire a riprendersi prima Verona e poi Padova ha dovuto ricorrere a due leghisti. Oggi, con le dimissioni ancor fresche d’inchiostro del sindaco di Rovigo, non amministra più neppure un capoluogo della regione. E in tutte le sette province è squassato da velenose faide interne. Galan sene chiama fuori, ma l’uomo forte del Veneto è stato lui. Del partito non si è interessato gran che, per usare un eufemismo; anzi, ha sparato a palle incatenate contro una serie di suoi autorevoli colleghi, da Tremontia Lunardi, da Brunetta a Sacconi. In compenso, si è lautamente auto incensato. La pesante vicenda giudiziaria che oggi lo investe è solo la spinta, probabilmente decisiva, a un fine corsa che era comunque già stato decretato sul piano politico. Un sipario che cala oltretutto in modo meschino. Galan, che all’inizio aveva definito ineccepibile il lavoro dei giudici, alla fine ha tirato fuori un “fumus persecutionis” a suo dire palese. Ha ottenuto un ricovero per una frattura a tibia e perone rimediata potando delle rose, e poi derubricata a infrazione a un malleolo. Ha esibito dichiarazioni mediche che manifestavano l’assoluta esigenza di rimanere fermo a letto in corsia, perfino adombrando rischi letali; poi ieri mattina ancor prima del voto della Camera è stato dimesso d’ufficio. Una mediocre uscita di scena, davvero, per uno che le scene era abituato a calcarle da primattore. Ma in ogni caso, una recita che poco appassiona l’opinione pubblica: alla quale interessa ciò che accadrà non in un carcere ma in un’aula di giustizia. Auspicando che si arrivi, e non in tempi biblici, a stabilire se siano fondate o meno le pesantissime accuse elevate nei confronti dei vari accusati, Galan incluso. E nella speranza che nel frattempo la beneficiata della prescrizione non sommerga la verità sotto le acque alte della vergogna.

Francesco Jori

 

LE GRANDI OPERE NELLA POLVERE

Il racconto

Quella “grandeur” da governatore destinata a terminare nella polvere

Nel 2010 Galan era all’apice della carriera e la politica delle grandi opere marciava a passo di carica

Qualche giorno fa diceva: «Temo vengano ad arrestarmi a casa, davanti alla mia bambina»

Un attimo dopo il voto della Camera, giravano già le battute via sms.«Se fossi Galan in carcere», scrive un veneto che ha avuto incarichi di prestigio e lo conosce bene,«non mangerei niente se prima non assaggiato sotto i miei occhi dal secondino. In particolare i caffè alla Sindona». Addirittura un parallelo con il bancarottiere siciliano ucciso in carcere con il veleno. Poi dicono che sono i giornalisti a lavorare di fantasia. Stiamo con i piedi per terra: più che il carcere è la paura del carcere che attanaglia Giancarlo Galan. Prima non doveva andarci perché era innocente. Poi non doveva andarci perché era ammalato. Lui e i suoi amici a costruire trincee, sempre arretrando. Fino a ieri mattina, quando l’ospedale l’ha dimesso nonostante i rischi della frattura, che in paziente diabetico con problemi cardiaci, gli impedivano di muoversi per 40 giorni. Galan va in carcere e farà quello che fanno tutti in carcere: aspettano di uscire. Nel frattempo magari potrebbe cercare di capire come ci è finito, senza raccontarsi pietose bugie. «Ho paura che vengano ad arrestarmi a casa, davanti alla mia bambina», diceva giorni fa ad un’amica di famiglia. «Non preoccuparti per la bambina, Giancarlo», gli rispondeva questa. «A lei penseremo noi, tu piuttosto tieniti su, solo alla morte non c’è rimedio ». Nessuno che l’abbia consigliato ad andarsene da quella villa dello scandalo, se davvero voleva il bene della bambina. Con la rabbia popolare che ha scritto da mesi «Galan ladro» sui cartelli stradali, con i fotografi appostati, i giornalisti che suonano alla porta e la moglie che replica «veneti ingrati ». Ingrati per che cosa, vivaddio? Difficile smontare dal senso di onnipotenza con cui si è convissuto per anni. Si fa l’abitudine che tutto è dovuto, tutto è permesso. Ma non è solo il potere che dà le vertigini. Giancarlo Galan ha l’esagerazione incorporata, lo sanno bene quelli che lo conoscono. In forma goliardica, da guascone simpatico, quando è di buon umore, in forma greve e dura da sopportare in altri momenti. Voleva fare il presidente del Veneto a vita. Ci stava riuscendo: sul finire della terza legislatura, vicino al giro di boa dei 15 anni di presidenza, dalle pagine del libro-intervista «Il Nordest sono io» si permetteva di distribuire ceffoni a destra e a sinistra, senza risparmio. Toni liquidatori, giudizi tranchant su avversari e colleghi di partito, sbertucciati per nome e cognome. Era maggio 2008 e solo uno con solide coperture politiche – veniva da pensare – poteva permetterselo. Berlusconi, che aveva non pochi problemi a comporre il nuovo governo per fare spazio a tutti gli appetiti, si ritrovò a fronteggiare per soprannumero le proteste dei vari Brancher, Cicchitto, Scajola (per citare solo alcuni nomi) messi alla berlina dall’intrepido Galan. Il quale non se ne curava e dava per scontata la rielezione nel 2010. Mai avrebbe pensato, all’apice del successo personale, che quella era l’ultima estate della grandeur galaniana. Anche se la politica delle grandi opere marciava a passo di carica: Passante, Rigassificatore e nuovo ospedale di Mestre già completati; nuovi ospedali previsti a Padova, nella Bassa Padovana e a Mestre con il Centro Protonico, un ospedale per forme rare di tumore; ampliamenti e ristrutturazioni in project financing avviati per gli ospedali di Treviso e di Verona; una serie impressionante di project stradali in cantiere, con il primo, la nuova autostrada Pedemontana, ormai appaltata; il Mose senza più ostacoli; il disinquinamento di Marghera cosa fatta con la Mantovani di Baita; il porto offshore in Adriatico portato avanti da Paolo Costa. Invece proprio Berlusconi, al quale Galan deve tutto (l’ha ripetuto un sacco di volte in 15 anni), lo stava sgambettando. L’accordo con Bossi per candidare Luca Zaia alla presidenza del Veneto, coglie Giancarlo impreparato. È l’estate del 2009, il presidente scompare. I suoi amici dicono che è in depressione, si sta facendo curare. Faticherà a rimettersi. Neanche la nomina a ministro dell’agricoltura e poi a ministro della cultura riesce a lenire il suo magone. Oggi sono ben altre le sue preoccupazioni. Chissà cosa ne pensa il suo vecchio maitre a penser, quel Luigi Migliorini avvocato in Adria, già segretario regionale del Pli negli anni Ottanta, alla cui scuola sono cresciuti assieme a Galan una piccola schiera di giovani liberali, da Niccolò Ghedini a Enrico Marchi, a Fabio Gava. Tutti «posizionati» da Giancarlo presidente del Veneto in posti di comando. Meno lui, il maestro: Migliorini rifiutò l’iscrizione a Forza Italia nel 1993 e la candidatura in Parlamento nel 2006. Lo racconta lui stesso in un libro appena uscito, «L’eccentrico liberale», pieno di storie controcorrente, di episodi al fulmicotone. Ne citiamo uno: «Durante la Tangentopoli del 1992 venne a trovarmi un Tizio dicendomi che aveva un progetto importante per il Polesine, che doveva passare al vaglio del Ministro dell’Ecologia Valerio Zanone, chiedendomi se potevo appoggiare la sua iniziativa. L’uomo aprì la cartella da cui pensavo estraesse il progetto e mi mostrò invece delle banconote, al che presi in mano la cornetta del telefono, sentendomi chiedere: «Telefona a Zanone?”. La mia risposta fu: “No, ai carabinieri”. Repentinamente il Tizio sparì con la sua cartella e non lo incontrai mai più». Per questo libro Giancarlo Galan ha scritto la post-fazione e nel mettere in risalto l’anima borderline di Migliorini cita, come riferimento contrario, il motto latino «in medio stat virtus»: «Gigi, questo di te nessuno lo potrà mai dire». Tutti quelli che conoscono l’autore sottoscrivono. Ma Migliorini sapeva dov’è il nord in politica.

Renzo Mazzaro

 

RIESAME: È difesa dall’avvocato coppi

Lia Sartori resta in arresto

VENEZIA – C’era anche Franco Coppi, l’avvocato che è riuscito a far assolvere Silvio Berlusconi per lo scandalo Ruby, ieri davanti i giudici del Tribunale del riesame di Venezia presieduto da Angelo Risi per convincerli a scarcerare l’esponente di Forza Italia Amalia Lia Sartori. Ma nel tardo pomeriggio il Tribunale ha confermato gli arresti domiciliari per l’ex europarlamentare, anche se alcune accuse mosse alla Sartori dal presidente del Consorzio Venezia Nuova sarebbero cadute. Lia Sartori è accusato di finanziamento illecito al partito per aver ricevuto in cinque diverse occasioni consistenti cifre da parte dei vertici del Consorzio. Il pubblico ministero Paola Tonini ha depositato uno stralcio dell’interrogatorio di Franco Morbiolo, presidente delle cooperative rosse, in cui afferma che era stato Giovanni Mazzacurati a fare pressioni su Pio Savioli e le cooperative perché contribuissero alla campagna elettorale dell’esponente di centro destra. Per i giudici del Tribunale, su due delle 5 “dazioni” da 50 mila euro le prove sarebbero insufficienti, mentre sarebbero provate le altre due da 50 mila euro e quella da 25 mila euro. Nei prossimi giorni le motivazioni della loro decisione.

(g.c.)

