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I commissari del Consorzio bloccano parte della maxi liquidazione

Mazzacurati, stop a un milione

La gestione commissariale del Consorzio Venezia Nuova ha bloccato un milione e 154 mila euro della maxi liquidazione (sette milioni) dell’ex presidente Giovanni Mazzacurati. Bilancio chiuso con 28 milioni di passivo.

Venezia Nuova: la nuova gestione commissariale congela 1,154 milioni su 7

Il bilancio chiuso con 28,7 milioni di passivo. Meno fondi: gestione in difficoltà

VENEZIA – Ventotto milioni e 700 mila euro di passivo. Che toccherà alle imprese ripianare. Liquidazione di 7 milioni di euro all’ex presidente Mazzacurati in parte bloccata. E criteri modificati.

Segna una netta inversione di tendenza il bilancio consuntivo 2014, approvato in questi giorni dalla nuova gestione commissariale nominata dal presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone.

Conti passati al setaccio dai tre commissari che governano il Consorzio da fine 2014, Luigi Magistro, Francesco Ossola e Giuseppe Fiengo.

La liquidazione di 7 milioni di euro era stata disposta nel dicembre 2013, sei mesi dopo l’arresto dell’ex presidente e direttore, dal Consorzio presieduto da Mauro Fabris. Ma adesso i commissari hanno deciso di congelarne una parte, un milione e 154 mila euro.

«È intenzione degli amministratori straordinari», si legge nella nota integrativa al bilancio 2014, «procedere a un approfondimento sulla sussistenza di tale debito». Cioè a dire: quell’importo potrebbe anche non essere legittimo.

Altro debito riscontrato dal bilancio è quello di 317 mila euro che l’ex direttore non avrebbe versato per l’acquisto delle azioni Tethis. Controllata del Cvn anche questa amministrata per molti anni da Mazzacurati.

Infine, il bilancio introduce una significativa modifica dei criteri sul pagamento degli «oneri del concessionario». Sull’importo di tutti i lavori il Consorzio aveva diritto per legge a un aggio del 12 per cento, per gli «oneri del concessionario e l’attività di sorveglianza sui lavori».

Cifre cospicue – circa 600 milioni di euro sui quasi 6 miliardi di spesa prevista per le dighe mobili – che servivano per il mantenimento della macchina del Consorzio e altre spese. I commissari nel passare al setaccio i bilanci degli anni scorsi, hanno scoperto ad esempio che il 12 per cento veniva versato con congruo anticipo, prima dell’inizio dei lavori in quota pari al 60 per cento. Solo il 40 per cento durante i lavori. In sostanza, i soldi degli «oneri» sono già arrivati e sono già stati spesi. E adesso la gestione si troverà in grande difficoltà per i minori fondi a disposizione.

«E questo», scrivono Magistro, Ossola e Fiengo, «proprio nel momento in cui il progetto entra nella sua delicata fase operativa». Primo bilancio dell’era commissariale. Reso pubblico e soprattutto attento alla nuova situazione che si è creata. Azzerati i contributi che venivano dati alle istituzioni, a cominciare dal teatro La Fenice (un milione). Quelli del Marcianum, l’istituzione culturale creata dall’ex patriarca Scola. Ridotte le iniziative e i convegni, ridotte anche le cerimonie. Oltre all’aspetto giudiziario – della corruzione e dell’evasione fiscale – le inchieste sul Mose hanno provocato un cambio nella gestione.

Alberto Vitucci

 

L’EX capo DEL CONSORZIO per il mose

Respinta dal giudice Scaramuzza la richiesta di incidente probatorio dell’ex sindaco Orsoni e di Lia Sartori

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, non è idoneo a sostenere un interrogatorio e i primi segnali di decadimento sarebbero stati evidenti già durante l’interrogatorio che aveva sostenuto, nel settembre dello scorso anno, davanti al giudice della California per conto del Tribunale dei ministri che giudicava l’ex ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli. Questa, in sostanza, la decisione del giudice veneziano Alberto Scaramuzaza, che ha quindi respinto la richiesta di incidente probatorio avanzata dai difensori degli indagati Giorgio Orsoni e Lia Sartori, l’ex sindaco di Venezia e l’ex europarlamentare di Forza Italia.

I due esponenti politici sono accusati del reato di finanziamento illecito dei rispettivi partiti dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini sulla base delle dichiarazioni di Mazzacurati, il quale ha sostenuto di aver finanziato le loro campagne elettorali, rispettivamente per le comunali e per il parlamento europeo.

