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Gazzettino – Dopo il Mose la Via del mare: sei indagati

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28

gen

2015

Dopo il Mose la Via del mare: sei indagati

Avvisi di garanzia a Rasi Caldogno e Vernizzi

Ipotesi di turbativa d’asta per l’affidamento dell’opera alla Adria Infrastrutture del duo Baita-Minutillo. E Zaia “sospende” il progetto

VENEZIA – Inchiesta sull’affidamento della “Via del Mare” ad Adria Infrastrutture della coppia Baita-Minutillo

Dopo il Mose, le strade: 6 indagati

L’OPERA Nel mirino i componenti della Commissione regionale che dal 2009 valutò i project financing

«L’assessore ci disse di pagare» Ora dovranno restituire i soldi

LA REGIONE – Zaia sospende immediatamente i procedimenti in corso sulla gara

I MANAGER – Turbativa d’asta avvisi di garanzia anche a Vernizzi e Rasi Caldogno

Sei indagati per turbativa d’asta in relazione all’affidamento alla società Adria Infrastrutture dell’incarico per la realizzazione, in project financing, della cosiddetta “Via del Mare”, la superstrada a pedaggio tra Meolo e Jesolo, un’opera da 200milioni di euro. Il sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto, ritiene che vi siano state irregolarità nell’affidamento del “project” e ha fissato gli interrogatori per domani mattina al Palazzo di giustizia di piazzale Roma.

Sotto inchiesta sono finiti i componenti della Commissione istruttoria regionale incaricata di valutare le varie proposte di project financing relative all’opera: l’attuale amministratore delegato di Veneto Strade, il rodigino Silvano Vernizzi, 61 anni; l’ex segretario regionale alla programmazione, Adriano Rasi Caldogno, 59 anni, di Mestre, attuale direttore generale dell’Usl 2 di Feltre; il dirigente del settore Bilancio di Palazzo Balbi, il vicentino Mauro Trapani, 54 anni; il dirigente del settore Risorse finanziarie, Antonio Strusi; il dirigente regionale del settore Infrastrutture, Stefano Angelini e la responsabile del Coordinamento delle Commissioni di valutazione di impatto ambientale, Paola Noemi Furlanis. I sei sono difesi dagli avvocati Marco Vassallo, Paolo Rizzo e Fernando Cogolato.

La Procura contesta loro una serie di presunte irregolarità nella procedura, tra cui il non aver escluso la proposta di Adria Infrastrutture, pur a fronte di una proposta che contemplava un contributo pubblico sensibilmente superiore, e di aver poi consentito alla società del gruppo Mantovani (successivamente coinvolta nello scandalo sul “sistema Mose”) di apportare in corso di gara sostanziali modifiche alla proposta inizialmente presentata. Il tutto tra gennaio del 2009 e luglio del 2014.

Sulla procedura di assegnazione del project relativo alla “Via del Mare” si è già pronunciato il Tar, confermandone la validità e respingendo il ricorso di un’altra azienda esclusa, la Net Engineering, e su questo punterà sicuramente la difesa per dimostrare che tutto si è svolto in piena legittimità.

La Procura, invece, ritiene che ulteriori elementi sull’esistenza di una turbativa d’asta siano emersi dall’inchiesta sul Mose, in particolare dal filone che riguarda l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita e l’ex amministratrice di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo (già segretaria dell’ex presidente della Regione Giancarlo Galan).

La contestazione del solo reato di turbativa d’asta significa che non vi è alcun sospetto del pagamento di tangenti (in tal caso l’ipotesi sarebbe di corruzione) né del fatto che la gara possa essere stata “truccata” per fare l’interesse di qualcuno (la contestazione sarebbe di abuso d’ufficio).

Con molte probabilità nessuno degli indagati si presenterà davanti al magistrato, dando incarico ai rispettivi legali di predisporre una memoria difensiva, ciascuno per il ruolo avuto nelle procedure. Di sicuro sarà evidenziato che, nel corso dell’inchiesta sul Mose, sia Minutillo che Baita hanno raccontato che non correva buon sangue con Vernizzi («Ci metteva i bastoni tra le ruote», hanno dichiarato), tant’è che l’ex presidente della Mantovani era stato costretto a trovare altri “appoggi” in Regione. Versione non compatibile con favoritismi ad Adria Infrastrutture.

I lavori per la realizzazione della superstrada non sono ancora iniziati, in attesa che la Regione dia il via alla gara per la loro assegnazione. E ieri il presidente della Regione Luca Zaia ha immediatamente disposto la sospensione, in via cautelativa, di tutti i procedimenti inerenti la gara. «Massima fiducia, come sempre, nella magistratura», ha dichiarato.

