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A Mareno la famiglia Casagrande mette a disposizione spazi e attezzature

L’idea nasce da un progetto avviato in Argentina, si impara anche a conservare

MARENO DI PIAVE – Puntare sul fai da te per combattere il caro-frutta e verdura, coltivando pomodori, zucchine, cipolle e qualsiasi altro ortaggio, pur non avendo un giardino o un balcone in cui poterlo fare, ora è possibile. Per farlo, basta un po’ di pollice verde e un orto in affitto. Se al primo aspetto ci pensano madre natura e qualche corso di giardinaggio, l’idea di mettere a disposizione un terreno in cui dare sfogo alla propria anima “green” è diventata, invece, una vera e propria attività imprenditoriale. A realizzarla, in via Conegliano, a Mareno, sono stati Ezio Casagrande e suo moglie Andy. Casalinga lei, fabbricante e venditore di macchinari per l’industria alimentare lui, hanno deciso di dare vita a «ilmiorto», un progetto che consente, appunto, di affittare 60 mq, a 30 euro al mese, in cui piantare i propri prodotti a chilometro zero, all’insegna della genuinità. Se Michelle e Barack Obama hanno deciso di coltivare il loro orticello alla Casa Bianca, scegliendo verdura e frutta fresca, rigorosamente “local”, ora a Ramera, in un terreno al confine con Conegliano, potranno seguire il loro esempio anche coloro che vivono in appartamento o in abitazioni senza aree verdi adeguate per produrre patate, fagioli e quant’altro. Ogni appezzamento è recintato, dotato di impianto di irrigazione, e su, richiesta, sono disponibili anche il servizio di annaffiamento durante le ferie e i giorni di assenza e di serra invernale.

«Il progetto de “ilmiorto”», spiega Ezio Casagrande, «nasce tre o quattro anni fa da alcune idee che abbiamo sviluppato in Argentina, dove è un sistema abbastanza consolidato quello di lottizzare appezzamenti di 2.000 o 3.000 ettari e fare delle parcelle da 100-150 ettari che vengono vendute, già attrezzate con il sistema di irrigazione a goccia, fertirrigazione, servizio di agronomo ed altri».

Oltre a uno spazio per il ricoverò degli attrezzi, la coppia mette a disposizione anche un’area per la produzione delle conserve con la possibilità di affittare anche pentola, fornello e passaverdura per pomodoro o marmellate. A tutto questo si aggiungono lezioni sulla coltivazione e di cucina.

«Chiunque può imparare a coltivare il proprio orto, raccogliere, trasformare e conservare le verdure, le erbe aromatiche o la frutta in un terreno in via di certificazione bio e con tutte le tecniche biodinamiche», aggiunge Casagrande.

In breve tempo, a suo dire, sono già stati affittati 4 dei 15 spazi disponibili. A scegliere di mettersi alla prova con badile e rastrello due pensionati e due giovani. C’è chi lo fa per hobby, chi nella speranza di accorciare la lista della spesa o, semplicemente, per sapere da dove proviene ciò che bolle in pentola.

Renza Zanin

 

 

Il gruppo sarà guidato dai trevigiani Tiziana D’Andrea e Roberto Aggio «Chiederemo che Francesco si faccia carico del problema del lavoro»

Partiranno alla volta del Vaticano martedì con il treno delle 10.30 dalla stazione di Mestre, raggiungeranno Roma nel pomeriggio, pronti per fare un salto in Questura e sbrigare tutte le formalità organizzative. Il gruppo è formato da Tiziana d’Andrea, trevigiana, ex commessa e leader del movimento Domenica No Grazie, don Enrico Torta, il parroco di Dese vicino ai problemi del mondo del lavoro e dei cosiddetti «schiavi della domenica», l’imprenditore di Resana Roberto Aggio e infine Bianca e Valeria, due lavoratrici del gruppo Domenica No Grazie Italia provenienti dall’Emilia Romagna. L’appuntamento con Papa Francesco è fissato per mercoledì mattina, all’udienza in Sala Nervi e la speranza del team che si batte per porre dei limiti al mondo del commercio e stabilire dei paletti che consentano a chi lavora nella grande distribuzione, nei centri commerciali ma più in generale anche in tutti quei negozi che oramai tengono aperto 24h, di poter tornare ad avere una vita scandita dalle feste comandate e dai ritmi della famiglia. Insomma, frenare la deregulation del settore data oramai per assodata sotto ogni punto di vista. Di recente proprio Tiziana d’Andrea aveva dato vita ad un tour in pulmino a cavallo delle province di Venezia e Treviso, per convincere il deputato Luciano Cimmino – che fa parte della commissione che aveva il compito di rivedere il cosiddetto decreto «Salva Italia» – a ravvedersi e tenere in considerazione quei tanti piccoli e grandi attori dell’economia locale, strozzati dal «sempre aperto che produce spese ma non introiti».

«Abbiamo una lettera per il Santo Padre», spiega Tiziana D’Andrea, leader del movimento, «in cui raccontiamo alcune testimonianze di donne e uomini che non ce la fanno più a tenere i ritmi del lavoro. Una parte del testo invece affronta i temi più cristiani legati al riposo e ai valori della famiglia, ed è stato curato da don Enrico».

Proprio don Torta di recente aveva lanciato un appello anche al nuovo segretario di Stato Vaticano, incontrato a Marghera. Prosegue: «Chiediamo che il Papa si faccia carico del problema, che intercetti il mondo della politica. Purtroppo la commissione che doveva rivedere il decreto si è in un certo senso arenata. Avevano chiesto un’indagine dell’Istat, che però non era completa. Insomma i tempi come sempre accade si sono allungati ed è stato trovato qualche inghippo burocratico». Prosegue: «Non nutriamo grande fiducia nel nuovo Governo che si è appena formato, perché Renzi sembra sia a favore delle aperture e questo per noi non è certo un bel segnale». Aggiunge: «In ogni caso il nostro scopo è quello di farci sentire, di sensibilizzare il Pontefice che già si è dimostrato attento a questo tema. Sappiamo che siamo in tanti, ma speriamo di potergli parlare, speriamo che ci dica qualche cosa e che affronti la tematica».

Ciascuno dei presenti, don Torta da una parte, l’imprenditore Aggio dall’altra – che porterà la famiglia – le lavoratrici, rappresenteranno uno spaccato di società interessata, a più livelli, dal «lavoro no-stop».

Marta Artico

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Il comitato antisuperstrada convoca i proprietari dei terreni su cui passa l’opera «Non accettate accordi bonari, la questione è sul tavolo della Suprema Corte»

MONTEBELLUNA. «Non firmate alcun accordo bonario», questo l’invito lanciato martedì sera da Elvio Gatto, dell’associazione che contesta la Pedemontana Veneta, alla gente intervenuta all’incontro al centro frazionale di Guarda.