Gli avvocati dei due, quindi, avevano chiesto di sentire in incidente probatorio, prima dell’udienza preliminare e del processo, il principale accusatore, ma il suo avvocato ha consegnato la documentazione medica in cui si afferma che non ricorda più nulla e che soffre di una patologia cardiaca molto grave. Con la sua ordinanza, il giudice di Venezia che ha firmato le ordinanze di custodia cautelare per la corruzione per il Mose accoglie questa tesi e spiega che Mazzacurati non può più essere sentito.

I verbali dei suoi interrogatori, quelli resi davanti ai pubblici ministeri alla presenza del suo difensore, a questo punto, saranno acquisiti, come ha chiesto il pm Ancilotto, e inseriti nel fascicolo che finirà sul tavolo del giudice Andrea Comez, colui che dovrà decidere sulla richiesta di rinvio a giudizio degli indagati da parte della Procura, quando verrà presentata, e, nel caso, dovrà processare chi chiederà di farlo con il rito abbreviato.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Mose. Il Consorzio paga al Fisco 18 milioni

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23

mag

2015

MOSE – Il Cvn salda senza cercare di opporsi il salatissimo conto dell’Agenzia delle Entrate

Il Consorzio Venezia Nuova paga senza opporsi. Una cifra da capogiro pari a 18 milioni e 531.927 euro. Non un centesimo di meno. È il conto che l’Autorità finanziaria ha presentato al Consorzio Venezia Nuova lo scorso 16 ottobre per irregolarità fiscali rilevate dalle Fiamme Gialle nelle annualità 2005-2009. Conto che lo stesso Cvn ha accettato di versare sottoscrivendo, due settimane fa, il 7 maggio, con la Direzione regionale del Veneto dell’Agenzia delle Entrate lo specifico atto di adesione a seguito di istanza da accertamento.

Il totale solo di sanzioni e di interessi ammonta a quasi 6 milioni e 755mila euro cui vanno sommati gli 11 milioni e 777mila euro di imposte dovute fra addizionale regionale e comunale, Irpeg, Irap, ritenute e Iva. Anche questo è uno degli effetti dell’onda lunga dello scandalo Mose, visto che nei rilievi mossi dalla Guardia di Finanza lagunare sono compresi anche quelli relativi all’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti per prestazioni tecniche fantasma e anticipi di riserve su lavori mai svolti allo scopo di creare la provvista di denaro contante gestita da Giovanni Mazzacurati per finalità corruttive, vale a dire il fondo mazzette, gestito da Luciano Neri.

A firmare l’accordo con l’Erario per il Cvn sono stati i commissari plenipotenziari, nominati a dicembre 2014 per traghettare in porto il Mose, dopo che l’Anac, l’Autorità nazionale anti corruzione, guidata da Raffaele Cantone, aveva annunciato l’avvio dell’iter di commissariamento del Consorzio a seguito della “retata storica” scattata all’alba di quasi un anno fa, era il 4 giugno, con una sfilza di arresti eccellenti, fra cui il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso, e in seguito l’ex governatore del Veneto, Giancarlo Galan, onorevole di Forza Italia.

A far scattare il count down per lo tsunami in laguna, contribuì quindi anche la verifica fiscale nella sede del Cvn, in Campo Santo Stefano a Venezia, aperta l’11 giugno 2010 dai finanzieri del Nucleo tributario provinciale. Uno stratagemma per entrare senza sospetti nel palazzo del “grande burattinaio” – la definizione fu del pm Paola Tonini, titolare del fascicolo – ovvero di Mazzacurati e piazzare le cimici ambientali in tutti gli uffici dei dirigenti e funzionari organici al “sistema Mose”.

Ed è stato questo controllo certosino e puntuale delle “carte” a fornire conferma contabile a quanto emergeva dalle intercettazioni, scoprendo i proventi illeciti non dichiarati finalizzati ad alimentare le tangenti a politici di tutti i livelli, magistrati, vice questori, generali delle Fiamme gialle, e sui quali oggi il Consorzio è chiamato a onorare le tasse.

Era il 3 novembre 2014 quando l’allora presidente ormai a fine corsa del Cvn, Mauro Fabris, subentrato a Mazzacurati dimessosi poco prima di venire arrestato il 12 luglio 2013, dichiarò che non sarebbe stata intrapresa alcuna iniziativa per contrastare le risultanze della verifica fiscale. Adesso si attende l’esito degli accertamenti per i periodi di imposta successivi al 2009 fino al luglio 2013: e l’”obolo” si prefigura altrettanto pesante.

Nei fatti si tratta di una minima parte, seppur sempre consistente, del denaro drenato dalle casse dello Stato in maniera fraudolenta, e che in tal modo viene restituita alla piena disponibilità di tutti i cittadini.

