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Alla fine il Ministero dell’Ambiente ha accettato di attivare l’Inchiesta pubblica sul progetto di scavo del canale Sant’Angelo Contorta.

Questo soprattutto in seguito all’insistenza dell’amministrazione comunale e del commissario Vittorio Zappalorto che si è speso per ottenere questo risultato, chiesto da una serie di associazioni veneziane: Italia Nostra, Ambiente Venezia, Gruppo25aprile, Gruppo di Studio Canale Contorta e Comitato No Grandi Navi–Laguna Bene Comune.

«Da più di un mese avevamo richiesto che il Comune stesso richiedesse l’inchiesta pubblica al ministero – spiegano i rappresentanti delle associazioni – per il silenzio inspiegabile seguito, abbiamo rinnovato prima la richiesta direttamente al ministro dell’Ambiente e, successivamente richiesto un’audizione al commissario. Il protrarsi del silenzio più totale – continuano – poteva rappresentare le pressioni sotterranee per evitare trasparenza sulle pesanti decisioni da prendere. Così lunedì abbiamo fatto un presidio davanti e dentro il Comune di Venezia per ottenere un incontro. Ora finalmente, in un colloquio rapido e franco, il sub commissario Natalino Manno ha annunciato che il ministero attiverà la procedura».

L’amministrazione comunale metterà a disposizione la sala consiliare e fornirà l’assistenza necessaria allo svolgimento del dibattito.

Non si tratta di un fatto da poco, perché questo tipo di istruttoria per le grandi opere si è svolta pochissime volte in Italia (nel 1998 per la valutazione del Mose, ad esempio). In altri paesi, come la Francia, la Gran Bretagna e i Paesi nordici questo strumento è addirittura obbligatorio per legge quando si approvano importanti opere pubbliche.

«Qui – commenta la docente Andreina Zitelli – invece, fino all’ultimo il Ministero non aveva nessuna intenzione di concedere la procedura. Per questo è un riconoscimento importante della nostra battaglia».

 

Consorzio Venezia Nuova, bilancio di un anno

Installate 21 paratoie alla barriera di Lido Nord, avviate le gare d’appalto per impianti e installazioni

Bilancio di fine anno per il Consorzio Venezia Nuova sul lavoro portato a termine nel 2014 per la realizzazione del sistema Mose, che proteggerà Venezia dalle acque eccezionali. Quello che sta concludendosi, secondo il Cvn, «è stato un anno impegnativo durante il quale è stato garantito il rispetto delle date di consegna dell’opera». Il Consorzio ricorda che sono stati conclusi i lavori di prefabbricazione di tutti i cassoni di alloggiamento delle paratoie e sono state eseguite come da progetto le operazioni di varo e di affondamento: sono stati posati, ogni 15 giorni, cassoni del peso di decine di migliaia di tonnellate ciascuno. Si è proceduto contemporaneamente – rileva il Cvn – in tutti e quattro i cantieri alle tre bocche di porto: 2 a Lido (Cavallino-Treporti e San Nicolò), 1 a Malamocco e 1 a Chioggia.

In totale i cassoni che costituiscono il sistema Mose sono 35: 9 a Lido Cavallino-Treporti, 9 a Lido San Nicolò, 9 a Malamocco e 8 a Chioggia”. “Nel 2014, inoltre, sono state installate tutte le 21 paratoie previste per la barriera di Lido Nord – prosegue il Cvn -, nel canale di Cavallino-Treporti, e a fine novembre è stata movimentata l’intera schiera. In totale le paratoie da installare in tutte le bocche di porto sono 78.

Il Consorzio, infine ricorda che sono state avviate le gare d’appalto per impianti e installazioni mentre si è lavorato per riuscire ad attivare già durante l’estate la conca di navigazione di Malamocco.

 

 

La Procura: l’ex sindaco messo al corrente durante l’interrogatorio delle rivelazioni di Sutto

Clima sempre più bellicoso, tra accusa e difesa in vista del probabile processo all’ex sindaco Giorgio Orsoni, coinvolto nell’inchiesta sul Mose per l’accusa di finanziamento illecito. Ieri il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha risposto con una citazione di guerra agli avvocati di Orsoni, Francesco Arata e Daniele Grasso, che avevano accusato la Procura di non aver fornito copia delle nuove dichiarazioni di Federico Sutto contro Orsoni, poi riassunte sui giornali.

«Siamo il 22 dicembre, andatevi a vedere cosa disse 70 anni fa il generale Mc Auliffe. Quella è la mia risposta» ha tagliato corto l’aggiunto ai giornalisti che gli chiedevano un commento.

Ebbene il generale, impegnato nell’offensiva delle Ardenne, all’invito dei tedeschi ad arrendersi fece rispondere “Nuts”, qualcosa tra “Balle” e “Andate a quel paese”…

Fuor dalle battute, la Procura non ci sta a passare per scorretta. E ribadisce di aver riferito ad Orsoni delle nuove accuse mosse da Sutto, che confermerebbero quelle di Mazzacurati. L’uomo fidato dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova ha raccontato di aver portato due tranche da 100mila euro in contanti a Orsoni, nel suo studio, riferendo anche che l’allora candidato sindaco lo avrebbe pure ringraziato. Tutto questo è stato detto ad Orsoni, nell’interrogatorio di venerdì, ma non gli sono stati consegnati i verbali perché, spiega la Procura, in questa fase del procedimento non è previsto. L’ex sindaco, come noto, nega di aver ricevuto soldi: le accuse di Mazzacurati sarebbe delle ritorsioni, per vendicarsi delle posizioni prese da Orsoni per la gestione degli spazi all’Arsenale, e pure Sutto ora avrebbe mentito. Una versione contro l’altra che a questo punto si dovranno confrontare davanti al Tribunale.

