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Quegli incontri a tre alla Mantovani

Buson ai pm: «Galan e Chisso si chiudevano in ufficio con Baita»

VENEZIA – Giancarlo Galan e Renato Chisso passavano di frequente alla Mantovani. Niente a che fare con compiti istituzionali. «Erano visite informali, arrivavano in azienda sia l’uno che l’altro e si chiudevano nell’ufficio di Piergiorgio Baita», dice Nicolò Buson ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini che lo interrogano il 16 maggio 2013. È il terzo dei cinque interrogatori subìti dall’ex braccio destro di Baita (4, 10 e 29 aprile, 16 maggio e 11 luglio 2013, ne diamo una sintesi). Buson era il responsabile finanziario e amministrativo della Mantovani. L’uomo che faceva arrivare fisicamente il denaro con gli spalloni dalla Svizzera. Che liquidava le fatture anche quando capiva che erano false. Un tipo brusco e diretto, che vorrebbe mangiarsi Colombelli con cui è costretto a trattare e non finisce di mandare a quel paese Galan e Ghedini che gliel’hanno messo tra i piedi. Ma fedele agli ordini di Baita. Una sola volta si rifiuta: quando l’ingegnere vuole mandarlo a Lugano perché faccia un bonifico estero su estero di mezzo milione. «In qualsiasi paese del mondo oggi bisogna indicare la persona fisica che dispone il pagamento », spiega Buson ai pm. «Questo equivaleva a rendere palese il soggetto che la effettuava. Era un’operazione da pazzi e non ero disponibile».
D. Lei ha mai fatto consegne all’ex presidente Giancarlo Galan?
R. Personalmente somme di denaro mai. Ne ho consegnate a Baita e dalle lamentele di quest’ultimo presumo che fossero per Galan. Ho sentito spesso Baita lamentarsi dei costi che doveva sopportare per Galan.
D. E consegne di altri generi di bene?
R. Mi ricordo un piccolo trattore agricolo per la sua casa di campagna. Mi fu fatta la fattura e pagai (circa 5000 euro).
D. Quindi lui se lo andò a comprare e lei pagò la fattura?
R. Sì.
D. Lei ha conti all’estero?
R. Sì, un conto intestato a me e all’ingegner Baita. Ci sono passati i milioni della vendita delle navi che servivano a trasportare il sasso. Adesso nel conto ci saranno 300-400 mila euro.
D. Come mai Baita le chiede di cointestarsi il conto? Scusi, i soldi sono vostri e li rubate alla Mantovani…
R. Potrebbe essere inteso anche così, ma Baita diceva che era importante avere delle disponibilità, perché ottenere lavoro costava.
D. Lei aveva la firma, ha mai prelevato denaro da quel conto?
R. Sì, di solito somme di 150-200 mila euro. Le portavo in Italia attraverso alcuni spalloni. Uno si chiamava Ezio, un povero cristo.
D. Baita ha altri conti all’estero, che lei sappia?
R. Sì, attraverso la fiduciaria Phoenix sa di Lugano. Erano state costituite due società, la Ulani Management Corp. con sede a Panama e la Quarry Trade Limited con sede in Canada. La prima era la proprietaria delle motonavi Slavutic, impiegate per trasportare i sassi, la seconda acquistava i sassi in Croazia e li rivendeva alla Mantovani compreso il costo del trasporto. I proventi di queste operazioni finivano, tramite la Lusk Financial, in un conto cifrato alla Bsi di Lugano che si chiamava “Verricello”. Successivamente alla Corner Bank, nel conto “Fortissimo”.
D. Quanti trasporti di denaro con spalloni sono stati fatti all’incirca?
R. Dal 2005 al 2012, cinque o sei volte all’anno. Tengo a precisare che da tutte queste operazioni non ho mai guadagnato una lira, ho solo rischiato il fegato e rovinato lo stomaco.
D. Non ha mai protestato con Baita?
R. Pesantemente. Ne avevo le scatole piene.
D. E Baita cosa le disse?
R. Che l’alternativa era trovarsi un altro lavoro. «Lo farei anch’io un altro lavoro se dovessi rinascere», mi disse.
D. Nel maggio 2012 noi registriamo una serie di incontri tra lei, Baita, Claudia Minutillo…
R. Sì e poi anche con Mirco Voltazza relativamente a una provvista di 800 mila euro che Baita riteneva necessaria per “sistemare” i project financing in corso di approvazione o di esame da parte della Regione o del Cipe. Tutte le opere infrastrutturali proposte da Mantovani negli ultimo 8-10 anni: le tangenziali venete, le vie del mare, il prolungamento A26 verso l’Austria o verso Cortina… Poi invece Voltazza mi disse che servivano due milioni di euro, non 800 mila.
D. Lei sapeva o chiedeva a Baita per chi erano quei soldi?
R. Non ho mai chiesto per chi fossero, però ho colto sicuramente che parte rilevante andava all’ex governatore Galan e anche, perché me l’hanno ammesso Baita e Claudia Minutillo, all’assessore Chisso. La preoccupazione di Baita era che non si facessero doppioni, che non dessimo agli stessi soggetti più volte.
D. A Voltazza per la sua attività sono state corrisposte somme?
R. Voltazza con la sua società ha sottoscritto un contratto con la Mantovani. L’oggetto era bonifiche ambientali, controlli di polizia privata.
D. C’era anche l’incarico preciso di contrastare la Magistratura?
R. Se devo essere sincero una cazzata del genere l’avevo sentita sparare dal buon Voltazza e gli avevo detto che era tutto scemo: una cosa così non era possibile scriverla in un contratto.

Renzo Mazzaro

 

Galan, 10 nomi di finanziatori. Ma tutti negano

Galan fa dieci nomi tutti lo smentiscono

I presunti finanziatori: da Archiutti a Moretti Polegato, da Putin a Angonese

E poi Mevorach e Zannoni: «I loro contributi intascati dalla Minutillo»

il trevigiano giacomo ARCHIUTTI «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?»

MARIO MORETTI POLEGATO (Geox) «Contesto ogni addebito e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa per la tutela della mia onorabilità»

VENEZIA – Galan chi? Come per un dantesco contrappasso ora dell’ex governatore sembra non ricordarsi più nessuno. Lui confessa, in un memoriale di trenta pagine, di aver ricevuto dei soldi «in nero» per la campagna elettorale del 2005 da una manciata di imprenditori amici. E gli industriali, nel migliore dei casi, negano tutto. Lui accusa la sua ex segretaria Claudia Minutillo: «Decisi di licenziarla» per ragioni «gravi e molteplici ». L’antipatia che «tutti i miei collaboratori» nutrivano per lei, perché «ostentava continuamente un lusso del tutto ingiustificato », perché chiedeva un ticket a chiunque volesse parlare con lui, perché infine si sarebbe trattenuta 500 mila euro da due imprenditori di cui ora Galan rivela i nomi: Piero Zannoni e Andrea Mevorach. «Ma pensate davvero che se avessi avuto da spendere duecentomila euro li avrei dati a Galan?» sibila non senza ironia l’imprenditore trevigiano Giacomo Archiutti, ex parlamentare di Forza Italia e titolare della Veneta Cucine. Più piccato Mario Moretti Polegato, mister Geox, tra gli invitati al matrimonio dell’ex governatore: «In relazione a un mio asserito finanziamento illecito nel 2005 a favore di Giancarlo Galan, contesto fermamente ogni addebito, destituito di ogni fondamento, e mi riservo di dare corso a ogni iniziativa del caso per la tutela della mia onorabilità». Il manager della sanità Ermanno Angonese si limita a un cordiale: no comment. Tolti gli omissis alla memoria presentata da Giancarlo Galan ai giudici del Riesame, che venerdì valuteranno la sua posizione, i nomi dei dieci imprenditori veneti dai quali l’ex governatore riferisce di aver percepito dei contributi elettorali mai registrati fanno rumore. «La campagna regionale come candidato presidente è estremamente costosa – scrive Giancarlo Galan – e per molte voci – cene, rimborsi spesa ai volontari, affissione manifesti, volantinaggi e così via – era necessario farvi fronte in contanti. La predetta esigenza veniva incontro alla volontà di molti contributori che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica. Tale situazione era seguita esclusivamente da me. Ovviamente la Minutillo, essendo la mia più stretta collaboratrice, ne era a conoscenza». Galan fa i nomi di Rinaldo Mezzalira (tra i 50 e i 100 mila euro), Giacomo Carlo Archiutti (200 mila euro), Giovanni Zillo Monte Xillo (50 mila), Mario Putin (tra i 10 e i 20 mila), Mario Moretti Polegato (20 mila), Ermanno Angonese (tra i 5 e i 10 mila), Gianni Roncato (17 mila) e Angelo Gentile (tra i 5 e i 10 mila euro). Chi sono? Mezzalira era un imprenditore vicentino di Sandrigo, titolare della Fitt (tubi per irrigazione) e scomparso nel 2007; Archiutti è il titolare di Veneta Cucine; Giovanni Zillo Monte Xillo è il titolare del Cementi Zillo di Este e Monselice; Mario Putin è il presidente del colosso della ristorazione vicentino Serenissima (ricavi per 250 milioni di euro); Mario Moretti Polegato è il presidente della quotata Geox di Montebelluna; Ermanno Angonese è il direttore generale dell’Usl di Vicenza; Gianni Roncato è il presidente dell’omonima azienda di valigeria di Campodarsego. Ma l’accusa più grave viene rivolta a Claudia Minutillo, accusata di essersi appropriata «indebitamente di alcune somme consegnate alla stessa da altri imprenditori». Si tratta di Piero Zannoni, un ingegnere bellunese ex consigliere di amministrazione di Veneto Sviluppo, e Andrea Mevorach, cinquantaduenne erede di una delle più importanti famiglie di ebrei veneziani, reduce dagli investimenti in Feltrificio Veneto, Alpi Eagles, Visibilia e cantieri navali Dalla Pietà. Giancarlo Galan, detenuto nel carcere di Opera, ammette di aver sbagliato a non dichiarare i contributi ricevuti, si dice «pronto a risarcire il danno» ma accusa l’ex segretaria: «Scoprii inoltre che era in quegli anni a libro paga dell’imprenditore Renato Pagnan, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie in Regione». E infine l’autocritica: dopo il licenziamento, «reputai, sbagliando, di non contestarle l’indebita appropriazione dei denari versati dagli imprenditori Zannoni e Mevorach».

