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VENEZIA – Pallido in volto che sembra l’Ermengarda del Manzoni, fa la sua apparizione al 9° piano del torrione di Veneto Strade il commissario alle emergenze viarie Silvano Vernizzi. Parlando si rilassa e dopo un’ora di movimentazione di carte sul tavolo, sembra un altro. La sala è piena di giornalisti e telecamere, c’è da scommettere che neanche il 31 dicembre 2016 quando scadrà da commissario Vernizzi ne avrà tanti. Ha convocato la conferenza stampa per dare «la massima trasparenza» all’inchiesta avviata dalla Corte dei Conti sulla superstrada Pedemontana veneta.

Bello sentirgli dire «massima trasparenza» sapendo che ha fatto di tutto per impedire che l’atto aggiuntivo alla convenzione firmato nel 2013 – atto che aumenta i costi del project – fosse reso noto ai contribuenti.

Vernizzi continua a sostenerlo, citando due pareri dell’avvocatura di Stato, superati dalla realtà, perché l’atto aggiuntivo è stato reso pubblico dal notaio presso il quale lo stesso Vernizzi e Matterino Dogliani, responsabile della società concessionaria, sono andati a registrarlo.

Tanta insistenza per una causa persa è commovente. È da augurarsi che il resto della replica alla Corte dei Conti non abbia la stessa consistenza.

Da Roma sono arrivate 70 contestazioni, alle quali Vernizzi deve rispondere entro lunedì. Ieri si è dichiarato pronto a farlo e ne ha sintetizzato i contenuti.

 

Emergenza. Lo stato di emergenza è stato dichiarato dal Cdm dei ministri il 15 agosto 2009, successivamente prorogato dal governo Berlusconi e da Monti, il quale pure ha rivoluzionato la normativa. C’è una sentenza a sostegno della Corte Costituzionale, c’è una proroga Renzi fino al 31 dicembre 2016.

Vernizzi omette di dire che contro l’emergenza il Comune di Villaverla ha fatto ricorso al Tar del Lazio e ha vinto, ottenendo un risarcimento di cui il commissario ha dovuto farsi carico.

 

Costi pubblici. La Pedemontana doveva costare 1 miliardo e 828 milioni di euro da progetto preliminare ma al progetto esecutivo è arrivata con 2 miliardi 258 milioni. L’aumento è di 429 milioni, dovuti a una serie di motivazioni, alcune delle quali lasciano perplessi. Esempio: + 195 milioni per recepimento prescrizioni Cipe ex delibera 96/2006 e per richieste enti locali. Passi per gli enti locali, ma le prescrizioni Cipe sono precedenti alla stipula della convenzione. Cosa rimaneva da recepire? In ogni caso, come vengono coperti questi aumenti? La risposta di Vernizzi è tassativa: «Con il contributo pubblico a totale carico dello Stato, il quale partecipa al project con un esborso di 614.900.000 euro».

 

Costi dei privati. Se aumenta il contributo pubblico, deve aumentare anche quello dei privati. Qui bisogna fare un atto di fede nelle dichiarazioni di Silvano Vernizzi: «A me non importa come o dove i privati vanno e recuperare 1 miliardo 643 milioni di euro che devono mettere nel project. Mi basta sapere che lo fanno. So che hanno provveduto all’aumento di capitale richiesto. E per il finanziamento dalle banche, mi hanno fatto sapere che otterranno il clousing finanziario entro marzo».

 

Garanzie. Il clousing finanziario è la copertura assicurata al concessionario dalle banche: la Sis copre i 1600 milioni richiesti dall’intervento, in piccola parte con mezzi propri, per il resto con finanziamenti bancari. Ma qui è notte fonda: il concessionario avrebbe dovuto avere la copertura bancaria già in partenza dei lavori quattro anni fa. Aspettiamo pure la fine di marzo, si suppone del 2015.

Nel frattempo i bene informati spiegano che Dogliani ha incaricato un fondo inglese di raccogliere denaro offrendo un rendimento del 10% ma a oggi è arrivato solo a quota 600 milioni. Manca un miliardo all’appello.

 

I lavori. Vernizzi dice che il cronoprogramma è rispettato «più o meno». Impossibile stabilire quanto più e quanto meno, perché il cronoprogramma è allegato all’atto aggiuntivo, che nessuno dovrebbe conoscere. In compenso sappiamo che finora il pubblico ha sborsato 180 milioni di euro e il privato solo 100. Eppure il project stabilisce il contrario: tre parti di spesa al privato contro una del pubblico.

Renzo Mazzaro

 

La Corte dei conti continua i suoi accertamenti senza conoscere il documento chiave cioè l’Atto aggiuntivo alla convenzione che è la fonte del rincaro da 1,8 a 2,25 miliardi

Il nuovo accordo fra commissario e concessionario a lungo top secret: “svelato” dal notaio che l’ha registrato

VENEZIA – Sulla Pedemontana veneta, superstrada a pagamento di cui si parla da anni ma che esiste solo sulla carta, è entrato il primo utente ufficiale. Potrebbe sembrare un turista che si è perso, visto che viene da Roma, invece ci è arrivato apposta. È niente di meno che la Corte dei Conti, sezione centrale di controllo, che ha aperto un’indagine sullo stato di avanzamento dei lavori.

Il magistrato incaricato è Antonio Mezzera, funzionario rigoroso, già autore di accertamenti sulla vicenda Mose che avrebbero potuto bloccare lo scandalo nel 2007, se il suo rapporto non fosse stato insabbiato. Purtroppo Mezzera sta viaggiando su un’utilitaria: lo dice anzi lo scrive lui stesso in una lettera in cui chiede collaborazione ai Comuni, spiegando di essersi documentato finora su wikipedia (!) e averne ricavato solo «una scarna cronologia».

E te credo, visto che il documento chiave che ha fatto lievitare i costi portandoli da un miliardo e ottocento milioni a 2 miliardi 258 milioni – aumento a carico dei contribuenti, è ovvio – è l’«Atto aggiuntivo alla convenzione» firmato il 18 dicembre 2013 tra il commissario per l’emergenza Silvano Vernizzi e l’amministratore delegato della società concessionaria Matterino Dogliani.

Documento difeso con i denti da Vernizzi in nome della privacy e/o della riservatezza commerciale. Solo una disattenzione della giunta regionale, che in una delibera s’è lasciata scappare il nome del notaio Alberto Gasparotti di Mestre, presso il quale era stato registrato l’atto, ha consentito ai comitati veneti per la Pedemontana alternativa (Covepa) di entrarne in possesso. Se n’è occupato Andrea Zanoni, all’epoca parlamentare europeo del Pd, che dopo due mesi di insistenze è riuscito ad avere l’accesso al documento, pagando 700 euro di diritti al notaio. Da notare che quest’ultimo è tenuto dalla legge che disciplina la sua professione ad assicurare la pubblicità degli atti registrati. Morale: la trasparenza negata dall’ente pubblico è stata garantita da uno studio professionale.