R. Br.

 

I legali dell’ex sindaco attaccano la Procura: le sue dichiarazioni non contestate nell’interrogatorio

VENEZIA – I difensori di Giorgio Orsoni protestano. Gli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata contestano i pubblici ministeri della Procura di Venezia Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, che nell’interrogatorio di venerdì scorso non avrebbero contestato all’ex sindaco le nuove accuse lanciate dal braccio destro di Giovanni Mazzacurati, che i due avvocati avrebbero appreso il giorno seguente soltanto dai giornali che hanno pubblicato le dichiarazioni di Federico Sutto.

«La difesa Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni (asseritamente accusatorie) rese dal signor Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e per tale ragione neppure consegnate alla difesa Orsoni e neppure allegate al verbale dell’interrogatorio da lui reso, vengano invece date a piene mani alla stampa, evidentemente preferita dalla Procura della Repubblica come interlocutore rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto».

«I pm nel corso dell’interrogatorio di ieri non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni rilasciate da Sutto, e taluni particolari delle stesse la difesa Orsoni apprende solo ora dalla lettura della stampa». Sutto avrebbe sostanzialmente confermato le accuse di Mazzacurati, aggiungendo che 200 mila dei 450 mila euro arrivati dal Consorzio al candidato sindaco, sarebbe stato lui a consegnarli, lasciandoli nel suo studio di avvocato.

«Nel merito delle propalazioni accusatorie di Sutto», aggiungono gli avvocati Grasso e Arata, «si è peraltro già in grado di precisare che il professor Orsoni nel corso dell’interrogatorio ha respinto con fermezza le accuse che deriverebbero dalle predette dichiarazioni di Sutto, le quali, peraltro, da quanto indicato pur sommariamente dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto dallo stesso Sutto affermato in altra fase dell’indagine; le dichiarazioni accusatorie di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere ad incidente probatorio per consentire un esame in contradditorio delle stesse, così come reiteratamente richiesto dalla difesa Orsoni, anche alla luce di consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che le stesse dichiarazioni risultano assunte poco prima che lo stesso Sutto definisse a mezzo di patteggiamento la propria posizione processuale; analoga considerazione era già stata espressa dalla difesa Orsoni in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le (già contraddittorie) dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e la cui assenza dall’Italia rende ora evidentemente problematico qualsivoglia verifica».

(g.c.)

 

VENEZIA – Solo con lei, la pubblicazione del volume delle relazioni di magistrati e avvocati e delle tabelle con i numeri dei processi e dei reati per l’inaugurazione dell’anno giudiziario era stato pagato dal Consorzio Venezia Nuova, non a caso definito in un suo intervento «baluardo di legalità».

Spunta anche il nome dell’ex presidente della Corte d’appello di Venezia Manuela Romei Pasetti nell’inchiesta della Procura veneziana sul Mose. Non è indagata e neppure è stata intercettata, ma la sua voce è stata ascoltata in più di un’occasione dai finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria che intercettavano le telefonate del generale Emilio Spaziante, il numero due a Roma della Guardia di finanza, anche lui arrestato il 4 giugno scorso per corruzione. L’alto ufficiale, infatti, nel corso del 2013, quando l’inchiesta sulla corruzione per il Mose era in pieno svolgimento, avrebbe telefonato alla Romei Pasetti.

Non solo, almeno due volte si sarebbe incontrato con lei e in una delle due occasione con loro era presente anche un altro generale della Guardia di finanza, Walter Manzon, che comandava le «fiamme gialle» di Venezia e che è finito pure lui sotto inchiesta come il collega, senza però essere arrestato e comunque «solo» per favoreggiamento personale.

Stando ai tabulati telefonici sarebbero più di una decina le telefonate tra Spaziante e l’ex magistrato, che si sarebbero incontrati la prima volta nella serata del Redentore, a Venezia, nel luglio del 2013 e, sempre in quell’anno, Manuela Romei Pasetti sarebbe andata il 26 dicembre, giorno di Santo Stefano, a casa del vicecomandante della Guardia di finanza, a Roma, assieme al generale Manzon.

A chi ascoltava è venuto il sospetto che quegli incontri non fossero semplicemente riunioni conviviali è venuto perché più d’una volta, il generale Spaziante avrebbe consigliato all’ex magistrato veneziano di stare attenta a ciò che diceva al telefono, insomma a non parlare liberamente.

Spaziante è stato accusato dai pubblici ministeri Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini di aver ricevuto da Giovanni Mazzacurati 500 mila euro (ma gli erano stati promessi ben due milioni e mezzo) in modo che intervenisse sui finanzieri di Venezia per addomesticare le verifiche fiscali in corso al Consorzio Venezia nuova e alla Mantovani di Piergiorgio Baita.