Erano stati invitati soprattutto i proprietari dei terreni interessati da espropri per la realizzazione della Pedemontana Veneta. È prossimo l’arrivo delle lettere per procedere agli espropri con gli accordi bonari. Sono già arrivate agli interessati della zona est della provincia di Vicenza, fra poco dovrebbero arrivare nelle case dei trevigiani.

Perché non aderire agli accordi bonari? «Per non trovarsi legati nel caso in cui la Corte Costituzionale bocci la definizione di pubblica utilità per la Pedemontana Veneta», risponde Gatto. Perché di ricorsi ce ne sono ancora in piedi, alcuni sono arrivati davanti alla Corte Costituzionale e si attende il suo pronunciamento per vedere cosa potrà succedere. Ad ascoltare Elvio Gatto c’era una quarantina di persone, a esse è stato anche chiesto di aderire al ricorso che si trova ora di fronte alla Corte Costituzionale per dargli più forza.

L’associazione ha contestato la nomina del commissario straordinario e la definizione di pubblica utilità per la Pedemontana Veneta. Al Tar sono arrivati vari ricorsi, alcuni già con sentenza.

Ciò che interessa in questo frangente di più all’associazione è il rinvio alla Corte Costituzionale di uno di questi ricorsi relativo alla pubblica utilità. Il pronunciamento dovrebbe arrivare entro l’estate e se sarà bocciata la pubblica utilità decadrà l’automatismo degli espropri. Intanto saranno fatti e i soldi depositati in tesoreria, ma ai proprietari dei terreni l’associazione ha consigliato di farsi espropriare anziché aderire all’accordo bonario che verrà proposto quando saranno convocati.

Alla Pedemontana Veneta poi Elvio Gatto ha rivolto le note critiche e ha sottolineato come abbiano preferito fare un’autostrada pur mascherata da superstrada e costosissima per le casse di Stato e Regione pur essendo in project financing anziché far proseguire la Gasparona da Bassano fino a Spresiano e avere una superstrada funzionale a risolvere i problemi del traffico spendendo un terzo di quello che verrà a costare la Pedemontana Veneta. Mentre i cantieri si avvicinano al Trevigiano si riacutizza la lotta delle associazioni contro questa infrastruttura.

Enzo Favero

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CAOS TRASPORTI

Disagi per chi va in treno a Venezia: «Convogli vecchi e sporchi» 

VITTORIO VENETO – Disagi per chi va in treno a Venezia durante il Carnevale, i pendolari vittoriesi protestano: si sentono defraudati dei mezzi per andare a lavoro in favore delle feste in maschera.

«A Carnevale ogni scherzo vale» ironizzano, e anche tra i coriandoli chiedono la possibilità di ricontrattare l’orario cadenzato che è stato varato dalla Regione ad inizio anno.

«Riteniamo, come pendolari, di avere gli stessi diritti di chi ha deciso di andare al Carnevale in treno, e di aver già adeguatamente pagato per una qualità del servizio che in questi giorni non solo non viene migliorata ma addirittura è peggiorata» scrivono sul loro blog.

Non sembrano dunque andate a buon fine le trattative che hanno visto l’assessore regionale alla mobilità Renato Chisso contrattare gli orari tra le parti, ascoltando anche i comitati pendolari del Veneto.

Dal loro blog online gli utenti regolari vittoriesi dei treni che viaggiano tra Belluno e Venezia, protestano: «In questi giorni di festività carnevalesche sulla tratta Venezia-Conegliano, al posto dei già scomodi, ma almeno moderni, Taf o Vivalto, sono state messe in servizio le vecchissime carrozze a due piani. Si tratta di materiali di stravecchia concezione, evidentemente di risulta o di emergenza, inoltre messi in servizio senza che siano stati adeguatamente puliti o riparati. Ci chiediamo se l’oggettiva diminuzione della qualità del servizio a cui assistiamo in questi giorni non sia dovuta proprio alla messa a disposizione dei materiali più recenti all’evento lagunare secondo la regola del “chi paga di più ha più diritto degli altri”».

(a.d.g.)

 

Slitta la variazione promessa per aprile, pendolari infuriati

“Oderzo si muove”: subito un incontro con la Regione

ODERZO – Non sono destinati a finire presto i disagi per i pendolari della tratta Treviso-Portogruaro. Il promesso adeguamento degli orari alle necessità dei viaggiatori, arriverà dopo giugno. E il comitato dei pendolari “Oderzo si muove” chiede alla Regione un incontro prima che sia definito il bilancio. Recenti annunci avevano fatto pensare a una sistemazione degli orari ad aprile: non sarà così, bisognerà attendere giugno. Intanto le scuole saranno finite e gli studenti avranno concluso un intero anno di disagi senza alcuna soluzione definitiva.

Nonostante le riunioni fra amministratori comunali, comitati, Trenitalia e Regione, il consigliere comunale di Oderzo Francesco Montagner presagisce tempi lunghi per una razionalizzazione delle corse. «Ho chiesto alla Regione maggiore flessibilità per le corse dei treni nella nostra tratta», osserva, «Ci è stata promessa, ma a tempi così lunghi che per quest’anno non ne potranno trarre benefici. Flessibilità vuol dire che non dobbiamo aspettare le calende greche per una soluzione. Chi viaggia da pendolare su questa tratta non ha urgente necessità di essere puntuale con le coincidenze delle Frecce. La nostra linea ferroviaria deve essere come una metropolitana di superficie, favorendo studenti e pendolari lavoratori nei loro orari quotidiani di lavoro. Flessibilità vuol dire avere un orario adeguato a queste esigenze. Ma mi sono stati prospettati tempi che vanno da giugno in poi, anche oltre. Tempi biblici per chi lavora e paga gli abbonamenti».

Insieme con le richieste di corse dei treni commisurate alle esigenze del territorio sono in sospeso e da decenni, anche altre richieste. Ancora inevasa la sistemazione di barriere fonoassorbenti fra la stazione di Oderzo e località Spinè, dove le case sono state costruite a ridosso dei binari, quando non si pensava che la tratta sarebbe stata riattivata. Un risultato però è stato ottenuto, dopo le proteste dei mesi scorsi: l’aggiunta di bus sostitutivi dei treni. «Con il risultato di avere bus pieni e treni vuoti», ha polemizzato Legambiente Veneto. Intanto “Oderzo si muove”, chiede alla Regione un incontro per porre sul tavolo le questioni più pressanti prima che venga definito il bilancio.

Giuseppina Piovesana

 

IL DOCUMENTO

La sezione trevigiana di Italia Nostra approva la formulazione di un atto di indirizzo sui destini futuri del Pat, adottato dal passato Consiglio comunale nell’aprile del 2013.

