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QUARTO D’ALTINO – Incredulo, il rappresentante del Comitato pendolari di Quarto d’Altino, Luciano Ferro, ha risposto alla telefonata della segreteria dell’assessore regionale Elena Donazzan. «Ci hanno convocato come rappresentanti del Veneto Orientale, assieme ai sindaci – racconta Ferro -. Non era mai successo prima».

Nelle stesse ore, la sindaca Silvia Conte riceveva l’e-mail dall’assessore Donazzan e la inoltrava subito a tutti i sindaci della tratta: data 31 marzo, sede di Trenitalia. A convincere la Regione e Trenitalia, dopo ripetute richieste dei pendolari e dei Comuni, sono state forse le ultime due lettere inviate dal comitato di Quarto e da Silvia Conte, ora candidata al Consiglio regionale. Ma c’è chi dice che la novità possa anche essere frutto di un approccio diverso voluto dal nuovo direttore regionale Veneto della divisione passeggeri di Trenitalia, Tiziano Baggio.

«Speriamo che sia l’occasione per avviare una nuova condivisione delle decisioni – commenta Conte -, prendendo in considerazione anche la nostra proposta di orario cadenzato studiata con un gruppo di esperti del settore. Parleremo di questa tratta ma chiederemo attenzione anche per la Portogruaro-Treviso».

I comitati giusto qualche giorno fa hanno ribadito le urgenze da affrontare: «Ci sono ritardi, cancellazioni improvvise e disagi continui – aggiunge Ferro -. E con l’introduzione dell’orario cadenzato di sabato e nei festivi molti pendolari sono costretti a viaggiare in auto».

(m.fus.)

 

QUARTO – I comitati dei pendolari incontrano Regione e Trenitalia a Mestre. Martedì prossimo i portavoce dei cittadini che da parecchio tempo, oramai, chiedono più treni lungo la tratta Venezia-Portogruaro, la modifica di alcuni orari e la ricalibratura di fasce orarie, potranno discutere con l’assessore regionale che si occupa dei trasporti, Elena Donazzan, assieme a Trenitalia.

Solo qualche settimana fa il primo cittadino e candidata alle prossime regionali, Silvia Conte, aveva inviato alla Regione l’ennesima lettera condivisa da tutti i sindaci della tratta per segnalare le criticità e poterle discutere. Ciò che sindaci e pendolari vorrebbero approfondire, si leggeva nella nota, è cosa sia stato fatto in merito alle questioni più volte sollevate: l’avvio di un tavolo permanente della mobilità che coinvolga le amministrazioni e i rappresentanti dei pendolari, ma anche un riscontro alla proposta di orario ferroviario cadenzato trasmessa all’attenzione dell’assessore alla Mobilità ad agosto 2013 come base per avviare la verifica dei modelli di esercizio alternativi e più efficienti. L’invito è arrivato direttamente al sindaco Silvia Conte, che l’ha esteso ai colleghi.

(m.a.)

 

Gazzettino – Citta’ metropolitana, “fuga” possibile

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28

mar

2015

SENTENZA –  Zaia: «La Corte Costituzionale consentirà ai Comuni di uscire dal nuovo ente provinciale»

Riconosciuta la possibilità di eleggere il sindaco: «Ma il primo tocca al capoluogo»

Tutti dentro alla Città metropolitana, ma con la possibilità anche di uscirne. E se il primo sindaco metropolitano sarà giocoforza quello del capoluogo, non è escluso che i successivi possano essere scelti per elezione diretta. Insomma, se la sentenza n.50 della Corte Costituzionale, depositata giovedì, ha bocciato il ricorso presentato da Regione Veneto, Puglia, Campania e Lombardia, dall’altro canto la Consulta apre spiragli per i quali molti Comuni della provincia si stanno battendo ormai da anni per far sentire la propria voce nei confronti di Venezia.