Nel corso degli anni non sono mancate le voci contrarie all’opera: recentemente il Movimento 5 Stelle aveva chiesto che venisse bloccata e l’Autorità nazionale anticorruzione ha chiesto copia degli atti per valutare le procedure adottate.

Gianluca Amadori

 

IL CASO – Molte voci si erano levate contro l’affidamento alla Adria Infrastrutture, al centro del ciclone Mose

La “Via del mare” si ferma in Procura

Sei indagati per turbativa d’asta per la contestata superstrada a pedaggio da Meolo a Jesolo. C’è anche Vernizzi

L’INCHIESTA – Sei dirigenti regionali sotto inchiesta per turbativa d’asta per la “Via del Mare”, la contestata superstrada a pedaggio da Meolo a Jesolo. Fra gli indagati, il dg di Veneto Strade Silvano Vernizzi e l’ex segretario alla programmazione Adriano Rasi Caldogno.

OLTRE IL MOSE – L’inchiesta, coordinata dal pm Stefano Ancilotto, riguarda la procedura seguita per l’affidamento del project financing alla società Adria Infrastrutture, la società già coinvolta nell’inchiesta sul Mose.

 

«Via del Mare sotto inchiesta: opera inutile, serve chiarezza»

Via del Mare sotto inchiesta. «È ora che si faccia chiarezza» dice Loretta Aliprandi, sindaco di Meolo, che guida il fronte del «no» dei sindaci dell’entroterra, contrari ad un’opera ritenuta inutile.

«Ho sorriso quando l’ho saputo. Sono molto soddisfatta dell’apertura di questa indagine e spero che si chiuda qui la storia di un progetto inutile» commenta la deputata Arianna Spessotto del M5S, che un mese fa ha portato la vicenda della Via del Mare all’attenzione del presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione Raffaele Cantone.

«Penso che anche la mia segnalazione sia servita a dare il via all’inchiesta- sostiene Spessotto -È certo partita con le dichiarazioni di Claudia Minutillo sul project financing della Via del Mare, nell’ambito delle indagini sul Mose, e la recente richiesta di documentazione della gara d’appalto, avanzata da Cantone, che probabilmente ha fatto tremare più di qualcuno negli uffici regionali, ha convinto ad avviare le indagini. Spero che porteranno la Giunta regionale a votare al più presto il blocco definitivo di quest’opera».

Nel 2012 erano stati Claudia Minutillo per «Adria Infrastrutture» e Piergiorgio Baita per il «Consorzio Vie del Mare», assieme alla società «Strada del Mare», a presentare il progetto preliminare della superstrada a pedaggio, da realizzare in project financing, che avrebbe collegato il nuovo casello autostradale Meolo-Roncade con il litorale jesolano. Le tre società si sono poi fuse in un unico gruppo promotore, la «Strada del Mare srl» che, per contratto, ha il diritto di prelazione sugli altri partecipanti all’appalto per la progettazione, costruzione e gestione della superstrada. Alla gara regionale, all’esame della commissione ora sotto indagine, sono state presentate solo due proposte di project: ovvio a chi sarà assegnata.

«Al di là della nostra contrarietà sull’opera, che riteniamo inutile a risolvere il problema del traffico- sottolinea la sindaca Aliprandi -siamo in tanti a chiederci che interessi ci sono sotto. A chi giova? Non al territorio. E allora, perché si vuole insistere a realizzarla?».

 

Nuova Venezia – Autostrada del mare: Vernizzi indagato

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28

gen

2015

il malaffare in veneto»le inchieste

VENEZIA – Dalle costole dell’indagine sul Mose, il pubblico ministero della Procura di Venezia Stefano Ancilotto ha sfilato una nuova inchiesta, puntando l’obiettivo sull’assegnazione dei lavori per il project financing “Via del mare: collegamento A4, Jesolo e litorali”: un progetto da 250 milioni di euro, per il quale la commissione tecnica regionale ha dichiarato vincitore l’Ati capeggiata da Adria Infrastrutture. Non proprio un’azienda qualunque, essendo la società che era amministrata da Claudia Minutillo – già segretaria-braccio destro di Giancarlo Galan quand’era governatore e che guidava a bacchetta l’ex assessore ai Lavori pubblici Renato Chisso – uno degli indagati-cardine dell’inchiesta Tangenti Mose, sul giro di false fatturazioni che ha costituito i fondi neri di Mantovani e Consorzio Venezia Nuova.

Nella nuova indagine non si parla di tangenti, ma di turbativa d’asta. Il pubblico ministero Ancilotto ha iscritto al registro degli indagati la commissione tecnica che ha assegnato ad Adria (proponente del project financing) la realizzazione del primo stralcio della Via del Mare, ora cantierabile e per la quale in questi mesi si sta discutendo in Regione l’iter del secondo stralcio.

