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Trattative in corso tra la Procura e i difensori degli indagati prima dell’udienza

Anche l’ex sindaco potrebbe cercare di evitare un lungo processo in aula

Poco prima o subito dopo l’interruzione estiva (a luglio o settembre) toccherà al giudice Andrea Comez, l’unico che fino ad ora non si è mai occupato della vicenda (e proprio per questo toccherà a lui) di fissare l’udienza e valutare se prove e indizi raccolti dalla Procura siano sufficienti a mandare sotto processo Giorgio Orsoni e gli altri nove indagati per i quali in questi giorni i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno depositato gli atti nell’ambito dell’inchiesta sulla corruzione per il Mose.

Probabile, comunque, che alla fine non saranno davvero dieci coloro che finiranno davanti al Tribunale, presumibilmente presieduto dal giudice Stefano Manduzio.

Alcuni degli indagati, assieme ai loro difensori, infatti, stanno valutando se avanzare richieste di riti alternativi al giudice dell’udienza preliminare. Prima dovranno leggersi i numerosi faldoni che raccolgono la documentazione dell’inchiesta, poi avanzeranno le richieste ufficiali, ma i primi contatti sarebbero stati presi.

Ad esempio c’è l’ex parlamentare europea di Forza Italia, la vicentina Amalia «Lia» Sartori, che con gli avvocati Franco Coppi e Pierantonio Zanettin sta pensando ad un patteggiamento. A differenza degli altri, accusati per la maggior parte del pesante reato di corruzione, deve rispondere «solo» di finanziamento illecito del partito e potrebbe cavarsela con pochi mesi di reclusione (Marchese che lo ha fatto ha evitato il processo in aula con l’accordo a 11 mesi di reclusione).

Anche gli avvocati Giorgio Bortolotto e Paolo Rizzo sembrano orientati a valutare un patteggiamento con la procura per l’imprenditore del Lido Nicola Falconi, sempre che l’accordo preveda una pena inferiore a quella coperta dalla sospensione condizionale (due anni).

Infine, c’è l’ex sindaco Giorgio Orsoni, i cui difensori, gli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata, non sembrano prevedere un nuovo tentativo di patteggiare la pena, dopo quello fallito a causa del giudice che l’ha bocciato, ritenendo la pena di 4 mesi incongrua. Però, non conviene di certo all’ex sindaco affrontare un lungo processo con alcuni imprenditori, come Piergiorgio Baita o come Federico Sutto che in aula potrebbero presentarsi per raccontare dei soldi raccolti per lui il primo e delle buste consegnate nel suo studio il secondo. L’ex primo cittadino punta all’assoluzione, di conseguenza, i suoi avvocati potrebbero chiedere che sia processato con rito abbreviato dal giudice dell’udienza preliminare. Niente testimoni e, in caso di condanna, pena scontata di un terzo. Così, alla fine, ad affrontare il processo in aula resteranno meno della metà.

Giorgio Cecchetti

 

SOSTITUZIONE ECCELLENTE – Il manager “intercettato” dalla Finanza al prestigioso posto di Ettore Incalza

UN CANDIDATO GRADITO – Signorini era sponsorizzato dal Consorzio al Magistrato

Due cose sono certe, anzi tre. La prima è che Paolo Emilio Signorini, numero uno del Ministero dei lavori pubblici a Roma, non è indagato, la seconda è che il Consorzio Venezia Nuova gli ha pagato una bella vacanza in Toscana, la terza è che è appena stato promosso.

Scrive il giudice per le indagini preliminari Alberto Scaramuzza nell’ordinanza che il 4 giugno 2014 inaugurerà la retata storica, quella che azzera i vertici del Consorzio Venezia Nuova e porta all’attenzione del mondo intero lo scandalo del Mose: «.. a proposito della figura di Paolo Emilio Signorini e dei rapporti con Mazzacurati, si rappresenta che sono state intercettate alcune conversazioni telefoniche dalle quali si evince come il Mazzacurati, attraverso l’impiego di risorse del Consorzio venezia Nuova abbia fatto un “presente” proprio a Signorini.»

Di che si tratta? Il 15 luglio 2011 la Guardia di finanza intercetta una telefonata tra Mazzacurati e Signorini. “Volevo soltanto dirle che siamo arrivati, è tutto benissimo, la volevo ringraziare” – dice Signorini a Mazzacurati il quale chiede: “Ha trovato tutto, si?” Risponde Signorini: “Ho trovato tutto. Tutto perfetto”. E via così, fino alla richiesta di Signorini di avere da Mazzacurati l’indirizzo di qualche buon ristorante in zona. Mazzacurati si raccomanda: «..lei può usare il mio nome per la prenotazione». E non solo per quella dal momento che il Consorzio Venezia Nuova risulta aver pagato il soggiorno di Signorini e della sua famiglia in Toscana.

