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Finanziamento illecito del partito: autorizzata l’estrazione di copia del fascicolo sul parlamentare e sul collega Mognato. I pm avevano chiesto l’archiviazione

VENEZIA – Un’istanza al giorno per gli avvocati di Giorgio Orsoni. Dopo quella presentata al giudice per l’autorizzazione ad essere presenti all’incidente probatorio con l’interrogatorio di Giovanni Mazzacurati o comunque ottenere la documentazione sanitaria in cui si spiega che non può sostenere l’interrogatorio, ieri in Procura è arrivata una seconda richiesta. Quella di poter prendere visione degli atti del procedimento nei confronti dei parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato, per i quali i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno chiesto l’archiviazione dell’accusa in concorso nel finanziamento illecito del loro partito. Nel primo pomeriggio, comunque, il pm Ancilotto ha immediatamente autorizzato l’avvocato milanese Francesco Arata ad estrarre copia del fascicolo intestato ai due esponenti politici veneziani.

«È di tutta evidenza», scrive il difensore dell’ex sindaco lagunare, «l’interesse per la difesa Orsoni a conoscere l’intero fascicolo processuale relativo alle investigazioni a carico di Zoggia e Mognato, sol che si ponga attenzione al fatto che i predetti risultano essere sottoposti ad indagine proprio in veste di possibili concorrenti nell’ipotesi di illecito finanziamento ai partiti contestata a Giorgio Orsoni».

Nella richiesta firmata dai pubblici ministeri per quanto riguarda i due parlamentari del Pd si legge tra l’altro dalle indagini «è emerso un quadro di diffusa illegalità nel quale gli esponenti di vertice dei locali partiti politici erano soliti farsi finanziare le campagne elettorali con contributi illecitamente corrisposti dal Consorzio e dalle società a quello aderenti. Quadro aggravato dalla circostanza che la scelta del presidente Mazzacurati di finanziare sistematicamente tutti i partiti indifferentemente dalla loro collocazione politica – sia che occupassero posizioni di maggioranza che di opposizione, sia a livello locale che nazionale – fosse strategica e finalizzata all’acquisizione e al consolidamento di un consenso politico trasversale».

«Questo affresco», conclude il documento dei pm, «è sintomatico di una sprezzante indifferenza non solo per la legalità, ma anche per la corretta destinazione di beni comuni ed è solo in parte vulnerato dalla difficoltà di individuare con precisione gli ulteriori percettori finali delle somme illecitamente corrisposte; difficoltà che comporta l’impossibilità di iniziare un’azione penale ispirata ai principi della personalità della responsabilità e al ripudio dell’assioma della oggettiva responsabilità».

Ai difensori di Orsoni, comunque, interessa leggere i verbali degli interrogatori resi da indagati e testimoni.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Scandalo Mose. Dibattito al Rotary.

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14

mar

2015

Scandalo Mose, era evitabile che tutto accadesse di nuovo 20 anni dopo Tangentopoli? Una domanda questa a cui si è cercato di dare risposta con una vivace discussione nell’ultima conviviale del Rotary Venezia-Mestre che ha ospitato il giornalista Maurizio Dianese autore, assieme ai colleghi del Gazzettino Monica Andolfatto e Gianluca Amadori, del libro «Mose. La retata storica».

Ospite della serata anche il direttore del Gazzettino Roberto Papetti che per primo, sollecitato dalle domande del presidente del Rotary Mario Berengo e dei soci, ha offerto un’analisi del messaggio che cerca di lasciare al lettore il libro dei suoi tre giornalisti.

«Il valore di questo lavoro sta proprio nel suscitare alcune domande sui perché tutto questo è avvenuto – ha detto Papetti – Siamo distanti anni luce da quello che fu lo scandalo Enimont in fatto di cifre. Ma il punto focale da capire è perché sia successo in questo territorio e perché Venezia e Mestre in questi due decenni, ma forse anche prima, abbiamo accettato una logica redistributiva insita nella Legge Speciale. Tanto denaro che è andato a premiare non i migliori ma i più bravi redistributori di denaro, con la complicità, purtroppo, anche di buona parte della classe dirigente politica».

«Il Mose è un esempio di società che si lascia corrompere e che si concretizza con il cambio ai vertici della Procura di Venezia e con l’affidamento delle indagini a dei magistrati che prima si erano occupati di criminalità organizzata – ha aggiunto Dianese – Se qualcosa, però, non cambierà a livello legislativo, le finissime menti criminali che hanno agito ieri e anche oggi, agiranno di nuovo allo stesso modo anche fra 10 anni. E di libri e di pagine sui giornali ne scriveremo di nuovo e, di fatto, sarà come se non fosse mai successo nulla».

