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Nell’inchiesta “Sistema” si parla di almeno tre opere -l’Alta velocità Brescia-Verona, l’autostrada Orte-Mestre e la Cispadana tra l’A22 e l’A13- legate al decreto legge di fine agosto, cui abbiamo dedicato il libro “Rottama Italia”. L’alto dirigente del ministero Ercole Incalza, secondo i pm, prospettava “in caso di mancato conferimento di incarichi” al sodale Stefano Perotti (entrambi sono stati arrestati) “l’insorgenza di ostacoli burocratico-amministrativi” per l’approvazione delle opereChi ha scritto gli articoli del decreto Sblocca-Italia? Chi è intervenuto sulle bozze del testo, andando ad aggiungere commi o a allargare il perimetro delle “Grandi Opere” da far ripartire per far ripartire l’Italia?

Alcune risposte a queste domande si trovano in un documento del 18 novembre 2014, quello con cui i pubblici ministeri di Firenze che hanno condotto l’inchiesta “Sistema” chiedono l’applicazione della misura di custodia cautelare in carcere nei confronti di 5 persone. Quattro di questi soggetti, e cioè Ercole Incalza (già alto funzionario del ministro delle Infrastrutture), Stefano Perotti (ingegnere, titolare dell’azienda Som Consulting,) Francesco Cavallo (presidente di Centostazioni spa, società del gruppo Ferrovie dello Stato) e Sandro Pacella (collaboratore di Incalza) saranno effettivamente arrestati a metà marzo.

L’Alta velocità Brescia-Verona

Scorrendo le 664 pagine, si trova un primo riferimento allo Sblocca-Italia (il decreto legge, approvato il 29 agosto dal governo, viene convertito in legge il 5 novembre 2014) in relazione ai cantieri per l’Alta velocità ferroviaria relativi alla tratta Milano-Verona, affidata a CEPAV 2 (un consorzio di cui fanno parte SAIPEM, società del gruppo ENI, e le imprese Maltauro, Pizzarotti e Condotte Acqua), e in particolare alla tratta Brescia-Verona, ancora in fase di autorizzazione, quella che attraverserebbe il Basso Garda andando a distruggere -in parte- le coltivazioni di vite nell’area dove viene prodotto il Lugana.

Scrivono i pm: “L’accelerazione della procedura avvenuta nel settembre 2014 (provocata dall’approvazione del c.d. “decreto sblocca Italia” e dalla convocazione della c.d. conferenza di servizi) dimostra come l’attività del ‘duo Incalza-Perotti’ stia producendo i suoi effetti, sebbene a tutt’oggi l’incarico di direzione lavori atteso dal Perotti non sia stato ancora conferito”.

Tra gli elementi che avallano la tesi dei magistrati c’è l’intercettazione di una telefonata di inizio agosto 2014 tra Perotti ed Ettore Fermi, presidente di Metro Brescia, professionista indicato come “vicino” a Perotti, anche lui indagato:

“FERMI […] ‘perché tu sai che il 29 agosto fanno il decreto dove mettono la tempistica di tutte le attività’
PEROTTI:… ‘sì sì’
FERMI: ‘…chi non performa entro il 31.12′
PEROTTI: ‘…sì sì’
FERMI: ‘…ha chiuso'”.

Il decreto del 29 agosto 2014 è lo Sblocca-Italia. Che, almeno nella bozza iniziale, “obbligava” i soggetti deputati a realizzare le opere in elenco ad utilizzare entro il 31 dicembre 2014 i finanziamenti già erogati. Nel caso specifico, quelli per la Brescia-Verona sono fondi individuati dalla Legge di Stabilità 2014, approvata alla fine dell’anno precedente. 

È curioso che lo stesso Fermi, secondo quanto riporta il documento dei pubblici ministeri, sottolinei come la dirigenza del consorzio CEPAV 2 starebbe sottovalutando “la costituzione di alcuni comitati di <gente perbene> ostili all’opera … ‘sì perché ci sono grosse resistenze … Stefano io non ti ho mandato materiale in questi giorni però ho informato ieri il nostro e ho mandato a BIANCHI il materiale… si stanno costituendo comitati … (…) … organizzatissimi …organizzatissimi … ma non di NO TAV tradizionali quelli scalmanati eccetera … di gente che è perbene … non vuole che gli passino davanti alle ville con questa cosa… davanti ai vigneti e sono comitati pericolosi'”.

Nel caso della Brescia-Verona, il capo d’imputazione per Ercole Incalza riguarda una “condotta consistita nell’avere […] garantito il favorevole evolversi del procedimento amministrativo inerente la realizzazione dell’opera, anche con riguardo al finanziamento della stessa, prospettando, in caso di mancato conferimento del predetto incarico, l’insorgenza di ostacoli burocratico-amministrativi”.

Le attività che avrebbero dovuto essere affidate a Perotti -e che vedevano resistenze da parte del general contractor, CEPAV 2- riguardano la progettazione direzione lavori, per un valore di circa 80 milioni di euro. 

Il “comma” speciale per la Orte-Mestre

Un secondo riferimento allo Sblocca-Italia lo si trova nelle pagine che l’inchiesta dedica all’autostrada Orte-Mestre, circa 400 chilometri dal Lazio al Veneto. L’intervento è promosso da una società che fa capo all’ex euro-parlamentare del centro-destra, ed ora esponente del NCD, Vito Bonsignore.

La possibilità di partecipare a quest’opera, la più grande tra le Grandi Opere, per un valore di oltre 10 miliardi di euro, stimola molto Stefano Perotti, come dimostrano le conversazioni del figlio Philippe (indagato) riportato nel documento dei pm. 

Nelle carte si leggono toni trionfalistici, come quelli che fanno seguito all’approvazione del progetto da parte del Comitato interministeriale per la programmazione economica (CIPE), l’8 novembre 2013, ma anche profonda delusione, quando nel luglio del 2014 la Corte dei Conti “boccia” l’intervento, negando la registrazione del provvedimento CIPE. Il piano economico e finanziario della Orte-Mestre, infatti, prevedeva un contributo pubblico indiretto di quasi 2 miliardi di euro, tramite la de-fiscalizzazione, per quanto le caratteristiche progettuali dell’opera non lo consentivano.  

Le intercettazioni mostrano tra l’altro che Stefano Perotti viene informato da Incalza della decisione della Corte dei Conti il 5 luglio, prima che la magistratura contabile si riunisca in modo ufficiale, il giorno 7, alla presenza dello stesso alto dirigente del ministro delle Infrastrutture.

Dopo la pubblicazione della delibera della Corte dei Conti, nella seconda metà di luglio, scatta il “piano di salvataggio” della Orte-Mestre.

“La mattina di lunedì 4 agosto (ore 07.56), Antonio BARGONE (già sotto-segretario di Stato nei governi Prodi e D’Alema, oggi presidente della società promotrice dell’autostrada in project financing, ndr) chiede a INCALZA di inserire <quell’emendamento sulla Orte Mestre> in un qualsiasi decreto compatibile di prossima approvazione … ‘Ercole buongiorno … (…) … senti… quell’emendamento sulla Orte-Mestre… non si può mettere su qualche decreto che sta per essere approvato?… (..) …’. INCALZA premettendo che la cosa non è facile assicura che ne parlerà con Gerardo (MASTRANDREA, capo ufficio legislativo del ministero delle Infrastrutture, ndr) ‘… certo! … però però abbiamo provato in tutti i modi … non c’è nessuno a cui si può fare aggancio … perché non è coerente alla norma… (…) … cioè… già dall’altra volta… avevamo provato in tutti i modo… con la Pubblica Amministrazione non c’entra niente… (…) … provassero però… non è che… provassero… provasse qualcuno… (…) …vabbè adesso sento Gerardo…'”.

Alla fine, un modo si trova, e la mattina di lunedì 25 agosto, INCALZA sollecitato da Antonio BARGONE, riferisce che l’autostrada Tirrenica e la Pistoia – Lucca non compaiono fra le opere da cantierare con il prossimo decreto (cd Sblocca Italia) ‘…quello che è già successo … cioè non ci sono le opere che … né la Tirrenica e penso salterà pure la Pistoia Lucca…’ Antonio BARGONE ha interesse anche nella c.d. Orte Mestre ‘…ah! senti ma la norma della Orte Mestre c’è ancora?’
L’ing. INCALZA risponde in senso affermativo ‘…sì sì'”.