 

Gazzettino – Galan va in carcere

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23

lug

2014

L’ex governatore trasferito in prigione a Opera, vicino a Milano

Galan va in carcere e attacca: io tradito e accusa tutti

MOSE La Camera vota sì all’arresto. Parole di fuoco contro i suoi accusatori: sono molto incazzato

IL VERDETTO – La Camera vota sì all’arresto di Giancarlo Galan con 395 voti favorevoli. L’ex governatore va in carcere e in serata, dalla sua villa di Cinto Euganeo (Padova), viene trasferito nel reparto clinico del carcere di Opera, vicino a Milano.

LA REAZIONE – L’ex Doge, a chi gli è stato vicino, ha confessato di essersi sentito tradito. E contro i suoi accusatori ha detto: «Sono molto incazzato».

ORE 14.28 – L’Aula approva l’arresto

ORE 15.34 – Galan lascia l’ospedale

ORE 21.12 – Scatta il provvedimento

LA MAGGIORANZA – Con 395 favorevoli viene dato via libera alla richiesta dei Pm

GLI AVVOCATI – Franchini: «Oggi è stata scritta una pagina molto buia»

L’ARRESTO – In serata l’arrivo dell’ambulanza e il viaggio per Milano

Galan va in carcere

L’ira dell’ex doge:«Sono incazzato, voi sapete con chi»

CINTO EUGANEO – Il sole è tramontato da più di due ore dietro il Monte Lozzo, dopo aver colorato di rosa i Colli Euganei. Il sole tramonta sull’impero politico di Giancarlo Galan, Doge di Venezia per quindici anni, governatore del Veneto nella stagione delle grandi opere, potente come mai nessuno è stato dai tempi di Carlo Bernini. È un’ambulanza della Croce Verde, preceduta da un’auto della Polizia Penitenziaria, ad annunciare l’epilogo triste, faticoso, inutilmente esorcizzato a colpi di certificati medici. Villa Rodella di Cinto Euganeo è un’oasi di verde e di pace, Giancarlo Galan è in attesa che si compia il destino annunciato sei ore prima dal voto dell’aula di Montecitorio, che un po’ distrattamente, ma con una maggioranza inequivocabile, ha deciso che può essere arrestato, in quanto imputato di corruzione.
I sanitari restano nella lussuosa residenza per quasi due ore. Intanto il cielo si è imbronciato e una pioggia fitta ha cominciato a cadere. Le luci sono accese al piano nobile. Ad un certo punto si teme che il parlamentare sia stato colto da malore. Sembra che Galan non voglia staccarsi dalla moglie e dalla figlia, cercando di ritardare il più possibile il momento in cui, detenuto e malato, deve adagiarsi sul lettino dell’autolettiga, circondato dagli infermieri che sono venuti a prenderlo. È presente l’avvocato Giuseppe Lombardino dello studio Franchini. Un finanziere ha consegnato, come da rito giudiziario, l’ordinanza di custodia cautelare rimasta per un mese e mezzo in attesa di esecuzione.
Si apre il cancello alle 22.20 e il corteo si avvia verso l’autostrada, destinazione reparto clinico del carcere di Opera, a Milano. A Venezia il gip e la Procura hanno deciso l’arresto-soft, per evitare rischi sanitari. Niente cella, visto che fino alle prime ore del pomeriggio il detenuto era ricoverato nell’ospedale di Este. Ma neppure arresti domiciliari, come avrebbero voluto preventivamente gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Galan dormirà in carcere, seppure in un reparto che assomiglia a un ospedale. C’è tempo oggi perchè venga depositata la richiesta di modifica del regime detentivo, già respinta dal gip Alberto Scaramuzza, oltre al ricorso al Riesame.
Il giorno più amaro di Giancarlo Galan è stato interminabile. A chi gli era vicino ha confessato di essersi sentito tradito. Lo ha anche detto, alle 15, quando in carrozzella ha lasciato l’ospedale di Este. «Sono incazzato, non con voi, ma sapete benissimo con chi» ha detto ai fotografi che erano riusciti a intercettarlo, dimagrito, con il piede sinistro ingessato, mentre veniva spinto sull’ambulanza dell’Usl 17. I magistrati che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto? I medici che lo hanno inopinatamente dimesso tre ore prima che a Roma cominciasse la discussione sul suo arresto? I colleghi che non hanno avuto la pazienza o la libertà di aspettarne la guarigione per ascoltare le sue ragioni di vittima presunta di una macchinazione infernale? L’interpretazione autentica, trapelata in serata è diversa, anche se giudici, deputati e medici lo hanno in qualche modo messo in croce.
Il riferimento era ai suoi accusatori, che egli ritiene animati solo dalla voglia di uscire in fretta di galera (un anno fa) e di ottenere benefici giudiziari. I nomi non sono un segreto: Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita ex presidente dell’Impresa Mantovani, Claudia Minutillo, l’ex segretaria in Regione diventata imprenditrice. Sono loro ad aver messo nero su bianco che il Governatore era a libro paga, per favorire il Mose e i project financing in Veneto.
Giorno nero, cominciato malissimo. Alle 9, quando Galan è già in piedi da un pezzo, in attesa delle notizie da Roma, un medico del reparto di Medicina generale lo informa che la lettera di dimissioni è pronta. Dopo settimane di certificati sulle sue condizioni di salute precarie, al punto da chiedere rinvii del voto e da attizzare invettive contro il Parlamento che non lo voleva sentire, Galan si ritrova ex ricoverato con un tempismo perlomeno sospetto. Mancano ancora tre ore all’inizio della discussione in aula, dove una parte degli onorevoli dirà che è molto malato. Se poteva sperare nell’ombrello protettivo dell’ospedale deve ricredersi. La convalescenza può proseguire nella sua villa dorata.
Intanto i ritmi della Camera sono spietati. La riunione dei capigruppo non ha raggiunto l’unanimità sul rinvio richiesto in extremis da Forza Italia. Laura Boldrini rimette la decisione all’aula. Ma si capisce subito che non è aria di indulgenze. Giulia Grillo dei Cinquestelle: «La richiesta è pretestuosa». Sofia Amodio del Pd: «Galan ha diritto al rinvio? No, perchè è stato sentito in Giunta e ha presentato cinque memorie». Avanti di corsa verso la discussione. Alle 12.16 il destino di Galan è segnato: con 289 voti di differenza viene respinta la richiesta di soprassedere.
Ci riprova Antonio Leone del Nuovo Centrodestra, chiedendo l’inversione dell’ordine del giornoistabili. La differenza tra contrari e favorevoli sale a quota 348. La discussione diventa quasi una formalità. Il relatore Mariano Rabino di Scelta Civica spiega che contro Galan non c’è persecuzione giudiziaria. Il relatore di minoranza Gianfranco Chiarelli (Forza Italia) sostiene l’esatto contrario, prendendo atto dello scarso interesse dei deputati, visto che l’80 per cento degli scranni è vuoto.
L’affondo più efficace contro Galan è di Marco Brugnerotto dei Cinquestelle che legge le parole di un libro-intervista del governatore che, quand’era potente, elogiava Piergiorgio Baita, Lia Sartori, Marcello Dell’Utri, indicandoli come modelli di buona politica e buoni affari. Pietra tombale anche dal veronese Matteo Bragantini: «La Lega Nord ritiene che non ci sia fumus persecutionis». Partita chiusa, con un quasi burocratico pollice verso del PD: la richiesta di arresto è fondata, il Parlamento autonomo, il voto per l’arresto non è negazione di garantismo. Nessuna sorpresa nel segreto dell’urna telematica. A favore dell’arresto 395 deputati, contrari 138.
Un’ora dopo, alle 15.30, Galan lascia l’ospedale e va a casa. L’attesa è lunga. L’esecuzione rimandata in attesa delle notifiche da Roma. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini commentano: «Oggi si è scritta una pagina buia». Arriva una telefonata di Silvio Berlusconi. Poi i magistrati decidono per un arresto in qualche modo umanitario. «La Procura ha dato esecuzione al provvedimento cautelare nel pieno rispetto del primario diritto alla salute». La struttura milanese «si atterrà alla più scrupolosa e attenta osservanza delle disposizioni concernenti i detenuti malati». Ora la partita giudiziaria comincia per davvero.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL RETROSCENA – Da grave a quasi guarito il giallo delle due diagnosi

Il giallo della diagnosi cambiata in poche ore

di Giuseppe Pietrobelli

Che cosa è accaduto tra sabato 19 luglio, quando Giancarlo Galan era un paziente su cui incombeva una diagnosi preoccupata, e ieri mattina alla 9 quando i medici dell’ospedale di Este gli hanno messo in mano una lettera di dimissioni? Non gli hanno detto che è guarito e che ora può passeggiare nel bel parco della sua villa di Cinto Euganeo, tuttavia gli hanno spalancato le porte del reparto, con la prescrizione delle cure da effettuare a domicilio, poche ore prima che la Camera dei Deputati desse il via libera all’arresto. In quelle 72 ore qualcosa dev’essere successo nelle corsie del nosocomio dell’Usl 17 di Monselice, perché l’uscita in carrozzella di Galan è sembrata un fatto inatteso, dopo tanto can-can mediatico e politico legato alla gravità delle sue condizioni di salute.
Una risposta alla domanda sta in quei due certificati che portano la data del 19 e del 22 luglio, entrambi firmati da sanitari dell’Unità Operativa Composta di Medicina Interna e dalla Direzione Sanitaria dell’Usl (dove era stato trasferito giovedì da Cardiologia). Il primo certificava la degenze, il secondo vi poneva termine dopo neppure tre giorni. Una diversità di vedute tra medici sull’opportunità di tenere in carico un malato diventato in qualche modo ingombrante, anche perché di lì a poche ore avrebbe potuto subire una visita fiscale ordinata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza? Una valutazione di opportunità, di fronte a un possibile piantonamento dell’illustre paziente?
Difficile trovare il bandolo della verità su un mistero che avrebbe stupito lo stesso Galan, convinto che la degenza l’avrebbe protetto più di un ritorno a casa. Ma non solo. Qualche interrogativo se lo sono posti anche negli uffici giudiziari veneziani, che probabilmente non si attendevano le dimissioni dopo i fiumi di certificati medici allarmati. La verità ufficiale conferma che alle 9 di ieri Galan è stato informato delle dimissioni decise dai medici. Ha ricevuto la lettera più o meno attorno alle 9.40. Vi è scritto che deve rimanere immobile per 40 giorni dal 5 luglio, giorno in cui si è procurato una frattura cadendo in giardino, e che deve mantenere la gamba sinistra scarica. Non può camminare. Inoltre, dovrà essere monitorato ogni quattro ore per il diabete e seguire per tre mesi una terapia anti embolie. Il certificato di sabato scorso era stato firmato dalla dottoressa Lucia Anna Leone dell’Unità di medicina interna e dalla dottoressa Marianna Lorenzi della direzione sanitaria dell’Usl. Ribadiva la diagnosi contenuta nei precedenti certificati. Era stato redatto su richiesta di Galan che lo aveva inviato lunedì alla Camera. Eppure è venuto meno proprio il giorno in cui il voto si teneva. Anzi, tre ore prima dell’inizio.
La coincidenza non fa che aumentare i sospetti che tra i medici ci sia stata una riflessione approfondita sull’opportunità di tenere Galan ricoverato, con il rischio che a posteriori si scoprisse che poteva essere curato a casa, come attestato dalle dimissioni di ieri mattina. Dall’entourage di Galan si apprende che la decisione era in qualche modo stata ventilata dai medici. Ma perché allora firmare sabato un certificato di degenza sapendo che dopo due-tre giorni ne sarebbe venuta meno l’esigenza? Questa vicenda rischia di passare alla storia proprio per il numero di sanitari (una decina) che si sono occupati delle condizioni di Galan. Radiologi, ortopedici, angiologi, cardiologi ed esperti di medicina interna avevano confermato frattura, trombosi, diabete e ipertensione cardiaca, ora ribaditi nella lettera di dimissioni.

