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Il nuovo amministratore delegato, Descalzi, deciso a portare a termine il preliminare di compravendita con la controllata Syndial firmato dallo stesso governatore appena quattro mesi fa e ora a rischio

Se nemmeno i terreni che Eni ha deciso di concedere ad una società pubblica a titolo gratuito, con l’aggiunta di 38 milioni di capitale per completare le bonifiche già autorizzate, c’è poco da sperare nella tanto attesa rinascita di Porto Marghera dopo la raffica di chiusure di cicli produttivi e licenziamenti degli ultimi vent’anni.

Nessuno lo dice apertamente – tranne Cgil, Cisl, Uil veneziane che già l’hanno fatto sulle pagine del nostro giornale – ma è questa la grande preoccupazione che circola a Ca’ Farsetti commissariata e nelle sedi delle associazioni imprenditoriali veneziane e venete.

Sorpresa e preoccupata è anche l’Eni di Claudio Descalzi che adesso vuole capire quali sono le vere motivazione della brusca e inattesa frenata, voluta dal governatore uscente del Veneto, Luca Zaia, alla costituzione della nuova società, compartecipata al 50 per cento dal Comune di Venezia (Marghera Eco Industries srl) che dovrebbe diventare proprietaria di oltre un centinaio di ettari di aree industriali della controllata Syndial, a Porto Marghera.

La richiesta formale di incontro con Zaia e l’assessore Massimo Giorgetti è già stata inoltrata a Palazzo Balbi dai vertici di Syndial che sono decisi a concludere tutte le procedure di cessione, come del resto prevede il contratto preliminare firmato nel novembre dell’anno scorso al Capannone del Petrolchimico di Marghera, dal governatore Luca Zaia, dall’allora sindaco Giorgio Orsoni, dal predecessore di Claudio Descalzi, Paolo Scaroni, dall’allora presidente della controllata Syndial, Leonardo Bellodi, e dall’ex ministro Corrado Clini.

Eni e la sua controllata Syndial spa hanno confermato che stanno lavorando «a stretto contatto con il ministero dell’Ambiente per completare le volture dei lotti e dei canali, di proprietà demaniale interclusi nei 108 ettari di aree industriali dismesse di Porto Marghera ceduti al Comune e alla Regione con un preliminare che dovrebbe essere trasformato in rogito entro giugno prossimo.

I tempi stringono e tanto Syndial quanto la holding Eni vogliono portare a termine il preliminare per «offrire a Marghera un’opportunità di rilanciare sul mercato europeo l’utilizzo delle tante aree disponibili a Porto Marghera per imprenditori interessati ad avviare attività industriali e logistiche sostenibili. Questo resta l’obbiettivo di Eni che, nel caso fosse necessario, è disponibile ad un’ulteriore proroga del limite per la firma del rogito già spostato a giugno prossimo.

Ma prima di tutto, i manager della società dell’Eni – che ancora ha il ministero dell’Economia come azionista di riferimento – vogliono capire il senso della giustificazione data da Zaia allo stop da lui deciso per tutta l’operazione. Zaia, per ora, si è limitato a dire, attraverso l’assessore Giorgetti, di aver dei dubbi sulla «sostenibilità economica e finanziaria» di quanto previsto dal preliminare che lo stesso Zaia – insieme all’allora suo assessore, Renato Chisso, arrestato l’estate scorsa per corruzione, al pari di Corrado Clini – ha firmato appena quattro mesi fa e ora mette lui stesso in grave dubbio.

Il mistero dello stop deciso dal governatore Luca Zaia è ancora più fitto se si tiene conto che il preliminare di compravendita delle aree Syndial-Eni prevede la cessione di un’estensione totale di 107 ettari, suddivisa nei macrolotti A e B, dei quali 50 con progetti di bonifica autorizzati da realizzare con i 38 milioni messi a disposizione da Eni e 60 sono già stati messi in sicurezza permanente e non abbisognano di ulteriori investimenti.

Gianni Favarato

 

Il presidente della Municipalità lancia un appello alle Istituzioni e ai candidati

No al progetto dell’azienda targata Mantovani (trattamento di rifiuti pericolosi)

MARGHERA – Il presidente Flavio Dal Corso richiama l’attenzione delle istituzioni e dei candidati in lizza per il Comune e la Regione, contro il tentativo di Alles spa (del gruppo Mantovani) di realizzare il suo progetto di revamping del suo impianto di trattamento di rifiuti pericolosi, autorizzato dalla Giunta regionale che però, poi, si è vista bocciare il suo via libera al revamping dal Tar.

«La Municipalità di Marghera», ha dichiarato ieri Dal Corso, «è pronta a mobilitare i cittadini, come ha già fatto, contro coloro che continuano a trattare Porto Marghera come il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione assolutamente inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».