«Abbiamo sempre sostenuto», affermano Romeo Scarpa e Umberto Zandigiacomi, «che era invece opportuno archiviare quella adozione e dare inizio ad un nuovo progetto che avrebbe potuto essere pronto negli 8 mesi che sono stati usati per la redazione di un “atto di indirizzo”, che fondamentalmente individua concetti condivisibili, ma che rinvia le scelte ad una ancor lontana redazione di una Variante al primo Piano degli Interventi».

La legge regionale prevede infatti che il Piano Regolatore diventi il primo Piano degli Interventi (per quanto non in contrasto con le scelte del Pat), ma non è previsto alcun vincolo temporale e quindi per un periodo indeterminato ed indeterminabile potrebbe non cambiare nulla.

«Ricordiamo inoltre», aggiungono gli esponenti di Italia Nostra, «che la redazione e l’approvazione del Piano degli Interventi sono di competenza del Consiglio comunale, e non sono sottoposti a parere approvazione degli organi superiori poiché riguardano opere in coerenza e in attuazione del piano di assetto del territorio. È chiaro che noi pretendiamo un progetto di città con scelte chiare, che sono espresse nell’atto di indirizzo ma che devono prendere forma e sostanza proprio e solo nel Pat, da modificare nella sostanza e non da approvare per poi interpretare con i Piani di Intervento. Sul secondo punto del documento non è possibile essere in disaccordo, poiché vengono elencati una serie di principi fondamentali per una buona amministrazione».

Italia Nostra elenca e indica all’amministrazione comunale quelle che considera vere e proprie urgenze: una nuova politica strategica per il Sile euna nuova politica per il funzionamento dell’Ente Regionale del Parco Naturale del Sile; l’adattamento delle previsioni del Prg vigente in rapporto al Piano di rischio dell’aeroporto Canova; una politica per la tutela del patrimonio storico-artistico con speciale riferimento alle Mura; l’individuazione delle intermodalità in rapporto al Sfmr; revisione delle previsioni del Pat adottato in rapporto ai fiumi affluenti del Sile ed adeguamento dello stesso alle previsioni del Ptpc; l’eliminazioni delle previsioni del Prg vigente di modifica delle zone di superficie agricola utilizzata in essere; politica di attuazione dei programmi complessi e loro gerarchizzazione temporale.

 

CASTELFRANCO – Da Castelfranco fin su a Feltre con baricentro Cornuda per chiedere il miglioramento della tratta ferroviaria Calalzo-Padova. Sono 16 i sindaci dei comuni trevigiani e bellunesi distribuiti lungo la linea ferroviaria che, dopo l’incontro fatto a Cornuda, chiedono un incontro urgente all’assessore regionale Renato Chisso per migliorare il servizio.

Premettono che l’orario cadenzato ha peggiorato il servizio, fanno notare che la linea lascia decisamente a desiderare visto che è classificata tra le peggiori d’Italia e quindi vogliono parlarne con Chisso, vogliono pure una riunione della commissione provinciale trasporti a Cornuda, chiedono che i parlamentari eletti nei territori attraversati dalla Calalzo-Padova si interessino del miglioramento del servizio.

Da parte loro alcune proposte le hanno già pronte. Sono queste: avviare un piano di investimenti volto a migliorare e sviluppare la linea Padova–Calalzo, per alleggerire il sovraffollamento da Cornuda in giù aggiungere un treno Belluno–Padova alle 6.48 o in alternativa attivare un treno spot Cornuda–Padova verso le 7.25 per arrivare circa un’ora dopo o allungare la tratta Treviso–Montebelluna a Cornuda per alcuni treni, aumentare il numero di treni in orari mattutini, serali e festivi che impattano sull’utilizzo da parte dei pendolari, prevedere dei fondi a favore dei Comuni per il miglioramento delle aree di sosta dei pendolari (stazioni, parcheggi ecc…), rivedere le clausole del contratto stipulato tra Regione Veneto e Trenitalia a favore esclusivamente di quest’ultima. In particolare suggeriscono di ricalibrare la definizione di ritardo (adesso si valuta a fine corsa, ma quello che succede durante?), la deresponsabilizzazione per condizioni avverse (scioperi e meteo, che la legislazione europea vieta come giustificanti), eliminare il rimborso con il vincolo di acquisto di un altro biglietto, pagamento di un sovraprezzo per eventuale sottoutilizzo del treno.

(e.f.)

 

Tribuna di Treviso – Frane. L’allarme in collina

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21

feb

2014

Mezzo milione di danni. Felettano in ginocchio.

Il geologo Granziera e il sindaco Dalto guidano il tour degli smottamenti

Decine, forse centinaia di cedimenti: «I vigneti non c’entrano, anzi, aiutano»

SAN PIETRO DI FELETTO «Vista tutta la pioggia che è caduta, poteva andare peggio». Parola del geologo Celeste Granziera. Difficile da credere, visto che i 19 chilometri quadrati del Felettano sono stati letteralmente messi in ginocchio dalle frane: sono decine, forse centinaia i piccoli, medi e grandi smottamenti che hanno interessato boschi, sentieri, pareti rocciose e, in minima parte, vigneti. Il Comune ha stimato in 424 mila euro i danni derivati dal maltempo. «Dal 25 dicembre a oggi, sono caduti sul Felettano 729 millimetri di pioggia, su una media annua di 1250» spiega ancora Granziera. «Non c’è molto da fare: il nostro terreno è fatto a strati, sopra c’è il conglomerato, sotto l’argilla. L’acqua si è infiltrata, e ha degradato l’argilla, che non è riuscita a trattenerla». Ieri Granziera e il sindaco Loris Dalto sono andati in sopralluogo sulle principali frane del paese. Hanno spiegato alla stampa che i vigneti non c’entrano: «Sono lavori di miglioria agraria» assicura il sindaco. «I casi più gravi si sono verificati dove l’uomo non è intervenuto». Frana Landron . Tra i casi più gravi, c’è sicuramente la frana “del Landron”, a San Michele di Feletto. «Qui ci venivo da bambino, e in 63 anni non avevo mai visto una cosa del genere» assicura Granziera. Non aveva mai visto, cioè, centinaia di metri cubi di roccia, fango e alberi precipitare a valle da decine di metri, chiudendo un sentiero naturalistico aperto al pubblico, e ridisegnando per sempre la morfologia della valle. A dire il vero, più “spettacolare” che pericolosa: attorno non ci sono case, né strade. Ci sono due case, invece, ai piedi del masso di circa 400 metri cubi che si è staccato da una parete di roccia in via Galinera, a Santa Maria di Feletto. Era trenta metri più a monte, ora è sull’orto di un’abitazione privata. Il masso di Varaschin. Il masso “di Varaschin”, che prende il nome da una delle famiglie minacciate dalla sua discesa, ha fermato la sua corsa. «Ora è stabile, abbiamo emesso un’ordinanza per metterlo in sicurezza, non si muoverà più» assicura Dalto. Anche Granziera spiega che resterà lì, dov’è ora: «Lo studio del 2010 del professore bellunese Luca Salti aveva indicato precisamente il punto in cui si sarebbe fermato. Poi, don il martellone di un escavatore, abbiamo frantumato altre rocce rimaste sospese più in alto». Frana di Nava. Un nuovo fronte franoso si è aperto, nei giorni scorsi, a Rua, in via Provera. È la “frana di Nava”. Un fronte vastissimo: circa duecento metri. Soprattutto, un terreno che continua a muoversi: lo si vede dalle “onde” e dalle profonde crepe generate dall’acqua che si è infiltrata, e ha scavato strati e strati di materiale. A monte c’è un vigneto, che non è al sicuro: i filari sono inclinati. Dal sindaco, una sola raccomandazione: «Mai disporre i filari “a ritocchino”, cioè lungo la linea di pendenza delle colline. L’acqua va deviata orizzontalmente, non deve prendere velocità e scendere a valle». Frana via Manzana. Il vigneto, invece, è franato in via Manzana.Colpa di un vecchio impluvio, e di un fronte vecchio di anni, che si è mosso con le recenti piogge. I lavori dell’uomo, finiti sul banco degli imputati, sono assolti ancora una volta: «I lavori devono sempre prevedere regimentazione delle acque, e drenaggi» spiega Granziera. «Ho censito 120 frane tra San Pietro e Refrontolo. Statisticamente, oltre la metà si trova in territori naturali non toccati dall’uomo. La nostra presenza è un presidio a difesa della stabilità del terreno, il nostro abbandono, un pericolo».