Giuseppe Pietrobelli

 

RABBIA E STUPORE – Galan si è detto furioso e incredulo per quella che ritiene «una doppia ingiustizia»: i due voti a lui sfavorevoli espressi dalla Camera dei deputati

Poi la Finanza lo trasferisce a Opera

LA PROCURA «Massimo rispetto del primario diritto alla salute»

PRESCRIZIONI – Controlli per il diabete e terapia anti-embolie

ULSS 17 Il direttore sanitario: «Trattato come un paziente qualsiasi. Ha chiesto lui l’ambulanza»

LA SVOLTA – Sabato valutazione preoccupata, ieri repentina dimissione

LA CADUTA – Dopo la frattura alla gamba 40 giorni di immobilità

A VILLA RODELLA – La mesta uscita in sedia a rotelle

A casa per poche ore prima del trasferimento

Gli insulti della gente davanti all’abitazione

La lunga giornata a villa Rodella a Cinto Euganeo inizia poco dopo le 15,30 quando Giancarlo Galan, appena dimesso e furibondo per le notizie arrivate da Roma, sotto il sole varca il cancello in ferro battuto a bordo di un’ambulanza. Sa che stavolta la permanenza nella sua lussuosa magione sarà molto breve, perché lo aspetta il carcere. Dall’interno della villa che ha ospitato Silvio Berlusconi il giorno delle nozze dell’allora governatore, si sente solo ogni tanto qualche porta sbattere. I balconi sono semichiusi e si intravvedono le tende tirate all’interno. Le uniche presenze sono quelle dei cani.
Villa Rodella, però, un tempo tenuta come una bomboniera, è in stato di palese abbandono: il giardino è trascurato e anche le rose, tempo fa orgoglio dell’ex ministro che le curava personalmente, sono appassite, a conferma che in casa Galan adesso i pensieri sono ben altri. Persino le auto, una’Audi A8, una Range Rover e una BMW Z4, sembrano in disuso. Sulla buca della posta ci sono diverse lettere intestate a Sandra Persegato, moglie dell’ex doge, e un plico di pubblicità. Quasi beffardi, sono rimasti dei fiocchi azzurri sulle inferriate, ricordo di qualche festa passata.
La gente è furiosa: c’è un continuo viavai di persone in bicicletta, a piedi e in macchina che passano e urlano di tutto in direzione dell’abitazione. L’augurio più benevolo e che le porte del carcere si aprano al più presto. Alle 18 Sandra Persegato apre il cancello ai carabinieri che entrano probabilmente per notificare l’ordine di arresto. Usciranno alle 19,21 assieme a un avvocato dello studio legale che difende Galan, per poi tornare subito dopo e ripartire ancora. Poco prima una signora bionda, forse una parente, esce dalla Villa in macchina e torna con la borsa della spesa piena. Alle 20 inizia l’ultima penosa fase. Arrivano l’ambulanza, preceduta e seguita dalle auto dei carabinieri e della Digos. C’è però qualcosa che non va. Le forze dell’ordine entrano ed escono con carte e faldoni, e l’imputato non esce. Verso le 21 i carabinieri si allontanano per ritornare poco dopo. Galan, in sedia a rotelle, dimagrito e molto provato, sale in ambulanza alle 21,12 sotto una pioggia battente: davanti c’è un’Alfa della polizia penitenziaria, dietro le altre due macchine delle forze dell’ordine. Il cancello in ferro battuto si chiude alle sue spalle.

 

«Arresto e dimissioni: coincidenze»

LO STAFF – Una decina di sanitari per l’incidente del 5 luglio

AGNOLETTO «Le condizioni di salute consentivano il ritorno a casa»

La mattina del giorno del giudizio è densa di misteri e sull’ospedale di Este, dove Giancarlo Galan è ricoverato da più di una settimana, si addensano nuvole di tempesta. Il reparto di medicina, nel quale l’ex governatore del Veneto è stato trasferito lunedì dalla vicina area cardiologica, è come sempre blindato e non c’è modo di sapere cosa sta accadendo al paziente eccellente. Che però ha già in mano il foglio di dimissioni alle 9.30 del mattino: gli ultimi esami clinici e i controlli di routine hanno confermato lunedì sera che il doge sta bene. O almeno è in condizione di lasciare l’ospedale per affrontare quel che lo aspetta. E qui è l’inghippo, perché secondo alcune fonti le dimissioni sarebbero state alla base di un durissimo scontro di natura medica e politica.
L’impressione che Galan sia stato «scaricato» aleggia comunque nell’ambiente, e una lamentela affidata agli amici dall’ex presidente della Regione lo confermerebbe. Dall’Ulss17 di Este e Monselice arriva invece una secca smentita sull’argomento. «Escludiamo assolutamente che ci siano stati problemi di questo tipo – fa sapere Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana – Galan è stato trattato come un paziente qualunque e le sue dimissioni sono state decise perché le condizioni di salute lo permettevano». I maligni sorridono inoltre di fronte alla coincidenza di orari tra la fuga dell’ex ministro, fatto uscire dalla porta sul retro del reparto, e il via libera all’arresto deciso a Roma. «Si tratta di banali coincidenze – sottolinea Agnoletto – in realtà il paziente ci aveva detto che sarebbe stato portato a casa dai famigliari, però nel pomeriggio ci ha chiesto di portarlo con un’ambulanza». A questo punto è scattato un trasporto interno e un’ambulanza, come da prassi, è stata messa a disposizione del paziente. Resta da chiarire se la richiesta di collaborazione da parte di Galan sia legata o meno all’esito della votazione che lo riguardava direttamente. «Galan è stato trattato come qualsiasi paziente – conclude il dirigente – nonostante i reparti in cui è stato ricoverato siano stati investiti in questi giorni da una vera e propria tempesta mediatica»

Ferdinando Garavello

 

L’ARRESTO – Giudici spiazzati dai medici ricerca frenetica del carcere

La Procura aveva ipotizzato una detenzione ospedaliera

Costretti in extremis a trovare un penitenziario attrezzato

È stata una giornata frenetica negli uffici della Procura di Venezia. Prima la notizia proveniente dall’ospedale di Este, con la dimissione a sorpresa di Giancarlo Galan, che fa ritorno a casa in ambulanza. Poi il voto della Camera che, in tarda mattinata, rigetta l’ennesima istanza di rinvio della discussione, motivata dalla difesa con l’impossibilità di muoversi del deputato sotto accusa… E, nel pomeriggio, il “sì” all’arresto del presidente della Commissione Cultura ed ex Governatore del Veneto.
I magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio non nascondono la sorpresa per l’improvvisa e inattesa decisione dei sanitari padovani: fino al giorno precedente le condizioni di Galan risultavano tali da non consentire il suo spostamento. Poi l’improvvisa dimissione, comunicata a Galan poche ore prima dell’inizio della discussione in Parlamento (e nel pomeriggio in Procura): cosa è cambiato in poche ore, si chiedono gli inquirenti? Cosa ha consentito ad un malato, definito intrasportabile, di fare rientro tranquillamente a casa? I pm che indagano sul “sistema Mose”, Stefano Ancilotto e Paola Tonini, restano negli uffici della Cittadella di piazzale Roma fino a tarda ora: prima per attendere la formalizzazione dell’autorizzazione a procedere appena votata, documento indispensabile per poter eseguire l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata lo scorso maggio dal gip Alberto Scaramuzza per il reato di corruzione. Poi per organizzare l’esecuzione. La Procura può provvedere subito all’arresto, ma anche attendere, come ha fatto nel caso dell’ex eurodeputata Lia Sartori, alla quale la notifica degli arresti domiciliari è avvenuta il giorno seguente all’avvenuta decadenza dal Parlamento europeo. In un primo momento pare che la soluzione scelta sia la seconda. Ma forse è soltanto un modo per “depistare” i giornalisti. Per le 19.30 è annunciato un comunicato stampa, che però non verrà mai diffuso. I magistrati sono impegnati nell’operazione più delicata: la scelta del carcere nel quale disporre la detenzione dell’ex Governatore del Veneto. Decisione non necessaria fino a poche ore prima: se fosse stato ancora ricoverato in ospedale, infatti, Galan sarebbe rimasto lì, piantonato dalle forze dell’ordine. Le condizioni di salute evidenziate da numerosi certificati medici consigliano la detenzione in un carcere dove siano presenti idonee strutture di cura, e i penitenziari attrezzati a tal fine si contano sulle dita di una mano.