«La cosa non ha impedito a Vernizzi di andare su tutte le furie addirittura minacciando di denunciare il notaio», racconta Zanoni, che ad ogni buon conto ha messo le carte a disposizione di chiunque. Chi non le ha ancora lette, a quanto pare, è la Corte dei Conti, a giudicare almeno dalla delibera che avvia l’indagine affidata a Mezzera.

La magistratura contabile dimostra di essere ferma all’impostazione iniziale della convenzione per la Pedemontana: nel 2010 la Regione Veneto si impegnava a integrare i guadagni della società concessionaria con un contributo di 436 milioni di euro in 30 anni, se il traffico sulla Pedemontana fosse stato inferiore ai 25.000 veicoli l’anno; sopra i 35.000 veicoli, Regione Veneto e società concessionaria si sarebbero invece divisi gli utili.

L’atto aggiuntivo ha cambiato le cose: sotto 25.000 veicoli Vernizzi impegna la Regione Veneto a pagare a Dogliani 436 milioni di euro in 15 anni e non più in 30. Non solo: il pagamento dei 436 milioni non viene spalmato sui 90 chilometri da realizzare, ma scatta tutto intero al completamento del primo tratto, peraltro collocato dove meno serve. Quanto a dividere gli utili, non basta più raggiungere i 35.000 veicoli l’anno: questa soglia adesso va superata del 15%.

«L’atto aggiuntivo è a tutti gli effetti una revisione del contratto di project», dice Massimo Follesa, architetto, portavoce del Covepa per l’area vicentina, «operazione indispensabile per consentire alla società concessionaria di proseguire i lavori. Finora sono andati avanti solo con il contributo pubblico. L’ha ammesso lo stesso Dogliani: non hanno ancora il closing delle banche che dovrebbero finanziare l’operazione per un miliardo e mezzo. Questa condizione doveva essere accertata fin dall’inizio. Evidentemente neanche le banche ritengono che l’infrastruttura si paghi con i pedaggi».

Renzo Mazzaro

 

Incontro con IL PROCURATORE GENERALE NOTTOLA

VENEZIA – Il senatore grillino Cappelletti incontra il procuratore generale della Corte dei conti Nottola per chiedergli di indagare sulla Pedemontana Veneta.

Lo rende noto lo stesso parlamentare del Movimento 5 stelle: «La SPV è un’opera che si sta realizzando in violazione dei più basilari principi di trasparenza; inizialmente doveva costare 1,829 miliardi di euro, ma a seguito degli aggiornamenti progettuali, il costo è lievitato a 2,258 miliardi di euro. E pare debba crescere ulteriormente».

Cappelletti ricorda la genesi e i promotori politici della grande opera: «Importanti nomi delle istituzioni venete, come Galan, Zaia e Chisso, due dei quali passati recentemente dalle patrie galere – dice il senatore grillino – hanno offerto coperture politiche ad un’opera che mancava delle coperture economiche necessarie. In particolare il presidente Galan ha fortemente voluto, nel 2009, la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario per derogare ad importanti norme in materia ambientale e di protezione civile».

Il parlamentare del Movimento 5 stelle si incontrerà, dunque, con il procuratore generale Nottola per chiedere di fare chiarezza sui finanziamenti, sull’aumento dei costi, «sulle numerose ipotesi di irregolarità nell’applicazione del codice dei contratti, e sul trasferimento del rischio d’impresa dal concessionario al concedente – conclude – che evidenzierebbe un consistente sbilanciamento di interessi a favore dei privati».

 

Via del Mare: «La sospensione non basta, chiediamo il ritiro del progetto».

Il Movimento Cinque Stelle rincara le richieste sulla superstrada a pedaggio Meolo-Jesolo. Dopo la sospensione della procedura di gara per la progettazione, esecuzione e gestione della prevista arteria che dovrebbe collegare il casello autostradale di Meolo-Roncade al litorale, deliberata dalla Giunta regionale il 27 gennaio scorso, il M5S sollecita un intervento definitivo.

«Il provvedimento di sospensione non può essere considerato una misura di tutela sufficiente degli interessi pubblici a fronte delle gravi irregolarità che stanno emergendo in merito all’assegnazione del project financing per la Via del Mare» sottolinea la deputata del M5S Arianna Spessotto, ricordando le confessioni degli imputati nello scandalo Mose ed evidenziando le prese di posizione dei sindaci contrari al tracciato della superstrada.

Per questo, come portavoce del M5S, Spessotto chiede che venga ritirato ufficialmente il progetto e annullato l’iter avviato dalla Regione, per ripartire dalle reali problematiche della viabilità, in accordo con il territorio e le amministrazioni locali.

Emanuela Furlan

 

MEOLO «Il Pd di Meolo ritiene che la magistratura debba sì fare luce sul rispetto delle procedure, ma deve soprattutto chiarire le motivazioni di alcune decisioni politico-amministrative a livello regionale e nazionale e individuare chi e perché le ha determinate».

Il circolo democratico meolese rivolge una sorta di appello alla magistratura e ribadisce la richiesta di annullamento del bando per la via del Mare e l’avvio di una «pianificazione concertata della mobilità verso i litorali».

Già nell’assemblea di novembre il Pd meolese aveva auspicato l’intervento della magistratura e dell’Autorità anticorruzione. La richiesta è di verificare, tra gli altri punti, con quali motivazioni la Regione abbia potuto nel 2009 dichiarare di pubblico interesse l’opera, se sia «costituzionalmente corretto l’esproprio di fatto di un’infrastruttura pubblica esistente per affidarla a privati», chi e con quali motivazioni abbia chiesto l’inserimento del project-financing della via del Mare nelle opere da realizzare con le procedure della Legge Obbiettivo, destinata alle opere d’importanza nazionale.

«Il Pd di Meolo si è sempre battuto contro un progetto inutile e dannoso, ma mai contro la necessità di realizzare un moderno sistema della mobilità verso i litorali», commenta Gianfranco Gobbo, «per questo cogliamo con favore le proposte che arrivano da più parti sulla necessità di trovare forme diverse di finanziamento e di revisione del progetto. Zaia non solo deve sospendere il bando in attesa dei risultati delle indagini, ma lo deve annullare. Bisogna chiudere con le decisioni calate dall’alto: si deve avviare una nuova fase di pianificazione concertata sulla mobilità verso i litorali che riguardi l’intero Veneto Orientale, coinvolgendo tutti i portatori d’interesse».

Giovanni Monforte

 

Che fine ha fatto e che progetti ha l’ex presidente di Mantovani travolto dalla Retata Storica?

Il Gazzettino ha cercato di scoprirlo

Che fine ha fatto Piergiorgio Baita, il genio del male, deus ex machina del Sistema Mose? È vero che è tornato in campo con una sua società? E cosa pensa della conclusione dell’inchiesta sulle dighe mobili veneziane? Il Gazzettino ha cercato di scoprirlo. Non è stato facile: benché la vicenda giudiziaria sia in larga parte conclusa e la gran parte dei protagonisti abbia patteggiato una pena con la Procura, Baita non rilascia interviste e non ama parlare con i giornalisti. La vicenda Mose occupa però ancora molte delle sue riflessioni. E da esse scaturiscono opinioni, domande e persino l’idea di scrivere un libro. Come raccontiamo in queste pagine.