Il generale si era attivato e attraverso il generale Manzon, che comandava in laguna, aveva chiesto lumi e addirittura aveva chiesto di poter avere i numero dei telefoni intercettati, che poi avrebbe riferito agli interessati. La sua posizione, e quella di Manzon, è stata stralciata e inviata per competenza territoriale a Milano, dove la mazzetta era stata pagata.

Spaziante è già uscito dal processo, visto che ha patteggiato una pena di 4 anni e gli sono stati confiscati 500 mila euro. Manuela Romei Pasetti se n’era andata dalla Corte d’appello dopo che il Consiglio di Stato aveva accolto il ricorso di Attilio Passanante e aveva trovato posto a Finmeccanica dopo l’allora amministratore delegato Giuseppe Orsi, poi finito sotto inchiesta, le aveva chiesto di entrare nell’organo di vigilanza voluto dalla legge sulla responsabilità delle aziende.

Anche lei poi è finita nelle indagini per abuso d’ufficio, sospettata di aver cercato di influenzare il Csm, di cui era stata membro, per trasferire il magistrato che stava svolgendo le indagini su Finmeccanica.

Giorgio Cecchetti

 

INCHIESTA MOSE/ L’EX SINDACO NEGA OGNI ADDEBITO

I legali di Orsoni attaccano la Procura: «Nasconde le accuse»

Inchiesta Mose: è scontro tra i legali dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura della Repubblica: «I magistrati hanno mantenuto segrete le accuse sulla presunta valigetta da 200mila euro e poi le abbiamo apprese dai giornali», attaccano gli avvocati, che proclamano l’estraneità del loro assistito.

 

DOPO L’INTERROGATORIO – È scontro aperto con la Procura per i 200mila euro portati in studio

LE VERSIONI A CONFRONTO «Abbiamo respinto ogni addebito: la ricostruzione è contraddittoria»

Orsoni, le nuove accuse fanno infuriare i difensori

È proprio scontro aperto tra i difensori dell’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e la Procura lagunare.

Non si può definire in altro modo la dura presa di posizione degli avvocati Francesco Arata e Daniele Grasso dopo aver letto i dettagli sulle nuove accuse rivolte da Federico Sutto, braccio destro di Giovanni Mazzacurati al Consorzio Venezia Nuova, all’ex primo cittadino.

Sutto, che tempo fa ha patteggiato due anni, avrebbe dichiarato agli inquirenti di aver portato personalmente a Orsoni 200mila euro per la campagna elettorale per la carica a sindaco di Venezia. Una notizia che il Gazzettino aveva dato proprio nel giorno in cui c’era stato il lungo interrogatorio in Procura.

Ma a quanto pare di questo tema non si è parlato più di tanto nel corso dell’ultima deposizione di Orsoni avvenuta venerdì mattina in Tribunale.

Da qui la secca replica dei legali dell’ex sindaco di Venezia che accusano la Procura di aver «preferito» di fatto i media rispetto alla difesa del soggetto direttamente coinvolto.

«La difesa di Orsoni rimane attonita di fronte al fatto che le dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto, ancora coperte dal segreto investigativo e neppure consegnate ai legali e neppure allegate al verbale di interrogatorio di venerdì – attaccano in una lettera Arata e Grasso – vengano invece date alla stampa. I due pm, nel corso dell’interrogatorio di venerdì non hanno neppure contestato al professor Orsoni il contenuto preciso delle dichiarazioni asseritamente accusatorie di Sutto e taluni particolari la difesa li apprende solo dalla lettura dei giornali».

Poi i legali dell’ex sindaco entrano nel merito dell’interrogatorio avvenuto davanti ai pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini per mettere in luce alcuni particolari di una certa importanza nell’ambito dell’inchiesta sul Mose e sui finanziamenti ai politici.

«Orsoni ha subito respinto con fermezza le accuse della Procura che deriverebbero dalle dichiarazioni di Sutto le quali, peraltro, da quanto indicato dai pm risulterebbero clamorosamente contrastanti con quanto affermato da Sutto in altra fase dell’indagine – spiegano Arata e Grasso – Non solo, ma le dichiarazioni di Sutto sono state assunte senza che i pm abbiano ritenuto di procedere all’incidente probatorio per consentire un esame in contraddittorio come reiteratamente richiesto dalla difesa di Orsoni, anche alla luce di una consolidata prassi giurisprudenziale. Tanto più che certe dichiarazioni sono prese poco prima che Sutto definisse con il patteggiamento la propria posizione processuale».

Secondo i due avvocati dell’ex sindaco di Venezia, infine, in tutta questa storia ci sono diverse analogie anche con la vicenda Mazzacurati.

«Analoga considerazione era già stata espressa – concludono infatti Arata e Grasso – in relazione al mancato incidente probatorio per assumere le contraddittorie dichiarazioni di Mazzacurati, il cui stato di salute e l’assenza dall’Italia rendono evidentemente problematica qualsiasi verifica».

Gianpaolo Bonzio

 

Nuova Venezia – Mose, Orsoni in Procura: nuove accuse

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20

dic

2014

Il braccio destro di Mazzacurati, Sutto, ricostruisce la consegna del denaro.