Ma chi questo Paolo Signorini? Fino agli inizi del 2015 è a capo del Dipe – Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica – che è il braccio operativo del Cipe. Il Cipe decide quali opere pubbliche finanziare e il Dipe finanzia. Ovviamente i finanziamenti possono essere veloci o lenti. La differenza è sostanziale per imprese come il Mose ed ecco spiegata la sollecitudine di Mazzacurati.

Ma che l’ing. Giovanni Mazzacurati, patron del Consorzio Venezia Nuova, si fidasse di Paolo Emilio Signorini – il gip scrive testualmente che si trattava di persona “NON OSTILE” al Consorzio Venezia Nuova – lo dimostra un’altra telefonata intercettata dalla Finanza, quella tra Mazzacurati ed Ercole Incalza, fino a pochi giorni fa il numero uno dei Ministero dei lavori pubblici. La telefonata avviene il 24 maggio 2013 alle 17.24. E’ Incalza che chiama:«…ti volevo dire che … per quanto riguarda il nuovo magistrato alle acque, verrà Signorini». Mazzacurati risponde: «Ah bene!» Incalza: «Va bene?» «Molto bene!» – assicura Mazzacurati. Bisogna avvertire che il Magistrato alle acque è l’organo di governo – la nomina è del Ministro dei lavori pubblici – incaricato di tenere sotto controllo il Consorzio Venezia Nuova.

Ma che Mazzacurati avesse voce in capitolo nelle nomine dei Magistrati alle acque di Venezia – alcuni poi finivano nel libro paga del Consorzio – questo non è un mistero. E quando la nomina di Signorini si inceppa, a Roma, Mazzacurati si precipita nella capitale, pronto a vendere cara la pelle visto che vogliono mandargli, al posto di Signorini, Fabio Riva. Mazzacurati commenta al telefono con Incalza: «Non va bene…è una persona…un mezzo disastro… è un uomo fatto in un certo modo».

Ma veniamo all’ultima puntata della telenovela che riguarda Signorini – lo ripetiamo, non indagato, come non risulta indagato Ettore Incalza. Quando nel luglio scorso il Movimento 5 stelle presenta una interrogazione al ministro dei Lavori pubblici con la quale chiede la rimozione di Incalza, il Ministro Lupi replica che Incalza “ha vinto ben tre concorsi pubblici per ricoprire quel ruolo”.

Chiosano i grillini sul loro blog: «E infatti si scopre che era stato lo stesso Signorini a nominare la commissione che valutò Incalza. E’ inaccettabile che un soggetto compromesso con la rete di potere che gira intorno alle grandi opere e al Mose ricopra un ruolo di comando in cui si decide la sorte di miliardi di soldi pubblici. E il Ministro Lupi poi non dica che ne era all’oscuro».

E, infatti, ora il ministro Maurizio Lupi ha sostituito Incalza. E chi ha messo al suo posto? Signorini. Che è diventato il numero uno del Ministero dei lavori pubblici. Il Mose dunque a Roma ha, come direbbe Mazzacurati “un amico”.

Maurizio Dianese

 

Soldi per la campagna di Orsoni: nulla a carico dei 2 deputati democratici

CONSORZIO – Una diga mobile del progetto Mose a una delle bocche di porto della Laguna di Venezia, per la difesa dalle acque alte

LA VICENDA – Mazzacurati dichiarò di aver versato 550 milioni

Dall’inchiesta sul Mose emerge una sicura e diffusa situazione di illegalità che riguarda il finanziamento di tutti i partiti, di governo e opposizione, da parte dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati. Anche del Partito democratico. Ma non c’è alcuna prova che quei finanziamenti illeciti siano finiti anche ai due attuali deputati veneziani, Michele Mognato e Davide Zoggia.
È con questa motivazione che la Procura di Venezia ha chiesto ieri l’archiviazione della posizione dei due esponenti del Pd, i cui nomi erano emersi nelle indagini a carico dell’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, in relazione ad un presunto finanziamento illecito di 550mila euro che Mazzacurati dice di aver versato per la campagna elettorale del 2010.

Il procuratore capo Luigi Delpino, l’aggiunto Carlo Nordio e i sostituti Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini hanno contestualmente chiuso le indagini preliminari su Orsoni, indagato per finanziamento illecito ai partiti, provvedendo al deposito degli atti (che normalmente precede una richiesta di rinvio a giudizio) e hanno già firmato la chiusura delle indagini a carico di altri 9 indagati nel filone principale dell’inchiesta, per i quali il deposito dovrebbe essere formalizzato lunedì: si tratta dell’ex presidente del Consiglio regionale ed ex europarlamentare di Forza Italia, Lia Sartori (accusata di finanziamento illecito); dell’ex presidente del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva, dell’ex magistrato della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, del fuzionario della Regione Veneto, Giovanni Artico, dell’imprenditore veneziano ed ex presidente dell’Ente Gondola, Nicola Falconi e dell’architetto padovano Danilo Turato (accusati di corruzione); dell’ex amministratore della Padova-Brescia, Lino Brentan (accusato di concussione per induzione), dell’ex dirigente regionale Giancarlo Ruscitti (al quale è contestato un compenso per operazioni inesistenti) e del romano Corrado Crialese, accusato di millantato credito.