Andrea De Polo

 

Tanto prosecco ma i problemi sono nei boschi

Un pomeriggio sulle frane, per mappare di persona i punti più a rischio del Felettano. Il geologo Celeste Granziera ha accompagnato il sindaco Loris Dalto, ieri pomeriggio, sulle principali criticità del suo Comune. Alcune, come la frana “del Landron”, non erano note nemmeno al primo cittadino. Si sono stacccate di notte, in posti isolati: chissà quante ce ne saranno. Nonostante il 37 per cento del territorio comunale sia coltivato a vigneto, e il 22 per cento sia boschivo, è in quest’ultimo ambiente che la natura ha presentato il conto più salato. L’intero territorio è mappato, e sottoposto a vincolo idrogeologico: «Ma quel vincolo risale ormai al 1923» ha spiegato Granziera.

(a.d.p.)

 

Dalto: «Vincoli stretti nel Pat, viti solo a regola d’arte» 

SAN PIETRO DI FELETTO Ma cosa deve fare chi, da un giorno all’altro, si è svegliato con un masso di 400 metri cubi che incombe sulla sua casa? O chi ha perso bosco, e vigneto, per colpa di una frana? «Se il terreno è di sua proprietà, deve provvedere alla messa in sicurezza dei luoghi» ha spiegato il sindaco, Loris Dalto. Una beffa, dopo il danno? Di fatto il Comune non può intervenire in proprietà privata. Può solo emettere un’ordinanza per il ripristino dei luoghi. I lavori devono essere eseguiti a spese del privato, che al massimo può sperare (magari con anni di ritardo, come avvenuto dopo l’alluvione 2010) di avere un contributo dalla Regione. «Anche se non ci sono moduli ufficiali, consigliamo a tutti di comunicare in municipio i danni subiti» spiega Dalto «basta anche una telefonata, poi noi trasmettiamo il censimento alla Regione. Che aspetterà a sua volta i soldi dallo Stato». La prima stima (approssimativa) parla di danni per 424.500 euro, di cui 39.500 per opere pubbliche di competenza del Comune. Il danno più consistente, 25 mila euro, riguarda la frana di via Manzana. Bisogna ripristinare le condotte di scarico, e mettere in sicurezza il versante che lambisce la strada comunale. «Ma i calcoli sono approssimativi» riconosce Dalto «perché molte sono ancora in movimento, ed è difficile quantificare i danni se frana un bosco, o un prato». Non c’è modo di prevenire? «Con il Pat, nel 2011, abbiamo introdotto vincoli importanti, rafforzando quelli che già vigevano nel precedente Prg del 2000. Oggi non si può realizzare, per esempio, un nuovo vigneto, senza le opere idrauliche necessarie alla tenuta del terreno, e senza il controllo del geologo».

(a.d.p.)

 

Incubo Val De Mar migliaia di metri cubi scivolano a valle

I tecnici monitorano la Pedemontana vittoriese sventrata

A Cozzuolo la terra continua a muoversi, un fiume di fango

Carlo Celso. Dopo queste settimane possiamo dire che il movimento delle nostre colline è quasi fisiologico, le ruspe non possono entrare in azione

VITTORIO VENETO – I tecnici corrono al capezzale del grande malato, il territorio della Pedemontana vittoriese sventrato dalle frane. Nuovo sopralluogo ieri dei tecnici e del geologo comunale nella zona ad “allarme rosso” in via Val De Mar a Cozzuolo. Migliaia e migliaia di metri cubi di collina continuano inesorabilmente a scivolare a valle stringendo d’assedio le case. «La frana si muove», conferma il vicecomandante della polizia locale Carlo Celso, «dopo queste settimane possiamo dire che il movimento è ormai fisiologico». Oltre alla terra che ha cancellato la via d’accesso e che preme sulle pareti delle abitazioni, l’altro grande nemico è l’acqua. Il torrente di fango che sgorga da uno dei fronti della frana continua a riversarsi sul lato ovest dell’antica casa colonica. L’unico modo è di lasciare scorrere il flusso attraverso il piano terra di casa Polazzo, il cui restauro era stato concluso a dicembre. Una situazione che impedisce anche alle ruspe di entrare in azione per aprire una nuova via di accesso. La terra continua a muoversi anche a Formeniga. Sotto osservazione in particolare il fronte in via Sabbionere. Tengono invece gli smottamenti nelle vie Somera e Formeniga, dove la terra insiste sul versante del campanile della chiesa parrocchiale di San Pancrazio. A Fregona intanto sono iniziati i lavori di riparazione e consolidamento lungo la strada che da Sonego porta all’acquedotto. Tutte le altre frane sono monitorate, compresa la grande voragine che ha inghiottito alcuni mezzi che erano sul piazzale sprofondato di un’autofficina in via Osigo. Al momento non sono segnalate situazioni di rischio imminente, ma l’equilibrio dei pendii è sempre instabile. Movimenti si registrano anche a Cappella Maggiore, in particolare nelle zone calde di via Anzano e via Crispi. La terra continua a scivolare ma per fortuna lontano dalle abitazioni. Stabile la situazione in via Anzano 23 lungo il versante collinare prima di Sant’Apollonia. Ancora disagi sulla strada di via Rive Anzano. Resta chiusa via Levine Rosse a Sarmede. Il cedimento della banchina aveva consigliato di fermare il traffico lungo la direttrice che collega Rugolo con Villa di Villa, in comune di Cordignano. Gli ulteriori sopralluoghi hanno confermato che i tempi saranno lunghi. A parte gli interventi immediati di sistemazione della strada, saranno infatti necessarie opere di consolidamento. Allarme “giallo” in via Soccosta, sempre a Sarmede, dove la frana ha messo sotto pericolo un’abitazione. Il fronte sembra al momento assestato.