 

Nuova Venezia – Baita: “Un fiume di miliardi dal Mose”

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15

mag

2015

Di scena al tribunale di Milano: oltre alle tangenti accertate, somme colossali per gonfiare il personale e pagare gli sponsor

La cupola d’affari costituita da Grandi Lavori Fincosit, Condotte d’Acqua e Coop rosse

L’incontro tra Mazzacurati e Tremonti: fu il ministro a indirizzare l’ingegnere dal fedele Milanese

MILANO – Disponibile, ha raccontato tutto quello che sa, l’ingegnere Piergiorgio Baita, ieri nell’aula del Tribunale di Milano dove è finito sotto processo Mario Milanese, l’ex parlamentare braccio destro del ministro Giulio Tremonti.

Incalzato dalle domande del pubblico ministero Luigi Orsi e assistito dal suo difensore veneziano, l’avvocato Alessandro Rampinelli, l’ex presidente della «Mantovani» ha rivelato particolari che non aveva riferito nei lunghi interrogatori resi durante le indagini sulla corruzione per il Mose ai pubblici ministeri Veneziani Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini.

Innanzittutto, Baita ha riferito in quale modo al Consorzio Venezia Nuova venivano costituite le somme in nero da distribuire poi con le «mazzette» a politici, funzionari statali, alti ufficiali della Guardia di finanza. Con le fatture fasulle o con la sovraffatturazione, ma ha aggiunto che il miliardo di euro di tangenti pagate per far avanzare speditamente il Mose non sarebbe che una piccola parte del denaro sprecato dalla «cupola» che gestiva il grande appalto. Si tratta di miliardi di euro per pagare centinaia di dipendenti, molti dei quali inutili, e soprattutto per le sponsorizzazioni, soldi che venivano da quel 12 per cento pagato alle imprese del Consorzio sui prezzi dei lavori, percentuale prevista dalla stessa legge istitutiva.

Quindi, Baia ha riferito dei 500 mila euro consegnati, stando alle accuse per corruzione, a Milanese. Baita ha sostenuto di essere stato convocato dal presidente Giovanni Mazzacurati assieme a tutto il vertice composto da Alessandro Mazzi per la «Grandi Lavori Fincosit», da Stefano Tomarelli per la «Condotte d’Acqua» e da Pio Savioli, rappresentante delle coop rosse.

L’ex presidente, divenuto poi il grande accusatore, avrebbe spiegato che l’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Gianni Letta gli aveva fatto sapere che Giulio Tremonti non mollava e che lui non sarebbe riuscito a sbloccare al Cipe i 400 milioni per il Mose perché il ministro dell’Economia voleva che quei soldi finissero al Sud.

Il vertice del Consorzio, allora, avrebbe deciso di consultare l’europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori, la quale avrebbe consigliato di rivolgersi al vicentino Roberto Meneguzzo della «Palladio Finanziaria».

Il manager sarebbe riuscito a far ottenere a Mazzacurati un incontro con Tremonti e quando l’ingegnere rientrò a Venezia, dopo aver raccolto nuovamente gli imprenditori, avrebbe spiegato che il ministro l’aveva indirizzato da Milanese. «Ci vogliono 500 mila euro per lui» avrebbe detto in quell’occasione l’allora presidente del Consorzio.

Ieri, è stata sentita anche Claudia Minutillo, l’ex segretario del presidente della Regione Galan poi trasformata in manager accanto a Baita. Assistita dall’avvocato padovano Carlo Augenti, anche lei ha risposto alle domande, confermando la versione di Baita, precisando che era stato proprio lui a riferirgliela.

Ha poi aggiunto di aver saputo direttamente da Luciano Neri, l’ingegnere del Consorzio incaricato inizialmente di distribuire le tangenti, che nel momento in cui era arrivata la Guardia di finanza negli uffici veneziani per la verifica fiscale, un attimo prima che i militari entrassero nel suo ufficio, era riuscito a prendere la busta con i 500 mila euro per Milanese dal cassetto della sua scrivania e a lanciarla sopra l’armadio in modo da non farla trovare.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – Tangenti Mose, Baita teste su Milanese

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13

mag

2015

L’ex manager di Mantovani domani in udienza a Milano: chiamato dal pm contro l’ex parlamentare

VENEZIA – Trasferimento a Milano, in Tribunale, domani per l’ingegnere Piergiorgio Baita. Giovedì, infatti, l’ex presidente della «Mantovani» è stato chiamato a testimoniare dal pubblico ministero del capoluogo lombardo Roberto Pellicano nel processo che vede sul banco degli imputati Mario Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia del governo Berlusconi Giulio Tremonti ed ex parlamentare di Forza Italia. Deve rispondere di corruzione per aver ricevuto dalle mani dell’allora presidente del Consorzio Giovanni Mazzacurati 500 mila euro.

