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Nuova Venezia – “Nogara-Mare”, Brentan resta manager

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9

mar

2013

E’ STATO CONDANNATO A 4 ANNI E SEI MESI DI CARCERE

MESTRE – Lino Brentan lo scorso anno è stato condannato a quattro anni e sei mesi di carcere perché ha intascato delle mazzette da imprenditori, in cambio di appalti quando era «ad» della società “Autostrada Padova Venezia”. Condanna che sta trascorrendo in casa con il solo obbligo della firma, in caserma dei carabinieri, un paio di volte la settimana. Ma a Lino Brentan, nonostante la bufera creata dalle indagini del pm Stefano Ancillotto e della Guardia di Finanza, è rimasta qualche briciola di quel potere che aveva costruito grazie alle amicizie politiche, anche trasversali. Infatti non si è mai dimesso da manager della “Nogara Mare”, la società che in project financing costruirà l’autostrada che collegherà il basso Veronese, attraverso il Polesine, alle coste adriatiche.

Si tratta dell’unico project financing che in questo momento procede nella nostra regione, tra quelli pensati nell’era del centro-destra. Non è un’opera da poco. La Nogara–Mare Adriatico percorrerà un tracciato di circa 107 km, ai quali si aggiungono 64 km di opere complementari e riguarda 32 comuni. Il valore dell’opera è di 1 miliardo e 912 milioni di euro. Il pubblico partecipa con 50 milioni di euro. Strada voluta con molta forza dall’assesore regionale alle politiche della Mobilità Renato Chisso, Pdl. Ebbene Lino Brentan, mai finito in carcere, nonostante i quattro anni e mezzo di condanna, ha sempre seguito la linea del silenzio, nonostante gli investigatori fossero convinti che lui è uno degli ingranaggi di una macchina dove l’olio per farla muovere era la corruzione. Lui, col suo silenzio e i quattro anni di condanna sulle spalle, rimane in sella come manager nella realizzazione di un’opera pubblica e in un’impresa che poi la dovrà gestire.

(c.m.)

 

Nuova Venezia – Sequestro per le azioni Mantovani di Baita

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9

mar

2013

Valevano venti milioni prima dell’inchiesta.

Zaia primo firmatario per l’istituzione della commissione d’inchiesta

PADOVA – La Guardia di finanza sta per sequestrare il 5% di azioni di proprietà di Piergiorgio Baita della Mantovani Costruzioni Spa. Dopo il sequestro dei conti correnti e degli appartamenti intestati all’ormai ex presidente del colosso delle costruzioni, i finanzieri hanno messo gli occhi sul patrimonio azionario dell’ingegnere sessantaquattrenne, in carcere da giovedì scorso a Belluno. Con lui, con l’accusa di frode fiscale, sono stati arrestati il responsabile amministrativo della Mantovani Nicolò Buson, la presidente di Adria Infrastrutture Claudia Minutillo e l’imprenditore di San Marino William Colombelli. Ieri, intanto, la Regione ha dato il via libera alla commissione di inchiesta che dovrà valutare le procedure seguite per i vari project financing. Baita, che ha rimesso nei giorni scorsi i suoi incarichi, detiene il 5% di quote della Mantovani, mentre il 95% è in capo a Serenissima Holding della famiglia Chiarotto. Il capitale sociale della società di costruzioni è di 50 milioni di euro, ma il volume di affari è di almeno 450 milioni. Le quote valgono nominalmente due milioni e mezzo, ma, almeno prima della bufera giudiziaria che si è scatenata, avevano nel mercato un valore dieci volte superiore, arrivando a venti milioni. I nuclei di polizia tributaria della guardia di finanza di Padova e Venezia hanno deciso di congelare questo “tesoretto” di Baita. Lo scopo è di garantire una fonte per l’eventuale risarcimento danni cui l’ingegnere potrebbe essere condannato qualora le accuse a suo carico venissero confermate in giudizio. La Finanza, come registrato nell’ordinanza di custodia in carcere del gip Alberto Scaramuzza, ha disposto nei confronti di Baita il sequestro preventivo di due conti correnti e cinque appartamenti (uno a Mogliano Veneto, uno a Treviso, due a Lignano Sabbiadoro e uno a Venezia). Evidentemente non bastano più. Le indagini sul giro di false fatture, infatti, stanno allargando il raggio di azione del sodalizio di Baita & soci e conseguentemente lievita anche l’entità delle somme illecitamente “distratte” dalle varie società tramite le false fatture. Nei giorni scorsi la stessa famiglia Chiarotto ha dichiarato di aver dato mandato ai propri legali di verificare se vi sono gli estremi per avviare un’azione di responsabilità, finalizzata al risarcimento dei danni. Ieri la Regione ha ufficializzato l’istituzione di una commissione speciale d’inchiesta: primo firmatario della proposta depositata in consiglio regionale dal Pd è il governatore Luca Zaia. Il documento è sottoscritto dai capigruppo Lucio Tiozzo del Pd, Stefano Valdegamberi dell’Udc, Antonino Pipitone dell’IdV, Diego Bottacin, del gruppo misto, Pietrangelo Pettenò di Sinistra veneta, Carlo Alberto Tesserin per il Pdl. La commissione avrà una durata di sei mesi (prorogabili a 12), sarà composta da nove consiglieri nominati dall’Ufficio di Presidenza (cinque di maggioranza e quattro di opposizione) e sarà presieduta da un esponente dell’opposizione. Lo scopo è di «verificare procedure, costi e tempi di affidamento, aggiudicazione e realizzazione dei lavori pubblici di competenza regionale, con particolare riguardo a quelli eseguiti con il project financing».