L’ex sindaco: «Mai gestito soldi per le elezioni»

VENEZIA – I pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Stefano Buccini lo avevano convocato per contestare nuovi elementi di prova, come ha spiegato il procuratore aggiunto Carlo Nordio, il quale ha detto: «Abbiamo voluto comunicare a Giorgio Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, abbiamo ritenuto doveroso metterle a sua disposizione». Si tratta delle dichiarazioni di Federico Sutto, l’ex braccio destro dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, il quale avrebbe confermato di aver consegnato all’ex sindaco i fondi promessi da Giovanni Mazzacurati; poi, quelle di un imprenditore, il quale ha riferito di aver saputo che una considerevole somma era destinata a Orsoni. Dichiarazioni che finiranno nei fascicoli che dopo Natale la Procura metterà a disposizione degli indagati prima di chiedere il loro rinvio a giudizio a conclusione delle indagini sulla corruzione per il Mose.

Al termine dell’interrogatorio, durato circa due ore, Orsoni si è trattenuto con i giornalisti: «Non mi sono mai occupato dei finanziamenti per la campagna elettorale e non ho mai partecipato a riunioni su questo tema», ha ribadito, «Ho saputo di quanti finanziamenti sono pervenuti solo a campagna elettorale conclusa».

Alla domanda sulle affermazioni fatte nello scorso interrogatorio, durante il quale aveva ammesso di aver chiesto finanziamenti su sollecitazione dei dirigenti del Pd veneziano ha risposto: «Mi era stato detto che erano necessari nuovi fondi e che mi rivolgessi a vari imprenditori e l’ho fatto a 360 gradi».

Secondo uno dei suoi difensori, l’avvocato Daniele Grasso, si tratta di «affermazioni che non stridono con quanto dichiarato dai parlamentari Michele Mognato e Davide Zoggia, anche loro sentiti in qualità di indagati in concorso con Orsoni per finanziamento illecito al partito.

«Dovete smetterla», ha proseguito l’ex sindaco, «di parlare di malaffare nella politica veneziana ed è fuori luogo fare accostamenti con la situazione di Roma: invito a riflettere sul fatto che l’amministrazione comunale lagunare è immune da qualsiasi malaffare, si è comportata con correttezza e trasparenza».

Orsoni si è detto deluso da certa stampa che continua ad accostare le inchieste di Venezia e Roma: «Si può imputare ai politici veneziani un po’ di debolezza. Diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è».

Per l’ex sindaco anche il Consorzio Venezia Nuova e le vicende ad esso legate dipendono da Roma. Quindi, è intervenuto l’altro suo difensore, l’avvocato milanese Francesco Arata, il quale ha ricordato che il collegio difensivo ha chiesto a settembre l’incidente probatorio per Mazzacurati, ma il giudice non ha ancora risposto. «Esiste un’emergenza celerità, noi vogliamo che sia definita al più presto la posizione di Orsoni».

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – “Portai 200mila euro nello studio di Orsoni”

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20

dic

2014

L’INTERROGATORIO – Per due ore l’ex sindaco di Venezia ha risposto ai pm dell’inchiesta Mose

NUOVI VERBALI – La dichiarazione segreta di Federico Sutto: due dazioni da 100 mila euro

ACCUSATORE – Federico Sutto conferma che furono 200mila i soldi che consegnò a Orsoni nello studio di Venezia

«Portai 200mila euro nello studio di Orsoni»

Non c’è soltanto Giovanni Mazzacurati ad accusare l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, di aver ricevuto contributi “in nero” durante la campagna elettorale del 2010 per la corsa a Ca’ Farsetti. Federico Sutto, uno dei più stretti collaboratori dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, prima di patteggiare la pena di due anni di reclusione, ha confessato ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini di aver personalmente consegnato al professor Orsoni 200mila euro in contanti, versati in due tranches di 100mila euro ciascuna. Le due consegne, stando al racconto messo a verbale da Sutto, sarebbbero avvenute nello studio professionale di Orsoni, a Venezia.

Le dichiarazioni rese da Sutto poche settimane fa, e tenute finora segrete, sono state contestate a Orsoni nel corso dell’interrogatorio svoltosi in Procura, ieri mattina, dalla 10.30 alle 12.30, davanti ai due magistrati che hanno indagato l’ex sindaco per finanziamento illecito ai partiti.

Fino a quel momento il professor Orsoni, difeso dagli avvocati Daniele Grasso e Francesco Arata, aveva respinto ogni accusa, negando di aver mai chiesto o percepito alcun finanziamento illecito e sostenendo che Mazzacurati lo ha accusato per ritorsione, per vendicarsi della posizione che il sindaco aveva assunto contro il Cvn in relazione all’assegnazione di alcuni spazi all’Arsenale. Di fronte alle dichiarazioni di Sutto, che confermano il racconto reso nel luglio del 2013 da Mazzacurati, Orsoni ha ribadito la tesi delle accuse totalmente infondate, della calunnia a suo carico.

I legali dell’ex sindaco hanno chiesto un incidente probatorio per poter ascoltare gli accusatori del professore in contraddittorio, e hanno anticipato una lunga serie di eccezioni sull’inutilizzabilità di tutte le prove raccolte finora dagli inquirenti.

Mazzacurati, finito agli arresti domiciliari lo scorso anno con l’accusa di aver truccato un appalto per lavori portuali, è stato il primo a parlare dei finanziamenti a Orsoni. In particolare ha riferito di un presunto versamento di circa 450mila euro, in parte effettuato personalmente, in parte tramite il suo fedele collaboratore, Federico Sutto, che ora ha confermato la circostanza. Piergiorgio Baita, all’epoca presidente della Mantovani e socio di peso nel Cvn, ha raccontato di essersi fatto carico del contributo per l’ammontare di 50mila euro, affidati per la consegna sempre a Sutto.