È il comma ad hoc per la Orte-Mestre, il quarto dell’articolo 2, inserito nel decreto Sblocca-Italia, cui abbiamo dedicato uno dei capitoli del libro “Rottama Italia”: con questo intervento è possibile “ovviare” la bocciatura della Corte dei Conti. Bastano tre giorni lavorativi dopo la conversione in legge del decreto, e l’11 novembre 2014 (pochi giorni prima della richiesta dei pm di applicazione della misura cautelare in carcere) Bargone, Incalza, Perotti (e Vito Bonsignore, anche lui indagato) possono festeggiare: la Orte-Mestre si farà, o almeno inizierà a drenare risorse per la fase della progettazione esecutiva.

La Cispadana

Il terzo tassello dell’inchiesta “Sistema” che tocca lo “Sblocca-Italia” è l’autostrada Cispadana, tra l’A22 e l’A13, tra Reggiolo e Ferrara. Anche in questo caso, Incalza è indagato per aver “garantito un favorevole iter delle procedure amministrative relative al finanziamento dell’opera ed all’avvio ed allo svolgimento dei lavori, e comunque assicurato un trattamento di favore per la predetta società (Autostrada Regionale Cispadana spa, i cui azionisti principali sono Autobrennero, Pizzarotti e CoopSette, ndr), a fronte dell’affidamento a Perotti Stefano del suddetto incarico di direzione dei lavori”.  

La realizzazione dell’opera avverrà in project financing, con un contributo regionale a fondo perduto di euro 179.700.000 euro. 

Si legge nel documento: “Alle ore 19.55 (ndr del 29/7/14) con un sms l’assessore Alfredo PERI (è l’ex assessore alle Infrastrutture della Regione Emilia-Romagna, indagato, ndr)segnala ad Ercole INCALZA che nella bozza del provvedimento c.d. Sblocca Italia, ha rilevato la mancanza di alcuni progetti fra cui quello della autostrada Cispadana
‘Vista bozza dello Sblocca Italia.. Non vedo Cispadana, Ferrara/Mare e Passante Bo…'”.

La Cispadana alla fine viene inserita nel decreto Sblocca-Italia. È successo alla Camera, durante la discussione in commissione Ambiente: l’emendamento porta la firma della relatrice del provvedimento, la responsabile nazionale Ambiente del Partito Democratico, onorevole Chiara Braga. È lei  -formalmente- a “formulare” l’articolo 5 bis della legge. La cui portata oggi anche la Commissione europea sta cercando di comprendere.

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Stefano Perotti,direttore dei lavori dell’autostrada arrestato con Incalza a Firenze, chiese aiuto al vescovo Gioia

Non sono mai stato contattato dal delegato pontificio del Santo. Apprendo che temevano la messa del 4 gennaio 2014 a Bassano: l’autostrada rovina le risorgive

PADOVA – La «cupola delle Grandi Opere» che ha procura di Firenze ha smantellato, più che i comitati No Tav e i No Global, in Veneto temeva don Albino Bizzotto, leader storico pacifista, protagonista di marce e digiuni della fame ai tempi della guerra nell’ex Jugoslavia e oggi impegnato nella difesa degli immigrati che Salvini vorrebbe cacciare.

A temere don Bizzotto è Stefano Perotti, l’imprenditore di Firenze che aveva ottenuto da Ercole Incalza la direzione dei lavori di una decina di grandi appalti, dalla Tav Brescia-Padova alla Pedemontana veneta, l’autostrada di 94 km che collegherà Montebello con Spresiano.

Il motivo? Il sacerdote, fondatore dei «Beati i costruttori di pace», il 4 gennaio 2014 celebrò l’«Epifania della terra» con una messa a Bassano del Grappa, nel piazzale di un distributore Agip. Una messa con l’eucarestia non è un atto di guerra, ma Stefano Perotti che con Incalza ricevette la benedizione di Papa Francesco con tanto di omelia contro la corruzione, non era affatto tranquillo e decise di telefonare all’arcivescovo Francesco Gioia, allora delegato pontificio della Basilica del Santo di Padova.

È quanto emerge dagli atti dell’inchiesta della Procura di Firenze: occorre precisare che monsignor Gioia non tentò nemmeno di contattare don Bizzotto, ma il vescovo ora forse rischia di dover dare spiegazioni anche sui movimenti del suo deposito acceso allo Ior. Capitolo tutto da scrivere.

La Pedemontana invece è decollata. Le ruspe lavorano giorno e notte da quando il governo Letta ha sbloccato 330 milioni e don Bizzotto anche nel 2015 ha celebrato l’«Epifania della terra» a Breganze con una messa che segna la Natività in uno scenario fantastico: tra le colline di Torcolato, le ciligie di Marostica, gli asparagi di Bassano e l’acqua cristallina delle risorgive che alimenta gli acquedotti di mezzo Veneto.

Di quest’autostrada se ne parla dal 1988 per liberare Montecchio, Schio, Thiene, Bassano, Asolo, Montebelluna e Castelfranco dall’ingorgo dei camion che non riescono a mettere le ruote fuori dai cancelli delle fabbriche, ma in molti temono che quando sarà completata faccia la fine della Brebemi: l’arteria che doveva sgravare la A4 Serenissima è spesso semideserta perché applica pedaggi molto cari, legati alle quote di ammortamento del project financing. Sarà così anche per la Pedemontana?

Don Albino Bizzotto sia nelle omelie che nelle interviste non usa metafore: «Quell’opera è nata con la copertura di Chisso, mentre Vernizzi si rifiuta di dare la documentazione ai parlamentari che vogliono capire se il piano finanziario è credibile. Dopo il ricorso al Tar i comitati non hanno le risorse per resistere nei successivi gradi di giudizio, ma trovo assurdo il comportamento di Zaia che a parole difende la terra e ogni due giorni inaugura un pezzo di Pedemontana. Lo sfregio più grave è alle risorgive, tagliate dall’asfalto in maniera irreversibile. Un colpo fatale alla terra e all’ecosistema».

Albino Salmaso

 

Silvano Vernizzi: i cantieri procedono a tutta velocità

A fine anno può aprire al traffico il tratto Valdastico-Breganze

«Risponderò ai rilievi della Corte dei conti non c’è incompatibilità»

VENEZIA – Il dossier della Corte dei Conti sulla Pedemontana, con i rilievi mossi da Antonio Mezzera, il magistrato che già nel 2008 aveva lanciato l’allarme sui lavori del Mose, apre una nuova ferita sull’autostrada di 94 km che collegherà Montebello vicentino con Spresiano.

Ingegner Silvano Vernizzi, lei è commissario della Pedemontana e amministratore delegato di Veneto Strade: che ne pensa della nuova bufera? «Ma quale bufera. Il dossier della Corte dei conti non ci spaventa. Risponderemo punto su punto carte alla mano per dimostrare l’assoluta regolarità delle procedure fin qui avviate. Siamo assolutamente tranquilli. Tutto regolare. Non esiste una presunta incompatibilità, perché la procedura d’infrazione europea si è conclusa con la mia assoluzione completa. E per quanto riguarda i rilievi mossi all’ingegner Fasiol le contestazioni sono infondate perché la Pedemontana è un’opera concepita dalla Regione e anche in questo caso non esiste incompatibilità per la sua doppia veste di responsabile del settore trasporti e responsabile unico del procedimento. Fasiol ha fatto bene il suo dovere».

Non c’è solo la Corte dei conti, al consorzio Sis manca il closing bancario e nel piano finanziario pesa il vuoto di 1,5 miliardi: non teme che i cantieri si possano bloccare? «Il cronopogramma dei lavori è rispettato alla lettera, fino ad oggi sono stati investiti 280 milioni di euro, 100 dei quali a carico dei privati. E credo che nessun consorzio d’imprese affidatorio di un project getti al vento cento milioni: gli impegni verranno rispettati».