«Nello sconcerto, rimane la certezza che i ricorsi quindi sono stati tutt’altro che inutili – commenta il governatore Luca Zaia -. La Corte costituzionale è stata costretta ad affermare una regola che la legge 56 del 2014 non prevedeva, ovvero ha dovuto aggiungere che dalla Città metropolitana i Comuni potranno uscire. Così ad esempio Chioggia, Dolo o altri Comuni potranno lasciare Venezia e questo, in ogni caso, perlomeno aumenterà il loro potere negoziale nella definizione dello statuto della Città metropolitana». Cose da far tirare un sospiro di sollievo a sindaci come Mestriner di Scorzé o a Sensini di Fossalta di Piave, fortemente scettici sulla Città metropolitana, ma non solo a loro. “Se possono aderirvi i Comuni delle province limitrofe – scrive la Consulta – ciò per implicito comporta anche la speculare facoltà di uscirne da parte dei Comuni della provincia omonima”.

Ma la Corte Costituzionale sottolinea anche che le Città metropolitane sono destinate a subentrare integralmente alle omonime Province esistenti e, in merito alla figura del sindaco metropolitano, “per un verso, la sua individuazione nel sindaco del Comune capoluogo di provincia non è irragionevole in fase di prima attuazione del nuovo ente territoriale, attesi il particolare ruolo e l’importanza del Comune capoluogo”. Una nomina, precisano ancora i giudici costituzionali “che non è comunque irreversibile, restando demandato allo statuto della Città di optare per l’elezione diretta del proprio sindaco”. Statuto che per quanto riguarda Venezia è attualmente in discussione da parte dei sindaci (senza fare però ancora i conti con “l’oste” veneziano, visto il commissariamento di Ca’ Farsetti), mentre otto su dieci delle istituite Città metropolitane sono già nell’esercizio delle loro funzioni, e gli statuti di sei di queste sono già stati approvati il 31 dicembre scorso.

 

Sviluppo aeroportuale all’esame della commissione: Enac e a Save hanno circa un mese di tempo per integrare la documentazione con nuovi rilievi su rumore, inquinamento e stato delle acque

TESSERA – La documentazione è insufficiente, chiarimenti e integrazioni sono chieste dalla commissione del Ministero dell’Ambiente impegnata nella valutazione di impatto ambientale presentata da Enac per il Masterplan di Save, il grande piano di sviluppo dello scalo aeroportuale che prevede entro il 2021 l’investimento di 630 milioni di euro (13 milioni il valore delle opere di mitigazione previste per il territorio di Tessera).

La direzione generale per le valutazioni e autorizzazioni ambientali del Ministero dell’Ambiente ha inviato all’Enac e per conoscenza a tutti gli altri enti interessati (dalla Save di Enrico Marchi al Ministero dei trasporti e a quello dei beni culturali, a Regione, Comune e Provincia) la richiesta di integrare con tutta una serie di approfondimenti la relazione inviata alla commissione sul Masterplan. Tempo per rispondere: 45 giorni, che decorrono dal 16 marzo, data dell’invio della richiesta all’Enac. Dunque poco più di un mese.

Tante le integrazioni richieste: dal piano morfologico della laguna di Venezia ai dati dell’aria delle centraline registrati nel 2014; dai dati sui corpi idrici della laguna, comprese le acque nere agli eventuali impatti sulla qualità dell’acqua. Dai dati sui tre ettari di imbonimento della barena, previsti dal piano, agli accertamenti sulla presenza di una specie come la Salicornia veneta (tipica della barena) e altre specie.

Altri accertamenti riguardano il rumore e le vibrazioni, tema molto caro a cittadini e comitati. Richieste analisi che devono comprendere oltre a Tessera e la Triestina pure i Comuni di Marcon e Quarto d’Altino e gli edifici «presenti nelle fasce di pertinenza delle infrastrutture stradali interessate dal traffico indotto dall’aeroporto».

Al proponente, ovvero Save, si chiede di sviluppare uno studio di incidenza ambientale «che si autosostenti al fine di dimostrare la compatibilità del progetto con le finalità conservative dei singoli siti e del sistema ambientale», si legge nella lettera, con dettagli per ciascun sito «e non complessiva, come già presente nella documentazione trasmessa», prevedendo informazioni su cantierizzazioni, perimetrazioni, carte degli habitat di interesse comunitario, analisi delle incidenze e specie, opere di mitigazioni e possibili alternative di progetto e opere di compensazione. E va valutato oltre all’aumento di traffico veicolare e moto ondoso, anche l’aumento di inquinamento dell’aria. Se non arriveranno le integrazioni «la commissione tecnica di verifica dell’impatto ambientale- Via e Vas prenderà atto della insufficienza della documentazione fornita affinché venga resa una compiuta valutazione».