 

LAVORO – Richieste di consulenza ma nega di aver creato nuove società

IL POTERE – In laguna pochi non hanno ricevuto soldi dal Consorzio Venezia Nuova

PERSONAGGIO – Non rilascia interviste ma il regista del Sistema Mose non è in pensione

AUTORE – Ha un’ambizione: scrivere un manuale anti-corruzione

TEMPO LIBERO – Coltiva pomodori e riflette sugli esiti dell’inchiesta veneziana

IL PRECEDENTE – Piergiorgio Baita in aula nel 1994 per il processo della prima Tangentopoli veneta

Il “diavolo” coltiva pomodori. E pensa. E si arrabbia perché quel che è stato raccontato è, a suo dire, solo una parte del sistema Mose. I giornali si sono fatti fuorviare dallo specchietto per le allodole della politica, dice. Certo che il nome di Galan “tira”, ovvio che quando si parla di ministri e sottosegretari, la gente legge con voracità, ma è sfuggita all’attenzione dell’opinione pubblica una parte importante. Anzi, la parte più importante, che è quella che riguarda i grand commis di Stato. E cioè i funzionari, i grandi burocrati, quelli che erano parte integrante e indispensabile, loro sì, del sistema corruttivo del Mose.

Altro che i politici. I politici sono una variabile ininfluente e avranno incassato sì e no un quarto delle mazzette che sono state pagate, il resto è finito nella tasche di chi decide sul serio. E cioè di chi è a capo di un ministero o di un assessorato regionale e resta sempre lì, fisso, mentre i ministri e gli assessori cambiano.

Piergiorgio Baita, il “diavolo” dello scandalo Mose, non smette di pensare al fatto che lo hanno dipinto come il genio del male, il corruttore dei corruttori, mentre tira un filo a piombo tra una “gombina” e l’altra, toglie le erbacce e guarda crescere i cavoli e i carciofi, mentre consulta il calendario di Frate Indovino per vedere quando seminare i pomodori. Cirio e ciliegino, piccadilly e cuore di bue. Li pianta ad una settimana di distanza uno dall’altro, così l’orto non viene invaso dalla “buttata” improvvisa di pomodori che maturano tutti nello stesso periodo. Centellina i suoi interventi, scruta il tempo, parla con le piante. E ragiona. Solo i suoi amici più cari sanno che Baita è uno che ha le mani d’oro – ironie a parte – e che ha passato i domiciliari a pitturare casa e a rifare l’orto, che è la sua grande passione. Gli piace lavorare in casa e ancor di più nell’orto, si rilassa e pensa.

Non parla con i giornali, rifiuta tutte le interviste, ma risponde volentieri a chi lo ferma al bar o davanti all’edicola. E poi si confessa con quella ristretta cerchia di amici che gli sono rimasti amici, si confida su quel che vorrebbe fare e siccome un suo amico, senza tradire il mandato, pensa che sia utile far uscire allo scoperto il Baita-pensiero, utile a chiarire quel che resta da chiarire, ecco un riassunto di quel che ha pensato e detto Baita in questi mesi passati in silenzio dopo il patteggiamento per reati fiscali.

Intanto Baita dice a tutti di essere in pensione, racconta l’amico, ma non credo che abbia intenzione di starsene con le mani in mano per molto tempo ancora. Non è vero che ha messo in piedi una società con moglie e figlio, la Studio Impresa srl, che si occupa di pannelli fonoassorbenti. Le voci nascono da una banale visura camerale. La società esiste, è intestata a moglie e figlio, ma non opera e comunque lui non c’entra niente. Quel che nessuno sa, invece, è che qualcuno ancora lo cerca per consulenze sul project financing.

E dunque, consulenze a parte, che cosa sta facendo esattamente in questo momento Piergiorgio Baita?

 

IL MANUALE ANTI-CORRUZIONE

Sta scrivendo il manuale dell’appalto perfetto, cioè dell’appalto anti-corruzione. Sul serio?
Certo, se non sa lui come fare… Fossimo in America, uno così, che è stato il più abile di tutti – nel male – lo assumerebbero al ministero della lotta alla corruzione, gli darebbero una cattedra all’università o gli farebbero fare corsi per finanzieri e funzionari pubblici. Perché lui i trucchi li conosce tutti. Alcuni li ha imparati, molti li ha inventati. E dunque Baita sa perfettamente come si pilota un appalto e come un appaltino diventa un appaltone. Il punto nodale – secondo Baita – è che la repressione non serve a niente, inasprire le pene non porta ad alcun risultato, bisogna cambiare il meccanismo degli appalti. L’ha spiegata così ad una cena tra amici. Ha detto che l’errore sta nel focalizzare l’attenzione sulla questione del controllo pubblico dell’opera. Invece il metodo giusto è il controllo pubblico sul servizio che viene offerto grazie a quell’opera.

Allo Stato non deve interessare che siringa utilizzo per fare l’iniezione – ha sintetizzato Baita – Deve interessargli quante persone vaccino contro l’influenza e mi deve pagare per quante ne vaccino. Nel caso del Mose, per capirci, secondo Baita lo Stato non doveva mettersi nell’ordine di idee di andare a vedere come veniva costruita l’opera. Una volta scelto il progetto, doveva dire: ti pago solo se l’opera funziona. Baita ha raccontato ai magistrati di essersi scontrato con Mazzacurati sulla questione della gestione, infatti. Secondo lui bisognava fare, contemporaneamente all’appalto per i cantieri, anche quello per la gestione del Mose. Il gestore dell’opera deve poter discutere con il costruttore, altrimenti poi succede – succederà, secondo Baita – che il gestore arriva e inizia a dire che le lampadine che sono state messe non sono quelle giuste, che il cavo da 3 pollici doveva essere da 5 pollici. E siccome il gestore si trova l’opera già pronta, dirà che è in grado di gestire lo stesso l’impianto, ma che, certo, costa di più.

 

IL MOSE? ALTRI DUE ANNI

E a chi gli chiede quanto manchi alla fine del Mose, Baita conteggia che ci vogliono altri due anni, due anni e mezzo perché è stata completata solamente la bocca di porto del Lido, ma solo nella parte strutturale, mentre mancano ancora le infrastrutture vere e proprie e cioè tutti i comandi e gli apparati che servono a far funzionare le paratoie. Vuol dire che del Mose è stato montato l’hardware e neanche tutto, mentre manca ancora il software. Da qui in poi par di capire che ci dovrebbe essere un controllo serrato sul software proprio per non trovarsi nelle condizioni di avere in mano un’opera che funziona perfettamente, su questo Baita non ha alcun dubbio, ma che è costosissima.

