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Marco Tamaro, direttore della Fondazione Benetton, analizza i problemi dell’assetto idrogeologico

«Stop ai piani casa, attenzione agli scantinati, niente case in golena: e ora si ascoltino gli esperti»

«L’acqua che esonda ovunque? La terra e l’acqua presentano il conto, la natura ci avverte che abbiamo superato il limite e perso ogni misura».

Parla l’«uomo anfibio», come ama definirsi ironicamente Marco Tamaro, 55 anni: per 20 è stato al consorzio Destra Piave, è co-fondatore del centro internazionale per la civiltà dell’acqua, e dal 2009 è direttore della Fondazione Benetton, che studia il paesaggio. Tamaro, quest’acqua che emerge ha un che di primordiale e inquietante.

Un blob liquido. La natura si ribella e ricorda la nostra impotenza?

«Sì. Ma ci abbiamo messo del nostro, con gravissime responsabilità. Scavi, cave, cemento. Abbiamo svuotato o depotenziato enti e autorità idriche: ogni giorno che passa senza scelte forti accumuliamo ritardi. Stiamo ancora provando a risolvere i problemi dell’assetto idrogeologico degli anni ’60, all’epoca delle grandi alluvioni. Intanto il mondo è cambiato, come il clima: il nostro territorio è stravolto, ma non ci siamo mossi di un passo».

Chi ha le maggiori colpe?

«Forse si fa prima a dire chi non le ha… Era il 1987, quando la Brundland spiegava lo sviluppo sostenibile; e da allora Onu, conferenze sul clima, commissioni internazionali. Ma poi le istituzioni… ogni volta che si tratta di applicare concretamente il principio di precauzione, di evitare di cementificare le zone fragili, buonanotte suonatori».

Nel 1971 Marchi redigeva il suo famoso rapporto dove diceva tutto. Sono passati 41 anni, e siamo ancora qui.

«Tutto è rimasto ancora sulla carta: è un’analisi bellissima, lucida, sempre e attuale. Ma non si è fatto quasi nulla. Dico: si può sapere qualcosa di definitivo sulla diga di Falzè? E D’Alpaos, che lavorò con lui, dice ancor oggi cose sacrosante: ma lo si fa parlare un giorno, poi si tira dritto come se nulla fosse. L’insipienza dei politici e di chi ha autorità è totale, in materia».

Non va tanto per il sottile.

«Le cosa vanno dette, anche se sono scomode. Almeno tre concetti sono chiarissimi».

Uno alla volta, prego.

«Basta nuovo cemento, si può solo demolire o riconvertire. Ma si tocca la leva della rendita, come fai a trasformare zone agricole in edificabili? Non c’è più business, non ci sono più i voti. E invece si parla ancora di piano casa…».

La seconda? «Bisogna ascoltare chi sa: gli esperti, i geologi. E soprattutto mettere in pratica le prescrizioni. Se c’è un avvallamento, non ci si fa una zona industriale. Gli scantinati sono un problema; ne abbiamo abusato, tanto non facevano volumetria. Ce ne sono in zona di bonifica, sui canali di scolo».

La terza?

«Niente case in golena e nella aree a rischio dei fiumi. Basta con queste scelte assurde».

Insomma, proteggiamo il territorio e il paesaggio veneto. Meglio, quel che ne resta.

«Chiarisco: nessun Arcadia. Sul territorio si possono e si devono fare interventi. Ma con misura, con il rispetto della natura, dei luoghi, della loro storia, interpretarli correttamente. Se un posto si chiama Fontane, qualcosa mi dovrà dire… ponti romani sono ancora in piedi. La velocità con cui abbiamo operato oggi è impossibile da sostenere, il sistema non regge. Lo dicono il clima, Fukushima, lo tsunami, apocalittico perché abbiamo distrutto le foreste di mangrovia».

Dopo la maledetta sete dell’oro, la maledetta sete del potere assoluto sulla natura?

«É la hubris, direbbero i greci: presunzione arrogante di poter governare sempre tutto. Dalla convivenza con la natura siamo passati all’adattarci, ora vogliamo imporci. E finisce che paghiamo milioni di danni a ogni alluvione, invece di spendere una volta sola e poco in semplice prevenzione».

La sua è quasi un’invettiva. Sotto sotto lei è furente.

«Sì, finisce che sembriamo noiose Cassandre. Dai consorzi sono venuto via: scontri durissimi, dicevamo le cose e nessuno, nè sindaci nè istituzioni, ci ascoltava. Anzi: parlavamo, ci ascoltavano, poi si faceva il contrario».

Come se ne esse? Intanto da queste falde sature.

«Paradossalmente, si pompi l’acqua che esonda, ma non si faccia altro: e si attenda che il fenomeno rientri. La natura ha il suo corso: i fiumi di risorgiva, presto, riequilibreranno il sistema. Guai a toccare la falde mungendo acqua».

Andrea Passerini

 

«Manca il prelievo delle aziende»

Geologo della Provincia: «Chiuse per crisi molte fabbriche che usavano l’acqua»

MARENO DI PIAVE «L’innalzamento della falda? Una delle concause potrebbe essere dovuta alla crisi economica». È l’ipotesi di un geologo che opera per la Provincia. Non è suffragata da dati scientifici e per questo la espone a microfoni spenti. Ma potrebbe diventare materia di studio. «Vi sono aziende che sfruttano l’acqua del sottosuolo per le loro lavorazioni», afferma, «negli ultimi anni molti stabilimenti hanno chiuso. È un fenomeno che necessiterebbe di approfondimenti. Ad esempio a Villorba con Benetton». Le fabbriche chiudono, l’acqua non viene più sfruttata a scopi industriali e non vi sono più in funzione grandi idrovore che la prelevano. In caso di precipitazioni abbondanti le falde si gonfiano e poi rimangono alte, mai come negli ultimi anni. Il problema si sposta così su come prevenire gli allagamenti di seminterrati, taverne e garage. «Doveva essere fatta particolare attenzione nelle costruzioni, perchè quando si va a fare piani interrati c’è il rischio che le falde possano salire al di là di quello che è storicamente il loro andamento», spiega Simone Busoni, dirigente del settore ambiente ed ecologia della Provincia di Treviso. Nella Marca, soprattutto in alcune zone, costruire sottoterra può essere pericoloso. Ma solo negli ultimissimi anni nelle autorizzazioni a costruire vengono allegate delle perizie idrogeologiche. Per edifici che hanno 6-7 anni non esistono documenti in merito. Alcuni residenti sono andati nei Comune per chiedere i fascicoli, ma gli è stato risposto che non c’è nessuna norma che richieda dei pareri geologici. I permessi a costruire però sono stati concessi. «Considerato i cambiamenti climatici è un aspetto che deve essere tenuto in considerazione, da adesso in poi per evitare il ripetersi di queste situazioni», aggiunge Busoni. «La falda avrà il suo decorso», spiega il dirigente della Provincia, «stiamo vivendo la fase di piena, se dovesse cessare la fase di alimentazione tornerà ai suoi livelli. Altre soluzioni, in questo momento, oltre a quelle che si stanno attuando con le pompe, non ve ne sono». Il pericolo ora si chiama scirocco e potrebbe arrivare dall’alto, dalle montagne, in cui si sono accumulati metri di neve. Una neve più pesante e ricca d’acqua rispetto al normale, che potrebbe aumentare a dismisura la portata dei corsi d’acqua. «L’incognita neve è un’incognita pesante, i quantitativi di neve caduti in montagna sono stati eccezionali», spiega l’esperto, «tutto dipende dalla temperatura. Se la neve dovesse sciogliersi con gradualità nell’arco dei mesi il problema è relativo. Nel caso invece dovesse sciogliersi nel giro di 15-20 giorni, tutta l’acqua arriverebbe sui fiumi, qui sul Piave e ci troveremo in situazioni critiche».

Diego Bortolotto

 

MALTEMPO»L’EMERGENZA FALDE

«L’acqua ci mangia una vita di lavoro»

Reportage tra gli oltre cento alluvionati di Carità, Fontane e San Sisto

VILLORBA – Con ieri sono tredici. Tredici giorni di una lotta impari contro le falde che si alzano. E poco importa che nelle scorse ore su Villorba splendesse un sole primaverile. Perché contro la natura che si riprende i suoi spazi tra il cemento, niente si può fare se non aspettare. Quanto? Nemmeno gli esperti lo sanno. Intanto però ieri un segnale incoraggiante è arrivato: la falda si sta abbassando. Dieci, forse quindici centimetri: nei giorni scorsi erano un centinaio gli interrati allagati, ieri le stime del Comune parlavano della metà. La cartina al tornasole di un lentissimo ritorno alla normalità la si ha all’ex magazzino Zago. Ieri il pianale di carico sul piazzale è riemerso dall’acqua. Tantissime le pompe e le idrovore ancora in azione tra Carità, Fontane e San Sisto. Senza, il livello dell’acqua sale a dismisura, come al cantiere edile lungo la Pontebbana, non lontano dalla piazza del municipio, diventato una profonda piscina. Il nostro viaggio tra gli “alluvionati per le falde”, in trincea dalla notte di domenica 2, inizia da Carità. La “Bottega orafa Gigi” in via dei Mille è chiusa per gli allagamenti. Alla parrucchiera “Kalè” è stato necessario sradicare il wc per installare le pompe. «Nel bagno che è interrato non c’è più acqua, è un buon segnale. Restano i danni al magazzino», spiega Giulia della Pasticceria Adriana. Il pittore Gianni Ambrogio ha il suo atelier in una casetta a livello degli interrati del condominio in via dei Mille. «Sono riuscito a salvare una vita di lavoro grazie ai sacchi di sabbia sulla porta», racconta mentre le idrovore continuano a pompare. Poche centinaia di metri più a nord a Fontane, oltre la Piavesella, è emergenza in via San Pio X: «Se si bruciano le idrovore, finiamo allagati. Da domenica scorsa, ogni due ore scendo in garage a togliere l’acqua», spiega Massimo Morelli. Nel suo condominio, c’è anche chi ha costruito in fretta e furia in questi giorni uno scalino in cemento davanti alla porta della taverna per salvare ciò che non era già zuppo. Via San Liberale è chiusa al traffico. Il motivo? Ci sono i tubi delle idrovore. «Gli uomini dormono in taverna, siamo terrorizzati dall’acqua e dal pensiero che le pompe si blocchino», racconta la signora Conte mentre ci mostra che in taverna il pavimento sta iniziando ad alzarsi. Dalle mattonelle della rampa, invece, l’acqua zampilla. Via Pastro, altra situazione critica. Spiega Flavia Gritti che nei garage del condominio dove vive hanno dovuto fare i conti con oltre 50 cm d’acqua. Ieri ce n’erano una ventina. «Ci sentiamo come i veneziani con l’acqua alta. Alcuni anni fa erano entrate due dita d’acqua. Stavolta non bastano quattro pompe in azione da lunedì 3. Qualcuno si metta una mano sul cuore e ci aiuti a pagare i costi», dice la donna che tra le molte cose perse nell’allagamento del garage ha dovuto dire addio al plastico di un paesaggio montano fai-da-te. «Ho pianto», confessa. Anna Maria Cigana abita in via monsignor Longhin: «Siamo stressati da 13 giorni, è un incubo continuo, non si dorme. E ci siamo dovuti arrangiare in tutto. I danni? Il Comune ci ha chiesto di quantificarli, ma come facciamo se abbiamo ancora i garage allagati?». A ieri in municipio erano arrivate una sessantina di stime da privati e aziende. C’è chi ha denunciato 1.500 euro di danni, chi 300.000. Ma l’emergenza è ancora lontana dall’essere conclusa.

Rubina Bon

 

Già sessanta stime dei danni in municipio: per le famiglie è un incubo

gianni ambrogio – Sono riuscito a salvare parte del mio atelier grazie ai sacchi di sabbia sulla porta. Sono stato fortunato. Ma la burocrazia complica tutto

anna maria cigana – Siamo stressati da 13 giorni, è un incubo, non dormo. E ci siamo arrangiati. Ma come faccio a quantificare i danni se ho il garage allagato?

 

Frane, smottamenti a Collalbrigo

Sfondato il muro di una casa in Val de Mar, oggi i vigili del fuoco in Cima Grappa

CONEGLIANO – Continua l’allerta per le frane. Occhi puntati su quella registratasi in via Guizza a Conegliano, in località Collalbrigo. Lo smottamento che ha costretto a chiudere l’arteria continua a muoversi. «Si è abbassata di un altro metro», spiega il sindaco Floriano Zambon che ha già stanziato 10 mila euro per una perizia geologica. La strada è off limits anche per i pedoni con disagi per alunni e famiglie costrette a cambiare itinerario. Monitoraggio anche a San Pietro di Feletto dove si contano 15 smottamenti, due dei quali di dimensioni maggiori con danni tra i 60 e i 70 mila euro. L’attenzione è concentrata in via Provera a Rua. Occhio alle frane anche a Susegana e in particolare in via San Daniele a Colfosco, interdetta al traffico. Rimangono critiche le situazioni presenti anche a Vittorio, in via Val de Mar, dove la frana ha sfondato il muro dell’abitazione al civico 4, già isolata. Sotto controllo anche la frana di via Formeniga con interventi di drenaggio. È sotto osservazione il costone a monte di via Vecchia di Farrò a Follina da dove si sono staccate piccole porzioni di roccia. Monitorata anche la strada tra Rugolo e Montaner dove c’è stata la lacerazione della sede stradale e dei muretti di contenimento in più punti. Rimane critica la situazione tra Cappella Maggiore e Fregona dove un tratto di via Rive Anzano è interrotto per un abbassamento della strada: la frana già manifestatasi nel 2010 e riattivata in via Carrettuzza. Oggi la Protezione Civile sarà in Cima Grappa, al rifugio Bassano, a spalare la neve dal tetto per evitare crolli. Nel contempo metteranno in sicurezza anche lo smottamento di ieri in zona, così come a Camol.

(r.z.)

 

Mareno, 318 a mollo Cimadolmo si ribella «È un vero scandalo»

A Vazzola serviranno fino a 150mila euro ad abitazione

Idrovore in funzione nell’ex magazzino di San Vendemiano

MARENO DI PIAVE – La falda scende di qualche centimetro ma cresce il bilancio dei danni, in tutte le aree critiche del Coneglianese. A Mareno, il quadro che emerge dal censimento avviato dal Comune rende l’idea delle dimensioni del fenomeno. Allo stato attuale sono 318 le famiglie colpite e 800 le persone coinvolte. Per tutti i costi dell’emergenza sono altissimi: 1.650.000 euro i danni a immobili, beni e attrezzature. A questi si sommano le cifre spese per togliere l’acqua da garage, scantinati, taverne e cantine: si parla di 28 mila euro al giorno spesi dalla cittadinanza. Per alcuni un salasso senza precedenti, che brucia uno stipendio medio in pochi giorni: «C’è chi spende anche 200 o 300 euro al giorno», spiega Mirco Lorenzon, assessore provinciale alla Protezione Civile, «C’è chi ha speso 1.600 euro in un giorno e mezzo». Ieri alle 14 pompe già installate dalla protezione civile si sono aggiunte altre due idrovore. A Mareno tra i punti critici c’è anche un’area commerciale lungo via Verri. Qui gli scantinati devono fare i conti con l’acqua che sale da sotto, come le famiglie. Sceso, seppur di pochi centimetri, anche il livello dell’Oasi Campagnola. La conta dei danni continua a salire man mano che in municipio arrivano i moduli compilati dalle famiglie. Situazione sempre critica anche a Vazzola: il vicesindaco Claudio Modolo parla di un milione di euro di danni. Occhi puntati sulla scuola elementare di Visnà dove l’acqua: «L’acqua continua a entrare dal muro esterno», spiega Modolo. La speranza è che il livello scenda presto: «La falda è scesa di due centimetri tra le mezzogiorno e le 17 ma è sempre alta», ha raccontato ieri il numero due della giunta di Vazzola dove sono almeno 30 le case, con danni anche di 150 mila euro. A Cimadolmo una sessantina di residenti hanno scritto inviato una petizione all’amministrazione comunale dichiarandosi «stupefatti e scandalizzati». «Le famiglie che si sono trovate a combattere con l’acqua sono tante e con dispiacere abbiamo constatato che l’interessamento dell’amministrazione comunale è stato pressochè nullo», si legge nella lunga missiva destinata a sindaco e giunta. A San Vendemiano le pompe continuano a lavorare 24 ore su 24 in via Carducci, in via De Gasperi ma anche in altre zone come a Cosniga. Idrovore anche nei magazzini dell’ex municipio dove l’acqua ha toccato anche i 20 centimetri rovinando i materiali che alcune associazioni custodivano all’interno. Il sindaco Sonia Brescacin ipotizza 300 mila euro di danni, ma precisa che le valutazioni sono ancora in corso. Ancora allagamenti anche in alcune abitazioni ad Orsago e occhi puntati sulle falde anche a San Fior dove si è creato qualche disagio nelle scorse ore nel sottopasso di via Codolo. L’acqua aveva raggiunto il metro di altezza, intrappolando alcune auto.

Renza Zanin

 

La strada dei Colli Settentrionali resta ancora chiusa

CONEGLIANO – Le strade in alcune zone della Marca lasciano ancora molti Comuni con il fiato sospeso. Ecco il dettaglio aggiornato dalla Provincia. Sulla “Mostaccin” a Maser c’è uno smottamento scarpate a monte in corrispondenza Km 3+200 e 5+600 a con chiusura temporanea della strada; crollo di porzioni di due edifici fatiscenti con caduta di materiale in strada; già riaperta al traffico.  Sulla “Pedemontana del Cansiglio” a Fregona in località Borgo Luca cedimento di 15 m di muro di controripa al Km 7+300 con chiusura della strada. È stato effettuato un primo sgombero, riaperta la circolazione a senso unico alternato. Sulla “dei Colli Settentrionali” a Cison: crollo di muro di sostegno a valle con formazione di voragine in carreggiata al Km 16+500. Strada attualmente chiusa, in corso alcuni interventi di pulizia delle pertinenze per valutare la stabilità e quindi la sicurezza dei muri di sostegno adiacenti. Sulla stessa strada, ma a Follina, smottamento della scarpata a monte al Km 14+200, senza interessamento della carreggiata. Sulla provinciale “di San Stino” chiusura della strada per allagamento per alcuni periodi nel tratto tra la S.P. 53 ed il canale sul Brian. Pulizia e risezionamento fossi stradali. Sulla “Sinistra Piave” a Ponte di Piave, in corrispondenza del sottopasso si sono verificate difficoltà di smaltimento delle acque che hanno comportato una temporanea chiusura.  Sull’“asolana” ad Asolo: Km 0+700 è stato rilevato il crollo di un tratto di 25 metri di muro di sostegno con conseguente cedimento della corsia stradale: si circola a senso unico alternato. Sulla “Dorsale del Montello” km. 2+800 a Nervesa: frana che ha interessato circa 30 ml di banchina e scarpata stradale. Sulla “Pradazzi” cedimento di un tratto di oltre 30 ml di scarpata e banchina. Sgombero materiali franati, segnaletica provvisoria, ripristino buche e pulizia fossati lungo le strade Provinciali colpite. Risultano da monitorare la SP 37 al km. 4+500, la SP 86 al km. 7 a San Pietro di Feletto e km. 9+500 e la SP 152 loc. Guie di Valdobbiadene, su queste strade si registrano movimenti franosi che interessano il piano viabile con cedimenti e fessurazioni che attualmente non costituiscono pericolo. Nel tratto di rilevato stradale al km 12+080 si è verificato un cedimento di circa 15 m. che è costantemente monitorato. Sulla “Felettana” ai San Pietro di Feletto, al Km 6+100 è in corso uno smottamento a valle oltre il muro di sostegno della strada su proprietà privata.

 

L’INTERVENTO PER LA MARCA

Zaia presenta il conto a Roma «Ci servono oltre 20 milioni»

TREVISO – Il conteggio dei danni? Lo presenta Luca Zaia, presidente della Regione: «Ci sono i fiumi sotterranei che riemergono e ci ritroviamo negli scantinati. Venerdì sono stato a Roma al ministero a presentare i conti: il bilancio dei danni nel Veneto, ancora provvisorio, è di 475 milioni, per la Marca almeno di 20, ma verosimilmente alla fine saranno parecchi di più». Speranze di risarcimento? «Loro dicono zero, ma la speranza è l’ultima a morire; e comunque prima che muoia spacchiamo tutto. Come del resto facemmo nel 2010: anche allora ci dissero che di soldi non ce n’erano, poi però saltarono fuori 300 milioni. Ci tengo a dire un’altra cosa: proprio nel periodo in cui arriva almeno il 70% delle prenotazioni, qui sta passando l’idea che il sistema turistico veneto sia devastato e che nessuno voglia fare le vacanze da noi; calma, il sole c’è, le spiagge e le Dolomiti saranno ripulite per essere pronte ad affrontare la nuova stagione. E stiamo pensando ad una campagna di informazione nelle Fiere internazionali».