Baita è a conoscenza di alcuni particolari dei quali può riferire, visto che era uno di coloro che stava nella cupola del Consorzio che decideva chi e quanto pagare. L’ingegnere veneto è già stato condannato in via definitiva per frode fiscale ma è ancora indagato per corruzione, per questo sarà interrogato con la presenza del suo difensore in aula, l’avvocato veneziano Alessandro Rampinelli.

La Procura milanese ha chiesto anche la testimonianza di Mazzacurati, colui che avrebbe consegnato il denaro a Milanese, ma il suo difensore è pronto a consegnare, così come ha fatto a Venezia durante l’incidente probatorio, la documentazione medica che proverebbe che l’anziano ingegnere non solo è gravemente cardiopatico ma ormai ha perso la memoria. Milanese deve rispondere di corruzione: stando all’accusa, avrebbe rivestito il ruolo di «intermediario qualificato» in virtù dell’«autorevolezza» delle cariche politiche e dei suoi rapporti privilegiati – ha spiegato il pm ai giudici – con l’allora ministro dell’Economia che era anche presidente del Cipe».

Fu proprio il Cipe a decidere il maxi stanziamento che nel 2003 ha di fatto sbloccato gli appalti per le paratoie del Mose da collocare nelle tre bocche di porto della laguna di Venezia.

Per l’accusa Milanese avrebbe ricevuto negli uffici di Milano di Palladio Finanziaria 500 mila euro in cambio del suo intervento per introdurre «una norma ad hoc per salvare il finanziamento di 400 milioni per il Mose che altrimenti il Cipe avrebbe destinato ad altre opere nel Sud Italia.

Il Tribunale ha già ammesso come parte civile contro Milanese sia il Consorzio Venezia Nuova sia il ministero dell’Economia.

Giorgio Cecchetti

 

PADOVA. Giancarlo Galan contro un prete. Il prete è don Francesco, viceparroco del rione Torre che, dal pulpito, aveva osato: il diavolo? Come Galan e le banche che finanziano le industrie delle armi. E Galan lo ha querelato per diffamazione.

È domenica 22 febbraio 2015 e nell’omelia domenicale don Francesco parla del diavolo, «satana corrotto e tentatore», adeguando i fatti della vita alle parabole del vangelo. E spiega che Satana o il diavolo si traducono nei comportamenti corrotti che, quotidianamente, stanno davanti ai nostri occhi. Un esempio per tutti: la vicenda giudiziaria dell’ex governatore del Veneto e ministro, uno dei protagonisti dello scandalo Mose che si è fatto ristrutturare la sua villa con i soldi delle tangenti. Nulla di inventato: l’8 ottobre 2014 Giancarlo Galan ha patteggiato per corruzione due anni e 10 mesi di carcere concordando la restituzione di 2,6 milioni di euro, dopo aver incassato per anni dal Consorzio Venezia Nuova, all’epoca presieduto da Giovanni Mazzacurati, uno “stipendio” di un milione di euro, più una serie di favori, come il restauro della villa. In cambio di un via libera regionale senza limiti ai lavori del Mose, tra atti amministrativi e finanziamenti concessi sempre a tempo di record.

Forte la reazione dell’ex doge nonché ex esponente del Governo, assistito dall’avvocato Fabio Pinelli, ha presentato una querela contro il sacerdote per il reato di diffamazione. Querela trasmessa alla procura padovana che, ora, sarà assegnata a un pubblico ministero per le indagini del caso.

 

Orsoni contro il partito che l’aveva sostenuto: attaccati alle poltrone, il mio più grande errore è stato fidarmi di loro

«Il Pd? Non è stato leale nei miei confronti, ha dimostrato allora di non saper essere classe dirigente. E non mi hanno mandato a casa, proprio per niente. Sono io che nel giugno scorso ho revocato le deleghe agli assessori». L’ex sindaco Giorgio Orsoni non vuole parlare delle sue vicende giudiziarie.

Una vicenda ancora aperta, un anno dopo la clamorosa inchiesta sul Mose che aveva portato a 34 arresti per corruzione e tangenti. E il sindaco in carica ai domiciliari per un presunto finanziamento irregolare prima delle elezioni. In attesa di sapere se e quando sarà celebrato il processo, Orsoni in questi mesi ha scelto il silenzio. Non commenta la sua vicenda giudiziaria, che aveva definito «incredibile».

«Parlerò alla fine», dice. Ma sulla politica ora non riesce a stare zitto. Il premier Renzi, domenica a Mestre per presentare la candidatura di Felice Casson a sindaco, era stato chiaro: «Purtroppo cambiamo in corsa perché hanno fallito».