Daniele Ferrazza

 

L’ex segretaria? «Intascò 500 mila euro»

Attacco alla grande accusatrice: «Incassava ticket per fissare gli appuntamenti con me»

VENEZIA – Era invisa a tutti, ostentava un lusso spropositato e aveva accumulato un tale potere da pretendere un ticket per mettere in comunicazione i comuni mortali con il sovrano della Regione Veneto. Piccoletta, spietatamente fureghina e abilissima nel far convergere su di sè il meglio che passava per le segrete stanze di Palazzo Balbi, Claudia Minutillo si prende indietro con gli interessi tutto il letame sparso a vario titolo sull’ex governatore Giancarlo Galan che, a sua volta, nelle 28 pagine del suo memoriale inchioda l’ex segretaria accusandola di aver lucrato persino sulla sua agenda. Zitto per anni, Galan sferra ora l’offensiva contro la donna che aveva assunto un po’ controvoglia, che tutti i suoi collaboratori ritenevano «estremamente antipatica» e che era arrivata a un punto tale di avidità da «gestire in prima persona come propri ed esclusivi molti rapporti con interlocutori pubblici e e privati» senza farne parola con il “capo”. Di più. La Minutillo era arrivata a far rendere economicamente anche il tempo e l’aria che respirava l’ex presidente della Regione. «Venni a conoscenza, addirittura, che vi avesse voluto parlare con il sottoscritto doveva necessariamente pagare un ticket alla Minutillo» spiega Galan nel suo memoriale. Ed è solo l’inizio. Tra un obolo e l’altro per gli appuntamenti, c’è lo storno di 500 mila euro versati da due imprenditori per la campagna elettorale di “Gian” del 2005 e rimasti impigliati nelle tasche del cappottino di Chanel della Minutillo. Quel «lusso ingiustificato », che Galan immaginava arrivasse dal dal marito «o da quale regalo proveniente dai flirt che le attribuivano», in realtà sarebbe stato frutto di un accantonamenti sistematici, inclusivi il mezzo milione di euro mai arrivato a Galan e scoperto solo per caso, nel corso di un faccia a faccia con uno dei due imprenditori che non era nemmeno stato ringraziato per cotanta generosità. Poi c’era anche «la forte contrapposizione, anche caratteriale » con la moglie Sandra Persegato che a un certo punto lo mise alle strette. Insomma, tanto «gravi e molteplici» furono le ragioni, che dopo quattro anni Galan la licenziò ma tacque sull’appropriazione indebita per il timore «che potesse raccontare che per la campagna elettorale del 2005 avevo ricevuto finanziamenti non dichiarati». Col senno di poi, nella picchiata libera della sua carriera di uomo politico, Galan ammette di aver sbagliato (cosa che farà più volte nel memoriale) e certo si deve’essere mangiato le mani nel ricordare quando aveva assunto la Minutillo che, già nell’apoteosi del suo zelo, chiese a tutti di intercedere presso l’e governatore affinchè l’assumesse». E pensare (stoccatina finale) «che riuscì a mentire anche sul titolo di studio, dicendo – falsamente- di essere laureata».

Manuela Pivato

 

Lavori avanti tutta. E due esperti stimano il valore del Mose

Posata ieri la paratoia numero diciassette (su 78)

E il cassone numero 4è partito alla volta del mare

I docenti fontini e caporin «Senza Mose i danni per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi in 50 anni. È possibile ridurli a 2,25 miliardi»

VENEZIA I diciotto giganti di calcestruzzo adagiati sulla piastra di cemento di Malamocco, destinati a finire «annegati» sul fondo della laguna, sono grandi quattro volte la Costa Concordia. Non fosse stato per il ciclone giudiziario di questi mesi gli ingegneri e le maestranze che stanno lavorando alla sua conclusione avrebbero meritato altrettanta enfasi di quella riservata alle spettacolari operazioni di rotazione e trasferimento della Costa Concordia. Potente allegoria dell’orgoglio ingegneristico italiano, il Mose rischia – ancora una volta per l’idiota e vorace delirio di una manciata di onnipotenti – di fare la fine della più grande – al tempo – diga d’Europa, quel Vajont tragicamente stampato nella memoria collettiva del paese per le sue duemila vittime. Nei cantieri del Mose è un martedì come tutti gli altri. Se ce l’aspettavamo questo delirio? No, rispondono abbassando lo sguardo ingegneri e tecnici impegnati notte e giorno a «mettere in moto» il gigante che vuol proteggere Venezia dalle maree. Nella bocca di porto nord del Lido, sono iniziate all’alba e si sono concluse in serata le operazioni di posa della paratoia numero diciassette del Mose (alla fine saranno 78). Queste 21 (più due per le manutenzioni) sono state realizzate per 15,5 milioni di euro dalla Cimolai di Udine e costano poco più di 600 mila euro euro l’una. Le prossime, destinate alla bocca di San Nicolò, sono state assegnate per 26,6 milioni di euro – dopo una gara – alla Fincantieri (che ha fatto sapere che le realizzerà nei cantieri di Palermo). Le prossime sono a gara: 30,5 milioni costeranno quelle di Malamocco, 25,5 milioni quelle di Chioggia. Ma a fine 2016 saranno posate. Tutte le cerniere, invece, sono in corso di realizzazione da parte della Fip industriale (Mantovani). Giusto nelle stesse ore, nell’isola artificiale di Santa Maria del mare, il cassone numero 4 ha iniziato il suo cammino verso l’acqua di Malamocco. Appoggiato a un complesso sistema di 84 martinetti oleodinamici, alla impercettibile velocità di sessanta centimetri l’ora, il gigante di calcestruzzi impiegherà più di una settimana per giungere in mare. Gli ingegneri garantiscono una precisione millimetrica nella posa in acqua: è ammesso uno scarto di cinque millimetri. In pancia questi cassoni, del peso di 27 mila tonnellate, hanno un’armatura in ferro del peso di 350 chilogrammi a metro cubo, a prova di catastrofe. Mentre infuria la tempesta giudiziaria e mediatica, i cantieri del Mose vanno dunque avanti a pieno regime. Trecento persone lavorano seguendo lo schema deciso all’inizio: al Lido lavora la Mantovani, a Malamocco la Fincosit di Mazzi, a Chioggia le cooperative rosse. Così, tra una bufera giudiziaria e un commissariamento in arrivo, al Consorzio Venezia Nuova non hanno neanche il tempo di godersi lo studio scientifico pubblicato dall’Università di Padova, Dipartimento di scienze economiche e aziendali: i docenti Fulvio Fontini e Massimiliano Caporin hanno provato a stimare il valore della protezione di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta. Quanto costa al sistema Venezia un’alta marea di medie proporzioni? Considerando entrate mancanti, disagi crescenti, manutenzioni straordinarie e danni legati all’economia turistica i due docenti giungono a conclusioni per certi versi clamorose: gli scenari presi in considerazione si sono focalizzati su aumenti di livello del mare da 2,4 millimetri all’anno fino a 20 millimetri l’anno, in un arco di cinquant’anni. La conclusione è che «senza Mose, i danni totali previsti per Venezia sono stimati in 8,27 miliardi di euro in 50 anni». Con un sistema di difesa «è possibile ridurli a 2,25 miliardi, determinando quindi un beneficio, ovvero danni evitati, stimato in oltre 6 miliardi di euro». Alle bocche di porto, l’ingegnere capo cantiere descrive l’ex presidente. «Mazzacurati? Qui sarà venuto venuto qualche volta». Adesso sta in California. Come uno Schettino qualsiasi.

Daniele Ferrazza

 

Vertice decisivo in Regione, sindaco isolato ma fermo sul no

Il governatore si arrende, ma neanche un euro al restauro

VENEZIA – Game over. Cala il sipario sul nuovo ospedale di Padova. Senza applausi, però. Ieri mattina il confronto finale in Regione tra i partner dell’operazione si è concluso con il naufragio definitivo del progetto di un polo della salute a Padova Ovest: irremovibile il sindaco Massimo Bitonci, che ha bocciato senza appello l’opzione e ribadito la volontà di radere al suolo il vecchio policlinico per ricostruirlo nel sito attuale, escludendo ogni diversa destinazione. All’esterrefatto governatore Luca Zaia – che ha difeso la linea favorevole alla realizzazione ex novo dell’opera – non è rimasto che sciogliere l’accordo di programma, revocare il ruolo di stazione appaltante all’Azienda ospedaliera e invitare l’amministrazione comunale ad annullare tutti gli atti in materia fin qui deliberati. Con una chiosa: la Regione giudica impraticabile il disegno di Bitonci e si guarderà bene dal destinarvi un euro. Intorno al tavolo, oltre al governatore e al sindaco, l’assessore regionale alla sanità Luca Coletto, il rettore del Bo Giuseppe Zaccaria, il top manager della sanità veneta Domenico Mantoan, Claudio Dario dg dell’Azienda ospedaliera, Mirco Patron presidente della Provincia, i tecnici di settore. Esordisce Mantoan, che ricorda l’iniziale adozione del progetto Patavium di Finanza& Progetti (la joint venture tra Palladio Finanziaria e Lend Lease) da parte della giunta Galan nel 2008: oltre 3 mila posti letto, circa 400 mila mq di superficie, un miliardo e mezzo di spesa; e successivo ridimensionamento dell’opera deciso dall’amministrazione Zaia, con volumi e costi dimezzati. Il sito individuato, d’intesa con Comune e Università, è quello di Padova Ovest, adiacente allo stadio. Le risorse – 550 milioni stimati – arrivano da più fonti: bilancio del Balbi, prestito della Banca europea di investimenti, fondi statali per l’edilizia ospedaliera. L’adozione del controverso financing project, pur contemplata, diventa facoltativa. «In questa sede il Comune è un po’ solo contro tutti», esordisce Massimo Bitonci, che puntualizza le regioni del no a Padova ovest: dal «contenimento dell’uso del suolo che richiede la riqualificazione e il riutilizzo delle aree urbanizzate» al timore che l’abbandono di via Giustiniani trasformi il sito in un «buco nero» di degrado. Viceversa, l’intervento sul «vecchio» eviterebbe disagi e contenziosi – e risparmierebbe al Comune le ingenti spese di bonifica idraulica dell’area ovest, ritenuta rumorosa e del tutto inadatta anche dal punto di vista viario. Ma è un dialogo tra sordi e Zaia, infine, ne prende atto: «Il tavolo si chiude qui», sentenzia; poi, il sassolino schizza dalla scarpa: «Questo epilogo prova che tutto ciò che si è detto e scritto sul project era una falsità. Non abbiamo alcun obbligo, nessun vincolo nei confronti del proponente». La questione è chiusa.

(f.t.)