(si.fo.)

 

alluvione»I RISARCIMENTI

Maltempo, Roma gela Zaia «Gli aiuti finanziari? Zero»

Il governatore invia un dossier a Renzi per chiedere la deroga al Patto di stabilità «Partita aperta con il Governo, la Regione stanzierà 100 milioni per l’emergenza»

VENEZIA – È tornato da Roma a mani vuote, Luca Zaia. I colloqui al ministero dell’Economia, concordati per verificare se e quali risorse il Governo è disposto a stanziare per risarcire il Veneto ferito da alluvioni e frane, hanno scandito l’identico copione: ampia solidarietà verbale; presa d’atto del rigore documentale del dossier che stima in 457 milioni l’entità (provvisoria) dei danni; previsioni funeree circa l’erogazione di aiuti. «Mi hanno detto che la speranza di un risarcimento è pari a zero», riassume il governatore leghista «ma siccome la speranza è l’ultima a morire e prima di morire spacchiamo tutto, diciamo che ci stiamo mettendo tutto il nostro impegno, come abbiamo fatto ai tempi dell’alluvione del 2010. Anche allora la prima risposta fu: “Non abbiamo soldi”; poi però arrivarono 300 milioni». Allora a Palazzo Chigi c’era l’esecutivo “amico” Berlusconi-Bossi ma oggi, più che il colore politico, pesa la cronica instabilità istituzionale sancita dalla staffetta di palazzo Letta-Renzi: «Già, siamo diventati come la repubblica delle banane. Ogni due-tre mesi arriva la crisi e spunta lo stregone di turno con i suoi intrugli, adesso vedremo quali sono le magìe dei prossimi mesi. Poi finirà anche questo e ne arriverà un altro, sopra una diligenza, come nei villaggi del West, e offrirà altre pozioni miracolose. Il problema è che così l’economia e il Paese vanno a picco». Facezie a parte, c’è l’urgenza di rastrellare risorse per avviare la ricostruzione delle infrastrutture, garantire gli indennizzi alle famiglie e alle imprese, rilanciare le opere di salvaguardia: «La partita con Roma è tutt’altro che chiusa, la prima lettera che il premier Matteo Renzi si troverà sul tavolo avrà mia firma e conterrà, oltre alla richiesta di risarcimenti già formulata, la richiesta di una deroga autorizzata al Patto di stabilità, per poter spendere i soldi della Regione a beneficio dei veneti». Conferma la volontà di riscrivere il bilancio 2014 per dirottare una somma consistente dalle spese correnti al capitolo alluvione? «Sì, è quello che intendo che fare, voglio stanziare almeno 100 milioni agli aiuti al territorio, abbiamo 120 Comuni danneggiati, lo stato di calamità è esteso all’intera regione». E qui cominciano gli ostacoli, perché l’operazione richiede un taglio ai budget degli assessorati proprio mentre il dibattito in commissione lascia presumere il consueto assalto alla diligenza. «Stiamo verificando i conti per ritagliare risorse nella direzione indicata dal governatore», fa sapere l’assessore al bilancio Roberto Ciambetti «quest’anno, a differenza del passato, possiamo disporre un margine di spesa libera e vedremo di incrementarlo riducendo le uscite differibili, salve le altre priorità rappresentate da scuola, lavori pubblici e viabilità». Confronto in giunta, si diceva. Con tensioni già serpeggianti. Ciambetti si è assunto l’onere dello sherpa-mediatore ma nessun collega esulta alla prospettiva di rinunciare a una quota di finanziamenti. Contrastanti le prime reazioni. Via libera dal vice di Zaia, Marino Zorzato, unico rappresentante del Ncd nell’esecutivo, che anzi ha caldeggiato un poderoso emendamento al bilancio («Non possiamo far finta che non sia successo nulla») e anche il capogruppo di Forza Italia Leonardo Padrin apre uno spiraglio: «L’emergenza richiede risposte adeguate, è giusto individuare delle priorità e sfoltire il bilancio dalle voci di spesa superflue, che non mancano». Diverso l’atteggiamento di Forza Italia per il Veneto, che conta ben tre assessori – Massimo Giorgetti (lavori pubblici), Isi Coppola (sviluppo economico), Elena Donazzan (istruzione lavoro) – dotati di portafoglio: «Sacrosanto pensare a chi è stato colpito dal maltempo», commenta lo speaker Dario Bond «ma esistono altre urgenze come le estreme povertà, l’erogazione delle borse di studio, il trasporto locale, la manutenzione viaria. Non accetteremo che siano sacrificate».

Filippo Tosatto

 

L’analisi di Paolo Spagna, presidente regionale dell’Ordine dei geologi

«Manutenzione di fossi e fiumi. E speriamo che la neve non si sciolga» 

TREVISO «Il materasso alluvionale è saturo, l’acqua fuoriesce non appena trova uno sbocco. Il materasso è lo spazio in cui ci sono le falde, nel catino fra piano campagna e livello impermeabile, fra il Montello e il capoluogo. È pieno, e se arriva ancora acqua… Non si può far altro che pompare, sperando in un clima più normale. E va ripensare completamente la difesa del suolo, fermando la cementificazione. E che le istituzioni, finalmente, ci ascoltino».

Paolo Spagna, 61 anni, rodigino, è il presidente dell’ordine dei Geologi del Veneto, da anni impegnato nelle battaglie per la difesa dell’assetto idrogeologico della regione, per far entrare la cultura della prevenzione laddove il tempo è scandito ormai dalla recidiva delle emergenze alluvionali.

Dottor Spagna, proviamo a spiegare cosa sta succedendo. Ci sono 20 Comuni dove le falde si sono alzate e l’acqua fuoriesce da scantinati, garage, rampe, pavimenti…

«Due premesse. Una è la piovosità degli ultimi tempi: non eccezionale, ma continua. In un suolo sempre più cementificato, più impermeabilizzato. In questo contesto, il suolo della Marca ha elevata permeabilità, i flussi di acqua hanno riempito il materasso, fino a saturarlo. La linea delle risorgive è sopra Treviso, lo sbocco naturale è lì a nord».

Cosa si può fare, adesso? «Continuare a pompare acqua, aspettando che si esaurisca il carico idrico. In teoria, si potrebbero anche svuotare le falde, con il cosiddetto dewatering, ma è costoso, e rischia di essere inutile. Si crea depressione, possono defluire le acque dalla montagna, si torna al punto di prima. Fortuna che su è nevicato, altrimenti…»

Altrimenti?

«Un disastro, qui in pianura, vista la quantità di neve caduta. Fosse stata pioggia, si finiva male. E c’è da sperare che la neve resti sui monti, non si sciolga tanto presto».

Si poteva prevedere questa saturazione delle falde?

«Con un piano di previsione, si. Ma non ce l’ha quasi nessuno, non c’è per la provincia di Treviso. Sarebbe di grandissimo aiuto a Protezione Civile ed enti locali».

Concretamente, cosa si dovrebbe fare?

«Lo studio idrogeologico del territorio, l’analisi delle falde dei loro movimenti storici, negli ultimi 50 anni. Le tecnologie satellitari, oggi, consentono di intervenire in tempi rapidi».

Quali i tempi? E soprattutto, viste la casse vuote degli enti locali, con quali costi?

«Almeno due anni di studi. I costi? Fra le 8 e le 10 volte inferiori di quelli degli interventi dopo un’alluvione. I conti si fanno presto».

A proposito di alluvioni, per i fiumi a rischio esondazione si parla dei bacini di laminazione. Ma se sta realizzando solo 1, su 11 progetti.

«Indispensabili, se si vogliono evitare le piene. Anche perchè consentono agli argini di imbibirsi nel modo giusto».

Dica 3 cose da fare subito per evitare nuovi disastri.

«Manutenzione di fossi, canali e fiumi. Frenare la cementificazione, che ha aumentato a dismisura le zone impermeabillizzate, dove l’acqua non defluisce. E il piano di prevenzione. C’è un disegno di legge alla Camera perchè si creino gli uffici geologici del territorio».

I geologi come «assessori tecnici» al suolo?

«Assessori no. Ma sentinelle sì. Serve anche un completo ripensamento culturale e di approccio, in un Veneto troppo antropizzato».

(a.p.)

 

La Marca ora galleggia danni per venti milioni

Settecento le famiglie sott’acqua, situazione drammatica a Villorba

Coneglianese: allagate case, scuole e aziende. L’esercito a Cimadolmo

CONEGLIANO – Venti milioni di euro. È il primo, parzialissimo conteggio dei danni provocati dall’innalzamento delle falde. Un mare di soldi finito a bagnarsi fino a consumarsi. Case, scantinati, condomini, garage, capannoni, attività produttive, scuole ed edifici pubblici: ovunque, nella fascia delle risorgive della provincia, l’allerta resta altissima. Perchè sono ancora poco meno di 700 le famiglie con i piedi nell’acqua, e il conteggio dei danni sta già diventando proibitivo. La prima stima “monstre” arriva da Villorba, con il Comune che raccoglie le stime dei danneggiamenti fino alle 12 di domani in municipio, via mail fino a sabato. Ma tra capannoni e abitazioni, il sindaco Marco Serena non è tranquillo: «Previsioni? Non saremo molto distanti dai 10 milioni di euro di danni. E a Fontane e Carità l’emergenza non è certo finita». La situazione resta molto preoccupante anche a San Fior: «La falda sta mettendo in ginocchio un centinaio di famiglie», conferma il sindaco Gastone Martorel, «il sottopasso di via Codolo è impraticabile: cinque-sei auto sono rimaste intrappolate, c’è acqua alta quasi un metro». Resta problematica la situazione anche a San Vendemiano: «Il primissimo conteggio delle emergenze ci porta ad almeno 300 mila euro di danni», spiega Sonia Brescacin, «sul sito del Comune i cittadini troveranno il modulo per presentare richiesta danni». Ma fioccano anche nuove segnalazioni a Orsago (danni per centinaio di migliaia di euro) e a sud di Godega, principalmente a Bibano di Sotto. Il monitoraggio di Mareno resta quello con la situazione più complicata: in 250 con piedi a mollo, danni per almeno 5 milioni di euro. Anche se la falda comincia a dar segni di cedimento c’è poco da stare allegri. Acqua pure a Vazzola, con guai anche alla scuola, 30 famiglie sott’acqua e oltre un milione di danni. A Cimadolmo il livello delle falde è sceso in via Roro si sta rientrando nella quasi normalità rimangono circa una 15 di unità abitative con elevata criticità. Nel pomeriggio è arrivato l’esercito, con il 3° Reggimento Genio Guastatori di Udine. Lasciata la Sinistra Piave, le criticità non si fermano. «I guai coinvolgono 60 interrati, soprattutto nella zona di Varago», conferma Floriana Casellato, sindaco di Maserada, «d’altronde ho sempre sostenuto che costruire quel condominio in via Kolbe era un errore. Ora dobbiamo reagire, per questo convocheremo un’assemblea pubblica con i cittadini per spiegare come quantificare i danni: a tutti verrà fornito l’apposito modulo». Il monitoraggio di Carbonera registra danni per 200 mila euro a Vascon (una ventina le abitazioni coinvolte). Sta andando meglio a Breda (danni per 5 mila euro a una famiglia di Pero) e a Ormelle (problemi sono in un condominio di via Gere). Caso a parte quello di Borso: a Semonzo sono in 32 a vivere l’incubo. Il nuovo fronte è il capoluogo, con una falda che si sta alzando a San Pelajo: anche Treviso si allarma. L’unico a sorridere, pur pensando a chi sta peggio, è il sindaco di Santa Lucia, Riccardo Szumski: «Abbiamo investito circa 50 mila euro per riaprire fossi e sistemare le criticità. La speranza è che molti seguano il nostro esempio».

Massimo Guerretta

 

Tracima lo scolo del Ca’ Foncello via dell’Ansa frana nella scarpata

TREVISO – Quattro famiglie, anziani soprattutto, che rischiano di ritrovarsi isolate per il cedimento della strada, letteralmente inghiottita dalla frana della scarpata. Un’intera area agricola che rischia di non poter essere più raggiunta dai mezzi per la coltivazione dei campi e poi, a più vasta scala, un’area protetta che sta crollando sotto il peso delle acque e forse di una pianificazione che doveva e poteva essere fatta in altro modo. È la realtà che si sta vivendo in queste ore in via dell’Ansa, a Treviso, una delle zone più affascianti lungo il Sile, dove i residenti sono in allerta. Le piogge degli ultimi giorni hanno appesantito il terreno e gonfiato l’unico canale di scolo della zona, quello dove confluiscono gli scarichi privati di tutte le abitazioni nell’area ma anche quello del grande impianto di lavanderia del Ca’ Foncello che è stato convogliato proprio su quel rigagnolo. Risultato? La furia dell’acqua ha consumato le sponde facendone crollare un tratto lungo oltre 40 metri in parte occupato da via dell’Ansa, la strada che serve tutte le case di via dell’Ansa. Adesso le auto passano a stento, rasentando un salto di 60 centimetri che poi crolla nella fossa del canale di scolo. Ma non passano nè i mezzi della raccolta immondizie nè quelli del gas (tutte le abitazioni hanno la bombola esterna). Figuriamoci i trattori. Intervenire? Pressochè impossibile per i residenti perchè ripristinare la sponda costerebbe migliaia di euro, che le famiglie non hanno. «Qui serve l’aiuto del Comune», dicono gli abitanti del posto. Già, mica facile, perchè la strada è privata, proprietà e cura dei frontisti, e l’amministrazione si ferma al confine. L’alternativa più semplice sarebbe quella di trovare un accordo tra proprietari dei terreni e spostare la strada in una zona che non sia soggetta a crolli, lontano dal canale. Ma anche qui a mettere lo stop è l’Ente parco Sile che tutela alberi e siepi che verrebbero spianate per lasciar passare a strada. «Noi cosa possiamo fare?», dicono gli abitanti. Allo sconforto per gli ostacoli burocratici e i costi della manutenzione si aggiunge la paura di nuovi crolli e nuovi cedimenti. La frattura nel terreno è spaventosa ed evidente. «Se piove ancora, e il canale si gonfia rischia di franare ancora», magari sotto il peso di un’auto di passaggio. «Ca’ Sugana ci deve aiutare». I lavori fatti tre anni fa e pagati anche dal Comune? Non sono bastati.

(f.d.w.)

 

Bomboniere da buttare a S. Vendemiano. Colle, via alle verifiche 

SAN VENDEMIANO. La falda scoppia anche nel centro di San Vendemiano. Nel seminterrato di un condominio di via De Gasperi 14, quasi di fronte al municipio, si contano già migliaia di euro di danni. «Abbiamo dovuto buttare la merce che avevamo nel magazzino», racconta Edi Celotto, titolare del negozio «Tiffany». Lì vi sono quattro attività commerciali e sopra abitano sette famiglie. Il negozio di dolciumi e bomboniere è stato il più colpito. Anche lì da una decina di giorni vi sono in funzione sei pompe, per svuotare i seminterrati dall’acqua che esce a seguito dell’innalzamento delle falde. «L’assicurazione non risponde per questo tipo di danni», spiega il negoziante «siamo andati in Comune per chiedere come fare ad ottenere dei risarcimenti. In vent’anni che sono qui non era mai successa una cosa simile». Se a San Vendemiano il problema è riconducibile alla falda, a Colle Umberto è uno strato di argilla all’origine degli allagamenti sul Menarè. L’ipotesi è stata formulata ieri dai tecnici del Consorzio di Bonifica Piave in sopralluogo insieme al sindaco Giuseppe Donadel. Prosegue intanto l’allarme allagamenti che interessa una cinquantina di famiglie tra le vie Madonna della Pace, Don Minzoni e Adige. «Verificheremo concessioni e criteri di realizzazione dei piani interrati», annuncia intanto il sindaco. «Alcune case sono state vendute chiavi in mano  con le pompe dentro».

(f.g.)-(di.b.)

 

«Canali, saltata la manutenzione»

L’ex assessore Giuseppe Basso punta il dito sull’amministrazione: subito i lavori

TREVISO «Attenzione, in zone a rischio della città serve manutenzione: a San Lazzaro il fogliame ostrusice scoli fondamentali, scarichi così intasati non si sono mai visti». Il grido di allarme per la città arriva da un addetto di lavori. Bepi Basso, oggi consigliere ai Trecento della lista Gentilini, ma dal 2003 al 2013 assessore i ai lavori pubblici, anni in cui ha affrontato la grande alluvione del 2005 (mezza città sott’acqua) e quella del 2010 che allagò S. Zeno, S.Vitale e Canizzano. «Anche l’ultima ondata di maltempo deve suggerire alla giunta di prestare la massima sensibilità, invece mi sembra ci sia scarsa attenzione», dichiara l’ex assessore, «a SanLazzaro diversi residenti mi segnalano che alcuni giardini si sono allagati perché le canalette della tangenziale non scolano bene. Lì c’è competenza mista fra Veneto Strade e Comune, ma è bene monitorare la situazione. Ancor più grave quanto vedo vicino alla rotonda, nella zona del Fuin: gli scarichi delle condotte che dovrebbero finire sul fosso sono completamente ostruiti dal fogliame. La zona è veramente delicata, lì bisogna avere mille occhi, controllare sempre. E lo dico per esperienza…». Basso si rivolge direttamente alla giunta: «Sono scarichi che sono fondamentali, e vanno tenuti sempre costantemente puliti, per non ritrovarsi sott’acqua» E sempre sul deflusso delle acque in città, l’ex assessore segnala anche l’annoso problema della Storghetta, a Fiera, in via del Daino. «Il tratto terminale della Storghetta deve essere ripulito dalle erbe acquatiche, per favorire il deflusso, specialmente nell’ultimo tratto, che è zona depressa e molto umida: basta un niente, un tappo di erbe o alghe, o un altro tappo artificiale, che non scarica più nello Storga e la zona va sott’acqua». In questo caso la competenza è del Genio Civile… «Ed è noto che non ha molte risorse, almeno sul fronte idraulico», aggiunge subito Basso, «nel mio mandato avevo raggiunto un accordo che somigliava a una staffetta: una volta intervenivano loro, una volta noi come amministrazione…».

(a.p.)