Sei gli indagati: il commissario straordinario di tutte le grandi opere viarie della Regione Veneto, Silvano Vernizzi, e altri cinque dirigenti e funzionari regionali come Stefano Angelini (residente a Preganziol), Paola Noemi Furlanis (residente a Portogruaro), Antonio Strusi (residente a San Donà di Piave), Adriano Rasi Caldogno (Mestre, attuale direttore generale dell’Asl di Feltre), Mauro Trapani (Vicenza).

Ieri sono partiti gli avvisi a comparire, per un interrogatorio – alla presenza dei loro avvocati Marco Vassallo e Paolo Rizzo – in calendario per il 29 gennaio.

Per il pm la commissione non avrebbe preventivamente individuato il criterio matematico per valutare le offerte dei partecipanti, né calcolato il costo degli esprorpi, ammettendo Adria Infrastrutture nonostante la sua proposta contemplasse un contributo pubblico superiore all’importo massimo previsto dalla legge, permettendole anche di modificare in corso di gara in maniera sostanziale la proposta iniziale.

Una serie di favori, dunque, anche se nell’ipotesi di reato non vengono contestate né tangenti, né pressioni da parte di politici come Galan e Chisso (ai quali invece nell’inchiesta tangenti vengono proprio contestati anche interessi privati in project financing autorizzati dalla Regione).

«La Procura contesta irregolarità di natura prettamente amministrativa sulle quali il Tar Veneto si è già espresso, dichiarando la totale legittimità di quelle procedure», commenta l’avvocato Marco Vassallo, facendo riferimento al ricorso di Net Engineering, «si tratta di accuse che contraddicono le stesse dichiarazioni di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo, caposaldi dell’accusa, che hanno messo a verbale che il loro nemico in Regione era proprio Vernizzi, che gli aveva messo i bastoni tra le ruote».

Roberta De Rossi

 

la PARLAMENTARE DEL PD  Rubinato: «Giusta la nostra denuncia»

TREVISO «Oggi abbiamo la conferma che i nostri dubbi erano fondati, avevamo visto giusto. Fino alla sentenza rimane la presunzione di innocenza per gli indagati, ma il territorio e gli amministratori locali che si sono sempre battuti contro questo “esproprio per privata utilità”, possono adesso tirare un sospiro di sollievo».

Così Simonetta Rubinato,deputata Pd, già sindaco di Roncade, commenta l’inchiesta sull’appalto della via del Mare. È stata lei, a chiedere la «sospensione della gara per la via del Mare», anche con un’interrogazione al ministro Maurizio Lupi, e a mettere in discussione «la legalità dell’iter e anche il buon andamento dell’amministrazione, ossia la scelta più corretta sul piano economico e finanziario». A denunciare il caso su Report, e a inviare un dossier al presidente dell’autorità anticorruzione Raffaele Cantone.

Rubinato ricorda « le ombre che si erano addensate su Adria Infrastrutture, società promotrice del project financing, finita nel mirino della Procura di Venezia», e come «queste non lasciassero presagire nulla di buono».

Il progetto dell’autostrada a pagamento era sempre stato avversato da sindaci e comunità locali. «Usa lo strumento del progetto di finanza per adeguare una strada già pagata dai cittadini, e sottrarla agli stessi cittadini per 40 anni, con il pedaggio», continua Rubinato, «scelta scellerata, che non risolveva nemmeno il problema del traffico, fermato all’imbuto della rotonda della Frova».

Di qui la battaglia per un progetto a stralci, con un costo sostenibile. E sulla vicenda prende posizione Luca Zaia: «Ripongo come sempre la massima fiducia nell’operato della magistratura, seguiremo con attenzione l’evoluzione dell’inchiesta che riguarda fatti del 2009. Nel frattempo, in via cautelativa, ho fatto sospendere la gara oggetto dell’inchiesta».

 

Spessotto (M5S) all’attacco dei sindaci Zoggia e Forcolin che restano favorevoli al progetto

JESOLO «Via del Mare, Zoggia e Forcolin illustrino i declamati benefici dell’opera per i cittadini». La deputata sandonatese del M5S, Arianna Spessotto, va all’attacco dei sindaci di Jesolo e Musile, dopo che l’Autorità Anticorruzione ha avviato le verifiche sull’iter della superstrada a pedaggio tra il casello dell’A4 di Meolo e Jesolo. Sia Zoggia che Forcolin, pur dicendosi favorevoli ai controlli sul piano della legalità, hanno espresso l’augurio che, al termine delle verifiche, si provveda senza indugio a realizzare la grande opera.