Gli indagati avranno tempo 20 giorni per presentare memorie difensive o per chiedere di essere interrogati. Poi sarà la Procura a decidere se chiedere per tutti il processo.

Proseguono, invece, le indagini a carico del funzionario regionale Giuseppe Fasiol e dell’architetto Dario Lugato (accusati per corruzione), mentre la posizione di altri due indagati – Vincenzo Manganaro e Alessandro Cicero (millantato credito) è stata trasmessa a Roma per competenza.

«Auspico che si arrivi ad un dibattimento perché l’opinione pubblica ha diritto di essere informata attraverso il contradditorio pubblico su come sono andate le cose – ha dichiarato Nordio – Come cittadino vi è un giudizio di grande amarezza perché si sono ripetute le cose di 20 anni fa moltiplicate per 10, amarezza aumentata dal fatto che oltre alle forze politiche in questo caso sono stati finanziati illegalmente dei personaggi che rappresentavano delle istituzioni di controllo come la Guardia di finanza, il Magistrato alle acque e la magistratura contabile».

La notizia della richiesta di archiviazione per Mognato e Zoggia è stata commentata con soddisfazione dai loro legali, gli avvocati Marta De Manincor e Alfredo Zabeo, i quali evidenziano «la totale estraneità dei nostri difesi a tutti i fatti oggetto di indagine. Estraneità giuridica, ma anche storica e comportamentale propria di un pregresso politico che nel passato si è sempre dimostrato chiaro, trasparente e di totale lontananza da comportamenti men che corretti».

 

Gazzettino – Inchiesta Mose, risarcimento ad ostacoli

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20

feb

2015

In vista del patteggiamento il legale del commercialista Giordano consegna un libretto bancario con 40mila euro

Sembra più articolata del previsto la conclusione della vicenda processuale che riguarda Francesco Giordano, il commercialista padovano coinvolto nell’inchiesta sul Mose. Ieri mattina, infatti, sembrava che l’udienza per il patteggiamento per false fatturazioni potesse concludersi, ma a quanto pare il pagamento del risarcimento è più complesso di quanto si pensi. Da tempo l’avvocato Carlo Augenti, che difende il commercialista che ha uno studio a Padova e una casa a Venezia, punta ad un patteggiamento di un anno e ad un risarcimento finale sui 40mila euro.

Ieri mattina, però, si è appreso che per poter versare questa somma l’avvocato ha dovuto consegnare un libretto bancario contenente la cifra a suo tempo accordata con la Procura. Il documento contabile, dopo che è stato sequestrato dal giudice Vicinanza, dovrà poi passare ad un tutore giudiziario che sarà chiamato a gestirlo al fine di effettuare il relativo versamento finale al Fondo unico della giustizia.

«In effetti ci sono delle difficoltà ad assolvere a questo pagamento – commenta l’avvocato Augenti – perchè non è stato possibile effettuare il versamento alle Entrate, non è stato possibile compiere un bonifico e così abbiamo deciso di optare per il libretto. Su certi argomenti le complicazioni burocratiche sono tali che diventa difficile anche pagare».

Francesco Giordano era finito nell’inchiesta della Procura sulla corruzione legata al Mose soprattutto perchè rivestiva il ruolo di commercialista del Consorzio Venezia Nuova. Per questo la Guardia di finanza lo riteneva responsabile di alcune operazioni irregolari. Come consulente fiscale dell’ex presidente Mazzacurati, Giordano era accusato soprattutto in relazione ad una consulenza ritenuta fasulla, per un ammontare complessivo di 180mila euro, che l’allora presidente del Cvn attribuì all’ex segretario della Sanità veneta Giancarlo Ruscitti per occuparsi del progetto del nuovo ospedale di Padova.

 

scandalo MOSE » Il dibattimento

I tre testi in aula contro una decina di imputati tra cui Orsoni, Brentan e Sartori

Rischiano di più Mazzacurati e Savioli, non ancora colpiti dalla prima condanna

VENEZIA – I nomi di chi ha permesso con le sue dichiarazioni che questa indagine arrivasse ai vertici di alcune istituzioni e di importanti aziende non ci sono tra i dieci per i quali la Procura veneziana si appresa a chiedere il rinvio a giudizio, dopo che i difensori avranno preso visione degli atti.

Per Giovanni Mazzacurati, ancora negli Stati Uniti, Piergiorgio Baita, che con il figlio ha ripreso a svolgere lo stesso lavoro di prima, per Claudia Minutillo, Nicolò Buson e Pio Savioli, per ora, nessuno chiederà il processo: naturalmente, sono indagati anche per corruzione per le tangenti che hanno distribuito e che hanno confessato di aver consegnato; i pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini si aspettano che i cinque, quando sarà il momento, quelle dichiarazioni rese ai rappresentanti della Procura, alla presenza dei soli difensori, le ripetano in aula, le sbattano in faccia ai dieci imputati.

Soltanto dopo e anche sulla base del comportamento che avranno tenuto durante il processo i loro difensori prenderanno gli accordi per patteggiare le peneper corruzione.