Piergiorgio Baita la spiega così: io posso costruire una macchina che oggi costa tanto e domani consuma poco, oppure posso costruire un’opera che costa tanto oggi e che consuma tanto domani, chiaro? L’interesse pubblico dovrebbe essere quello di avere in mano una macchina che magari costa di più oggi, ma è risparmiosa domani, sull’utilizzo e la manutenzione. Mazzacurati aveva tutto l’interesse, proprio perché contava di tenersi la gestione del Mose, a costruire invece un’opera che costasse tanto anche nella fase dell’esercizio e della manutenzione. Ecco perché ha bloccato Baita quando il presidente di Mantovani ha proposto di fare la gara di gestione subito, mentre si costruiva. Qui doveva intervenire la politica, a chiarire i ruoli e le competenze. E invece il caso Mose dimostra – secondo Baita – come siano le imprese a comandare. Anche sulla politica. Le imprese che possono comandare a bacchetta l’assessore o il ministro perché lo tengono per la borsa, ma che devono fare i conti con i funzionari pubblici. Che sono i “casellanti” degli appalti, quelli che alzano o abbassano la sbarra mentre stai lavorando e che ti bloccano i finanziamenti, intervengono in corso d’opera. Ai funzionari non interessa chi vince l’appalto, interessa il “mentre” si realizza l’opera. Son lì che iniziano a mettere i bastoni fra le ruote. Ed è a quel punto che ti tocca dargli consulenze e che ti tocca nominarli collaudatori.

Tanto per dirne una, che c’entra un Magistrato alle acque come Maria Giovanna Piva con il collaudo dell’ospedale nuovo di Mestre? E un altro Magistrato alle acque, quel Patrizio Cuccioletta che era sul libro paga del Consorzio Venezia Nuova, che ci faceva nel Comitato tecnico scientifico che ha approvato la Pedemontana?

 

IL RUOLO DELLA MINUTILLO

Grand commis a parte, Baita ha spiegato più volte agli amici che, secondo lui, la Procura ha creduto troppo a Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan. La Minutillo, spiega, non era stata scelta per la sua genialità. Era stata assunta al Consorzio su richiesta di Lia Sartori, l’europarlamentare oggi in attesa di processo per finanziamento illecito ai partiti. Mazzacurati aveva piazzato la Minutillo alla Thetis solo per fare un piacere alla Sartori, e cioè a Galan il quale temeva che l’ex segretaria, licenziata in tronco, rivelasse cose inopportune. Ma siccome a Thetis guadagnava troppo poco e voleva 250 mila euro netti all’anno, Chisso aveva chiesto a Baita di assumerla come amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Ma non era operativa, non faceva niente e non capiva molto bene quel che succedeva. Ad esempio sui project avrebbe detto una cosa che non aveva senso e cioè che Baita aveva messo a disposizione 600 mila euro per “incoraggiare” i project. Stando alle spiegazioni fornite anche ai magistrati da Baita, la Minutillo non ha capito che quei 600mila euro erano l’equity e cioè una specie di caparra che bisogna versare se si vuole concorrere al project. Ma, argomenta Baita, siccome Claudia Minutillo ha il merito di aver aiutato la Procura ad arrivare ai politici, viene premiata con una credibilità su tutto il fronte.

E non c’è solo questo. Baita continua a stupirsi che la società veneziana abbia fatto finta di niente di fronte al fiume di denaro pubblico che Mazzacurati ha convogliato verso tanti privati che nulla c’entravano con il Mose. Secondo Baita quel che non è stato ancora capito fino in fondo è che il sistema Mose era una macchina del consenso, prima di tutto, non un sistema corruttivo sic et simpliciter. Mazzacurati pagava tutti: pochi soldi ai politici, tanti ai funzionari “controllori”, tantissimi alla città. E le anime belle che fanno finta di niente, secondo Baita dovrebbero spiegare prima di tutto a se stesse che cosa centri il Mose con il restauro di un convento o di un seminario o con una squadra di calcio. Quel che Baita si lascia sfuggire negli sfoghi che ha con gli amici è che a Venezia sono ben pochi quelli che possono dire di non aver avuto a che fare con i soldi del Consorzio. Mazzacurati era considerato alla stregua di una istituzione pubblica e c’era la processione alla sua porta. E se si chiede a Baita come sia stato messo in piedi un meccanismo così sofisticato, Baita risponde che il meccanismo è stato messo in piedi un po’ alla volta, anno dopo anno e che non era possibile rompere questo meccanismo perchè voleva dire tagliarsi fuori e non lavorare più. E lui aveva la responsabilità di 700 famiglie che lavoravano per Mantovani. Perché era chiaro che il sistema Mose andava bene a tutti e tutti facevano finta di nulla. Nessuno si è mai preoccupato che lo stipendio medio al Consorzio fosse di gran lunga superiore ai 100mila euro l’anno, nessuno ha mai avuto da ridire su studi e consulenze, su libri e partecipazioni al Festival del cinema del Lido. Come è possibile? A tutti è parso normale che il Consorzio, che pure viveva esclusivamente di soldi pubblici, facesse l’editore e il produttore cinematografico, si occupasse di convegni e di far fare giri in elicottero sui cantieri. E a tutti andava bene che di tutto questo si occupasse solo Mazzacurati. Il quale non ha mai voluto cedere un grammo del suo potere.

 

QUELLE COOP ROSSE

Baita racconta anche che la Mantovani era entrata nel Consorzio Venezia Nuova staccando un assegno da 72 milioni di euro, mentre il Consorzio Cooperative Costruttori di Bologna – 240 imprese associate e 20 mila dipendenti – invece era entrato a far parte del Consorzio senza versare un centesimo. Ma bisogna rileggere i suoi verbali di interrogatorio per capirne di più. In uno racconta, con un tocco di ironia, di non aver capito bene che cosa fosse successo dal momento che le coop rosse c’erano già dentro il Consorzio, con la Coveco. “Il Coveco è storicamente un associato del Consorzio Venezia Nuova, mentre il Ccc è entrato più recentemente e cioè quando Antonio Bargone era sottosegretario ai Lavori pubblici”, mette a verbale Baita. Bargone è stato al Governo dal 1996 al 2001 con Prodi, D’Alema e Amato, poi è diventato presidente della Società Austrada Tirrenica. Secondo Baita “dopo il suo intervento all’interno del Consorzio non si capiva chi dovesse rappresentare le cooperative, se il Ccc e cioè Omer Degli Esposti o il Coveco di Savioli. La mediazione fu favorita da Mazzacurati il quale decise di lasciare un veneto e cioè Pio Savioli a rappresentare le coop rosse nel Consorzio perché in grado di fare da equilibrio tra i due consorzi e le varie parti politiche che rappresentano, perché il Coveco fa riferimento ad una certa sfera della sinistra e il Ccc ad un’altra”. Ma il Coveco di Pio Savioli è finito dritto nell’inchiesta veneziana sul Mose mentre il Ccc di Esposti no. Ma chi è Degli Esposti? Il suo nome salta fuori nell’inchiesta sul cosiddetto sistema Sesto di Filippo Penati, ex braccio destro di Pierluigi Bersani, nonché ex sindaco di Sesto San Giovanni ed ex presidente della Provincia di Milano. Penati è l’uomo che giura di non voler approfittare della prescrizione che gli porterà in dote la legge anticorruzione del ministro Severino. Salvo ripensarci un attimo dopo. Ebbene, con lui nell’inchiesta sulla Falck era finito anche il vicepresidente del Consorzio Cooperative Costruttori. E, con degli Esposti l’inchiesta aveva toccato pure Roberto De Santis, primo socio di D’Alema nell’acquisto della barca a vela Ikarus. Baita era convinto che la Ccc di Bologna avrebbe portato gli investigatori a Roma, invece non è andata così. Almeno per ora.