 

MALTEMPO »IL REPORTAGE

«Maledetta acqua sgorga dappertutto»

Da Mareno a Vazzola: zampillano persino le prese di corrente

MARENO DI PIAVE – Da Mareno a Vazzola l’emergenza falde ha il volto di quasi 500 famiglie che da due settimane vivono senza sosta l’incubo dell’acqua che si porta via mobili ed elettrodomestici, che ha raggiunto livelli anche di un metro dentro scantinati, taverne, lavanderie, garage. Accanto a loro ci sono i visi stanchi del volontari della Protezione civile, giunti da tutta la provincia: sono in 60 solo a Mareno, al lavoro anche 18 ore al giorno, qualcuno non torna a casa da giorni, dorme nella sede di Soffratta. A loro si aggiungono i militari dell’esercito. Basta guardare tutti loro per capire cosa si vive da giorni in questi due paesi. Qui l’acqua arriva da sotto e non risparmia nulla. A Visnà la pressione ha persino fatto sollevare metri e metri di piastrelle dell’archivio della scuola elementare, danneggiando i documenti che vi erano custoditi. Il Comune si è visto costretto a dover scoperchiare i pavimenti per garantire la sicurezza di alunni, insegnanti e bidelli. Ma non è l’unico caso. «Complessivamente nel Ccomune di Vazzola abbiamo stimato danni per un milione di euro», spiega il vicesindaco Claudio Modolo che monitora personalmente la situazione insieme alla Protezione civile. E il conto sembra destinato a crescere. Lo sa bene la famiglia Pizzato: la loro casa in via Campagnola è una delle più colpite. L’acqua ha toccato il livello di un metro ed esce anche dalle prese della corrente. Hanno dovuto segare il legno e i mobili della taverna per salvarli, hanno danneggiato bagno, lavanderia, garage. «Solo per il risanamento ci hanno chiesto tra i 70 e i 100 mila euro, complessivamente abbiamo almeno 150 mila euro di danni», spiega Fortunato Pizzato. Lui fa l’idraulico e ha attivato tutte le soluzioni possibili per salvare la sua casa che è lì da 25 anni e ora per la prima volta è il teatro di una scena pietrificante. «Abbiamo in funzione un trattore, un’idrovora da 150 di diametro, una con il motore di un camion, abbiamo 11 pompe e scavato anche un pozzo fondo sette metri, in un giorno e mezzo abbiamo consumato 10 ettolitri di gasolio per 1.660 euro», spiega. Nel suo giardino scorrono anche 450 metri di tubi, eppure, non basta. «Abbiamo smantellato tutto, siamo stati costretti a installare paratie alte un metro». In quella zona non si era mai visto nulla di simile. «Mio nonno ha 87 anni, è qui da sempre, non ha ricordi di episodi del genere», racconta il figlio, Davide Pizzato. Storie simili in via Rivere e in via Del Mas, nel centro di Vazzola. A pochi chilometri di distanza c’è Mareno, il centro con la situazione più grave secondo l’assessore provinciale alla protezione civile Mirco Lorenzon. Strade chiuse per lasciar passare i tubi, getti d’acqua che escono dalle case trasformando le vie in rigagnoli. Qui il rumore delle pompe che si sente a metri di distanza. Via Canova, via Sile, via Calmessa, via Papa Luciani, via Donatori del Sangue sono solo alcune delle circa quindici arterie colpite, sono quelle in cui la situazione è più disperata. La falda ieri si abbassata di 3 centimetri, ma nei giorni precedenti era cresciuta di 15. E continua a piovere e a crescere il numero delle famiglie invase dall’acqua. Persino la pompa dell’esercito in via Donatori del Sangue non ha retto lo sforzo: ieri ha ceduto un’elettrovalvola. «C’è stato un black out ma nel giro di 15-20 minuti l’abbiamo aggiustata», spiega il maresciallo Luigi Salvarese del ottavo reggimento genio guastatori paracadutisti quinta folgore presente con 6 uomini. A non reggere più sono soprattutto i residenti, costretti a fare i turni per sorvegliare le pompe, a spendere anche 9 mila euro in una settimana, a rifare muri, a buttare mobili ed elettrodomestici, a vivere con i sacchi di sabbia e le pompe in casa. «Ringraziamo la protezione civile, stanno qui giorno e notte, sono i nostri angeli», dice Carla Silvetrin mentre guarda l’acqua uscire dalle pareti della sua casa, in via Calmessa. «Se spegniamo un attimo le pompe il livello sale subito», spiega il marito Stefano Secco. La loro vicina, Joy Luvison, ha appoggiato il tavolo della taverna sopra ruote accatastate per salvare il legno. «Avevamo fino a ieri 10 centimetri d’acqua», ha raccontato ieri. Non va meglio in via Canova, dove si rivive l’ansia del novembre 2012. «Era già successo tre anni fa, ma stavolta è un disastro», racconta Antonio Fornaro mentre mostra come l’acqua risale persino lungo le tubature, fin dentro i lavandini. Antonio ieri pomeriggio ha lavorato a lungo per trascinare fiori l’acqua dal suo garage, fin dentro ai tombini, ma è un incubo che non si frena. «Continua a salire», dice, «viene su dal pavimento». Qui c’è anche l’ansia degli sciacalli: le famiglie hanno visto gente aggirarsi con aria sospetta tra le case, temono i furti del gasolio per cui spendono già chi 10, chi addirittura 13 euro l’ora. «Paghiamo il mutuo per una casa che è distrutta, che nessuno ci comprerà più», protestano in via D’Aviano. Sono 250 le famiglie che sono in queste condizioni a Mareno, in loro soccorso ci sono volontari di associazioni diverse. «Abbiamo turni di 40 persone con picchi anche di 60», spiega Monia De Cicco dalla sala operativa della protezione civile. Se a Vazzola il danno è stimato in un milione di euro, qui si parla di almeno il triplo. L’amministrazione comunale però non ha ancora dati ufficiali. «Abbiamo fatto un censimento per raccogliere informazioni sull’entità dei danni, su quanti sono i cittadini e le famiglie colpite e su quanto stanno spendendo», spiega Andrea Modolo, assessore ai lavori pubblici che segue le situazioni sul campo. Il sindaco Gianpietro Cattai ha scritto all’autority per l’energia e il gas, per chiedere che vengano tagliati i costi a chi chiede di aumentare la potenza dei contatori dell’elettricità.

Renza Zanin

 

SALUTE E AMBIENTE »PIEVE DI SOLIGO

Accordo del Comune con un agricoltore che rinuncia a 2 mila 149 metri quadri di Prosecco: si farà un parco per i bimbi

PIEVE DI SOLIGO – Un vigneto estirpato per allargare il giardino della scuola primaria. E allontanare i trattamenti con i pesticidi dai polmoni dei suoi piccoli allievi. È il risultato di un accordo tra il Comune di Pieve e un agricoltore di Solighetto, che ha deciso di rinunciare a ben 2.149 metri quadrati di filari di Prosecco Docg, per mettere a disposizione dei bimbi un parco più grande in cui correre, giocare, divertirsi. Entro 45 giorni da oggi, una consistente porzione del vigneto tra via Fabbri e la scuola primaria “Papa Luciani” dovrà essere estirpato. L’accordo è frutto di una mediazione durata diversi mesi. E fa felice tutte le parti in causa: i bambini, prima di tutto, che avranno più spazio per giocare, e i genitori, che non dovranno preoccuparsi dei trattamenti effettuati sul vigneto. Il Comune, che in questo modo recepisce i dettami del Regolamento di Polizia Rurale, molto severo sulle distanze tra vigneti e siti sensibili, come le scuole. E il privato, che in cambio dei filari sacrificati, e grazie a una perequazione urbanistica, otterrà l’edificabilità di un’altra sua proprietà, poco distante. «Non solo un’area più grande per i bambini, ma anche la tutela della loro salute» è il risultato della mediazione, secondo il sindaco di Pieve di Soligo, Fabio Sforza. «Il privato ha capito appieno il senso della nostra richiesta e lo ringrazio: era necessario garantire ai bimbi delle scuole uno spazio più consono alle loro attività, evitando di avere vicino uomini e mezzi impegnati a lavorare alla manutenzione del vitigno. In questo modo, abbiamo dato anche un segnale importante sul fronte ambientale: non solo il controllo per il rispetto del Regolamento in vigore nelle nostre colline, ma anche azioni concrete e propositive, senza che alcuna delle parti coinvolte venga svantaggiata negli accordi». È di mercoledì l’atto pubblico ufficiale con cui l’agricoltore ha ceduto il terreno al Comune. I bimbi della primaria di Solighetto, in effetti, fino a oggi erano costretti a convivere con spazi piuttosto angusti, nel loro giardino. Chiuso tra le strade, e il vigneto. Anche se nell’ultimo anno non sono giunte segnalazioni ufficiali in municipio, a qualche genitore la vicinanza con i filari di Prosecco non piaceva troppo, per via dei trattamenti fitosanitari effettuati in primavera. E infatti, il Comune ha imposto all’agricoltore di rimuovere tutte le piante entro 45 giorni, quindi prima che inizino i trattamenti. In modo da prevenire, come già avvenuto nelle scuole di Refrontolo e Conegliano, denunce alla polizia locale durante i trattamenti. «Era giusto creare un’area di rispetto» sottolinea Sforza «ora la zona di protezione sarà ampliata». I “pali di testa” del vigneto arretreranno di alcune decine di metri, poi il Comune collaborerà con il privato per la posa della nuova recinzione. Anche il “nuovo” vigneto, più arretrato, dovrà comunque rispettare il Regolamento, che recita: «Nei pressi di aree particolarmente sensibili quali asili, scuole di ogni ordine e grado, centri diurni, aree verdi aperte al pubblico, è obbligatorio operare esclusivamente nell’orario di chiusura e, comunque, dopo il termine delle lezioni». Dopo che i filari saranno rimossi, gli operai comunali procederanno con il livellamento del terreno e la semina dell’erba. I bimbi di Solighetto dovrebbero avere il loro giardino pronto per l’inizio del prossimo anno scolastico. Novità sono in arrivo anche sul fronte della viabilità. L’ampliamento potrebbe permettere al Comune anche di ricavare una nuova entrata, e un nuovo spazio di manovra per gli scuolabus.

Andrea De Polo

 

Mano tesa tra produttori e ambientalisti

Il Consorzio Docg: «Ma il connubio vigneto-rischi salute è fuoriluogo» . Il Wwf: «Convertire al bio»

PIEVE DI SOLIGO – L’accordo di Pieve di Soligo per allontanare il vigneto dalle scuole è una mano tesa tra produttori e ambientalisti. Due mondi che nei 15 Comuni della Docg Prosecco si sono letteralmente fatti la guerra, negli ultimi anni, ma che ora sembrano dialogare di più, e meglio. Anche se quella di Solighetto, per gli ambientalisti, è solo una soluzione temporanea, e servirebbe un intervento radicale: convertire la Docg al biologico. Innocente Nardi, presidente del Consorzio di Tutela Prosecco Docg, rifiuta il connubio vigneti-rischi per la salute: «I vigneti arricchiscono il territorio in termini di bellezza. Certo, le medicine alle piante vanno date con parsimonia, e sono convinto che i luoghi sensibili, come le scuole, necessitino di un’attenzione particolare. Pensare al vigneto come a un rischio per la salute, però, è un’equazione fuori luogo».

Il caso di Solighetto è unico nel suo genere: «Lì le scuole avevano comunque bisogno di più spazio, mi sembra un’operazione positiva».

Un plauso all’iniziativa anche da Legambiente Sernaglia: «Quando le azioni mettono al primo posto la salute, al posto del business, vanno nella direzione giusta» spiega il presidente, Marcello De Noni. A Solighetto l’accordo è stato possibile grazie alla buona volontà del privato, altrove non è così facile: «Non ci interessa entrare in conflitto con gli agricoltori: sappiamo che ci sono persone che per vivere e lavorare hanno bisogno di utilizzare anche prodotti “discutibili”, ma la soluzione non è semplice».

Alla base di tutto, anche una certa concorrenza tra agricoltori: perché io devo rinunciare a qualcosa, se il mio vicino continua a lavorare come ha sempre fatto? «La prospettiva a lungo termine è portare la Docg al biologico. Così il prodotto sarebbe più spendibile anche sui mercati esteri, oltre che inimitabile, e farebbe anche il bene dei produttori. Altrimenti ci fanno le scarpe».

Più severo Wwf Altamarca, con Gilberto Carlotto: «Sicuramente non è acquisendo le vigne che si risolve il problema. La ciclopedonale da Pieve a Barbisano è costeggiata dai vigneti, li acquistiamo tutti? Per proteggere i gruppi vulnerabili che transitano sulle strade, giocano nei parchi o nei giardini privati e vivono nelle case di proprietà, soggette alla deriva dei fitosanitari, non è questa la soluzione: l’unica possibilità è il passaggio alla difesa biologica certificata Ce».

(a.d.p.)

 

Approvato all’unanimità dal Consiglio un documento che chiede il coinvolgimento dei Comuni

CASTELFRANCO – In 2 anni 410 interventi con il Piano Casa. Un dato rilevante riguardante gli interventi autorizzati dal Comune grazie alla legge regionale che promuove gli interventi urbanistici con fini abitativi. I primi 2 Piani Casa promossi dalla Regione Veneto a Castelfranco hanno condotto ad un numero complessivo di 500 richieste pervenute. Ne sono state autorizzate 410. L’indotto per le imprese del settore edilizio si stima in svariati milioni di euro di lavori eseguiti o in corso di esecuzione. Il dato è emerso durante l’ultimo consiglio comunale, avvenuto venerdì. Se da un lato i dati sono sicuramente positivi, dall’altro ci sono forti preoccupazioni per quanto avverrà nel 2014. Il terzo Piano Casa promosso dalla Regione infatti ha trovato il parere negativo del Consiglio Comunale. È stato discusso in Consiglio un ordine del giorno proposto dal capogruppo di opposizione Sebastiano Sartoretto (Pd-lista Sartor) riguardante il Piano Casa. Si tratta di un’osservazione rispetto alla legge sul Piano Casa promossa dalla Regione per il 2014. L’osservazione riguarda il fatto che, con il terzo Piano Casa, i Comuni vengono totalmente sottratti della possibilità di decidere in che misura applicare il Piano Casa.

«Diversamente da quanto disposto in passato dal primo e secondo piano casa», ha detto Sartoretto, «il nuovo piano casa non contempla espressamente la facoltà per i Comuni di decidere in che limiti e modi applicare le anzidette misure, adattandole alla propria realtà territoriale, mediante l’adozione di una specifica delibera consiliare».

E aggiunge: «Dall’applicazione incondizionata del terzo Piano Casa sul territorio comunale potrebbero discendere gravi conseguenze tali da destabilizzare l’effettività delle previsioni degli strumenti urbanistici generali. Chiediamo la revisione della legge regionale in modo che venga ripristinato il coinvolgimento dei comuni sull’applicazione del Piano Casa in particolare proprio per quanto riguarda i centri storici».

La proposta è stata accolta con favore da tutto il consiglio comunale che ha votato all’unanimità l’ordine del giorno presentato dal consigliere Sartoretto.

In ambito urbanistico, venerdì sera è stata approvata una variante con cui si sono rese di nuovo aree verdi alcuni lotti precedentemente resi edificabili. Nel corso degli ultimi mesi più volte sono state approvate varianti di questo tipo. I proprietari, dunque, non saranno più costretti a pagare quote Imu per lotti inutilizzati.

Daniele Quarello

 

Timori a Casale nonostante il “no” della Regione al progetto

Zanoni: «Probabile battaglia legale». Bisinella all’attacco

CASALE – La delibera della giunta regionale che ha bocciato la discarica Coveri di Lughignano non basta all’amministrazione comunale per considerare chiusa la battaglia.

«Già negli anni passati più volte, sia da parte dell’amministrazione comunale che da parte del comitato e di altri enti, si era gridato alla vittoria e poi la questione era puntualmente ripartita», chiarisce il sindaco Stefano Giuliato, «riteniamo che la volontà della Coveri di perseverare con il progetto di discarica sia più che mai viva. Altrimenti, come già denunciato, non si capirebbe come mai l’azienda abbia definitivamente acquistato i terreni nel mese di dicembre».

Se da una parte, dunque, l’amministrazione di “Progetto Casale Futura” non può che essere soddisfatta dal diniego arrivato mercoledì dalla giunta Zaia, che segue il “no” dato a settembre dalla Commissione di Valutazione d’impatto ambientale, dall’altra il sindaco invoca la prudenza e chiede la massima allerta:

«L’esperienza in questi 21 mesi di amministrazione ci hanno insegnato che la Coveri non molla la presa. Invitiamo a mantenere alta la guardia per poter vincere la guerra».

Sulla stessa linea anche l’eurodeputato trevigiano del Partito Democratico Andrea Zanoni: «Con la decisione adottata dalla Regione sembra sia stata finalmente scritta la parola fine a una battaglia durata 14 anni», spiega l’eurodeputato, «in questo momento di giustificato entusiasmo, invito comunque tutti a stare allerta: la Coveri potrebbe non lasciare morire così la questione. Un ricorso al Tar contro la decisione della giunta veneta sarebbe nelle sue possibilità. Raccomando quindi la massima attenzione affinché la decisione della giunta sia la pietra tombale di un progetto pericoloso e deleterio».

Ma sulla questione Coveri non mancano gli attacchi al vetriolo. A scatenare le polemiche, la senatrice trevigiana della Lega Patrizia Bisinella: «Ora che c’è stato il parere negativo in Regione, a cantar vittoria e a prendersi meriti sono in tanti, anche esponenti del centrosinistra che si stanno agganciando a fine corsa. Il buon esito della vicenda è attribuibile all’interessamento da subito messo in campo dall’amministrazione comunale e da una squadra Lega-Pdl che ha visto anche l’intervento presso il Ministero dell’Ambiente da parte mia e del senatore Franco Conte».

Rubina Bon

 

LA DENUNCIA DELL’EURODEPUTATO PD ANDREA ZANONI

La Regione ha già anticipato tutta la spesa, i rincari saranno pagati con le tariffe dagli utenti

TREVISO – La Pedemontana costerà altri 500 milioni di euro che arriveranno dalle tasche dei cittadini. A cinque anni dall’avvio del piano per la realizzazione della superstrada che dovrebbe collegare Montecchio Maggiore a Spresiano l’eurodeputato Pd Andrea Zanoni ha svelato i segreti del contratto di project financing stipulato tra la Regione e l’Ati tra Itinere infrastrutture e Consorzio Stabile Sis, ovvero i due attori privati che hanno vinto la gara d’appalto. Da cinque anni a questa parte tutti avevano provato a scovare la convenzione. Ma a nulla erano servite interrogazioni parlamentari, richieste dei consiglieri regionali. Poi a dicembre il Co.Ve.Pa (Coordinamento Veneto Pedemontana alternativa) e Zanoni hanno notato in una delibera regionale una postilla, in cui si diceva che la convenzione e la sua modifica erano depositate presso lo studio di un notaio. Da lì è partita la caccia. In poche settimane è stato individuato il notaio Roberto Gasparotto, a cui sono stati chiesti i documenti. Dopo alcuni giorni, e un pagamento di 700 euro per gli atti notarili, la convenzione è arrivata sul tavolo di Zanoni.

A metà dicembre con una modifica alla convenzione alla base dell’accordo sono stati aggiunti al bilancio del piano (ora di 2,3 miliardi di euro) altri 441 milioni, provenienti dalle casse della Regione Veneto e dello Stato. In tutto il finanziamento pubblico all’opera sale a 1.050.000 euro.

«Un aumento di capitale per coprire nuove spese» ha spiegato Zanoni, «che viene interamente finanziato dai contribuenti».

E proprio sul fronte dell’impegno per pagare la Pedemontana, Zanoni sfodera un altro asso: i pedaggi. «Uno specchietto per le allodole la gratuità della strada fin qui sbandierata, la Pedemontana sarà a pagamento. Gli sconti? Del 50%, ma solo per i primi 15 anni. Esenti saranno solo gli over 65 anni e under 23». Quindi ben poche persone rispetto a quelle, residenti della zona o meno, che transiteranno per la strada. Dal 15esimo anno ilo sconto si abbasserà al 25%, e dal ventesimo pagheranno tariffa piena tutti.

Zanoni svela quelli che sono gli accordi in caso di un’improvvisa sospensione del piano.

«La Regione sarà costretta a pagare ai costruttori il 10% dei guadagni previsti nei successivi 40 anni» dice l’eurodeputato, e questo anche nel caso in cui i costruttori «avessero difficoltà» ad ottenere i finanziamenti da parte dell’ente pubblico e decidessero quindi di recedere dall’impegno contrattuale. Si parla di circa 500 milioni di euro. A ciò si aggiunga il fatto che l’amministrazione sarebbe costretta ad un rimborso di tutte le spese: di fatto viene eliminato il rischio d’impresa, assicurando un guadagno ai privati anche nel caso l’opera venga fermata», prosegue l’eurodeputato.

Alla “Ati” la Regione verserà inoltre 436 milioni di euro a titolo di contributo per colmare eventuali ricavi inferiori rispetto alle previsioni. Dovrà versarli fin dall’entrata in esercizio anche di un solo tratto della strada. Ma i guadagni, al contrario, se li terrà il privato. Nella prima convenzione era prevista una restituzione in trent’anni della cifra, ma con la modifica si è lasciato campo libero all’azienda, “il Commissario e il Concessionario calcoleranno l’eventuale restituzione del canone”, si legge ora nella convenzione.

“Inoltre è stato stabilito”, spiega Massimo Follesa del Covepa, “che se il costo del denaro rincara, la convenzione può essere modificata con la previsione di ulteriori fondi pubblici alla Sis».

La Superstrada Pedemontana Veneta dovrebbe essere ultimata entro il 2016, queste le previsioni. Oggi il cantiere è aperto solo in provincia di Vicenza, secondo il commissario Silvano Vernizzi è stato completato circa il 10% dell’opera. In tre mesi dovrebbe essere già completato il tratto da Montecchio maggiore a Montecchio Precalcino. In aprile le ruspe intanto inizieranno a lavorare nel tratto Breganze Cassola, e entro maggio sarà completato l’acquisto di tutte le aree in cui insisterà la superstrada. A settembre invece cominceranno i lavori nel trevigiano.

Federico Cipolla

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IL COMMISSARIO VERNIZZI RESPINGE LE CRITICHE

«Spese lievitate per soddisfare i Comuni»

VENEZIA «Per rispondere alle richieste dei Comuni abbiamo dovuto cambiare i piani sul pedaggio». Silvano Vernizzi, commissario della Pedemontana Veneta, spiega così le modifiche apportate alla convenzione a metà dicembre. Fino a quel momento la gratuità era garantita a tutti i residenti. «Ma le richieste di modifica al progetto da parte dei comuni sono state molte. Trincee, gallerie e altri interventi hanno fatto aumentare i costi, e abbiamo dovuto riparare attraverso i pedaggi», spiega Vernizzi. Comitati e Zanoni sostengono però che non si tratta di maggiori richieste dei sindaci, quanto di una valutazione d’impatto ambientale non scrupolosa: «Si sono accorti solo ora che alcuni pozzi idropotabili andavano protetti. Molti di quei contributi serviranno a pagare interventi ambientali trascurati in precedenza», afferma Massimo Follesa di Covepa. Vernizzi poi rispedisce al mittente le accuse di un’eccessiva tutela dell’investimento privato, «Dare il 10% dei guadagni stimati, in caso l’amministrazione receda dal contratto, è una norma del codice degli appalti, introdotta da Di Pietro quand’era ministro. Zanoni lo dovrebbe sapere. Non dipende da noi, è identica per ogni concessione e ogni project financing». Vernizzi invece conferma che degli utili le casse pubbliche non ne vedranno nemmeno l’ombra: «Sono del concessionario, è normale. Salvo il caso in cui al decimo di gestione abbia ottenuto un incasso superiore a quello previsto dal piano economico. Se così fosse il surplus sarebbe diviso al 50% tra Regione e privati». Infine i nuovi 370 milioni arrivati da Roma: «Si sapeva che sarebbero arrivati. Rientrano nel Decreto del fare, abbiamo approvato i progetti esecutivi entro fine anno in tempo per riceverli».