I cantieri sono iniziati grazie ai 330 milioni di euro messi a disposizione dal governo Letta nel 2013: è così? «Certo. In cassa abbiano 614 milioni di euro che ci consentono di rispettare la tabella di marcia: sono già iniziati gli scavi nella galleria di sant’Urbano lunga 1582 metri a Montecchio ed è iniziato anche lo scavo per l’altra galleria di Malo, la più importante della Pedemontana. Siamo nelle condizioni di aprire al traffico entro il 2015 il tratto che collega la Valdastico con Breganze, ma le resistenze delle comunità locali sono fortissime».

Quali sono i timori? «Se la Pedemontana aprisse al traffico senza le opere complementari e i raccordi con la viabilità ordinaria, non vorrei essere il sindaco di Rosà o di Breganze: i due paesi hanno lanciato dei segnali di allarme da non sottovalutare». Che novità ci sono per la Nogara-Mare? «Dovrebbe essere firmata la convenzione con il concessionario entro maggio, atto che spalanca le porte alla progettazione».

Albino Salmaso

 

INDAGATO A ROVIGO – Galan, nuove accuse evasione fiscale sulle tangenti Mose

PADOVA – Infedele dichiarazione dei redditi: è l’ipotesi d’accusa che ha portato la Procura di Rovigo a iscrivere nel registro degli indagati l’ex ministro e governatore Giancarlo Galan. Il deputato azzurro è ai domiciliari nella sua villa di Cinto Euganeo, dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi patteggiata per le mazzette legate al Mose. Nel corso di due accertamenti fiscali alla fine dello scorso anno gli sono stati contestati redditi non dichiarati per oltre dieci milioni, le supposte tangenti, su cui non sarebbero state versate le imposte.

 

di Giorgio Meletti, Il fatto quotidiano, 21 marzo.

L’ arma retorica è sempre la stessa, il “partito del no” come male assoluto. Meno di un mese fa Raffaella Paita, candidata Pd alla Regione Liguria, l’ha sfoderata per difendere il Terzo Valico, una ferrovia inutile che da 35 anni fa sognare il partito del cemento. “Quando una forza di sinistra dice no al Terzo Valico fa una cosa di destra”. Errore blu. Nessuno a destra dice no al Terzo valico. A meno che non si sostenga che la Procura di Firenze abbia fatto una cosa di destra arrestando il capo del “partito del sì”, Ercole Incalza.

In attesa del vaglio giudiziario sulla sua presunta corruzione, sotto processo insieme alle persone fisiche ci sono proprio le grandi opere. Non perché in esse si può essere annidato il ma- laffare, ma proprio perché è il malaffare – stando ai primi risultati dell’inchiesta fiorentina – a farle decidere e progettare. E soprattutto a farle piacere ai politici, di destra, centro e sinistra: quando c’è da far colare cemento dissanguando le casse dello Stato vanno sempre d’accordo. I pm di Firenze indicano gli scempi con nomi e cifre. Dei progetti indagati ce ne sono quattro fondamentali.

I LAVORI PER L’EXPO di Milano, un paio di miliardi già spesi, rappresentano plasticamente il primo cancro dei lavori pubblici all’italiana: i tempi infiniti. Ormai è tardi per dare lo stop, ma è tardi anche per l’Expo: inizia a maggio e i padiglioni dell’esposizione non saranno pronti. La disperata accelerazione finale dei cantieri fa impennare i costi, ed è il secondo cancro. Terminare i lavori per l’Expo dopo l’Expo sarà l’apoteosi dell’inutilità, il terzo cancro.

IL TERZO VALICO è affetto da tutti e tre i cancri. Tempi biblici: l’opera fu annunciata come necessaria e urgente nel 1982 dai presidenti di Lombardia e Liguria, Giuseppe Guzzetti e Alberto Teardo. Il primo è oggi padre-padrone delle Fondazioni bancarie. Il secondo, antesignano del craxismo disinvolto, fu arrestato poco dopo il fatidico annuncio.

Infatti il Terzo Valico porta male. Dopo Teardo sono finiti in galera quasi tutti i principali tifosi della grande opera inutile, da Luigi Grillo (democristiano, poi berlusconiano, infine alfaniano, per anni presidente della commissione Lavori pubblici del Senato) a Claudio Scajola. L’opera piace anche a sinistra: prima di Paita l’ha sostenuta per vent’anni il governatore uscente della Liguria, Claudio Burlando. La grande opera non cammina senza accordi trasversali: tutti si danno ragione e rispondono con le supercazzole a chi osi chiedere perché si butti tanto denaro per niente. Adesso tocca a Matteo Renzi metterci la faccia e dire se ha senso spendere 6,2 miliardi per una ferrovia di una sessantina di chilometri che collegherà il porto di Genova con la ridente Tortona. Dicono che servirà a far defluire meglio i container dal porto di Genova, ma non spiegano perché spendono 60 milioni a chilometro per una ferrovia ad alta velocità: vogliono mandare i container a 300 all’ora? Ecco il quarto cancro: progetti vaghi, approssimativi.

IL TUNNEL SOTTO FIRENZE dell’alta velocità ferroviaria ha un costo previsto di 1,5 miliardi ed è simbolo della progettazione alla speraindio. Tanto che l’inchiesta da cui scaturisce l’arresto di Incalza parte dalla Italferr, società di progettazione di Fs. Nel settembre 2013 hanno arrestato la presidente Maria Rita Lorenzetti, politica ammanigliatissima che si vanta nelle intercettazioni di poter mettere tutto a posto grazie ai rapporti con Incalza. E da mettere a posto c’era un progetto che fa acqua da tutte le parti per un’opera voluta a tutti i costi dopo decenni di dubbi sulla sua fattibilità. L’hanno fermata i magistrati un anno e mezzo fa.

LA ORTE-MESTRE è affetta da tutti i quattro cancri già detti più un quinto, il peggiore: il project financing, la finzione del finanziamento privato che serve solo a rinviare alle prossime generazioni la presentazione del conto. Come dimostra il caso Brebemi, se si consente ai privati di farsi prestare i soldi da banche che pretendono e ottengono la garanzia dello Stato, è chiaro che il rischio dell’operazione pesa sul contribuente. Se, come nel caso della Brebemi, l’affare va male, lo Stato viene chiamato a pagare tutto. La Orte-Mestre – figlia del centro-destra veneto e della sinistra emiliana guidata da Pier Luigi Bersani – costerà 10 miliardi, due dei quali pubblici. Sugli otto miliardi privati c’è garanzia dello stato? Il promotore Vito Bonsignore (uomo Ncd con amicizie trasversali) giura di no. Ma i documenti che potrebbero rassicurare i contribuenti sono segretati, perché così vogliono le sacre regole del project financing. Scritte dal loro profeta, Incalza.

 

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COMUNICATO STAMPA OPZIONE ZERO

Mercoledì 11 marzo 2015 a Strasburgo, il Parlamento europeo ha votato una Risoluzione in meritoalla “Relazione annuale 2013 relativa alla tutela degli interessi finanziari dell’Unione europea – Lotta contro la frode”. In occasione di tale presentazione è stato votato un emendamento (sostenuto da deputati del Movimento 5 Stelle) riguardante l’operazione Project Bond per il Passante di Mestre, con il quale sostanzialmente si mette in guardia la BEI circa l’emissione di titoli obbligazionari legati ad un’opera sulla quale gravano pesanti sospetti di corruzione.

L’emendamento arriva in sessione plenaria dopo il voto favorevole espresso dalla Commissione affari economici e monetari del Parlamento qualche giorno prima. Per la precisione nel testo finale della Risoluzione si legge che: “Il parlamento Europeo esprime la propria preoccupazione per il fatto che diversi progetti finanziati dalla BEI sono stati interessati da corruzione e frode” oltre a ritenere che “la politica della BEI in materia di prevenzione e deterrenza delle pratiche di corruzione, frode, collusione, coercizione, ostruzione, riciclaggio di denaro e finanziamento del terrorismo, denota una mancanza di sufficiente controllo in alcuni casi durante l’attuazione dei progetti finanziati; esprime la propria preoccupazione per il fatto che, nel 2013, la BEI abbia finanziato il progetto Passante di Mestre per un totale di 350 milioni di euro e che, malgrado il fatto che questo progetto sia stato inficiato da corruzione e frode, con l’arresto di molte delle persone coinvolte, la Banca stia valutando se rifinanziare il progetto per un importo aggiuntivo di 700 milioni di euro attraverso obbligazioni di progetto; chiede quindi che, in caso di frode e corruzione comprovate, la BEI sia tenuta a sospendere e/o bloccare qualsiasi finanziamento previsto e in corso per il progetto in questione”.