Elena Livieri

 

La ragnatela, settanta le società sospette  

La Guardia di Finanza ha sequestrato migliaia di faldoni con accessi fiscali senza bisogno di mandato

MESTRE – Oltre all’elenco di tredici aziende già reso pubblico la scorsa settimana, ce ne sono altre otto che sono state perquisite e che sono emerse durante l’analisi dei conti correnti trovati a San Marino e riconducibili alla “BMC Broker” di William Colombelli. Società che hanno versato denaro per delle fatture false, ma anche loro stesse hanno prodotto documenti falsi diventando, a loro volta, delle “società cartiera”. Le altre aziende perquisite sono: “Egg Srl”, di Roma; “Linktobe” di Sestola (Modena); “Italia Service”, di Mestre; “Italia Service” di Rovigo; “Centro Elaborazione Dati di Zuffi”, di Bologna; “Linea 5 Srl”, di Casalecchio sul Reno; “Eracle Scarl”, di Bologna; e “A4 Holding”, di Padova. Durante le perquisizioni sono stati sequestrati migliaia e migliaia di documenti relativi anche ad altre società, alcune decisamente delle “cartiere”. Individuate, fino a ora, una settantina di società sospette. Le perquisizioni hanno riguardato 23 siti. Diversi documenti sono stati trovati in luoghi diversi da quelli indicati nei mandati di perquisizione. A quel punto i finanzieri hanno compiuto degli “accessi fiscali”, che non hanno bisogno dell’autorizzazione del pm per essere svolti. I corridoi della caserma del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria di Venezia, a Mestre, sono pieni di scatoloni e di faldoni (diverse centinaia), pieni zeppi di documenti. Molti sono relativi a fatture false di operazioni pagate due volte. Sempre questi documenti portano ad altre società create ad arte da amici della “cricca”, capeggiata, secondo gli investigatori coordinati dal pm Stefano Ancillotto, da Piergiorgio Baita, con lo scopo di produrre fatture false. Per ora sono state analizzate le fatture relative ai lavori realizzati per le dighe mobili del Mose. In base ai documenti fin qui sequestrati, quelle riconducibili ad altri lavori, ammontano se non superano i 10 milioni di euro di “nero”, attribuiti alla “cricca” di Baita. Piergiorgio Baita è ancora nel carcere di Belluno e attende venerdì quando il Tribunale del Riesame, deciderà sulla richiesta, del suo difensore Paola Rubini, di portare il procedimento a Padova. Nel frattempo trascorre le giornate leggendo. Legge molti giornali e libri.