 

Rubinato (PD) 

JESOLO «Le indagini sulla Via del Mare non sono una perdita di tempo». Simonetta Rubinato, deputata del Pd, firmataria di un’interrogazione parlamentare inviata anche a Cantone, presidente dell’autorità anti corruzione, risponde ai rilievi mossi dal sindaco Valerio Zoggia e dagli albergatori del litorale, che con il presidente Massimiliano Schiavon, difendono l’opera ritenuta essenziale.

«Vogliamo vederci chiaro», dice la Rubinato, «perché si stanno spendendo soldi dei cittadini ed è giusto chiederci se le soluzioni progettuali individuate sono le più sostenibili in termini economici e per il territorio. Nel caso specifico del progetto di finanza adottato sulla Via del Mare avevamo i nostri dubbi. E forse non sbagliavamo. Chi da tempo chiede di cambiare il modo con cui vengono progettate e realizzate le infrastrutture pubbliche non appartiene per forza al partito del no, ma a quello del buon senso. In tempi di risorse limitate non va sprecato neanche un euro, tanto meno in quei progetti di finanza che hanno favorito solo imprenditori sleali e politici collusi».

«Le infrastrutture», conclude la deputata del Pd, «vanno fatte perché risultano necessarie per i bisogni di cittadini e imprese, sulla base di una più ampia visione di sistema, di analisi trasparenti sui costi e benefici delle stesse, secondo progettazioni che tengano conto degli interessi in gioco, non certo per soddisfare gli interessi di qualche consorteria d’affari».

(g.ca.)

 

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Comunicato stampa Opzione Zero – 30 gennaio 2015

Silvano Vernizzi per anni a capo del settore infrastrutture e  della valutazione ambientale in Regione. Insieme a lui anche l’altra indagata Paola Noemi Furlanis, attuale responsabile della struttura VAS-VINCA. Tutti project financing della cricca hanno sempre ottenuto via libera dalle commissioni per la valutazione di impatto ambientale, alcune non sono nemmeno state sottoposte a verifica, come Veneto City. Zaia deve sospendere tutte le “grandi opere sospette”, non solo la “Jesolo mare”. A rischio sono l’ambiente e l’incolumità dei cittadini.

Finalmente, dopo il MOSE, cuore e fondamento delle cricche malavitose nostrane, i riflettori iniziano ad illuminare le autostrade, altro settore nel quale continuano a sguazzare le cricche malavitose del cemento e dell’asfalto.

E subito salta fuori un nome che ancora mancava all’appello, quello di Silvano Vernizzi.

Indagato non significa colpevole, ma come più volte denunciato dai comitati veneti, Vernizzi è stato, ed è tutt’ora uno degli uomini chiave del “sistema Veneto”: per anni a capo del settore infrastrutture della Regione, il “feudo” dell’ex-assessore Renato Chisso, Vernizzi ha avuto pieni poteri sul Passante di Mestre e sulla Pedemontana come Commissario governativo, e ora è amministratore delegato di Veneto Strade.

Ma non è tutto, perché la vera anomalia che getta un’ombra sospetta su tutti i grandi progetti in Veneto, è che Silvano Vernizzi, negli stessi anni, era a capo di un altro settore strategico della Regione: quello per le valutazioni ambientali (VIA, VAS e VINCA). Insieme a lui, un ruolo importante lo aveva pure un’altra indagata, Paola Noemi Furlanis, a lungo segretaria generale della struttura di coordinamento VAS e VINCA, e ora a capo della struttura medesima.

Sarà dunque un caso che nessuno dei project financing ideati dagli “assi pigliatutto” degli appalti come Mantovani o Adria Infrastrutture, non abbia mai ricevuto un parere negativo dalle commissioni per la valutazione ambientale. Alcuni di questi sono addirittura stati esclusi dalle verifiche che per legge sarebbero obbligatorie. Un esempio su tutti quello di Veneto City: nel 2011 fu proprio Paola Nomei Furlanis con il benestare di Vernizzi, a firmare il parere di “non assoggettabilità a VAS” del mastodontico progetto presentato dalla Veneto City spa, di cui amministratore delegato era il solito Piergiorgio Baita.

A questa decisione i comitati rivieraschi, tra cui anche Opzione Zero, si opposero in tutti i modi: presentando migliaia di osservazioni, raccogliendo ben 11.000 firme, dando vita a vivaci proteste, fino a presentare ricorsi al TAR. Ciò nonostante, i Sindaci di Dolo e Pianiga (Maddalena Gottardo e Massimo Calzavara), e Luca Zaia firmarono l’accordo di programma per una operazione immobiliare chiaramente speculativa di proporzioni inaudite.

Il marciume che sta affiorando dalle inchieste sulla Regione Veneto è ancora la punta dell’iceberg.

Per Opzione Zero la sospensione delle procedure di gara della “Jesolo mare” non basta: il Presidente Zaia ha il dovere morale e politico di approvare una moratoria su le altre “grandi opere”, a cominciare da quelle che non sono nemmeno state sottoposte  a valutazione ambientale come Veneto City. In ballo non c’è solo la corruzione, ma anche la sicurezza dei territori e l’incolumità dei cittadini.

Nel frattempo Opzione Zero chiederà nuovamente audizione ai magistrati di Venezia e al capo dell’anticorruzione Cantone per fornire tutte le informazioni utili a far luce su questa vicenda, sul Passante di Mestre e su tutte le altre opere che insistono sulla Riviera del Brenta.

 

Nuova Venezia – Inchiesta autostrada del mare

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2015

La Procura riprende fedelmente un ricorso amministrativo di Net Engineering

Zaia sospende la gara dell’Autostrada del mare: per rispetto delle indagini

Gli indagati sereni «Procedure corrette»

VENEZIA – Cinque punti ripresi fedelmente dal ricorso amministrativo di un concorrente escluso dalla gara – la Net Engineering di Monselice, in contenzioso con la Regione per il metro di superficie – e riportati nell’avviso a comparire inviato ai membri della commissione di gara e del Nucleo di valutazione investimenti della Regione del Veneto. L’ipotesi è turbativa d’asta, le violazioni sono di carattere amministrativo. Gli indagati diserteranno l’appuntamento con i magistrati e mandano i legali: risponderanno con una memoria scritta. Ma fanno sapere di essere assolutamente tranquilli e sereni: mai ricevuto pressioni dai politici, mai fatto pasticci, abbiamo seguito le procedure standard. La Procura dimostri il contrario, ma le carte che ha in mano sono carta straccia, smontabile facilmente sul piano amministrativo.

Il segnale tuttavia è chiarissimo: la Procura di Venezia dopo la grande retata che ha decapitato il sistema Galan ha aperto il fascicolo dei progetti di finanza in campo stradale. Dopo toccherà a quelli sanitari. Dunque, chi sa parli prima di sentire nuovamente il titillar di manette.