Grande soddisfazione esprimono le organizzazioni Opzione Zero e Re-Common che nell’ultimo anno si sono battute per far emergere in tutti i modi, sia a livello nazionale che europeo, la questione del Passante in particolare per quanto riguarda i rischi che dietro al costo dell’opera si nascondano pesanti situazioni di corruzione, e la pericolosità del rifinanziamento di un debito del tutto fittizio, dato che il by-pass e le opere complementari sono state costruite utilizzando esclusivamente fondi pubblici.

“E’ chiaro che la risoluzione del Parlamento Europeo non blocca di per sé l’emissione dei Project Bond per il Passante, ma il peso politico di questo avvertimento così esplicito rivolto direttamente ai vertici della BEI, l’ente che dovrebbe varare e garantire tutta l’operazione, non potrà essere ignorato così facilmente. Dopo il MOSE e lo scandalo che ha Travolto Ercole Incalza e il ministro Lupi sulle grandi opere, c’è da aspettarsi di tutto anche sul Passante, è solo questione di tempo” afferma Mattia Donadel di Opzione Zero.

Lisa Causin e Rebecca Rovoletto portavoce del comitato rincarano la dose: “Finalmente qualcuno ha raccolto i nostri appelli: nell’ultimo anno e mezzo insieme a Re-Common e a altre organizzazioni abbiamo fatto di tutto, azioni, esposti, dossier, parlato con deputati europei, scritto al Governo, al presidente della Regione per denunciare i gravi rischi per i cittadini dell’operazione project bond visto che già oggi è chiaro come i ricavi dei pedaggi della società CAV non siano sufficienti per chiudere un buco da oltre un miliardo di euro in 15 anni. E’ arrivato il momento che anche a livello politico regionale e nazionale si prendano delle posizioni chiare ed inequivocabili nel merito: la spirale del debito del Passante così perversa deve essere bloccata subito; non è più tollerabile che si vada avanti facendo finta di niente, soprattutto da parte chi governa o si candida a governare la Regione del Veneto.”

 

 

Non si può affrontare solo con gli strumenti dell’anticorruzione il problema delle Grandi Opere, l’illegalità è ben più estesa di quanto appaia perché sono le stesse norme derivanti dalla legge Obiettivo (approvata il 21 dicembre 2001) che l’hanno favorita in questi 14 anni. Il toro va preso per le corna e la Presidenza del Consiglio dei Ministri deve mettere subito sotto tutela il Ministero delle infrastrutture e trasporti, congelare il Primo Programma delle infrastrutture strategiche (i cui costi sono esplosi in 14 anni dai 125,8 miliardi del 2001 per 115 opere, ai 383,9 miliardi di euro per 419 opere attuali) e ascoltare i suoi consulenti economici come Yoram Gutgeld (ora deputato Pd) e il docente dell’Università Bocconi, Roberto Perotti, che hanno da tempo sollevato dubbi sul sistema delle grandi opere, chiedendo ad esempio che finalmente si introduca in Italia una seria analisi costi-benefici dal punto di vista economico-finanziario, sociale e ambientale.

Un progetto come il ponte sullo Stretto di Messina (8,5 mld di costo presunto), ricorda il Wwf, se sottoposto ad una seria analisi, ad esempio, non sarebbe mai dovuto entrare in nessuno elenco ed è scandaloso che il viceministro Riccardo Nencini, dopo che il Governo Monti ha deciso di liquidare la Stretto di Messina SpA, ancora nell’ottobre scorso accreditava l’idea che il progetto avrebbe potuto essere rilanciato.

Le norme del Codice Appalti (che ha assorbito le norme derivanti dalla legge Obiettivo), secondo il Wwf, vanno depurate e corrette: eliminando il criterio di selezione dell’offerta al massimo ribasso; non procedendo a Valutazione di Impatto ambientale senza studi economico-finanziari e analisi costi-benefici che dimostrino l’utilità e la redditività delle opere;  riportando in capo ai Ministero dell’Ambiente e al Ministero dei Beni culturali il giudizio di compatibilità ambientale sul progetto definitivo, mentre oggi la decisione viene assunta un voto del Cipe a maggioranza sul progetto preliminare; riformando profondamente il sistema del project financing, senza alcun rischio per i privati “assistito dallo stato”; rivedendo la figura del General Contractor, che dà vita ad una serie di sub-appalti mascherati incontrollabili.

Il Primo Programma delle infrastrutture strategiche, che costituisce una pesante ipoteca per lo sviluppo del Paese, va sostituito da un nuovo Piano Generale della Mobilità e della Logistica che stabilisca le vere priorità necessarie per rispondere alla reale domanda di mobilità del Paese. Oggi serve solo a dissipare risorse economico-finanziarie e ambientali, ad aumentare il debito pubblico dell’Italia, soddisfacendo gli appetiti dei grandi studi di progettazione, delle grandi aziende di costruzione e delle clientele politiche locali.

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Corruzione negli appalti Tav ed Expo. Nel mirino anche la Orte-Mestre

Arrestato il manager Incalza

Appalti Tav ed Expo, arrestato per corruzione Ercole Incalza, manager statale, capo della Struttura grandi opere. Uomo già intercettato per il Mose. Nel mirino della procura di Firenze

 

LA CRICCA DELLE TANGENTI

Pedemontana e Orte-Mestre

Appalti Tav ed Expo

Manette al “Sistema”

ROMA Lo chiamavano semplicemente il «Sistema». Non c’erano tanti giri di parole per aggiudicarsi, a suon di tangenti, appalti statali milionari. Così, nel “Sistema” sono rientrati la linea ferroviaria alta velocità Milano-Verona; il nodo Tav di Firenze con l’attraversamento della città con un tunnel di sei chilometri; l’autostrada Orte-Mestre; il Palazzo Italia all’Expo. Cantieri che venivano affidati dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti agli “amici”.

Il dominus del sistema di corruzione era il potentissimo manager statale, Ercole Incalza, capo della Struttura tecnica di Missione per le Grandi opere, arrestato ieri all’alba dai Ros su ordine della procura di Firenze. Ai domiciliari è finito il suo collaboratore Sandro Pacella, mentre è in carcere l’imprenditore Stefano Perotti, considerato fedelissimo di Incalza senza il quale nessun impresario riusciva ad aprire mezzo cantiere in Italia. Arrestato anche Francesco Cavallo, presidente del Consiglio di amministrazione di “Centostazioni” che, secondo i magistrati, riceveva proprio da Perotti ogni mese un assegno di 7 mila euro «come compenso per la sua mediazione».

Cinquantuno gli indagati, tra cui diversi politici. L’europarlamentare Udc, Vito Bonsignore già condannato per tentata corruzione. Due sottosegretari: Rocco Girlanda (Pdl), alle Infrastrutture con il governo Letta nel 2013 e Stefano Saglia (Pdl) nel 2009 allo Sviluppo Economico con Scajola. Indagati anche Fedele Sanciu senatore Pdl nel 2006 e Alfredo Peri, assessore Pd alla Mobilità alla Regione Emilia Romagna nella giunta Errani fino al 2014.

Ma l’inchiesta fiorentina tocca direttamente un ministro del governo Renzi, il responsabile delle Infrastrutture e dei Trasporti, Maurizio Lupi, di Ncd, che non è indagato. Nelle intercettazioni il ministro è citato diverse volte sia per aver ricevuto dalla “cricca” regali tipo un Rolex da diecimila euro per la laurea del figlio, sia per aver ottenuto da Stefano Perotti, l’imprenditore arrestato, incarichi di lavoro sempre per il suo secondogenito, Luca.