( f.c.)

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Tribuna di Treviso – Frane, l’emergenza infinita

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7

feb

2014

maltempo»le frane

I geologi: non si fermano. Ma anche l’acqua fa ancora paura

Sulle colline d’argilla cedono boschi e vigneti

Viaggio tra i rilievi con i geologi Antonio Della Libera e Gino Lucchetta «Fondamentale chiudere le fessure sui terreni. Dobbiamo prevenire»

di ANTONIO DELLA LIBERA e GINO LUCCHETTA – geologi (testo raccolto da Andrea De Polo)

Rocce frammentate, sedute su un letto di argilla: è la combinazione peggiore, per la stabilità di ogni terreno. È, purtroppo, la combinazione più frequente sulle colline di Vittoriese e Quartier del Piave, che mai come in questi giorni stanno mostrando tutta la loro fragilità. Sono decine di smottamenti più o meno gravi riscontrati nelle ultime ore. A Cozzuolo sono scesi 100 mila metri cubi di montagna. Per ora. Rocce, alberi e terra sono ancora in movimento, e i rischi non vanno sottovalutati: i monitoraggi continuano. Ma la Val de Mar è una zona critica da molto tempo, è zona da monitorare sempre. Si vede a occhio nudo: le colline che le fanno da cornice portano tutte i segni di frane più o meno antiche. Un asse critico, che con le piogge ha aumentato la sua instabilità. Le frane non ci devono sorprendere: come le malattie, nascono prima che si manifestino. Due le ragioni principali: le perturbazioni si sono intensificate negli ultimi anni. Ma c’è anche l’abbandono del territorio da parte dell’uomo, che una volta interveniva ai primi segni di movimento del terreno. Dopo Cozzuolo, preoccupa il fronte di Formeniga: quello è un fenomeno vasto e profondo, che coinvolge il versante sotto la chiesa e il campanile. È una predisposizione geologica: in alto si trova il conglomerato, cioè le rocce fratturate, che lascia filtrare l’acqua. Questa raggiunge una base di argilla, che con le forti piogge si fluidifica, generando instabilità. A Fregona, invece, è crollato un vecchio terrapieno, così come a Sarmede: famiglie evacuate, auto distrutte, la minaccia di nuove piogge, da oggi. Ma non è solo colpa del maltempo degli ultimi giorni. Dobbiamo prevenire. Ognuno deve fare la sua parte, pubblico e privato. Servono piani di intervento, con la collaborazione dei geologi. Alla base, però, dev’esserci una grande cultura del territorio, verso la quale il pubblico dovrebbe indirizzare maggiori risorse. Da venerdì non c’è un attimo di pace. Non è sufficiente andare su tutte le frane del Quartier del Piave, ogni giorno se ne aggiungono di nuove. Ieri è toccato alla strada del Madean, a Valdobbiadene: un fronte importante, largo 150 metri e profondo almeno dieci, che ha coinvolto un bosco di castagni. Lì il terreno è di argilla rossa, si imbeve di acqua e diventa una spugna fluida, che scivola a valle trascinando con sé anche i castagni centenari. Gli alberi sono rimasti dritti perché la superficie di movimento è più profonda rispetto alle loro radici ancorate nel terreno. Vanno subito chiuse le fessure, perché non entri altra acqua. L’argilla “imbevuta” è la responsabile anche della frana di Refrontolo, in via Patrioti: la particolarità, in questo caso, è che la frana si è mossa su una pendenza abbastanza dolce, di 8-9 gradi. Inusuale, ma c’era già qualche infiltrazione, e l’argilla è diventata come sapone. Diverse le frane vicine al Molinetto della Croda, sempre a Refrontolo: lì il torrente Lierza ha scavato il versante della collina. Era successa la stessa cosa nel 1996 e nel 1997. Il fiume erode il piede della collina, e le rocce scivolano. In questo caso è “normale”, e non ci sono molte cure a disposizione. Preoccupa, per le prossime ore, un fronte franoso a Colfosco: in via San Daniele, ci sono blocchi di roccia di diversi metri cubi, che possono fare parecchia strada. I pericoli non sono affatto scongiurati. Sulle base delle previsioni del fine settimana, ci aspettiamo 80 millimetri di pioggia, ma diluiti nel tempo. In ogni caso, sarà fondamentale chiudere le fessure sui terreni. E compiere monitoraggi continui per controllare ogni smottamento.

 

Si stacca una selva di castagni centenari

Fronte franoso di 150 metri sulla via che porta al Posa Puner: se si muove trascina a valle la strada

VALDOBBIADENE – Frane, emergenza senza fine. L’ultima in ordine del tempo è stata segnalata a Valdobbiadene. Per ora sono solo alcuni segni sull’asfalto, con le nuove piogge rischia di diventare uno smottamento importante. Siamo sulla strada del Madean, che porta al Posa Puner: si è “staccato” da terra un bosco di castagni centenari, un fronte franoso di 150 metri con una profondità di dieci. Così profondo che gli alberi sono rimasti dritti: la frana è sotto le radici. Se si stacca, trascina a valle l’intera strada; alcune abitazioni rischiano di restare isolate. Si muove ancora anche via Patrioti, a Refrontolo: le case non sono a rischio, ma un bombolone del gas è collocato al limite della frana. Per sicurezza, ieri è stato consigliato ai proprietari di disattivare l’utenza. Al confine tra Refrontolo e San Pietro di Feletto, operai intervenuti in via Mire, dove ieri l’asfalto si è “seduto” in corrispondenza di un tornante. A San Pietro, per lunedì pomeriggio il sindaco Loris Dalto ha organizzato un sopralluogo su tutte le frane del Comune, per tranquillizzare la popolazione: le case non sarebbero a rischio. A Colfosco, monitorata via San Daniele (la strada che porta al colle della Tombola): fessurazioni nel terreno non lasciano ben sperare, diversi metri cubi di roccia sono pronti a muoversi, per fortuna le case non sarebbero interessate dal cedimento del terreno. Nel Vittoriese, decine di smottamenti: 12 solo in Comune di Vittorio Veneto. A Cozzuolo, dove una famiglia è stata evacuata e un’altra rimane isolata, il problema riguarda anche via San Mor, da dove la frana è partita: la strada ora siede sul ciglio del precipizio. La situazione più grave (dopo Cozzuolo) è a Formeniga, dove la chiesa è isolata: bloccate entrambe le vie di accesso. In via Somera, a rischio la tubatura del gas collocata sotto la carreggiata. Impraticabile anche via Formeniga, dove l’asfalto della strada si è aperto in più punti: le voragini sembrano quelle di un violento sisma. Attenzione particolare in queste ore per le frane di Sarmede (evacuata un’abitazione) e Fregona (automobili sepolte dal fango a Osigo).

(a.d.p.)

 

Valanga sulla casa Salvata una famiglia con marito disabile

I vigili del fuoco scavano un varco nella terra per liberarli

Pietro Mattiuz trasportato in barella: «È un vero incubo»

VITTORIO VENETO – Una montagna scivolata a valle, e appoggiata sulla casa. In via Val de Mar, a Cozzuolo, sono venuti giù 100 mila metri cubi di fango, terra, roccia. La casa della famiglia Mattiuz è rimasta in piedi, ma è troppo pericoloso restare all’interno: il fronte franoso è in continuo movimento. Ieri i vigili del fuoco hanno provveduto a evacuare l’intera famiglia: mamma Danila, papà Pietro e la figlia Monia. Se le due donne saranno ospitate nell’abitazione dei cugini, poco distante, il papà, con problemi di deambulazione, per i prossimi giorni dormirà a casa dell’altra figlia, che abita a valle. Ieri, durante tutta la giornata, i vigili del fuoco hanno lavorato per oltre due ore per ricavare un varco nella frana, e permettere agli abitanti di uscire dal cortile di casa, “tappato” da quintali di terra, fango, rocce e alberi. Armati di motoseghe e accette, sono riusciti a mettere in salvo i residenti, prima di trasportare su una lettiga il padre verso l’auto della figlia, parcheggiata dove la strada si interrompe per la frana. «Ha sempre vissuto qui, ora non se ne vorrebbe andare», ha spiegato la figlia Monia. «Noi andremo a vivere dai nostri cugini», e chissà quando potranno rientrare nella loro abitazione. Sul posto anche il sindaco di Vittorio, Toni Da Re, la Forestale e diverse squadre dei vigili del fuoco: in molti, sostengono di non aver mai visto una cosa del genere. La montagna sta ancora “camminando”: togliere i quintali di materiale scivolati fino alla casa significherebbe peggiorare la situazione, togliendo un sostegno al fronte franoso. I residenti di via Val de Mar non si erano accorti di nulla: «Solo qualche crepa nel terreno, lunedì» racconta la signora Danila, ancora provata dagli eventi. Poi, una mattina, la strada d’accesso non c’è più, crollata sotto il peso degli alberi scivolati a valle. E la terra è arrivata a coprire le finestre al piano terra. Danila guarda alla montagna, lassù in cima, che l’ha costretta ad abbandonare la casa in cui ha sempre vissuto, e ricorda: «Da quasi un mese a questa parte, il nostro cane veniva a chiamarci di notte. Si lamentava, pensavamo avesse fame. Uscivamo, e lui correva verso la montagna. Voleva che andassimo con lui: aveva sentito qualcosa». Sono circa le 15.30 quando il suo compagno di una vita lascia la loro casa. Spaventato, dopo qualche resistenza iniziale viene convinto a salire sulla barella, dove viene imbragato dai vigili del fuoco che, non senza qualche difficoltà, lo portano via. Per chissà quanto. Se ne vanno anche i forestali, i vigili del fuoco, i volontari intervenuti sul luogo, molti provati dalla dura giornata a tu per tu con lo smottamento. Monia guarda la collina di rocce e terra che si è formata vicino a casa, e che sembra lì da sempre: «In realtà, fino a ieri, questo era un prato».

Andrea De Polo

 

MALTEMPO»le responsabilità

Pra’ dei Gai, il bacino “urgente” da 40 anni

Burocrazia, dossier, annunci. Così l’opera sul Livenza aspetta da decenni

Le guerre con il Friuli, il balletto delle cifre, i fondi parziali: una storia italiana

MOTTA DI LIVENZA «Dopo quasi quarant’anni è stata decisa la strada da percorrere, le proposte ci sono e i progetti sono concreti. Ora dobbiamo affrontare i grandi problemi idrogeologici, perché non ha più senso lavorare per l’ordinaria amministrazione». Così parlò, non Zarathustra, ma Antoni Rusconi, segretario generale dell’autorità di bacino Alto Adriatico. Anno del Signore 2004, a Motta di Livenza. In un convegno che annunciava per il 2005 il cantiere del bacino di laminazione di Pra’ dei Gai. Undici anni dopo. Undici anni dopo, siamo ancora lì. O quasi. L’assessore regionale all’ambiente Maurizio Conte annuncia in questi giorni – dopo la nuova alluvione, ma ora si susseguono ogni 2-3 anni, non più ogni decennio – che il project financing del progetto è approdato in commissione Via, a Venezia, che c’è una buona copertura finanziaria (22 milioni su 30). E che dunque siamo, o saremmo, in dirittura d’arrivo per vedere il grande bacino di laminazione. Passa il tempo, e quella splendida area naturalistica ai confini tra Veneto e Friuli è ancora lì. Miracolosamente intatta, in un Veneto divorato dalla febbre dei capannoni. E’ diventata un’oasi di paesaggio veneto incontaminato, al punto che l’Unione Europea ha voluto proteggerla con l’etichetta Sic, il livello di massima protezione ambientale. La sola certezza, adesso, è che il progetto del bacino al Pra’ avanza. A a fatica, ma avanza. Piano piano, lemme lemme. Un dossier di 43 anni fa. Niente, però, in confronto agli anni. Sono diventati oltre 50 dall’alluvione più tristemente nota; e ne sono trascorsi 43 dal fatidico dossier De Marchi, che nei primi anni ’70 fece luce sulle cause della disastrosa alluvione del 1966. Mezzo secolo. Era un mondo in bianco e nero, nel frattempo si è colorato e globalizzato. Già allora la relazione De Marchi individuava nei Pra’ dei Gai l’area cruciale per risolvere i probelmi idrogeologici del Livenza. Lo sfogo naturale in caso di piene. Mezzo secolo. Chi era ragazzo allora è diventato nonno, gran parte degli alluvionati non ci sono più. Una storia italiana. Mezzo secolo. Una storia italiana, che attraversa anche il secondo millennio, l’hi tech, il mondo 2.0. La battuta, se si vuole ridere, è facile: ne è passata di acqua…. al Pra’, invaso sistematicamente ogni volta che dal cielo cadeva acqua a catinelle per giorni e giorni. Ben più dei 26 milioni di metri cubi d’acqua che il bacino garantisce come cisterna naturale, e che adesso si vuole trasformare in bacino artificiale. Se non si vuole piangere, si dovrà ammettere che questa è una storia italiana. Più precisamente, tutta veneta e nordestina, visto che c’è di mezzo anche il Friuli. E dove Roma, la capitale, il palazzo, c’entrano per una volta ben poco. Ordinaria burocrazia. Un’ordinaria vicenda di burocrazia. Di Regione e Comuni, di Province e comunità. Se non ci fossero di mezzo l’assetto corretto di un bacino come quello del Livenza e la sicurezza di centinaia di migliaia di abitanti, in un territorio nel frattempo diventato anche grande distretto industriale del mobile. Storia di uno stillicidio: di comuni l’un contro l’altro armati, di timori di chi sta a valle contro chi sta a monte. Di ambientalisti e comitati, preoccupati di tutelare un’area con pochi eguali in tutto il Nordest. E di esperti, ingeneri e tecnici che paventano danni a flora e fauna, e allo stesso terreno, per il deposito di limi. Spulciare gli archivi è avvilente. Governatori e assessori, Galan e Zaia, Stival e Conte solo per fare qualche nome hanno annunciato puntualmente l’opera «a breve», hanno «reperito i fondi». Ma siamo ancora qui, alla commissione Via. Il balletto delle cifre. È imbarazzante. Nel 2003 si parlava di 35 milioni: poi diventati in poco tempo 42; adesso siami scesi a 30. Ma ancora a ottobre 2013, solo mesi fa, il governatore Zaia parlava di «25 milioni disponibili su 39 di costo». Attenzione: il piano delle opere pubbliche (luglio 2012), ne stanziava 55. E pochi mesi prima, l’allora assessore Daniele Stival diceva che ne sarebbero serviti solo 27, di cui 20 da fondi nazionali e altri 7 recuperati (con gran vanto) dalla giunta. Adesso siamo a 22 su 30, parola dell’assessore Conte, che in questi giorni ha dovuto fare il punto sugli 11 bacini di laminazione attesi dal Veneto sin dall’alluvione del 2010 e ancora praticamente incompiuti, eccezion fatta per quello di Caldogno. Il governatore si arrabbia: «Sono l’unico ad aver messo in moto i progetti, dopo decenni di stallo». Ma dopo 4 anni deve rifare i conti con l’alluvione, più o meno nelle stesse zone del 2010. E può essere l’attentuante questo clima impazzito che trasforma il Nordest in un’altra regione indiana? La fase chiave. Sullo stallo dei Gai, però, una fase chiave c’è. Fra 2006 e 2007 la Provincia di Pordenone e 5 comuni (Brugnera, Pasiano e Prata, poi Sacile e Pordenone) si oppongono fermamente al progetto. Braccio di ferro interminabile: vertici e veti incrociati, mediazioni, contesa portata sul tavolo dei governatori Galan e Tondo, Zaia e ancora Tondo. Invano: il campanile è più forte delle stesse affinità politiche. I fiumi sono qualcosa di pre-politico, memoria e cromosomi, materiale immateriale, questione ancestrale, identità che mettono in crisi persino la territoriale Lega. Il Veneto tira dritto. Alla fine il Veneto deciderà di tirare dritto. Ma solo nel 2012, dopo che un lustro è passato praticamente invano, a dispetto di chi si è speso per uno straccio di intesa. L’ex direttore del Genio Civile di Treviso, Adriano Camuffo, parlava da profeta nel 2008, andando in pensione: «Sono coinvolte due Regioni, con proprie leggi e regolamenti, si sovrappongono competenze a complicare le cose. Nonostante i protocolli d’intesa ad hoc, i tempi si allungano, sono imbarazzanti, non rispondono all’esigenza di rapidità». Doveva semplificare tutto il passaggio delle competenze dal Magistrato alle Acque alla Regione, ma non sono stati snelliti gli iter per l’approvazione delle opere. Sarà la volta buona? Attenzione alle elezioni: prima delle urne le promesse corrono, salvo poi rallentare dopo gli scrutini e rianimarsi ad ogni appuntamento alle urne. Il timore è che alla fine, comunque vada, anche il grande bacino potrebbe non essere il Totem che protegge da tutti i mali, ma solo un palliativo. Bello, ma non risolutivo. Ne è certo Luigi D’Alpaos, uno dei massimi esperti di idraulica d’Italia, che collaborò con De Marchi per il fatidico dossier post-alluvione. «Pra’ dei Gai è un progetto che assomiglia a una storiella», dice lapidario, «è come se un uomo che non ha da vestire si comprasse una farfallina per lo smoking. E’ un’opera complementare, se a monte non si fa nulla non servirà». E allora torniamo su in Friuli, nel comune di Raba, alla traversa di Colle e alla diga di Ravedis, agli argini friulani, a un accordo interregionale… Buon che nel frattemnpo, specie dopo l’alluvione del 2010, a valle del Pra’, Regione e comuni e Genio Civile, hanno rafforzato gli argini, potenziato le difese, migliorato i regimi della Livenzetta. Il clima si sarà anche tropicalizzato, ma stavolta Motta si è salvata, come parte di Meduna. Lungo il fiume e sull’acqua, intanto, ennesima conta dei danni. Perché tutto scorre, diceva il filosofo. L’acqua, che ha il difetto di allargare quando è troppa, ma anche le carte.

Andrea Passerini

 

I prigionieri delle falde «Troppe licenze edilizie»

Le duecento famiglie marenesi che sono ancora sott’acqua accusano il Comune

Per ogni casa l’emergenza costa mille euro a settimana e giorni di lavoro perso

MARENO – Perizie superficiali dei tecnici, difetti di costruzione e scarsa impermeabilizzazione degli edifici, facilità nel concedere i permessi e scarsa manutenzione dei fossati da parte del Comune: per le famiglie che da giovedì fanno i conti con l’acqua all’interno delle abitazioni, il problema dell’innalzamento delle falde sta tutto qui, tra incuria e lavori fatti senza le dovute precauzioni dove si sapeva cosa c’era poco sotto le fondamenta. E a far crescere la rabbia è il conto che i cittadini dovranno pagare solo per togliere l’acqua che ha invaso muri e pavimenti, senza parlare dei restauri. C’è chi in meno di una settimana ha già speso più di mille euro per liberare scantinati e garage allagati. C’è chi per farlo ha dovuto rimane a casa dal lavoro e chi spende circa 13 euro l’ora di gasolio per far funzionare il trattore. Qualche condominio è arrivato addirittura a pagare 2 mila euro al giorno i camion cisterna per portare via l’acqua che usciva persino dalle pareti. E così le vittime del maltempo puntano il dito contro i costruttori ma anche contro il Comune. «Abbiamo le risorgive in casa», racconta Silvia mentre guarda l’acqua della sua casa invadere entrambe le careggiate di via padre D’Aviano, «Sicuramente ci sono state delle superficialità da parte degli ingegneri che hanno fatto le perizie e del Comune che doveva verificare. Ora ci ritroviamo a pagare un mutuo per una casa in cui dovremmo spendere tra i 20 e i 30 mila euro per sistemarla». Solo per far andare la pompa e il gruppo elettrogeno la donna ha già speso 800 euro in meno di una settimana. «Sono dovuto rimanere a casa dal lavoro e ho dormito 8 ore in 4 giorni», racconta Roberto che ha già messo mano al portafogli per un totale di 900 euro. Per lui quello che è successo non è solo imputabile al maltempo: «Se l’ingegnere dice che l’acqua non c’è e poi ci esce anche dai muri, qualcosa di sbagliato c’è e qualcuno ne ha la responsabilità». In via Papa Luciani il conto per qualcuno è stato molto più che salato: «L’autobotte ci è costata circa 90 euro l’ora», racconta uno dei residenti. Qualcuno qui ha speso 2 mila euro in un giorno. La vicina via Calmessa è parzialmente chiusa al traffico per lasciar sfogare i tubi che giungono dai sotterranei: «Per me l’acqua arriva dall’Oasi Campagnola e finchè non si abbassa il livello lì noi continueremo ad avere l’acqua in casa». Sul piede di guerra anche l’ex assessore comunale di Mareno Antonio Tovenati: «Il sindaco deve chiedere lo stato di calamità naturale, a casa mia la pompa a gasolio che estrae l’acqua costa 10 euro l’ora ed è in funzione di giorno e di notte, 24 ore su 24», protesta Tovenati, «Stiamo organizzando un’unità di crisi tra i residenti». La zona del centro di Mareno in cui vive, nei dintorni di via Canova, via Sile, via Biffis, è una delle più colpite. Dal suo garage si estraggono 2 mila litri d’acqua l’ora. Il conto fatto da Tovenati fa impressione: 10 euro l’ora sono 240 euro al giorno e non si sa per quanto le pompe dovranno ancora dovranno rimanere in funzione. Per qualcuno il Comune non avrebbe solo la responsabilità di non aver verificato i permessi con un po’ più di scrupolosità ma anche quella di non aver pulito adeguatamente i fossati che ora a stento ricevono l’acqua versata dentro dalle pompe. «Sono 8 anni che vado in municipio a chiedere che puliscano il fossato ma non è stato fatto e ora si è creato un tappo», spiega Piergiovanni Biffis, residente in via Canova. Lui il problema dell’acqua in casa non ce l’ha ma teme che si presenti: «Ci scaricano l’acqua delle altre lottizzazioni», dice. «Ha sbagliato tutto il Comune a lasciar costruire qui», protesta Carlo Cattelan dall’altro lato della strada, «Sapevano quale era la situazione e invece hanno permesso di fare gli scantinati senza poi controllare bene». Qualunque sia la causa, alcune strade del paese si sono trasformate in rigagnoli d’acqua che raccontano l’odissea di 200 famiglie.