 

Si chiude il ventennio del padre-padrone del Veneto

Travolto dal Mose, ma già scaricato dalla politica

L’ARRESTO dell’ex doge

IL POLITOLOGO – Feltrin: «Per le Regioni il momento più basso dalla loro istituzione»

IL BILANCIO – Dalla Pedemontana al Passante, la stagione delle grandi opere

L’era dei dogi è finita Galan non lascia eredi

L’ANALISI – Fine di un’epoca l’ultimo doge cade senza eredi

L’era dei Dogi è finita, sentenzia Roger De Menech, deputato e segretario del Pd del Veneto. Con il via libera all’arresto di Giancarlo Galan, si è chiusa «l’epoca» che dagli anni Novanta al 2010 ha visto un uomo solo al comando, incontrastato padre-padrone del governo del Veneto, dove non si muoveva foglia se non lo diceva il Doge. Un “titolo onorifico” assegnato anche a Carlo Bernini a Gianfranco Cremonese, ultimi eredi della Dc, e al forzista Galan. Tutti hanno caratterizzato il Potere, salvo, poi, cadere, a vario titolo, nella rete della giustizia.
La compagnia si allarga oltre i confini regionali. Il lombardo Formigoni, il campano Bassolino, il ligure Burlando, l’emiliano Errani sono stati l’emblema della forte rappresentanza della Regione amministrata. Un ruolo che a tutti è costato caro, con le obbligate dimissioni oppure con la mancata riconferma alla carica di governatore. Il Potere logora chi ce l’ha? Vanno distinte le vicende giudiziarie con quelle che hanno caratterizzato la gestione della cosa pubblica. Ovvio. Ma il confine è labile. Per Paolo Feltrin, politologo e docente all’università di Trieste, «i governatori degli ultimi 20 anni sono stati il frutto della ventata regionalista iniziata dopo Tangentopoli del ’93». Le Regioni sono state caricate di un ruolo inedito fino ad allora, diventando una sorta di “chiave di volta” per risolvere i problemi del Paese. Autonomia e federalismo all’esasperazione. Ora, le vicende giudiziarie che interessano governatori in carica o ex, fanno dire a Feltrin «che per le Regioni è il momento più basso della loro cinquantennale storia». Anche perché a Bruxelles, dall’iniziale Europa delle Regioni, si sta passando a quella delle Nazioni. Addio ruolo politico, alle Regioni resta la funzione di attuatore del decentramento amministrativo.
In tutte le regioni, con l’onda dell’autonomia, i presidenti sono stati lo snodo dei grandi affari, perché legittimati dall’elezione diretta e dalla mancanza di un limite ai mandati, ora previsto. E quasi tutti hanno avuto a che fare con i giudici.Sono le toghe ad essere anti-politica? Difficile. Piuttosto, imprenditori, legislatori, amministratori, partiti dovrebbero dare risposte a tre domande. La sintesi di Feltrin: è trasparente il sistema del finanziamento ai partiti?; forse c’é qualcosa di strano nel sistema degli appalti (lo dice anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, nell’accusa a Galan)?; non manca la conoscenza, da parte dell’amministratore pubblico, della reale definizione dei prezzi base per gli appalti, tanto che ogni volta pare che qualcuno se li aggiudichi a caso?
Con la vicenda Galan è finita l’epoca dei Dogi e delle Regioni con forte potere di confronto con lo Stato? Stando all’attualità, la riforma del Titolo V della Costituzione voluta da Renzi, riporta al centro molte competenze ora in coabitazione. Ma non c’é una causa effetto, per Daniele Marini, direttore scientifico del centro studi Community Media Research: «Il riordino istituzionale non deriva dal malaffare, ma dal venir meno delle mancate risposte date ai territori da parte di chi li governa». Politicamente «veniamo da una lunga stagione di ForzaLeghismo, caratterizzata dalla duplicazione in chiave regionale del governo nazionale, favorevole, quest’ultimo ad esaltare il ruolo della gestione dei territori». Con le ultime “mazzette”, è iniziata a calare la forza che alimentava le autonomie regionali e comunali. La causa? «L’incapacità delle forze politiche e istituzionali di autoriformarsi».
Eppure, qualcosa di positivo anche Galan può segnarlo nel “capitolo successi”: Passante, il Mose stesso che lo ha portato in carcere; avvio della Pedemontana; lo scontro con Roma sorda alla voglia di fare in proprio del Veneto. «Liberandosi dai sentimenti – concorda Feltrin – è il giudizio storico a dare i “voti”».
Di sicuro, il caso-Galan segna uno spartiacque anche politico, per Forza Italia e il centrodestra. «La potenza del ruolo dell’ex governatore – ragiona Marini – ha iniziato ad affievolirsi da quando ha lasciato la Regione, con conseguente calo elettorale del Pdl per il venir meno del coagulo periferia-partito nazionale». Non così la Lega, che in tempi rapidi ha saputo rigenerarsi grazie alla capacità di avere “costruito” chi potesse sostituire la vecchia guardia. Questo è il neo che identifica l’era dei governatori targati Fi-Pdl: l’accentramento del Potere e la presunzione che mai ci sarebbe stato bisogno di un successore, quindi era inutile crearlo.
Cosa sarà di Forza Italia? Per Marini tutto il sistema politico è in subbuglio. Anche in Veneto «non è automatico che l’affermazione del Pd alle elezioni europee determini un ribaltone alle regionali del 2015». Sono troppe le variabili per definire il domani del centrodestra in termini di alleanza. Per Feltrin, va messo in conto che Fi abbia bisogno «di una nuova traversata del deserto» come già avvenuto a fine anni Novanta. In fondo «il bipolarismo genera ciclicamente la necessità di rigenerarsi».

Giorgio Gasco

 

MALAFFARE IN VENETO

Berlato: «Col sì all’arresto di Galan presto la verità»

VICENZA – (ro.la.) «Con questo voto si è fatto un importante passo in avanti per restituire ai cittadini il diritto di sapere come sono stati sperperati i loro soldi e da chi sia composta la cricca malavitosa che, trasversalmente ai partiti sia di centrodestra che di centrosinistra, ha ammorbato il Veneto negli ultimi quindici anni». Ieri la Camera ha dato il via libera alla richiesta di arresto, partita dalla procura veneziana nell’ambito dell’inchiesta Mose, nei confronti dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, e Sergio Berlato commenta così la decisione dell’aula di Montecitorio. L’esponente di Fratelli d’Italia, ex compagno di partito del forzista Galan e uno dei primi a denunciare il presunto sistema del malaffare in Veneto, è convinto che le indagini «faranno emergere le responsabilità di tutti coloro che hanno fatto parte e che continuano a fare parte del sistema del malaffare». Di più: per Berlato siamo solo all’inizio. «Abbiamo motivo di ritenere che il Mose fosse solo la palestra dove gli appartenenti del malaffare si esercitavano per mettere a punto un sistema da applicare poi in molte altre opere classificate come di pubblica utilità». A esempio? «Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergerà presto la verità sul modo in cui è stata gestita e continua ad essere gestita la sanità in Veneto. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità sul come sono state gestite le principali opere infrastrutturali, iniziando da quelle viabilistiche. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità di chi ha applicato il sistema del project financing in salsa lombardo-veneta».

 

RIESAME «Gravi indizi», Lia Sartori resta agli arresti domiciliari

Confermati gli arresti domiciliari per Lia Sartori, l’ex eurodeputata di Forza Italia accusata dalla Procura di Venezia di finanziamento illecito ai partiti. Lo ha stabilito il Tribunale del riesame respingendo il ricorso della difesa e confermando l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha ritenuto che vi siano gravi indizi di colpevolezza in relazione ad un contributo elettorale in bianco di 25mila euro, versato dal Consorzio Venezia Nuova alla Sartori per tramite di altre società, nonché in relazione a due dei quattro contributi in nero che l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzcurati, ha detto di aver versato all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto.

 

Nuova Venezia – Nuova custodia cautelare per Milanese

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22

lug

2014

OSPEDALE DI ESTE: TRASFERIMENTO A MEDICINA

E il paziente lascia il reparto “blindato” di Cardiologia

ESTE – Dal reparto blindato di Cardiologia al ben più frequentato di Medicina. Cambio di letto per Giancarlo Galan, ospite “eccellente” dell’ospedale di Este: da due giorni l’ex governatore veneto, al centro della bufera Mose, è stato trasferito nel reparto di Medicina dell’ospedale di via San Fermo. È qui che Galan accoglierà, questa mattina, la sentenza della Camera sulla richiesta di custodia cautelare per corruzione avanzata a suo carico dal giudice di Venezia Alberto Scaramuzza. È qui che saprà, dunque, se nel suo futuro c’è omeno il carcere. Da sabato 12 luglio Galan era ospite di una delle camere di degenza all’Unità coronarica del reparto di Cardiologia dell’ospedale di Este, diretto dal primario Giuseppe Scattolin. Il ricovero era arrivato in seguito alla frattura diuna gamba, aggravato da una tromboflebite e dal diabete di cui l’ex ministro soffre da tempo. Per una settimana il reparto, una sorta di terapia intensiva da otto camere, è rimasto blindato e accessibile solo ai familiari dei degenti e ovviamente dello stesso Galan. Avvicinarsi al capezzale del “malato speciale” era impossibile. Dallo scorso fine settimana, tuttavia, Galan è salito di tre piani, e dal primo di Cardiologia è stato trasferito al quarto di Medicina. Qui i corridoi del reparto – da poco diretto da Lucia Anna Carmela Leone, la prima donna primario dell’Usl 17 – sono decisamente meno “off-limits”: 50 posti letto, distribuiti in stanze da 2-4 letti, organizzati in due sezioni. E, soprattutto, senza particolari limitazioni di accesso, come invece avveniva nell’Unità coronarica. Galan si trova in una stanza dell’Ala Ovest, la cui porta è perennemente chiusa. Arrivarci è semplice, anche se infermieri e personale sono stati istruiti a dovere dalla dirigenza dell’Azienda sanitaria: curiosi ed estranei, giornalisti compresi, vengono invitati ad allontanarsi ed evitare contatti con Galan e con gli altri pazienti del reparto. L’ex ministro non ha compagni in camera: la solitudine sembra essere l’unico “comfort” concesso all’onorevole, che in stanza non ha nemmeno la tivù. Pare che l’assenza della tivù sia una volontà dello stesso politico padovano, che per evitare di apprendere aggiornamenti sulla sua vicenda giudiziaria non vuole neppure ricevere quotidiani e giornali. Unico collegamento con le cronache è la moglie Sandra Persegato, che approfitta di quasi tutti gli spazi di visita per raggiungere il marito.