Se tutto andrà liscio per Baita, Buson e Minutillo si tratterà di pene particolarmente lievi da sommare a quelle che già hanno accumulato per la vicenda della «Mantovani», mentre per Mazzacurati e Savioli saranno più pesanti perché saranno le prime condanne, visto che anche il procedimento per turbativa d’asta, quello per l’escavo del canale portuale, non è ancora giunto davanti al giudice.

Nei prossimi giorni ai dieci indagati che non hanno patteggiato arriveranno le notifiche della chiusura delle indagini firmate dal procuratore aggiunto Carlo Nordio e dai tre pm che hanno coordinato l’inchiesta Mose.

Sono l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni , il dirigente regionale Giovanni Artico, l’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova Lino Brentan, l’avvocato romano Corrado Crialese, l’imprenditore veneziano Nicola Falconi, l’ex giudice della Corte dei conti Vittorio Giuseppone, l’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, l’ex funzionario regionale Giancarlo Ruscitti, l’ex parlamentare europea di Forza Italia Amalia Sartori e l’architetto padovano Danilo Turato.

È probabile che a questi dieci nomi si aggiunga quello dell’ex ministro Altero Matteoli, anche lui di Forza Italia, per il quale il Senato deve ancora dare il via libera (lo ha fatto solo la Giunta per le autorizzazioni a procedere). Mentre per Mario Milanese, il braccio destro dell’ex ministro Giulio Tremoni ed ex parlamentare anche lui, il processo è già in corso davanti al Tribunale di Milano perché è in quella città che avrebbe commesso il reato di corruzione.

Per quanto riguarda i tempi. è facile prevedere che l’udienza preliminare davanti al giudice Andrea Comez sarà celebrata in piena estate, nei mesi di giugno o luglio, o appena terminata la sospensione feriale e, quindi, in settembre. Infine, il processo di primo grado davanti al Tribunale potrebbe iniziare prima della fine dell’anno e proseguirà per la prima metà del 2016.

Giorgio Cecchetti

 

REGIONE,dopo il patteggiamento

Casarin: avviata procedura di sospensione La Regione Veneto ha avviato la procedura di sospensione dal servizio di Enzo Casarin, braccio destro dell’ex assessore Renato Chisso e suo segretario all’assessorato alle Infrastrutture.

La pratica è stata istruita a seguito del ricevimento da parte dell’Avvocatura Regionale, in data 11 febbraio, della documentazione relativa sentenza di applicazione della pena su richiesta.

Casarin, coinvolto nell’inchiesta sul Mose, è stato in carcere dal 4 giugno al 28 novembre 2014: ha patteggiato un anno e otto mesi, più la confisca di 115 mila euro. La documentazione è stata trasmessa all’ufficio del Personale. Il vaglio della posizione di Casarin è affidata all’ufficio per i Procedimenti disciplinari presso il direttore delle Risorse umane: poi saranno valutate le misure di natura disciplinare.

 

Gazzettino – Mose, per Casarin scatta la sospensione

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14

feb

2015

VENETO – Dopo il patteggiamento la Regione avvia la procedura per l’ex braccio destro di Chisso

VENEZIA – Ora che la sentenza di patteggiamento di Enzo Casarin – ex braccio destro di Renato Chisso e suo segretario quand’era assessore alle Infrastrutture – è stata notificata alla Regione, per il funzionario convolto nell’inchiesta del Mose è scattata la procedura che porterà alla sospensione dal lavoro.

La giunta regionale del Veneto ieri ha comunicato che, a seguito della documentazione arrivata presso l’Avvocatura regionale lo scorso 11 febbraio relativa alla “sentenza di applicazione della pena su richiesta” – Casarin ha patteggiato un anno e 8 mesi – e trasmessa all’ufficio del personale, «si è dato corso alla procedura per la sospensione dal servizio del signor Enzo Casarin». Si darà quindi corso – recita la nota diffusa da Palazzo Balbi – anche alle conseguenti valutazioni di natura disciplinare che potranno portare all’applicazione di tutte le sanzioni previste dalla normativa vigente, dopo valutazione dell’Ufficio per i procedimenti disciplinari presso il direttore delle Risorse umane.

Casarin era stato sospeso obbligatoriamente dal servizio a decorrere dal 4 giugno 2014, data di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare adottata dal gip del tribunale di Venezia. Successivamente la misura restrittiva della libertà personale aveva cessato i propri effetti per decorrenza dei termini dal 3 ottobre 2014. Il 28 novembre era stata convocata l’udienza per la convalida dell’applicazione della pena su richiesta. La Regione ha specificato che Casarin non ha più ripreso servizio, in quanto si era messo in ferie. Adesso, con le carte arrivate dal tribunale, scatta la procedura per la sospensione obbligatoria e il procedimento disciplinare che può arrivare sino alla sanzione del licenziamento.