Ce l’aveva con il sindaco, e anche con il Pd allora al governo. Sandro Simionato, vicesindaco di Orsoni e assessore al Bilancio, ricorda che «è stato il Pd a mandare a casa Orsoni».

«Questo non è vero», si infiamma l’ex sindaco, «la verità è attestata dalle cronache del giugno 2014, dove si può leggere della mia iniziativa di revocare le deleghe ai miei assessori».

Dunque è stato Orsoni a sciogliere il Consiglio comunale? «Certo. Dopo che avevo verificato il tradimento nei miei confronti». Sarebbe? «Io mi ero dimesso, potevano approvare il bilancio e poi andare a casa. Invece mi hanno scaricato. Non è stato un comportamento leale. Allora sono stati da me sfiduciati».

Lei non ha un buon giudizio sul partito che l’aveva sostenuto nella corsa a sindaco. «Proprio no. Molti di loro hanno dimostrato di essere attaccati alle poltrone. Ma senza essere classe dirigente. Una delusione».

Qualcuno in particolare? «Simionato si difende dalle critiche di Renzi sostenendo l’inverosimile. Mi pare che fosse lui l’assessore al Bilancio della giunta da me presieduta. Dovrebbe ritenersi in prima persona coinvolto nelle polemiche sulla difficile situazione finanziaria del Comune».

Colpa sua se il bilancio va male? «Dico che invece di attaccare me farebbe bene a occuparsi del ruolo che ha svolto per quattro anni come responsabile del Bilancio».

Resta quell’ombra, non soltanto giudiziaria, sul finanziamento del Consorzio Venezia Nuova. «Ho detto e dimostrerò che quei soldi non li ho mai avuti. Le spese sostenute per la mia campagna elettorale sono state in tutto 280 mila euro. Il resto non lo so. C’era un accordo chiaro, della campagna elettorale si è occupato il Pd. Io non avevo nemmeno un referente per le spese».

Pentito? «Tanti errori posso aver fatto nella mia vita. Il più grande è stato quello di fidarmi di questa gente».

Alberto Vitucci

 

Nuova Venezia – Mose, inchiesta sulla diga crollata al Lido

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30

apr

2015

Corte dei Conti

Una diga di sassi da 43 milioni di euro, crollata nel 2012 per una mareggiata, e una perizia da 6 milioni per ripararla. La Corte dei Conti apre un’inchiesta e acquisisce documenti nelle sedi del Consorzio Venezia Nuova e del Magistrato alle Acque.

La procura della Corte dei conti fa sequestrare il dossier sulla «lunata» costata 43 milioni e altri 6 per riparare il disastro

VENEZIA – Una diga di sassi costata 43 milioni di euro. Crollata sotto la forza di una mareggiata, nel novembre del 2012, solo pochi giorni dopo che i lavori si erano conclusi. E una «perizia di variante» da 6 milioni per riparare il manufatto, sostituendo i massi con tripodi e macigni in pietra d’Istria più grandi. Una vicenda strana, su cui adesso la Corte dei Conti intende far luce.

Nei giorni scorsi un gruppo di finanzieri inviati dal procuratore capo Carmine Scarano ha acquisito nuova documentazione al Consorzio Venezia Nuova e al Magistrato alle Acque. C’è da verificare perché siano stati spesi quei milioni. E, ancora, perché una diga nuova di zecca sia crollata in mare nella sua parte terminale. C’è anche da chiarire un contenzioso che dura ormai da quasi tre anni. Chi deve pagare la ricostruzione e la variante?

Nel progetto originario il Consorzio Venezia Nuova aveva previsto di realizzare la diga, la famosa «lunata» lunga un chilometro, al largo della bocca di porto di Lido, utilizzando sassi di medie dimensioni. Sotto la furia del mare e dello scirocco, in un evento che il Consorzio Venezia Nuova aveva allora definito «eccezionale» la difesa era franata in mare. Opera contestata prima di nascere. Avrebbe dovuto contribuire, secondo il Comitatone, a «ridurre la punta massima di marea di almeno 4 centimetri».

In realtà la riduzione effettiva già sperimentata nelle analoghe dighe a Chioggia e Malamocco non va oltre il centimetro. La diga allora ha funzione di proteggere le paratoie dal vento di scirocco. Il Comune aveva votato contro la sua realizzazione, per i costi considerati eccessivi, pari alla necessità annuale per la manutenzione urbana. Ma si era fatta lo stesso. E lo scorso anno anche i lavori di ripristino dopo il crollo si sono conclusi. Rinforzando con i tripodi in cemento la barriera sulla testata est, con massi più grandi quella dal lato ovest. Anche su questo adesso si indaga.