Nicola Cesaro

 

Nuova custodia cautelare per Milanese

Palladio, Meneguzzo si autosospende

Il cda di Palladio Finanziaria Spa ha accolto l’«autosospensione a tempo indeterminato» di Roberto Meneguzzo, l’ex presidente indagato nello scandalo Mose; «Il cda esprime il riconoscimento e la massima solidarietà nei confronti del dottor Meneguzzo», fa sapere il presidente di Palladio Roberto Ruozi. A proposito di Mose: il gip di Milano De Marchi ha confermato la nuova richiesta di custodia cautelare avanzata dai pm per Marco Milanese, l’ex parlamentare Pdl e braccio destro di Giulio Tremonti arrestato lo scorso4 luglio; decade così il ricorso al Riesame di Venezia del 24 luglio.

 

MILANO – Il gip milanese Carlo Ottone De Marchi ha confermato la misura cautelare a carico di Marco Milanese, ex parlamentare ed ex consulente di Giulio Tremonti, quando era ministro dell’Economia. Milanese, che resta così in carcere, è accusato di corruzione per aver ricevuto 500 mila euro dal Consorzio Venezia Nuova per favorire lo sblocco di finanziamenti del Cipe per il Mose. La sua posizione è finita a Milano assieme a quella di Roberto Meneguzzo, amministratore delegato e vicepresidente della società vicentina Palladio Finanziaria. Proprio ieri Meneguzzo, che è ai domiciliari, si è autosospeso a tempo indeterminato dalle cariche. Il cda ha preso atto di tale decisione.

 

LE INDAGINI – Impegnativa l’analisi dei file sequestrati

Nel computer dei servizi segreti molti misteri ancora da decifrare

MESTRE – La perquisizione nella sede dei servizi segreti bloccata per una quindicina di ore e il braccio di ferro tra gli 007 veneti e la Procura della Repubblica di Venezia. Cosa c’era nel computer della sede padovana dell’Aisi, l’Agenzia informazioni e sicurezza interna, che i finanzieri hanno sequestrato il giorno del blitz dell’inchiesta Mose? I misteri di quei file al momento sono ancora tali, visto che il rapporto del Nucleo di polizia tributaria di Mestre non è ancora pronto per i pubblici ministeri che hanno dovuto occuparsi non solo di tangenti, ma anche di depistaggi, tentativi di interferire nell’inchiesta, soffiate e spiate.
Evidentemente i documenti da decrittare, inerenti l’indagine, sono più numerosi e complessi di quanto si sospettasse. Di certo non vi sono informazioni che potrebbero riguardare il segreto di Stato, paventato in un primo tempo dal colonnello Paolo Splendore, responsabile dell’Aisi a Padova. Per il semplice fatto che il 4 giugno scorso, quando tale ipotesi venne adombrata per evitare la perquisizione, dal palazzo di giustizia di piazzale Roma la replica fu perentoria. Non ci si poteva opporre. E fu talmente convincente da indurre un funzionario a salire sul primo aereo per raggiungere Padova, dove aveva presenziato alla cernita dei documenti. Sono stati acquisiti solo quelli inerenti i filoni dell’inchiesta.
La perquisizione aveva riguardato anche la casa di Splendore (che non è indagato), perché una sua figlia è stata assunta in una società legata alla Mantovani. Per Piergiorgio Baita era quasi un’ossessione avere in anticipo notizie su possibile verifiche fiscali o accertamenti giudiziari. E c’è da dipanare una ragnatela di interventi, soprattutto a Roma, da parte di strani personaggi (alcuni finiti in carcere) che sarebbero stati lautamente pagati da Baita o Mazzacurati per fornire informazioni.

G. P.

 

MOSE. MILANESE E GALAN PERCORSI SIMILI

Spesso, trattando dei fatti del Mose, ma anche di altri casi simili, si fa riferimento ai “misteri” che riguardano la vita dei rituali incriminati. A me sembra che il “curriculum” di molti imputati sia press’a poco lo stesso, anche se gli episodi variano da personaggio a personaggio. Marco Milanese, dopo aver militato per un po’ di tempo nella Guardia di Finanza e aver acquisito alcuni preziosi segreti della burocrazia statale, diventa amico e sodale dei potenti, nel nostro caso del ministro Tremonti, poi fa il gran salto con l’elezione a deputato del Pdl e si mette al sicuro con prospettive “politiche” insospettate. Cercare i suoi programmi a vantaggio del bene comune, sarebbe fatica improba. Anche per Galan vale l’amicizia dei potenti, il voler navigare sempre in alto loco, nonché in modo temerario. E’ forse illusione immaginare che i nostri imputati possano raccontare ai giudici, alla Giunta, o alla stessa Camera, come sono andate veramente le cose e anche il “sistema” di cui sono stati parte integrante?

Luigi Floriani –  Conegliano (Tv)

 

il manager racconta: gli avvocati volevano che mi operassi

Quei 15 mila euro ai due cardiologi per la visita in carcere a Baita

VENEZIA – Come si dice, al cuore non si comanda. Né in versione lover, né in versione thriller. Marcello Dell’Utri, per esempio, era già cardiopatico in Italia ma ha un grosso attacco di cuore in Libano, proprio quando arriva la richiesta di estradizione. Mentre lo rimpatriano tiene bassa l’ansia informando che chiederà di fare il bibliotecario in carcere. Coincidenza, anche Giancarlo Galan, ricoverato per improvvisa cardiopatia, ha detto la stessa cosa: «Ho paura del carcere, se dovessi andarci mi rifugerò in biblioteca». Soffre di cuore Renato Chisso, che si è portato in carcere le pastiglie con le quali tiene a bada il cuore ballerino, dopo il principio d’infarto che l’ha preso lo scorso settembre. E’ sofferente Giovanni Mazzacurati, il «grande burattinaio» del Mose che sarà il grande testimone a carico dei coimputati, quando si farà il processo. L’ingegnere si sta facendo curare in California, dove ha una casa e dove aveva previsto di ritirarsi a fine carriera. Ma nel suo caso, più che il cuore è responsabile l’età e Mazzacurati ha sempre preferito farsi curare da medici americani. Come Gianni Agnelli, che si fidava solo degli ortopedici del centro traumatologico di Aspen, nel Colorado. E’ iperteso l’ingegner Piergiorgio Baita, (foto) che da libero cittadino controllava la pressione con i farmaci, senza problemi. Come molti. In carcere le sue condizioni si aggravano e diventano critiche dopo il secondo interrogatorio, quando la linea suggerita dagli avvocati difensori Piero Longo e Paola Rubini (mai collaborare con i giudici) porta allo scontro con i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. A quel punto la difesa chiede una perizia medica. Baita viene visitato nel carcere di Belluno dov’è rinchiuso dal professor Gino Gerosa, cardiochirurgo del Centro Gallucci di Padova e da Claudio Rago, direttore del centro regionale trapianti. E’ lo stesso Baita che lo riferisce nell’interrogatorio del 17 giugno 2013, assistito non più da Piero Longo e Paola Rubini ma da Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli, perché ha cambiato avvocati. Questa storia è già stata raccontata ma non interamente e non con la voce dei protagonisti. Per Baita bisogna stare al verbale del 17 giugno 2013, perché non ha nessuna voglia di tornare sulla vicenda. Quel 17 giugno i pm gli chiedono: lei prima si avvale della facoltà di non rispondere, poi rende un interrogatorio negando praticamente tutto, poi cambia avvocati e inizia a collaborare. Aveva ricevuto pressioni per non parlare? «Non so se la parola pressioni è corretta», risponde Baita. «Io avevo contatti solo con i miei avvocati e dopo l’ultimo interrogatorio mi avevano proposto: non rendiamo altri interrogatori, facciamo un’operazione all’aorta sulla base dello stato di salute, fissiamo la visita e poi il ricovero al Centro Gallucci… E’ stato per quello che io ho preso paura, insomma non mi pareva che ci fosse il motivo». I pm insistono per capire bene: lei aveva intenzione di farsi operare, il suo medico di fiducia le aveva mai prospettato l’intervento all’aorta? «Ma assolutamente», risponde Baita. «Anche i cardiologi che sono venuti mi hanno misurato la pressione, non mi hanno visitato, eh! Mi hanno misurato solo la pressione e l’hanno trovata, tra l’altro, regolare ». Quindi tutta la visita che doveva portare all’operazione chirurgica è stata la misurazione della pressione? «Sì. E anche con un parcella importante di 15.000 euro», conclude Baita, di fronte ai pm increduli. I due cardiologi non hanno nessuna voglia di commentare. Il professor Gerosa è infastidito: «L’entità della parcella è assolutamente falsa, abbiamo fatturato allo studio Longo e Rubini, chiedete a loro la cifra. Ci avevano domandato una consulenza legale, la visita non preludeva all’intervento chirurgico ma a valutare la compatibilità con il carcere. Non mi interessa smentire né aggiungere altro». Claudio Rago precisa che si è trattato di attività libero professionale intra moenia, fatturata attraverso l’Azienda Ospedaliera: bisognava studiare la documentazione preesistente, predisporre la relazione, minimi e massimi delle parcelle sono previsti sia dall’Ordine che dall’Azienda, tutto in regola. Lo studio Longo parla attraverso l’avvocato Gianni Morrone: la rinuncia alla difesa dell’ingegner Baita deriva dalla scelta di non collaborare con la procura, tutto il resto sono fantasie. Ma una cosa Gianni Morrone ce la dice: la parcella chiesta dai due cardiologi è stata di 6.000 euro ciascuno. Per due, più le tasse, si arriva ai 15.000 di cui parla Baita. Pagati direttamente all’Azienda Ospedaliera, che in questi casi si trattiene in 20%. Sono sempre 2400 euro. Con tutto il denaro delle tasse sperperato, è bello sapere che qualcosa torna a casa.