Il governatore Luca Zaia coglie la palla al balzo e chiude la pratica Autostrada del mare (200 milioni di euro per 19 chilometri di strada per 40 anni di gestione a pedaggio) da Meolo a Jesolo Lido. La delibera regionale con cui l’altra sera la giunta ha sospeso la procedura fa esplicito riferimento all’inchiesta: «essendo pervenute notizie di un’indagine in corso della Procura della Repubblica in merito all’intervento si ritiene opportuno sospendere tale procedura di gara in attesa di approfondire tali notizie per il tramite dell’Avvocatura regionale». Addio all’Autostrada del mare e siamo solo all’inizio.

L’accusa – tutta amministrativa – riguarda sei funzionari accusati ora di turbativa d’asta per l’eccessiva indulgenza nei confronti del promotore del progetto di finanza dell’Autostrada del mare: quella Adria Infrastrutture che faceva riferimento a Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan. Ma che in realtà era una società controllata da Piergiorgio Baita, l’ingegnere delle tangenti del sistemi Galan e che aveva regalato piccole quote di minoranza all’ex ministro e a Chisso. Sono stati chiamati a comparire i membri della commissione di gara (costituita dai funzionari regionali Paola Noemi Furlanis, Stefano Angelini e Antonio Strusi) e dai membri dell’epoca del Nucleo di valutazione investimenti Silvano Vernizzi (ex segretario regionale alle infrastrutture), Adriano Rasi Caldogno (ex segretario regionale della programmazione Adriano Rasi Caldogno) e Mauro Trapani (all’epoca e tuttora capo del servizio finanziario della Regione).

Ecco le contestazioni cui fanno riferimento i magistrati. I commissari non hanno preventivamente individuato i criteri matematici per la valutazione dell’offerta; non hanno inserito il costo degli espropri; non hanno adottato un coefficiente di attualizzazione nel piano economico finanziario dell’opera; non hanno escluso l’offerta di Adria Infrastrutture in quanto avrebbe violato l’articolo 46 della legge regionale 27/2003; hanno consentito alla società di apportare sostanziali modifiche alla proposta post gara, alterando la par condicio nei confronti dei concorrenti.

Secondo gli indagati la Procura non avrebbe altro che il ricorso amministrativo di Net Engineering in mano: dunque, perché presentarsi? Nessuno di loro vuole sentirsi chiedere direttamente se Galan o Chisso abbiano esercitato pressioni per affidare il progetto di finanza alla società di Claudia Minutillo. Dunque, meglio scrivere. Per questa ragione i legali (l’avvocato Marco Vassallo per Vernizzi, Rasi Caldogno, Furlanis e Angelini; l’avvocato Paolo Rizzo per Antonio Strusi; l’avvocato Fernando Cogolato per Mauro Trapani) hanno suggerito di non presentarsi. Ma la partita a scacchi tra accusa e difesa sembra solo all’inizio.

Daniele Ferrazza

 

IL CAPITOLO DEI PROGETTI DI FINANZA DELL’ERA CHISSO

È stato aperto un fascicolo anche sulla Nogara mare

VENEZIA – Oltre alla «Via del mare» che doveva unire l’A4 a Jesolo e a tutto il litorale adriatico, c’è un’indagine sulla «Nogara – mare», la strada, anch’essa molti discussa, che doveva raggiungere la Romea in terroriorio polesano, partendo da Verona. Intanto, cinque dei sei finiti sotto inchiesta per la «Via del mare» hanno già deciso: avvalendosi della facoltà che il codice penale concede a tutti gli indagati di tacere, si avvalgono della facoltà di non rispondere e neppure si presenteranno, oggi, nell’ufficio del pubblico ministero lagunare Stefano Ancilotto, alla cittadella della Giustizia di Piazzale Roma, a Venezia.

Si tratta dei componenti della Commissione istruttoria regionale incaricata di valutare le varie proposte di project financing dell’opera in questione, il rodigino Silvano Vernizzi, ora amministratore delegato di Veneto Strade, il veneziano Adriano Rasi Candogno, ex segretario regionale alla Programmazione e attuale direttore generale dell’Asl di Feltre, il trevigiano Stefano Angelini, dirigente regionale delle Infrastrutture, la veneziana Paola Noemi Furlanis, responsabile del coordinamento delle Commissioni di valutazione di impatto ambientali, tutti difesi dall’avvocato veneziano Marco Vassallo, il sandonatese Antonio Strusi, dirigente del settore Risorse finanziarie, difeso dall’avvocato lagunare Paolo Rizzo, e il vicentino Mauro Trapani, dirigente regionale del settore Bilancio, difeso dall’avvocato di Vicenza Fernando Cogolato. I due difensori dei primi 5 hanno già comunicato al rappresentante della Procura che oggi non si presenteranno, mentre Trapani, anche se sembra intenzionato anche lui a tacere, potrebbe decidere di presentarsi per dirlo personalmente al pubblico ministero, comunque lo deciderà oggi.

Il reato contestato ai sei è quello di turbativa d’asta, per aver sostanzialmente favorito la proposta di project financing avanzata da «Adria Infrastrutture» e alle ditte ad essere associate, nonostante prevedesse un contributo pubblico «sensibilmente superiore all’imposto massimo previsto», consentendo inoltre «di apportare in corso di gara sostanziali modifiche alla proposta inizialmente presentata in violazione dei principi del par condicio e di imparzialità». Al vertice di Adria Infrastrutture nel 2009 c’era Claudia Minutillo e la società era emanazione della «Mantovani» di Piergiorgio Baita. Dopo essere stati arrestati i due avevano raccontato, tra l’altro, che soci occulti di «Adria» erano l’allora presidente della Giunta regionale Giancarlo Galan, ora deputato agli arresti domiciliari dopo la condanna a due anni e mezzo per corruzione, e l’allora assessore alle Infrastrutture Renato Chisso, pure lui condannato nell’inchiesta sul Mose ed entrambi esponenti di Forza Italia. Allora Galan e Chisso in Regione facevano il bello e il cattivo tempo, facile dunque capire perché i componenti della Commissione potrebbero aver favorito la proposta di Adria Infrastrutture. Intanto, la difesa sembra voler puntare sulla prescrizione, che scatterà nel luglio 2016, a sette anni e mezzo dai fatti.

Giorgio Cecchetti

 

Lettera ai sindaci e agli operatori turistici: non è etico sostenere un progetto di chi è finito in carcere

Legambiente: «Meglio il tram del mare»

JESOLO «Ritenete sia etico sostenere un progetto proposto da soggetti, e da un sistema, finiti in carcere per corruzione? Si rivendica l’utilizzo della “finanza di progetto”, ma dire che il Veneto ha bisogno di una rinascita, utilizzando gli strumenti che ci stanno avvicinando alle Regioni controllate dalle varie mafie, ci sembra quanto meno inopportuno». Legambiente Veneto Orientale ha scritto al presidente dell’Aja, Massimiliano Schiavon, e ai sindaci del territorio, proponendo di aprire un confronto su mobilità e turismo. «Quando si parla di Jesolo, si dimentica che, alle sue spalle, vi è un territorio che non deve essere sacrificato sull’altare dei milioni di turisti diretti al mare», scrivono gli ambientalisti, «vi sono bellezze che, se valorizzate, possono ridistribuire sul territorio benefici e occupazione. Integrare treno e aereo con i bus toglierebbe migliaia di auto dalle strade. Come mostrano i dati statistici, i turisti del Nord Europa privilegiano il treno o altro all’auto. Lo stesso vale per il traffico pendolare: non basta una strada a risolverlo, servono scelte di trasporto per gli anni a venire. Perché non riconsiderare il sistema del “Tram del Mare”? Un trasporto collettivo leggero e diffuso che porta i turisti su tutto il litorale con impatti molto più bassi».