Integrazioni che vanno annunciate anche con un avviso sui quotidiani.

Mitia Chiarin

 

Gazzettino – Evasione fiscale, indagato Galan

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27

mar

2015

MOSE/ DICHIARAZIONE INFEDELE DEI REDDITI

Nuova tegola su Galan: indagato per evasione fiscale sulle tangenti

Nuova tegola per l’ex governatore Giancarlo Galan. La Procura di Rovigo l’ha iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di infedele dichiarazione dei redditi, in pratica evasione fiscale sulle tangenti. Secondo i magistrati, si tratta di somme non versate per oltre dieci milioni, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010.

 

Evasione fiscale, indagato Galan

Scandalo Mose, nuove accuse dalla Procura di Rovigo all’ex governatore dopo l’accertamento della Finanza: somme non versate per oltre dieci milioni di euro, introiti legati alle mazzette intascate tra il 2007 e il 2010

Infedele dichiarazione dei redditi. È con quest’ipotesi accusatoria che la Procura della Repubblica di Rovigo ha iscritto nel registro degli indagati l’ex governatore del Veneto, il deputato forzista Giancarlo Galan, attualmente agli arresti domiciliari dove sta scontando la pena di due anni e dieci mesi, patteggiata per le mazzette legate alla realizzazione del Mose.

Ed è proprio da Venezia che sono partite le nuove accuse per Galan: nel corso dei due accertamenti fiscali compiuti dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando lagunare tra ottobre 2014 e il gennaio scorso gli sono stati contestati redditi non dichiarati su cui non sarebbero state versate le imposte. In altri termini Galan non avrebbe pagato le tasse sulle tangenti. Il primo accertamento fiscale riguardava gli anni 2005 e 2006. Per questo biennio l’ex governatore veneto non rischia nulla sul piano penale. Il reato risulta ampiamente coperto dai termini della prescrizione. Diverso il ragionamento per le successive dichiarazioni dei redditi, quelle relative agli anni 2007-2008-2009-2010.

Sulla scorta di quanto accertato dalle Fiamme gialle, il pubblico ministero polesano Andrea Girlando ha aperto un’indagine a carico del parlamentare di Forza Italia ipotizzando la violazione dell’articolo 4 della normativa fiscale, il decreto legislativo n. 74 del 2000, l’unica norma tributaria in vigore nel nostro Paese. La competenza spetta alla Procura di Rovigo in quanto Galan risiede a Cinto Euganeo, comune che ricade nella giurisdizione dell’Agenzia delle Entrate di Este. In base agli atti dell’inchiesta Mose Galan avrebbe intascato dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati una tangente da un milione di euro all’anno.

Gli vengono contestati dalla Finanza come proventi di attività illecita anche le somme investite nell’acquisto della villa di Cinto oltre ad una dazione da 200mila euro, giustificata come finanziamento per una campagna elettorale di Forza Italia. A conti fatti Giancarlo Galan avrebbe intascato complessivamente mazzette per 10 milioni 831mila e 200 euro. Sono poco meno della metà dell’ammontare complessivo delle tangenti (quasi 24 milioni di euro) individuate dalle Fiamme gialle a conclusione della maxi inchiesta sul Mose, attraverso la bellezza di tredici accertamenti fiscali.

Tutte le mazzette vengono automaticamente tassate come redditi delle persone fisiche, sulla base delle aliquote Irpef vigenti all’epoca della commissione dei vari illeciti. Sarà evidentemente applicata l’aliquota massima del 43% trattandosi nella stragrande maggioranza dei casi di persone con redditi superiori ai centomila euro annui. La Guardia di finanza ha calcolato in oltre dieci milioni di euro complessivi, sanzioni a parte, i tributi oggetto di attività di recupero da parte dell’erario.

Politici e funzionari destinatari delle mazzette si ritroveranno a doversi difendere in due ambiti: oltre al contenzioso di natura tributaria dovranno affrontare un procedimento penale. Non avendo indicato nelle dichiarazioni dei redditi annuali le tangenti incassate dovranno rispondere di dichiarazione infedele. Un reato che prevede comunque pene di modesta entità. Galan potrebbe cavarsela con un ulteriore patteggiamento, in continuazione con i due anni e dieci mesi concordati nell’autunno scorso con la Procura lagunare.