Francesca Gallo

 

E via Guizza continua a sprofondare

Il terreno non scivola a valle ma cede su sè stesso, il sindaco Zambon in sopralluogo quotidiano 

CONEGLIANO – Il sindaco Floriano Zambon ci fa il giro ogni giorno. Guarda, monitora, riflette: la frana di via Guizza preoccupa. Non tanto per il fronte pubblico, che riguarda 200 metri quadrati, su un totale di 4 mila metri quadrati comprendenti il vigneto sottostante di proprietà privata. Quanto per la continua “attività” e per le modalità di scivolamento. «Purtroppo la frana non sta scendendo a valle, come ci si aspetterrebbe – conferma Floriano Zambon – ma sta letteralmente sprofondando su se stessa, quindi verso il basso». Il gradino formatosi sulla strada, a ridosso della scuola elementare di Collalbrigo, è di oltre un metro. E ogni giorno che passa cresce di qualche centimetro. La giunta comunale ha messo da parte risorse finanziarie per pagare un geologo. Il suo lavoro è delicato: dovrà capire se effettivamente la frana è dovuta all’esistenza di una falda media che trova alimento da una fontana ingrossata dalle acque delle ultime settimane. «I più anziani – conferma ancora Floriano Zambon – ricordano bene la presenza di una sorgente, in quel luogo. Se fosse confermato, significa che sotto la strada c’è un’attività di scavo del terreno che ha provocato il crollo del terreno in superficie, e che continua a erodere». Se fosse possibile, il Comune tenderebbe a sistemare la strada e a ripristinare, dopo averla messa in sicurezza, la circolazione lungo l’arteria che collega la città alle sue colline e al Felettano, attraverso via Guizza. Resterebbe comunque il problema del movimentoi franoso complessivo, che interessa, appunto, anche il terreno privato, non meno di 4 mila metri quadrati, a valle della strada. È chiaro che un intervento definitivo dovrebbe essere compreso in un progetto generale di ripristino anche in terreno privato. Qui, le risorse in gioco, però, non sarebbero più pubbliche ma – appunto – del proprietario del terreno. I tempi di ripristino della strada e della circolazione dipendono dalla “diagnosi” del geologo: se sarà possibile mettere in sicurezza solo il tratto di strada franato, allora i tempi si accorcerebbero di molto. Questo consentirebbe di preservare anche via dei Pascoli attualmente interessata dalla deviazione organizzata dal Comune ma, a propria volta, chiusa per frana per alcuni mesi lo scorso anno.

(r.z.)

 

Trentamila euro straordinari per Mareno

FRONTE FALDE: provvedimento della giunta regionale 

La Giunta regionale ha destinato una somma di 30.000 euro per contribuire a far fronte all’emergenza determinata dall’affiorare delle falde acquifere nell’area del Comune di Mareno di Piave. Ne ha dato notizia il presidente Luca Zaia nel corso del punto stampa seguito alla seduta dell’esecutivo. «Quello che sta accadendo a Mareno – ha detto Zaia – è un’emergenza nell’emergenza. Gli uomini della nostra protezione civile e i militari stanno facendo ogni sforzo possibile, ma il fenomeno è in atto da tempo e i residenti devono affrontare spese ingenti, dell’ordine anche di 150 euro al giorno di solo carburante per far funzionare le pompe ed estrarre l’acqua che si insinua nelle abitazioni». I 30.000 euro, ha precisato Zaia, sono posti in capo alla Protezione Civile, che ne gestirà l’utilizzo.

 

L’INTERVENTO

FRA NUTRIE E BUROCRAZIA SI SPROFONDA

WALTER FELTRIN – presidente Coldiretti Treviso

Che il tempo sia cambiato non ci sono dubbi. A dire il vero potremmo dire che il tempo è diventato maltempo con crisi cicliche che si accaniscono nelle varie stagioni. Questo cambiamento, associato alla situazione fortemente compromessa del territorio, sta causando non pochi problemi alle nostre aree rurali e non solo. Il dato eclatante è che il denaro speso per tamponare le emergenze e riparare i danni del maltempo è di molto superiore agli investimenti che basterebbero per dar vita a un sistema di opere di prevenzione per la raccolta e la regimazione delle acque. La prevenzione deve essere la priorità come ripetono da anni l’Unione Veneta bonifica e il Consorzio Piave. Persi nella Marca 1000 ettari all’anno sostituiti da asfalto e cemento. La Marca trevigiana dal 2000 al 2010 ha visto erodere 11 mila ettari di terreno agricolo sostituito con tonnellate di cemento. Il dato nazionale, invece, ci dice che negli ultimi 20 anni l’Italia ha perso il 15 % di terreno agricolo e fatto perdere 2,15 milioni di ettari di terra coltivata. Che il territorio sia a rischio calamità non è certo un’opinione. Per questo le autorità competenti devono dare dei segnali di presenza al fine di salvaguardare un settore che ad ogni cambio stagione rischia di trovarsi in ginocchio. Dal canto nostro dobbiamo mettere a bilancio la necessità di investire in polizze mutualistiche che diventano dei veri e propri salvagente. Siamo fortunati a poter vantare nella nostra provincia la presenza di uno dei Condifesa più efficienti sul territorio nazionale. Quando la burocrazia è nemica del buonsenso. La storia recente e quella passata legata al tempo ed al maltempo ha un altro ingrediente come protagonista: la burocrazia. L’assenza di buonsenso dell’uomo a volte è sorprendente. Eppure, dove si è intervenuti, si è dimostrato di come il territorio possa essere messo in sicurezza. Un esempio è il comune di Castelfranco, che viene protetto da una serie di bacini di laminazione situati a monte con risultati soddisfacenti. A Preganziol, invece, il Consorzio di bonifica Piave ha beneficiato di un finanziamento regionale per dar vita ad un nuovo bacino di laminazione a nord. Opera ferma da quattro anni per questioni burocratiche. Ora, finalmente, sembra che a fine mese si sblocchi l’appalto e per i cittadini di Preganziol potrebbe davvero esserci una buona notizia. Vogliamo parlare di Piave? I cori del no sbraitano quando si vuole intervenire per pulirlo con interventi a dir poco sconsiderati di chi non capisce che l’acqua, nei fiumi, deve scorrerci e non esondare perché pieni di alberi, detriti e ghiaia. Meglio, inoltre, una pulizia del fiume che una nuova cava. Del bacino naturale di Pra’ dei Gai, che sarebbe capace di convogliare 29 milioni di metri cubi d’acqua, garantendo sicurezza alla parte orientale della Marca, se ne parla addirittura dal 1966. Non ci sono parole. Responsabilità sì! Le nutrie sono un problema reale. Lo sono per gli argini dei fiumi, per l’ambiente e per la sicurezza dell’uomo. Questi roditori, peraltro inseriti dall’Unione Internazionale per la conservazione della natura nell’elenco delle 100 specie aliene all’habitat più dannose al mondo, stanno colonizzando ampie zone della nostra provincia, causando erosioni agli argini di fiumi e canali. Scavano infatti trincee e cunicoli sotterranei lungo gli argini all’interno dei quali penetra l’acqua che li erode fino a causare il loro cedimento e l’esondazione sui terreni circostanti. Eppure c’è chi solleva la questione della specie protetta. La cosa ha del paradossale: questo animale distrugge il territorio, si nutre di piante autoctone e dei nostri raccolti, mina la sicurezza idraulica e quella delle persone e qualcuno pensa veramente che dovrebbe essere protetto. Dove è andato a finire il buonsenso?