Il ministro reputa la struttura su cui ha messo a capo Incalza e che gestisce con pieni poteri le opere pubbliche di rilievo, talmente inattaccabile che all’ipotesi di uno smantellamento minaccia di far cadere il governo. È il 16 dicembre 2014 quando viene intercetto al telefono con Incalza: «…ti garantisco che se viene abolita la Struttura tecnica di Missione non c’è più il governo!».

È dunque Incalza a reggere i fili del “Sistema”. E con lui Stefano Perotti cui veniva affidata, attraverso la sua società Green Field srl, la direzione dei lavori degli appalti incriminati. Un giro di affari di 25 miliardi di euro. Al vertice del sistema di corruzione, per la procura di Firenze, ci sono loro due.

«Nel periodo 1999-2008 – scrivono i pm – Incalza ha percepito dalla Green Field 697 mila euro costituendo per il manager “la principale fonte di reddito».

Ingegnere, 71 anni, Incalza dal 2001 ha “servito” tutti i governi tranne quello di Romano Prodi nel 1996, quando il ministro di Pietro lo allontanò, da gennaio è in pensione. È stato indagato 14 volte, uscendo però sempre indenne, Il suo nome si legge nei fascicoli delle principali inchieste sulla corruzione: dall’Expo al Mose passando per la “cricca” di Anemone e Balducci, altro manager statale finito in carcere.

«Incalza – si legge nell’ordinanza – è colui che suggerisce al general contractor o all’appaltatore il nome del direttore dei lavori, cioè a soggetti sempre riferibili a Perotti e che si mette a disposizione dell’impresa assicurando in violazione dei doveri di trasparenza, imparzialità e buon andamento della pubblica amministrazione un trattamento di favore».

«Da lui, gli appaltatori non possono prescindere e, accompagnati da Perotti o da Cavallo, si presentano negli uffici di Incalza per assicurarsi il finanziamento».

«A Perotti naturalmente andava la direzione dei lavori garantendosi un guadagno dall’1 al 3 per cento degli importi» scrive il gip che sottolinea il trucco delle “modifiche” in corso d’opera per far lievitare i costi. Di quanto? «Anche del 40 per cento».

Fiammetta Cupellaro

 

Quando Chisso diceva “C’è un problema? Parliamone a Ercole”

VENEZIA – Quando qualcosa s’incagliava a Venezia, c’era sempre un santo a Roma al quale rivolgersi: «Andiamo a parlarne a Ercole». Lo diceva l’assessore Renato Chisso, che con Ercole Incalza aveva in comune l’antica militanza nel Psi. Tra “compagni” è più facile intendersi.

Lo sapeva Piergiorgio Baita, anche se nella famosa intervista all’Espresso del 19 giugno 2014 evita accuratamente di nominare Ercole Incalza assieme ai burosauri di Stato abituati a spadroneggiare sulle grandi opere: Pietro Ciucci, Vincenzo Pozzi, Pietro Buoncristiano, Vincenzo Fortunato.

Si può pensare perché Incalza determinava le sorti della Romea commerciale Mestre-Orte, uno dei project nel portafoglio di Adria Infrastrutture, la società creata da Baita per incassare i profitti degli investimenti. Lo sapeva soprattutto Giovanni Mazzacurati, che come Consorzio Venezia Nuova aveva il problema di rapportarsi direttamente alle strutture romane. Nel senso di «fluidificare», come amava dire.

Incalza era lo snodo di tutte le relazioni. Tutto passava dal suo tavolo. Nessuna meraviglia che il suo nome compaia nelle intercettazioni dell’inchiesta Mose, nei verbali degli interrogatori e perfino nell’ordinanza di custodia cautelare per gli arresti del 4 giugno 2014, firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Anche se nessuna contestazione gli è stata mossa un anno fa.

Mazzacurati lo nomina già nel primo incontro con il pm Paola Tonini, il 25 luglio 2013, pochi giorni dopo l’arresto. E’ un interrogatorio drammatico. Il grande capo del Mose pensa ancora di poter svicolare ma la Tonini gli dice chiaro e tondo che lo stanno ascoltando da anni, non da mesi: «Quando le facciamo una domanda questa nasce dal fatto che abbiamo una mole di elementi tale che potremmo fare a meno della sua deposizione. Quindi se lei vuole collaborare con l’autorità giudiziaria lo deve fare fino in fondo, senza amici o contro-amici, questi li dimentico e questi li ricordo».

La Tonini vuol sapere a chi sono andati i soldi. Mazzacurati si preoccupa subito di escludere Ercole Incalza: «Il nostro riferimento al ministero delle Infrastrutture era l’ingegner Incalza ma con lui non abbiamo avuto nessun rapporto del tipo cui accenna lei. Non abbiamo corrisposto nulla, nessuna dazione da parte nostra all’ingegner Incalza».

Se non era denaro, di che si trattava? Di qualcosa di più importante ancora: il controllo sul denaro speso, in capo al Magistrato alle Acque. Ercole Incalza, responsabile della struttura tecnica del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, era la persona che preparava le istruttorie in base alle quali il ministro firmava le nomine.

Nel settembre 2011 al Magistrato alle Acque di Venezia, in sostituzione di Patrizio Cuccioletta, arriva Ciriaco D’Alessio. Nessuno dei due è uno stinco di santo: Cuccioletta era stato sollevato dall’incarico nel 2001 per indegnità, D’Alessio arrestato per concussione nel 1993 e salvato dalla prescrizione. Ma il primo era gradito a Mazzacurati, il secondo no.

Le intercettazioni riportare nell’ordinanza ricostruiscono i passaggi: D’Alessio è supportato da Erasmo Cinque, imprenditore di riferimento del ministro Matteoli. Incalza lo riceve il 15 settembre e Matteoli firma la nomina il 21. Il 23 le intercettazioni a Venezia mostrano un Mazzacurati bypassato che si dispera e medita di andare a parlarne a Gianni Letta. Cosa che fa veramente, pur non riuscendo a revocare la nomina.

«Dal che si trae la conferma», scrive il gip, «che per le precedenti nomine di Cuccioletta e della Piva invece era stato consultato».

La lettura dei passi citati nell’ordinanza del gip Scaramuzza documenta una manipolazione costante, tra richieste di privilegiare il Consorzio a spese di altre opere pubbliche che vengono decurtate di finanziamenti previsti ed escamotage burocratici inventati per consentirlo. Una «turbativa» continua. È da chiedersi per quale motivo l’ingegner Incalza non sia finito prima nel mirino dei magistrati. Probabilmente perché aprire su quel fronte significava per la procura di Venezia farsi sfilare il fascicolo da quella romana.

Renzo Mazzaro

 

E per l’appalto all’Expo di Milano spunta anche la telefonata di monsignor Francesco Gioia, ex delegato pontificio del Santo

Pedemontana e Orte-Mestre, superaffari

VENEZIA – Il sistema Incalza era destinato a sbarcare anche in Veneto perché le grandi opere destinate alla mobilità, Mose a parte, sono nell’agenda del governo e della regione. Tra queste dall’inchiesta di Firenze emergono la «Orte-Mestre» e la « Pedemontana Veneta», senza dimenticare l’Alta Velocità nel tratto Brescia-Verona. Gli indagati, e non solo loro, ne parlano al telefono senza sapere che la Procura di Firenze e i Ros dei carabinieri li stanno ascoltando.

L’indagine, poi, riporta alla ribalta una figura religiosa che a Padova ricordano in molti: Francesco Gioia, delegato pontificio alla Basilica del Santo. Una «mano ecclesiastica» Anche un monsignore, l’ex delegato pontificio per la Basilica del Santo a Padova, Francesco Gioia, si sarebbe attivato come tramite per dare «una mano» in relazione all’appalto «Palazzo Italia» dell’Expo. È quanto risulta dalle carte dell’inchiesta della Procura di Firenze sulle grandi opere.

Il 19 ottobre del 2013, una settimana dopo la firma da parte dell’allora manager di Expo Antonio Acerbo del bando per l’aggiudicazione dei lavori di Palazzo Italia, monsignor Gioia (non è indagato) «premettendo di essere insieme ad uno dei fratelli Navarra» della società Italiana Costruzioni, che vincerà la gara, «prospetta a Stefano Perotti», professionista arrestato ieri, «la necessità di dargli una mano presentandolo ad un non meglio specificato responsabile, avendo cura di evidenziare che tale operazione non va fatta per telefono».