«Vorrei chiedere a Zoggia e Forcolin, gli unici tra i sindaci dei Comuni attraversati dall’opera ad aver manifestato il loro appoggio alla costruzione, che spiegassero nel dettaglio quali sono gli ipotetici benefici che la realizzazione della superstrada a pedaggio apporterebbe ai cittadini e ai Comuni interessati dall’opera», attacca Arianna Spessotto, «non è sufficiente declamare, come ha fatto Zoggia, la strategicità dell’opera e il suo essere “vitale per tutta la costa del Veneto”, se non si approfondiscono nel dettaglio i supposti benefici, tanto sbandierati ma mai esplicitati, che tutti i Comuni del litorale avrebbero dalla realizzazione della via del Mare».

La deputata grillina ricorda i dubbi sollevati dai sindaci dell’entroterra. «La Treviso Mare è una strada già ampiamente pagata dai veneti e per questo non ha alcun senso imporre il pedaggio, se non quello finalizzato al profitto», conclude Spessotto, «alla luce dei recenti scandali legati al sistema corruttivo alla base dell’aggiudicazione degli appalti delle grandi opere in Veneto, va ripensato l’intero modello di mobilità sul territorio regionale a favore di soluzioni più sostenibili a vantaggio dei cittadini, che non si esauriscano nella costruzione di nuove autostrade ma che investano nel trasporto intelligente».

Giovanni Monforte

 

Nuova Venezia – Stop al progetto della Camionabile

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14

gen

2015

La Grap rinuncia a realizzare la superstrada sul tracciato dell’Idrovia

MIRA – La società Grap spa, che dovrebbe portare avanti il progetto del Raccordo anulare di Padova ha rinunciato alla realizzazione della Camionabile, la superstrada a pagamento prevista lungo il tracciato dell’Idrovia tra Padova e Mira a sud della Riviera “Bilanciere del Veneto”.

Esulta il comitato Opzione Zero che da anni si batte sia contro la camionabile.

«Il grande progetto strategico regionale che voleva stringere la Riviera del Brenta in una morsa di cemento e asfalto- dice il presidente di Opzione Zero Mattia Donadel – perde un altro pezzo importante. Per noi è una vittoria. Furono infatti i comitati della Riviera del Brenta, tra cui Opzione Zero, a svelare nel 2009 le gravi irregolarità nell’iter del progetto “camionabile” ritardandone l’approvazione per almeno due anni, e costringendo il governatore Luca Zaia e l’allora assessore Renato Chisso a una dura trattativa per l’inserimento in Legge Obiettivo. Le numerose e puntuali osservazioni presentate dai comitati, in sede di Valutazione di Impatto Ambientale, in particolare quelle depositate dai gruppi padovani in difesa del “Tavello”, costrinsero la commissione Via nazionale a esprimere nel 2011 un parere favorevole condizionato da pesanti prescrizioni, tali da imporre una riprogettazione dell’intera opera».

Per Mattia Donadel da lì a poco sono comparse le prime crepe “nella cricca veneta del cemento”.

«Finalmente», dice Donadel, anche i proponenti e la Regione si arrendono all’evidenza. La camionabile lungo l’idrovia, oltre al grave danno ambientale per la Riviera e per la Laguna, era inutile. Questa superstrada, così come la Orte-Mestre e le altre in project financing, è stata pensata e voluta ad esclusivo vantaggio dei proponenti, Mantovani spa in testa. Ora Zaia non ha più scuse: stralci definitivamente la Camionabile e anche il Gra dalla pianificazione regionale».

(a.ab.)

 

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COMUNICATO STAMPA OPZIONE ZERO 13 gennaio 2015

“Crolla il progetto camionabile, esultano i comitati”

I proponenti della “camionabile” chiedono lo stralcio del progetto.

Grande soddisfazione per Opzione Zero che insieme ad altri comitati da anni si batte contro la superstrada a pagamento prevista a sud della Riviera del Brenta lungo il tracciato dell’Idrovia.

E’ di oggi la notizia che la società GRAP spa, vorrebbe portare avanti il progetto del Raccordo Anulare di Padova (GRA) rinunciando però alla realizzazione della sua appendice, la famigerata “camionabile”.

Per Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, portavoce di Opzione Zero, lo stralcio della “camionabile” è un fatto di grande importanza perché a questo punto viene a mancare uno degli assi di sviluppo più importanti del cosiddetto “Bilanciere del Veneto”, il progetto strategico regionale che tra autostrade e gigantesche urbanizzazioni speculative voleva stringere la Riviera del Brenta in un groviglio di cemento e asfalto. Un risultato raggiunto grazie soprattutto all’azione di denuncia e alla lotta ostinata di comitati, associazioni, cittadini e amministrazioni locali.