 

Vertice in Prefettura tra i Comuni maggiormente colpiti e i tecnici di Arpav e Genio Civile

Venerdì nuovo summit, poi la Protezione civile potrebbe sospendere i lavori e andare via

Lorenzon: «Il peggio è passato, ora bisogna impedire le costruzioni vicino alle risorgive»

Il suggerimento: tenete tutte le fatture dei pagamenti per i danni da maltempo

Sono ancora 500 le famiglie con gli scantinati allagati dall’acqua a causa delle falde che hanno continuato a salire nei giorni scorsi. Il dato è emerso ieri pomeriggio nel corso del tavolo tecnico che si è tenuto in Prefettura a Treviso e a cui hanno partecipato i rappresentanti dei Comuni maggiormente interessati (Villorba, Cimadolmo, Maserada, Mareno, Orsago, Vedelago), Mirco Lorenzon, assessore provinciale alla Protezione civile, il Genio civile, i vigili del fuoco, la Regione e i tecnici dell’Arpav. Di fronte al prefetto, Maria Augusta Marrosu, sono stati presentati i numeri dei danni provocati dal maltempo dei giorni scorsi: 119 scantinati ancora allagati a Villorba, oltre 300 a Mareno, 60 a Maserada, più altre decine tra Vedelago, Orsago e Cimadolmo per una conta complessiva dei danni che arriva a sfiorare i venti milioni di euro. «L’emergenza sembra però essere cessata», afferma l’assessore Lorenzon, «venerdì si terrà un nuovo vertice per fare il punto della situazione, nella speranza che non ci siano nuove piogge. Le falde comunque si stanno abbassando». Durante l’incontro in Prefettura si è anche discusso sulle decisioni da prendere per evitare che si verifichino nuovamente fatti analoghi, in particolare dopo lunghe giornate di maltempo. L’obiettivo è quello di obbligare i sindaci a bloccare nuove costruzioni troppo a ridosso delle falde. «Bisogna dirsi la vertità», aggiunge Lorenzon, «i problemi sorgono lì dove i costruttori hanno costruito dove non si sarebbe dovuto. Troppo spesso i cittadini non sono consapevoli del fatto che le loro case sono costruite in falda con il rischio che accadano le cose che abbiamo visto in questi giorni. In questo senso si è discusso su come responsabilizzare i Comuni per impedire la costruzione di case in falda». I sindaci presenti hanno anche presentato la conta dei danni che ammonterebbero a circa 20 milioni di euro. «L’invito a tuti i cittadini è quello di tenere tutte le ricevute delle spese sostenute», afferma Marco Serena, sindaco di Villorba, «la Regione si attiverà per chiedere al governo, quando ce ne sarà uno, il rimborso per i danni dovuti al maltempo degli scorsi giorni». In 15 giorni è infatti caduta la pioggia di 4 mesi. L’epicentro dell’emergenza è ancora Mareno dove, nei giorni scorsi, erano arrivati anche i militari per dare una mano alle oltre 300 famiglie che si stanno ritrovando con garage, taverne, salotti e scantinati con 20 centimetri d’acqua. Il problema delle falde è comunque noto da tempo. E parte da nord, da Orsago dove si sono allagati diversi scantinati a Ponte nella Muda, nel territorio di Cordignano, scendendo lungo la fascia delle risorgive fino alle porte del capoluogo. A Godega i problemi maggiori si trovano nella zona di Bibano di Sotto e a sud Pianzano, con una decina di casi segnalati. Nel Conegliese pesanti disagi anche a San Vendemiano, con 30 famiglie a subire danni. tredici i casi segnalati a Vazzola. A Cimadolmo invece la falda si è alzata dall’argine dal Piave fino al confine con San Polo. I militari si sono fermati anche a due passi dal Piave. Scendendo verso Treviso, a Maserada ci sono motopompe e volontari al lavoro. Danni ingentissimi anche a Villorba: oltre 100 i casi segnalati tra famiglie, negozi e capannoni tra Carità, Fontane e San Sisto. Casi isolati, invece, per Borso e Cappella Maggiore, aree che non rientrano nella fascia di risorgive, ma anche in questi casi con quasi 100 famiglie coinvolte. La Provincia si è messa in moto attivando a Mareno un centro operativo h24 con il quartier generale della protezione civile: «Un evento di questa portata non si era mai visto», ha commentato il presidente della Provincia Leonardo Muraro, «solo a gennaio sono caduti nel Veneto mediamente 269 ml di acqua, il 398% in più rispetto alla media calcolata dal 1999 al 2013 (54 ml). Quindi, le piogge di questi giorni hanno caricato in modo abnorme la portata della falda, arrivando quindi a invadere d’acqua gli scantinati e i piani interrati di industrie, edifici artigianali e case».