E ieri i commissari Luigi Magistro e Francesco Ossola si sono riuniti all’Arsenale con il comitato consultivo delle imprese che compongono il Consorzio Venezia Nuova. Qualche protesta dalle imprese per i lavori che vanno a rilento. Magistro ha risposto ribadendo che dopo gli arresti del 4 giugno scorso e l’inchiesta sul Mose e la corruzione tutto è andato a rilento.

«Il prezzo della legalità», aveva detto alla Nuova. I 400 milioni deliberati dal Cipe nel giugno del 2014 sono infatti stati sbloccati solo pochi giorni fa, il 17 aprile. Di altri 200 stanziati dal ministero dell’Economia due anni fa non vi è traccia. Adesso dovrebbero sbloccarsi, e ripartire i lavori ai cantieri che vanno a rilento da mesi.

Il Mose doveva costare 1 miliardo e mezzo di euro come da progetto di massima. Oggi siamo arrivati a quasi sei miliardi, gestione e manutenzione esclusa. I lavori dovevano concludersi nel 2008, poi nel 2012. Infine nel 2015 e adesso nemmeno nel 2017 sarà possibile a detta del Consorzio.

Intanto anche nella sede del Cvn, all’Arsenale, continua il lavoro di controllo dei commissari, nominati quasi un anno fa dal presidente dell’Autorità anticorruzione Raffaele Cantone. Nomine ratificate come prevede la legge dal prefetto di Roma. E adesso, accanto a Magistro, esperto di finanze e Ossola, ingegnere e progettista, il nuovo prefetto di Roma Franco Gabrielli ha nominato Giuseppe Fiengo, presentato ieri alle imprese.

Alberto Vitucci

 

I ritardi del consorzio

Mose, Fiengo è il terzo commissario

L’Avvocato dello Stato Giuseppe Fiengo nominato dal prefetto di Roma Gabrielli

Designazione sollecitata dagli altri commissari per curare la parte burocratica

VENEZIA – Mose, non c’è due senza tre. Arriva un terzo commissario per sovrintendere alla realizzazione del progetto di dighe mobili e soprattutto, cercare di dare un’accelerata ai lavori che – dopo i ritardi accumulatisi negli ultimi mesi – dovrebbero ormai concludersi almeno nel 2018, anziché, come da cronoprogramma aggiornata, nel giugno del 2017.

Il prefetto di Roma, Franco Gabrielli ha nominato Giuseppe Fiengo, vice Avvocato generale dello Stato, terzo commissario per il Mose. Fiengo si aggiunge all’ingegnere Francesco Ossola e all’ex direttore delle Dogane Luigi Magisto che erano stati nominati dal precedente prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro e che – nell’incontro tenutosi a Roma pochi giorni fa con il nuovo ministro dei Lavori Pubblici Graziano Delrio – avrebbero per primi sollecitato la necessità di un «rinforzo» per sbrigare le complesse procedure di appalto, i controlli e la gestione del flusso dei finanziamenti.

Il commissariamento era stato chiesto nei mesi scorsi dal presidente dell’autorità anticorruzione, Raffaele Cantone, a seguito dell’inchiesta sul Mose e il provvedimento prevedeva appunto la possibilità di nominare fino a tre commissari, ora sfruttata. Il decreto del prefetto segue appunto di pochi giorni la riunione sul Mose tenutasi il 24 aprile a Roma, al ministero delle Infrastrutture, per fare il punto sullo stato di attuazione dei lavori e sulle misure necessarie per riavviare i lavori.

All’incontro presero parte il ministro Graziano Delrio, lo stesso Cantone, il prefetto Gabrielli, Luigi Magistro e Francesco Ossola, i due commissari del Consorzio «Venezia Nuova», la società concessionaria per i lavori di realizzazione del sistema di barriere mobili a protezione di Venezia dal fenomeno dell’acqua alta, a cui ora si affianca anche Fiengo.

Nato nel 1948, Fiengo è stato tra l’altro Procuratore dello Stato presso l’Avvocatura generale, consulente giuridico del Ministero della Marina mercantile nel 1974 e successivamente nel 1984 del Ministero dei Trasporti; capo dell’Ufficio legislativo del Ministero dell’Ambiente tra il 1987 e il 1992 e inoltre componente del Consiglio Superiore dei Lavori pubblici tra il ’95 e il ’97. Nel febbraio 2014 è stato nominato vice Avvocato Generale dello Stato.

L’incarico di commissario del Consorzio Venezia Nuova è stato disposto dal prefetto di Roma per competenza, visto che la concessione al Consorzio Venezia Nuova per il Mose fu firmata nella sede del ministero delle Infrastrutture.

Il presidente dell’Anticorruzione avviò le procedure per la richiesta di commissariamento alla fine di ottobre 2014. Da giurista qual è – rispetto ai suoi due colleghi – Giuseppe Fiengo seguirà appunto il “pacchetto” burocratico dell’opera.