Furono infatti i comitati della Riviera del Brenta, tra cui anche Opzione Zero, a svelare nel 2009 le gravi irregolarità nell’iter di approvazione del progetto “camionabile” ritardandone così  l’approvazione per almeno 2 anni e costringendo il Governatore Luca Zaia e l’allora assessore Renato Chisso a una dura trattativa per ottenere dal Governo l’inserimento in Legge Obiettivo.

Le numerose e puntuali osservazioni presentate poi dai comitati in sede di Valutazione di Impatto Ambientale, in particolare quelle depositate dai gruppi padovani in difesa del “Tavello”, costrinsero la Commissione VIA nazionale a esprimere nel 2011 un parere favorevole condizionato da pesanti prescrizioni, tanto pesanti da  imporre la revisione dell’intero progetto.

Di lì a poco comparivano le prime crepe nella cricca veneta del cemento: nel gennaio 2012 veniva arrestato Lino Brentan, uomo vicino al PD presente in numerosi consigli di amministrazione di società autostradali, compresa la GRAP spa di cui era amministratore delegato.

Poi nel 2013 lo scandalo MOSE, con l’arresto di Piergiorgio Baita uomo chiave della Mantovani spa, tra i principali sponsor della camionabile e a seguire il crollo di Galan e di Chisso e del modello truffaldino del “project financing” in salsa veneta. Infine, importante è stata la pressione di varie organizzazioni per ottenere il completamento dell’Idrovia.

Il Presidente di Opzione Zero Mattia Donadel commenta: “Finalmente, una picconata dopo l’altra, è crollato il castello di menzogne e anche i proponenti e la Regione hanno dovuto arrendersi all’evidenza. La camionabile lungo l’idrovia era inutile e insostenibile sotto ogni punto di vista; i volumi inconsistenti di traffico previsto non sarebbero mai stati sufficienti per ripagare l’investimento, e alla fine centinaia di milioni di debito sarebbero ricaduti sulla collettività, esattamente come sta accadendo in questi giorni per l’autostrada BREBEMI in Lombardia.

Questa superstrada, così come la Orte-Mestre e le altre numerose autostrade in project financing, puzzava di marcio fin dall’inizio: quest’opera è stata pensata e voluta ad uso e consumo dei proponenti, Mantovani spa in testa, e dei politici della cricca Veneta a cominciare da Galan, Chisso e Brentan.  I comitati hanno denunciato fin da subito gli impatti e il rischio di malaffare legato a quest’opera, ora Zaia non ha più scuse: stralci definitivamente la camionabile e anche il GRA dalla pianificazione regionale”.

Per Opzione Zero questa vicenda dimostra che la lotta portata avanti  dai comitati in questi anni è stata decisiva per salvare la Riviera dal cemento e dall’asfalto: perché infatti oltre alla camionabile sono ormai “impantanati” anche Polo Logistico, Veneto City, Città della Moda, elettrodotto Terna e Parco Commerciale di Calcroci.

Rimane un ultimo mostro da abbattere: la Orte-Mestre. Una sfida assai difficile da vincere,  ma per Opzione Zero certamente non impossibile.

 

Le grandi opere

Uno spiraglio di luce in fondo a un tunnel imboccato nel 2004. Una soluzione percorribile per realizzare il Grande raccordo anulare (Gra) di Padova, ovvero il completamento dell’anello delle tangenziali intorno alla città tramite finanza di progetto, c’è ed è “certificata” da un parere legale acquisito dalla società Gra di Padova Spa. Per questa ragione il 9 febbraio prossimo (10 febbraio in seconda convocazione) gli azionisti della società presieduta da Luisa Serato saranno chiamati ad approvare un aumento di capitale della stessa da 750mila euro.

Il nodo. Tutto ruota intorno all’eliminazione della camionabile, il tracciato di 17 chilometri a pedaggio a due corsie destinato a correre a fianco dell’idrovia Padova-Venezia, previsto nel project financing presentato da Gra Spa e dichiarato di pubblico interesse dalla giunta regionale nel 2008.

Secondo lo studio legale Biagini, l’eliminazione della camionabile non rischia di far venire meno la dichiarazione di pubblico interesse se è la stessa Regione a chiedere alla società che ha proposto il progetto di stralciare la camionabile.

Su questa ipotesi, già alla fine dello scorso anno, si erano trovati d’accordo il governatore Luca Zaia e il presidente della Gra Spa Serato rimandando, però, il tutto a una verifica tecnica. E su questo si è cautelata la società controllata da Autostrade Serenissima (l’ex Venezia-Padova, dove Mantovani ha il 35%) chiedendo un parere legale allo studio guidato da Alfredo Biagini, noto avvocato ed ex presidente di Concessioni autostradali venete (Cav). Il quale, in buona sostanza, definisce possibile la modifica del project stralciando la camionabile, opera molto contesta dai sindaci di tutta la parte sud della Riviera del Brenta.