 

Nuova Venezia – Mose, Orsoni e Sartori verso il processo

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13

feb

2015

Finanziamento illecito dei partiti, pronta la richiesta di giudizio. Deposito atti anche per Piva, Artico, Brentan e altri cinque

VENEZIA – Mose, l’indagine principale, quella per corruzione, è chiusa. Dopo gli oltre venti patteggiamenti, tra i quali quelli di Giancarlo Galan, Renato Chisso, nei giorni scorsi i pubblici ministeri veneziani hanno depositato gli atti per dieci imputati e si avviano a chiederne il rinvio a giudizio. Si tratta dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni, dell’ex parlamentare europea di Forza Italia Amalia «Lia» Sartori, dell’ex presidente del Magistrato alle acque Maria Giovanna Piva, dell’ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova Lino Brentan, del dirigente regionale Giovanni Artico, dell’avvocato romano Corrado Crialese, del giudice presso la Corte dei Conti Vittorio Giuseppone, dell’imprenditore veneziano Nicola Falconi, dell’ex dirigente regionale Giancarlo Ruscitti e dell’architetto padovano Danilo Turato.

Ieri, lo stesso procuratore aggiunto Carlo Nordio ha incontrato i difensori di Orsoni, confermando che nei prossimi giorni riceveranno l’avviso del deposito degli atti. Dopo la richiesta del rinvio a giudizio che, oltre a Nordio, firmeranno anche i pubblici ministeri che hanno condotto le indagini, Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini, la parola passerà al giudice – presumibilmente toccherà ad Andrea Comez – che dovrà fissare l’udienza preliminare.

Le accuse di cui devono rispondere i dieci sono quelle già contenute nell’ordinanza di custodia cautelare che il 4 giugno ha fatto scattare le manette per molti di loro.

Orsoni e Sartori devono rispondere di un reato meno grave degli altri, finanziamento illecito dei rispettivi partiti per le campagna elettorale delle amministrative del 2010 per il primo (110 mila euro in bianco, 450 mila in nero), 225 mila euro per la seconda tra il 2006 e il 2012.

Ad eccezione di Crialese, indagato per millantato credito, e di Ruscitti, concorso in fatturazione per operazioni inesistenti, tutto gli altri devono rispondere di corruzione per numerosi episodi.

Piva avrebbe ricevuto addirittura uno stipendio annuale di 400 mila euro per omettere di compiere la dovuta vigilanza sulle opere del Mose; Giuseppone non meno di 600 mila euro per accelerare la registrazione delle convenzioni presso la Corte dei Conti da cui dipendeva l’erogazione dei fondi del governo al Consorzio Venezia Nuova; Artico faceva ottenere all’amico avvocato (tra l’altro suo difensore in questo stesso processo) incarichi di consulenza dalla «Mantovani» e a sua figlia l’assunzione in cambio della sua collaborazione nelle opere di salvaguardia previste dal programma «Moranzani»; Falconi avrebbe partecipato assieme agli altri imprenditori del Consorzio al pagamento delle tangenti a Patrizio Cuccioletta; Brentan 65 mila euro per un appalto della terza corsia della Tangenziale di Mestre.

Alcuni degli indagati non sono tra coloro che hanno patteggiato e neppure tra i dieci che dovrebbero finire a giudizio, ad esempio il dirigente regionale Giuseppe Fasiol o l’architetto veneziano Dario Lugato o quelli iscritti nel registro degli indagati per ultimi, come i parlamentari del Pd Davide Zoggia e Michele Mognato.

Posizioni per le quali i pubblici ministeri dovranno approfondire le indagini e che potrebbero anche finire con un’archiviazione delle accuse. Infine, all’appello mancano i corruttori che hanno collaborato, Giuseppe Mazzacurati, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e Nicolò Buson.

Giorgio Cecchetti

 

Nuova Venezia – E’ caccia aperta ai soldi di Galan

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11

feb

2015

Sotto la lente le società della famiglia Persegato, in attesa della lista Falciani

E’ caccia aperta ai soldi di Galan

L’INTRECCIO – Il sospetto è che la Quarry Trade abbia fatturato a prezzi maggiorati le pietre. Ma si cerca di far luce anche su Frasseneto, Edil Pan e Co. se.co

PADOVA – Follow the money, segui il denaro. Questo il mantra degli investigatori che stanno ancora dipanando la matassa del Mose. Guardia di Finanza e Procura veneziana sono convinti che ci sia ancora molto da scoperchiare, soprattutto per quanto riguarda i soldi che hanno rimpinguato conti bancari di imprenditori, faccendieri e politici nostrani.

L’accordo tra Italia e Svizzera, che tra un mese toglierà definitivamente il segreto sui nomi degli intestatari dei conti correnti delle banche elvetiche e la pubblicazione a giorni dell’elenco della cosiddetta “lista Falciani” (una sfilza di 7 mila nomi – tutti italiani – di titolari di un conti correnti alla Hsbc Private Bank), potrebbe facilitare gli inquirenti a percorrere all’incontrario i rivoli (o fiumi) di denaro che hanno impoverito le aziende e arricchito il malaffare.