(r.ros.)

 

SCANDALO MOSE – La replica nella causa civile alla richiesta di 37 milioni di euro per danni

La Mantovani spa pretende da lui un risarcimento record di 37 milioni di euro, ma Piergiorgio Baita ribatte dichiarando di non aver provocato alcun danno alla società padovana che ha amministrato per oltre un decennio. Anzi, il manager residente a Mogliano Veneto sostiene di aver fatto soltanto il bene dell’azienda, moltiplicando il giro d’affari e riuscendo ad accumulare dal 1988 al 2011 un margine positivo, ante imposte, di ben 188 milioni di euro.

Si sta combattendo a suon di cifre a sei zeri la battaglia giudiziaria avviata lo scorso anno dalla Mantovani, la quale ha citato Baita davanti al Tribunale civile di Venezia chiedendogli di restituire di tasca propria un danno di circa 21 milioni per esborsi finanziari e tributari e di altri 16 per il danno all’immagine provocato alla società a seguito del coinvolgimento nell’inchiesta penale sul “sistema Mose”.

Il difensore del manager ha replicato alle richieste della società (che fa riferimento alla famiglia padovana Chiarotto) spiegando che l’ingegner Baita ha sempre agito nell’interesse della Mantovani, senza mettersi in tasca mai un soldo, e di essere rimasto stritolato, suo malgrado, nel “sistema Mose”: la società si era fortemente indebitata nel 2003 per entrare nel Consorzio Venezia Nuova, acquistando le quote di Impregilo, e non poteva fare altrimenti. Al suo ingresso al vertice, la Mantovani aveva un patrimonio netto di 6 miliardi di vecchie lire, lievitato a 107 milioni di euro nel 2011 – evidenzia l’avvocato Sonino – Il fatturato 1998 ammontava a 108 miliardi di lire, moltiplicatosi in 404 milioni di euro 13 anni più tardi. E, al momento dell’uscita, Baita lasciò in eredità un portafoglio ordini di 3 miliardi di euro. Di fronte a numeri come questi, dove starebbe il danno, si chiede l’ingegner Baita?

La “battaglia” davanti al Tribunale proseguirà il 17 giugno: l’avvocato Sonino ha citato a giudizio la compagnia con la quale tutti i manager della società erano assicurati per gli eventuali danni commessi nello svolgimento dell’attività.

Nel frattempo sta per iniziare la causa civile che Baita ha promosso nei confronti di Claudia Minutillo (ex segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, ed ex amminsitratrice di Adria Infrastrutture), del direttore finanziario di Mantovani, Nicolò Buson e del broker di San Marino, William Colombelli: il manager chiede che il giudice li condanni a versargli le quote di competenza dei 400mila euro che l’ingegnere ha già versato nel dicembre del 2013, quando patteggò, assieme a loro, in relazione alle false fatturazioni emessa dalla Mantovani. Quella somma deve essere divisa per quattro e ora Baita vuole che gli altri tre tirino fuori la loro parte. L’udienza è fissata per l’8 maggio.

 

Nuova Venezia – Mose, e’ guerra su Mazzacurati

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10

mar

2015

VENEZIA – L’ex presidente del Consorzio non si presenta all’incidente probatorio chiesto dall’ex eurodeputata

I difensori di Lia Sartori insistono: «Vogliamo interrogare negli Stati Uniti l’ingegnere smemorato»

La difesa di Lia Sartori insiste: vuole sentire Giovanni Mazzacurati; vuole poter interrogare l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova in relazione alle accuse che ha rivolto all’ex presidente del Consiglio regionale e poi eurodeputata di Forza Italia, raccontando ai pm di Venezia, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, di averle versato contributi illeciti in relazione a più di una campagna elettorale, dal 2006 al 2012. Accuse formulate nel luglio del 2013, dopo essere stato arrestato con l’accusa di turbativa d’asta in relazione ad un appalto per lavori di scavo di un canale portuale.

Ieri mattina, nell’aula bunker di Mestre, Mazzacurati non si è presentato all’incidente probatorio fissato dal giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza. Il suo legale, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, come anticipato nei giorni scorsi, ha depositato una consulenza medico-legale dalla quale risulta che l’ex presidente del Cvn non si può muovere dalla California (dove risiede dallo scorso anno, nella villa della moglie) a causa delle condizioni di salute, peggiorate dopo la morte del figlio, il regista Carlo, scomparso nel gennaio del 2014, dopo una lunga malattia. Mazzacurati soffre, a detta dei medici che l’hanno visitato, di un grave deficit mnemonico che renderebbe in ogni caso inutile la sua audizione.