L’aumento di capitale. Il socio di maggioranza della Gra di Padova Spa, Serenissima, ci crede. L’assemblea fissata per la seconda settimana di febbraio sarà chiamata a dare il via libera a un aumento del capitale sociale da 2,5 milioni di euro a 3,25 milioni attraverso l’emissione di 7.500 nuove azioni del valore di 100 euro ciascuna. Resta da capire chi, oltre a Serenissima, sottoscriverà. Autostrada Brescia-Padova (che di Gra di Padova Spa detiene il 40% delle azioni) pare non essere proprio dell’avviso. E lo stesso dovrebbe valere per la Camera di commercio di Padova che ha recentemente cercato di cedere il suo uno per cento. L’asta, però, è andata deserta. A salire in modo più che proporzionale alla sua attuale partecipazione (4 per cento) potrebbe essere il Consorzio Cdp via Maestra.

Le incognite. Parallelamente all’aumento di capitale, il promotore del project financing (società che a fronte della realizzazione dell’opera avrà in gestione la stessa) darà mandato per effettuare una verifica di “attualità” del progetto senza la camionabile. La quale, essendo stata prevista come strada a pedaggio, avrebbe garantito una parte del ritorno sull’investimento (732 milioni di euro l’ultimo costo complessivo, quindi camionabile compresa, di cui si ha traccia). Va quindi rivista e verificata la sostenibilità finanziaria del progetto oltre che quella “legale”.

Non bisogna dimenticare poi che prima di approvare il bilancio 2013, Serenissima (quindi l’azionista di maggioranza di Gra Spa) ha infilato cinque rinvii dell’assemblea dei soci. Ultimo aspetto da tenere in considerazione è il prossimo appuntamento con le elezioni regionali.

Al netto di possibili (o meno) cambi a palazzo Balbi, infatti, la tornata finirà sicuramente per incidere quanto meno sui tempi dell’iter. Sempre che le tessere del puzzle finanziario vadano tutte al loro posto.

Matteo Marian

 

PADOVA – Dopo aver riunito più di 200 persone provenienti dalle associazioni e dai comitati ambientalisti veneti e dopo aver raccolto 15 mila osservazioni di cittadini allarmati dal dissesto idrogeologico e preoccupati per la propria salute, la Rete dei comitati veneti “Noi siamo Terra”, coordinata da don Albino Bizzotto, dei Beati costruttori di pace, ha presentato alla Regione Veneto un documento che mette nero su bianco i “no” della popolazione: no al project financing, né per le autostrade, né per gli ospedali.

No a piani casa che danno la possibilità di edificare senza regole a fronte di 400 mila case vuote e di fronte alla disperata richiesta di case a basso prezzo. No alle grandi opere. No al ddl del ministro Lupi che affida ai privati, sottraendole agli amministratori locali, le scelte sulle trasformazioni urbane. No all’abbandono e alla vendita di case Erp. No alla vendita del patrimonio demaniale. No all’agricoltura chimico-industriale e sì a quella biologica, purché non sia riservata solo ad una nicchia. No alle bio masse perchè non sono rinnovabili.

Si agli ecoquartieri; agli investimenti pubblici; ad un premio ai Comuni che riducano la superficie impermeabile; alle risorse europee; alla perequazione virtuosa; ad un piano del verde e ad una legge regionale che blocchi immediatamente il consumo di suolo.

«Il Veneto », tuonano i Comitati , «può e deve puntare alla riduzione del 20% dei rifiuti prodotti e almeno all’80% di raccolta differenziata e riciclo, attraverso il sistema del porta a porta. Vanno chiusi i due inceneritori di Padova e Schio e avviate indagini epidemiologiche sugli effetti sanitari degli stessi inceneritori. Dobbiamo fermare un processo di mercificazione che non ha riscontro nella storia ma produce un impatto devastante sull’ambiente, sulla nostra salute e sulla qualità della vita. Difendiamoci dalla privatizzazione».

Gli approfondimenti sono reperibili sul sito www.comitativeneti.alternvista.org. «Acqua, aria, terra ed energia riguardano il vivere di tutti», scandisce don Albino, «trasversalmente riguardano la nostra salute e il lavoro. Eppure la politica fino ad oggi ha fallito e deluso le aspettative caricando in maniera insopportabile il territorio in un gioco al massacro per mettere in salvo i soldi, il guadagno economico».