Renzo Mazzaro

 

DIROTTATI DA GALAN

Legge speciale: i fondi andarono al Marcianum

La fine del Marcianum creato dal cardinale Scola fa affiorare un retroscena del 2008: la Regione governata da Galan dirottò, per quel progetto, 50 milioni di fondi della Legge speciale originariamente destinati al disinquinamento della laguna.

Marcianum e Salute salvati con 50 milioni dirottati dalla Regione

Erano i fondi della Legge speciale per il disinquinamento

L’ex governatore veneto disse: non ci occupiamo solo di Mose

Il gioiello creato dal cardinale Scola non sta più in piedi dopo lo scandalo del Cvn

VENEZIA – E’ saltato come un castello di carte, sotto i contraccolpi politici e istituzionali dell’inchiesta sui fondi deviati per il Mose, l’ambizioso progetto della Fondazione Studium Generale Marcianum che l’allora Patriarca di Venezia (dal 2002 al 2011) e ora arcivescovo di Milano Angelo Scola aveva edificato in pochi anni, dalla fine del 2007, con l’appoggio determinante della Regione guidata allora da Giancarlo Galan e l’appoggio strategico di aziende come il Consorzio Venezia Nuova, il cui presidente di allora Giovanni Mazzacurati fu dall’inizio anche presidente del Consiglio di amministrazione. La decisione obbligata presa ora dal nuovo Patriarca di Venezia Francesco Moraglia di “smantellarlo”, chiudendo – dopo quello che era già avvenuto per il polo scolastico delle medie e del liceo – anche la Facoltà di Diritto Canonico, l’Istituto Superiore di Scienze Religiose e il Convitto Internazionale, facendone solo un istituto di ricerca, è la fine della “creatura” di Scola. E non a caso il nuovo Patriarca -con un’evidente chiamata di corresponsabilità nei confronti del suo predecessore per la situazione che gli ha lasciato in eredità – si è recato a Milano, come ha tenuto a far sapere, per chiedere al cardinale se volesse lui, e a sue spese , “salvare” il Marcianum, ricevendone ovviamente un rifiuto. E se, come ha sottolineato in questi giorni lo stesso Scola, i fondi erogati dalla Regione e dalle imprese a favore del Patriarcato per il Marcianum sono stati regolarmente approvati da quelle istituzioni, è però nel clima dell’uso improprio dei fondi per la salvaguardia di Venezia che il polo culturale ecclesiastico in laguna si è fondato ed è poi affondato. Lo dicono le cronache, visto che la Regione decise anni fa di sottrarre per la prima volta 50 milioni di euro di fondi della Legge Speciale per il disinquinamento della laguna, di cui è chiamata a occuparsi, per destinarli appunto tutti al Patriarcato di Scola, per il restauro del Palazzo Patriarcale di Piazzetta dei Leoncini, per quello della Basilica della Salute e soprattutto per la ristrutturazione del Seminario Patriarcale della Salute, destinato a ospitare il Marcianum, trasformato in un complesso polifunzionale con una foresteria da 70 camere con bagno, destinate agli ospiti del polo universitario. Più che un restauro, una nuova destinazione del complesso, con spazi anche di ristoro, sale multimediali, biblioteca, spazi espositivi e sale congressi. Anche l’intervento per il Palazzo della Curia, più che a un restauro in senso stretto, rispose a una filosofia di modernizzazione di tutto l’edificio, prevedendo anche qui una foresteria, uffici e nuove sale di accoglienza. Di fronte alle polemiche per l’uso “improprio” di quei fondi girati al Patriarcato, Galan non fece una piega. «È la dimostrazione» dichiarò, «che la Regione non si occupa solo del Mose, ma ha a cuore anche la salvaguardia monumentale della città». E la Regione – socio fondatore dell’istituzione – con lui, non lasciò più solo il Marcianum voluto da Scola, anche per la «realpolitik» del cardinale nel mondo del cattolicesimo e delle comunità mediorientali, aggregate intorno alla rivista «Oasis» nel nome del suo celebre slogan del “meticciato di civiltà”. Con un provvedimento del 2008, infatti, Palazzo Balbi decide subito di stanziare 250 mila euro all’anno, dal 2009 al 2011 per il sostegno delle attività del Marcianum, prelevandole dal capitolo destinato alla formazione professionale. Finanziamenti per il funzionamento del Marcianum furono assicurati annualmente anche dal Consorzio Venezia Nuova e dalle altre aziende che hanno accompagnato la nascita del polo. Fino alla partenza di Scola per Milano. Il sistema istituzionale e imprenditoriale creato intorno al Marcianum dall’attuale arcivescovo di Milano che ne aveva consentito l’ambiziosa creazione e lo sviluppo si è di fatto dissolto con l’uscita di scena di Galan – il grande “alleato” – e con il suo addio a Venezia. Un polo culturale crollato, perché – come ha detto ora Moraglia – non poteva «dipendere a doppio filo dagli sponsor ». Pubblici o privati.

Enrico Tantucci

 

Gazzettino – Mose, il ruolo dei servizi segreti

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20

lug

2014

L’INCHIESTA – Sequestrato un computer, ma solo dopo l’intervento di Nordio e l’arrivo di un alto funzionario da Roma

Mose, il ruolo dei servizi segreti

Nel blitz del 4 giugno alla Finanza fu impedito per ore di perquisire la sede Aisi di Padova

RETROSCENA – L’ombra dei Servizi segreti nello scandalo del Mose. Nel blitz del 4 giugno gli uomini della Guardia di finanza che dovevano perquisire la sede Aisi di Padova furono lasciati fuori per 14 ore.

BRACCIO DI FERRO – Situazione sbloccata dopo un deciso intervento del Pm Nordio. Finì con il sequestro di un computer alla presenza di un funzionario degli 007 giunto da Roma.

007 I Servizi Segreti sono stati tirati in ballo da Piergiorgio Baita nel verbale di un interrogatorio del 2013. Proprio i “Servizi” si sono opposti per ore alla perquisizione ordinata dal procuratore

SCANDALO in laguna

IL BLITZ DEL 4 GIUGNO – Il colonnello Splendore tenne fuori i finanzieri dagli uffici Aisi di Padova

LA TRATTATIVA – Intervento del pm Nordio e uno 007 partì da Roma. Il via libera dopo 14 ore

Mose, perquisizione bloccata. Braccio di ferro Servizi-Procura

L’ombra dei Servizi segreti nello scandalo del Mose. Salta fuori anche questo dall’inchiesta condotta dalla Procura della Repubblica di Venezia. Particolari rimasti finora segreti e che il Gazzettino racconta in esclusiva.
Della presenza inquietante di “spioni” veri o presunti si sapeva già perchè lo stesso Piergiorgio Baita, l’amministratore delegato della Mantovani, il “genio” delle tangenti, aveva raccontato di aver pagato fior di milioni di euro in consulenze “spionistiche”.
In un verbale di interrogatorio del 6 giugno 2013, Baita rivela: «..nel corso di una colazione che Cicero mi organizzò a Roma vidi la presenza del generale Pollari e di altre persone ed immaginai che quegli ambienti a cui Cicero facesse riferimento potessero essere riferiti ai Servizi o quanto meno Cicero avesse la possibilità di mettersi in contatto con i servizi.» Cicero è Alessandro Cicero, responsabile di un giornale, “Il Punto”, in qualche modo in contatto con i Servizi segreti. Alla “fanzine” di Cicero, Baita verserà oltre 2 milioni di euro, convinto che Cicero sia in grado di fornirgli informazioni certe su quel che sta combinando la Procura veneziana.
Ed ecco che cosa succede all’alba del 4 giugno 2014, quando scatta il mega blitz che porterà in galera 34 persone e farà conoscere al mondo intero il “sistema Mose”, fatto di mazzette e corruzione. Sono le 4 del mattino e i Finanzieri si presentano sia a casa del colonnello Paolo Splendore (Baita ha assunto la figlia in una società controllata da Mantovani) che nella sede padovana dell’Aisi – Agenzia informazioni e sicurezza interna – che Splendore dirige. Ma il colonnello non ha alcuna intenzione di lasciare che i Finanzieri mettano le mani sulle sue carte e sui computer dell’Aisi. Alle 4 del mattino i Finanzieri chiamano al telefono Stefano Ancilotto, il p.m. dell’inchiesta Mose. «Non ci lascia effettuare la perquisizione, invoca il segreto di Stato, dottore, che facciamo?»
Ancilotto non ha dubbi: «Restate lì. Non vi muovete. Vi richiamo». Alza il telefono e parla con il Procuratore aggiunto Carlo Nordio, che coordina le indagini. «Sì, me la ricordo la telefonata. E mi ricordo di essermi messo in contatto con Roma. Mi hanno passato un funzionario dei Servizi, adesso non chiedetemi il nome che non me lo ricordo. Però era un funzionario in grado di decidere, questo sì. Io gli ho spiegato che non potevamo certo lasciar perdere e, dunque, che la perquisizione doveva essere eseguita. Dopo un po’, mi ha chiesto di essere presente e io ho detto di sì. Del resto si sa che un computer, anche quello di casa nostra, contiene un sacco di dati sensibili, figuriamoci un computer dei Servizi segreti. Per cui ho detto di sì e la perquisizione so che è iniziata alle 7 di sera». I Finanzieri hanno aspettato nella sede dell’Aisi di Padova dalle 4 del mattino fino alla 7 di sera. «Sì, il funzionario in questione ha preso un aereo per arrivare a Padova e lo abbiamo aspettato. Lo ripeto, fa parte delle garanzie che è giusto offrire a chiunque. A noi interessavano certe cose e solo quelle parti abbiamo sequestrato. So che la perquisizione poi è stata interrotta e ripresa la mattina dopo».
Nordio era stato diplomatico, ma fermissimo. E quel che non dice il magistrato che nel 1992 ha condotto la prima inchiesta sulla Tangentopoli Veneta, è che aveva fatto capire chiaramente che la Procura di Venezia non si sarebbe fermata. E se a qualcuno fosse saltato in mente sul serio di utilizzare il segreto di Stato, forse era meglio che fosse cosciente che si esponeva al ridicolo. Come si fa ad invocare il segreto di stato in una inchiesta sulle mazzette?
Ma l’episodio, soprattutto nei suoi dettagli, racconta di quante forze si siano mosse per bloccare l’inchiesta sul Mose. I vertici del Consorzio Venezia Nuova e l’amministratore delegato di Mantovani, Piergiorgio Baita, del resto non facevano mistero nelle telefonate e nelle intercettazioni ambientali della loro capacità di “sapere” che cosa bolliva in pentola in Procura a Venezia e i magistrati un po’ alla volta si erano fatti un’idea precisa, tant’è che la mattina del 4 giugno 2014 le manette scattano anche ai polsi del generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, mentre un anno prima era stato arrestato il vicequestore di Bologna, Giovanni Preziosa, perchè era entrato nel database delle forze dell’ordine senza autorizzazione ed aveva passato le informazioni a Baita. Dunque c’era al lavoro una vera e propria macchina dello spionaggio che lavorava contro l’inchiesta. I p.m scopriranno che indagati come Baita riuscivano ad avere anche copia dei verbali di interrogatorio, quelli che restano chiusi nell’ufficio del p.m., quelli che non ha nemmeno l’avvocato difensore. E anche Mazzacurati in una intercettazione ambientale diceva che sapeva perfettamente che lo stavano intercettando. «Anche una volta che sono andato a parlare con Gianni Letta, mi hanno beccato”. E adesso la Procura cercherà di capire esattamente chi, come e quando ha fornito agli indagati le informazioni segrete sull’inchiesta.