Giorgio Barbieri

 

«Noi non vogliamo essere abbandonati»

La paura tra i residenti di Mareno: pronti a portare i nostri secchi negli uffici istituzionali

«Porteremo i secchi d’acqua negli uffici istituzionali, vedremo se così l’emergenza sarà finita». Decine di famiglie Marenesi stanno ancora lottando con la falda e sperano di non essere abbandonati al loro destino. Vi sono ancora oggi diversi edifici in cui idrovore e pompe espellono milioni di litri d’acqua dal sottosuolo. «Il lavoro dei volontari è encomiabile», spiegano i cittadini, «ma la situazione è migliorata di poco, se le pompe e i generatori vengono spenti, tutto va ancora sott’acqua». A Mareno erano state raccolte centinaia di firme per domandare l’intervento di Prefettura ed esercito, che poco dopo sono arrivati. La Protezione civile di Mareno già dal primo giorno era sul campo, coadiuvata poi da quella Provinciale e dagli altri gruppi locali. Si è attivata una catena di aiuti e solidarietà che adesso rischia di rompersi. «Non ci sono più i finanziamenti per il carburante», è la voce che circola in paese. Come conferma qualche volontario, l’intervento è garantito fino a domani, «poi si vedrà». Se l’appoggio delle istituzioni dovesse mancare, alcuni residenti stanno pensando di riunirsi un comitato per portare avanti le istanze degli allagati. «Chiediamo almeno di avere informazioni chiare e precise, qui l’emergenza non è finita», è il coro unanime dei Marenesi. Le bollette dell’energia schizzerebbero a migliaia di euro per tenere in funzione le pompe. «È assurdo che i cittadini debbano farsi carico degli ulteriori oneri di consumi», scrive un cittadino sullo spazio Facebook del Comune, «l’Enel in questa situazione ha tutto da guadagnare anche se non addebita la “una tantum” dell’aumento dei Kw. Il Comune di Mareno dovrebbe quantomeno venire incontro ai cittadini». Tra le tante storie di questi giorni d’emergenza falda, c’è anche quella dell’ex assessore Antonio Tovenati. Anche il suo garage è tra quelli finiti sott’acqua ed è stato tra i diversi cittadini che si sono attivati. Una decina di giorni fa, ha avuto un infarto venendo ricoverato e operato d’urgenza in ospedale. Ora è tornato a casa. Lui come tutti i Marenesi, elogia i volontari della Protezione civile, sperando di non essere abbandonati dalle istituzioni. «Un ringraziamento va ai tanti che stanno operando gratuitamente», afferma Tovenati.

Diego Bortolotto

 

Allarme per le discariche «Rischio di fuoriuscite»

L’europarlamentare Zanoni: «Paghiamo anni di impunità: subito i test»

Timori per via Orsenigo e le ex cave di Paese e Castagnole trasformate in laghi

Chi abita vicino alla cave ha adesso un panorama diverso: tanti laghi, piccoli e grandi. Il più vistoso, dicono, è quello della cava «Le bandie» della dinasty Mosole: oltre 2 metri di altezza. Ma anche chi vive a Paese, a Castagnole, a Porcellengo, ai confini delle cave che riconvertite o riqualificate ha visto la mutazione del territorio. Non sarà la Scandinavia dei mille laghi, ma in questi giorni chi ha visto la zona delle risorgive da nord ha visto una Marca con tanti piccoli laghetti… spontanei. La falde sature che hanno innalzato il livello dell’acqua nella fascia tra la zona a nord di Treviso e il Piave hanno prodotto anche questo effetto, destinato a svanire presto, se è vero che il fenomeno della «saturazione» sta per rientrare. Andrea Zanoni, europarlamentare del Pd (ex Idv), già presidente di PaeseAmbiente, e successivamente consigliere comunale a Paese, va oltre i laghi. E lancia un allarme: «Cosa è accaduto nelle ex discariche? Quali effetti ha portato l’innalzamento della falda dove sono stati seppelliti i rifiuti per decenni e decenni? Non possiamo venire tranquillizzati dalla impermeabilizzazione dei teloni. Servono interventi immediati delle autorità competenti, anche per rispettare le direttive europee». A chi si riferisce? «A chi la competenza sull’ambiente in questo territorio. Credo sia doveroso avviare una serie di test monitoraggi e controlli sull’acqua di falda. Solo in Italia, mentre le leggi hanno sempre prescritto che i rifiuti dovessero venir smaltiti nelle zone più distanti dalle falde, è accaduto che invece li scaricassimo e li seppellissimo esattamente sopra di esse. Una follia». Cosa teme? «Che adesso letti interi di rifiuti siano “fradici” di acqua, che è salita sicuramente sopra il piano campagna. In molte zone le falde erano già compromesse, almeno i livelli alti, adesso temo che la situazione sia peggiorata. Paghiamo anni e anni di irresponsabilità e impunità». Ha suggerimenti precisi? «Penso all’ex discarica di via Orsenigo, dove ci sono ancora i piezometri, alla zona dietro il Lando, ma anche alle ex discariche nel comune di Paese, in primis a Castagnole. Ma in generale vanno effettuati controlli a nord del capoluogo». Le norme prescrivevano l’impermeabilizzazione del fondo di discarica e una fascia di rispetto di oltre 1,30 metri fra piano di scavo e livello di falda. «Sui teloni impermeabilizzati è inutile prendersi in giro, ricordo buchi e conseguenti percolamenti già tantissimi anni fa. Il guaio è che la falde, almeno più vicino al piano campagna, sono già un ricettacolo chimico, è come se avessimo già perso questa battaglia. Ma ricordo che entro il 2015, cioè fra un anno, anche l’Italia deve mettersi in regola con le nome Ue sulla qualità dell’acque di falda».

Andrea Passerini

 

villorba

Arrivati in Comune 119 moduli: i danni ammontano a oltre due milioni di euro

La media delle richieste danni oscilla tra i 7 e i 10 mila euro. Ma c’è chi ne ha chiesti anche 300 mila. In municipio a Villorba sono arrivati 119 moduli, compilati da cittadini (la stragrande maggioranza) e imprese che dalla notte di domenica stanno facendo i conti con l’innalzamento delle falde che ha mandato sott’acqua diversi garage e scantinati in tutta l’area. La somma delle 119 richieste danni porta a un totale di 2.143.000 euro: una cifra, spiegano dal municipio, del tutto provvisoria, dato che ci sono ancora una quarantina tra garage, scantinati e taverne che restano allagati, in una emergenza che pare non avere mai fine. «L’innalzamento delle falde è un fenomeno che non è ancora concluso, ci vorranno ancora alcune settimane e serve molta pazienza», ha spiegato ieri il sindaco di Villorba Marco Serena, al termine del vertice in Prefettura. Ed è proprio per questo che la conta dei danni è destinata a lievitare nel prossimo futuro. Finora, infatti, buona parte delle richieste di aiuto economico sono legate alle spese sostenute dalle famiglie per il noleggio delle pompe di sollevamento dell’acqua e per il loro funzionamento (elettricità o gasolio), oltre che per gli impianti elettrici messi ko dall’acqua. Ma ci sono scantinati, come in via Pastro e via San Pio X, dove a saltare è stato addirittura il pavimento. Solo all’ex magazzino Zago, dove peraltro il piazzale è ancora una piscina, il conto dei danni ammonta a 300 mila euro, a cui andranno poi aggiunti i costi per la sistemazione strutturale. La prima stima dei danni inviata dal Comune di Villorba nei giorni scorsi in Regione parlava per 10 milioni, comprensivi non solo dei danni ai privati, ma anche delle ipotesi di spesa per rimettere a posto strade e illuminazione pubblica (circa un milione) e dei danni alle aziende. Entro fine mese, annuncia il sindaco Serena, verrà organizzato un incontro pubblico con i geologi per parlare del fenomeno falde. Sessanta, invece, le richieste danni arrivate in municipio a Maserada. Ieri l’amministrazione era rappresentata in Prefettura dal capo dell’ufficio tecnico. «Grazie alla protezione civile regionale siamo riusciti a portare una pompa al condominio di via Kolbe, in una delle aree critiche», spiega il sindaco Floriana Casellato. «Negli ultimi due giorni c’è stato un lento calo della falda», commenta il primo cittadino di Mareno di Piave, Gianpietro Cattai, «se la situazione evolve così, ne avremo ancora per alcuni giorni».