Elvira Scigliano

 

Il magistrato che presiede l’autorità nazionale anticorruzione vuole una dettagliata relazione

L’Anac si è mossa in seguito all’appello della deputata sandonatese grillina Spessotto

MUSILE – Autostrada del Mare: l’Autorità nazionale anticorruzione (Anac) vuole visionare tutta la documentazione relativa all’iter del bando per la concessione della progettazione definitiva e della costruzione, tramite project-financing, della superstrada che collegherà il casello dell’A4 di Meolo a Jesolo.

Nei giorni scorsi gli uffici dell’Autorithy, presieduta dal magistrato Raffaele Cantone (divenuto famoso per il suo impegno per la legalità sull’Expo), hanno scritto alla sezione “Strade, autostrade e concessioni” della Regione per chiedere «una circostanziata relazione sullo stato attuale del procedimento di gara, nonché su eventuali contenziosi insorti».

La Regione avrà tempo sino alla fine di gennaio per produrre l’incartamento. Va precisato che al momento sulla via del Mare non c’è alcuna indagine in corso da parte dell’Anac, ma si tratta di una richiesta di informazioni preliminari, per assicurare la verifica del rispetto delle condizioni di legalità della procedura.

L’Autorithy si è mossa in seguito all’appello lanciato lo scorso dicembre dalla deputata sandonatese Arianna Spessotto. L’esponente del Movimento 5 Stelle aveva chiesto a Cantone di intraprendere un’azione mirata alla sospensione dell’iter di aggiudicazione del bando di gara, alla luce del sistema di tangenti e malaffare emerso in Veneto dalle indagini sul Mose.

«Cantone ha risposto positivamente alla mia richiesta, annunciando l’avvio dell’esame preliminare della questione da me sollevata», commenta Arianna Spessotto, «è mia intenzione, come già fatto in precedenza, coinvolgere direttamente i sindaci dei Comuni interessati dalla realizzazione dell’opera in questa delicata fase di aggiornamento, per valutare congiuntamente l’effettiva o meno permanenza delle necessarie condizioni di legalità per l’aggiudicazione della gara per la costruzione della superstrada Meolo-Jesolo».

Ma la deputata del Movimento 5 Stelle chiama in causa soprattutto il governatore Zaia. «I comitati, le associazioni locali e quasi tutti i Comuni hanno già da tempo espresso la loro contrarietà alla costruzione della superstrada a pedaggio per la sua evidente inutilità.

Pertanto», conclude Arianna Spessotto, «ritengo necessario procedere su tutti i fronti per bloccare definitivamente questa assurdità. Mi auguro che si muovano in questa direzione altri sindaci, politici e magari il presidente della Regione Zaia, che formalmente si è dichiarato contrario all’opera, ma alla prova dei fatti non ha intrapreso alcuna azione concreta».

Giovanni Monforte

 

Il commissario delegato denuncia i comitati ambientalisti

Chi parla di Mose dell’entroterra porti le prove alla magistratura ma la smetta di insinuare dubbi e malizie sull’infrastruttura

VENEZIA – L’Autorità anticorruzione ha chiesto al Commissario tutta la documentazione relativa al progetto di finanza legato alla Superstrada pedemontana veneta. Lo conferma il commissario delegato, Silvano Vernizzi, che si lascia alle spalle l’anno più difficile della sua carriera.

Le amarezze legate al passaggio da segretario delle infrastrutture in Regione a dirigente di Veneto Strade, l’inchiesta sul Mose che ha decapitato il sistema Galan e l’arresto del suo grande amico Renato Chisso. Anche la Corte dei conti ha annunciato, per quest’anno, un’indagine approfondita sulla congruità del costo del project, soprattutto nel caso di mancato raggiungimento dei volumi di traffico.

Ma a rovinare gli ultimi giorni dell’anno di Vernizzi è stato Massimo Follesa, il coordinatore dei comitati veneti No-Pedemontana, che ha parlato della superstrada come «del nuovo Mose di terraferma», infarcito di tangenti e corruzione. «Credo che ogni cittadino possa esprimere la propria opinione – spiega Vernizzi –: della Pedemontana si può dire che non piace, che non serve, che inquina, che costa troppo o quant’altro. Ma nessuno ha diritto, senza averne le prove, di accusare questa infrastruttura di essere un riciclo di tangenti. Questo non lo accetto: non solo per per me ma soprattutto per le centinaia di persone che vi lavorano».

Vernizzi ha dato dunque l’incarico a un legale di procedere a denunciare il capo dei comitati No Pedemontana per diffamazione: «Se Follesa ha delle prove concrete le porti alla Procura della Repubblica. Ma basta con le allusioni. Credo che il segno sia stato varcato».