 

Gazzettino – Ospedale di Padova, anno zero

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29

lug

2014

Bitonci dice di no a “Padova Ovest” e propone di rifare sull’esistente

Il governatore Zaia: «Stop a stazione appaltante per il nuovo polo»

Tutto da rifare per il nuovo ospedale di Padova. Zaia e Bitonci hanno vedute differenti e il Comitato di coordinamento organizzato ieri dalla Regione a Venezia si è concluso con un nulla di fatto. Anzi: si riparte da zero. Bocciata la proposta Bitonci di restare nella sede attuale e annullato il progetto di nuovo ospedale a Padova ovest.
Il neosindaco di Massimo Bitonci ha puntato i piedi e sostenuto ad oltranza la soluzione “nuovo su vecchio” (ossia edificare sulla struttura ospedaliera esistente di via Giustiniani). Ci sono vantaggi e svantaggi per questa scelta. Ma, soprattutto la scelta di Bitonci, si scontra con quella del presidente Luca Zaia, tecnici e rettore Giuseppe Zaccaria che avevano ritenuto inadatta la posposta “nuovo su vecchio”. Il risultato è che si riparte come niente fosse stato. E soprattutto si bloccano le procedure per la costruzione del nuovo polo ospedaliero di Padova Ovest.
La giornata è stata decisiva e le parole importanti che il resoconto della riunione (70 pagine) è stato messo online nel sito della Giunta regionale; insieme a molti documenti presentati in ordine cronologico, e i rispettivi punti di vista sono stati espressi senza polemiche. Tuttavia, la faccia scura e il tono delle dichiarazioni di Bitonci all’uscita, facevano pensare che almeno da Zaia si aspettasse qualcosa di più.
“Un grande risultato – ha commentato il sindaco di Padova – siamo riusciti sia a bloccare la “soluzione Padova Ovest”, l’ospedale nuovo in un’area vicina allo stadio dichiarata più volte a rischio idrogeologico dalla Protezione. E anche ottenuto lo scioglimento di una commissione che non aveva più ragione di esistere. Commissione davanti alla quale ho sostenuto che, scopo precipuo di una buona amministrazione comunale, è interpretare i bisogni le aspettative e le istanze dei propri amministrati. Spiegando che la maggioranza dei padovani è favorevole al mantenimento dell’ospedale dove si trova oggi. Ma l’idea di costruire quello nuovo dove sorge il vecchio – parla sempre Bitonci – non ha raccolto i consensi necessari, malgrado la tendenza generale all’espansione sia sempre più superata dalla possibilità di riutilizzare aree già urbanizzate. Ora andrò in Consiglio comunale, per farmi attribuire la delega funzionale alla modifica dell’accordo di programma. Senza ritirare alcuna delibera, perché in materia non ce ne sono e l’ipotesi Padova Ovest è inserita solo nel Pat. Siamo tornati al punto di partenza. Ma comunque vada a finire questa partita fondamentale per la città, non lascerò che la zona dell’attuale ospedale cada nel degrado e diventi una nuova via Anelli”.
Il presidente Zaia ha spiegato che “senza il Comune e le sue competenze urbanistiche, è palese che il progetto del nuovo ospedale nell’area di Padova Ovest si ferma qui: impossibile andare avanti, ne auspicabile, privi della sua approvazione e di quella dei suoi amministrati. A questo punto – ha continuato il governatore – procederemo al blocco della stazione appaltante per il nuovo polo ospedaliero, e chiederemo al Comune la revoca di quanto sinora approvato. Faremo di tutto – ha concluso Zaia – per dare alla città la sanità che si merita”. Ma al momento, la prospettiva di un nuovo complesso a Padova Ovest è tramontata. Obiettivo resta quello di trovare una soluzione condivisa: in questo momento non sono in grado né voglio dire o anticipare alcunché. Quella di via Giustiniani non era accettabile per svariati motivi, evidenziati dalle relazioni tecniche del responsabile dell’edilizia sanitaria della Regione Antonio Canini e del direttore Claudio Dario. Non solo per l’altezza delle torri, superiore a quella della basilica del Santo, ma i tempi di realizzazione dell’opera (20 anni contro i 9 del progetto “nuovo su nuovo”). E anche per i costi (240 milioni di euro in più) e soprattutto per la presenza nell’attuale sito ospedaliero di aree di valore storico e archeologico, che avrebbero comportato continue interruzioni dei lavori”.
E i 50 milioni assegnati dal recente riparto dei fondi alle Ulss per realizzare il nuovo ospedale? “Non verranno toccati, né collocati altrove – ha concluso Zaia – Resteranno come noi a disposizione, in vista di una differente collocazione della struttura”.

Vettor Maria Corsetti

 

PROJECT FINANCING – Proposto dalla spa “Finanza e Progetti”

IDEE A CONFRONTO La piattaforma “Padova Ovest” pensata come polo di eccellenza per 970 letti.

Nel 2006 partì il progetto da 650 milioni.

Il nuovo ospedale di Padova è pensato come un ospedale di alta specializzazione, il faro dell’eccellenza veneta: 970 posti letto per 650 milioni di euro di costo, un bacino di 1 milione di abitanti. Ai costi si devono aggiungere la bonifica dell’area, 85 milioni; le infrastrutture stradali, 100 milioni; gli espropri, 40 milioni.
Il primo a parlarne è stato l’allora direttore dell’azienda ospedaliera Adriano Cestrone, nel 2006, con una delibera che invitava la Regione a inserire la nuova struttura nella sua programmazione. Con la delibera 129 del 22 dicembre 2008 il Comune (centrosinistra) inseriva nel Pat la posizione: Padova ovest, in un’area vicino al nuovo stadio. La Regione il 3 agosto del 2011 ha approvato il piano di fattibilità redatto da un’apposita Commissione tecnica. Nel marzo del 2012 è arrivata da una società di privati, “Finanza e Progetti spa” una proposta di project-financing fino ad oggi affidata alla valutazione dell’azienda ospedaliera di Padova. Infine il 2 luglio dell’anno scorso è stato redatto un Accordo di programmma fra gli enti interessati, Comune, Provincia, Regione, Università e Iov.
L’8 giugno di quest’anno Massimo Bitonci (Lega Nord) viene eletto sindaco di Padova. Nel suo programma il nuovo ospedale non è più collocato a Padova ovest ma nel cuore del sito attuale. Non una semplice ristrutturazione ma un ospedale nuovo demolendo la parte est che comprende le cliniche ostetriche la Pediatria, la Neurologia, le Malattie infettive, il Centro leucemie infantili. Al loro posto, nel primo stralcio, l’”ospedale della mamma e del bambino”, 400 posti letto, su 60mila metri quadrati e 14-15 piani. E poi il nucleo sostitutivo del monoblocco e del policnico, che andranno abbattuti, ovvero un edificio su 130mila metri quadrati di 15-16 piani. All’ospedale vecchio, il Giustinianeo, servizi medici e laboratori.

Mauro Giacon

 

L’OBIETTIVO – Un polo di alta specializzazione

Sì della Regione nel 2011

stop leghista «Irrealizzabile la proposta del sindaco Bitonci»

Tutto da rifare per il nuovo ospedale di Padova. Zaia e Bitonci hanno vedute differenti e il Comitato di coordinamento organizzato ieri dalla Regione a Venezia si è concluso con un nulla di fatto. Anzi: si riparte da zero. Bocciata la proposta Bitonci di restare nella sede attuale e annullato il progetto di nuovo ospedale a Padova ovest.
Il neosindaco di Massimo Bitonci ha puntato i piedi e sostenuto ad oltranza la soluzione “nuovo su vecchio” (ossia edificare sulla struttura ospedaliera esistente di via Giustiniani). Ci sono vantaggi e svantaggi per questa scelta. Ma, soprattutto la scelta di Bitonci, si scontra con quella del presidente Luca Zaia, tecnici e rettore Giuseppe Zaccaria che avevano ritenuto inadatta la posposta “nuovo su vecchio”. Il risultato è che si riparte come niente fosse stato. E soprattutto si bloccano le procedure per la costruzione del nuovo polo ospedaliero di Padova Ovest.
La giornata è stata decisiva e le parole importanti che il resoconto della riunione (70 pagine) è stato messo online nel sito della Giunta regionale; insieme a molti documenti presentati in ordine cronologico, e i rispettivi punti di vista sono stati espressi senza polemiche. Tuttavia, la faccia scura e il tono delle dichiarazioni di Bitonci all’uscita, facevano pensare che almeno da Zaia si aspettasse qualcosa di più.
“Un grande risultato – ha commentato il sindaco di Padova – siamo riusciti sia a bloccare la “soluzione Padova Ovest”, l’ospedale nuovo in un’area vicina allo stadio dichiarata più volte a rischio idrogeologico dalla Protezione. E anche ottenuto lo scioglimento di una commissione che non aveva più ragione di esistere. Commissione davanti alla quale ho sostenuto che, scopo precipuo di una buona amministrazione comunale, è interpretare i bisogni le aspettative e le istanze dei propri amministrati. Spiegando che la maggioranza dei padovani è favorevole al mantenimento dell’ospedale dove si trova oggi. Ma l’idea di costruire quello nuovo dove sorge il vecchio – parla sempre Bitonci – non ha raccolto i consensi necessari, malgrado la tendenza generale all’espansione sia sempre più superata dalla possibilità di riutilizzare aree già urbanizzate. Ora andrò in Consiglio comunale, per farmi attribuire la delega funzionale alla modifica dell’accordo di programma. Senza ritirare alcuna delibera, perché in materia non ce ne sono e l’ipotesi Padova Ovest è inserita solo nel Pat. Siamo tornati al punto di partenza. Ma comunque vada a finire questa partita fondamentale per la città, non lascerò che la zona dell’attuale ospedale cada nel degrado e diventi una nuova via Anelli”.
Il presidente Zaia ha spiegato che “senza il Comune e le sue competenze urbanistiche, è palese che il progetto del nuovo ospedale nell’area di Padova Ovest si ferma qui: impossibile andare avanti, ne auspicabile, privi della sua approvazione e di quella dei suoi amministrati. A questo punto – ha continuato il governatore – procederemo al blocco della stazione appaltante per il nuovo polo ospedaliero, e chiederemo al Comune la revoca di quanto sinora approvato. Faremo di tutto – ha concluso Zaia – per dare alla città la sanità che si merita”. Ma al momento, la prospettiva di un nuovo complesso a Padova Ovest è tramontata. Obiettivo resta quello di trovare una soluzione condivisa: in questo momento non sono in grado né voglio dire o anticipare alcunché. Quella di via Giustiniani non era accettabile per svariati motivi, evidenziati dalle relazioni tecniche del responsabile dell’edilizia sanitaria della Regione Antonio Canini e del direttore Claudio Dario. Non solo per l’altezza delle torri, superiore a quella della basilica del Santo, ma i tempi di realizzazione dell’opera (20 anni contro i 9 del progetto “nuovo su nuovo”). E anche per i costi (240 milioni di euro in più) e soprattutto per la presenza nell’attuale sito ospedaliero di aree di valore storico e archeologico, che avrebbero comportato continue interruzioni dei lavori”.
E i 50 milioni assegnati dal recente riparto dei fondi alle Ulss per realizzare il nuovo ospedale? “Non verranno toccati, né collocati altrove – ha concluso Zaia – Resteranno come noi a disposizione, in vista di una differente collocazione della struttura”.