Lia Sartori ha sempre respinto ogni accusa e, ieri mattina, gli avvocati Franco Coppi e Pierantonio Zanettin, hanno ribadito la richiesta di audizione dell’ex presidente del Cvn. L’udienza è durata meno di mezz’ora: il gip Scaramuzza ha aggiornato l’incidente probatorio al prossimo 25 marzo, data in cui deciderà se disporre una perizia medica per verificare le effettive condizioni di salute di Mazzacurati. Nell’impossibilità di far arrivare l’ex presidente del Cvn a Venezia, il giudice potrebbe anche optare per una rogatoria internazionale, ovvero chiedere all’autorità giudiziaria statunitense di interrogarlo per suo conto. Ma, se la sua incapacità a deporre fosse confermata, l’audizione non risulterebbe di alcuna utilità.

Attorno ai verbali d’interrogatorio con cui Mazzacurati ha accusato Lia Sartori, ma anche numerose altre persone, tutte poi finite nel mirino dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, ruoterà una parte consistente del processo che si dovrebbe aprire tra qualche mese e che riguarda tutti gli indagati che, finora, non hanno chiesto il patteggiamento. Dieci in tutto. La difesa, infatti, contesterà l’utilizzabilità di quelle dichiarazioni accusatorie: innanzitutto sotto il profilo della loro attendibilità e precisione. Quasi certamente i legali cercheranno di dimostrare che Mazzacurati era già malato e che la sua memoria non funzionava bene fin da quando ha riempito i verbali davanti agli inquirenti. Inoltre, in mancanza di un contraddittorio, quelle accuse non hanno valore. Contestazioni di fronte alle quali la Procura si prepara a ribattere sostenendo che i verbali di Mazzacurati sono pienamente utilizzabili, oltre che attendibili e riscontrati da altre deposizioni e prove raccolte nel corso delle indagini.

 

Non hanno patteggiato, sono pronti al processo

LA PROCURA – L’inchiesta è chiusa, ecco tutte le accuse per gli ultimi nove

VENEZIA – La notifica dell’avviso di conclusione indagini è iniziata ieri per i dieci indagati che, finora, non hanno chiesto di patteggiare. Gli avvisi, in realtà, sono due: la posizione dell’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, sotto accusa per un presunto finanziamento illecito ricevuto da Mazzacurati nella campagna elettorale del 2010, figura infatti in un fascicolo a parte rispetto agli altri. Le imputazioni contestate ai dieci sono le stesse che comparivano nell’ordinanza di custodia cautelare eseguita nel giugno del 2014. Oltre a Lia Sartori, di cui scriviamo a fianco, questi sono i nomi e le accuse.

Maria Giovanna Piva, ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia: corruzione per un presunto stipendio annuale di circa 400mila euro da Mazzacurati e Baita e un incarico di collaudo di opere dell’ospedale di Mestre per 327mila euro.

Vittorio Giuseppone, ex magistrato della Corte dei Conti: corruzione per un presunto stipendio annuale di 300-400mila euro dal 2000 al 2008, oltre a 600mila euro tra 2005 e 2006.

Nicola Falconi, direttore generale Stimar sub e Bos.Ca srl: corruzione in relazione alle somme illecite elargite all’ex presidente del Magistrato alle acque, Fabrizio Cuccioletta; finanziamento illecito in relazione ad uno dei presunti contributi elettorali ad Orsoni.

Lino Brentan, ex amministratore delegato della Austrade Padova- Venezia: induzione indebita a dare o promettere utilità in relazione a 65mila euro che avrebbe chiesto ad un imprenditore per partecipare ad alcuni lavori.

Danilo Turato, architetto: corruzione in relazione ai lavori di restauro della villa dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan.

Giovanni Artico, funzionario della Regione Veneto: corruzione in relazione al presunto aiuto a Piergiorgio Baita in cambio di alcuni favori.

Giancarlo Ruscitti, ex dirigente regionale: gli viene contestato un presunto contratto di collaborazione er operazioni inesistenti.

Corrado Crialese: millantato credito per essersi fatto consegnare soldi da Baita sostenendo di poter influire sulle decisioni presso magistrati amministrativi.