Renza Zanin

 

«Un’ondata che sale da sotto come l’ansia»

Pompe in funzione da una settimana, 24 ore su 24, condomini organizzati in turni di assistenza

MARENO DI PIAVE «Non ne possiamo più», è una mamma che tiene per mano il figlioletto a esprimere un sentimento comune a decine di famiglie. Quindici le vie solo a Mareno, almeno una trentina le abitazioni e palazzine, dove continuano gli allagamenti, per l’acqua di falda che non accenna a scendere. Da giorni, da quasi una settimana – sabato sono entrate in funzione le prime pompe – da garage, taverne, piani interrati vengono estratti milioni di litri d’acqua. Ininterrottamente, 24 ore su 24, sono in funzione circa 120 pompe, secondo una stima del nucleo locale di Protezione civile. Un mare sotterraneo, quando scenderà è impossibile prevederlo. «Almeno un mese» dice qualche esperto, ma una situazione simile così estesa non aveva precedenti ed è impossibile prevedere la durata. «L’ondata» da sottoterra era arrivata nella notte tra domenica e lunedì. C’è chi è stato svegliato nel cuore dal campanello di casa. «Deve essere successo qualcosa», è stato il pensiero che si è concretizzato in un’ansia quotidiana. I garage sono diventati un lago, fino a mezzo metro d’altezza. Gli allagamenti hanno preso di sprovvista decine di residenti, che non avevano mai visto un goccia in casa. «Una situazione mai vista» sostiene un anziano. Le pompe alimentate da generatori e trattori fanno solo scendere il livello, ma se spente tutto si riallaga in pochi minuti. Ogni gruppo di condomini ha cercato di organizzarsi e in paese si è creata una catena di solidarietà, con l’aiuto di amici, parenti e volontari. C’è chi ha fornito le pompe per poter sputare fuori l’acqua, i tubi per farla salire sui tombini in strada, gli agricoltori hanno messo a disposizione i loro trattori. Tra gli abitanti ci si organizza in turni, giorno e notte, per caricare di carburante pompe e gruppi elettrogeni, per osservare che l’acqua non fuoriesca dai pozzetti e vada nuovamente ad allagare locali e scantinati, per andare a rifornirsi di gasolio. Tutto a proprie spese. «Dove sono le istituzioni» si chiede un pensionato, che è andato ad aiutare i familiari sott’acqua da giorni. Ieri si è rivisto qualche raggio di sole, ma l’incubo è rappresentato dalle prossime precipitazioni. «Vogliamo solo tornare alla normalità» dice una giovane. Lei si è trasferita nel Trevigiano da pochi mesi, è originaria di Venezia. Lì sono abituati all’acqua alta. Ma la falda che si alza è peggio. Rischia di durare per settimane, in alcuni casi forse per mesi, come era accaduto in vicolo Sile a Mareno nel 2010. Mentre, sempre a Mareno, l’oasi di Campagnola è diventata meta di curiosi. «Dipende tutto da lì» è la voce che circola in paese. E si pensa alle soluzioni per evitare rischi in futuro. Ma per adesso si pensa all’emergenza, perchè dove la falda rimane alta, l’emergenza continua.

Diego Bortolotto

 

la denuncia

«Sciacalli tra le case, dopo i danni temiamo anche i furti»

Non bastano decine e decine di migliaia di danni alle abitazioni allagate dall’innalzamento delle falde a Mareno di Piave. Ora tra le famiglie colpite dal maltempo c’è l’incubo delle incursioni degli sciacalli all’interno dei garage, magari per rubare il gasolio che serve ad alimentare le pompe per estrare l’acqua. «Abbiamo visto stranieri aggirarsi tra le case questa mattina e temiamo di subire furti», hanno riferito ieri alcuni residenti del centro, «Qui ci sono continuamente curiosi che vengono a guardare come siamo presi. E’ vero che ci diamo il turno per sorvegliare le pompe ma temiamo che qualcuno possa approfittare della situazione». In un paese piccolo individuare volti mai visti prima o auto nuove non è certo difficile e la presenza degli stranieri ieri mattina non è passata inosservata. La paura è che alla solidarietà nell’emergenza, da parte di chi si è speso gratuitamente per aiutare gli altri, si accompagni il rovescio della medaglia da parte di malintenzionati senza scrupoli, pronti ad approfittare del disagio che le famiglie vivono ormai da una settimana. Potrebbe essere un pregiudizio, ma questo sentimento va anche capito: il paese vive un’emergenza mai provata prima che dura da più di una settimana, e il timore di perdere tutto in una sola volta è troppo grande.

(r.z.)

 

Tribuna di Treviso – Maltempo, gli allagamenti.

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6

feb

2014

«Foraggio da buttare» Allevamenti in crisi

Feltrin, presidente della Coldiretti: «Campi sepolti dalla fanghiglia»

Danni per milioni all’agricoltura: a rischio la produzione di grano e orzo

macchinari allagati. Sono stipati in capannoni allagati

Appello per la manutenzione dei fossati e delle arterie idriche principali

radicchio sott’acqua. Le temperature elevate di questi giorni rischiano di danneggiare la coltivazione

Dita incrociate in attesa di un po’ di freddo

TREVISO – Dopo le eccezionali precipitazioni che si sono abbattute su tutta la provincia di Treviso, a rischio non solo radicchio, vigneti e seminativi, ma anche il settore zootecnia. «Ci sono giunte tantissime segnalazioni di fienili allagati. Quantità enormi di foraggio da buttare, per non parlare dei seminativi», commenta Walter Feltrin, presidente provinciale di Coldiretti, «le precipitazioni rischiano di mettere in ginocchio anche il comparto della zootecnia, gli allevamenti, già provati dalla crisi». «Stato di calamità» Feltrin parla senza incertezza di “calamità”. È ancora presto per una stima dei danni, molto dipenderà dall’andamento del meteo delle prossime settimane. Ma di certo il maltempo di questi giorni, gli allagamenti, le tracimazioni di fiumi e canali, costeranno all’agricoltura nostrana un conto salatissimo, di milioni e milioni di euro. In tutta la Marca, ma soprattutto nella parte centro meridionale della provincia, si segnalano campi e vigneti allagati. Se non tornerà il beltempo nell’arco di pochi giorni, l’acqua non potrà defluire e le colture non potranno resistere, soffocate dalla fanghiglia. Radicchio a rischio «Il radicchio di Treviso è resistente. L’importante è che non sia stato totalmente sommerso o che il fango non rovini le foglie. I problemi per questa coltivazione sono dati dalla piovosità, ma anche dalle alte temperature attuali, di qualche grado sopra la media stagionale. Solo se nei prossimi giorni la temperatura scenderà il nostro fiore sarà salvo». Vigneti allagati C’è poi la questione dei vigneti allagati e sommersi dalle acque: «Le situazioni peggiori le registriamo nei vigneti che hanno sofferto dell’esondazione del Livenza. Lì il terreno è particolarmente argilloso, l’acqua tende a stagnare, il rischio è che le radici vadano in asfissia e che quindi le piante siano danneggiate in modo irreversibile. Le prossime settimane saranno decisive», continua il presidente Feltrin. Sementi e macchine in ammollo Altro problema lo presentano i seminativi:soprattutto nella bassa trevigiana la fanghiglia che si è creata dopo le incessanti piogge rischia di compromettere la produzione di grano e orzo. «Non ultimo tutti i danni alle strutture e macchinari, stipati nei cantieri e capannoni allagati. Anche in quel caso si registreranno perdite preoccupanti». Secondo il leader degli agricoltori oggi oramai ci troviamo di fronte ad un clima drasticamente mutato, quasi tropicale, che impone la necessità di una puntuale attività di “prevenzione” attraverso interventi mirati e frequenti. «Nonostante il patto di stabilità non dimentichiamo che la manutenzione di fossati e arterie idriche principali è oggi di fondamentale importanza per consentire il defluire dell’acqua». «Troppo cemento» Feltrin rilancia poi l’allarme del continuo consumo di terreno agricolo da parte del cemento che si è mangiato solo recentemente almeno 11 mila ettari. Dall’altro lato gli intoppi burocratici. «A Preganziol la situazione si sarebbe potuta risolvere anni fa, con un nuovo bacino di laminazione, progettato dal Consorzio di Bonifica Piave e già finanziato dalla Regione, fermo da 4 anni». Feltrin attacca infine i cosiddetti ambientalisti convinti “Se non vogliono salvare le nutrie le adottino. Perché stanno causando danni irreparabili ai nostri fiumi, per milioni e milioni di euro e non lo pagheranno solo gli imprenditori agricoli ma tutti i cittadini. Stessa considerazione per il Piave: non vogliono vengano tagliati gli alberi sul greto del fiume, senza considerare che bloccano l’acqua e non la fanno defluire».

Serena Gasparoni

 

Si sgretola la collina famiglie in pericolo

Vittorio Veneto: gigantesco smottamento minaccia le case di via Val de Mar

Forse oggi l’evacuazione. Famiglia sfollata a Sarmede, altre auto giù a Osigo

VITTORIO VENETO – Come un terremoto di fango e melma. Un movimento lento, inesorabile. La terra sotto i piedi che vacilla, rumori sinistri che spezzano il silenzio della boscaglia. Le colline di Vittorio Veneto, impregnate d’acqua, hanno iniziato a cedere sotto il peso di una settimana di pioggia incessante. Ieri pomeriggio, poco dopo le 18, una frana si è staccata da una collina di Cozzuolo: ha accerchiato due case. Due famiglie sono rimaste ostaggio della melma in via Val de Mar. Sette persone, tra cui due anziani, sono rimaste completamente isolate. Una coppia di abitazioni lontane dalla strada principale che dal pomeriggio di ieri sono in balìa di frane e smottamenti. Stessa situazione a Sarmede, dove è stata evacuata una famiglia che vive in una casa a ridosso della collina. Ma è emergenza diffusa in tutto il Vittoriese: ieri a Fregona una frana si è portata via un’altra auto. La Protezione civile è al lavoro per far fronte alla furia delle colline che si sgretolano sotto il peso della terra mescolata all’acqua. Famiglie in ostaggio del fango La Protezione civile era già in allerta. Quella collina a Cozzuolo da ore era una sorvegliata speciale. Ma d’un tratto, verso le 18, la furia del fango si è riversata su due abitazioni che si trovano in via Val de Mar. Due famiglie sono rimaste isolate: sul posto è intervenuta la polizia locale, la Protezione civile, i vigili del fuoco. Ieri erano tutti al lavoro per cercare di mettere in salvo quelle sette persone. Preoccupano due anziani, che si trovano nelle condizioni di non potersi muovere. Le operazioni di evacuazione dovrebbero andare in scena questa mattina. Troppo fango sulla strada, mentre le case sembravano riuscire a reggere. In via Val de Mar ieri è accorso anche il sindaco di Vittorio Veneto Gianantonio Da Re, che sta coordinando le operazioni di salvataggio dei suoi concittadini. Non si conosce ancora l’entità della frana che si è staccata dalla collina di Cozzuolo, ma ieri sera si parlava di centomila metri cubi di fango che si muovono lentamente verso valle. Frana a Sarmede Evacuata una famiglia a Sarmede. Lo sgombero ha interessato due pensionati e la figlia  che vivono in un’abitazione a ridosso della collina in via Socosta al civico 4. «Se arrivano altre precipitazioni», spiega il sindaco Eddi Canzian, «la frana investirà la casa». Lo smottamento sta mettendo a rischio anche un’altra abitazione al civico 2, anche se qui la situazione è meno critica. L’allarme è scattato intorno alle 12 di ieri. Sul posto è arrivato lo staff del Comune e i carabinieri. Nel pomeriggio è stato attivato il centro operativo con la Prefettura. Alle 15.30 c’è stato un sopralluogo con un geologo della provincia, sul posto anche il geologo vittoriese Antonio Della Libera. Gli esperti hanno confermato la criticità della situazione. La Protezione civile ha fissato dei picchetti e ogni due ore ci sarà la verifica dei movimenti della collina. «C’è da pregare che non continui a piovere», ha aggiunto il sindaco, «la situazione è in costante pericolo. Servono interventi urgenti di ripristino». Emergenza a Fregona Situazione complessa anche a Fregona. «Abbiamo una ventina di frane in tutto il territorio comunale», afferma il sindaco Giacomo De Luca, «stiamo rincorrendo le emergenze». In via Osigo un altro pezzo di piazzale di un’officina è crollato, trascinando nel ruscello un’altra macchina. Il giorno precedente altri tre mezzi erano finiti allo stesso modo. L’imponente smottamento ha riversato nell’alveo del torrente molti metri cubi di terra, alberi e detriti bloccando il reflusso delle acque. Situazione critica nel Vittoriese Preoccupazione anche a Col di Osigo dove la frana si sta muovendo. Frane e crepe anche a Cappella Maggiore. La più grande si trova in via Anzano 23, lungo il versante collinare prima di Sant’Apollonia. A Vittorio Veneto sono state contate frane in via San Mor, nella  Val dei Fiori, due a Formeniga, nei pressi della chiesa, e poi ancora in via Col di Stella alle Perdonanze e a Maren. A  Corbanese di Tarzo osservata speciale la frana in località Madonna di Loreto. Scivolamenti ci sono stati in località Castagnera. Una frana si è mossa in località Piai, mentre resta alta l’allerta attorno ai laghi. Il sindaco Bof ha fatto richiesta di calamità naturale alla Regione e per questo invita i cittadini a segnalare i danni in Comune.

Francesca Gallo

 

Asolo, cedono 20 metri di strada

Il sindaco Baldisser chiede lo stato di calamità: «Due crolli in soli due giorni»

ASOLO – Crolla un tratto di strada di via Foresto di Pagnano, registrati danni per oltre 400 mila euro. Una nuova frana dopo il cedimento di via Sant’Anna, avvenuto lunedì sera. Due episodi in rapida successione che hanno convinto il sindaco Loredana Baldisser e l’assessore Luca Frezza a scrivere al governatore Zaia: Asolo ha chiesto lo stato di calamità. Paura in via Foresto martedì sera: oltre 20 metri di strada sono franati sotto gli occhi di residenti a automobilisti. Il maltempo si abbatte anche sulla città dei cento orizzonti, prima lunedì sera con una frana in via Sant’Anna, poi martedì con un cedimento sulla provinciale 101 in via Foresto Nuovo. Sul luogo della frana ieri mattina si sono precipitati il sindaco Baldisser, l’assessore Frezza e il responsabile della protezione civile comunale Giuseppe Masaro. «Vista la gravità della situazione è stata già presentata la domanda per il riconoscimento dello stato di calamità», ha affermato Frezza, «martedì sera siamo rimasti tutti con il fiato sospeso. Sotto la strada corrono infatti le tubature del gas, acqua e fognatura bisognava intervenire subito». «Il sindaco, che ha coordinato la protezione civile, ed io», continua l’assessore, «siamo accorsi in via Foresto e siamo rimasti fino alle 2 di notte. Da quel momento in poi la frana è stata presidiata dai tecnici di Aascopiave». Ieri mattina erano già al lavoro le ruspe: la strada rimarrà chiusa fino a fine maggio. Non cala l’allerta invece a Borso: sono stati invasi dall’acqua una casa di via Molinetto e 12 garage di piazza Paradiso a Semonzo. In via Caose nel primo pomeriggio di ieri quasi 3 mila metri cubi di acqua hanno invaso gli scantinati di due abitazioni in costruzione. È stato immediato l’intervento di una squadra della Protezione civile della Pedemontana coordinati dal presidente Fabrizio Xamin . «L’allarme sta rientrando lentamente», spiega il presidente, «Ci sono ancora delle situazioni di criticità che vanno costantemente monitorate per questo siamo pronti per correre immediatamente ai ripari ».

Vera Manolli

 

«Troppi disboscamenti colpa di vigneti e pesticidi»

Nel mirino degli ambientalisti del Wwf gli interventi nelle colline del Prosecco

Il Consorzio si difende: «Anzi, i viticoltori sono garanzia di stabilità del terreno»

FARRA DI SOLIGO «Giù le mani dei boschi»: il Wwf punta il dito contro i nuovi vigneti sulle colline del Prosecco Docg, corresponsabili, secondo gli ambientalisti, dei dissesti idrogeologici che hanno messo in ginocchio il Quartier del Piave. I produttori si difendono, e sposano la tesi del geologo pievigino Gino Lucchetta: «Per la stabilità del terreno meglio un vigneto nuovo, e ben curato, di un bosco vecchio e senza manutenzione». Il Consorzio del Prosecco, inoltre, sottolinea che nessuna delle ultime frane è collegabile a lavori eseguiti impropriamente sui vigneti. I sindaci del Conegliano Valdobbiadene ricordano che mai, come negli ultimi anni, le amministrazioni sono state così severe nell’autorizzare sistemazioni agrarie, disboscamenti e nuove piantumazioni: ogni progetto di nuovo vigneto deve prevedere sistemi di drenaggio e di scolo delle acque. Gli ambientalisti Il vigneto di Luciano Bortolomiol, vice presidente Wwf Altamarca, non ha mai registrato smottamenti o movimenti di terreno: «Questo perché non diserbo. L’erba viene tagliata con la falce, in modo da permettere alle radici di svilupparsi nel sottosuolo, e rinforzare il terreno». Bortolomiol spiega che il vigneto di un familiare, situato accanto al suo e trattato con diserbanti, si sta lentamente muovendo. «Il principio generale è che abbiamo tolto gli alberi e messo viti che non hanno radici profonde» precisa Bortolomiol. «Ormai sono fragili come le piante da serra: entro tre anni devono rendere, e dare un raccolto. Questo tipo di coltura, e il diserbo massiccio, non aiuta di certo a contrastare le frane». Il mondo ambientalista si è compattato in una petizione: “Salviamo i boschi”, capace di raccogliere nei mesi scorsi migliaia di adesioni (soprattutto online). Tra gli interventi più contestati, una risistemazioni agricola a Refrontolo, dove una cantina, nella scorsa primavera, ha disboscato un’area di quattro ettari per piantumare un nuovo vigneto, scatenando la protesta (arrivata fino in consiglio comunale) dei giovani del paese. I produttori Il Consorzio di Tutela Prosecco Docg la vede diversamente. Dà ragione al geologo Lucchetta, quando dice che non necessariamente un bosco raso al suolo, sostituito da un vigneto, è un peggiorativo per la stabilità della collina. Anzi. Se i lavori sono fatti a regola d’arte, la rinforzano. Il presidente del Consorzio, Innocente Nardi, ragiona però sulla cronaca di questi giorni, e fa notare che nessun vigneto è responsabile delle ultime, numerose frane da Refrontolo a Valdobbiadene: «È stato un periodo di eventi atmosferici straordinari, però i nostri vigneti hanno tenuto. Gli oltre 3 mila viticoltori della Docg sono una garanzia per la stabilità del territorio, perché sono sempre operativi e attenti alla manutenzione dei fondi». Le ultime frane, in effetti, hanno riguardato solo i boschi: «Dove non c’è un sistema di regimazione delle acque. Abbiamo notato che i boschi più stabili sono quelli al posterno». I sindaci Sulle pratiche di ogni nuovo vigneto, c’è sempre la firma del sindaco. Che deve approvare, o meno, il progetto. I due “guardiani” del Conegliano Valdobbiadene ripetono all’unisono: «Negli ultimi anni, la severità nel concedere le autorizzazioni è aumentata». Da Conegliano, Floriano Zambon ricorda che l’attenzione al problema è aumentata già dopo l’alluvione del 12 giugno 1998: «Dopo quell’episodio, ci siamo posti il problema e l’abbiamo affrontato nel Piano Regolatore. I danni erano generati dalla veloce discesa a valle dell’acqua, a causa dei filari disposti lungo le linee di pendenza delle colline. Dove possibile, bisogna sempre prevedere un bacino di laminazione. Ora tutti i vigneti sono autorizzati dalla Forestale». Sulla stessa linea Bernardino Zambon, sindaco di Valdobbiadene: «Ogni intervento deve superare rigorosi vincoli paesaggistici e geologici. Nella Docg, non esiste il concetto di abuso. Gli atti confutano chi vede un nesso tra frane e nuovi vigneti: le perizie geologiche mostrarono che anche la frana del 2010, nel cimitero di Santo Stefano, non era collegata ai lavori eseguiti sui filari».