Carlo Mion

 

Scarcerata Minutillo, gip e pm: ok ai domiciliari  

Mirco Voltazza annuncia: «Qualcuno mi ha consigliato di espatriare, ma sono pronto a rientrare in Italia»  

VENEZIA – Claudia Minutillo, grazie alla sua collaborazione iniziata con il lungo interrogatorio di lunedì davanti al pubblico ministero di Venezia Stefano Anciotto, ha ottenuto gli arresti domiciliari. Nel primo pomeriggio di ieri è uscita dal carcere femminile della Giudecca ed è potuta rientrare nella sua casa di via Gatta a Mestre, dalla quale però non potrà uscire se non autorizzata, pena l’accusa di evasione. Lo stesso rappresentante dell’accusa ha dato parere favorevole al provvedimento firmato dal giudice Alberto Scaramuzza, lo stesso che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per lei, Piergiorgio Baita e gli altri due indagati. Evidentemente, nei suoi confronti, sono cadute le esigenze cautelari, visto che non solo avrebbe ammesso le sue responsabilità, ma avrebbe anche completato con alcune rivelazioni il quadro accusatorio in mano agli inquirenti. Esigenze cautelari che, invece, non sono scemate per gli altri, tanto che i difensori di Baita e William Colombelli hanno presentato ricorso al Tribunale del riesame, che ha fissato l’udienza per il 15 marzo. Intanto, dall’estero dove si trova, l’imprenditore padovano Mirco Voltazza, ricercato perché sul suo capo pende un ordine di carcerazione, ha inviato un comunicato dal titolo «Sono pronto a rientrare in Italia». Il geometra di Polverara deve scontare un anno e mezzo di reclusione dopo una condanna per peculato, ricettazione e calunnia. Non è indagato nell’inchiesta sulla Mantovani, così come non lo è il suo socio Luigi Dal Borgo, anche se quest’ultimo è stato un assiduo frequentatore di Baita. I due hanno una serie di società con sede in via Fratelli Bandiera, dove ha la sua società anche una vecchia conoscenza della cronaca giudiziaria, l’ex segretario dell’allora ministro Carlo Bernini, Franco Ferlin, arrestato e poi condannato per corruzione. Società sulle quali la Guardia di finanza sta compiendo controlli accurati per accertare se anche in questo caso siano state emessi fatture per operazioni inesistenti a favore della «Mantovani». Voltazza scrive ai giornali: «Dopo le falsità dichiarate sul mio conto con riferimento al caso Mantovani, una cosa è certa: ho una condanna da scontare passata in giudicato. Alla quale il sottoscritto non ha mai avuto nessuna intenzione di sottrarsi. Ma mi è stato consigliato vivamente di andare fuori, onde evitare altre problematiche». Naturalmente non dice chi gli avrebbe dato il consiglio. Dopo una serie di elucubrazioni sull’indagine e su «finti collaboratori o pentiti dell’ultimo momento, Voltazza conclude sostenendo che vuole rientrare in Italia: «Ho intenzione di disattendere quei consigli», scrive, «e questo anche a costo della mia personale incolumità per fare piena luce su questa vicenda».

Giorgio Cecchetti

 

MESTRE – Una moratoria contro il project financing a tutti i livelli. E’ quanto chiede il Movimento 5 Stelle, ribadito in mattinata a Mestre alla luce della «Mancata risposta da parte del governatore Zaia alla lettera che gli è stata inviata ancora nel dicembre scorso», secondo quanto affermano i seguaci di Grillo.

«Nel caso dell’Ospedale dell’Angelo, divenuto un esempio negativo per il Veneto ma anche su scala nazionale, ci si trova con costi triplicati rispetto a quanto si sarebbe speso con un finanziamento tradizionale»,

è il commento del consigliere comunale veneziano Gianluigi Placella. «Solo in Italia si usa il project financing in questo modo, con aggravio di costi spropositato». Il candidato al Senato, Francesco Celotto, rincara:

«Se pensiamo ai casi della Pedemontana, della nuova Romea Commerciale, del Grap o della Nogara-Mare, ci si trova con progetti sui quali non si riesce neppure ad avere la documentazione da parte della Regione, e con situazioni che causeranno un aggravio del debito pubblico». Dal Movimento 5 Stelle sono pronti a partire con petizioni e sit-in, «Ma vedremo come sarà la situazione la sera del 25 febbraio a elezioni concluse»,

afferma Celotto. Federico D’Incà, candidato alla Camera, aggiunge che

«Un altro esempio del project è contenuto nello sviluppo della A27 del tratto dolomitico. Per 21 chilometri di autostrada si pagheranno 1 miliardo e 200 milioni di euro. Qui si dovrebbe invece pensare a potenziare la rete ferroviaria, a una metropolitana di superficie in grado di collegare Venezia alle Dolomiti in un’ora».

(s.b.)