 

Intervista al commissario del Mose nominato da Cantone. «Finanziamenti fermi perché ci sono maggiori controlli»

«La legalità costa. E qualche volta rallenta i tempi di decisione. Ma dopo quello che è successo non c’erano altre strade». Luigi Magistro, commissario del Mose nominato dall’Autorità nazionale Anticorruzione, si sfoga. È in laguna dall’estate scorsa, e dopo lo tsunami che ha portato a 34 arresti nell’ambito di tangenti e finanziamenti illeciti prodotti dal sistema Mose, ha dovuto in pratica ricominciare daccapo. Con il collega Francesco Ossola, ingegnere torinese anch’egli nominato dal prefetto di Roma su richiesta del presidente dell’Anac Raffaele Cantone ai vertici del Consorzio, ha passato in questi mesi al setaccio conti, fatture e consulenze del Consorzio Venezia Nuova. Verificato lavori e direzioni tecniche, spese e preventivi. Forte della sua esperienza e dei risultati ottenuti quando era ufficiale della Guardia di Finanza ai tempi di Mani Pulite, poi dirigente del ministero dell’Economia e delle Dogane.

Una struttura rivoluzionata, quella del Consorzio. E le spese ridotte al minimo. Ma le imprese sono rimaste al loro posto. E hanno anzi ottenuto dall’Autorità una «comitato consultivo» di cui fanno parte Romeo Chiarotto per la Mantovani, primo azionista del Consorzio, Americo Giovarrusico (ItalVenezia-Condotte), Luigi Chiappini (Consorzio San Marco), Laura Lippi per le imprese minori. Comitato che dovrà fare presenti le istanze delle imprese. Abituate a un flusso cospicuo di denaro negli ultimi dieci anni, oggi a ritmo ridotto.

Magistro adesso vuole girare pagina. Il Mose non è in discussione, dice, «ma i controlli si sono fatti serrati».

Dottor Magistro, i lavori del Mose hanno subito ritardi? «Dopo gli arresti del 4 giugno 2014 evidentemente ci sono stati dei contraccolpi. I controlli sono aumentati, le verifiche anche. C’è stato un rallentamento, perché hanno rallentato i flussi finanziari, sono aumentate le richieste di chiarimento della Corte dei Conti e dei ministeri».

Prima si faceva tutto più in fretta. Si è anche visto per quale motivo. «Su questo non voglio fare commenti. Diciamo che l’esigenza di ripristinare la legalità dopo la grande inchiesta sul Mose e la scoperta di episodi di corruzione, ha dei costi. Ma del resto il ripristino di una situazione di legalità è il motivo per cui siamo stati nominati. E le verifiche vanno fatte bene».

Sono stati sospesi i finanziamenti alla grande opera che venivano dallo Stato? «Non proprio. Ma ci sono stati dei ritardi, certamente. Pensate che la delibera di finanziamento del Cipe di 400 milioni di euro, annunciata il 30 giugno dello scorso anno, è stata approvata solo il 10 novembre, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale il 17 aprile, solo pochi giorni fa. Quasi un anno per avere disponibili soldi già stanziati».

Nel frattempo cosa è successo? «C’è stato qualche rallentamento, e adesso il cronoprogramma potrà slittare avanti di qualche mese. Ma, ripeto, è il prezzo da pagare per la legalità. Capisco i funzionari dei ministeri che prima di firmare un atto adesso si leggono tutto per bene e ci pensano due volte prima di dare il via libera».

Il Mose ha avuto finanziamenti tagliati? «No, lo Stato garantirà i fondi per il suo completamento. Ma arrivano con grande lentezza per i motivi che abbiamo detto. Oltre ai 400 milioni sbloccati da tre giorni abbiamo in viaggio altri 230 milioni di euro.

Che fine hanno fatto? «Il ministero dell’Economia non li ha più sbloccati. Sono stati stanziati nel 2012.

Più visti. Le imprese sono state danneggiate? «I cantieri non sono stati chiusi, in qualche caso ci siamo fermati. La situazione è questa».

Il Mose sarà concluso nel 2017? «Ci potrà essere qualche ritardo. E ripeto, il cronoprogramma potrebbe slittare. Noi comunque andiamo avanti».

Alberto Vitucci

 

i costi

Cinque miliardi e 600 milioni il quadruplo del previsto

Tempi e costi aumentano con gli anni. Storia che si ripete, quella del Mose, come per buona parte delle grandi opere in Italia. Adesso i soldi per finire le dighe mobili ci sono quasi tutti. Mancano quelli per le opere di compensazione ambientale, ma il grosso è disponibile. 5 miliardi e 600 milioni di euro, senza gestione e manutenzione.