L’inchiesta della Procura sulla via del Mare infiamma anche la politica. «Solo ora Zaia decide di sospendere il progetto. Ma cosa ha fatto in tutti questi anni da presidente per impedire che scoppiasse questa vicenda?», attacca Bruno Pigozzo, consigliere regionale del Pd, «quali controlli ha svolto sull’operato dei dirigenti regionali? Perché non ha voluto imporre molto prima uno stop a quest’opera sulla quale erano già palesi le ombre e che da un anno e mezzo il Pd chiedeva di fermare? A questo punto è doveroso che Zaia venga in Consiglio regionale per riferire sulla situazione». «La notizia della sospensione di tutti i procedimenti inerenti la gara per la via del Mare rappresenta un’importante vittoria per il territorio, i comitati e le comunità locali che da tempo protestano contro un’opera inutile», aggiunge la deputata Arianna Spessotto (M5S), che ricorda di aver più volte chiesto a Vernizzi – inutilmente – di accedere al Piano economico del progetto.

Giovanni Monforte

 

Un progetto contestato: protestò anche don Bizzotto

MEOLO – La via del Mare come la Tav litoranea. Negli ultimi anni sono state queste le due grandi opere che hanno infiammato il dibattito nel Veneto orientale, mettendo in contrapposizione gli interessi del mondo turistico, jesolano in particolare, con quelli di salvaguardia del territorio dei Comuni dell’entroterra. Ma con una differenza: quella contro la Tav è stata una battaglia quasi unitaria, mentre la via del Mare è stata terreno di scontri aspri tra le forze politiche, con i circoli del Pd e il Movimento 5 Stelle sulle barricate a fianco di comitati e ambientalisti. Fu proprio il Pd, nel 2010, a organizzare la prima manifestazione di protesta: un corteo di auto che partì dalla zona industriale di Meolo giungendo fino a Jesolo, per dire no alla trasformazione della Treviso Mare in strada a pedaggio. L’altra manifestazione contro l’opera fu realizzata da Legambiente, che organizzò un presidio a Meolo. Negli anni sono state moltissime le assemblee pubbliche che si sono tenute a San Donà, Musile e + Meolo, dove lo scorso anno arrivò anche don Albino Bizzotto, il sacerdote padovano che da anni si batte contro i project-financing. A Meolo nacque pure il comitato “Sì Treviso Mare”, per chiedere una strada più sicura ma senza pedaggi. Della via del Mare si è occupato più volte il Parlamento, con una serie di interrogazioni presentate negli anni, in particolare da Simonetta Rubinato (Pd) e da Arianna Spessotto (M5S). È delle scorse settimane, invece, la notizia che sul progetto ha messo la lente d’ingrandimento anche l’Autorità nazionale anticorruzione, guidata dal magistrato Raffaele Cantone, a cui si sono rivolte proprio Spessotto e Rubinato. Nel frattempo, il sindaco di Meolo, Loretta Aliprandi, si è fatta carico di promuovere un fronte dei sindaci che ha già incontrato l’assessore regionale Coppola per ribadire il no all’opera.

(g.mon.)

 

Il sindaco di Jesolo e gli albergatori ritengono fondamentale l’infrastruttura

Contrario da San Donà Cereser: servono idee alternative per la viabilità

JESOLO – Indagini sull’Autostrada del Mare, preoccupazione sul litorale, ma l’opera deve andare avanti. A San Donà, invece, il sindaco Andrea Cereser esce dal coro e spinge a pensare a opere alternative. Il sindaco di Jesolo, Valerio Zoggia, non entra nel merito delle inchieste. Sulla stessa linea gli albergatori jesolani che invitano a pensare ai lavori e non agli indagati.  «Le verifiche ancora in corso da parte della Procura di Venezia devono togliere ogni dubbio sulle procedure finora adottate dai tecnici della Regione», dice Zoggia, «però si faccia in fretta e, una volta sgombrato ogni dubbio, non si rinunci a realizzare questa opera che resta fondamentale per l’economia di tutta la costa. Io come sindaco di una città che vive di mare e di turismo ho l’obbligo di pensare al futuro. L’importante è che ora non si faccia confusione sulla necessità di questa nuova strada». «Non commento l’operato della magistratura», precisa, «spero anzi che venga fatta chiarezza fino in fondo, ma l’ inchiesta non determini una rinuncia al progetto. Jesolo, come tutti i Comuni del litorale, non può fare a meno di quest’opera per l’economia del turismo, per risolvere il problema legato alle code e le lunghe attese estive per raggiungere le nostre località, per crescere nell’offerta. Senza infrastrutture adeguate il turismo non può essere competitivo. Jesolo ha bisogno di infrastrutture come la Via del Mare. Quando la magistratura avrà fatto tutte le verifiche necessarie mi auguro che si possa procedere con il progetto, nella massima trasparenza e regolarità, come ho sempre auspicato in questi ultimi giorni».

Cereser non è dello stesso avviso e si apre ancora la spaccatura tra i due sindaci sull’infrastruttura. «Dobbiamo risolvere il problema dei flussi verso le spiagge ma con progetti alternativi all’Autostrada del Mare», ribatte il sindaco di San Donà Cereser con l’assessore alla Viabilità Francesca Zottis, «finalmente è giunto lo stop al progetto e si possono valutare alternative che rendano scorrevoli i flussi verso il mare». Nel settembre 2013, prossimi al bando per la realizzazione dell’autostrada, il Comune di San Donà, insieme a quelli di Noventa, Monastier, Roncade, Silea e Treviso, aveva richiesto la sospensione della procedura di gara alla luce della scarsa trasparenza dell’operazione all’indomani dell’inchiesta Mose. E invocava la sospensione delle procedure di gara.  «Nel programma con il quale questa amministrazione si è presentata agli elettori, quasi due anni fa», ricordano, «esprimevamo contrarietà a un’operazione di “esproprio al contrario” quale è il progetto di Autostrada del Mare, con cui si intendeva sottrare alla proprietà dei cittadini un’opera pubblica come il tratto di Treviso-Mare da Meolo e il sedime della variante alla Statale 14, per affidarla a privati che inseriranno un pedaggio. Riteniamo inutile un’autostrada verso il mare se poi il problema è l’imbottigliamento alle porte delle spiagge. Attendiamo i risultati dell’inchiesta della magistratura, ma auspichiamo che lo stop sia occasione per ripensare un progetto ambiguo e valutare alternative migliori e più trasparenti».