Luca Ingegneri

 

TANGENTI – Sotto la lente il “sistema Mantovani” per il quale a Venezia alla fine del 2013 hanno patteggiato quattro persone tra cui l’ex amministratore delegato

Interrogato Baita. Fatture false, inchiesta anche a San Marino.

Anche l’autorità giudiziaria della Repubblica di San Marino sta indagando sul sistema delle false fatturazioni realizzate fino al 2010 dall’impresa di costruzioni Mantovani spa di Padova per creare i fondi neri necessari a pagare “mazzette”.

Nei giorni scorsi il Commissario della Legge Antonella Volpinari ha iniziato gli interrogatori dei principali protagonisti della vicenda giudiziaria, che a Venezia si è già conclusa a fine 2013 con quattro patteggiamenti, a pene comprese tra un anno e due mesi e un anno e dieci mesi di reclusione, con la sospensione condizionale. A San Marino i reati ipotizzati sono quelli di false dichiarazioni alla pubblica autorità, appropriazione indebita e riciclaggio. Secondo gli inquirenti le somme circolate nel “tourbillon” di false fatturazioni si avvicinano ai 10 milioni di euro.

Il primo ad essere ascoltato è stato Piergiorgio Baita, ex amministratore delegato della Mantovani, il quale ha parlato per oltre due ore, fornendo la stessa ricostruzione già data al sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto. Il legale che lo ha assistito durante l’interrogatorio, l’avvocato Pier Luigi Bacciocchi, ha dichiarato alla stampa di San Marino che «Baita ha reso ampia collaborazione alle richieste dei giudici». A Venezia, nel dicembre del 2013, Baita ha patteggiato la pena di un anno e dieci mesi di reclusione dopo aver versato di tasca propria 400mila euro al Fondo unico di giustizia.

Venerdì scorso è stata poi la volta di William Colombelli, ex console di San Marino e titolare della Bmc Broker, la società che emise fatture a fronte di operazioni inesistenti, per poi “retrocedere”, cioè restituire alla stessa Mantovani, gran parte degli importi ricevuti, fatta salva una percentuale per l’attività svolta. Colombelli a Venezia ha già patteggiato un anno e quattro mesi.

Il prossimo interrogatorio previsto è quello di Claudia Minutillo, già segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, chiamata in causa in qualità di ex amministratore della società Adria Infrastrutture del gruppo Mantovani. Per le false fatture anche Minutillo ha già patteggiato a Venezia la pena di un anno e quattro mesi di reclusione.

Nel frattempo, ieri mattina a Venezia, un altro imputato nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose” ha definito la sua posizione con il patteggiamento della pena. Il commercialista padovano Francesco Giordano, difeso dal’avvocato Carlo Augenti, già consulente fiscale dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, ha chiesto e ottenuto l’applicazione di un anno di reclusione (pena sospesa) dopo aver versato 40mila euro.

L’accusa mossa nei suoi confronti è quella di aver predisposto un falso contratto di collaborazione a favore dell’ex segretario regionale della Sanità veneta, Giancarlo Ruscitti.

Gianluca Amadori

 

Nuova Venezia – Via libera alla Citta’ metropolitana

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27

mar

2015

La Regione “sconfitta”: bocciato il ricorso dalla Corte Costituzionale

VENEZIA – La Corte Costituzionale ha bocciato i ricorsi della Regione Veneto, Lombardia, Campania e Puglia contro la legge Delrio del 7 aprile 2014 sulle disposizioni sulle città metropolitane, sulle province, sulle unioni e fusioni di comuni, dichiarando non fondate le questioni di costituzionalità.

Il Veneto, così come le altre regioni, avevano impugnato la legge n. 56 su una serie di questioni. Tra queste, la disciplina delle città metropolitane, la ridefinizione dei confini territoriali e del quadro delle competenze delle Province, «in attesa della riforma del titolo V, parte seconda, della Costituzione», il procedimento di riallocazione delle funzioni «non fondamentali» delle Province, la disciplina delle unioni e fusioni dei Comuni.

I giudici evidenziano come non sia fondata, innanzitutto, «la preliminare questione di competenza sollevata dai ricorrenti» sul presupposto che la istituzione delle città metropolitane sia di competenza regionale esclusiva.