Dal momento della notifica, gli indagati avranno tempo 20 giorni per presentare memorie difensive o per chiedere di essere interrogati. Poi spetterà alla Procura il compito di decidere se vi siano elementi per chiedere il processo nei confronti di tutti.

 

Scandalo Mose: l’ingegnere convocato oggi in Tribunale ma non ci sarà, condizioni di salute precarie

Avrebbe dovuto tornare oggi dalla California, dove si è rifugiato poco dopo essere stato scarcerato, ma Giovanni Mazzacurati, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e grande corruttore, non ci sarà. Davanti al giudice veneziano Alberto Scaramuzza ci sarà il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, con una consulenza medico legale, la quale sostiene che l’ingegnere non ricorda più nulla. Inoltre, non può affrontare il viaggio aereo dagli Usa in Italia. Non dovrà, dunque, subire alcun terzo grado, al quale indubbiamente lo avrebbero sottoposto, come è loro diritto, gli avvocati difensori in particolare dell’ex sindaco Giorgio Orsoni e dell’ex europarlamentare di Forza Italia Lia Sartori.

Mazzacurati ha raccontato di aver consegnato 400-450 mila euro per la campagna elettorale del primo e 250 mila alla seconda. Diritto degli indagati interrogare il loro accusatore, ma in questo caso non si farà e probabilmente nel fascicolo finiranno i verbali d’interrogatorio resi dall’ex presidente durante le indagini preliminari.

Per ora, almeno per coloro che hanno presentato ricorso in Cassazione, non è scattata la confisca dei beni disposti dal giudice.

Sono ben nove tra coloro che hanno patteggiato la pena nell’ambito dell’indagine sulla corruzione per il Mose coloro che hanno compiuto questa scelta. I difensori non l’avrebbero fatto perché contestano la pena, che del resto hanno sottoscritto con un accordo con i pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, ma per allontanare nel tempo il più possibile il momento in cui scatterà la confisca di ville, conti bancari e altri beni.

Solo quando la pena sarà definitiva, infatti, lo Stato potrà appropriarsi definitivamente dei loro beni e, nel frattempo, potrebbero riuscire a vendere e magari a tenersi qualcosa.

(g.c.)

 

I commissari dimezzano la spesa e pensano al trasferimento

Cemento e guard rail in mezzo alla laguna per i jack up del Mose

Centodieci milioni di euro per due piccole navi che devono sollevare le paratoie e portarle in Arsenale. E una banchina con cemento e guard rail, degna di un parcheggio di periferia, in mezzo alla laguna sotto le mura dell’Arsenale. Il Mose è anche questo.

Spese collaterali e aree occupate per la manutenzione di un sistema che richiederà energìe e lavoro per l’eternità. Prima del ciclone che ha portato in carcere 35 persone, il 4 giugno scorso, il Magistrato alle Acque magnificava le sorti dei due «jack-up», navi specializzate per estrarre le paratoie dal fondo del mare e trasportarle in Arsenale per la manutenzione. Gioielli della tecnica navale che costano 55 milioni di euro l’uno. Soldi sufficienti per risanare e rilanciare il bilancio del Comune per i prossimi anni. Una delle due navi è già quasi pronta, si possono vedere nel Bacino grande dell’Arsenale Nord i piloni gialli della grande macchina idraulica che dovrebbe «svitare» le cerniere e portare in superficie le paratoie.

Secondo il progetto si dovrà estrarne dal fondo del mare una ogni 20-30 giorni. Completando il giro delle 78 paratoie mobili in circa 5 anni, imprevisti esclusi.

Uno dei primi atti dei due nuovi commissari nominati da Raffaele Cantone, presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, è stato quello di dimezzare le spese per i jack up. Ne arriverà soltanto uno, con un risparmio di 55 milioni di euro. Secondo alcuni ingegneri sarebbe stato sufficiente molto meno per il trasporto delle paratoie. Smontate in loco, potevano essere benissimo trascinate da un rimorchiatore noleggiato.

Per ospitare i jack-up il Consorzio Venezia Nuova con il Magistrato alle Acque guidato da Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta – entrambi arrestati per lo scandalo Mose – aveva costruito una banchina degna del porto di Rotterdam. Piloni e barriere in cemento, guard rail poco adatti al paesaggio lagunare.

«Servono per la sicurezza dei movimenti di camion e gru», aveva spiegato l’allora presidente di Mantovani e factotum del Mose Piergiorgio Baita, «al termine di questa fase di lavori saranno rimossi».