Giovanni Cagnassi

 

VENETO – Oggi previsti gli interrogatori degli indagati ma presenteranno solo memorie difensive

Moretti attacca Zaia: in Regione uno scandalo al giorno. La Lega: guardi a quelli in cui è coinvolto il Pd

I CONSIGLIERI DEM – Il governatore riferisca su appalti e indagini

La prima a puntare il dito é Alessandra Moretti: «Ormai in Regione Veneto c’è un caso giudiziario al giorno» accusa la candidata del centrosinistra alle prossime regionali. «Ma dov’è Luca Zaia? É sempre più ridicolo che il Presidente della Regione, che era vice di Galan nel 2007, anno in cui si svolse la gara per il project financing della Treviso-mare sui cui oggi indaga la Procura, si tiri sempre fuori da ogni scandalo». Si alzano i toni dello scontro politico attorno a questa inchiesta, costola di quella sul sistema Mose, per cui il pubblico ministero, Stefano Ancilotto, ha indagato sei funzionari regionali per turbativa d’asta. Notizia dell’altro ieri, a cui il governatore ha risposto bloccando, in via cautelativa, la gara per la cosiddetta autostrada del Mare, opera da 200 milioni di euro per collegare Meolo a Jesolo. Una scelta che ora potrebbe aprire un ulteriore contenzioso, a fronte di una procedura ormai avanzata con le offerte già in campo. Si vedrà…

Intanto a scatenarsi ieri sono stati i politici. Contro la Moretti si è scagliato il capogruppo leghista Federico Caner: «Bisogna essere davvero senza pudore per sostituirsi, a differenza nostra, alla magistratura ed emettere sentenze prima ancora che la giustizia abbia fatto il suo corso. Accusare Zaia dicendo che non poteva non sapere cosa accadeva negli uffici tecnici, è come dire che la Moretti non poteva non conoscere quanto stava succedendo nel suo partito relativamente ai recentissimi scandali che hanno coinvolto un consigliere regionale, il Comune di Venezia e autorevoli esponenti democratici, tra cui due parlamentari suoi colleghi».

Ma il Pd non ha mollato la presa. Ieri pomeriggio, in commissione consiliare lavori pubblici, i consiglieri Stefano Fracasso e Piero Ruzzante hanno formalmente chiesto che Zaia vada «urgentemente» a riferire in merito ad appalto e inchiesta su un progetto su cui gravano «ombre» di cui il Pd aveva già chiesto conto un anno e mezzo fa.

Bruno Pigozzo, vicepresidente della commissione, ha ricostruito: «Ancora nell’agosto 2013 ho presentato assieme al mio gruppo un’interrogazione nella quale sottolineavamo la necessità di rinviare il bando di gara ed attendere l’esito dell’inchiesta giudiziaria in corso sul Mose. Il progetto preliminare della via del mare infatti è stato presentato dalla società Adria Infrastrutture di Claudia Minutillo e dal Consorzio Vie del Mare di Piergiorgio Baita, proprio i due imprenditori finiti in carcere per presunta fronte fiscale e costituzione di fondi neri. A fronte delle nostre reiterate richieste di maggiore vigilanza e cautela, Zaia ha fatto spallucce e non si è degnato di dare risposte, trincerandosi nel silenzio. Questo è continuato fino ad oggi, a scandalo esploso». E contro il governatore si è lanciata anche la senatrice Pd, Laura Puppato: «È ora che in Regione Veneto si facciano le pulizie di primavera. Gli intrecci di potere, interessi e mancati controlli sono troppo evidenti». Quanto al governatore, «non sa, non conosce, non risulta in grado di controllare i suoi sottoposti a partire dai suoi assessori – ha accusato -. I soggetti coinvolti sono sempre gli stessi: vanno messi in condizione di non fare altri danni».

Fin qui la politica. Sul fronte giudiziario oggi è il giorno fissato per gli interrogatori degli indagati – Silvano Vernizzi, Adriano Rasi Caldogno, Mauro Trapani, Antonio Strusi, Stefano Angelini e Paola Noemi Furlanis: tutti componenti della commissione regionale incaricata di valutare il project – che rischiano, però, di andare deserti. In questa fase i difensori, gli avvocati Marco Vassallo, Paolo Rizzo e Fernando Cogolato, sembrano orientati a presentare delle memorie difensive, in attesa di studiare meglio le carte. Va detto che su tutta l’indagine pende la prescrizione che scatterebbe a fine mese, ma che proprio in virtù della convocazione di oggi slitterà di un anno e mezzo.

Roberta Brunetti

 

LA NUOVA INCHIESTA -Via del Mare, Jesolo difende l’opera «Serve a tutto il litorale»

VIA DEL MARE Con l’apertura dell’inchiesta si chiede di fermare tutto. Cereser: «È un esproprio al contrario»

Jesolo sotto choc, gli altri esultano

Zoggia l’unica voce a favore: «La magistratura proceda, ma l’opera serve»

«Le verifiche ancora in corso da parte della Procura di Venezia devono togliere ogni dubbio sulle procedure finora adottate dai tecnici della Regione. Però si faccia in fretta e, una volta sgombrato ogni dubbio, non si rinunci a realizzare questa opera che resta fondamentale per l’economia di tutta la costa».

Il sindaco Valerio Zoggia non entra nel merito dell’inchiesta in corso sulla Via del Mare, però difende il progetto auspicando la sua realizzazione. «Come sindaco di una città che vive di mare e di turismo ho l’obbligo di pensare al futuro della città che amministro – aggiunge il primo cittadino di Jesolo -. L’importante è che ora non si faccia confusione sulla necessità di questa nuova strada». «Il turismo è importante per l’economia della nostra Regione, ma Jesolo si dimentica che, alle sue spalle, vi è un territorio che non deve essere sacrificato – replica invece Maurizio Billotto, presidente di Legambiente -. Le scelte sulla mobilità non devono essere viste solo in funzione del litorale, puntando sull’auto come negli anni ’60.

«Lo stop è un’importante vittoria per il territorio, i comitati e per le comunità locali, che da tempo protestano contro un’opera inutile, profondamente legata al sistema corruttivo che ha caratterizzato l’aggiudicazione degli appalti per le grandi opere in Veneto in questi anni», sostiene Arianna Spessotto, deputata del M5S, che esulta per la decisione del governatore Zaia di sospendere l’iter della gara d’appalto per la realizzazione della Via del Mare.

«Finalmente è giunto lo stop al progetto e si possono valutare alternative che rendano scorrevoli i flussi verso il mare -«Da un anno e mezzo chiedevamo la sospensione della gara. Solo ora, di fronte all’indagine che coinvolge sei dirigenti regionali, Zaia decide di bloccare il progetto – interviene Bruno Pigozzo, consigliere regionale del Pd -. Ma perché non ha voluto imporre molto prima uno stop a quest’opera sulla quale erano già palesi le ombre? Non ha ascoltato i ripetuti richiami, non ha dato risposte e si è trincerato nel silenzio. Fino ad oggi, a scandalo esploso. Sono evidenti le sue gravi responsabilità».

(ha collaborato Fabrizio Cibin)

 

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