Vero, falso? A questo punto il compito di stabilirlo spetterà con molte probabilità al Tribunale. L’interrogatorio di ieri ha infatti costituito per la Procura l’ultimo passo prima della chiusura delle indagini preliminari, e della successiva richiesta di processo.

Orsoni, pur avendo sempre negato ogni responsabilità, lo scorso giugno, dopo una settimana agli arresti domiciliari, aveva concordato con la pubblica accusa di patteggiare la pena di 4 mesi, pur di tornare in libertà, chiudere la vicenda e cercare di evitare il commissariamento del Comune, ma il gip Massimo Vicinanza rigettò l’istanza ritenendo la pena troppo bassa. Dopo il no al patteggiamento l’ex sindaco ha annunciato di volersi difendere nel corso del dibattimento per dimostrare la propria innocenza. «Non ci siamo mai sottratti, fornendo fin da subito tutti i chiarimenti per ribadire l’estraneità di Orsoni da ogni accusa. – ha dichiarato l’avvocato Arata – Ora c’è un’esigenza di celerità nella definizione del processo, per evitare il rischio di finire in una palude: è per questo che chiediamo che il giudizio venga definito al più presto».

Oltre al presunto contributo “in nero” di 450mila euro, la Procura contesta a Orsoni anche un finanziamento “in bianco” di 110mila euro, formalmente proveniente da alcune aziende e regolarmente registrato dal mandatario elettorale del candidato sindaco, ma che secondo i magistrati proveniva in realtà dal Cvn attraverso false fatturazioni e, di conseguenza, è da considerare illecito. Orsoni ha sempre ribadito di essere stato convinto che i soldi arrivassero dalle aziende indicate e che, dunque, il finanziamento è regolare.

La vicenda che riguarda l’ex sindaco di Venezia è sicuramente minore rispetto alle “mazzette” milionarie (e dunque al più grave reato di corruzione) contestato ai principali imputati, quali l’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, l’ex assessore Renato Chisso, nonché altri funzionari pubblici ed imprenditori. Ma il clamore che ha avuto è enorme, alla luce del ruolo ricoperto da Orsoni e al risalto ottienuto da ogni evento che ha come scenario Venezia.

 

L’AUTODIFESA Così l’ex sindaco ha rigettato le accuse

«Mai preso nè gestito denaro. Con il Pd solo incontri politici»

Il procuratore aggiunto Carlo Nordio: «Abbiamo comunicato all’indagato le nuove fonti di prova che abbiamo acquisito»

VENEZIA – «Non sapevo quanto denaro costasse la campagna elettorale e non me ne sono mai occupato, tant’è che non ho preso né gestito denaro». E ancora: «Con i rappresentanti del Pd ho avuto confronti a livello politico e su questioni politiche, mai riunioni o incontri per parlare di finanziamenti: di questi argomenti non mi sono mai occupato. Tanto meno di finanziamenti illeciti».

Lo ha dichiarato ai giornalisti l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, all’uscita dall’interrogatorio sostenuto, ieri mattina, di fronte ai magistrati che ipotizzano a suo carico l’accusa di finanziamento illecito ai partiti, nell’ambito delle indagini sul cosiddetto “sistema Mose”. «Ho contestato tutte le accuse – ha spiegato Orsoni – Credo di avere chiarito tutto».

L’avvocato Daniele Grasso, uno dei due difensori dell’ex sindaco, ha aggiunto che non vi è contrasto tra le affermazioni di Orsoni «e quanto riferito dai due parlamentari del Partito democratico ora indagati per la stessa vicenda», ovvero Davide Zoggia e Michele Mognato, ascoltati in Procura la scorsa settimana in relazione agli stessi finanziamenti elettorali contestati al candidato sindaco di Venezia. «Orsoni – ha precisato l’avvocato Grasso – aveva detto che della campagna elettorale e del suo finanziamento si occupavano i vertici del partito e mai lui in prima persona». Affermazioni che, secondo il legale, «non stridono» con quanto dichiarato da Mognato e Zoggia i quali «si sono detti a loro volta estranei».

Quanto ai rapporti intrattenuti con Giovanni Mazzacurati, ex presidente del Consorzio Venezia Nuova e indicato dalla Procura come “grande burattinaio” di numerose operazioni illecite, l’avvocato Grasso ha spiegato che Orsoni ha ammesso di aver avuto numerosi contatti con lui, ma si trattava «di rapporti di lavoro legati alla gestione di problemi cittadini e agli interessi del Consorzio Venezia Nuova in città e non su questioni economiche illecite».

Nel cortile della Cittadella della Giustizia, ad interrogatorio concluso, l’ex sindaco di Venezia è poi intervenuto per opporsi all’immagine di Venezia come città del malaffare: «Se ci sono delle situazioni non chiare dipendono tutte da Roma; guarda caso il Consorzio Venezia Nuova era gestito da Roma», ha dichiarato – Venezia è vista come un teatro», ma sul palcoscenico «non c’è alcun esponente della politica veneziana».