Ma sono passati quattro anni e il cemento insieme al ferro dei guard rail è sempre là. Anche in questo caso, hanno osservato inascoltati alcuni tecnici, sarebbe stato sufficiente uno scivolo, come quelli in uso nei cantieri navali, per garantire il passaggio della paratoia dall’acqua ai Bacini e all’area di manutenzione.

Una questione all’esame dei commissari. Che dovranno decidere a breve su un’altra questione strategica fondamentale: dove si farà la manutenzione del Mose? E chi gestirà quello che si annuncia il business senza fine dei prossimi decenni?

Un’ipotesi allo studio è quella di trasferire l’area della manutenzione a Marghera, in un’area attrezzata cghe potrebbe essere proprio l’area ex Pagnan, bonificata e restaurata dalla Mantovani per farci arrivare i cassoni. In questo modo si libererebbe l’Arsenale e con esso i Bacini di carenaggio, da restituire alla cantieristica tradizionale. Nell’Arsenale Nord potrebbe restare la centrale operativa della manutenzione e della gestione.

Temi all’ordine del giorno delle prossime riunioni. Intanto il cemento e i guard -rail autostradali restano al loro posto.

Alberto Vitucci

 

Nuova Venezia – Mose “Mazzacurati non ricorda nulla”

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3

mar

2015

L’ex presidente del Cvn manda un certificato medico, non sarà presente all’udienza contro Orsoni, Sartori e gli altri imputati

Nel dibattimento in assenza di contraddittorio finiranno i testi degli interrogatori Ma i difensori degli accusati cercheranno di dimostrare una precedente incapacità

VENEZIA – Giovanni Mazzacurati non si presenterà lunedì prossimo per l’interrogatorio al quale doveva essere sottoposto dagli avvocati degli indagati che lui ha pesantemente accusato. Resterà in California, dove è stato autorizzato a risiedere: lo ha comunicato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli al giudice veneziano Alberto Scaramuzza che aveva fissato l’incidente probatorio per il 9 marzo.

Il legale veneziano avrebbe informato anche che a rendere impossibile l’interrogatorio non sono soltanto i problemi cardiaci che renderebbero improponibile il viaggio aereo per l’ultraottantenne ingegnere. Esiste, infatti, una consulenza medico legale, controfirmata anche da uno psichiatra, nella quale si afferma che oramai l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova non ricorda più fatti e circostanze di cui ha parlato per almeno sette lunghi interrogatori immediatamente dopo essere stato arrestato il 12 luglio di due anni fa.

Già nell’interrogatorio reso davanti al giudice statunitense, nello scorso autunno, e richiesto dal Tribunale dei ministri su istanza dei difensori dell’ex ministro di Forza Italia Altero Mattioli, Mazzacurati aveva dimostrato poca lucidità, si era limitato a confermare pronunciano solo brevi frasi e ricordando solo alcune circostanze. Stando alla consulenza medico legale, le sue condizioni mentali sarebbero peggiorate notevolmente soprattutto dopo la morte del figlio, il regista Carlo Mazzacurati. Naturalmente, anche l’età avrebbe avuto la sua parte.

Mazzacurati, assieme a Piergiorgio Baita allora presidente di Mantovani, è uno dei due maggiori accusatori di tutti coloro che hanno patteggiato (sono 31) e anche dei dieci indagati per i quali i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato gli atti in vista della richiesta del rinvio a giudizio. Hanno raccontato di aver pagato e corrotto l’ex ministro Giancarlo Galan, l’assessore Renato Chisso, il generale della Guardia di finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, il braccio destro del ministro Tremonti, e di averlo deciso in combutta con i maggiori imprenditori italiani del Consorzio Venezia Nuova.

Hanno raccontato di aver sovvenzionato le campagne elettorali di tutti i partiti, in particolare Forza Italia e Pd, e di aver passato centinaia di migliaia di euro all’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e all’ex parlamentare europeo Lia Sartori.

Il codice di procedura penale prevede che se un testimone viene a mancare prima del processo, cioè prima che si formino le prove in aula attraverso il contraddittorio, possono finire nel fascicolo del Tribunale i verbali resi durante le indagini preliminari alla presenza del difensore. Anche nel caso di una grave malattia che impedisca la testimonianza in aula, il Tribunale può decidere di farsi consegnare dalla Procura i verbali degli interrogatori resi in indagini preliminari.