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(Arv) Venezia 30 nov. 2012 – In Veneto sono Pedemontana veneta, Nuova Valsugana, Nogara-mare, Venezia-Orte, prolungamento della A27? In Italia sono 32 le nuove autostrade in cantiere, concentrate quasi tutte nell’area padana, Lombardia, Piemonte, Veneto e ed Emilia. Oltre duemila chilometri di nuovi nastri d’asfalto, larghi 25 metri, che stanno divorando campi, vigneti, abitazioni e paesaggi, come avviene con i 90 chilometri della superstrada Pedemontana veneta che occuperà 8,5 milioni di metri quadrati di aree prevalentemente agricole. Ma in tempi di crisi economica e di stretta della finanza pubblica, chi finanzia tutte queste nuove infrastrutture? Se lo sono chiesti i partecipanti al seminario “Quando le banche incrociano le strade. Grandi opere e grandi affari” organizzato dal gruppo consiliare “Rifondazione Comunista – Federazione della Sinistra” in Consiglio regionale. “L’asimmetrica ripartizione dei cantieri tra Nord e Sud, unita alla spesa complessiva prevista, che ammonta a circa 45,3 miliardi di euro – evidenzia il consigliere regionale della Federazione della Sinistra veneta Pietrangelo Pettenò – spiega perché in questi ultimi anni, specie da quando la decisione di costruirle spetta alle Regioni, la costruzione di nuove autostrade e superstrade abbia avuto un enorme impulso, che, evidentemente, non è solo dettato dalla volontà e dalla necessità di modernizzare il Paese ma risponde a molti altri interessi”. Quali? Il giornalista di “Altreconomia” Luca Martinelli, che ha guidato il seminario, ha fatto ricorso al rapporto della Banca d’Italia su “Le infrastrutture in Italia: dotazione, programmazione, realizzazione” per spiegare che “riguardo alle autostrade si registra un crescente attivismo da parte delle Regioni, ma non è del tutto evidente in che misura questo sia stato volto a colmare un ritardo nelle dotazioni, oppure rappresenti un tentativo di intercettare parte delle rendite generate dal settore autostradale per contrastare il calo nei finanziamenti”, cioè dei trasferimenti dallo Stato. Premesso che l’Italia ha in media più autostrade che il resto d’Europa (in quanto ne vanta 2,2 chilometri ogni 100 chilometri quadrati di superficie contro una media Ue di 1,5) e che non usa ferrovie e vie navigabili per spostare le merci, per Martinelli le nuove autostrade sono solo una questione di ‘business’. Nuove autostrade e superstrade sono ormai tutte realizzate con la formula della finanza di progetto, che vede mettere in gioco solo capitali privati di società concessionarie, grandi gruppi dell’edilizia e banche.

“La formula però non funziona – avverte Martinelli – perché i progetti sono troppi e tutti insieme, e le autostrade, spesso parallele, si ruberanno i clienti l’un l’altra. Il rischio è che i ricavi delle concessioni (i pedaggi) non riescano a recuperare il credito”.

Le prime a interrogarsi sulla sostenibilità delle nuove infrastrutture sono proprio le banche, ha spiegato Martinelli.

“I grandi investitori si chiedono se i numeri scritti nel piano economico e finanziario dell’opera reggeranno poi alla prova dei fatti. E gli investitori privati cercano rassicurazioni bussando alla porta della Cassa depositi e prestiti. Ma la Cassa depositi e prestiti usa i risparmi postali degli italiani. A questo punto, sarebbe meglio, se proprio la strada s’ha da fare, che la realizzi direttamente lo Stato”.

Pubblico su pubblico – commenta Pettenò – nell’interesse dei cittadini.