Orsoni ha poi aggiunto che «l’amministrazione comunale veneziana è corretta e trasparente, del tutto immune da qualsiasi problema di malaffare. Forse ai politici veneziani si può imputare un po’ di debolezza: diciamo che non ci sono grandi personalità che riescono a contrapporsi ad una violenza dei media che sfruttano queste situazioni per enfatizzare un malaffare che non c’è. Ci tengo a dirlo – ha concluso l’ex sindaco – per difendere l’immagine di questa città che purtroppo da parte di troppi non viene considerata un bene prezioso di tutti».

Colpa della stampa, insomma. Di «certa stampa», ha precisato Orsoni.

La finalità dell’interrogatorio di ieri è stata illustrata in tarda mattinata dal procuratore aggiunto di Venezia, Carlo Nordio: «Abbiamo voluto comunicare ad Orsoni di essere in possesso di nuove fonti di prova nei suoi confronti, quindi si è ritenuto doveroso mettergliele a disposizione».

(gla)

 

Da Villa (m5s) interroga lupi

VENEZIA. Il deputato veneziano del Movimento 5 stelle, Marco Da Villa è il primo firmatario di un’interrogazione urgente sul caso, per chiedere al ministro per le infrastrutture Maurizio Lupi «per chiedere chiarimenti rispetto al possibile interessamento della “cricca” del sistema Mose alla costruzione del nuovo canale Contorta-Sant’Angelo».

«Il ministro Lupi, alla luce di queste ulteriori vergognose circostanze», si legge nell’interrogazione, «smetta di promettere la realizzazione del nuovo canale navigabile (dannoso per l’assetto morfologico della laguna) e avvii – come chiesto dal sottoscritto in numerosi atti ispettivi e nell’ordine del giorno del Senato, votato quasi all’unanimità, del 6 febbraio scorso – una comparazione reale, trasparente e partecipata delle diverse soluzioni in campo».

Nel merito, i parlamentari del gruppo M5s giudicano «non accettabile che non si tengano in minima considerazione i progetti che attestano le navi fuori dalle bocche di Porto del Lido e che, prevedono, in alcuni casi, minori costi più bassi e un impatto ambientale molto inferiore e rispettoso dei tre principi di gradualità, reversibilità e sperimentalità fissati dalla Legge Speciale». In questi giorni, si sta attendendo il parere della commissione di valutazione impatto ambientale al progetto di scavo del Contorta dell’Angelo.

 

i pm del mose

«Confidustria deve espellere chi si macchia di corruzione»

VENEZIA «Confindustria e Confcommercio devono espellere chi si macchia di reati corruttivi ed evasione fiscale, che oggi non è percepita come disdicevole». Così il pm Stefano Ancillotto – che ha firmato l’inchiesta Tangenti Mose con i colleghi Stefano Buccini e Paola Tonini – ieri, alla presentazione del libro “La Retata Storica” dei giornalisti del Gazzettino Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese, che ricostruisce l’indagine che ha scardinato il sistema di tangenti alimentato per anni dai fondi neri del Consorzio Venezia Nuova e delle sue aziende: mazzette illegali e prebende legali distribuite a pioggia sulla città.

«Il taglio della mano in pubblico placherebbe forse la fame di sangue, ma non sconfiggerebbe la corruzione: esiste da sempre e neppure l’ergastolo – come dimostra la Cina – la ferma», ha osservato il procuratore aggiunto Carlo Nordio, rispondendo alle polemiche sui patteggiamenti dei molti imputati: «Non serve aumentare le pene: la corruzione si alimenta della legislatura bizantina attuale che sconfina nell’arbitrio e perciò si deve battere prima dei processi, diminuendo le leggi, rendendole più chiare e individuando le persone responsabili o è inevitabile che ci sia chi paghi per non vedere rallentato un proprio diritto».

«La cosa che più mi ha colpito», ha osservato il pm Buccini, «è che a Venezia si era affermato un sistema per cui non si metteva il pubblico ufficiale in imbarazzo facendogli avanzare una richiesta di danaro. No, si offriva l’incarico – una consulenza, una nomina in uffici pubblici strategici – e anche la tangente: stipendio e tfr».

«C’era un sistema politico dai costi enormi che chiedeva di essere mantenuto», ha concluso Ancillotto, «finanziamento illecito e corruzione sono vicinissimi e alla fine l’imprenditore chiede qualcosa anche se dà fondi trasparenti. Serve un cambio nella cultura della legalità: l’episodio che mi ha scandalizzato di più è stato scoprire che un assessore regionale (Chisso, ndr) aveva nominato come segretario e messo a capo di un dipartimento un uomo con una sentenza definitiva per reati corruttivi (Enzo Casarin, ndr), senza alcuna levata di scudi».

(r.d.r.)

 

Gazzettino – La “retata storica”, Lezione per il futuro

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18

dic

2014

IL LIBRO – A palazzo Prigioni la presentazione del volume dei cronisti del Gazzettino

Riconsiderare il costo della politica e i finanziamenti ai partiti, inasprire le pene per la corruzione, semplificare le procedure burocratiche, ribaltare completamente il contesto culturale. Sono solo alcune degli argomenti e delle proposte emersi ieri pomeriggio durante la presentazione del volume “Mose la retata storica” al Palazzo delle Prigioni, meta che non poteva essere più azzeccata in laguna per parlare dello scandalo che ha travolto Venezia.