Ma i difensori degli imputati, avranno maggiori possibilità di dimostrare che anche le dichiarazioni rese dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova siano state condizionate dalla sua già discutibile salute mentale.

Tutto, dunque, si sposta al giorno dell’udienza preliminare, quando presumibilmente i difensori dell’ex sindaco lagunare e non è escluso di altri imputati chiederanno il rito abbreviato.

Così, il magistrato incaricato, il veneziano Andrea Comez, dovrà valutare la loro responsabilità o meno allo stato degli atti, cioè limitandosi a leggere i documenti inseriti nel fascicolo processuale.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Mose, Mazzacurati non torna dagli Stati Uniti.

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3

mar

2015

VENEZIA

Non ci sarà il faccia a faccia chiesto da Lia Sartori

Non ci sarà alcun faccia a faccia tra Giovanni Mazzacurati e l’ex eurodeputata Lia Sartori. L’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova non si presenterà, lunedì 9 marzo, all’udienza fissata dal giudice Alberto Scaramuzza per l’incidente probatorio richiesto dall’esponente politica di Forza Italia, accusata di aver ricevuto finanziamento illeciti proprio dal Cvn.

Il legale di Mazzacurati, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, ha infatti reso noto che all’udienza presenterà una consulenza medica dalla quale risulta l’impossibilità per l’ex presidente del Cvn di muoversi dalla California (dove risiede dallo scorso anno nella villa della moglie) a causa delle condizioni di salute. In ogni caso Mazzacurati soffre di un notevole deficit mnemonico che renderebbe inutile la sua audizione.

L’assenza all’udienza del 9 marzo aprirà sicuramente un contenzioso sull’utilizzabilità o meno delle dichiarazioni accusatorie rese da Mazzacurati nel corso delle indagini, che riempiono centinaia di pagine di verbale. Ma, su questo punto, difesa e accusa avranno tempo di discutere nel corso del processo: la Procura ha provveduto al deposito degli atti per tutti gli imputati che non hanno patteggiato ed è presumibile che l’udienza preliminare si svolga subito dopo l’estate. Lia Sartori nega ogni accusa e avrebbe voluto far interrogare Mazzacurati dai suoi avvocati, Franco Coppi e Pieranonio Zanettin, per fare emergere la verità. All’incidente probatorio avrebbero potuto partecipare anche gli altri imputati: ma senza Mazzacurati non se ne farà nulla.

(gla)

 

Scandalo Mose, il Gico di Venezia: per l’ex vicecomandante delle Fiamme gialle quattro milioni di origine non giustificata

VENEZIA «Dissi che non volevo assolutamente che risultasse che io avevo prestato quei soldi perché non era vero in quanto le somme me le dava il generale Emilio Spaziante» ha raccontato il tenente della Guardia di finanza Daniele Cassoni a proposito dell’acquisto di un appartamento a Roma.

«Utilizzai per trasformare il contante in assegni circolari ed evitare di far emergere l’interezza della somma», riferisce un ex appartenente alla Finanza e poi consulente fiscale del generale a proposito dell’acquisto di una seconda casa nella capitale, «i nominativi di mio fratello, mio cugino, mia madre, la mia ex moglie, l’ex suocera, l’ex suocero, mia zia, nonchè due collaboratori del mio studio… Io stesso accompagnai Spaziante dal notaio per il rogito, dove gli assegni gli vennero consegnati».

L’ex comandante in seconda della Guardia di finanza, accusato di corruzione per aver intascato 500 mila euro da Giovanni Mazzacurati per ammorbidire la verifica fiscale che era in corso al Consorzio Venezia Nuova e per conoscere se e quali telefoni fossero intercettati dalla Procura veneziana, ha già patteggiato quattro anni di reclusione ed è nel carcere militare di Santa Maria Capua Vetere. E nei giorni scorsi il giudice di Milano, sulla base degli accertamenti compiuti dagli investigatori del Gico della Guardia di finanza lagunare, ha posto sotto sequestro tre lussuosi appartamenti a Roma, una villa in provincia di Macerata e i 201 mila euro in contanti trovati nella sua abitazione al momento del suo arresto.

Un «sequestro per sproporzione», lo stesso che solitamente scatta per i boss mafiosi o i grandi criminali perché non possono giustificare le loro proprietà. In questo caso, poi, il generale aveva intestato i beni a convivente e figli, avrebbe addirittura utilizzato ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza per evitare di comparire. Adesso tutti rischiano di finire sotto inchiesta per riciclaggio.