Qualcuno ha già interpretato questa mossa come un atto di intimidazione del commissario nei confronti dei comitati ambientalisti contrari alla Superstrada: «É vero piuttosto il contrario – risponde Vernizzi – intimidatorio è continuare a insinuare il dubbio che la Pedemontana sia un terreno di irregolarità ed abusi. Questo non è vero e tutti i tribunali amministrativi lo hanno finora dimostrato. Se qualcuno ha elementi di prova concreti li porti alla Procura: immediatamente».

Tutti ricordano, tuttavia, che il commissario ha lesinato la documentazione sull’infrastruttura asserendo una riservatezza legata al contratto con il concessionario: «I documenti li abbiamo consegnati tutti: ai comitati, ai 5 stelle, a chiunque ne abbia fatto richiesta – replica Vernizzi – l’unico documento che non mi è stato possibile consegnare è stato il Piano economico finanziario. C’è una disposizione dell’Avvocatura di Venezia che mi impone la riservatezza in quanto contiene dati di privativa industriale. Mi attengo a quella».

Quanto allo stato dell’opera, la Pedemontana sembra procedere secondo il cronogramma: i cantieri nel Vicentino sono concentrati nella galleria di Sant’Urbano e nel traforo di Malo; nel mese di marzo prenderanno corpo anche i cantieri nella provincia di Treviso. L’opera dovrebbe essere ultimata entro il 2018.

Daniele Ferrazza

 

Mestre: maxi contenzioso Ulss-imprese sull’ospedale, manager regionali citati per danni dopo il «no» al centro protonico

VENEZIA – L’onda lunga dei project financing stipulati nella stagione galaniana sprigiona cause milionarie tra imprese private e istituzioni sanitarie del Veneto.

L’ultimo capitolo investe l’Ospedale dell’Angelo di Mestre: inaugurato il 25 settembre 2007, è costato 241 milioni (a fronte dei 220 preventivati) dei quali 140 sborsati dalla Veneta Sanitaria Finanza di Progetto, l’associazione temporanea d’impresa costituita dai partner Astaldi (capofila), Mantovani, Gemmo, Cofathec Progetti, Aps Sinergia, Mattioli e Studio Altieri.

L’Ulss 12 si è impegnata a restituire la somma entro il 2031 con rate annuali di 40 milioni: 24 attraverso la concessione di servizi ospedalieri (rifiuti, pulizia, lavanderia, mensa, trasporti) e il resto in forma di ammortamenti liquidi.

Ma, ecco il punto, il tenace direttore generale dell’azienda sanitaria Giuseppe Dal Ben ha avviato una minuziosa spending review sull’entità delle prestazioni fatturate dai privati, contestandone via via gli oneri di rimborso, fino a raggiungere un contenzioso di 11 milioni, che ora è al centro di un arbitrato indipendente. Se a prevalere sarà la tesi della sanità pubblica, l’effetto si annuncia dirompente, tanto che gli investitori potrebbero valutare addirittura la rinuncia al proseguimento delle attuali condizioni di project, non più redditizie, previa negoziazione di un risarcimento bonario dei sospesi.

Non basta. In ballo ci sono anche gli strascichi del dal travagliatissimo contratto firmato per la realizzazione del centro di terapia protonica di Mestre: un progetto faraonico che prevedeva l’erogazione di 159,575 milioni da parte del consorzio d’imprese Ptc (costituito dalle società Medipass, Gemmo, Condotte e dalla multinazionale statunitense Varian) e l’impegno dell’Ulss Veneziana a rimborsarli con 738 milioni spalmati in 19 anni.

A sottoscrivere il contratto, il 29 luglio 2011, il direttore generale dell’epoca Antonio Padoan – uomo di fiducia di Giancarlo Galan – incurante dei successivi rilievi della Corte dei Conti e dall’altolà della nuova giunta di Luca Zaia che, attraverso un delibera, escludeva l’opera dalla programmazione regionale, giudicandola insostenibile per un’azienda già indebitatissima e priva di un bacino di pazienti sufficiente ad ammortizzare la spesa.

Di conseguenza, Dal Ben (successore di Padoan) e Domenico Mantoan, il direttore generale della sanità veneta, hanno decretato la rinuncia al project; un atto dovuto, conseguente alle decisione di Palazzo Balbi, che tuttavia non li ha posti al riparo dalla causa civile intentata da Ptc, che chiede loro i danni per i mancati introiti dell’operazione: 12 milioni a Dal Ben e 20 a Mantoan; la Regione, per voce di Zaia, ha difeso l’operato dei manager («Hanno agito con correttezza esemplare»), garantendo che non saranno lasciati soli; da parte sua Mantoan, per nulla intimidito, ha deciso di controquerelare il consorzio per causa temeraria.

Filippo Tosatto

 

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