Maurizio Dianese

 

Mose, è un mostro di ferraglia che ha danneggiato l’ecosistema lagunare

Ritengo che il gravissimo scandalo relativo ai lavori per la costruzione del Mose sia la conseguenza di uno scandalo ancora più grande: la costruzione del mostro Mose. Il Mose, non ancora finito e costato finora 6 miliardi di euro pagati dai contribuenti onesti, è un mostro di ferraglia che ha danneggiato l’ecosistema lagunare. Non si sa quando e se finirà e con tutta probabilità non servirà a salvare (?) la nostra amata Venezia dall’acqua alta. In compenso fa ingrassare le imprese che lo costruiscono che, per far chiudere gli occhi a politici corrotti e dirigenti pubblici disonesti, gli hanno dato parte del bottino. È un peccato che non ci sia più la Repubblica Serenissima che gli avrebbe puniti in modo esemplare.

Giorgio Trinca – Mestre

 

Il sottosegretario alla Giustizia Ferri: pronte le norme per allungare la prescrizione e introdurre l’autoriciclaggio

Il procuratore Luigi Delpino: «Apprezzo la cautela di Cantone sul commissariamento Cvn»

PADOVA – ll commissariamento del Consorzio Venezia Nuova? Giuridicamente complicato e quindi non auspicabile. Il procuratore della repubblica di Venezia Luigi Delpino condivide la prudenza con cui il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone ha affrontato la questione durante la sua visita a Venezia. Il Mose non è l’Expo di Milano. E nel colloquio in Procura giovedì scorso Delpino, Adelchi D’Ippolito e i pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini hanno illustrato nei dettagli com’è nata l’inchiesta che ha fatto scattare i 35 arresti disposti dal gip Scaramuzza. «La corruzione non è servita per vincere gli appalti, ma per ottenere i soldi dal Cipe», ha spiegato il procuratore Delpino: è da questo assioma che si deve partire per capire lo scenario del tutto particolare dello scandalo Mose, l’opera più complicata mai realizzata in Italia, che va assolutamente conclusa entro il 2016. Un eventuale commissariamento stile Maltauro-inchiesta Expo Milano, potrebbe essere disposto solo per le aziende che fanno parte del Consorzio Venezia Nuova, costrette a «retrocedere » lo 0,2% degli importi dei lavori per creare i fondi neri con la sovraffatturazione. Il Cvn è un ente di diritto privato che gode di una concessione pubblica a carattere di monopolio senza obbligo di bandire gare d’appalto per il Mose: da 30 anni è così. Si può intervenire con la revisione della concessione con un provvedimento che ne modifichi le caratteristiche, come auspicato da Raffaele Cantone. Uno scenario che sarà affrontato in tempi rapidi dal governo con una legge ad hoc, come ha sottolineato il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, ieri a Padova per un convegno. Insomma, dopo aver soppresso il Magistrato alle Acque, il premier Renzi risolverà anche il«nodo» Cvn. Sottosegretario Ferri, che idea si è fatto del Mose? «Il problema appalti e corruzione non riguarda solo il Mose e il governo l’ha affrontato con l’ultimo decreto legge che ha aumentato i poteri dell’Anac. Bisogna puntare sulle prevenzione e rivedere il meccanismo delle deroghe. C’è un codice farraginoso che viene applicato solo per i piccoli appalti e invece per le grandi opere si procede con le deroghe, con gli effetti perversi che conosciamo. Ciò vale per l’Expo e il Mose ma la prima deroga risale a Italia 90». Il governo come intende intervenire sulla revisione del falso in bilancio e sulla prescrizione, che rischia di vanificare il lavoro della magistratura. «Il governo non ha perso tempo e intende presentare un disegno di legge che riveda completamente l’istituto della prescrizione: tra l’altro è stata istituita con il premier Letta, la commissione Fiorella che ha già depositato una relazione con una serie di proposte su cui stiamo lavorando. Poi ci sono le iniziative parlamentari, che vanno analizzate». Proprio di questo discutete nel convegno di Padova: siparte dal ddl Grasso? «Il ddl del presidente del Senato Grasso considera la prescrizione solo per alcuni reati mentre il governo intende mettere ordine a tutti i reati con una disciplina organica. Per quanto riguarda il falso in bilancio e l’autoriciclaggio, noi abbiamo pronto un pacchetto contro la criminalità economica: ci saranno misure più incisive sulla confisca dei patrimoni illeciti della mafia. Ci vogliono norme più efficaci sulla confisca immediata mentre il reato di autoriciclaggio va previsto solo nei confronti di chi reinveste i proventi del profitto illecito, a patto che sia davvero la stessa persona».

Albino Salmaso

 

Mose, lo scandalo travolge l’Università del Patriarcato

Venezia, fondi finiti: Moraglia chiude i corsi, la società editrice e la Facoltà di diritto canonico
del Marcianum, voluto e fondato da Scola.

Le decisioni “approvate” da Santa Sede e Papa

VENEZIA – Via libera dal Pontefice «Un atto non scontato da parte della Santa Sede»

Attraverso una lettera, il 19 giugno, il Pontefice ha determinato il disimpegno della diocesi dal Marcianum, così come deciso dal patriarca

L’ANNUNCIO SU GENTE VENETA – Senza sponsor e con più costi impossibile andare avanti

Lo scandalo travolge l’università della Curia Soldi finiti, stop ai corsi

Rotti i rapporti con il Consorzio Venezia Nuova, il Marcianum taglia e si trasforma

Il patriarca Moraglia aveva chiesto al predecessore Scola di farsene carico: niente da fare