Le «fiamme gialle» hanno accertato che nel periodo compreso fra il gennaio 2005 e il 30 giugno 2013 Spaziante ha incassato 617 mila 780 euro come emolumenti dalla Guardia di finanza, altri 483 mila 164 nel breve periodo in cui è stato al Dipartimento dell’informazione per la sicurezza presso la Presidenza del consiglio dei ministri, altri 19 mila 108 euro per una consulenza fornita all’Agenzia delle Entrate. Complessivamente una cifra considerevole, che però non basta a giustificare le spese sostenute dalla famiglia del generale.

«L’ammontare complessivo delle entrate del nucleo familiare del generale», scrive la Guardia di finanza veneziana, «nel periodo di riferimento è stato di due milioni e 152 mila euro. Nello stesso arco temporale, invece le uscite sono state calcolate in 5 milioni 47 mila euro, ovvero in misura più che doppia rispetto alle entrate».

«Sussiste dunque una sproporzione evidentissima», si legge ancora, «tra entrate e uscite riconducibili a Spaziante, il quale per altro dispone di ingentissime somme in denaro contante, pari ad almeno in milione e mezzo di euro».

Per quanto riguarda poi gli immobili di sua proprietà, i finanzieri hanno accertato che familiari, ufficiali e sottufficiali della Guardia di finanza si sarebbero prestati, su richiesta di Spaziante, a disporre i pagamenti dei beni acquistati utilizzando a tal fine denaro contante che lo stesso generale forniva loro in modo da schermare la provenienza dei soldi.

«I beni immobili acquistati dalla famiglia Spaziante», conclude il giudice milanese Chiara Valori che ha firmato il provvedimento di sequestro preventivo, «possono dunque essere considerati tutti riferibili al generale e solo fittiziamente intestati ai familiari ed è evidente che si tratta di beni di valore del tutto sproporzionato rispetto ai redditi leciti dichiarati da Spaziante, le cui entrate non sarebbero mai state sufficienti a coprire i relativi costi, anche tenendo conto dell’elevato tenore di vita che tutta la famiglia teneva (risulta la disponibilità di imbarcazioni, cavalli, auto e moto di lusso)».

E ancora: «Emerge un differenziale tra entrate e uscite ammontante a circa 4 milioni di euro, dovendosi ritenere che il denaro servito per gli acquisti sia di provenienza del tutto ingiustificata».

Giorgio Cecchetti

 

Revocata l’ultima misura, Brentan libero

Terza corsia in A4: pressioni per pilotare la gara, il Riesame cancella anche l’obbligo di dimora

L’ex manager intervenne su Mantovani e Fip perché non ricorressero al Tar contro Sacaim

VENEZIA – I giudici del Tribunale del riesame di Venezia, accogliendo l’invito della Corte di Cassazione, hanno revocato venerdì pomeriggio anche l’ultima misura nei confronti di Lino Brentan, l’ex amministratore delegato dell’Autostrada Venezia-Padova, quella che lo costringeva all’obbligo di dimora nel suo comune di residenza, Campolongo Maggiore. A chiederlo erano stati i suoi difensori, gli avvocati Giovanni Molin e Stefano Mirate. Dopo essere stato condannato a quattro anni di reclusione per con concussione a causa di alcuni appalti per l’autostrada, Brentan era stato nuovamente arrestato (come la precedente era finito agli arresti domiciliari) per corruzione. Stando ai pubblici ministeri veneziani che hanno coordinato le indagini della Guardia di finanza, avrebbe pilotato l’appalto per le opere di mitigazione della Terza corsia (base d’asta, 18 milioni) escludendo le offerte più vantaggiose e facendosi pagare una tangente per riammettere gli esclusi come sub appaltatori.

I suoi difensori, avevano subito presentato ricorso al Tribunale del riesame, che aveva confermato gravità degli indizi, ma che aveva ritenuto di alleggerire la misura cautelare, così era passato all’obbligo di dimora. Non contenti, i due avvocati hanno presentato ricorso a Roma e i giudici della Cassazione lo hanno accolto e così i giudici veneziani hanno cancellato anche l’obbligo di dimora. Per il Riesame veneziano, è provato che l’ex amministratore di Autostrade Venezia-Padova abbia fatto pressioni su Piergiorgio Baita (presidente di Mantovani) e Mauro Scaramuzza (Fip Industriale) perché non impugnassero al Tar l’assegnazione dei lavori alla Sacaim, ricambiandoli con l’ottenimento delle opere in subappalto. Non c’è invece prova che abbia incassato la tangente da 65 mila euro che secondo la Procura avrebbe preteso dallo stesso Scaramuzza.