Andrea De Polo

 

STRANO FENOMENO SUL MONTELLO

Tra le prese 1 e 2 si è formato una lago di trecento metri

NERVESA DELLA BATTAGLIA Paolo Gasparetto, presidente del Gruppo Naturalistico Montelliano, ha notato e fotografato spettacolari fenomeni dovuti al maltempo di questi giorni sul Montello. Nella Val Fredda, tra le prese 1 e 2, si è formato un lago provvisorio lungo circa 300 metri e largo 100 che in alcuni punti arriva ad una profondità di 5 metri. Il fenomeno è dovuto alla conformazione carsica del Montello. Il lago dovrebbe prosciugarsi naturalmente in un periodo che va da 10 a 15 giorni. Le piogge di questi giorni hanno portato anche all’inondazione del laboratorio di biospeologia del Gruppo Naturalistico nella grotta del Bus del Tavaran Longo. «Ci sono un metro e trenta centimetri d’acqua e temiamo per l’impianto elettrico», informa Gasparetto. Sempre a Nervesa il maltempo ha causato infiltrazioni d’acqua nella sede dell’associazione “Battaglia del Solstizio” a villa Eros.

Gino Zangrando

 

Chiaviche aperte sul Livenza: Gorgo e Meduna respirano

GORGO AL MONTICANO – A Gorgo e Meduna si fanno ancora i conti con l’acqua. Sono numerose le strade cittadine ancora allagate. Ieri sera verso le 22.30 la riapertura delle chiaviche sul Livenza dovrebbe riportare, oggi, la normalità a Meduna. «Mi hanno comunicato», spiega il sindaco Marica Fantuz, «che apriranno le chiaviche sul Livenza e quindi dovrebbe finalmente defluire tutta l’acqua che ha inondato alcune vie del centro. Le situazioni più critiche restano infatti via Canevon e via Runco, dove diverse decine di scantinati sono stati allagati». Situazione critica anche in via Versi. «Lì l’acqua è arrivata a lambire il supermercato e tutte le attività e le case del centro», continua Fantuz, «Devo ringraziare i volontari che hanno fatto un grandissimo lavoro mettendo in funzione tantissime pompe grazie alle quali sono riusciti a contenere l’allagamento in particolare del supermercato. Mi spiace comunque che alcuni garage siano stati allagati ugualmente». Resta ancora allagata l’area golenale del Saccon, dove risiedono sette famiglie, alcune sfollate mentre altre sono rimaste in casa spostandosi ai piani più alti. A Gorgo al Monticano il sindaco Firmino Vettori ha ordinato la sospensione del trasporto scolastico fino a sabato nelle vie Marigonda (parzialmente percorribile fino alla fine della zona idustriale presso la ditta Ican), Livenza, Marco Torzo, Croce, Manin, Redipuglia, Boschi, Moletto e Sala di Sopra. La frazione di Navolè è la più colpita con numerosi scantinati e le campagne completamente allagate. Con la riapertura delle chiaviche sul Livenza anche l’acqua che ha invaso Navolè dovrebbe defluire. Le scuole del territorio sono tutte regolarmente riaperte.

Claudia Stefani

 

Scoppia il caso falde «Bombe d’acqua uscite dal sottosuolo»

Le precipitazioni hanno riattivato vene ferme da trent’anni

Accusa dell’assessore Lorenzon: «Serve più prevenzione»

TREVISO «Le precipitazioni di questi giorni hanno fatto scoppiare il caso delle falde e la questione Livenza. Per soli 30 centimetri abbiamo scongiurato l’evacuazione dell’ospedale di Motta». È il bilancio tracciato da Mirco Lorenzon, assessore provinciale alla Protezione Civile. Le piogge eccezionali, iniziate lo scorso giovedì e durate per quasi una settimana hanno riportato alla luce vecchie questioni e richiesto un enorme impiego di uomini e mezzi. Come avete monitorato il territorio? «Lo sforzo è stato massiccio con 450 volontari di Protezione Civile della Provincia e un centinaio di militari. I lagunari erano a Preganziol, poi avevamo uomini dislocati a Borso, su tutta la sinistra Piave, a Vazzola e lungo tutti i Comuni con problemi di falda» L’innalzamento delle falde ha causato parecchi danni, cosa è successo? «Direi che questa volta è scoppiato il caso delle falde, abbiamo avuto delle vere e proprie bombe d’acqua dal sottosuolo. Le abbondanti piogge hanno riattivato delle vene “dormienti” da almeno trent’anni. Per la prima volta interi quartieri sono stati colpiti dal fenomeno. A Cimadolmo, Maserada, Villorba, Mareno, l’acqua della freatica esce in quantità notevoli, le pompe stanno andando giorno e notte. Ci troviamo con pavimenti e scantinati invasi, l’acqua zampilla dalle sigillature delle piastrelle». Perché accade e come si risolve? «Il livello della falda si sta alzando a causa del minor sfruttamento del suolo. Fino al 2010 non avevamo questo problema. Ora che si sta verificando, a rimettercene ci sono tutte quelle abitazioni con scantinati costruiti senza un’adeguata impermeabilizzazione. Per gli edifici che verranno realizzati in futuro basterebbe edificare 10 cm sopra alla quota campagna e con un buon isolamento per evitare l’80% dei problemi. Per le abitazioni colpite oggi, non resta che attendere che si abbassi il Piave e quindi pensare a interventi strutturali». Quale invece il bilancio sui corsi d’acqua? «Osservato speciale è stato il Livenza. La situazione era critica, lunedì sera ha raggiunto l’apice con il livello dell’acqua che saliva di 5 cm l’ora, per 30 cm abbiamo scongiurato l’evacuazione dell’ospedale di Motta. Oltre al Livenza, l’altro fiume di maggior portata era il Piave. Entrambi rischiano l’esondazione per le acque che arrivano da Alpi e Dolomiti. Ma per il Piave la situazione è stata meno preoccupante, visto il suo bacino esteso e la sua elevata pendenza, ha smaltito bene». Alla luce di quanto successo in questi giorni, per essere più preparati in futuro, quali sono le soluzioni da attivare per abbassare il rischio idrogeologico nella Marca? «Contro la natura non si va,ma la prevenzione è fondamentale. Lo Stato e le Regioni si devono attivare per le grandi opere sui grandi fiumi, come il bacino di laminazione a Prà dei Gai o la pulizia degli alvei del Piave. Lo Stato pensi a un Commissario per gli interventi sui fiumi principali. Per la rete secondaria di fossi e canali bisogna fare le piccole opere, lo Stato deve svincolare le risorse per il rischio idrogeologico dal patto di stabilità».

Valentina Calzavara

 

«Sile, presenteremo il conto alla Regione»

L’accusa del sindaco di Silea, Piazza. Rientra l’allarme a Preganziol. Comincia la conta dei danni

SILEA – Emergenza Sile, dopo la paura per l’esondazione ora è il tempo della conta dei danni. Ieri, complice anche il meteo che ha concesso una tregua, l’acqua ha cominciato lentamente a defluire, liberando le case e parzialmente anche le strade. Il livello del Sile rimane altissimo e l’allerta non si può ancora dire rientrata. Dalle case rivierasche che sono state invase dall’acqua, in tutto una trentina tra Cendon, Lughignano e Casale, nelle scorse ore sono scattate le pulizie. In molti casi, infatti, sacchi di sabbia e pompe non sono bastati a evitare che l’esondazione arrivasse sino nelle stanze. I danni sono soprattutto all’arredamento e agli elettrodomestici. «Ma», spiega il sindaco di Silea, Silvano Piazza, «in alcuni casi più che l’acqua e la melma, è l’umidità a creare problemi che vengono alla luce anche mesi dopo l’evento». Nelle precedenti esondazioni, Silea aveva presentato la richiesta danni alla Regione: «Ma non è mai arrivato nulla. Presenteremo la richiesta anche stavolta, sempre che ci siano soldi». Ieri è rientrata a casa l’anziana di Cendon che per un giorno e una notte è stata ospitata al centro anziani visto che la sua casa era stata invasa dal Sile. Interventi di prosciugamento in corso anche a Casale e Lughignano: la Protezione civile è andata in aiuto di alcune famiglie, tra cui una novantenne che vive sola, che aveva l’interrato sommerso. Restano ancora chiuse via San Nicolò, via Torre e via Saccon, in attesa che le acque del Sile si ritirino. A Preganziol l’emergenza era rientrata già lunedì notte, questa volta l’intervento tempestivo della Protezione civile con il supporto pure dei Lagunari ha evitato il peggio nella zona di Frescada Ovest. Va verso la normalizzazione anche la situazione a Roncade, dove la maggiore preoccupazione è stata per il fiume Musestre. «Ieri abbiamo aperto la chiavica sul Sile, ci sono ancora delle sacche d’acqua ma stiamo rientrando nella normalità», spiega l’assessore Guido Geromel. Restano allagati i terreni e una manciata di scantinati in via Treponti. «Siamo riusciti con le idrovore a tenere basso il livello dell’acqua, altrimenti sarebbero state ben di più le case allagate», conclude l’assessore, «restano ora i danni che i privati dovranno sobbarcarsi».

Rubina Bon

 

Muraro: «Letta, stop al patto di stabilità»

esercito ancora in campo con 175 uomini e 35 mezzi

Mentre il presidente della Provincia di Treviso, Leonardo Muraro, chiede al premier Letta di sbloccare il patto di stabilità per far fronte ai danni del maltempo, nella Marca, come in altre aree del Veneto, continua l’impegno dell’Esercito nelle zone colpite dall’eccezionale ondata di maltempo. Su richiesta delle prefetture, circa 140 militari e 41 mezzi dell’Esercito, tra cui cingolati BV-206 e macchine movimento terra, sono stati impiegati, nel Bellunese, per il ripristino della viabilità e per lo sgombero della neve accumulata; nel Trevigiano 175 uomini, mezzi speciali del genio e idrovore, per un totale di 35 mezzi, sono stati impegnati per il monitoraggio e il rafforzamento degli argini, per il drenaggio delle acque e per la rimozione di detriti nei Comuni di Motta di Livenza, Meduna di Livenza e Preganziol.

 

Tribuna di Treviso – Passa la paura, affiora il disastro

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5

feb

2014

maltempo »i fiumi

Si attenua l’emergenza maltempo. La Regione: è stato di calamità

Livenza, paura passata ma si contano i danni

Il livello scende di 4-7 centimetri all’ora e il meteo non preoccupa più

La Protezione: «Da 50 anni non si aveva una carica d’acqua come questa»

TREVISO – La grande paura è passata, ora si contano i danni. Il livello del Livenza in una sola notte è sceso di quasi mezzo metro. Alle 22 di lunedì il fiume a Motta aveva toccato quota 6,83 metri e a Meduna 7,53. Alle 10 di ieri il livello a Motta era sceso a 6,40 e a Meduna a 7,10. Durante il giorno il Livenza ha continuato a scendere tra i 4 e i 7 centimetri all’ora. A sera il livello del fiume a Motta s’era assestato a 6,15 metri mentre a Meduna è andato sotto i sette metri: 6,85. Bassa marea, nevicate a quote più basse, minor quantità di acqua svasata dalle dighe friulane e meno pioggia. Sono i quattro fattori che hanno influito sull’abbassamento del livello del fiume. Nessun problema per il Piave, il Monticano e il Sile, tutti con il livello in arretramento. Ed ora, se le previsioni saranno rispettate, una mano arriverà anche dal meteo. Per la giornata di oggi è previsto tempo incerto. Pioverà ancora ma con meno intensità e a macchia di leopardo rispetto ai giorni scorsi. La protezione civile, però, non allenta l’attenzione. Bisogna, infatti, capire se la morsa del maltempo ha definitivamente mollato la sua presa oppure se ha solo concesso una tregua. Anche quella di ieri è stata comunque una giornata di passione. L’opitergino-mottense, la zona più colpita dal maltempo, ha dovuto affrontare l’emergenza allagamenti. Migliora la situazione delle campagne di Lorenzaga, ridotte ad un acquitrino nella giornata di lunedì. In compenso le scuole di Motta, Meduna e Gorgo oggi riapriranno. Nel Vittoriese il piazzale di un’autofficina di Fregona è crollato danneggiando due auto e un trattorino. La Pedemontana ed il quartiere del Piave sono stati costellati da continui, seppur piccoli, smottamenti di terreno. A Castelfranco, in via Nogarola, è franato l’argine del Muson: la strada rimarrà chiusa fino a fine mese. Nel Coneglianese si allarga il numero delle case allagate a causa dell’improvvisa crescita delle falde acquifere. «Da cinquant’anni – spiega Mirco Lorenzon, l’assessore provinciale alla protezione civile – non si aveva una carica di acqua in falda come quella di questi giorni». Opitergino e Mottense. Il Livenza, per il momento, non fa più paura e le scuole a Motta, Meduna e Gorgo, chiuse da lunedì, riaprono oggi. L’acqua inizia a defluire lentamente e anche nelle campagne, soprattutto a Lorenzaga, la situazione sta ormai tornando alla normalità, dove le difficoltà maggiori sono state causate dal canale Malgher. Ancora completamente allagate le aree golenali, come via Saccon a Meduna di Livenza dove rimangono sfollate le sette famiglie residenti. Problemi anche nella frazione di Basalghelle a Mansuè, dove il servizio di trasporto scolastico è sospeso da ieri e per tutta la giornata di oggi nelle vie Rigole, San Giorgio, Cornarè e Rosa. Castelfranco. In via Nogarola è crollato un argine del torrente Muson dei Sassi. Il cedimento è attribuibile alle abbondanti piogge di questi giorni. Il tratto di strada che da Castelfranco Veneto porta verso Resana resterà chiusa fino al 25 febbraio. Subito a lavoro ieri mattina i volontari della protezione civile e il genio civile di Padova. A preoccupare è stata soprattutto una condotta del gas minacciato dallo smottamento. Quartiere del Piave. Le frane sono un a vera e propria piaga. Mini-smottamenti di terreno sono stati segnalati un po’ ovunque, in particolare a Farra di Soligo e Refrontolo. A Moriago, invece, l’innalzamento della falda sotterranea ha mandato sott’acqua diverse abitazioni. Vittoriese. Una frana in via Osigo a Fregona si è portata via parte del piazzale di un’officina. Finite nella voragine due macchine e un trattore che erano parcheggiati sullo spiazzo. L’ennesimo guasto al territorio a causa delle piogge incessanti. Inghiottiti anche cinque grossi alberi che sono rovinati nel ruscello. Intanto a Vittorio Veneto il terreno ha ceduto sotto la chiesa di Formeniga mettendo in difficoltà una serie di famiglie. A Vittorio Veneto si contano altre quattro frane a Maren, a Col di Stella, in via Mor e sulla strada per la Madonna della Salute. Coneglianese. A Mareno e Vazzola si allarga il numero delle abitazioni allagate a causa dell’innalzamento del livello delle falde acquifere. Paura in via Guizza a Conegliano, dove la frana si sta muovendo e preoccupa gli abitanti della zona. Treviso e dintorni. S’è abbassato il livello del Sile a Treviso mentre nell’hinterland la situazione è migliorata. A Frescada l’allagamento è stato prosciugato grazie all’intervento dei Lagunari. A Casale invece in via Torcella la strada è stata prosciugata. Resta esondato il Sile nella zona del porticciolo di Casale e a Cendon.

Marco Filippi

 

Golena allagata, famiglie sfollate a Saccon

Scuole riaperte a Motta, Meduna e Gorgo. Si raccolgono firme per revocare le concessioni dei bacini

MOTTA DI LIVENZA – Oggi riaprono le scuole a Motta, Meduna e Gorgo: erano chiuse da lunedì. La situazione sta lentamente migliorando e tornando alla normalità grazie al livello del fiume Livenza ormai in netta decrescita. Lentamente l’acqua defluisce e anche nelle campagne, soprattutto a Lorenzaga, la situazione sta tornando alla normalità, dove le difficoltà maggiori sono state causate dal canale Malgher. Ancora completamente allagate le aree golenali, come via Saccon a Meduna di Livenza dove rimangono sfollate le sette famiglie residenti. Tutte le scuole di ogni ordine e grado da questa mattina riaprono regolarmente non sussistendo più criticità né sulla viabilità comunale né per la piena del Livenza. Qualche problema permane ancora nella frazione di Basalghelle a Mansuè, dove il servizio di trasporto scolastico è sospeso da ieri e per tutta la giornata di oggi nelle vie Rigole, San Giorgio, Cornarè e Rosa. E già si comincia a parlare dell’ennesimo rischio idrogeologico scampato. I “Mottensi Sdegnati” hanno avviato una petizione on line per la revoca delle concessioni per l’uso idroelettrico dei bacini di montagna. «Vogliamo che i bacini montani siano utilizzati solo per uso irriguo e per il contenimento delle piene dei fiumi» spiegano, «La petizione è una provocazione ma l’abbiamo proposta affinchè, scampata la paura, il problema non cada nel dimenticatoio fino alle prossime piogge. Vogliamo che i bacini montani mantengano un livello basso durante tutto il periodo invernale per non creare pericolo con i necessari svuotamenti quando piove anche a valle». L’obiettivo è la raccolta di diecimila firme che da presentare al presidente del Consiglio Enrico Letta e ai due presidenti di regione Veneto e Friuli, Luca Zaia e Debora Serracchiani. «L’acqua che ci arriva addosso» continuano i “Mottensi Sdegnati”, «è per la maggior parte la pioggia che cade sul vicino Friuli. Non si può operare a monte senza tener conto di quello che succede a valle. Abbiamo chiesto più volte di mantenere al minimo i bacini nel periodo che va da ottobre a marzo, ma ancora non si è fatto niente perché ci sono forti interessi locali, economici e politici».

Claudia Stefani

 

Crolla l’argine del Muson. Strada chiusa per un mese.

Paura ieri mattina lungo via Nogarola che da Castelfranco conduce a Resana

Pericolo scampato per una condotta del gas minacciata dallo smottamento

CASTELFRANCO – Crolla un argine del torrente Muson dei Sassi. Paura ieri mattina in via Nogarola per un tratto d’argine del Muson che ha ceduto a causa di uno smottamento provocato dalle abbondanti piogge di questi giorni. Il tratto di strada che da Castelfranco porta verso Resana resterà chiusa fino a martedì 25 febbraio. Subito al lavoro ieri mattina i volontari della Protezione civile e il Genio civile di Padova. A preoccupare è stata soprattutto una condotta del gas minacciato dallo smottamento. Ma per l’assessore Romeo Rosin, «la situazione resta comunque sotto controllo: per il momento il Muson è dentro i limiti». Anche se rimane momentaneamente sotto i livelli di guardia gli occhi delle telecamere sono costantemente puntati sul torrente e se dovesse scattare l’allarme allora entreranno immediatamente in azione i volontari della Protezione civile e il Genio civile di Padova e Treviso. In pratica non dovrebbe superare i 2 metri e 20 centimetri, in caso contrario la mobilitazione per correre subito ai ripari sarà immediata. Però la paura cresce lungo via Nogarola soprattutto ieri mattina quando un pezzo di argine non ha più retto sotto al peso delle piogge insistenti di questi giorni. Il tratto di argine si è staccato in una manciata di secondi fino a pochi centimetri dal margine della strada rischiando di inghiottire parte di carreggiata “risucchiando” qualche mezzo. Sono stati attimi di paura per gli automobilisti che hanno assistito alla scena e che hanno subito fatto scattare l’allarme. Erano appena passate le 9 di ieri e oltre 20 metri di parete arginale che costeggia il torrente si è staccata travolgendo tutto quello che ha incontrato lungo il suo passaggio. Ha inghiottito e divorato rami, sassi e impetuoso è arrivato a pochissimi passi dal margine della strada dove poi si è fermato. Le piogge di questi giorni non hanno dato un attimo di tregua distruggendo del tutto quel pezzo di argine che è crollato all’improvviso sotto gli occhi dei passanti. È stata invece una lotta contro il tempo per i volontari della Protezione civile di Castelfranco capitanati da Carlo Dorella che sono intervenuti in pochi minuti sul posto. « Si tratta di uno smottamento che fortunatamente non ha provocato dei seri danni alla strada» spiega Dorella, «la situazione nel pomeriggio si è già stabilizzata adesso continueremo a monitorare la zona». Ieri i volontari sono stati impegnati in vari interventi in tutta la zona. Al lavoro per tutta la giornata di ieri anche il Genio civile di Padova che ha seguito da vicino i lavori lungo il tratto di strada invasa per oltre 20 metri da fango, detriti e sassi. Così per la chiusura della strada è scatta un ordinanza straordinaria pubblicata anche sul sito del comune. «Oggi sono stati effettuati i lavori di ripristino dell’argine e della messa in sicurezza della Nogarola» spiega l’assessore Rosin, «l’ordinanza è stata una misura straordinaria per permettere i lavori e per questo resterà chiusa fino al 25 febbraio ed è vietato il transito ai mezzi tranne ai residenti e ovviamente ai mezzi di soccorso». Un episodio analogo era successo qualche anno fa. Quella volta a cedere era stato sempre un argine del Muson in via Muson dei Sassi a Treville. Per permettere i lavori di messa in sicurezza era scattata l’ordinanza per chiudere completamente al traffico la strada. A franare era stato un fronte di 20 metri sulla sponda ovest del fiume.