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COBAS SANITÀ

«L’ospedale di Mestre è un fallimento, il bilancio sanitario dell’Ulss 12 sarà di profondo rosso e davanti a questo scenario devastante il Comune non fa niente».
Butta benzina sul fuoco la delegata dei Cobas Sanità, Paola Gasbarri, che vista l’imminente uscita di scena del direttore generale dell’Ulss 12 Antonio Padoan traccia il bilancio di questa lunga gestione della politica sanitaria del territorio. «L’ospedale dell’Angelo rappresenta il fallimento totale. Sia dal punto di vista economico, sia dal punto di vista gestionale. Se si fosse finanziato con un mutuo anziché con il project financing ci sarebbe costato 8 volte meno, mentre riguardo la questione sanitaria s’è rivelato sbagliato il progetto dell’ospedale per acuti – sostiene la Gasbarri – visto che il nuovo ospedale, a quattro anni dalla nascita, non soddisfa di certo le necessità di cura della sua popolazione di riferimento».
Per la sindacalista «c’è un numero insufficiente di posti, ne sono prova le decine e decine di posti letto d’appoggio quotidianamente utilizzati da pazienti di diversa aerea medica in Chirurgia, Chirurgia Vascolare, Orl, Urologia». E davanti a tutto ciò «assistiamo alla complicità dei politici di questa Amministrazione, che in campagna elettorale hanno chiesto trasparenza sulla sanità e poi basta». Dito puntato dei Cobas, dunque «verso l’Amministrazione, che con atti e varianti urbanistiche ha consentito alla Ulss di portare avanti “l’operazione Angelo” senza fare poi i necessari controlli su cosa sarebbe successo alla sanità veneziana e contro la nebulosa situazione delle varie società di formazione o come Venezia Sanità. Società scorporate dalle Ulss che ci risultano in attivo, mentre i bilanci della sanità sono in rosso».
Insomma, una sanità sempre più malata e di cui nessuno vuol prendersi cura. L’ultimo atto, «la volontà della Regione di tagliare una delle due strutture, tra Villa Salus e il Policlinico San Marco, eliminando la convenzione in atto, e l’intenzione di un’eventuale acquisto di Villa Salus, sede da destinare poi ad attività collaterali dell’Asl 12 Veneziana». Insomma, «una gestione più immobiliaristica che sanitaria dell’Ulss 12», quella denunciata dai Cobas, mentre a pagarne le spese sono i cittadini. (A.Cic.)

 

Considerazioni sul Project financing delle opere pubbliche nel Veneto

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Intervengono:

Ing. Ivan Cicconi – Direttore della Associazione Itaca Istituto per la trasparenza negli appalti

Marco Milioni – Giornalista di Vicenza Più e autore del libro Strada Chiusa

Francesco Celotto – Presidente di Veneto Sostenibile e coautore di Strada Chiusa

Moderatore Luciano Claut – Assessore all’urbanistica del Comune di Mira

Marco Simionato – Coordinamento Veneto No Tav

Mattia Donadel – Presidente Comitato Opzione Zero

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Auditorium della Biblioteca di Oriago – Via Venezia 171

Venerdì 16 Novembre 2012 – ORE 20.45

 

 