Monsignor Gioia, tra l’altro indagato per un presunto abuso edilizio effettuato su un palazzo dei frati del Santo a Padova, dice a Perotti nella telefonata intercettata: «Sono qui con un … uno dei fratelli Navarra (…) dobbiamo dargli una mano … per introdurli lì presso il responsabile».

Dalla risposta fornita da Perotti, si legge negli atti, «si comprende che la presentazione richiesta dal monsignor Gioia ha attinenza con delle gare d’appalto».

Perotti, che secondo l’accusa avrebbe turbato la gara dell’Expo assieme ad Acerbo e ai fratelli Navarra, risponde spiegando che «va bene anche se ho sempre delle riserve perché sono appalti difficili quelli dal punto di vista economico».

Al centro dell’indagine la gestione illecita degli appalti delle grandi opere. Gli indagati devono rispondere, a vario titolo, dei reati di corruzione, induzione indebita, turbata libertà degli incanti. L’architetto olandese e Olbia. L’unico indagato “veneto” dell’inchiesta, è un architetto olandese con studio in via Montecchia 15, a Selvazzano Dentro. Si tratta di Willem Brower, 61 anni. Secondo l’accusa il professionista, perquisito ieri mattina e accusato di «turbata libertà degli incanti», si sarebbe adoperato per fare in modo che la gara per l’assegnazione dell’appalto del progetto del nuovo terminal del porto di Olbia, fosse vinta da Stefano Perrotti, uno degli arrestati e a Giorgio Mor, altro indagato. Lui si difende dicendo che in realtà per quel progetto aveva inviato solo un suo curriculum all’«Autorità portuale del Nord Sardegna», committente del lavoro.

Lupi e l’amico Incalza. I rapporto tra l’attuale ministro delle Infrastrutture Maurizio Lupi e il principale attore nell’inchiesta, Ercole Incalza, sono molto stretti. In una telefonata intercettata il 28 dicembre del 2013, Incalza spiega tutte le opere iniziate o che stanno per iniziare al ministro che deve essere intervistato dal Corriere della Sera.

In questa intercettazione parlano anche della «Orte-Mestre» e della Pedemontana Veneta. Incalza ricorda a Lupi «…mi raccomando digli che la Pedemontana è ripartita grazie a noi…sarebbe stata ferma…io lo direi. I progetti, approvati dalla Regione, sono arrivati il 23 dicembre e nel 2014 appaltiamo».

Discorso diverso per la «Orte Mestre», nel tratto tra Ravenna e Mestre. «…No non è pronto, qui appaltiamo nel 2015…non prima…», dice sempre Incalza. I due poi parlano dei miliardi investiti e della necessità di aprire tanti piccoli «interventi per creare posti di lavoro… non importa se temporanei…», spiega il ministro Maurizio Lupi. E Incalza risponde «…sì ma poi se dopo due anni finiscono, sai che casino nasce…».

Carlo Mion

 

Superdirigente delle Infrastrutture in 7 governi è stato toccato da 14 inchieste

Il sacerdote dei Lavori pubblici

FIRENZE Il sacerdote delle “Grandi opere”, Ercole Incalza, superdirigente di sette governi diversi, burocrate sopravvissuto a cinque ministri e a 14 inchieste giudiziarie concluse a intermittenza con assoluzioni e prescrizioni, non è più intoccabile. Il dinosauro della Pubblica amministrazione capace di rimanere sempre al timone nonostante il vento, gli scandali, le vicissitudini di governo e i magistrati che negli ultimi decenni hanno provato a rincorrerlo, è in cella per corruzione.

Settant’anni compiuti il giorno di Ferragosto, due lauree – ingegneria e architettura – rappresenta la resistente longevità alle intemperie. Inossidabile. Porta Pia è stata casa sua per 14 anni. Nel 2005 il ministro Lupi lo definì addirittura «un patrimonio per il nostro Paese». Nel giorno più nero, invece, il governo si affretta a prendere le distanze dall’«ex» capo della struttura di missione delle Infrastrutture, il ricco ministero che ingloba trasporti e lavori pubblici: «È in pensione dal 31 dicembre 2014 e attualmente non riveste nessun ruolo o funzione, neanche a titolo gratuito».

Eppure sono passati appena 75 giorni da quando ha svuotato i cassetti e ha riconsegnato le chiavi dell’Alta sorveglianza delle Grandi opere. Il nome del supertecnico brindisino ricorre nei lavori più importanti su cui si è speculato negli ultimi 30 anni. Si affaccia nel mondo dorato degli incarichi pubblici verso la fine degli anni Settanta, grazie alle indiscutibili capacità ma anche alle entrature nella «sinistra ferroviaria» del socialista Claudio Signorile. Incarna il potere e l’incompiutezza della Tav in Italia. Dopo Tangentopoli torna alla ribalta con Pietro Lunardi per poi sedersi alla destra di Altero Matteoli.

Va forte Incalza, anzi fortissimo. Più veloce della Giustizia che vorrebbe processarlo per presunte irregolarità sul sottopasso fiorentino. Non è indagato ma il suo nome compare nell’ordinanza cautelare del Mose di Venezia. Sfiorato dalle indagini su Expo la sua carriera prosegue in un gioco ambiguo di chiaroscuri. La procura di Firenze acquisisce una copia del contratto di compravendita della casa in via Gianturco, di proprietà del genero Alberto Donati, che risulterebbe pagata per 520mila euro dal tuttofare dell’ambizioso costruttore Diego Anemone, quello del G8. Sembra una fotocopia del caso Scajola, ma Incalza non viene neppure interrogato dai pm. Donati tenta di spiegare: «Su suggerimento di Angelo Balducci tramite mio suocero contattai Zampolini». Il rogito venne stipulato dal notaio Gianluca Napoleone che alla Gdf ha detto di «non ricordare nulla». Di Balducci, l’ex Gentiluomo del Papa ed eminenza grigia dei grandi appalti di Stato, il notaio aveva però buona memoria: «È socio del mio stesso circolo di golf». Lo è stato. Prima di essere arrestato nel 2010. Un altro ex intoccabile bipartisan tirato giù dalla torre d’avorio.

Rocco Ferrante

 

No Tav: «Nessuna mela marcia, ma un vero sistema»

«Cittadine e cittadini non possono che ringraziare la magistratura per aver sollevato il velo che copre il corpo in decomposizione del mondo delle infrastrutture. Le inchieste non fanno altro che confermare più di un decennio di denunce». Così, in una nota, il comitato No Tav fiorentino commenta l’inchiesta sulle grandi opere. «Il quadro che ormai abbiamo sotto gli occhi è abbastanza chiaro: qui non si tratta di qualche mela marcia, come si affanneranno presto a dire molti esponenti politici, ma di una finestra spalancata su un sistema di malaffare», aggiunge la nota.

 

Il commento

RAPINA DA 60 MILIARDI OGNI ANNO

GIAN CARLO CASELLI

La corruzione costa al nostro Paese 60 miliardi di euro l’anno, cifra ufficiale calcolata dalla Corte dei Conti. Significa che per ogni cittadino italiano (neonati compresi) è prevista annualmente una vergognosa tassa occulta di mille euro.

Poi ci sono i costi non monetizzabili, quelli che riguardano la devastazione dell’immagine e della credibilità della nostra economia, con conseguente inesorabile allontanamento degli investitori stranieri.

E ancora, le rovinose ricadute sul nostro futuro, su quello dei giovani, con crescente sfiducia nella capacità delle istituzioni di operare per il bene comune.

La corruzione è una pratica purtroppo abituale, non riconducibile a un circuito delimitato per quanto esteso. Si tratta sempre più di un vero e proprio sistema. Per contrastarlo occorrono regole rigorose, non confuse e annacquate (come quelle attualmente in vigore), che riescano a rendere la corruzione non conveniente. Sia attraverso la definizione delle fattispecie penali, sia attraverso adeguate sanzioni (le interdittive sono le più deterrenti) e la certezza della pena.