Così il Tribunale del Riesame aveva motivato la sua decisione di liberare Brentan. Per i giudici, le offerte di Mantovani e Fip (meno 41,17%) erano assolutamente al di sotto della soglia di anomalia: del tutto «legittima e regolare», dunque, la decisione di escluderle. Come pure l’offerta della Ati Consorzio Stabile Consta (-35,83%), anch’essa incongrua, assegnando i lavori a Sacaim (-31%). Per il Riesame è invece certo che Brentan sia intervenuto per evitare ricorsi al Tar. Racconta l’ingegner Angelo Matassi, della commissione tecnica: «Chiesi (a Brentan) se i lavori fatti in subappalto dalle imprese escluse nella medesima gara potevano essere un problema; lui mi ammonì seccamente dicendomi di stare tranquillo e che la cosa andava bene così».

(g.c.)

 

La regista del film “La trattativa” dialoga con il pubblico che ha riempito per due giorni il Dante

«Ripristiniamo il senso critico e smettiamola con l’idea che non possiamo cambiare niente»

MESTRE «Dopo il ’94 questo Paese ha iniziato a disintegrarsi, ovunque vado in giro per l’Italia, escono fuori solo ladronerie e scandali come il Mose, l’Expo, Mafia Capitale, storie raccapriccianti dappertutto».

L’attrice e regista Sabina Guzzanti con la sua ironia tagliente mercoledì sera ha fatto tappa al cinema Dante con il film “La trattativa” (Stato Mafia), riscuotendo successo di pubblico e indicando ai primi posti tra ciò che non va e di cui i cittadini sono stanchi lo scandalo del Mose che ha ferito la città lagunare e la Regione.

Sold out il primo spettacolo, stessa scena alla seconda proiezione, tanto che oltre una cinquantina di persone sono state rimandate a ieri sera per il secondo appuntamento della due giorni.

La regista invitata a Mestre su iniziativa del Movimento Agende Rosse di Venezia in collaborazione con il Circuito Cinema comunale e con l’Associazione Dlf (Dopo lavoro ferroviario), si è intrattenuta con il pubblico che l’ha incalzata con le domande.

«Il film è uscito ad ottobre», ha esordito, «ma a nessuno fregava nulla, o meglio nessuno ne sapeva nulla. Per questo abbiamo deciso di distribuirlo da soli e in quattro mesi abbiamo fatto 461 proiezioni, nonostante ci siano ancora cinema che non ci danno la sala e alcuni presidi delle scuole che contattiamo non ci faccano sapere nulla. Fosse per me io lo farei vedere a tutti e 58 milioni di italiani, perché non ci sia più la scusa di voltare la testa dall’altra parte”.

Poi è entrata nel merito della questione: “Siamo un Paese incivile, ma prima non era così, è così da dopo la “trattativa”, prima delle stragi mafiose l’informazione era pubblica, avevamo una delle migliori istruzioni al mondo. Dopo il ’94 questo Paese ha iniziato a disintegrarsi, escono fuori solo “zozzerie”, ne sono un esempio gli scandali del Mose, l’Expo, Mafia Capitale, in ogni luogo si sente solo di giunte coinvolte in qualsiasi genere di storie raccapriccianti, si sentono solo di ladronerie. Prima c’era una dialettica, c’era chi si batteva per un’Italia diversa. Dopo la trattativa, più nulla».

«Ho citato il Mose», spiega a margine, «perché è l’esempio eclatante di quanto vado dicendo, per la sua formula: un ladrocinio impunito e sistematico. Galan ha patteggiato ma resta presidente della commissione parlamentare cultura. È un delitto, il suo, rimasto impunito. Galan ha forse restituito il maltolto? È un cittadino che dovrebbe stare in galera, che dovrebbe essere rinnegato dalla società, invece i rinnegati sono gli altri e non lui».

Soluzioni? La Guzzanti le abbozza al pubblico: «Bisogna ripristinare il senso critico che abbiamo perduto: se ognuno facesse la sua parte sarebbe già un passo avanti. E invece siamo conformisti, rassegnati, dobbiamo uscire da questo circolo vizioso, dobbiamo liberarci dall’idea che non possiamo cambiare nulla, perché è questo che un sistema mafioso vuole che pensiamo: avere una popolazione convinta di ciò e il film è stato oscurato per evitare che creasse dibattito e facesse nascere discussioni».

Marta Artico

 

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