VENEZIA La Serenissima, la società che gestiva la Venezia Padova, ha deciso di ricorrere ad un aumento di capitale per finanziare i fabbisogni che derivano dall’ acquisto delle partecipazioni e dal finanziamento dei project previsti nei prossimi anni. Il consiglio ha preso questa decisione a fine settembre lasciando nelle mani del presidente, Rino Mario Gambari e del vicepresidente vicario, Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, la valutazione sull’ entità dell’ aumento, una volta stimati i fabbisogni finanziari. La delibera, che andrà alla prossima assemblea della società, è passata con l’ astensione dei due consiglieri di nomina di Autovie ( che ha il 22% della Serenissima): il vicepresidente Albino Faccin e il consigliere Ernesto Pezzetta. Impegnata a realizzare la terza corsia, e a destinare ad essa tutti i fabbisogni, Autovie si trova così difronte alla decisione, se l’ aumento verrà comunque votato dall’ assemblea, di ridurre la sua partecipazione nel capitale della Serenissima non sottoscrivendo pro quota l’ aumento. L’ entità dello sforzo chiesto agli azionisti deve ancora essere fissato. La Serenissima deve infatti far fronte all’ aumento di capitale della Brescia Padova e all’ acquisto della quota di essa che faceva capo alla Serravalle che gli ha consentito di diventare, in alleanza con Gavio, il terzo azionista dell’ A4, dopo Intesa San Paolo e Astaldi. In più da finanziare ci sono i project che la società ha in “pancia” e che dovrebbero partire nei prossimi mesi: la Nogara mare e il Gra di Padova cui la Serenissima partecipa. Sul versante opposto c’è Autovie che con il 22% è uno degli azionisti di rilievo della società, ma che è impegnata a mettere ogni quattrino nel tormentato finanziamento della terza corsia per il quale va avanti una faticosa trattativa con le banche per il closing finanziario che potrebbe essere conclusa entro la fine dell’ anno. E’ possibile dunque che Autovie tenga in assemblea lo stesso atteggiamento tenuto dai suoi rappresentanti in consiglio, e se l’ assemblea, come probabile, dovesse deliberare l’ aumento decida di non sottoscrivere scendendo nel capitale di Serenissima. Del resto le difficoltà di chiudere il finanziamento dei project in questi tempi di liquidità scarsissima, tormentano anche un altro dei progetti importanti per il Veneto. Si tratta della Pedemontana Veneta il cui closing non è stato ancora portato a termine dopo quasi un anno dalla cerimonia di avvio dei lavori a Romano D’Ezzelino. Il commissario delegato Silvano Vernizzi risponde alle voci che danno per certe difficoltà insormontabili sostenendo che non ci sono pericoli ma solo aggiustamenti. «Stiamo lavorando con il concessionario (il consorzio Sis,)- ha dichiarato a ilNordest.eu- per riequilibrare i conti alla luce delle varianti rispetto al progetto” . Il costo stimato ha superato i 2 miliardi di euro, pari a circa un 13% in più. La fase è delicata anche perché fino ad oggi i lavori, in assenza del closing finanziario con le banche coinvolte, sono andati avanti grazie all’equity garantito dal concessionario, circa 200 milioni, e del contributo pubblico di 174 milioni, risorse che però si esauriranno nei prossimi mesi. Il recente Decreto Sviluppo, con la possibilità di defiscalizzazione delle opere realizzate in project financing potrebbe contribuire a sbloccare la situazione. «Certamente questa è una possibilità sulla quale stiamo lavorando – ha proseguito il Commissario – e se entro qualche settimana, come credo, troveremo il punto di equilibrio, il PEF sarà inviato al Cipe. Il closing con le banche riguarda il concessionario, ma è evidente che un nuovo PEF, approvato dal Cipe e quindi anche dal ministero dell’Economia, renderebbe più semplice una soluzione»

Alessandra Carini

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Nuova Venezia – “Project financing orfani delle banche”

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20

ott

2012

VENEZIA – Doveva essere la soluzione ai problemi di scarsità di risorse pubbliche per le infrastrutture. Ed infatti il project è stato oggi implementato dal governo con altri strumenti come i project bond. Eppure molta strada resta da fare in una situazione nella quale c’è una scarsità di liquidità pazzesca e le banche non intendono assumersi i rischi delle società di progetto e vogliono garanzie reali o cash flow che deriva da opere già compiute.

«Il project financing se si intende quello puro non esiste ancora», dice con un paradosso Piergiorgio Baita, presidente di Costruzioni Mantovani. L’affermazione ha scosso la platea del convegno che ha gremito la sala grande della Scuola di San Rocco, a Venezia. «Realizzazione di infrastrutture» è il tema che i commercialisti riuniti in Acb Group hanno scelto di affrontare in un convegno che ha visto la partecipazione tra gli altri dell’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, del suo omologo Ugo Bergamo per il Comune di Venezia, Enrico Marchi, presidente di Save, Sandro Trevisanato, a capo di Vtp e il presidente del porto lagunare Paolo Costa.

Baita ha portato a testimonianza delle difficoltà di fare project in Italia i ritardi nel chiudere, dal punto di vista bancario, operazioni come la Terza corsia, le Pedemontana e lo stesso passaggio da Anas a Cav del Passante di Mestre.

Se fino a prima della crisi le banche erano disposte a finanziare comunque, ora la scarsità di liquidità le spinge a chiedere altre garanzie. Andrebbe mutata l’ottica puntando non più agli istituti di credito ma ai fondi che posseggono grosse massa di liquidità e cercano un rendimento certo.

In mattinata Barbara Marinali, direttore generale per le infrastrutture stradali del ministero, aveva spiegato come lo stato delle regole è ancora molto complicato e necessita di chiarimenti, anche riguardo alle opportunità offerte da tale strumento, al quale, per la difficoltà a reperire fondi, nessuno oggi può rinunciare. In questo contesto il Veneto è abbastanza all’avanguardia, «anche sul piano delle normative, per l’introduzione di nuove forme di regolamentazione, come i project bond o la defiscalizzazione, che spingono il privato ad avvicinarsi». Innanzitutto va chiarita la separazione tra pubblico e privato, ha ribadito Baita, per non creare commistioni pericolose e rimpalli di responsabilità e garanzie. (a.c.)