«Se esatta fosse una tale tesi», scrivono, «si dovrebbe pervenire, per assurdo, alla conclusione che la singola Regione sarebbe legittimata a fare ciò che lo Stato «non potrebbe fare» in un campo che non può verosimilmente considerarsi di competenza esclusiva regionale, quale, appunto, quello che attiene alla costituzione della Città metropolitana, che è ente di rilevanza nazionale ed anche sovranazionale ai fini dell’accesso a specifici fondi comunitari».

D’altro canto, osserva la Corte Costituzionale, le Città metropolitane, istituite dalla legge n. 56 del 2014, sono destinate a subentrare integralmente alle omonime Province esistenti, la cui istituzione è di competenza statale.

Quanto alla figura del sindaco metropolitano, dicono i giudici costituzionali, «per un verso, la sua individuazione nel sindaco del Comune capoluogo di Provincia non è irragionevole in fase di prima attuazione del nuovo ente territoriale, attesi il particolare ruolo e l’importanza del Comune capoluogo intorno a cui si aggrega la Città metropolitana, e non è, comunque, irreversibile, restando demandato allo statuto di detta città di optare per l’elezione diretta del proprio sindaco».

Un altro secondo gruppo di disposizioni denunciate dalle quattro Regioni ricorrenti attiene al nuovo modello ordinamentale delle Province. Ma anche le censure rivolte al riordino delle Province, secondo i giudici Costituzionali, sono non fondate.

 

Dal Pd veneziano siluro alla Serracchiani

PORTO E POLEMICHE – La vice Renzi non considera strategico lo scalo lagunare

EMANUELE ROSTEGHIN «La vera sfida è all’Europa bisogna unire l’Alto Adriatico»

Simionato: «Sbaglia a fomentare la concorrenza con Trieste»

L’ex vicesindaco «Non possiamo essere relegati a scalo di serie B»

Bordate alla Serracchiani. Il Pd veneziano all’attacco

«Non c’è porto senza Venezia e non c’è Venezia senza porto. Chi tenta di dire il contrario è fuori strada». Sandro Simionato, ex vice sindaco ed esponente di spicco del Pd veneziano dice a Debora Serracchiani che le sue idee in laguna non passeranno. La vice segretaria nazionale del Partito democratico e governatrice del Friuli Venezia Giulia non perde l’occasione per dire che tra i porti più importanti d’Italia c’è Trieste e non Venezia, e che il nuovo port offshore al largo di Malamocco non si deve costruire. Il fatto è che, senza il porto in mare aperto, lo scalo veneziano è destinato un po’ alla volta a morire perché già oggi le navi più grandi in circolazione per il mondo non riescono ad entrare a causa dei fondali dei canali, che sono stati scavati ma oltre la profondità di 12 metri non si può andare, e perché le dighe del Mose impediscono l’operatività 365 giorni l’anno.

«Il Pd territoriale è assolutamente contrario a quel che dice la Serracchiani e mi auguro che il Governo ne tenga conto – continua Simionato che è anche candidato al Consiglio regionale del Veneto nelle file dei Democratici -. È profondamente sbagliato continuare a fomentare la concorrenza tra i porti italiani perché bisogna avere una visione più ampia della tenuta dell’intero sistema portuale italiano e, per quel che ci interessa, di quello dell’Alto Adriatico. Casomai si deve parlare della concorrenza con i porti del nord Europa. E in quest’ambito chiudere il porto di Venezia o relegarlo a scalo di serie B, come vorrebbe la Serracchiani, è controproducente per tutti».

E lo stesso Emanuele Rosteghin, segretario comunale del Pd, conferma che il Partito è tutto con il porto: «La sfida vera è fare sinergia tra i porti dell’Alto Adriatico perché ciascuno di questi ha caratteristiche specifiche, e devono fare massa critica, con al centro Venezia, per affrontare la competizione con i porti del nord Europa».

La vice di Matteo Renzi nel Pd, una settimana fa al meeting dei Giovani di Confindustria del Nordest Trieste ha anche detto che, in un periodo di scarse risorse, bisogna “rammendare l’esistente”. Gli operatori portuali veneziani e i Sindacati le hanno già risposto per le rime. E Sandro Simionato ribadisce che «non si può frenare chi, come Venezia, ha già fatto grossi investimenti per ammodernare il proprio scalo e per prepararsi ad affrontare il futuro». Mentre altri scali, come Trieste, gli investimenti hanno appena cominciato a farli.