 

LE RISORSE – Il sistema, portato avanti dalla giunta Galan, è risultato troppo oneroso

«Mai più interventi in finanza di progetto»

Dal Ben: «Venderemo il patrimonio». Per le Grazie torna in pista Stefanel

Lo Jona – questo pare è certo – sarà l’ultimo project financing ospedaliero. Ieri nessuno aveva una gran voglia di parlare di questo aspetto del nuovo padiglione del Civile. Realizzato da una cordata di privati, sulla base di un progetto di finanza voluto ai tempi del governatore Giancarlo Galan. Un sistema, all’epoca, difeso a spada tratta dalla politica. Ora le cose sono cambiate. Già da tempo la stessa Regione ha criticato questo meccanismo, che favorirebbe troppo i privati, mentre di recente si è aggiunta l’inchiesta sul sistema Mose che ha già toccato alcuni project, anche se non quelli ospedalieri. Chiaro che il tema sia spinoso, anche perchè alcune ditte della cordata che ha realizzato lo Jona – come Coveco e Gemmo – sono citate a vario titolo nelle carte dell’inchiesta. «Per lo Jona c’è un contratto, non l’ho firmato io. L’Ulss lo rispetterà…» ha tagliato corto ieri il presidente Luca Zaia.
Costato 48 milioni, 25 dei quali messi dalla società Nuova ospedale di Venezia, il project veneziano prevede che per i prossimi 22 anni i privati gestiscano una serie di servizi in cambio di un canone di disponibilità da 2 milioni e 450 milioni, più 11 milioni per i servizi. «Qui almeno, a differenza dell’Angelo, non ci sono servizi sanitari» ha sottolineato il dg Giuseppe Dal Ben che, per i lavori futuri, ha comunque voluto precisare che l’Ulss 12 non ricorrerà più a questo metodo: «Finanzieremo tutto con risorse nostre. Abbiamo un notevole patrimonio immobiliare che venderemo».
Per i prossimi interventi del Civile servono una ventina di milioni. E i primi 10 potrebbero arrivare dalla vendita dell’isola delle Grazie. «Contiamo di chiudere. Avevamo riassegnato l’isola ai secondi arrivati, ora c’è un rinnovato interesse della Stefanel che in origine si era aggiudicata l’isola. Vedremo il da farsi…». Ma tra i beni in vendita, c’è anche altro. L’ex ospedale di Pellestrina («Un rudere che ci costa di manutenzione») che potrebbe fruttare altre 10 milioni. E poi Palazzo Stern sul Canal Grande, che ospita l’albergo di Elio Dazzo ora interessato anche all’acquisto. E ancora appartamenti a Venezia e Mestre, un terreno a Favaro. Beni che l’Ulss 12 ha intenzione di far fruttare. «Non siamo un’agenzia immobiliare. Il nostro scopo non è quello di affittare le nostre proprietà, ma di curare le persone in posti dignitosi. E per questo ci servono soldi».

(r. br.)

 

Gazzettino – Galan va in carcere

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23

lug

2014

L’ex governatore trasferito in prigione a Opera, vicino a Milano

Galan va in carcere e attacca: io tradito e accusa tutti

MOSE La Camera vota sì all’arresto. Parole di fuoco contro i suoi accusatori: sono molto incazzato

IL VERDETTO – La Camera vota sì all’arresto di Giancarlo Galan con 395 voti favorevoli. L’ex governatore va in carcere e in serata, dalla sua villa di Cinto Euganeo (Padova), viene trasferito nel reparto clinico del carcere di Opera, vicino a Milano.

LA REAZIONE – L’ex Doge, a chi gli è stato vicino, ha confessato di essersi sentito tradito. E contro i suoi accusatori ha detto: «Sono molto incazzato».

ORE 14.28 – L’Aula approva l’arresto

ORE 15.34 – Galan lascia l’ospedale

ORE 21.12 – Scatta il provvedimento

LA MAGGIORANZA – Con 395 favorevoli viene dato via libera alla richiesta dei Pm

GLI AVVOCATI – Franchini: «Oggi è stata scritta una pagina molto buia»

L’ARRESTO – In serata l’arrivo dell’ambulanza e il viaggio per Milano

Galan va in carcere

L’ira dell’ex doge:«Sono incazzato, voi sapete con chi»

CINTO EUGANEO – Il sole è tramontato da più di due ore dietro il Monte Lozzo, dopo aver colorato di rosa i Colli Euganei. Il sole tramonta sull’impero politico di Giancarlo Galan, Doge di Venezia per quindici anni, governatore del Veneto nella stagione delle grandi opere, potente come mai nessuno è stato dai tempi di Carlo Bernini. È un’ambulanza della Croce Verde, preceduta da un’auto della Polizia Penitenziaria, ad annunciare l’epilogo triste, faticoso, inutilmente esorcizzato a colpi di certificati medici. Villa Rodella di Cinto Euganeo è un’oasi di verde e di pace, Giancarlo Galan è in attesa che si compia il destino annunciato sei ore prima dal voto dell’aula di Montecitorio, che un po’ distrattamente, ma con una maggioranza inequivocabile, ha deciso che può essere arrestato, in quanto imputato di corruzione.
I sanitari restano nella lussuosa residenza per quasi due ore. Intanto il cielo si è imbronciato e una pioggia fitta ha cominciato a cadere. Le luci sono accese al piano nobile. Ad un certo punto si teme che il parlamentare sia stato colto da malore. Sembra che Galan non voglia staccarsi dalla moglie e dalla figlia, cercando di ritardare il più possibile il momento in cui, detenuto e malato, deve adagiarsi sul lettino dell’autolettiga, circondato dagli infermieri che sono venuti a prenderlo. È presente l’avvocato Giuseppe Lombardino dello studio Franchini. Un finanziere ha consegnato, come da rito giudiziario, l’ordinanza di custodia cautelare rimasta per un mese e mezzo in attesa di esecuzione.
Si apre il cancello alle 22.20 e il corteo si avvia verso l’autostrada, destinazione reparto clinico del carcere di Opera, a Milano. A Venezia il gip e la Procura hanno deciso l’arresto-soft, per evitare rischi sanitari. Niente cella, visto che fino alle prime ore del pomeriggio il detenuto era ricoverato nell’ospedale di Este. Ma neppure arresti domiciliari, come avrebbero voluto preventivamente gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Galan dormirà in carcere, seppure in un reparto che assomiglia a un ospedale. C’è tempo oggi perchè venga depositata la richiesta di modifica del regime detentivo, già respinta dal gip Alberto Scaramuzza, oltre al ricorso al Riesame.
Il giorno più amaro di Giancarlo Galan è stato interminabile. A chi gli era vicino ha confessato di essersi sentito tradito. Lo ha anche detto, alle 15, quando in carrozzella ha lasciato l’ospedale di Este. «Sono incazzato, non con voi, ma sapete benissimo con chi» ha detto ai fotografi che erano riusciti a intercettarlo, dimagrito, con il piede sinistro ingessato, mentre veniva spinto sull’ambulanza dell’Usl 17. I magistrati che ne hanno chiesto e ottenuto l’arresto? I medici che lo hanno inopinatamente dimesso tre ore prima che a Roma cominciasse la discussione sul suo arresto? I colleghi che non hanno avuto la pazienza o la libertà di aspettarne la guarigione per ascoltare le sue ragioni di vittima presunta di una macchinazione infernale? L’interpretazione autentica, trapelata in serata è diversa, anche se giudici, deputati e medici lo hanno in qualche modo messo in croce.
Il riferimento era ai suoi accusatori, che egli ritiene animati solo dalla voglia di uscire in fretta di galera (un anno fa) e di ottenere benefici giudiziari. I nomi non sono un segreto: Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Piergiorgio Baita ex presidente dell’Impresa Mantovani, Claudia Minutillo, l’ex segretaria in Regione diventata imprenditrice. Sono loro ad aver messo nero su bianco che il Governatore era a libro paga, per favorire il Mose e i project financing in Veneto.
Giorno nero, cominciato malissimo. Alle 9, quando Galan è già in piedi da un pezzo, in attesa delle notizie da Roma, un medico del reparto di Medicina generale lo informa che la lettera di dimissioni è pronta. Dopo settimane di certificati sulle sue condizioni di salute precarie, al punto da chiedere rinvii del voto e da attizzare invettive contro il Parlamento che non lo voleva sentire, Galan si ritrova ex ricoverato con un tempismo perlomeno sospetto. Mancano ancora tre ore all’inizio della discussione in aula, dove una parte degli onorevoli dirà che è molto malato. Se poteva sperare nell’ombrello protettivo dell’ospedale deve ricredersi. La convalescenza può proseguire nella sua villa dorata.
Intanto i ritmi della Camera sono spietati. La riunione dei capigruppo non ha raggiunto l’unanimità sul rinvio richiesto in extremis da Forza Italia. Laura Boldrini rimette la decisione all’aula. Ma si capisce subito che non è aria di indulgenze. Giulia Grillo dei Cinquestelle: «La richiesta è pretestuosa». Sofia Amodio del Pd: «Galan ha diritto al rinvio? No, perchè è stato sentito in Giunta e ha presentato cinque memorie». Avanti di corsa verso la discussione. Alle 12.16 il destino di Galan è segnato: con 289 voti di differenza viene respinta la richiesta di soprassedere.
Ci riprova Antonio Leone del Nuovo Centrodestra, chiedendo l’inversione dell’ordine del giornoistabili. La differenza tra contrari e favorevoli sale a quota 348. La discussione diventa quasi una formalità. Il relatore Mariano Rabino di Scelta Civica spiega che contro Galan non c’è persecuzione giudiziaria. Il relatore di minoranza Gianfranco Chiarelli (Forza Italia) sostiene l’esatto contrario, prendendo atto dello scarso interesse dei deputati, visto che l’80 per cento degli scranni è vuoto.
L’affondo più efficace contro Galan è di Marco Brugnerotto dei Cinquestelle che legge le parole di un libro-intervista del governatore che, quand’era potente, elogiava Piergiorgio Baita, Lia Sartori, Marcello Dell’Utri, indicandoli come modelli di buona politica e buoni affari. Pietra tombale anche dal veronese Matteo Bragantini: «La Lega Nord ritiene che non ci sia fumus persecutionis». Partita chiusa, con un quasi burocratico pollice verso del PD: la richiesta di arresto è fondata, il Parlamento autonomo, il voto per l’arresto non è negazione di garantismo. Nessuna sorpresa nel segreto dell’urna telematica. A favore dell’arresto 395 deputati, contrari 138.
Un’ora dopo, alle 15.30, Galan lascia l’ospedale e va a casa. L’attesa è lunga. L’esecuzione rimandata in attesa delle notifiche da Roma. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini commentano: «Oggi si è scritta una pagina buia». Arriva una telefonata di Silvio Berlusconi. Poi i magistrati decidono per un arresto in qualche modo umanitario. «La Procura ha dato esecuzione al provvedimento cautelare nel pieno rispetto del primario diritto alla salute». La struttura milanese «si atterrà alla più scrupolosa e attenta osservanza delle disposizioni concernenti i detenuti malati». Ora la partita giudiziaria comincia per davvero.