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Tribuna di Treviso – Senza commissari, torna la burocrazia

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21

giu

2012

PADOVA – Come aver tolto il pedale dell’acceleratore a una macchina. L’abolizione della figura di «commissario per l’emergenza» mette a repentaglio non tanto la prosecuzione delle infrastrutture (Superstrada Pedemontana Veneta e Terza corsia dell’A4), quanto soprattutto l’equilibrio finanziario delle stesse. Esponendo il Veneto e il Friuli al rischio risarcitorio: e parliamo di miliardi di euro. Si salverà, invece, il commissario per l’Alta Velocità ferroviaria Venezia-Trieste Bortolo Mainardi, il cui incarico è legato alla legge obiettivo e non alla legge sulla Protezione civile, che appunto sta per essere riformata. Silvano Vernizzi, commissario per la Pedemontana, e Riccardo Riccardi, commissario per la Terza corsia, concordano. La conclusione dei loro incarichi rischia di provocare un danno alle casse pubbliche dalla consistenza incalcolabile: «Senza i poteri del commissario, onestamente, il Passante non saremmo riusciti a farlo con questa tempistica» commenta Vernizzi. «Ritardi e rallentamenti faranno rinegoziaregli accordi con le banche, che vorranno sapere che cosa succederà alla concessione autostradale, in scadenza nel 2017» aggiunge Riccardi. Il cuore del problema sta nei superpoteri di cui i commissari sono stati dotati per velocizzare la burocrazia sulle due infrastrutture. «La terza corsia è l’opera più importante dopo la ricostruzione del terremoto» aggiunge il commissario per l’A4, impegnato nell’opera di adeguamento della Serenessima fino a Trieste (attualmente sono aperti tre lotti da 650 milioni di euro, circa un terzo del costo complessivo). «Senza i poteri del commissario i lavori seguiranno le procedure ordinarie» commenta Vernizzi, che si permette un esempio: «Per agevolare gli accordi bonari utili all’acquisizione delle aree, attualmente è il commissario che assorbe le competenze di commissione tecnica, commissione consiliare e giunta regionale. In pratica, il commissario può approvare una variante urbanistica parziale risparmiando mesi di adempimenti. Senza la figura del commissario, queste varianti seguiranno l’iter normale, che può durare diversi mesi. È evidente come l’allungamento dei tempi non agevolerà la conclusione di accordi bonari per l’acquisizione delle aree».

Tanto per rendere l’idea, la Superstrada Pedemontana prevede dieci lotti e circa tremila proprietari da espropriare. Attualmente, con due lotti in cantiere, l’occupazione delle aree è completata per 5 chilometri e mezzo, su un totale di quasi 95 chilometri. Meno del 5 per cento, dunque. Non solo: sulla Pedemontana grava un contratto di project financing e dei tempi di realizzazione precisi (poco più di duemila giorni). Se il cronoprogramma si allungasse a causa delle procedure burocratiche «ordinarie», il concessionario Sis avrebbe buon conto nel rivendicare una revisione del contratto spingendosi fino a minacciare un contenzioso giudiziario. Anche perchè tutto il lavoro sta in piedi grazie a un accordo con le banche, che hanno preteso precise garanzie di rientro attraverso i pedaggi della superstrada.

Non meno complicata è la situazione della terza corsia: «La cosa peggiore che potrebbe succedere – aggiunge Riccardi – sarà un rallentamento delle procedure, la rinegoziazione di un nuovo accordo con le banche, un valore di indennizzo più baso e una concessione in scadenza più aggredibile». Insomma, danni non facilmente calcolabili ma comunque da sei zeri in su. Il governo, che l’altra sera ha bocciato gli emendamenti – sostenuti soprattutto dalla Lega – per «salvare» almeno i due commissari del Nordest, ha messo una pezza ieri pomeriggio approvando alla Camera un ordine del giorno che «impegna l’esecutivo a porre in essere tutte le iniziative necessarie ad impedire che la conclusione degli incarichi di commissario possa pregiudicare l’opera». Poco più che una raccomandazione. Allo stato, dunque, i commissari per l’emergenza concluderanno i loro incarichi il 31 dicembre. Poi, tutte le procedure torneranno ad avere carattere di rassicurante ordinarietà.

Daniele Ferrazza

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