L’ex vice sindaco, oltretutto, ricorda che il porto commerciale di Venezia «ha un ruolo fondamentale nella strategia europea dei trasporti, ed è al pari importante per le aziende del Veneto. Parlare, quindi, solo di ricucitura del’esistente mi sembra senza senso. E quel che sto dicendo è indipendente dal discorso sulle grandi navi turistiche, che è un’altra questione altrettanto urgente e essenziale da affrontare».

 

Gazzettino – Venezia. Calatrava, manutenzione a peso d’oro

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27

mar

2015

LAVORI PUBBLICI – Lo stato di salute del ponte obbliga a continui interventi, tra crepe e cedimenti

Ogni anno spesi in media 150mila euro. Ogni gradino ne costa 4.500

Rimpiazzare un gradino del ponte di Calatrava costa circa 4mila 500 euro e, dal 2008 a oggi, di gradini se ne sono rotti davvero tanti. Questo perché sono tutti diversi l’uno dall’altro e realizzati appositamente dalla Saint Gobain su ordinazione e con una lavorazione speciale per rendere la superficie poco sdrucciolevole. L’archistar, nel suo “manuale di manutenzione” del ponte, aveva previsto la sostituzione integrale dei gradini una volta ogni vent’anni oltre a due gradini da cambiare ogni anno per via di danneggiamenti dovuti non ad usura ma ad eventi accidentali o ad atti vandalici. In realtà, i gradini si sono rotti fin dal primo momento in misura ben maggiore (otto o nove), con un aggravio importante per i conti del Comune. Costi certamente indotti da un utilizzo non corretto (carretti pesanti, trolley che sbattono) e forse anche ai movimenti naturali dell’arcata in acciaio che le lastre in vetro mal sopportano.

Dalla Corte dei Conti abbiamo appreso che, in via non definitiva (la Procura farà ricorso), l’esorbitante aumento dei costi per la realizzazione del ponte non sarebbe addebitabile a carenze o errori progettuali. Certo è che, comunque, la sua manutenzione continua a costare cara, molto cara alla città. Dal Comune non si sbilanciano, dicono che le spese per la manutenzione del ponte sono comprese nella partita più ampia delle manutenzioni di tutti i ponti della città.

Dalla sentenza emergono alcuni dati incontrovertibili: tra il 2008 e il 2012 sono stati spesi per manutenzione 816mila 257 euro, dei quali ben 559mila sostenuti attraverso Insula per le operazioni di gestione ordinaria (pulizia, crepe, ruggine eccetera) e soprattutto per il recupero della geometria tensionale dell’arco a sesto ribassato: mediamente circa 150mila euro l’anno. Nel caso di spostamenti su entrambe le spalle del ponte su entrambe le spalle superiori a 50 millimetri, il progettista ha prescritto l’uso di martinetti per riportare il manufatto la forma originaria. Per l’ovovia è stato infine previsto un costo annuale di poco meno di 40mila euro. Ma quella non ha mai funzionato e il costo sarà sicuramente più elevato.

 

Nuova Venezia – Mose, Mazzacurati non si presenta in aula

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26

mar

2015

L’udienza slitta al 22 aprile, il rebus dell’audiocassetta con la sua deposizione. Matteoli: si vota il 1 aprile

MESTRE – Tutto rinviato al 22 aprile. Naturalmente, ieri pomeriggio, l’ingegnere Giovanni Mazzacurati non si è presentato, come del resto aveva anticipato il suo difensore, l’avvocato Giovanni Battista Muscari Tomaioli, presentando una voluminosa documentazione medica sull’impossibilità dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova di partire dalla California per raggiungere l’aula bunker di Mestre.

Neppure i due indagati, l’ex sindaco Giorgio Orsoni e l’ex parlamentare europea Pdl Lia Sartori si sono presentati, ma c’erano i loro avvocati, che avevano chiesto l’interrogatorio del grande accusatore attraverso l’incidente probatorio. I difensori hanno chiesto al giudice Alberto Scaramuzza, che aveva accolto la loro richiesta, del tempo per visionare la documentazione sanitaria e soprattutto la cassetta registrata lo scorso settembre, quando il Tribunale dei ministri di Venezia ha chiesto una rogatoria negli Stati Uniti e un giudice californiano aveva interrogato Mazzacurati. Allora le domande vertevano sulle accuse che l’ingegnere aveva lanciato, durante i primi interrogatori davanti ai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, contro l’ex ministro e ora parlamentare di Forza Italia Altero Matteoli.