Quando il Mose è stato progettato, negli anni Ottanta, il costo stimato era di circa un miliardo e mezzo di euro. Tre miliardi e 200 milioni (di lire) che poi negli anni si sono quadruplicati. Non era bastato nemeno il «prezzo chiuso», annunciato dal governo Berlusconi e dall’allora presidente del Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta a fermare l’inflazione dei costi. «Aggiornamenti dei materiali» e opere aggiuntive – imposte dall’Europa ma messe in carico allo Stato – avevano fatto lievitare il Mose alla cifra record di 5 miliardi e 600 milioni di euro.

Si lavora alle tre bocche di porto. E l’80 per cento delle opere di base è già costruito. Come i fondali e i cassoni in calcestruzzo, l’isola artificiale a Sant’Erasmo che ospiterà la centrale operativa di controllo, le dighe foranee, le grandi spalle in cemento, i porti rifugio. E la conca di navigazione, «aggiunta» al Mose dalla giunta Costa nei primi anni Duemila, oggi ormai inadeguata a ricevere le navi di nuova generazione. Per questo adesso si è progettato uno scalo off shore, al largo dell’Adriatico.

(a.v.)

 

Protesta anche dei lavoratori del cantiere Cav che rischiano il posto di lavoro

Due giorni di visite guidate e oltre duemila prenotazioni on line: luoghi di lavoro a disposizione di tutti, eventi e laboratori al giardino di Thetis e mostra fotografica

VENEZIA – È stata un autentico successo in termini di partecipazione la prima giornata di Arsenale Aperto 2015, con circa dodicimila persone che hanno affollato ieri il complesso aperto per due giorni alla città, con un ricco programma di visite guidate e eventi che si sono susseguiti per tutta la giornata – molti anche i bambini coinvolti nelle attività sportive e di gioco – per prendere parte all’iniziativa promossa dal Comune di Venezia in partnership con Vela spa e in collaborazione con Actv, Cnr Ismar, Consorzio Venezia Nuova, Ministero della Difesa – Marina Militare, Thetis Spa, La Biennale di Venezia, Venis spa e altre numerose realtà cittadine. Più di 2200 persone hanno prenotato on line una delle 90 visite guidate proposte durante questi due giorni.

Due giorni di festa per far conoscere l’Arsenale ai cittadini con percorsi liberi, visite agli edifici restaurati, visite guidate agli spazi di lavoro e ai laboratori, regate, scuole di voga, tornei sportivi, seminari, spettacoli, musica, punti di ristoro. Tra le attività più gettonate la navetta che da Fondamenta dell’Arsenale raggiunge il sommergibile, il giardino di Thetis animato da un ricco programma di eventi e laboratori, le visite dei luoghi di lavoro – laboratori, bacini, uffici -, la mostra fotografica in Torre di Porta Nuova sul ’900 in Arsenale, la numerose attività associative in tesa 93, i tornei di rugby nel campo sportivo e le prove di barche elettriche, a vela e a remi.

In mostra c’era anche – nei bacini dell’Arsenale – esposta per la prima volta una delle 78 paratoie del Mose con la sua cerniera di connessione, visitatissima da molti veneziani affluiti ieri e teatro della protesta, nel pomeriggio, di un gruppo di attivisti dei comitati NoGrandiNavi e NoMose – una ventina in tutto – che sono riusciti a “occupare” l’enorme paratoia, con alcuni, come Tommaso Cacciari, che sono riusciti a guadagnare la cima (Tommaso Cacciari in testa), da dove è partita la protesta al megafono contro le grandi opere pubbliche in laguna.

La protesta è durata un paio di ore e verso le 16.30 si è sciolta. «Valuteremo i danni, che non ci sembrano comunque gravi», ha commentato poi il direttore del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi, «ma è importante che, al di là della protesta, molti veneziani abbiano potuto vedere di persona e informarsi sull’opera».

La scadenza del 2017 per la conclusione del Mose – al di là degli annunci – non sembra certa e potrebbe slittare ancora, anche perché, come ha spiegato ieri l’ingegner Redi, da diversi mesi – per il problema dei fondi ora confermati, anche nei tempi, dal ministero dei Lavori pubblici – non sono stati assegnati nuovi appalti, che riprenderanno da giugno.

E, accanto a quella dei NoMose, da segnalare ieri quella dei lavoratori del Cantiere Cav – una trentina in tutto – società consortile di Mantovani, Condotte e Mose srl che da giugno saranno posti in cassa integrazione e da dicembre rischiano il licenziamento, vittime indirette degli effetti dello scandalo Mose.

(e.t.)

 

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