Una partita ancora tutta da giocare. Soprattutto sul fronte del presunto tesoretto di Giancarlo Galan (per gli investigatori manca all’appello qualche milione di euro), che, o non si trova, oppure veramente non esiste. Sotto la lente, oltre alle aziende riconducibili all’ex Governatore del Veneto, sarebbero finite anche quelle attribuibili alla moglie Sandra Persegato, che, oltre a Margherita srl e alla Società agricola Frasseneto (entrambe con sede legale in passaggio Corner Piscopia 10, nello studio del commercialista Paolo Venuti arrestato nel giugno dello scorso anno insieme a Galan), è socia anche di Edil Pan srl, impresa edile con sede a Lozzo Atestino in via Segrede 12 (capitale sociale 75 mila euro). Che può essere considerata a buon diritto l’azienda della famiglia Persegato (il papà di Sandra, Ugo, detiene l’1%, mentre i quattro figli il 17,5 per cento ciascuno).

Amministratore unico di Edil Pan è proprio Ugo Persegato, mentre nel collegio dei sindaci ci sono i padovani Luciano Cioetto, 51 anni di Montagnana e Francesco Marchesini, 72 anni di Este ( presidente della Bcc di Sant’Elena dal 2006) e il vicentino Antonio Giacomuzzi, tre professionisti finiti nei guai nel 2013 (Giacomuzzi come amministratore unico di Italfiduciaria srl, gli altri due come membri del collegio sindacale) nell’inchiesta portata avanti dal pm vicentino Alessandro Severi per presunti «mancati controlli su operazioni finanziarie per 180 milioni di euro, registrate in maniera irregolare, venendo meno alla normativa antiricigliaggio», come scriveva il Giornale di Vicenza nel febbraio di due anni fa.

Antonio Giacomuzzi, 70 anni, vicentino di Villaga, è anche socio dal 1994 della Delta Erre Spa – società fiduciaria, di organizzazione aziendale e di servizi di trust con sede a Padova in via Trieste 49/53 (detiene l’1,4% delle quote), nonché sindaco di alcuni prestigiosi alberghi di Abano Terme e sindaco della Cofima srl di Padova, società che detiene il 100% di Ceam Cavi, società di Monselice in cui il trevigiano residente in Svizzera Domenico Piovesana, il quinto indagato per i sassi di annegamento del Mose, ricopre il ruolo di consigliere nel consiglio di amministrazione. Piovesana, domiciliato a Padova, è considerato dalla procura veneziana, il co-amministratore della Quarry Trade Limited canadese che ha acquistato i sassi da affondamento in Croazia per rivenderli a prezzo maggiorato alla Mantovani.

Chi siano le persone che hanno messo in contatto Piovesana con Baita (amministratore della Mantovani) è tutt’ora oggetto di indagine.

Tornando alla Edil Pan, uno dei soci Luigi, 46 anni, fratello di Sandra è il titolare della Co.se.co. srl , società per il riutilizzo di materiali derivati da scarti di estrazioni, bonifiche e demolizioni e recuperi ambientali (materiali inerti) con sede a Lozzo Atestino in via Segrede 14, finita nel mirino della procura nell’ambito dell’inchiesta sulla presunta presenza di materiali inquinanti nel sottofondo dell’A31 Valdastico Sud. Luigi Persegato, in quanto amministratore unico della Co.se.co., nel luglio del 2013 è stato raggiunto da uno dei 27 avvisi di garanzia, insieme a Attilio Schneck, ex presidente della Brescia-Padova e all’epoca commissario straordinario della Provincia di Vicenza. Co.se.co. srl, è di proprietà di Milus Trust, il cui rappresentante legale è Maurizio Cecchinato, un commercialista. Trust che nel 2013 ha incamerato redditi per 15 mila euro dalla Co.se.co. Tuttavia, il 19 gennaio scorso, Ugo Persegato ha stipulato un contratto di comodato (delle azioni) con la Milus Trust di cui sia Ugo che Luigi figurano come amministratori non soci. Un’operazione inconsueta per uno strumento che ha lo scopo di garanzia nei confronti delle aziende che detiene.

(p.bar.)

 

Evasione fiscale sui sassi croati, pronto il conto per la Mantovani

Mose, multa di dieci milioni

Chiusa con cinque indagati per emissione di fatture false l’indagine sui sassi arrivati dalla Croazia a Venezia per il Mose, l’Agenzia delle entrate ha pronto il conto da presentare alla Mantovani: dieci milioni.

Dieci milioni di multa per i sassi del Mose

PADOVA – Dieci milioni di euro di multa, cinque indagati e una storia ancora tutta da scrivere. Nuovi guai in arrivo per Piergiorgio Baita e la Mantovani. La Guardia di Finanza, a fine dicembre scorso, ha chiuso anche l’indagine sui “sassi di affondamento”, troncone dell’inchiesta sul Mose, che ha portato a cinque nuove denunce, di cui quattro a carico di persone già note.