Il giudice Scaramuzza l’ha chiesta e ottenuta dalla Procura per farsi un’idea sulle condizioni di salute di Mazzacurati e, dunque, per avere più strumenti per decidere. Ora, anche i difensori di Orsoni e Sartori vogliono quella cassetta. I pm Ancilotto e Buccini non si sono opposti e il giudice ha rinviato al 22 aprile, concedendo documenti e cassetta agli avvocati. Quel giorno dovrà decidere se nominare un medico legale che valuti le carte presentate dal difensore dell’ex presidente del Consorzio, in modo che sia quest’ultimo a dire che a causa dell’età avanzata, della depressione e della grave patologia cardiaca non solo Mazzacurati non può affrontare il lungo viaggio transoceanico, ma non è addirittura più un testimone attendibile.

Oppure potrebbe anche affermare che la documentazione medica presentata è sufficiente per sostenere che l’ingegnere non può affrontare il trasferimento, così i verbali dei suoi interrogatori resi ai pubblici ministeri saranno acquisiti agli atti del fascicolo processuale e non rimarranno semplicemente tra le carte dei pubblici ministeri.

La prossima scadenza del procedimento per la corruzione per il Mose è dunque quella dell’1 aprile a Palazzo Madama: quel giorno, infatti, il Senato dovrà votare per concedere o meno alla Procura veneziana l’autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Ambiente e attuale senatore Altero Matteoli.

Giorgio Cecchetti

 

Gazzettino – Deleghe ai sindaci per “frenare” Venezia

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26

mar

2015

CITTÀ METROPOLITANA – La proposta di statuto discussa all’incontro nell’auditorium di via Forte Marghera

I primi cittadini puntano a costituire una sorta di giunta con un vice

Ci sarà un vicesindaco metropolitano? E una sorta di giunta? O tutto sarà nelle mani del futuro sindaco di Venezia? A decidere questo, e molto altro, è lo statuto metropolitano e per redigerlo non ha senso aspettare le elezioni del capoluogo. Dopo i primi incontri, lo stop forzato per gli arresti del Mose e i tentativi di rimettere in piedi la macchina mentre la Provincia andava verso il commissariamento, i sindaci del veneziano schiacciano l’acceleratore. E, dopo la proposta della Camera di Commercio, ora passano al setaccio le pagine della dettagliata proposta di statuto di Adriana Vigneri, ex sottosegretario agli Interni ed esperta di questo tema.

Ieri i sindaci l’hanno incontrata all’auditorium della Provincia di Mestre, insieme ai commissari del Comune di Venezia, Vittorio Zappalorto, e della Provincia, Cesare Castelli. La proposta di Vigneri parte da un presupposto: in questa prima fase è impossibile pensare a un’elezione diretta del sindaco metropolitano. Il resto è tutto da costruire e la legge Delrio lascia discreti margini di autonomia. A partire dal consiglio metropolitano.

«Si tratta di un organo di indirizzo e controllo ma allo stesso tempo singoli consiglieri possono avere deleghe dal sindaco – spiega Vigneri – Se 10 consiglieri avessero una delega diventerebbe una sorta di giunta».

Tra i vari temi affrontati, anche quello del vicesindaco. La Legge permette al sindaco di nominarlo ma lo statuto potrebbe obbligarlo, magari sulla base di equilibri politici. I sindaci hanno preso fiumi di appunti. «Come si può limitare il conflitto di interessi e lo strapotere del sindaco?» chiede il sindaco di Fossalta di Piave, Sensini.

E Vigneri spiazza tutti: «Questa situazione è stata risolta facendo coincidere le due figure. Il conflitto tra il sindaco di una città così grande, come quella di Venezia, e il sindaco metropolitano sarebbe stato difficilmente superabile».

Il commissario Castelli sottolinea invece il ruolo di secondo piano riservato alla Provincia nella discussione sulla Città metropolitana: «Finora la Provincia è assente. Invece avrebbe dovuto essere uno dei protagonisti di questo passaggio alla Città metropolitana».

 

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