Giuseppe Pietrobelli

 

IL RETROSCENA – Da grave a quasi guarito il giallo delle due diagnosi

Il giallo della diagnosi cambiata in poche ore

di Giuseppe Pietrobelli

Che cosa è accaduto tra sabato 19 luglio, quando Giancarlo Galan era un paziente su cui incombeva una diagnosi preoccupata, e ieri mattina alla 9 quando i medici dell’ospedale di Este gli hanno messo in mano una lettera di dimissioni? Non gli hanno detto che è guarito e che ora può passeggiare nel bel parco della sua villa di Cinto Euganeo, tuttavia gli hanno spalancato le porte del reparto, con la prescrizione delle cure da effettuare a domicilio, poche ore prima che la Camera dei Deputati desse il via libera all’arresto. In quelle 72 ore qualcosa dev’essere successo nelle corsie del nosocomio dell’Usl 17 di Monselice, perché l’uscita in carrozzella di Galan è sembrata un fatto inatteso, dopo tanto can-can mediatico e politico legato alla gravità delle sue condizioni di salute.
Una risposta alla domanda sta in quei due certificati che portano la data del 19 e del 22 luglio, entrambi firmati da sanitari dell’Unità Operativa Composta di Medicina Interna e dalla Direzione Sanitaria dell’Usl (dove era stato trasferito giovedì da Cardiologia). Il primo certificava la degenze, il secondo vi poneva termine dopo neppure tre giorni. Una diversità di vedute tra medici sull’opportunità di tenere in carico un malato diventato in qualche modo ingombrante, anche perché di lì a poche ore avrebbe potuto subire una visita fiscale ordinata dal gip di Venezia Alberto Scaramuzza? Una valutazione di opportunità, di fronte a un possibile piantonamento dell’illustre paziente?
Difficile trovare il bandolo della verità su un mistero che avrebbe stupito lo stesso Galan, convinto che la degenza l’avrebbe protetto più di un ritorno a casa. Ma non solo. Qualche interrogativo se lo sono posti anche negli uffici giudiziari veneziani, che probabilmente non si attendevano le dimissioni dopo i fiumi di certificati medici allarmati. La verità ufficiale conferma che alle 9 di ieri Galan è stato informato delle dimissioni decise dai medici. Ha ricevuto la lettera più o meno attorno alle 9.40. Vi è scritto che deve rimanere immobile per 40 giorni dal 5 luglio, giorno in cui si è procurato una frattura cadendo in giardino, e che deve mantenere la gamba sinistra scarica. Non può camminare. Inoltre, dovrà essere monitorato ogni quattro ore per il diabete e seguire per tre mesi una terapia anti embolie. Il certificato di sabato scorso era stato firmato dalla dottoressa Lucia Anna Leone dell’Unità di medicina interna e dalla dottoressa Marianna Lorenzi della direzione sanitaria dell’Usl. Ribadiva la diagnosi contenuta nei precedenti certificati. Era stato redatto su richiesta di Galan che lo aveva inviato lunedì alla Camera. Eppure è venuto meno proprio il giorno in cui il voto si teneva. Anzi, tre ore prima dell’inizio.
La coincidenza non fa che aumentare i sospetti che tra i medici ci sia stata una riflessione approfondita sull’opportunità di tenere Galan ricoverato, con il rischio che a posteriori si scoprisse che poteva essere curato a casa, come attestato dalle dimissioni di ieri mattina. Dall’entourage di Galan si apprende che la decisione era in qualche modo stata ventilata dai medici. Ma perché allora firmare sabato un certificato di degenza sapendo che dopo due-tre giorni ne sarebbe venuta meno l’esigenza? Questa vicenda rischia di passare alla storia proprio per il numero di sanitari (una decina) che si sono occupati delle condizioni di Galan. Radiologi, ortopedici, angiologi, cardiologi ed esperti di medicina interna avevano confermato frattura, trombosi, diabete e ipertensione cardiaca, ora ribaditi nella lettera di dimissioni.

Giuseppe Pietrobelli

 

RABBIA E STUPORE – Galan si è detto furioso e incredulo per quella che ritiene «una doppia ingiustizia»: i due voti a lui sfavorevoli espressi dalla Camera dei deputati

Poi la Finanza lo trasferisce a Opera

LA PROCURA «Massimo rispetto del primario diritto alla salute»

PRESCRIZIONI – Controlli per il diabete e terapia anti-embolie

ULSS 17 Il direttore sanitario: «Trattato come un paziente qualsiasi. Ha chiesto lui l’ambulanza»

LA SVOLTA – Sabato valutazione preoccupata, ieri repentina dimissione

LA CADUTA – Dopo la frattura alla gamba 40 giorni di immobilità

A VILLA RODELLA – La mesta uscita in sedia a rotelle

A casa per poche ore prima del trasferimento

Gli insulti della gente davanti all’abitazione

La lunga giornata a villa Rodella a Cinto Euganeo inizia poco dopo le 15,30 quando Giancarlo Galan, appena dimesso e furibondo per le notizie arrivate da Roma, sotto il sole varca il cancello in ferro battuto a bordo di un’ambulanza. Sa che stavolta la permanenza nella sua lussuosa magione sarà molto breve, perché lo aspetta il carcere. Dall’interno della villa che ha ospitato Silvio Berlusconi il giorno delle nozze dell’allora governatore, si sente solo ogni tanto qualche porta sbattere. I balconi sono semichiusi e si intravvedono le tende tirate all’interno. Le uniche presenze sono quelle dei cani.
Villa Rodella, però, un tempo tenuta come una bomboniera, è in stato di palese abbandono: il giardino è trascurato e anche le rose, tempo fa orgoglio dell’ex ministro che le curava personalmente, sono appassite, a conferma che in casa Galan adesso i pensieri sono ben altri. Persino le auto, una’Audi A8, una Range Rover e una BMW Z4, sembrano in disuso. Sulla buca della posta ci sono diverse lettere intestate a Sandra Persegato, moglie dell’ex doge, e un plico di pubblicità. Quasi beffardi, sono rimasti dei fiocchi azzurri sulle inferriate, ricordo di qualche festa passata.
La gente è furiosa: c’è un continuo viavai di persone in bicicletta, a piedi e in macchina che passano e urlano di tutto in direzione dell’abitazione. L’augurio più benevolo e che le porte del carcere si aprano al più presto. Alle 18 Sandra Persegato apre il cancello ai carabinieri che entrano probabilmente per notificare l’ordine di arresto. Usciranno alle 19,21 assieme a un avvocato dello studio legale che difende Galan, per poi tornare subito dopo e ripartire ancora. Poco prima una signora bionda, forse una parente, esce dalla Villa in macchina e torna con la borsa della spesa piena. Alle 20 inizia l’ultima penosa fase. Arrivano l’ambulanza, preceduta e seguita dalle auto dei carabinieri e della Digos. C’è però qualcosa che non va. Le forze dell’ordine entrano ed escono con carte e faldoni, e l’imputato non esce. Verso le 21 i carabinieri si allontanano per ritornare poco dopo. Galan, in sedia a rotelle, dimagrito e molto provato, sale in ambulanza alle 21,12 sotto una pioggia battente: davanti c’è un’Alfa della polizia penitenziaria, dietro le altre due macchine delle forze dell’ordine. Il cancello in ferro battuto si chiude alle sue spalle.

 

«Arresto e dimissioni: coincidenze»

LO STAFF – Una decina di sanitari per l’incidente del 5 luglio

AGNOLETTO «Le condizioni di salute consentivano il ritorno a casa»

La mattina del giorno del giudizio è densa di misteri e sull’ospedale di Este, dove Giancarlo Galan è ricoverato da più di una settimana, si addensano nuvole di tempesta. Il reparto di medicina, nel quale l’ex governatore del Veneto è stato trasferito lunedì dalla vicina area cardiologica, è come sempre blindato e non c’è modo di sapere cosa sta accadendo al paziente eccellente. Che però ha già in mano il foglio di dimissioni alle 9.30 del mattino: gli ultimi esami clinici e i controlli di routine hanno confermato lunedì sera che il doge sta bene. O almeno è in condizione di lasciare l’ospedale per affrontare quel che lo aspetta. E qui è l’inghippo, perché secondo alcune fonti le dimissioni sarebbero state alla base di un durissimo scontro di natura medica e politica.
L’impressione che Galan sia stato «scaricato» aleggia comunque nell’ambiente, e una lamentela affidata agli amici dall’ex presidente della Regione lo confermerebbe. Dall’Ulss17 di Este e Monselice arriva invece una secca smentita sull’argomento. «Escludiamo assolutamente che ci siano stati problemi di questo tipo – fa sapere Maurizio Agnoletto, dirigente medico dell’azienda sanitaria della Bassa Padovana – Galan è stato trattato come un paziente qualunque e le sue dimissioni sono state decise perché le condizioni di salute lo permettevano». I maligni sorridono inoltre di fronte alla coincidenza di orari tra la fuga dell’ex ministro, fatto uscire dalla porta sul retro del reparto, e il via libera all’arresto deciso a Roma. «Si tratta di banali coincidenze – sottolinea Agnoletto – in realtà il paziente ci aveva detto che sarebbe stato portato a casa dai famigliari, però nel pomeriggio ci ha chiesto di portarlo con un’ambulanza». A questo punto è scattato un trasporto interno e un’ambulanza, come da prassi, è stata messa a disposizione del paziente. Resta da chiarire se la richiesta di collaborazione da parte di Galan sia legata o meno all’esito della votazione che lo riguardava direttamente. «Galan è stato trattato come qualsiasi paziente – conclude il dirigente – nonostante i reparti in cui è stato ricoverato siano stati investiti in questi giorni da una vera e propria tempesta mediatica»

Ferdinando Garavello

 