Oltre a Piergiorgio Baita, amministratore delegato dell’azienda padovana, dovranno rispondere del reato di concorso in emissione di fatture false per operazioni inesistenti Nicolò Buson, ex direttore amministrativo di Mantovani, […] e i professionisti svizzeri ……………. e Domenico Piovesana. Il nome di quest’ultimo, un trevigiano residente a Breganzona in Svizzera dal 1990, non era mai stato accostato alla vicenda dei sassi, pur essendo stato indagato a giugno quando scoppiò lo scandalo.

Piovesana, 56 anni, domiciliato a Padova in piazzetta Bussolin, è considerato dagli inquirenti il co-amministratore (insieme a ………..) della Quarry Trade Limited di New Brunswick, la società canadese che ha acquistato i sassi di affondamento dalla Croazia, rivendendoli successivamente alla Mantovani e facendoseli pagare su un conto della Phoenix Fiduciaria con sede in Svizzera.

«Baita e Buson avevano creato una serie di società estere su consiglio e indicazione […] di ……………, professionista svizzero e co-amministratore di fatto e fiduciario della canadese Quarry Trade Limited» scriveva Cristina Genesin su questo giornale il 31 luglio scorso.

«Quest’ultima, che non ha nessun dipendente, ha emesso a favore di Mantovani ben 1.253 fatture per un totale di 7 milioni e 990 mila euro. Acquistando sassi da annegamento dalla società Kamen con sede a Pazin in Croazia (a un prezzo maggiorato del 10 – 17% rispetto a quello che sarebbe stato pagato da Mantovani nella forma dell’acquisto diretto dallo stesso fornitore), l’impresa di Baita “produceva” il contante invisibile al fisco e ad altri controlli».

Gli investigatori delle fiamme gialle, tuttavia, hanno accertato che il rincaro è stato anche del 20% e che solo nel biennio 2006-2007 Mantovani ha nascosto al fisco 15 milioni di euro di imponibile. Da qui il conto – salato – che l’Agenzia delle entrate chiederà (la notifica è pronta) alla Mantovani: 5 milioni di euro (di mancate entrate da parte dell’Erario) più altri 5 milioni di euro di multa. Soldi che probabilmente Mantovani pagherà nell’immediato anche perché le posizioni degli indagati (alcuni di loro hanno già chiesto di patteggiare) sono subordinate all’estinzione del debito nei confronti dell’Agenzia delle Entrate.

L’inchiesta continua _ nonostante il filone dei sassi abbia già contorni ben definiti _. Gli inquirenti stanno, infatti valutando il peso della figura di Domenico Piovesana. L’uomo, iscritto all’Aire da 24 anni (è l’anagrafe degli italiani residenti all’estero) ha ancora interessi economici in Italia e anche in Veneto. Per esempio, risulta essere, o essere stato, in questi anni, socio del Setificio Piovesana & C snc di Gaiarine, presidente del consiglio di amministrazione del Calzaturificio Skandia spa a San Biagio di Callalta, socio della Eredi Arturo Piovesana, società semplice agricola di Gaiarine, consigliere delegato della Te.Pa. Spa di Treviso, consigliere della Fil Man Made Group srl di Signoressa di Trevignano e consigliere della Ceam Cavi Speciali spa di Monselice in provincia di Padova. Attività che poco o nulla hanno a che fare con i sassi d’annegamento, la Croazia o il Canada. Per gli inquirenti il nodo da sciogliere di questa vicenda è principalmente uno: chi ha messo in contatto Piovesana e ………… con i manager della Mantovani? […] E quale quello di Galan?

Paolo Baron

 

Sopralluogo dei tecnici nel cantiere di Malamocco: per mettere all’asciutto i corridoi allagati ci vorranno almeno tre giorni di lavori. I comitati protestano

MALAMOCCO – Cassoni e meccanismi del Mose completamente allagati e sommersi dall’acqua salata. Danni ingenti e un lavoro di prosciugamento che durerà almeno tre giorni, con l’ausilio di idrovore subacquee. Sono le conseguenze dei danni provocati dal maltempo eccezionale della settimana scorsa al cantiere del Mose di Malamocco. Onde alte due metri che hanno scavalcato il cassone di spalla, allagando l’intero corridoio di comunicazione tra i cassoni dove sono sistemati gli impianti tecnici e le cerniere.

Giornata di sopralluoghi, quella di ieri, per i vertici del Consorzio Venezia Nuova alle gallerie di Malamocco.Il mare agitato, il vento e le onde hanno provocato danni notevoli. «Stiamo valutando il da farsi», dice il direttore Herme Redi, «si è trattato di un evento eccezionale. E il cantiere è aperto: in condizioni di operatività questo non sarebbe successo».

Nessun problema, secondo l’ingegnere, si sarebbe verificato nemmeno con le paratoie alzate per le onde alte più di due metri. «Le prove in laboratorio sui modelli», ribadisce Redi, «hanno dato risultati soddisfacenti. Le dighe possono resistere anche a onde di sei metri, evento che si realizza per statistica una volta ogni mille anni».