Inoltre, poiché la corruzione è un fatto “interno” che si tende a tenere nascosto, è di decisiva importanza rompere questo sistema incentivando forme di “pentimento”, di collaborazione con la giustizia, che incidano sullo scellerato patto di solidarietà tra corruttore e corrotto.

Utilissimo può essere l’impiego di agenti provocatori, come si fa ad esempio per il traffico di droga, reato di gravità almeno pari alla corruzione. Servirebbe introdurre anche nel nostro ordinamento, con idonee gratificazioni, figure come i “whistleblower”, cioè suonatori di fischietto o vedette civiche capaci di segnalare e denunziare ciò che conoscono. Invece niente di tutto questo: la nostra politica continua a baloccarsi, a colpi di sofismi e veti incrociati, in buona sostanza ritardando – almeno fino a oggi – ogni tentativo (anche i meno audaci) di dettare norme più rigorose contro la corruzione.

L’obiettivo deve essere quello di combattere la corruzione disciplinando l’attività pubblica sul versante economico come una casa di vetro protetta da porte blindate. Prevedendo anche test di integrità per politici e amministratori, e non esitando a mettere fuori gioco chi abbia gravemente o reiteratamente sbagliato. Senza mai dimenticare che la corruzione non è soltanto questione di guardie e ladri, di delinquenti ed organi istituzionalmente chiamati a reprimere i reati. La corruzione è anche, se non soprattutto, impoverimento della comunità di cui ciascuno di noi è parte. Perché ci rapina risorse, che se invece le avessimo sicuramente vivremmo molto meglio.

Papa Francesco ha interpretato mirabilmente questi sentimenti con parole forti. I corrotti sono «putredine verniciata, devoti della dea tangente». La corruzione è «non guadagnare il pane con dignità», per cui ai figli dei corrotti tocca «ricevere come pasto dal loro padre sporcizia».

Sprezzanti la parole del Papa sulle nefaste conseguenze delle «cricche della corruzione, che con la politica quotidiana del “do ut des”, dove tutto è affari, producono ingiustizie che causano sofferenza». Chi paga per questo? Sostiene il Papa che «pagano gli ospedali senza medicine, i malati che non hanno cura, i bambini senza educazione».

Questi alcuni esempi di impoverimento causato dalla corruzione, una delle declinazioni della illegalità economica (altre sono l’evasione fiscale, che ci costa 120 miliardi di euro l’anno; e l’economia mafiosa, un business da 150 miliardi annui). È quindi evidente che ogni recupero di legalità, a partire dalla corruzione, è un recupero di reddito che ci conviene. La legalità è la strada giusta per affrontare i problemi economico/sociali che ancora ci affliggono. È la chiave per avviare percorsi di sviluppo economico ordinato, senza più costanti penalizzazioni per chi ha maggiore bisogno.

 

BEPPE Grillo «Ne vedremo delle belle, tutti in galera»

«L’hanno appena arrestato. Ora ne vedremo delle belle. Tutti in galera». Così Beppe Grillo su Facebook dopo il blitz dei Ros che ha portato all’arresto, tra gli altri, di Ettore Incalza. Il leader di M5S ha poi twittato: «Subito legge anticorruzione». In rete anche un post del capogruppo Cioffi: «Le grandi opere in Italia hanno solo portato corruzione, infiltrazioni mafiose, sprechi e distruzione».

 

Belluno, il ministro Lupi difende l’alto burocrate di fronte ai sindaci

«Incalza tecnico autorevole»

BELLUNO  La domanda arriva, a bruciapelo, al termine di un incontro con i sindaci del Bellunese per parlare di grandi opere. Ad attendere un commento sull’indagine di Firenze, a quel punto, non sono solo i giornalisti. Di fronte agli amministratori il ministro Maurizio Lupi ribadisce che «l’ingegnere Ercole Incalza è una delle figure tecniche più autorevoli del nostro Paese». Un’esperienza tecnica ed una competenza internazionale che «gli sono riconosciute a tutti i livelli. Da parte del ministero, e del Governo intero, c’è la massima disponibilità per accertamenti e verifiche, auspichiamo non ci sia nessuna ombra».

Al momento dell’incontro, poco prima delle 13, non erano ancora emersi i dettagli dell’indagine in cui compare anche il nome di Luca Lupi. Poche ore dopo il ministro riferisce alle agenzie di stampa: «Non ho mai chiesto all’ingegner Perotti né a chicchessia di far lavorare mio figlio» spiega all’Ansa, «non è nel mio costume e sarebbe un comportamento che riterrei profondamente sbagliato».

Certo è che la notizia dell’inchiesta «ci ha colpito tutti», ha spiegato Lupi, «siamo convinti che in questo Paese si debbano realizzare le grandi opere, devono essere realizzate in tempi certi e nella maniera più trasparente». Tanto che il ministro sta lavorando alla modifica del codice degli appalti.

Che il rapporto tra Lupi e Incalza fosse molto stretto lo testimonia anche una telefonata del settembre 2013 in cui l’ingegnere manifestava i suoi timori all’idea delle dimissioni del ministro, che avrebbe dovuto essere sostituito da Flavio Zanonato. Dimissioni poi respinte dall’allora premier Enrico Letta.

 

«Fanno melina… sono preoccupato, sono preoccupato» . A sentire l’architetto Giovanni Li Calzi, tirava una brutta aria intorno alla tratta Brescia-Verona dell’alta velocità. Il motivo? I manager della Cepav Due, il consorzio incaricato della progettazione e della costruzione del tratto della linea ferroviaria che da Milano porterà in Veneto, non sembravano volersi prestare al «solito» scambio di favori: un aiutino a sbloccare le pratiche al ministero in cambio dell’assegnazione dell’incarico di direttore dei lavori all’ingegnere fiorentino Stefano Perotti, uno che negli ultimi anni, grazie soprattutto ai suoi amici a Roma, «ha gestito appalti, attraverso incarichi di direzione dei lavori, per 25 miliardi di euro».

Ieri, su richiesta della procura di Firenze, i carabinieri del Ros hanno eseguito quattro arresti e oltre cento perquisizioni, due delle quali a Selvazzano Dentro, nello studio e nell’abitazione di un famoso architetto di origini olandesi, Willem Brouwer, che è anche una delle 51 persone finite nel registro degli indagati. Nel mirino degli inquirenti, c’è il sistema corruttivo che ruotava intorno a diverse grandi opere.

Tra queste, oltre al lotto Brescia-Verona dell’alta velocità, anche il progetto dell’autostrada Civitavecchia-Orte-Mestre. Quest’ultima opera, conosciuta come la «Romea commerciale», è prevista dalla Legge Obiettivo. Una lingua di cemento larga quattro corsie e lunga 400 chilometri, che promette di collegare il Sud Italia al Veneto attraverso un project financing da 8,7 miliardi.

Per questo appalto sono indagati, oltre allo stesso Perotti, anche Ercole Incalza, potentissimo dirigente del ministero dei Lavori pubblici (finito agli arresti), il faccendiere Francesco Cavallo, l’ex eurodeputato Vito Bonsignore e l’ex sottosegretario Antonio Bargone. Sono accusati di indebita induzione a dare o promettere utilità, il reato che punisce l’incaricato di pubblico servizio che «abusando dei suoi poteri induce a dare o promettere indebitamente denaro o altri beni…».

Stando all’ordinanza firmata dal gip, non solo Incalza avrebbe «garantito un favorevole iter delle procedure amministrative relative al finanziamento dell’opera e all’avvio e allo svolgimento dei lavori» ma avrebbe anche«assicurato un trattamento di favore» al consorzio Ilia Or-Me, che propone il project financing della Romea commerciale. Il tutto, in cambio della promessa, da parte della società consortile, di affidare l’incarico di direzione dei lavori a Stefano Perotti, col quale Incalza «aveva instaurato un rapporto corruttivo».