L’ARRESTO – Giudici spiazzati dai medici ricerca frenetica del carcere

La Procura aveva ipotizzato una detenzione ospedaliera

Costretti in extremis a trovare un penitenziario attrezzato

È stata una giornata frenetica negli uffici della Procura di Venezia. Prima la notizia proveniente dall’ospedale di Este, con la dimissione a sorpresa di Giancarlo Galan, che fa ritorno a casa in ambulanza. Poi il voto della Camera che, in tarda mattinata, rigetta l’ennesima istanza di rinvio della discussione, motivata dalla difesa con l’impossibilità di muoversi del deputato sotto accusa… E, nel pomeriggio, il “sì” all’arresto del presidente della Commissione Cultura ed ex Governatore del Veneto.
I magistrati coordinati dal procuratore aggiunto Carlo Nordio non nascondono la sorpresa per l’improvvisa e inattesa decisione dei sanitari padovani: fino al giorno precedente le condizioni di Galan risultavano tali da non consentire il suo spostamento. Poi l’improvvisa dimissione, comunicata a Galan poche ore prima dell’inizio della discussione in Parlamento (e nel pomeriggio in Procura): cosa è cambiato in poche ore, si chiedono gli inquirenti? Cosa ha consentito ad un malato, definito intrasportabile, di fare rientro tranquillamente a casa? I pm che indagano sul “sistema Mose”, Stefano Ancilotto e Paola Tonini, restano negli uffici della Cittadella di piazzale Roma fino a tarda ora: prima per attendere la formalizzazione dell’autorizzazione a procedere appena votata, documento indispensabile per poter eseguire l’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata lo scorso maggio dal gip Alberto Scaramuzza per il reato di corruzione. Poi per organizzare l’esecuzione. La Procura può provvedere subito all’arresto, ma anche attendere, come ha fatto nel caso dell’ex eurodeputata Lia Sartori, alla quale la notifica degli arresti domiciliari è avvenuta il giorno seguente all’avvenuta decadenza dal Parlamento europeo. In un primo momento pare che la soluzione scelta sia la seconda. Ma forse è soltanto un modo per “depistare” i giornalisti. Per le 19.30 è annunciato un comunicato stampa, che però non verrà mai diffuso. I magistrati sono impegnati nell’operazione più delicata: la scelta del carcere nel quale disporre la detenzione dell’ex Governatore del Veneto. Decisione non necessaria fino a poche ore prima: se fosse stato ancora ricoverato in ospedale, infatti, Galan sarebbe rimasto lì, piantonato dalle forze dell’ordine. Le condizioni di salute evidenziate da numerosi certificati medici consigliano la detenzione in un carcere dove siano presenti idonee strutture di cura, e i penitenziari attrezzati a tal fine si contano sulle dita di una mano.

 

Si chiude il ventennio del padre-padrone del Veneto

Travolto dal Mose, ma già scaricato dalla politica

L’ARRESTO dell’ex doge

IL POLITOLOGO – Feltrin: «Per le Regioni il momento più basso dalla loro istituzione»

IL BILANCIO – Dalla Pedemontana al Passante, la stagione delle grandi opere

L’era dei dogi è finita Galan non lascia eredi

L’ANALISI – Fine di un’epoca l’ultimo doge cade senza eredi

L’era dei Dogi è finita, sentenzia Roger De Menech, deputato e segretario del Pd del Veneto. Con il via libera all’arresto di Giancarlo Galan, si è chiusa «l’epoca» che dagli anni Novanta al 2010 ha visto un uomo solo al comando, incontrastato padre-padrone del governo del Veneto, dove non si muoveva foglia se non lo diceva il Doge. Un “titolo onorifico” assegnato anche a Carlo Bernini a Gianfranco Cremonese, ultimi eredi della Dc, e al forzista Galan. Tutti hanno caratterizzato il Potere, salvo, poi, cadere, a vario titolo, nella rete della giustizia.
La compagnia si allarga oltre i confini regionali. Il lombardo Formigoni, il campano Bassolino, il ligure Burlando, l’emiliano Errani sono stati l’emblema della forte rappresentanza della Regione amministrata. Un ruolo che a tutti è costato caro, con le obbligate dimissioni oppure con la mancata riconferma alla carica di governatore. Il Potere logora chi ce l’ha? Vanno distinte le vicende giudiziarie con quelle che hanno caratterizzato la gestione della cosa pubblica. Ovvio. Ma il confine è labile. Per Paolo Feltrin, politologo e docente all’università di Trieste, «i governatori degli ultimi 20 anni sono stati il frutto della ventata regionalista iniziata dopo Tangentopoli del ’93». Le Regioni sono state caricate di un ruolo inedito fino ad allora, diventando una sorta di “chiave di volta” per risolvere i problemi del Paese. Autonomia e federalismo all’esasperazione. Ora, le vicende giudiziarie che interessano governatori in carica o ex, fanno dire a Feltrin «che per le Regioni è il momento più basso della loro cinquantennale storia». Anche perché a Bruxelles, dall’iniziale Europa delle Regioni, si sta passando a quella delle Nazioni. Addio ruolo politico, alle Regioni resta la funzione di attuatore del decentramento amministrativo.
In tutte le regioni, con l’onda dell’autonomia, i presidenti sono stati lo snodo dei grandi affari, perché legittimati dall’elezione diretta e dalla mancanza di un limite ai mandati, ora previsto. E quasi tutti hanno avuto a che fare con i giudici.Sono le toghe ad essere anti-politica? Difficile. Piuttosto, imprenditori, legislatori, amministratori, partiti dovrebbero dare risposte a tre domande. La sintesi di Feltrin: è trasparente il sistema del finanziamento ai partiti?; forse c’é qualcosa di strano nel sistema degli appalti (lo dice anche il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio, nell’accusa a Galan)?; non manca la conoscenza, da parte dell’amministratore pubblico, della reale definizione dei prezzi base per gli appalti, tanto che ogni volta pare che qualcuno se li aggiudichi a caso?
Con la vicenda Galan è finita l’epoca dei Dogi e delle Regioni con forte potere di confronto con lo Stato? Stando all’attualità, la riforma del Titolo V della Costituzione voluta da Renzi, riporta al centro molte competenze ora in coabitazione. Ma non c’é una causa effetto, per Daniele Marini, direttore scientifico del centro studi Community Media Research: «Il riordino istituzionale non deriva dal malaffare, ma dal venir meno delle mancate risposte date ai territori da parte di chi li governa». Politicamente «veniamo da una lunga stagione di ForzaLeghismo, caratterizzata dalla duplicazione in chiave regionale del governo nazionale, favorevole, quest’ultimo ad esaltare il ruolo della gestione dei territori». Con le ultime “mazzette”, è iniziata a calare la forza che alimentava le autonomie regionali e comunali. La causa? «L’incapacità delle forze politiche e istituzionali di autoriformarsi».
Eppure, qualcosa di positivo anche Galan può segnarlo nel “capitolo successi”: Passante, il Mose stesso che lo ha portato in carcere; avvio della Pedemontana; lo scontro con Roma sorda alla voglia di fare in proprio del Veneto. «Liberandosi dai sentimenti – concorda Feltrin – è il giudizio storico a dare i “voti”».
Di sicuro, il caso-Galan segna uno spartiacque anche politico, per Forza Italia e il centrodestra. «La potenza del ruolo dell’ex governatore – ragiona Marini – ha iniziato ad affievolirsi da quando ha lasciato la Regione, con conseguente calo elettorale del Pdl per il venir meno del coagulo periferia-partito nazionale». Non così la Lega, che in tempi rapidi ha saputo rigenerarsi grazie alla capacità di avere “costruito” chi potesse sostituire la vecchia guardia. Questo è il neo che identifica l’era dei governatori targati Fi-Pdl: l’accentramento del Potere e la presunzione che mai ci sarebbe stato bisogno di un successore, quindi era inutile crearlo.
Cosa sarà di Forza Italia? Per Marini tutto il sistema politico è in subbuglio. Anche in Veneto «non è automatico che l’affermazione del Pd alle elezioni europee determini un ribaltone alle regionali del 2015». Sono troppe le variabili per definire il domani del centrodestra in termini di alleanza. Per Feltrin, va messo in conto che Fi abbia bisogno «di una nuova traversata del deserto» come già avvenuto a fine anni Novanta. In fondo «il bipolarismo genera ciclicamente la necessità di rigenerarsi».

Giorgio Gasco

 

MALAFFARE IN VENETO

Berlato: «Col sì all’arresto di Galan presto la verità»

VICENZA – (ro.la.) «Con questo voto si è fatto un importante passo in avanti per restituire ai cittadini il diritto di sapere come sono stati sperperati i loro soldi e da chi sia composta la cricca malavitosa che, trasversalmente ai partiti sia di centrodestra che di centrosinistra, ha ammorbato il Veneto negli ultimi quindici anni». Ieri la Camera ha dato il via libera alla richiesta di arresto, partita dalla procura veneziana nell’ambito dell’inchiesta Mose, nei confronti dell’ex governatore del Veneto Giancarlo Galan, e Sergio Berlato commenta così la decisione dell’aula di Montecitorio. L’esponente di Fratelli d’Italia, ex compagno di partito del forzista Galan e uno dei primi a denunciare il presunto sistema del malaffare in Veneto, è convinto che le indagini «faranno emergere le responsabilità di tutti coloro che hanno fatto parte e che continuano a fare parte del sistema del malaffare». Di più: per Berlato siamo solo all’inizio. «Abbiamo motivo di ritenere che il Mose fosse solo la palestra dove gli appartenenti del malaffare si esercitavano per mettere a punto un sistema da applicare poi in molte altre opere classificate come di pubblica utilità». A esempio? «Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergerà presto la verità sul modo in cui è stata gestita e continua ad essere gestita la sanità in Veneto. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità sul come sono state gestite le principali opere infrastrutturali, iniziando da quelle viabilistiche. Siamo fiduciosi che dalle indagini in corso emergeranno presto le responsabilità di chi ha applicato il sistema del project financing in salsa lombardo-veneta».

 

RIESAME «Gravi indizi», Lia Sartori resta agli arresti domiciliari

Confermati gli arresti domiciliari per Lia Sartori, l’ex eurodeputata di Forza Italia accusata dalla Procura di Venezia di finanziamento illecito ai partiti. Lo ha stabilito il Tribunale del riesame respingendo il ricorso della difesa e confermando l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Il collegio presieduto da Angelo Risi ha ritenuto che vi siano gravi indizi di colpevolezza in relazione ad un contributo elettorale in bianco di 25mila euro, versato dal Consorzio Venezia Nuova alla Sartori per tramite di altre società, nonché in relazione a due dei quattro contributi in nero che l’ex presidente del Cvn, Giovanni Mazzcurati, ha detto di aver versato all’ex presidente del Consiglio regionale del Veneto.

 

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Comunicato Stampa Opzione Zero


Altri due Comuni del Miranese-Riviera del Brenta chiedono il ritiro del progetto; in tutto sono cinque i Comuni contrari, tutti quelli collocati alla “testata” della famigerata romea commerciale.

La pressione dei Comitati, l’insostenibilità dell’opera, e il marciume legato alle grandi opere stanno ribaltando nei territori la retorica “del fare comunque” tanto cara a Renzi e Zaia.

Dall’inchiesta MOSE emerge in modo chiaro come proprio la nuova autostrada fosse pensata e voluta a solo uso e consumo delle cricche del cemento legate alla Mantovani, a Bonsignore e alle Coop emiliane.

Il mostro di asfalto si può e si deve sconfiggere, la priorità deve diventare è la messa in sicurezza della Romea.