Il volume, scritto dai giornalisti de “Il Gazzettino” Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese, è stato letto in alcune parti da tre studenti del liceo Marco Polo, che agli stessi giornalisti e ai magistrati presenti hanno poi rivolto domande e dubbi per un futuro diverso. Perché oggi il “sistema Mose” è diventato un precedente, metro di paragone per l’illegalità e la corruzione “sistematica” dove le mazzette, con il tempo, erano diventate veri e propri “stipendi” e anche “Tfr” per i soggetti coinvolti.

Al tavolo i magistrati che hanno guidato l’inchiesta coordinata dalla Guardia di Finanza, il procuratore aggiunto di Venezia Carlo Nordio e i pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. «Occorre una rivoluzione culturale – ha detto Nordio – che comprenda un vasto programma di sistemi d’approccio alla corruzione: considerare le cause (costi della politica e avidità umana), migliorare ed estendere i reati antimafia, capire gli strumenti attraverso i quali la corruzione agisce e semplificare la normativa».

Al ruolo della magistratura si aggiunge quei giornalisti: «L’importanza dell’informazione è fondamentale – ha detto Amadori – oggi la carta è spesso sostitita da Internet ma occorre andare oltre le informazioni “spot” per approfondire le tematiche».

Tra i relatori anche il direttore de “Il Gazzettino” Roberto Papetti che ha ricostruito i passaggi fondamentali dell’inchiesta, esprimendo soddisfazione per il lavoro svolto dai giornalisti che l’hanno seguita in modo esauriente ed esaustivo, anticipando le altre testate.

A denunciare la corruzione dilagante anche il sociologo ed ex assessore Gianfranco Bettin il quale ha fatto riferimento al tema delle bonifiche di Porto Marghera e al business del turismo veneziano legato all’illegalità, ricordando la vicenda di Tronchetto: «Mai come oggi c’è estremo bisogno di garanti della legittimità», ha dichiarato.

 

Nuova Venezia – La cricca del Mose voleva il Contorta

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17

dic

2014

Mose, Mazzacurati libero dopo l’arresto incontrò Costa

La cricca voleva il Contorta

Intercettazioni svelano i maneggi di Baita e Adami con Mazzacurati e un incontro tra l’ex capo del Cvn e Paolo Costa

VENEZIA – Erano stati scarcerati, dopo essere rimasti in una cella o nella propria casa agli arresti domiciliari, Piergiorgio Baita il 21 settembre 2013 e Giovanni Mazzacurati poco prima, l’8 agosto. Entrambi avevano deciso di raccontare quello che sapevano dei fondi neri, della corruzione ai vari livelli, eppure nel marzo 2014, quando entrambi si erano dimessi dal consiglio d’amministrazione della «Mantovani» il primo e dalla presidente del Consorzio Venezia Nuova il secondo, continuavano a tenere le fila degli affari.

Al centro del loro interesse c’era lo scavo del canale Contorta Sant’Angelo, quello per far passare in laguna le grandi navi da crociera. Si muovono per convincere Paolo Costa, il presidente dell’autorità portuale ad affidare al Consorzio, alla Mantovani quell’intervento da 200 o 300 milioni di euro. E con loro c’è il padovano Attilio Adami, presidente della società di ingegneria «Protecno srl» di Noventa Padovana.

C’è una relazione degli investigatori della Guardia di finanza di Venezia, quelli che hanno arrestato Mazzacurati nell’ambito dell’indagine del pm lagunare Paola Tonini per la turbativa d’asta della gara dell’Autorità portuale. Una delle innumerevoli relazioni, scritta sulla base di intercettazioni, accertamenti e studio della documentazione. Relazione che è finita anche sul tavolo del pubblico ministero di Padova Giorgio Falcone.

Si legge che nel marzo 2014 Baita e Adami chiedono a Mazzacurati di usare la sua influenza, evidentemente ancora intatta o quasi nonostante l’arresto e le confessioni, e di fare in modo che se il canale Contorta si dovesse fare il lavoro spetterà loro. E Mazzacurati si muove, tanto che poco prima della sua partenza per la California, dove è tuttora, lo va a trovare Paolo Costa. Concluso l’incontro, l’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova rassicura Baita, spiegandogli che il presidente dell’Autorità portuale sembra davvero disponibile ad accogliere i suoi suggerimenti.

Non si tratta di una totale sorpresa, visto che quattro mesi prima, il 10 novembre 2013, il consigliere comunale Beppe Caccia con un’interrogazione al sindaco Giorgio Orsoni chiedeva: «Anche il canale Contorta Sant’Angelo sarà affidato al Consorzio Venezia Nuova, grazie al regime di concessione unica, nonostante le inchieste penali in corso sul condizionamento esercitato da una potente lobby sulla vita produttiva e politico amministrativa in laguna?».

E l’interrogazione ricordava che «all’attività di studio e progettazione del canale Contorta Sant’Angelo sarebbe stata affidata dall’Autorità portuale e dal Magistrato alle Acque alla «Protecno srl» con il coinvolgimento dell’ingegnere veneziano Daniele Rinaldo, già direttore di cantieri del Consorzio Venezia Nuova, e marito di Maria Teresa Brotto, ex dirigente dello stesso Consorzio Venezia Nuova e della società Thetis» (arrestata e uscita dall’inchiesta Mose con un patteggiamento).