Buona parte dell’ordinanza firmata dal gip di Firenze si concentra però sull’alta velocità Brescia-Verona e sulle trame intessute da Perotti e compari per convincere i referenti del consorzio Cepav Due ad assegnare loro l’incarico di progettazione e direzione dei lavori. Anche in questo caso, il funzionario del ministero avrebbe «garantito il favorevole evolversi del procedimento per la realizzazione dell’opera, anche riguardo al suo finanziamento», arrivando a minacciare «l’insorgenza di ostacoli burocratico-amministrativi» se il consorzio non avesse accettato le richieste di Perotti. In realtà, complice il complicato iter di approvazione dell’alta velocità, il contratto di collaborazione tra il Cevap e l’ingegnere fiorentino pare non sia mai stato siglato.

Dalle intercettazioni emerge che erano disposti a dare a Perotti qualche incarico marginale, ma non certo la direzione dei lavori: «Il progetto lo vogliamo fare noi… lo facciamo noi… abbiamo le risorse per farlo, i nostri soci le hanno… siamo tutti senza lavoro e quindi abbiamo esuberi da impiegare e quindi non ci aspettiamo di affidare l’attività di ingegneria fuori… vo gliamo tenerla noi».

Per il gip, il gruppo metteva in atto sugli imprenditori «una pressione psichica» che li portava a cedere alle richieste per evitare «conseguenze gravemente negative».

Nell’ordinanza si fa riferimento anche all’architetto Willem Brouwer, che abita e lavora nel Padovano. «L’olandese volante» – come lo chiamano gli indagati – doveva collaborare con Perotti alla progettazione del nuovo terminal del porto di Olbia, in Sardegna. Un bando di gara che avrebbero tentato (inutilmente) di pilotare.

Andrea Priante

 

IL COMMISSARIO VERNIZZI, REGIONE E SIS: IL TERMINE PER LE RISPOSTE SCADEVA IERI

VENEZIA – Silvano Vernizzi dice di aver risposto senza imbarazzi alle questioni poste dalla Corte dei Conti sulla Pedemontana Veneta. Nemmeno una delle 70 domande l’ha trovato impreparato. Al massimo in totale disaccordo, ma con fior di motivazioni, come ha spiegato in anticipo la settimana scorsa, con l’avvocato Paola Noemi Furlanis al fianco, in una conferenza stampa. Bisognerà vedere se saranno condivise dalla magistratura contabile, che ha messo sotto indagine l’opera. Il termine per le risposte scadeva ieri.

Il commissario all’emergenza non era l’unico chiamato a dare spiegazioni. Nell’elenco dei destinatari di chiarimenti ci sono i 36 Comuni interessati all’attraversamento dell’arteria, lunga oltre 90 chilometri; la Regione Veneto; la società concessionaria Sis che si è aggiudicata il project; i ministeri delle Infrastrutture e dell’Ambiente; il dipartimento della Protezione Civile; le associazioni ambientaliste Wwf, Legambiente e Italia Nostra.

Nelle risposte di queste ultime confluiscono le osservazioni del Covepa, il comitato veneto per la Pedemontana alternativa, nel quale rientrano gruppi di oppositori più o meno coordinati del Vicentino e del Trevigiano. Alla Corte dei Conti il Covepa chiede di fare luce almeno su tre punti: 1) per quale motivo nell’aumento dei costi della Pedemontana il commissario Vernizzi abbia inserito 195 milioni costituiti almeno per metà da opere già previste dal Cipe nel 2006, che dovevano far parte del costo iniziale del project e rientrare nel contratto firmato nel 2010, non essere aggiunte successivamente; 2) a che titolo la Regione sborsi di tasca propria altri 110 milioni di euro per opere complementari di raccordo; 3) perché il costo degli espropri sia stato fatto lievitare in modo abnorme, creando una sperequazione evidente tra agricoltori e non agricoltori ma soprattutto danneggiando l’erario.

Va detto che la Corte dei Conti è l’unico controllore di cui il commissario straordinario si debba preoccupare. Sopra di lui c’è solo il consiglio dei ministri che l’ha nominato e il ministero che ne rappresenta il braccio operativo. Entrambi sono lontani dal teatro delle operazioni. Sul posto Vernizzi ha potere assoluto.

A cascata, l’unico controllo sui cantieri di cui si deve preoccupare il concessionario Sis, è quello fatto dall’Arpav, che si è impegnata a monitorare lavori e cantieri per 8 anni al modico prezzo di 4,6 milioni di euro, 600.000 euro all’anno. Sapete chi paga questo controllore? Sis, cioè il controllato.

Renzo Mazzaro

 

I soldi ci sono, le banche pure. Eppure il project bond da 830 milioni per ripagare il passante di Mestre si è bloccato sulle orme di un bando fantasma che Giunta e Consiglio regionale del Veneto si rimpallano da mesi per la nomina di due degli amministratori della Cav, la società paritetica tra Regione e Anas per la gestione del passante.

Un balletto che va avanti da quando l’attuale Cda è scaduto lo scorso anno: ma mentre Anas , socio al 50% di Cav ha già stabilito i nomi dei nuovi consiglieri e dell’amministratore delegato, restano ancora vuote le caselle in capo alla Regione. La quale al momento avrebbe confermato il presidente della Concessionaria, Tiziano Bembo, espressione dell’attuale giunta leghista guidata da Luca Zaia, mentre sugli altri due consiglieri c’è tutt’ora il vuoto assoluto.

A complicare la già travagliata vicenda ha contribuito la nuova legge sulle nomine che stabilisce la designazione attraverso il bando di tutti i consiglieri non soltanto del presidente delle società pubbliche. Dunque, quel bando che in un primo tempo designava solo il presidente, ora deve essere rifatto.

A chi spetta questo compito? Su questo cavillo, Giunta e Consiglio litigano da mesi. Il presidente del Consiglio regionale Clodovaldo Ruffato in una lettera inviata a Zaia lo scorso dicembre sosteneva che se il primo bando era stato fatto dalla giunta anche le modifiche successive erano in capo allo stesso organo. Non di questo parere il presidente della Giunta che dopo la fumata nera dei soci della Cav sul rinnovo degli organi sociali, lo scorso 16 gennaio ha scritto a Ruffato invitandolo a «provvedere alle designazioni degli altri due componenti di spettanza regionale individuandoli tra le candidature già presenti e ritenute ammissibili».

A cercare di fare chiarezza è stato il presidente della prima commissione, Costantino Toniolo che ha rimandato a Zaia il carteggio.

Contattato ha confermato la sua posizione: «E’ la giunta che deve indire il nuovo bando. Bisogna partire al più presto – aggiunge – perché abbiamo già perso troppo tempo».

Un pasticcio, insomma, a cui contribuiscono anche Pd e Pdl a cui spetterebbe un consigliere ciascuno.

E così mentre sulle sponde della laguna il carteggio tra la giunta e consiglio si fa più voluminoso, i tempi per l’emissione del project bond si allungano con il rischio di perdere l’opportunità dei mercati e dei tassi ai minimi storici, un cavillo che può costare milioni. Un’operazione che doveva fare da apripista a uno strumento su cui fin dal governo Monti poi rilanciata dal provvedimento del governo Renzi lo “Sblocca Italia” con si puntava per il rilancio delle opere pubbliche.

Nello specifico l’obiettivo è rifinanziare il debito (circa un miliardo) che Cav deve all’Anas, che ha anticipato la somma per realizzare il Passante. Nel 2013 la Cav ha già ottenuto un finanziamento di 450 milioni (restituiti all’Anas) dalla Banca Europea Investimenti e dalla Cassa Depositi e Prestiti, portando la sua esposizione debitoria a circa un miliardo. Anas ha poi incassato dallo Stato, sempre nel 2013 altri contributi per il Passante, per cui oggi il debito di Cav è sceso a circa 414 milioni di euro.

L’emissione del project bond che dovrebbe essere di circa 830 milioni di euro è nettamente superiore al debito e servirà ad utilizzare parte del finanziamento per rimborsare subito anche i 423 milioni anticipati da Bei e Cdp, mentre le condizioni di un prestito obbligazionario sono generalmente più favorevoli.

Cav aveva anche provato, sempre nel 2013 a reperire altre risorse sul mercato finanziario con un bando al quale si era però presentato un solo pool di banche la cui offerta non era stata giudicata adeguata. Così come lo Sblocca Italia finora è servito allo scopo.

Mara Monti

 

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