Dopo la presa di posizione del Comune di Mira, Dolo, Fiesso ora si aggiungono anche i Comuni di Pianiga e Mirano: l’Autostrada Orte-Mestre è un progetto che deve essere stracciato nella sua interezza.

Infatti i voti dei consigli Comunali di Pianiga e Mirano contro la Orte-Mestre segnano ancora una volta una inequivocabile e netta inversione di tendenza: di fronte all’evidenza dei fatti, gli argomenti e le ragioni di chi continua a sostenerla non reggono più, diventando pura retorica, tanto più se chi la sostiene ora si trovano in carcere o agli arresti domiciliari proprio a causa di una gestione mafiosa della grandi opere.

Da dieci anni, i comitati analizzano dati ufficiali e incontrovertibili ponendoli all’attenzione delle istituzioni locali che, finalmente, si sono decise a prenderne atto: l’opera, oltre che anacronistica, risulta del tutto insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. E del resto proprio dalle indagini sul MOSE, (dichiarazioni di Claudia Minutillo), emerge come proprio la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della cricca veneta del cemento così come di quella genovese legata a Bonsignore e di quella legata alle Coop Emiliane: dopo il MOSE, la nuova autostrada sarebbe diventata un altro grosso “osso” da spolpare attraverso la truffa del Project Financing.

Non è un caso che, a livello istituzionale, siano proprio i Comuni ad alzare per primi la voce. Sono infatti le amministrazioni e le popolazioni locali i soli a pagare gli effetti devastanti delle cosiddette “grandi opere” come la Orte-Mestre, sia in termini ambientali sia in termini economici. Anche per i Sindaci più possibilisti ormai è chiaro che le solite promesse di Governo e Regione sulle opere di compensazione sono solo specchietti per le allodole: la storia del Passante sta lì a dimostrarlo.

Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, portavoce del Comitato, esprimono grande soddisfazione per questo importante risultato che continua a rafforzare e dà speranza a chi è da sempre impegnato in questa difficile battaglia; e che dimostra che i Comuni nel cui territorio dove dovrebbe trovare spazio la “testa” dell’autostrada si oppongono a tale progetto.

Inoltre la portata di questa presa di posizione supera finalmente la discussione artificiosa e fuorviante, tipicamente NIMBY, in quanto tale progetto viene rigettato per intero.

Secondo Mattia Donadel, presidente di Opzione Zero, “bisogna crederci fino in fondo”: l’approvazione del progetto preliminare della Orte-Mestre non è per nulla irreversibile, si tratta di una decisione politica e come tale può essere messa in discussione in ogni momento.

Per Opzione Zero e per tutto il variegato arcipelago di organizzazioni che costituisce la Rete Nazionale Stop Orte-Mestre, è fondamentale che Comuni e le forze politiche trovino il coraggio di cambiare posizione a capiscano che è invece necessario affrontare in modo prioritario il tema della messa in sicurezza immediata della SS 309 e del trasporto pubblico locale, vere urgenze per i cittadini della Riviera.

 

LE RICOSTRUZIONI DELL’ACCUSA

Un pranzo a tre poi l’idea project

Baita, Galan, Chisso e le opere pubbliche costruite con la finanza di progetto

VENEZIA – Nel decennio compreso tra il 2000 e il 2010, secondo la Procura di Venezia, il duo Galan- Chisso, ha gestito praticamente in prima persona gli appalti delle grandi opere in Veneto. Ed è durante un pranzo nel 2001, tra i due e Piergiorgio Baita, che quest’ultimo apprende della necessità di doversi “inventare” un sistema per poter partecipare alla realizzazione i grandi opere pubbliche. Altrimenti non avrebbe più vinto, come Mantovani, una gara. Del resto già lui aveva iniziato a lamentarsi, con i due politici di Forza Italia, del fatto che la sua società incontrava non poche difficoltà negli appalti. Infatti altre imprese si erano rivolte agli esponenti di centro destra spiegando come Mantovani si stava spartendo già la torta del Mose e non era giusto che partecipasse ad altri lavori. Ed è durante quel pranzo che il manager capisce che sarebbe stato inutile partecipare a gara d’appalto, non ne avrebbe più vinta una. Ecco allora che il presidente della Mantovani mette a punto l’operazione “project financing”. Un sistema che gli consentì, da quel momento, di operare lo stesso, ma lo vide costretto a occuparsi di altro rispetto alla tradizione di costruttore di grandi opere che aveva caratterizzato l’impresa padovana. Tutto questo lo spiega lo stesso Baita, quando lo scorso anno decide di collaborare con il pm Stefano Ancillotto dopo il suo arresto. Ecco che Mantovani entra con un’Associazione temporanea d’imprese nell’affare ospedale di Mestre, la nuova struttura sanitaria di Mestre a cui viene dato il nome di “Ospedale dell’Angelo”, in onore dell’allora patriarca di Venezia Angelo Scola. La finanza di progetto è un’operazione di tecnica di finanziamento a lungo termine in cui il “ristoro” del finanziamento stesso è garantito dai flussi di cassa previsti dall’attività di gestione dell’opera prevista dal progetto. In Italia, la finanza di progetto ha trovato spazio prevalentemente nella realizzazione di opere di pubblica utilità. In questa configurazione di project financing i soggetti promotori propongono alla Pubblica amministrazione la possibilità di finanziare, eseguire e gestire un’opera pubblica, il cui progetto è stato già approvato, o sarà approvato, in cambio degli utili che deriveranno dai flussi di cassa (cash flow) generati per l’appunto da una efficiente gestione dell’ opera stessa. Ma per molti è solo altri un sistema per aggiudicare le opere «agli amici». Per quanto riguarda l’ospedale di Mestre, il 22 novembre 2002 viene costituita la società Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, formata dall’Ati che ha vinto il bando di gara per la realizzazione dell’ospedale. La società gestirà per 24 anni l’ospedale. L’Ati è composta da: Astaldi, Mantovani, Mattioli, Gemmo, Cofathec e Studio Altieri. Ritornando a Baita e al pranzo con Galan e Chisso, da quel momento la Mantovani non partecipa a nessun’altra gara per grandi opere. Secondo la Procura, la conferma di come il duo Galan-Chisso avesse imposto le sue regole.

Carlo Mion

 

Matteoli, dopo il Tribunale dei ministri servirà il voto del Senato

C’è un altro caso che viaggia parallelo a quello di Giancarlo Galan. Si tratta dell’ex ministro Altero Matteoli, la cui posizione è al vaglio del Tribunale dei ministri sezione di Venezia. Se i giudici decideranno che le accuse nei confronti dell’ex ministro sono fondate, il dossier verrà trasferito al Senato che si dovrà pronunciare sull’eventuale autorizzazione a procedere. Matteoli è accusato dall’ex presidente del Consorzio Mazzacurati e da Baita della Mantovani di aver ricevuto sommedi denaro per le campagne elettorali e di aver imposto al Cvn la Socostramo di Erasmo Cinque, ditta a lui vicina, per i lavori di marginamento e bonifica di Porto Marghera. Quando si tratta di un’ipotesi di reato commessa durante le funzioni di ministro, la legge prevede l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare.

 

Gazzettino – Le sette accuse contro Galan e la sua difesa

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14

lug

2014

CASO MOSE – Le sette accuse contro Galan e la sua difesa

DOMANI IL VOTO – Alla Camera la decisione sul carcere per corruzione

OGGI L’ISTANZA – Gli avvocati depositano la richiesta di “domiciliari”

Il Mose e le mazzette, il patrimonio e la villa, le società, i conti e le “gole profonde”: in nove punti le contestazioni delle toghe e le repliche dell’ex Governatore veneto

Accusa & difesa: ecco perchè vogliono l’arresto di Galan

Per Giancarlo Galan l’esito finale della guerra si deciderà davanti ai giudici del Tribunale, quando si dovesse arrivare a un processo. Per il momento è impegnato nella battaglia per la libertà personale, visto che domani la Camera voterà sulla richiesta di arresto per corruzione dell’ex governatore del Veneto, capi d’imputazione per quasi 5 milioni di euro. Oggi l’annunciata mossa dei difensori Antonio Franchini e Niccolò Ghedini che presenteranno al gip la richiesta di trasformare l’eventuale custodia cautelare in carcere negli arresti domiciliari in ospedale o in casa. Perché il parlamentare è bisognoso di cure dopo una caduta con frattura alla gamba e conseguente tromboflebite, innestata in un quadro generale di rischi cardiaci.
Lo scontro è drammatico perché Galan rischia di finire per davvero in galera. Ma in base a quali elementi? Con quali prove? Lo hanno trovato con il sorcio in bocca o il profumo dei soldi è soltanto un sospetto in un’inchiesta che ha già trovato su altri fronti solide conferme? Ecco quello che Pm e difesa hanno messo sul piatto. Almeno fino ad ora.

I PAGATORI

ACCUSA. Secondo i Pm veneziani e il gip Scaramuzza che ha ordinato l’arresto di Galan, esistono dichiarazioni insuperabili di Giovanni Mazzacurati (Consorzio Venezia Nuova), Piergiorgio Baita (Impresa Mantovani) e Claudia Minutillo (ex segretaria di Galan in Regione e socia in Adria Infrastrutture). Sono loro a confermare la colossale corruzione. Le versioni si integrano e completano.
DIFESA. Gli accusatori sono inaffidabili perché hanno parlato quando erano detenuti per altre inchieste. Le loro versioni sono fantasiose e contraddittorie: nessuno può dire di aver consegnato soldi nelle mani di Galan, che non ha mai chiesto nulla a Mazzacurati e Baita.

UN MILIONE ALL’ANNO

ACCUSA. Galan ha ricevuto uno “stipendio” annuale di 1 milioni di euro da Mazzacurati e dal Consorzio Venezia Nuova. Dei versamenti hanno parlato Mazzacurati, Baita e Minutillo. Conferme di altri coinputati.
DIFESA. «Mai nulla ho ricevuto da Mazzacurati. Non so come difendermi da un’accusa così fantasiosa e totalmente destituita di fondamento. All’estero ho solo due conti in Croazia. Mazzacurati ha usato la fantasiosa storia del milione di euro all’anno quale “copertura” di proprie ingenti appropriazioni».

1,8 MILIONI PER IL MOSE

ACCUSA. Galan ha ricevuto dal Consorzio Venezia Nuova 900.000 euro nel 2007-08 per il rilascio (nel 2004) di parere favorevole al Mose dalla Commissione di Salvaguardia e altri 900.000 euro nel 2006-007 per il rilascio (nel 2002 e 2005) di parere favorevole della Commissione Via regionale sui progetti delle scogliere a Malamocco e Chioggia. Gli accusatori sono Mazzacurati e Baita, secondo cui la richiesta arrivò dall’assessore Renato Chisso.
DIFESA. «Poco credibili» pagamenti a distanza di anni dai pareri. Galan solo una volta presiedette la Commissione di Salvaguardia e non ha mai partecipato alla Commissione Via regionale.