Ma Caccia, questa volta assieme ad un altro ex amministratore comunale, Gianfranco Bettin non ha mollato l’osso e ieri hanno dichiarato essere inaccettabili le pressioni del ministo Maurizio Lupi e del governatore Luca Zaia per lo scavo del Contorta. «Inaccettabile è la riproposizione, da parte di Governo e Regione, della stessa logica di scavalcamento e forzatura delle procedure che abbiamo visto nei vent’anni del “sistema Mose”. E abbiamo tutti visto quali danni questa logica abbia portato e quali illegittimi interessi corruttivi si siano, nelle sue pieghe, imposti».

Giorgio Cecchetti

 

Un canale lungo 5 chilometri, largo 120 metri e profondo 10,5. Dai fanghi 400 ettari di barene

Una partita che vale 150 milioni di euro

VENEZIA – I numeri del progetto sono da capogiro, non per nulla avevano fatto venir fame ai “lupi dell’appalto” del Consorzio Venezia Nuova: la proposta dell’Autorità portuale prevede, infatti, di scavare un nuovo canale in laguna profondo dieci metri e mezzo e largo 120, lungo quasi cinque chilometri con sei milioni e mezzo di metri cubi di fanghi da togliere, per portare i fondali dall’attuale profondità di 2 metri a meno 10 e per permettere così il passaggio di grandi navi anche oltre le 130 mila tonnellate. Fanghi con i quali il Porto annuncia di voler ricostruire 400 ettari di barene, come opere di mitigazione all’impatto del nuovo possente corso d’acqua.

I tempi di realizzazione stimati sono di 19 mesi dal via ai lavori. I costi – sui quali si erano concentrati gli appetiti dei “soliti noti” – 148 milioni di euro. Sono questi i numeri del progetto elaborato dall’Autorità Portuale per portare le navi transoceaniche allo scalo passeggeri in Marittima, senza più passare dal Bacino di San Marco: ingresso per la bocca di porto di Malamocco (e non più del Lido), Canale dei Petroli in coabitazione con le navi merci dello scalo commerciale (con un senso unico alternato da regolamentare) e, quindi, all’altezza dell’isola di Sant’Angelo delle Polveri lo scavo di un nuovo, profondo canale diretto in Marittima, sul tracciato di quello piccolo esistente.

Numeri che fanno gridare gli ambientalisti all’attentato alla salvaguardia della laguna, perché la bocca di porto di Malamocco è già oggi interessata da volumi di marea di circa 10 mila metri cubi al secondo, mentre si calcola che la laguna perda circa un milione di metri cubi l’anno di sedimenti, a causa dell’erosione, del moto ondoso e dello scavo dei canali. Il presidente Costa ha detto più volte che il Contorta dell’Angelo è – per il porto – l’unico progetto percorribile per togliere le navi dal Bacino San Marco in tempi ragionevoli. Ieri, intanto, il prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro è andato in visita alla “control room” del Mose all’Arsenale: è lui ad aver firmato la nomina dei due commissari del Consorzio Venezia Nuova – Luigi Magistro e Francesco Ossola – e ora ha voluto vedere da vicino di che si trattava.

Roberta De Rossi

 

Dal 4 giugno 2014 il Mose non è più sinonimo di dighe mobili che salvano Venezia dall’acqua alta, ma il nome-simbolo del malaffare e della corruzione. Uno scandalo che ha travolto la Serenissima, in mezzo tra l’Expo di Milano e quello di Mafia Capitale, resta il più grande di tutti i tempi. Basti pensare che la mega tangente dell’Eni che nel ’92 azzerò la classe politica italiana era di 140 miliardi di lire, 70 milioni di euro, mentre per il Mose si parla di 1 miliardo di euro ovvero mille miliardi di vecchie lire.

A raccontare nel dettaglio e in presa diretta l’inchiesta, con documenti esclusivi, verbali di interrogatorio e mememorie di imputati eccellenti, è il volume, da pochi giorni in libreria, “Mose, la Retata Storica” (Edizioni Nuova Dimensione) con prefazione del direttore del Gazzettino Roberto Papetti. Il libro scritto da tre giornalisti del Gazzettino – Gianluca Amadori, Monica Andolfatto e Maurizio Dianese – contiene sia lo sviluppo delle indagini che una mole considerevole di documenti esclusivi e inediti sull’inchiesta Mose, iniziata ben sei anni prima con una verifica fiscale effettuata dalla Guardia di Finanza nella sede di una cooperativa di Chioggia che lavorava per il Mose. Da lì gli autori ricostruiscono il filo della corruzione che avviluppa la storia recente di Venezia e del Veneto, attorno al Consorzio Venezia Nuova e ai suoi vertici e alle sue imprese.

Oggi alle 17.30 nel Palazzo delle Prigioni, in Riva degli Schiavoni, sarà lo stesso Papetti con Gianfranco Bettin a presentare il libro, sollecitato dai liceali del Marco Polo, con la partecipazione di Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia. Il blitz della Guardia di Finanza coordinato dai pm Paola Tonini, Stefano Buccini e Stefano Ancilotto, scatta alle 4 del mattino e ammanetta 34 persone: così il 4 giugno diventa dunque la data spartiacque, la data che segna l’inizio della fine per un sistema che si è dedicato al saccheggio dei soldi pubblici per oltre un decennio, utilizzando vari sistemi. È un terremoto per la vita della città, che si scopre ferita a morte. Ma anche in Regione Veneto scoppia il finimondo.

 

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