Vera Manolli

 

Il fiume Sile cala, Cendon resta sott’acqua

A Casale si rientra a casa in barca. I Lagunari salvano numerosi scantinati e garage di Frescada Ovest

CASALE – Cala il livello del Sile, ma l’allerta resta massima per le prossime ore. La giornata di ieri, tra Cendon, Casale e Lughignano, è stata ancora segnata dagli allagamenti. Resta critica la situazione nella zona dell’imbarcadero di Cendon, con una decina di case invase dall’acqua e i cittadini alle prese con i sacchi di sabbia e le pompe per svuotare le stanze. Un lavoro che continuerà anche oggi, con un occhio al cielo e l’altro al meteo. Allagato pure il giardino della canonica, l’edificio è rimasto all’asciutto. Sulla sponda opposta, a Lughignano, tra via Torre e via Saccon, la situazione forse più critica. La parte finale della zona industriale di Lughignano ha almeno dieci centimetri di acqua, ma le aziende sono salve perché più alte della strada. Lunedì pomeriggio una donna in preda al panico ha chiesto aiuto ai vigili del fuoco che l’hanno recuperata a casa e portata all’asciutto. Il lavoro della protezione civile prosegue senza sosta. Ma c’è anche chi denuncia di essersi sentito solo nell’emergenza: «In famiglia siamo riusciti a fare forza su noi stessi cercando di limitare i danni, resta il rammarico per la sensazione di abbandono», ha scritto Federico Bonan su Facebook. Non va dimenticato che a maggio 2013 le stesse famiglie avevano dovuto fare i conti con un’altra esondazione del Sile e con i relativi disagi e danni. Pochi chilometri più a sud, a Casale, via San Nicolò è ancora un tutt’uno con il fiume. Per rientrare a casa, i residenti devono utilizzare gli stivali alti fino alla coscia oppure la barchetta della protezione civile, trascinata dai volontari. Sospiro di sollievo invece per la zona di via Torcelle: le idrovore nella notte hanno liberato la strada. Il livello di Bigonzo e Rio Serva è in lieve abbassamento. A Frescada Ovest, l’intervento nella serata di lunedì dei Lagunari e del Genio ha scongiurato il peggio: fino alle 2.30 della notte è stata tolta acqua da via Bassa, liberandola. Il monitoraggio del livello del Dosson è proseguito, oggi la elementare Comisso sarà regolarmente aperta dopo due giorni di stop. A Roncade è rientrata l’emergenza per il Vallio e il Meolo, tutte le attenzioni si concentrano su via Treponti a Musestre. Le pompe hanno funzionato tutta la notte. E per portare gasolio al generatore di una di queste, è stato chiesto aiuto ai canoisti del gruppo “Opencanoe Openmind”.

Rubina Bon

 

Voragine a Fregona inghiotte 3 automezzi

Uno smottamento in via Osigo si è portato via il piazzale di un’azienda

Il terreno si sfalda sotto la chiesetta di Formeniga, famiglie in pericolo

FREGONA – Un boato e una frana si porta via parte del piazzale di un’officina. Finite nella voragine due macchine e un trattore che erano parcheggiati sullo spiazzo. L’ennesimo guasto al territorio a causa delle piogge incessanti è avvenuto ieri mattina in via Osigo a Fregona. Inghiottiti anche cinque grossi alberi che sono rovinati nel ruscello. Intanto a Vittorio Veneto il terreno ha ceduto sotto la chiesa di Formeniga mettendo in difficoltà una serie di famiglie.   «Quella di Osigo è una grande frana, che fa paura», ha commentato ieri il sindaco di Fregona, Giacomo De Luca. «Tutto il materiale è finito nel ruscello e ha formato una diga improvvisata. C’è una montagna di detriti, parecchi metri cubi di terra, pietra e alberi. È un episodio davvero preoccupante. Se le piogge continueranno la situazione potrebbe farsi davvero problematica». Maurizio Breda abita cento metri oltre l’officina. Dalla sua casa già lunedì sera aveva sentito distintamente strani rumori arrivare dal piazzale. «Ho udito sassi che rotolavano giù», racconta, «tanto che sono andato a controllare. C’era buio e avevo solo la pila, non sono riuscito a vedere». Ieri mattina la sorpresa è arrivata annunciata da un sordo rumore che saliva dal cuore della collina.   Tre anni fa c’era stata un’altra frana non lontano dallo smottamento di ieri. In via precauzionale era stato eretto un muro di sicurezza proprio vicino all’abitazione di Breda. Ieri da Osigo sono partiti i sopralluoghi che hanno impegnato, oltre al sindaco, i tecnici di Provincia e Servizi forestali e alcuni geologi che hanno controllato eventuali problemi alle abitazioni vicine. Preoccupazione anche a Col di Osigo dove la frana di questi giorni si sta muovendo. Lo smottamento si è verificato all’altezza della piazzetta vicino al borgo. Il rischio è che il terreno frani sull’unica strada di accesso al piccolo borgo. «La strada è comunale», ragiona il sindaco, «oltre ai disagi per la gente, preoccupano i costi». La strada al momento è a senso unico alternato come anche a Borgo Luca. Intanto anche nella vicina Sarmede ci sono stati piccoli cedimenti e avvallamenti sulla provinciale 151 tanto che sono stati chiamati i tecnici della Provincia per verificare la stabilità del muro di contenimento. Situazione difficile anche a Vittorio Veneto. Una frana di cento metri di fronte e profonda duecento si sta muovendo dalla collina proprio sotto il campanile della chiesa di Formeniga. Nel movimento lo smottamento ha investito anche l’acquedotto, tanto che è stato posizionato un tubo provvisorio per portare l’acqua a un gruppo di famiglie. Per precauzione sono stati staccati dai pali anche i fili della linea elettrica. A Vittorio Veneto si contano altre quattro frane a Maren, a Col di Stella, in via Mor e sulla strada per la Madonna della Salute.

Francesca Gallo

 

Due strade cedono a Farra e Refrontolo, chiusa la sp 152 

PIEVE DI SOLIGO – Notte di passione, quella tra lunedì e martedì, per il Quartier del Piave. Non bastassero le frane, che anche ieri hanno tormentato quasi tutti i Comuni tra Refrontolo e Valdobbiadene, ci si sono messi pure gli allagamenti. Scantinati e sotterranei finiti sott’acqua, interventi di vigili del fuoco e protezione civile, fiumi e torrenti costantemente monitorati. Mentre due strade, a Farra e a Refrontolo, sono state interrotte per altrettanti smottamenti. Il maltempo non ha dato tregua, e Moriago ha pagato il prezzo più alto lunedì sera. Diverse abitazioni sono finite sott’acqua sia nel centro del paese, che nella frazione di Mosnigo. Nessuna esondazione, ma si è alzato troppo il livello della falda sotterranea, costringendo gli abitanti per l’intera nottata a lavorare per pompare l’acqua fuori dalle loro case, aiutati dai vigili del fuoco. Una sola abitazione privata è finita sott’acqua in Borgo Stolfi, a Pieve di Soligo, sempre per l’innalzamento della falda che scorre sotto lo scantinato. Tempestivo l’intervento dei volontari della protezione civile. Da ieri mattina, l’emergenza ha riguardato le frane. A Farra è chiusa via Cardani, sul San Gallo, mentre non si contano i mini-smottamenti sui fondi privati, e due fronti franosi in movimento minacciano di interrompere le vie di comunicazione a Collagù, lasciando isolate alcune abitazioni. Forti disagi anche a Refrontolo, in via Patrioti, dove ieri mattina l’asfalto ha ceduto per almeno ottanta centimetri a causa di una frana che, oltre alla strada, ha interessato un vigneto privato. I tecnici del Comune hanno trovato un percorso alternativo per raggiungere le tre case e l’azienda della via, che altrimenti sarebbero rimaste isolate. A Cison la situazione è drammatica. La Provinciale 152 è chiusa da sabato, ma da ieri si allontana la possibilità di riaprire in tempi brevi la strada del Caldarment, chiusa dal 2011. Proprio quando il Comune aveva completato i lavori di sistemazione, e la riapertura sembrava imminente, una nuova frana è precipitata sulla strada: «Una storia senza fine, dovremmo mettere soldi che non abbiamo, ormai si va in primavera per il completamento dei lavori» ha commentato affranta il sindaco, Cristina Pin. Che ieri, vista la piena del Soligo, ha disposto anche la chiusura della pista ciclabile lungo l’argine. Ovunque campi allagati, fossati al limite e vigneti trasformati in acquitrini, con il concreto rischio di dover già fare i conti con malattie e parassiti all’arrivo della bella stagione. Il Comune di Pieve ha deciso di informare in tempo reale i cittadini sui social network, per prevenire spostamenti o trasferte nelle zone più a rischio.

Andrea De Polo

 

Le falde acquifere riaffiorano a Villorba In pericolo il grande magazzino di Zago Il torrente Giavera esonda in via Stradone 

VILLORBA. I fiumi sono rimasti all’interno degli argini, ma a preoccupare a Villorba è la falda che affiora. Nell’area tra la zona industriale e Fontane Chiesa Nuova molti gli scantinati invasi dall’acqua. Il caso più grave nel grande magazzino di Zago, in via Torricelli (in foto). Fin dalla notte ha cominciato ad affiorare l’acqua, e a nulla sono servite le idrovore in azione. Il livello ha continuato a salire, come se vi fossero delle vere e proprie risorgive appena sotto il magazzino. Ingenti i danni, il pavimento si è crepato e in alcuni tratti si è addirittura staccato dal suolo. Ieri mattina è stata portata un’idrovora in grado di pompare 1.400 litri di acqua al minuto, ma la situazione non è migliorata. La conta dei danni si potrà fare solo ad emergenza passata, perché non si esclude che tutta la struttura possa avere ora problemi di staticità. Molte le abitazioni che hanno condiviso, seppur in misura minore, lo stesso problema. Il fenomeno è andato via vai peggiorando, e la fascia coinvolta, verso sera, si è allargata a est e a ovest di Fontane Chiesa Vecchia. Anche a Carità in piazza Aldo Moro qualche problema nei garage. Il torrente Giavera invece ha tenuto ovunque, a parte che in via dello Stradone dove è esondato allagando due abitazioni. Il Comune sta seguendo l’evoluzione dia fatti ed ha istituto un centro di coordinamento in municipio con vigili del fuoco e volontari della Protezione civile.

(f.c.)

 

Asfalto squarciato da un cratere Paura a San Zenone

Crollati i tratti delle vie Valli e Fratta, isolata S. Anna di Asolo Sale ancora il livello delle acque, emergenza a Semonzo

SAN ZENONE Allagamenti, frane e smottamenti: la Pedemontana in ginocchio. Da Maser a San Zenone giornata piena di interventi per i vigili del fuoco, volontari della Protezione civile e dei tecnici della Provincia. A Semonzo sono stati impiegati oltre 20 uomini della Protezione civile della Pedemontana del Grappa. Due smottamenti nel primo pomeriggio di ieri hanno interessato via Valli e via Fratta a San Zenone. Si è aperta una voragine di qualche metro mentre oltre 10 e 30 metri di strada hanno ceduto a causa della pioggia battente. È stata una fortuna che in quel momento per strada non passasse nessun automobilista. A causare il cedimento sono state le piogge che hanno creato delle infiltrazioni di acqua sotto il manto stradale provocando così gli smottamenti. Sul posto tempestivo l’intervento della Protezione civile comunale e grazie all’ordinanza del tecnico del comune le strade sono state momentaneamente chiuse al traffico. Chiuse per allagamento anche via Cime e via Jacopo Da Ponte. Non migliora purtroppo la situazione a Semonzo dove sale il livello di acqua che ha invaso lunedì mattina dodici garage di piazza Paradiso. Allagato anche il bagno di una casa dove solo nella mattina di ieri il livello dell’acqua è salito intorno ai 30 centimetri. Lavoro senza sosta per i volontari della Protezione civile della Pedemontana del Grappa. Per tutta la giornata di ieri, capitanati dal presidente Fabrizio Xamin, sono intervenuti sulle situazioni di emergenza. Allagamenti anche in molte abitazioni di via Molinetto in modo particolare nello scantinato di una casa dove dalle 8 di ieri mattina e fino a tarda serata con un idrovora i volontari hanno cercato di tirare fuori l’acqua. Anche qui il livello dell’acqua è salito fino a 50 centimetri mettendo a rischio un intera famiglia. Una frana invece ha interessato via Sant’Anna ad Asolo. A cedere è stata una pianta che cadendo ha trascinato con se un pezzo di collina invadendo così la carreggiata stradale. Subito è scattato l’allarme grazie ad un automobilista di passaggio che ha allertato i soccorsi. Sul posto immediato l’intervento dei vigili del fuoco volontari di Asolo e degli operai del comune che hanno messo in sicurezza la strada liberandola da fango e detriti. Chiusa la provinciale 101 in via Foresto Vecchio dove un tratto di strada è stata transennata per pericolo crollo del manto stradale. Sul posto immediato l’intervento dei tecnici della Provincia che hanno lavorato tutto il pomeriggio di ieri per ripristinare la circolazione solo su una corsia. Frana ancora il Mostaccin a Maser. Da sabato fino a ieri blocchi di massi non hanno dato tregua e si sono staccati dalla montagna bloccando in alcuni tratti la strada. Anche qui lavoro senza sosta per i tecnici della Provincia per mettere in sicurezza la strada provinciale 1.

Vera Manolli

 

Stato di allarme idrogeologico a Susegana

Preoccupa la collina di Collalbrigo, a Mareno idrovore all’Oasi Campagnola, a Vazzola sos scantinati

CONEGLIANO Aumentano ora dopo ora, nel Coneglianese, le case invase dall’acqua a causa dell’innalzamento della falda. E mentre a Susegana la protezione civile ha dichiarato lo stato di allarme idrogeologico, cresce a Conegliano il livello di guardia per la frana che lunedì ha costretto a chiudere via Guizza, nel tratto tra il cimitero e la scuola elementare di Collalbrigo. Il fronte sembra ampliarsi sempre più. Conegliano. A chiedere un monitoraggio continuo della situazione di via Guizza è il sindaco Floriano Zambon. «La frana riguarda tutto il campo che sta a valle della strada, è un movimento che è in corso da anni, servirà uno studio accurato», spiega il primo cittadino. Sempre a Collalbrigo ieri si è registrata una caduta di sassi da un terreno posto in via Dei Biadene. Sotto controllo anche uno smottamento per il cedimento di un cantiere lungo la strada vicinale Calderara, verso Ogliano. Mareno. A Mareno ieri è cresciuto ancora anche il livello dei laghetti dell’Oasi Campagnola, tanto che in certe ore i due bacini e il parcheggio formavano un unico specchio d’acqua che ha invaso anche la struttura comunale. Per permettere l’installazione di alcune idrovore è stata chiusa parte della strada soprastante. Vietata al traffico anche la vicina via Serravalle. Intanto aumenta il numero delle famiglie con scantinati e garage allagati. Vazzola. Un problema che a Vazzola si sta facendo sentire sempre più, con un numero crescente di garage, taverne e seminterrati allagati. Alcune famiglie si sono trovate temporaneamente senza corrente per il surriscaldamento dei fili elettrici causato dal troppo lavoro delle pompe. San Vendemiano. Situazione critica anche in altre parti del Coneglianese, come a San Vendemiano: in via Carducci i garage somigliano a piscine. Allerta anche a San Pietro, San Fior, Codognè e Godega. La preoccupazione è tanta, la conta dei danni non è ancora cominciata. Intanto si guarda al livello dei corsi d’acqua e della falda e ci si augura che il maltempo conceda una tregua.

Renza Zanin

 

MALTEMPO »L’ANALISI E LA PREVENZIONE

Bacino di laminazione per evitare ogni rischio

L’assessore regionale Conte: Prà dei Gai dovrebbe risolvere i problemi Romano (Consorzio Piave): tutti i Comuni facciano un piano delle acque

MOTTA DI LIVENZA – Fiumi che esondano, falde che si alzano, colline che franano, le precipitazioni eccezionali di questi giorni hanno portato la Marca al collasso, sbriciolato argini, eroso rive e allagato scantinati. Mentre si attende che cessi di piovere, gli esperti si interrogano sulle cause che hanno portato all’allarme idrogeologico. Livenza. Ancora una volta è il Livenza a fare paura, un corso d’acqua che da tempo attende interventi di manutenzione straordinaria e che lunedì sera ha raggiunto l’altezza record di 7.50 metri. «Una piena che ha come causa le piogge eccezionali e il conseguente carico d’acqua» spiega Alvise Lucchetta, ex genio civile del capoluogo, oggi Sezione idrogeologica e forestale Treviso-Venezia «le arginature hanno retto bene, diciamo che fuori dall’alveo ci sono state le problematiche più evidenti con la chiusura delle paratoie che collegano i canali al fiume principale». Sulle soluzioni percorribili per la sicurezza idraulica di quel territorio, risponde l’assessore regionale all’Ambiente, Maurizio Conte, ricordando il progetto della vasca di laminazione sul fiume Livenza-Meduna in località Prà dei Gai e la pulizia degli alvei dove il materiale inerte si deposita creando strozzature al deflusso dell’acqua. «Uno storico punto critico in caso di fortissime precipitazioni si trova a Prà dei Gai nella zona golenale dove il fiume confluisce nel Meduna. La Regione Veneto ha avviato la fase di valutazione di un progetto che prevede la realizzazione di un bacino di laminazione. Un’opera posta a confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia che darà una risposta, in particolare ai comuni di Portobuffolè e Motta» spiega Conte. Lavori che sarebbero in fase di avvio, rassicura il vertice di palazzo Balbi: «Il progetto è in valutazione e sarà presto approvato dalla Commissione via. C’è una copertura parziale del costo dei lavori che è di 22 milioni di euro. L’intervento si inserisce nell’ambito di un project financing più ampio che prevede anche la pulizia dell’alveo. Questo permetterà di creare una maggiore capacità d’invaso. Aumentando la portata del fiume e rallentando la sua velocità verso il mare si diminuiranno anche i fenomeni di erosione». Allo stesso tempo, per il Livenza, è stato anche previsto un ripristino delle arginature, continua l’assessore: «Nel project è inserito un rifacimento degli argini e la ricostituzione della cosiddetta zona umida. Per questo impiegheremo novecento metri cubi di terreno». Un intervento di questo genere ha già dato i suoi buoni frutti a Castelfranco, dove i lavori sugli affluenti di sinistra del Muson consentono la laminazione di un milione di metri cubi d’acqua. Sile. Ad alzarsi pericolosamente è stato anche il livello del fiume Sile che è esondato a Casier e Casale. «Le cause di questo fenomeno sono in gran parte dovute a una situazione già compromessa per via delle piogge che non hanno mai abbandonato il Trevigiano nei passati tre mesi. Questi nuovi giorni di maltempo hanno mandato ancora più in sofferenza il sistema idrografico minore di pianura e collina. Anche il Sile ha quindi avuto difficoltà a riceve il carico d’acqua proveniente dai suoi affluenti» spiega Giuseppe Romano, presidente dell’Unione Veneta Consorzi e del Consorzio Piave. Il corso d’acqua più tranquillo della Marca ha quindi dovuto reggere il massiccio flusso di detriti provenienti dagli immissari. E proprio a loro saranno rivolti i futuri lavori di manutenzione, spiega Romano: «Essendo il Sile un fiume di risorgiva, bisogna lavorare sui suoi affluenti, in particolare su Dosson e Melma». Il Dosson infatti, nei giorni scorsi non è più riuscito a ricevere le acque di canali e fossati e ha invaso via Bassa a Frescada. «Per risolvere questo nodo» continua Romano «stiamo appaltando i lavori per la creazione di un bacino di laminazione. A fine mese avremo la consegna dei lavori. Ma sarebbe da potenziare anche il Melma, costruendo un altro bacino di laminazione, prima che entri nel Sile. Per quest’ultimo intervento abbiamo individuato un’area ma siamo ancora in fase progettuale». Piano delle acque. Da non sottovalutare infine degli interventi secondari validi per tutta la Marca, propone il presidente di Consorzio Piave: «E’ necessario che tutti i comuni facciano il proprio “Piano delle acque” ovvero uno studio idraulico che consenta ai sindaci di mappare canali, reti di scolo e fossi privati. Se i fossati non sono puliti, l’acqua tracima impattando sui canali, che a loro volta si riversano nei fiumi». Ed è questo un punto sul quale insiste anche “il buon senso” popolare: la scarsa manutenzione di fossi e tombini ha creato in passato allagamenti anche nei centri urbani.