SOLDI A SANTA CHIARA

ACCUSA. Nel 2005 Galan ricevette 200.000 euro all’hotel Santa Chiara a Venezia da Baita, tramite la Minutillo. I due confermano e anche l’imprenditore William Colombelli conferma l’incontro.
DIFESA. Colombelli non parla di passaggio di denaro da Baita a Minutillo da consegnare al Governatore. «Non ho mai ricevuto denari dall’ing. Baita, tantomeno ne ho a costui richiesti».

CONTO A SAN MARINO

ACCUSA. Nel 2005 ha ricevuto 50.000 euro in un conto corrente della International Bank di San Marino da Minutillo e Baita.
DIFESA. Era un conto “ufficiale e trasparente” aperto in modo simbolico per un accordo della Regione Veneto con la Repubblica. «Non operai mai alcuna movimentazione. Tale conto è stato utilizzato da terzi senza che io ne fossi a conoscenza e con la falsificazione delle mie firme».

VILLA SUI COLLI

ACCUSA. Si è fatto ristrutturare la villa a Cinto Euganeo con lavori al corpo centrale (2007-08) e alla barchessa (2011) pagati da Mantovani con sovraffatturazioni all’architetto per un milione 100 mila euro. L’accusa viene da Baita (e Nicolò Buson).
DIFESA. È una “fantasia”. La spesa è stata di 769.000 euro, lo dimostrano fatture e bonifici di pagamento all’architetto. Falsa la circostanza dei lavori in due tranches.

SOCIETÀ “ADRIA”

ACCUSA. Tramite la società PVP (commercialista Paolo Venuti) Galan si è fatto intestare il 7% delle quote di “Adria Infrastrutture” di Baita e Minutillo (valore 350.000 euro) per partecipare agli utili dei “project financing”.
DIFESA. Ammette l’investimento, ma nega di aver mai avvantaggiato Baita nei project-financing.

SOCIETÀ “NORDEST MEDIA”

ACCUSA. Tramite la società PVP si è fatto intestare il 70% di “Nordest Media” (valore 81.200 euro), per partecipare agli utili da raccolta pubblicitaria.
DIFESA. Ammette l’investimento, ma se ne disinteressò. Mai fatto nulla per la raccolta pubblicitaria.

PATRIMONIO

ACCUSA. Galan dal 2000 al 2011 ha incassato ufficialmente un milione 413 mila euro, ha speso 2 milioni 695 mila euro. La sproporzione è di un milione 281 mila euro.
DIFESA. Dal 2000 al 2013 Galan e consorte hanno avuto entrate per 3 milioni 461 mila euro, superiori di 701 mila euro alle spese. Nessuna entrata illecita.

Giuseppe Pietrobelli

 

Gazzettino – “Fermare la Mestre-Orte”

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13

lug

2014

MOZIONE DEI 5 STELLE ALLA CAMERA

Mozione dei 5Stelle per bloccare la Romea Commerciale, l’autostrada Orte-Mestre. L’ha presentata Arianna Spessotto, deputata pentastellata di San Donà di Piave, e portavoce veneta dei “grillini”, che ora chiede all’aula di fare presto. «Questo provvedimento, per cui chiedo una immediata calendarizzazione in Aula – spiega la Spessotto – si affianca alle numerose mozioni presentate trasversalmente dalle amministrazioni interessate dal tracciato, come il Consiglio comunale di Venezia, di Dolo o quello di Mira che ha già votato per il ritiro di tutto il progetto della Orte-Mestre».
La Spessotto tira in ballo anche l’impresa Mantovani. «Non c’è da stupirsi – aggiunge la deputato – ma la Mantovai, dopo il Mose, aveva messo gli occhi anche sul progetto della nuova autostrada Orte-Mestre. Un’altra “gallina dalle uova d’oro” da realizzarsi con il delinquenziale sistema del project financing. Un’opera fortemente contestata da cittadini, amministrazioni comunali e tecnici del settore per l’insussistenza di traffico utile a giustificarla e che ha ottenuto il via libera dal Cipe poco dopo la nomina di Lupi a Ministro dei Trasporti».
Proprio le stime sul traffico, e quindi la mancanza di una vera e propria necessità infrastrutturale, sono alla base della mozione presentata dalla Spessotto, che pretende il ritiro della Romea Commerciale, chiedendo al contempo di usare le risorse stanziate per mettere in sicurezza la “vecchia” Romea.
«A fronte delle ingiustificate previsioni di traffico e delle gravi ripercussioni in termini ambientali che la realizzazione della nuova autostrada comporterebbe – argomenta la deputata – chiediamo il ritiro immediato del progetto preliminare della tratta E45-E55 della Orte-Mestre e l’impegno del Governo nella messa in sicurezza dell’attuale SS 309 e della superstrada E-45 classificate dall’Anas tra le strade più pericolose d’Italia».

(m.dor.)

 

IL BILANCIO

Sette in carcere dopo il blitz del 4 giugno

Delle 35 persone per le quali la Procura ha ottenuto l’arresto il 4 giugno, 22 erano finite in carcere, 10 ai domiciliari,, mentre due indagati erano coperti dall’immunità parlamentare (oltre al deputato Galan, l’ex europarlamentare Lia Sartori, ora ai domiciliari). L’intervento del Tribunale del riesame ha trasformato la situazione: in carcere sono rimasti l’ex assessore Renato Chisso, il suo segretario Enzo Casarin, l’imprenditore Alessandro Mazzi, il commercialista Paolo Venuti, l’ex braccio destro del ministro Tremonti Marco Milanese (competente ora la Procura di Milano), l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante (anche lui ora a Milano), Gino Chiarini. Tra i 7 scarcerati, c’è chi ha ammesso le proprie responsabilità (come Patrizio Cuccioletta e Stefano Tomarelli) e altri per i quali i giudici hanno ritenuto non sufficienti le prove a carico, come per i dirigenti regionali Giovanni Artico e Giuseppe Fasiol.

 

A PRESENTARE IL PROJECT FU LA SOCIETÀ ADRIA, PARTECIPATA DA GALAN E CHISSO

Rubinato: il Governo sospenda l’appalto della Via del Mare

VENEZIA – Il Governo Renzi sospenda, in via precauzionale, la gara d’appalto per la realizzazione e la gestione della nuova superstrada turistica a pedaggio «Via del Mare », destinata a collegare l’autostrada A4, all’altezza del casello di Meolo, con le spiagge del litorale veneziane. La richiesta è contenuta in un’interrogazione alle Infrastrutture Maurizio Lupi, depositata alla Camera dalla parlamentare trevigiana del Pd Simonetta Rubinato e firmata anche dalla collega di gruppo Sara Moretto. L’iniziativa (che fa eco all’analogo intervento di Bruno Pigozzo, vicecapogruppo democratico in Consiglio regionale) prende spunto dal fatto che a proporre l’opera, in project financing, fu nel 2007 Adria Infrastrutture, la società, gestita da Claudia Minutillo e Piergiorgio Baita, finita nel mirino della Procura di Venezia già nelle prime fasi dell’inchiesta che ha terremotato la politica regionale. Ebbene, secondo gli investigatori, Adria Spa – definita «una società di corrotti e corruttori», dall’ordinanza del giudice di Venezia – sarebbe anche stata partecipata, attraverso dei prestanome, da Giancarlo Galan e da Renato Chisso, entrambi indagati nella Tangentopoli veneta. Circostanza ammessa dall’ex governatore del Veneto nel corso della videointervista del 27 giugno al nostro giornale: «L’acquisto del 7% del pacchetto societaria di Adria fu una stupidaggine, un errore che non ripeterei », le sue parole «anche se quelle quote non valgono nulla, perché l’impresa non ha mai costruito nulla». Ma cos’è la Via del Mare? Inclusa dal Cipe tra le opere di «interesse strategico», consiste nella realizzazione di una bretella di collegamento tra il casello autostradale di Meolo sulla Milano- Trieste e la rotatoria «Frova» a nord-ovest del centro abitato di Jesolo; l’asse stradale ha uno sviluppo di circa 19 km e attraversa il territorio di 5 comuni (Roncade, Meolo, Musile, San Donà di Piave, Jesolo) per un costo stimato in 200,752 milioni di euro. Che la cordata capitanata da Adria Infrastrutture Spa, si è offerta di coprire in cambio della riscossione quarantennale del pedaggio, ottenendo così il diritto di prelazione sull’appalto. «Un pessimo affare per la comunità, un vero esproprio ai danni della Treviso Mare e ad esclusivo beneficio dei privati», rincara Rubinato «il piano finanziario del bando è stato a lungo blindato e ora comprendiamo il perché. Va bloccato in ogni caso, a prescindere dai sospetti di illegalità, che puresono pesanti».

Filippo Tosatto

 

Grandi navi, Mose “ingombrante”

Masiero (Slow Lagoon): «Fondale troppo alto, bisognerà modificare i cassoni»

CHIOGGIA – Mose “ingombrante” per l’arrivo delle grandi navi da crociera. Lo denuncia il presidente di Slow Lagoon Marino Masiero individuando nei politici i responsabili di una mancata attenzione sulla vicenda. Da mesi la città si sta candidando a lavorare in sinergia con Venezia per creare un polo crocieristico lagunare in cui poter utilizzare i due scali indifferentemente per mantenere nella provincia le grandi navi. All’orizzonte spunta però un nuovo elemento di cui nessuno finora ha parlato. «I lavori di posa dei cassoni centrali del Mose a Chioggia», sostiene Masiero, membro anche del direttivo di Gruppo turismo, «andrebbero sospesi e l’opera modificata immediatamente per non penalizzare la città. Pochi sanno che la nostra soglia d’ingresso in porto è a meno 11 metri contro i meno 14 di Venezia. Tenuto conto del “franco di sicurezza di due metri” per far passare le navi passeggeri, la differenza squalifica il nostro porto impedendo di far entrare le grandi navi». Gruppo turismo chiede di abbassare la soglia delle paratie centrali del Mose per un centinaio di metri di larghezza alla bocca di porto. «Di fronte ai sette miliardi di costo complessivo del Mose», precisa Masiero, «gli scavi per aumentare di tre metri la profondità avrebbero inciso, forse, per qualche punto percentuale. Un piccolo aumento di spesa che, a fronte delle opportune revisioni dell’appalto unico, potrebbe ampiamente venire coperto da risparmi che si profilano all’orizzonte. Quei tre metri che mancano ci impediscono, a nostro parere per volontà e non per ragioni tecniche, di essere un porto a tutto tondo come Malamocco e Lido ». Con il Mose impostato in questo modo, Chioggia vedrebbe arrivare navi passeggeri minori, con pescaggio inferiore ai 9 metri, mezzi che le stesse compagnie armatoriali ritengono superati sotto il profilo economico e cantieristico.

(e.b.a.)

 

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