LA NUOVA FONDAZIONE – Si è dimesso anche Chiarotto storico patron di Mantovani

L’incontro non deve essere stato facile. E non solo per un delicato problema di “timore reverenziale” tra un principe della Chiesa come il cardinale Angelo Scola e monsignor Francesco Moraglia, suo successore come Patriarca di Venezia. Di sicuro, però, lo scambio di opinioni tra i due uomini di Chiesa nella sede milanese dell’Arcivescovado, deve essere stato molto franco. Così schietto e risoluto che, alla fine, è stato tracciato il classico rigo: addio all’esperienza della Fondazione Marcianum come “polo educativo e di formazione cattolica” in quel di Venezia.
Moraglia, nella veste di Gran Cancelliere della Fondazione, che da tempo si è trovato a sbrogliare la matassa dei costi di questo “think tank” ideato nel 2006 dal suo predecessore sulla cattedra di San Marco, ha messo sul piatto della bilancia non solo la questione Marcianum, ma anche rivelato le difficoltà economiche e finanziarie dell’ente all’indomani del “terremoto” dello scandalo Mose che ha visto il Marcianum fino all’anno scorso tra i beneficiari dei fondi “girati” dal Consorzio Venezia Nuova attraverso il suo ex presidente Giovanni Mazzacurati, che era anche al vertice dell’istituto di formazione veneziano.
Ed è toccato proprio allo stesso Patriarca Moraglia rivelare in un’intervista al settimanale diocesano “Gente Veneta”, come egli si sia recato a Milano il mese scorso, insieme al proprio vicario episcopale, per incontrare Scola e formulare, visto il venir meno degli sponsor e l’incremento dei costi di gestione e in piena tempesta giudiziaria, che la Diocesi di Venezia non sarebbe stata più in grado di sostenere l’ente, invitando lo stesso Scola a farsene carico anche come ideatore del progetto.
Una richiesta precisa che Scola ha escluso di poter assolvere ritenendola una “strada non praticabile”. A definire la fine delle attività teologiche del Marcianum (la Facoltà di diritto canonico che non attiverà i corsi del primo anno così come non partiranno le iniziative dell’Istituto di scienze religiose, nonchè l’attività editoriale Marcianum press oltre al Convitto internazionale) non solo il “no” di Scola, ma anche le autorevoli prese di posizione e i giudizi giunti da Oltretevere, prima attraverso la Congregazione del Clero, la Cei, poi la Segreteria di Stato del Vaticano fino ad arrivare a Papa Francesco. Ed è stato proprio dal Pontefice, con gli atti e i mezzi a sua disposizione, attraverso una lettera del 19 giugno scorso, che è giunto il disimpegno dal Marcianum come Venezia lo aveva conosciuto in questi anni, attraverso una “procedura” che in qualche modo ha dato una esplicita approvazione ad una decisione assunta a livello diocesano. «Un atto – ha spiegato monsignor Moraglia – né comune né scontato da parte della Santa Sede».
Una decisione che comunque era nell’aria da un po’ di tempo, complice il fatto che il Marcianum si era ritrovato nell’occhio del ciclone per l’inchiesta della magistratura sul Mose, e che proprio recentemente aveva portato al riassetto della Fondazione con l’ingresso di un nuovo gruppo di dirigenti alla guida di Gabriele Galateri di Genola, dopo che Moraglia aveva già “sacrificato” il liceo Giovanni Paolo I accorpandolo ad un altro ente educativo paritario come l’Istituto Cavanis.
E proprio dalla dismissione del “ramo religioso” della Fondazione che sboccerà ora la nuova vita dell’istituzione con un percorso mirato, lungo un biennio con alcuni progetti legati all’innovazione, al lavoro e alla ricerca sociale in stretto rapporto con il territorio nel segno della dottrina sociale della Chiesa tanto cara proprio a Moraglia. Una “formula” che, se da un lato trasforma il Marcianum e ne modifica le prospettive, dall’altro lo inserisce, con ogni probabilità, tra i “pensatoi” della realtà veneziana e veneta. E in questo quadro, al di là della rescissione del cordone ombelicale con la Diocesi di Venezia, il consiglio di amministrazione che si è riunito ieri in città, ha scelto Paolo Lombardi come nuovo amministratore delegato che subentrerà a Marco Agostini cooptato in cda, ma soprattutto ha accettato le dimissioni di Romeo Chiarotto, patron di quella Mantovani spa coinvolta recentemente nell’inchiesta sul sistema Mose a Venezia. Un nome autorevole, tanto quanto quello di Mazzacurati già dimessosi nelle scorse settimane, ma che nei corridoi del Patriarcato di Venezia risultava, al giorno d’oggi, oltremodo imbarazzante.

Paolo Navarro Dina

 

VICENZA – Martedì il Riesame di Venezia discute sulla liberazione negata all’ex eurodeputata vicentina

Lia Sartori: «Sono ai domiciliari per un reato che è già prescritto»

INDAGATA – L’ex eurodeputata vicentina Amalia Sartori è agli arresti domiciliari

LA SMENTITA DELLA PROCURA «I termini non sono scaduti, ma i tempi sono ravvicinati»

VICENZA – «Mi tengono in carcere per un reato già prescritto». Amalia Sartori detta Lia, vicentina di Valdastico, per due volte eurodeputata, con un pedigree di lungo corso prima con i socialisti, poi con Forza Italia, è chiusa nella sua casa in Contrà San Faustino a Vicenza. Non può comunicare con l’esterno visto che sta agli arresti domiciliari, a seguito dell’ordinanza del gip veneziano Alberto Scaramuzza sullo scandalo del Mose e dei grandi appalti a Nord Est. Il provvedimento è scattato il 2 luglio, di buon mattino, non appena è venuta a mancare la tutela dell’Europarlamento, visto che la Sartori non è stata rieletta a Strasburgo. Ma lei ha deciso di tener duro.
La sua dichiarazione viene riportata dall’avvocato Pierantonio Zanettin che, assieme ad Alessandro Moscatelli, assiste l’indagata. Ma è probabile che il 22 luglio, quando la posizione sarà discussa davanti al Riesame a Venezia, si aggiunga il professore Franco Coppi. «Non è giusto tenerla ai domiciliari per un reato di finanziamento illecito dei partiti che è già prescritto. Il provvedimento non doveva neppure essere emesso» spiega l’avvocato Zanettin che ha sintetizzato le sue considerazioni in una memoria. «Prima vogliamo uscire, poi ci difenderemo nel merito». E replica al gip Scaramuzza che, negando alcuni giorni fa la liberazione, ha spiegato come non sia prevedibile una condanna sotto i limiti della prescrizione, visto che l’indagata non ha presentato richiesta di riti alternati. «Se lo scordi che chiederemo il patteggiamento» replica ora l’avvocato Zanettin, affilando le armi in vista della discussione di martedì prossimo.
In Procura a Venezia negano che siano scattati i tempi della prescrizione, anche se i termini sono abbastanza ravvicinati. L’ex parlamentare è finita nei guai per alcuni versamenti elettorali da parte del Consorzio Venezia Nuova. Bisogna prestare attenzione alle date. I primi 25 mila euro risalgono al 2009, con la dimenticanza di delibera da parte degli organi sociali del Consorzio. Altri 200 mila euro sarebbero stati corrisposti, come finanziamento elettorale, in un periodo che va dal 2006 al 2012. Il capo d’imputazione fa riferimento, in concreto, a 50 mila euro consegnati personalmente (e in contanti) da Giovanni Mazzacurati, padre-padrone del Consorzio, il 6 maggio 2010 in un albergo di Mestre.

G. P.

 

AMBIENTE VENEZIA – Sollecitato un incontro con il commissario prefettizio

Mose, appello a Zappalorto: «Esperti estranei al Consorzio»

Una conferenza stampa davanti a Ca’ Loredan, quella organizzata ieri da Ambiente Venezia per sollecitare un incontro con il commissario Vittorio Zappalorto in materia di Mose e grandi navi. «Temi sui quali ha ascoltato tutti, fuorché noi – hanno detto Armando Danella e Luciano Mazzolin – Poco fa abbiamo consegnato alla sua segreteria la richiesta scritta di audizione, accompagnata dalla versione aggiornata del Libro bianco sulle grandi navi e dal testo dell’esposto su eventuali danni erariali legati al sistema Mose, depositato il 17 luglio presso la Procura della Repubblica».
Nello spiegare che per loro quest’ultimo «è sempre stato un progetto sbagliato e costosissimo, sia per la realizzazione sia per la manutenzione», i promotori dell’iniziativa hanno spiegato che dal commissario pretendono «la nomina di una commissione di esperti per eventuali varianti in corso d’opera, oltre alla sospensione dei lavori e al blocco dei fondi assegnati dal Cipe e non ancora spesi».
Sulle grandi navi da crociera, invece, Ambiente Venezia invita Zappalorto a dissociarsi dal Governo «qualora volesse forzare i tempi convocando il Comitatone o riunioni tecniche più o meno partecipate, inserendo l’ipotesi di scavare nuovi canali in laguna nel provvedimento sull’accelerazione delle opere infrastrutturali che il premier Renzi vorrebbe emanare entro il 31 luglio». E chiedendo altresì al commissario «di farsi interprete e garante delle nostre richieste di sottoporre tutti i progetti presentati a parere tecnico preliminare della commissione nazionale Via, di tener conto dei tre pareri espressi da questa nel settembre 2013, di non nominare esperti che abbiano avuto collaborazioni con il Consorzio Venezia Nuova e di pubblicizzare tutti gli atti».

 

IMPRESE – Dopo l’arresto per le tangenti Expo, Enrico fuori dal cda, via anche le sorelle Elena e Adriana. E in futuro nuovo brand

E la Maltauro ora pensa di cambiare nome

NOVITÀ AL VERTICE – Organismo di vigilanza: arriva un generale della Gdf

VENEZIA – Signori si cambia. Sembra essere proprio questo il motto del nuovo corso della Maltauro, il gruppo vicentino delle costruzioni, tra le prime dodici aziende italiane del settore, forte di un portafolgio ordini vicino ai 3 miliardi di euro. Dopo l’arresto del presidente Enrico Maltauro, coinvolto nella scandalo delle tangenti legate all’Expo, l’azienda ha deciso di avviare una vera e propria rivoluzione, che porterà quasi certamente anche alla scomparsa dello stesso storico nome dell’impresa vicentina nata nel 1921 a Recoaro Terme. Intanto il nome, anzi il cognome, Maltauro è già sparito dagli organigrammi di vertice del gruppo. Dal nuovo consiglio d’amministrazione dell’impresa sono infatti usciti non solo il protagonista dell’inchiesta sull’Expo, ossia Enrico Maltauro (a cui fa capo il 25% della società), attualmente agli arresti domiciliari, ma anche le sorelle Elena e Adriana, anch’esse titolari di una quota del 25% a testa. La continuità aziendale sarà comunque garantita da Gianfranco Simonetto, alla cui famiglia fa capo il restante 25% della Maltauro. Simonetto, con la qualifica di amministratore delegato, condividerà la guida dell’azienda con il nuovo amministratore delegato, Alberto Liberatori, entrato in azienda all’inizio di luglio. Alla presidenza della società arriva una donna, la commercialista milanese Gabriella Chersicla, tra l’altro vice presidente del gruppo Parmalat. Nel consiglio sono stati invece confermati i due consiglieri indipendenti Alberto Regazzo e Francesco Marena, mentre al posto delle sorelle Maltauro sono entrati due nuovi consiglieri: Piergiuseppe Biandrino, general counsel di Edison e Bettina Campedelli, docente dell’università di Verona e membro del cda di Cattolica. Rinnovato anche l’organismo di vigilanza alla cui presidenza è stato chiamato Rodolfo Mecarelli, generale di brigata della Guardia di Finanza nonchè consigliere della Banca d’Italia. La novità più clamorosa dovrebbe però arrivare nei prossimi mesi con l’abbandono del marchio storico, cioè il nome Maltauro, danneggiato sul piano dell’immagine dall’inchiesta milanese sull’Expo, e l’individuazione di un nuovo nome per il gruppo vicentino.

(lil.ab)

 

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