Valentina Calzavara

 

Cassa d’espansione per contenere la piena degli affluenti

TREVISO – I sei giorni di pioggia ingrossano il Sile, che fa paura nel cuore di Treviso ma anche nell’hinterland sud. Mentre Ca’ Sugana ha attivato il Coc (Centro operativo comunale) per monitorare il corso d’acqua, sono state diverse le esondazioni, specie nella prima periferia. Tra le zone più colpite: Cendon di Silea dove il centro è stato invaso dall’acqua ma anche Casale dove il traffico è stato chiuso in nelle vie Torcelle, Burano e San Nicolò, nonché nella zona del porticciolo, completamente sommersa con annesse case rivierasche. Non va meglio e Casier dove l’acqua ha raggiunto piazza Pio X e ha reso inaccessibile la Restera . Ma preoccupano anche il Cagnan e il Pegorile e osservati speciali restano pure il Dosson a Frescada di Preganziol, il Musestre e il Vallio a Roncade. A spiegare quanto sta accadendo al fiume che attraversa il capoluogo, è Giuseppe Romano, presidente dell’Unione Veneta Consorzi e del Consorzio Piave: « Sono andati in sofferenza i corsi d’acqua più piccoli che rappresentano l’85% dell’idrografia di pianura e collina. Un fenomeno che non ha risparmiato nemmeno questo fiume di risorgiva che ha avuto qualche difficoltà a ricevere il carico d’acqua proveniente dai suoi affluenti, tra cui il Dosson e il Melma, per i quali stiamo pensando a dei bacini di laminazione».

(v.c.)

 

Frane a ogni pioggia boschi poco curati vigneti non a norma

I geologi puntano il dito sulla mano dell’uomo: «Gli alberi vecchi creano fessurazioni, i filari prevedano drenaggi»

IL GEOLOGO LUCCHETTA – Un bosco vecchio ha bisogno di continua manutenzione, meglio un vigneto giovane piantumato nel rispetto delle regole

PIEVE DI SOLIGO – Boschi e vigneti del Quartier del Piave sono seduti su colline dai piedi d’argilla. Stavolta, sono franati i boschi. Sempre più vecchi, sempre più trascurati e, quindi, pericolosi. Tra venerdì e ieri pomeriggio, frane “boschive” si sono registrate a Refrontolo, Follina, Miane, Pieve di Soligo, Farra. I vigneti hanno sopportato meglio la pioggia, ma il pericolo non cessa: anche nel loro caso, una cattiva manutenzione può generare frane e smottamenti. Gli esperti avvisano: per prevenire il rischio, i boschi vanno tagliati regolarmente, e i vigneti (rigorosamente da disporre a terrazzamento, e mai lungo le linee di pendenza della collina) devono rispettare rigorosi vincoli in quanto a drenaggi e governo delle acque. Stanca di dover fare il conto delle frane a ogni ondata di maltempo, il sindaco di Cison, Cristina Pin, ha emesso un’ordinanza che obbliga i proprietari dei boschi a tagliare tutti fusti di diametro superiore ai 30 centimetri. Il geologo pievigino Gino Lucchetta spiega quali rischi si corrono: «Gli alberi vecchi sono più grandi, e pesano di più. Con il vento si piegano e generano “l’effetto leva”. Si creano fessurazioni e l’acqua entra nel terreno. I boschi hanno bisogno di manutenzione continua. Il bosco vecchio è un peggiorativo per la stabilità del terreno». Meglio, secondo Lucchetta, un vigneto giovane, di un bosco vecchio: «Se l’intervento è fatto bene, non dà problemi. Il principio è il governo delle acque». Segreti per installare un vigneto senza correre rischi? «Mai disporre i filari lungo le linee di pendenza, ma secondo le curve di livello. Così si creano una sorta di terrazzamenti che rallentano e sopportano meglio il flusso dell’acqua». Per i viticoltori che non vogliono restare col fiato sospeso a ogni pioggia, sarà importante anche non esagerare con il diserbo. Lo spiega Filippo Taglietti, tecnico del Consorzio di Tutela Prosecco Docg: «Il diserbo non consente all’erba e alle piante di radicarsi, ed entrare in profondità nel terreno. Così viene meno la loro funzione di “tampone” a eventuali movimenti del suolo». Il destino di un vigneto, però, si decide già al momento del progetto: «Servono perizie, e impianti di drenaggio e scolo. Ci si deve rivolgere a tecnici specializzati, ai Beni Ambientali e alla Forestale. E di solito si chiede anche una perizia geologica. I vigneti più giovani sono quelli più a rischio». Come per i boschi, un ruolo decisivo lo gioca la manutenzione: «La sentieristica e la rete di passaggi create dai viticoltori alleggeriscono il carico d’acqua».

Andrea De Polo

 

IL CONEGLIANESE E LA BASSA

Le falde crescono: «Più precauzioni nel costruire in zona di risorgive»

CONEGLIANO Le falde acquifere sotto la Marca continuano a salire, in dieci anni il livello di profondità è aumentato di parecchi metri. Negli ultimi giorni nel basso Coneglianese, a Mareno, Vazzola, San Fior e Codognè, sono andate sott’acqua centinaia di famiglie. «Quello dell’innalzamento della falda freatica è un fenomeno naturale che viene alimentato in modo importante dalle precipitazioni eccezionali in corso e dalla piena dei fiumi» spiega Eros Tomio, geologo di Villorba. Una situazione che si sta via via accentuando, continua l’esperto: «Mentre dagli anni Settanta e fino al 2005, per circa trentacinque anni, la falda si è abbassata per motivi legati all’eccessivo sfruttamento del suolo. Nell’ultimo decennio stiamo assistendo a un’inversione di tendenza, la falda sta salendo perché l’urbanizzazione è diminuita. Ecco che le piene nel sottosuolo sono maggiori». Un trend confermato anche da Gino Lucchetta, geologo di Pieve di Soligo: «E’ difficile dare una misura degli innalzamenti della falda. Ad esempio a Nervesa la falda oscilla nel corso dell’anno anche di 12 metri, ma essendo a 25 metri di profondità, nessuno se ne accorge e lì siamo a ridosso del fiume. Man mano che ci spostiamo verso la linea delle risorgive, si arriva al mezzo metro di profondità in zona Fontane, Villorba, Paese e Piombino Dese. Anche nel Coneglianese diciamo che l’apporto delle precipitazioni straordinarie di questi giorni ha inciso sulla falda, che è tornata ai livelli degli anni Settanta». Cosa fare allora se si vive in una zona a “rischio”? «Visto che l’innalzamento della falda è un fenomeno naturale che risente delle piogge, dell’irrigazione e delle piene dei fiumi. Bisognerebbe agire a monte, quando la falda è vicina al piano campagna occorre adottare degli accorgimenti nella fase di costruzione della propria casa. Le stanze interrate dovrebbero essere impermeabilizzate subito. Farlo in un secondo momento è più difficile, più costoso e porta a risultati meno brillanti». Una soluzione condivisa anche da Lucchetta: «Dopo un periodo di calo, la falda è risalita e adesso ne paghiamo le conseguenze, soprattutto dove sono state realizzate opere di sotterraneo. La natura sta facendo il suo corso, forse qualcuno è stato poco previdente e non ha guardato la storia del territorio in cui ha edificato».

(v.c.)

 

Tribuna di Treviso – La marca sott’acqua.

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3

feb

2014

Fiumi, ecco tutti i progetti non realizzati

Bacini in dirittura, altri fermi. Livenza: il nodo Pra’ dei Gai. Piave: maxipulizia, rinviata la diga. Monticano: ora una “cassa”

Clima impazzito e rischi idrogeologici, la Marca torna in questi giorni di piogge anomale a ricordare l’alluvione del ’66 e le successive esondazioni, fino a quella del 2010. Da allora, quasi cinque decenni di ansia e paura, ogni volta che i fiumi si ingrossano, e l’acqua invade campi , frazioni e paesi. Molto resta ancora da fare per mettere davvero in sicurezza territorio e abitanti. Alcuni progetti restano sulla carta altri, fortunatamente, hanno ottenuto le risorse e sono a buon punto o in dirittura d’arrivo. Ma c’è anche da chiedersi perché le comunità stiano attendendo la loro realizzazione da tempo, tantissimo tempo.

Livenza. Tra i corsi d’acqua che da o tempo attendono una manutenzione straordinaria c’è il Livenza. Il fiume, che solca Veneto e Friuli, vede a Portobuffolè, in località Prà dei Gai dove confluisce nel Meduna, uno storico punto critico in caso di fortissime precipitazioni. «Per far fronte a questo la Regione Veneto ha dato avvio alla fase di valutazione di un progetto che prevede la realizzazione di bacino di laminazione e l’impiego di 900 metri cubi di terreno per le arginature e per il ripristino della cosiddetta zona umida» fa sapere Maurizio Conte, assessore regionale all’Ambiente «il progetto è in fase di valutazione, e sarà presto approvato dalla Commissione via. C’è una copertura parziale per 22 milioni di euro». Un intervento che s’inserisce nell’ambito di un project financing più ampio che comprende anche la pulizia degli alvei fluviali.

Piave. Per il fiume sacro alla Patria la Regione starebbe mettendo a punto una grossa pulizia del fiume. «Con il Genio Civile stiamo valutando i depositi di materiale inerte presenti sull’alveo con possibilità di compensazione, cioè di realizzare, con quanto ricavato, aree di allagamento lungo il corso d’acqua a nord di Ponte della Priula». Ma urgente sarebbe anche lo sgombero di quanto si è depositato a sud verso Ponte di Piave. Lì, secondo l’assessore regionale, si è creata una strettoia che causa problemi: «Vogliamo creare una maggiore capacità d’invaso per aumentare la portata del Piave, per ottenere un minor deflusso e quindi rallentare la velocità dell’acqua verso il mare».

Muson. Qual è la situazione? «Siamo molto avanti con i lavori, i dovuti interventi sono già stati fatti per gli affluenti di sinistra. Tra un mese saranno appaltati i lavori per la cassa d’espansione del bacino di Fonte, che avrà una capacità di 1 milione di metri cubi» aggiunge Giuseppe Romano, presidente dell’unione Veneta Consorzi e del consorzio Piave. Monticano. Osservato speciale in questi giorni è stato invece il Monticano, non solo nel suo passaggio a Gorgo. «Per questo fiume, nel giro di pochi mesi, saranno affidati i lavori per realizzare a Fontanelle una cassa di espansione con un invaso in grado di contenere fino a 2 milioni di metri cubi d’acqua», continua Romano.

Sile. Il corso d’acqua storicamente più tranquillo è diventato problematico: «Trattandosi di fiume di risorgiva, per alleggerirne il carico bisogna agire sugli affluenti. Il progetto per il Dosson è in fase di appalto, entro un mese avremo la consegna dei lavori. E c’è un progetto per un ulteriore bacino di laminazione per il Melma». Meschio. Il fiume è di carattere torrentizio. «Bisogna aumentarne la laminazione», sostiene Romano, «A Cava Merotto siamo intervenuti ma occorre potenziarla. Questo, vale anche per altri fiumi, in alcuni casi si potrebbero utilizzare proprio le cave, se queste non fossero di proprietà privata ma del demanio».

Diga di Falzè. Se ne parla da anni, della diga di Falzè a Sernaglia. «Ma non è una priorità», fa sapere l’assessore Conte: «Ci sono posizioni discordanti, il territorio non ne vede la necessità, secondo alcuni studi lo sarebbe. Prima la pulizia del Piave, poi valuteremo».

Valentina Calzavara

 

E c’è chi aspetta i soldi del 2012

Nel Coneglianese ancora allagamenti, e i vecchi rimborsi restano un miraggio

Ancora scantinati e garage allagati in tutto il Coneglianese, in particolare a Mareno e Vazzola; piccoli smottamenti a San Pietro di Feletto; esondazioni a San Fior, all’incrocio tra il torrente Codolo e il Codoletto; innalzamento delle falde in tutta l’area e fossati che, in varie parti, non hanno retto la quantità d’acqua. Alto anche il livello dell’Oasi Campagnola a Mareno. Mentre si cerca di prevenire e limitare i danni, scoppiano le polemiche sugli interventi che non sono stati fatti e sui risarcimenti mai arrivati nelle tasche di chi ha visto la propria casa invasa dall’acqua nel novembre del 2012 e che in queste ore vive con l’angoscia di nuove esondazioni. Sul piede di guerra ci sono, in particolare, i residenti di Visnà. Qui, nel 2012, il torrente Favero, affluente del Monticano, ha trasformato le strade in fiume d’acqua di quasi un metro che ha invaso le case portandosi via mobili, elettrodomestici, danneggiando muri e automobili. Venerdì è uscito di nuovo, questa volta allagando solo campi e sfiorando le case. Ed è questo che ha fatto salire la rabbia: venerdì mattina i residenti sono tornati a casa dal lavoro per riempire sacchi e salvare il possibile. «In 14 mesi non è stato fatto alcun lavoro di prevenzione in quella che è stata una delle zone più colpite», protesta Nicola Alessandri. Nella sua casa di via Monticano si sono contati 30 mila euro di danni circa. E qui c’è la seconda questione che fa infuriare gli alluvionati: i soldi richiesti non sono mai arrivati. Lo sa bene anche Piero Baseotto: a casa sua, in via Cavalieri di Vittorio Veneto, il conto è stato di diecimila euro. Anche lui si unisce al coro di chi protesta: «Non hanno fatto alcun intervento finora per sistemare gli argini, è disarmante», dice, «e ad oggi dei soldi di risarcimento non se ne parla». Quello che chiedono i residenti è la messa in sicurezza degli argini del Favero e la pulizia dei fossati. «È una vergogna, dovevano fare interventi di prevenzione, a più di un anno di distanza dall’esondazione non è stato fatto nulla», gli fa eco una famiglia in via Monticano, che ha ancora sulle pareti i segni di quello che è accaduto nel novembre di due anni fa. «Ci hanno detto di aspettare a fare i lavori, l’umidità continua a uscire fuori», aggiungono. Il vicesindaco Claudio Modolo si dichiara dalla loro parte e parla di un’amministrazione comunale «con le mani legate» dalle ridotte possibilità di spesa che ha sollecitato più volte sia gli interventi che i risarcimenti. In attesa di lavori di messa in sicurezza sono anche le famiglie di via della Crosetta a Conegliano, vittime di allagamenti due anni fa. La macchina dei soccorsi e il lavoro dei volontari della Protezione civile è continuato senza sosta.

Renza Zanin

 

«Frane, manca la manutenzione»

Smottamenti nel Quartier del Piave, il geologo accusa: bisogna prevenire

Colline dai piedi d’argilla, boschi trascurati, mancanza di fondi. Hanno tanti padri le frane che tra venerdì e domenica hanno scosso il Quartier del Piave. Da Refrontolo (in ginocchio l’area del Molinetto della Croda) a Segusino (ancora chiusa e sott’acqua la galleria che porta a Vas), passando per Cison (Provinciale 152 inghiottita da una voragine), l’emergenza non è ancora rientrata. «Il terreno è fragile sia per la natura della roccia, che per le pendenze, ma quello che è carente, da parecchio tempo, è la manutenzione»: parola di Gino Lucchetta, geologo e presidente Comunità Montana Prealpi. «Molte opere, completate anni fa, non hanno la minima cura di cui necessitano». Un esempio? Fino alla scorsa generazione gli agricoltori nei giorni di pioggia uscivano armati di badile per deviare l’acqua, chiudere crepe, governare il flusso della pioggia. «Oggi quando piove andiamo al centro commerciale», commenta. E non pensiamo più a quei piccoli interventi, di buon senso, che spesso sono sufficienti a scongiurare una frana. C’è, poi, la partita relativa ai (pochi) fondi a disposizione di Comuni ed enti: «Con i quattro operai che ha a disposizione il Comune di Pieve, come si fa a pulire tutte le caditoie? Dal 2006, come Comunità Montana abbiamo istituito un servizio sovracomunale per la pulitura di caditoie e attraversamenti. Ci sono due squadre di quattro uomini. I Comuni non possono più farlo, idee ce ne sarebbero tante ma mancano i fondi». Lo pensa anche Cristina Pin, sindaco di Cison: «Abbiamo due operai, non possono pulire tutte le caditoie». Da un paio d’anni è alle prese con una frana dietro l’altra, specie a Rolle. E anche qui, servirebbe uno sforzo in più dei privati: «I boschi, rispetto a 20 anni fa, sono invecchiati e trascurati. Nessuno usa più la legna del bosco per scalarsi, e gli alberi non sono curati, non c’è un ringiovanimento della vegetazione. Questo rende le piante e il terreno più fragili». Il sindaco è dovuto ricorrere a un’ordinanza concertata con la Forestale: «Dovranno essere tagliati tutti gli alberi con diametro superiore ai 30 centimetri, specie quelli fronte strada. Chi non lo farà, pagherà l’intervento di una ditta esterna che manderemo noi».

Andrea De Polo

 

Il Livenza fa ancora paura «Lavori fermi da 50 anni»

Il sindaco di Meduna, Fantuz, ha affrontato 4 crisi idrogeologiche in 5 anni «Da troppo tempo ormai parliamo delle stesse cose e le opere non si fanno»

Mentre il pericolo idrogeologico appare ormai scampato, si torna già a parlare delle grandi opere che medunesi e mottensi in particolare attendono da quasi cinquant’anni: le casse di espansione sul Pra’ dei Gai e la traversa di Colle. «Tanti cittadini medunesi in questi giorni mi chiedono quando verranno finalmente eseguite queste opere importantissime per la nostra sicurezza», commenta il sindaco di Meduna, Marica Fantuz, «ormai da anni parliamo delle stesse cose e le opere non si fanno. Tornano di attualità durante questi eventi di piena e poi, quando la tensione cala, non se ne parla più fino alla piena successiva. Il fenomeno attualmente in corso dovrebbe far riflettere tutti e ragionare su come evitare che si ripetano nuovamente». Il sindaco medunese, al suo primo mandato amministrativo, ha affrontato quattro crisi idrogeologiche in cinque anni. Eletta nel giugno 2009, Fantuz ha affrontato la grande piena dei primi di novembre del 2010, quella di un mese dopo durante le festività natalizie sempre nel 2010, la crisi idraulica del marzo 2011 e, infine, quella in corso in questi giorni. «Ho affrontato quattro fenomeni naturali problematici in novembre, dicembre, marzo e febbraio in pochi anni. Non c’è più un periodo particolare cui prestare attenzione. Questo ci deve fare veramente pensare di mettere in campo soluzioni quanto prima perché siamo esposti in gran parte dell’anno». Il costo delle opere e la difficoltà a raggiungere un accordo tra le regioni Veneto e Friuli sono all’origine del blocco in atto alla realizzazione delle grandi opere. Il progetto della diga di Colle, in Comune di Arba, vede, oltre ai costi esorbitanti per la realizzazione e ai lunghi tempi per la realizzazione, anche l’opposizione netta dei residenti della frazione, appoggiati dalle amministrazioni comunali che si sono succedute negli anni. Per quanto riguarda il progetto del bacino di laminazione di Pra’ dei Gai, l’opposizione dei paesi rivieraschi pordenonesi, Pasiano, Prata, Brugnera e Sacile in primis, ha fatto ridimensionare il progetto alla Regione Veneto, comunque decisa a realizzare l’opera con le proprie forze. Dalle due casse pensate originariamente dalla commissione De Marchi subito dopo la devastante alluvione del 1966, ora il progetto regionale prevede la realizzazione di un’unica cassa in territorio completamente veneto. La Regione ha in parte già realizzato opere di diaframattura in più punti del fiume Livenza, propedeutiche alla realizzazione della cassa. Anche questo progetto vede la ferma opposizione delle comunità pordenonesi.

Claudia Stefani

 

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