(ru. b.)

 

Piano della giunta: basta proroghe ai cantieri autorizzati e non conclusi in tempo

No a nuove “cittadelle” come l’Appiani, si punta sul recupero dei contenitori vuoti

Un milione e 815 mila metri cubi di cemento: un milione esatto in meno di quello concesso dalla giunta Gobbo soltanto un anno fa, nel Pat accelerato per venire varato prima della scadenza del mandato.

E stop alle proroghe: dopo aver pagato gli oneri di urbanizzazione, i progetti delle lottizzazioni e di nuovi complessi direzionali, ricettivi, commerciali avranno 5 anni di tempo per essere avviati. Altrimenti i progetti saranno considerati decaduti.

Valorizzazione e crediti per demolizioni, riqualificazioni e ristrutturazioni.

Il Pat – piano di assetto territoriale – del centrosinistra, che la coalizione voleva a «cemento zero», con le istanze dal basso di comitati, cittadini, ambientalisti e altre associazioni di base, prende forma. E lo fa nel documento varato dal gruppo di lavoro e consegnato in questi giorni ai consiglieri di maggioranza, che avranno un confronto a breve con sindaco e giunta. Lo hanno redatto il presidente della commissione Uurbanistica, Giovanni Negro con i professionisti Gaetano Di Benedetto, padre del Prg degli anni ’80; Oliviero Dall’Asen, padre del Pat di Feltre divenuto modello di un’urbanistica verde, sostenibile, non cementificata; politici come Luigi Calesso (Impegno Civile), con gli architetti Fabrizia Franco (Pd), e Beatrice Ciruzzi (club Ricerca). Fortissimo l’impegno per una crescita sostenibile della città.

Fermissimo «no» ad altre mega-cittadelle tipo Appiani, impegno a mantenere in centro storico le scuole, e a riportare entro mura la residenza in primis.

In periferia servizi ulteriori per connotare i quartieri e dare loro nuova identità, per rivitalizzare i quartieri e far perdere l’identità di dormitori.

In generale, grandi incentivi ad aree verdi, piste ciclabili, riqualificazioni e recupero di contenitori vuoti, attività di piccolo artigianato, servizi qualificati, e agricoltura nella seconda periferia.

E perchè poi queste linee guida non restino inapplicate, saranno tutte recuperate nei piani di intervento. Poi c’è un «giallo», che aleggia in questi giorni a Ca’ Sugana. E che cioè il documento del gruppo di lavoro, che è destinato a diventare atto politico della maggioranza (nome ufficiale: «regesto delle proposte elaborate dal gruppo di lavoro per la gestione conclusiva del Pat»: andiamo, c’è di meglio…) non fosse in sintonia con l’atto di indirizzo del sindaco, che doveva fare da cappello al nuovo Pat. Laddove la scure sul cemento era di 1 milione di metri cubi, l’atto del sindaco ne avesse in realtà solo 700 mila. I «no comment» e gli imbarazzi, ai piani alti, si moltiplicano: c’è chi dice che i 300 mila metri cubi mancanti fossero stati collocati nei piani di intervento successivi. Ma c’è anche chi dice che fossero la spia di linee diverse all’interno della giunta: cosicché i pompieri si sono mossi (uno dei più attivi è stato Zuliani del Pd), per disinnescare una potenziale «bomba» che rischiava di far deflagrare la coalizione. Anche perchè si era sparsa la voce che l’atto di Manildo, almeno inizialmente, non avesse recepito troppo il lavoro di base dei gruppi, della associazioni e dei cittadini su verde, piste ciclabili, riconversioni degli edifici dismessi, con forte riduzione delle volumetrie. Ma proprio ieri sera in commissione Urbanistica ci sono state scintille, e questo fa capire quanta tensione ci sia sul tema urbanistica. Gian Mario Bozzo (Per Treviso) ha invocato un richiamo al dirigente di settore Stefano Barbieri, assente alla seduta di lunedì scorso, quando sono state lette le osservazioni al Pat. L’assessore Paolo Camolei lo ha difeso, ricordando che la seduta precedente aveva carattere sostanzialmente interlocutorio. Ma il presidente di commissione Giovanni Negro (Impegno Civile), Said Chaibi (Sel) e Maristella Caldato (Pd), gli ultimi due già critici sulle modalità della procedura, hanno sostenuto l’istanza di Bozzo, mentre le minoranze (Sandro Zampese e Giancarlo Iannicelli), tecnicamente, difendevano Camolei. Scenari inconsueti, al punto che l’assessore ha informato Manildo dell’accaduto. E non sembra che la cosa finirà qui: il confronto sul Pat rischia di arroventarsi. Alcuni consiglieri hanno chiesto di visionare l’atto di indirizzo del sindaco in anteprima.

 

E il documento urbanistico diventa poesia…

«Una città fatta di trame sottili e ritmi pacati, di grandi alberi e piccole case, di verde e di acque in cui si specchiano raffinatissimi teoremi architettonici e paesaggistici… che sviluppi tutto il suo potenziale di sviluppo e grazia…». Così il capitolo del documento dedicato all’idea di città che ha guidato il gruppo di lavoro sul Pat. Pare, si parva licet, una delle «Città invisibili» di Calvino. Il documento che gira a Ca’ Sugana ribadisce che «la Treviso cui il piano tende non è diversa dalla Treviso cui tutti i cittadini sono legati e che incanta i visitatori, che non conduce competizioni con gli altri poli maggiori, che ha stabilito un delicatissimo equilibrio dimensionale e funzionale». Una «Treviso snella ma capitale nella sua Marca», con il primato territoriale delle funzioni superiori e principale centro di servizi».

 

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