Non ne sono convinti i comitati e le associazioni antiMose. Che hanno interrotto più volte, l’altra sera, una conferenza organizzata dall’Ateneo veneto per illustrare proprio il funzionamento del Mose. Striscioni esposti in sala e volantini distribuiti. E l’annuncio di una lettera, già inviata ai commissari nominati dall’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone (Luigi Magistro e Francesco Ossola) in cui si chiede conto di tutte le verifiche tecniche.

«Cercano di far dimenticare quello che è accaduto», dice il portavoce del Comitato Ambiente Venezia-Laguna bene comune Luciano Mazzolin. «Il 14 marzo si riunirà a Torino il Tribunale permanente dei popoli su grandi opere e diritti fondamentali. Abbiamo già inviato loro un dossier sull’opera e il sistema criminale e corruttivo nato in questi anni, chiedendo che aprano un’inchiesta».

I comitati hanno allegato alla lettera anche lo studio elaborato dalla società di ingegneria franco-canadese Principia in cui si osservava che in condizioni di mare agitato il sistema Mose è soggetto a risonanza ed è «dinamicamente instabile». Significa che le paratoie potrebbero ondeggiare e lasciar passare l’acqua, oppure avere comportamenti strani. «Chiediamo risposte», dice Mazzolin.

Alberto Vitucci

 

Ambientalisti all’attacco. Il Consorzio: «Le prove sui modelli non mostrano problemi». De Simone: «L’incognita tronchi»

Funzionerà il Mose in caso di condizioni meteo avverse? La domanda è alla luce di quanto successo in questi giorni di maltempo eccezionale. La galleria dei cassoni di Malamocco è stata allagata dal mare in tempesta: danni considerevoli e nuovi dubbi sul funzionamento del mega progetto in condizioni critiche.

Una lettera con richiesta di chiarimenti ai commissari del Consorzio è stata consegnata ieri agli ingegneri del Mose dal comitato Ambiente Venezia, che ha anche esposto degli striscioni. Conferenza con il direttore Hermes Redi, all’Ateneo Veneto, per spiegare il funzionamento del sistema.

La domanda: Si sarebbero alzate le paratoie con raffiche di bora a 66 nodi, oltre cento chilometri l’ora? E la schiera avrebbe “tenuto” la marea, per molte volte al di sopra dei 110 centimetri?

«Le prove sui modelli ci tranquillizzano», dice Redi, «In questi mesi, mentre si finirà la posa delle paratoie a Malamocco e Chioggia faremo anche le prove in scala 1:1. Ma sui modelli anche onde di sei metri non danno alcun problema di stabilità».

I comitati hanno ricordato ieri gli studi della società Principia, commissionati dal Comune nel 2008. E lo studio che denunciava la possibilità di “instabilità dinamica”, cioè di risonanza tra un elemento e l’altro della diga in caso di vento e di onde superiori ai due metri.

«Rilievi tecnici a cui il Magistrato alle Acque e il Consorzio Venezia Nuova non hanno mai dato risposta», accusa il portavoce Luciano Mazzolin. «Vogliamo un confronto pubblico sulle criticità del Mose. Chi dice ai cittadini se quelle autorizzazioni in molti casi viziate dal malaffare, non siano da rivedere?».

Gli ingegneri del Mose rassicurano. «Le dighe vanno bene, sono fatte a regola d’arte». Ma le raffiche di bora, le onde e la marea entrante sicuramente hanno riproposto il problema.

Fernando De Simone, architetto e progettista di sistemi sottomarini, rilancia anche la sua denuncia. «Le mareggiate di questi giorni hanno portato tronchi e rifiuti sulle spiagge, lo abbiamo visto», dice, «cosa succederebbe se quei tronchi finissero negli ingranaggi del Mose?».

Alberto VItucci

 

Domenica Corteo

Barche allegoriche contro le grandi navi

Il Carnevale diventa anche anti-Mose e grandi navi. Per domenica prossima, 15 febbraio, dalle 14 in poi il Comitato Ambiente Venezia annuncia una grande parata di barche allegoriche addobbate su tutti i temi della difesa della nostra laguna e della nostra città; contro le grandi opere e lo scandalo mondiale del Mose, contro le grandi navi in Laguna, contro la devastazione ambientale del Contorta e la distruzione della Laguna, contro la continua svendita della nostra città.

«A Viareggio», sottolineano gli organizzatori, «ci sono le sfilate di carri allegorici, a Venezia proponiamo a tutti i cittadini a tutte le associazioni e comitati che in questi anni si sono mobilitati e hanno lottato di fare una grande sfilata con le barche addobbate».

Alle 14 appuntamento nel Canale di Cannaregio tra Fondamenta Palazzo Labia e Fondamente vicino ponte delle Guglie. Alle 14.30 partenza delle barche che attraverseranno tutto il Canale di Cannaregio – dopo Sacca San Girolamo lungo il Canale degli Ormesini e della Misericordia – si entra nel Rio di Noale (Billa ex Standa) – poi nel Canal Grande per arrivare intorno alle 17 in Pescheria a Rialto.

 

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