Dopo la sentenza del Tar del Veneto che lo scorso 10 luglio ha annullato la delibera regionale di autorizzazione al revamping di Alles – su ricorso presentato dal Comune di Venezia – la stessa Alles ha presentato ricorso in secondo grado al Consiglio di Stato che ne discuterà il merito il 24 marzo a Roma. La Giunta Regionale di Luca Zaia aveva approvato il revamping di Alles, malgrado il no della Municipalità di Marghera, del consiglio comunale di Venezia, di Mira e di quello provinciale.

«Neanche una mozione votata all’unanimità dal Consiglio Regionale del Veneto», ricorda Dal Corso, «che impegnava la Giunta Regionale a revocare la delibera su Alles, aveva fatto annullare gli effetti e la validità dell’autorizzazione data da Zaia che continua tuttora a difendere in ogni grado di giudizio la sua delibera di autorizzazione, contrariamente a quanto detto dall’assessore all’ambiente Maurizio Conte che in un incontro con la Municipalità di Marghera addirittura si era augurato la bocciatura da parte degli organi giudiziari e l’intenzione di cambiare completamente la commissione regionale per la Valutazione dell’Impatto ambientale».

Secondo il presidente della Municipalità «il ricorso di Alles contro la bocciatura del Tar, spalleggiato dalla Giunta Zaia, vuole fare di Porto Marghera un polo d’attrazione per tutte le attività pericolose e inquinanti, come il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi d a tutto il Veneto e oltre. Ma per noi Porto Marghera deve rimanere un’area produttiva e industriale e non ridiventare, come alcuni decenni fa, il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».

(g.fav.)

 

Gazzettino – “La Regione dimentica la Romea”

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5

mar

2015

MIRA – Dura nota di Opzione zero sulla sicurezza

Per il Comitato la Regione non si cura minimamente della messa in sicurezza della Romea.

MIRA – «La messa in sicurezza della ’Romea’ è l’ultimo deo pensieri della Regione, che invece continua a sostenere le grandi opere».

Dura presa di posizione del Comitato Opzione zero attraverso le portavoci Rebecca Rovoletto e Lisa Causin ed il presidente Mattia Donadel sulle recenti delibere regionali in tema di viabilità: «In due recenti decisioni della Giunta – afferma Opzione Zero – la Regione continua a investire miliardi senza curarsi di una delle arterie più pericolose d’Italia. A gennaio è stato approvato un indirizzo sugli interventi tra il 2015 e il 2020 sui circa 740 km. di strade statali che attraversano il territorio regionale. La messa in sicurezza della ’Romea’, nonostante i continui incidenti e le richieste di comitati e amministrazioni locali, non compare nemmeno nell’elenco dei semplici miglioramenti. Invece nella lista delle infrastrutture prioritarie compaiono 13 nuove strade, tra bretelle, varianti e tratti di collegamento».

Opzione Zero lo scorso settembre organizò una manifestazione in “Romea” per evidenziare il problema sicurezza ed esprimere la contrarietà alla Mestre-Orte.

«Il 13 febbraio scorso – sottolineano ancora gli esponenti di Opzione Zero – Zaia ha firmato una delibera nella quale la Regione indica al Governo quali sono le opere ritenute ’strategiche’ e ’indifferibili’. Si va dalla Pedemontana alla Valdastico nord, dal Gra di Padova alla Nuova Valsugana e pure la Mestre-Orte. Della ’Romea’ nessuna traccia».

(L.Gia)

 

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Comunicato stampa Opzione Zero 4 marzo 2015

La Romea è una delle strade più pericolose d’Italia, ma per la Regione Veneto a guida leghista, questa non è una priorità; meglio continuare a spendere miliardi di euro per le “grandi opere” distruttive e foriere di malaffare.

Questo è quanto emerge da due recenti delibere della Giunta Regionale.

La prima di queste è la DGR 91 del 27 gennaio 2015: si tratta di un atto di indirizzo attraverso il quale la Regione Veneto propone ad ANAS quali devono essere le priorità di intervento  tra il 2015 e il 2020 sui circa 740km di strade statali che attraversano il territorio regionale.

Peccato che ancora una volta la messa in sicurezza della Romea, nonostante i continui incidenti e le richieste di comitati e amministrazioni locali che da decenni chiedono risposte a questo grave problema, non compaia nemmeno nell’elenco  degli interventi migliorativi della rete statale esistente. E certamente non si può più dire che il problema sia la mancanza di soldi, visto che nella stessa delibera si indicano come prioritari altre 13 nuove infrastrutture stradali, tra bretelle, varianti e tratti di collegamento.

D’altra parte si sa, il sistema dei “grandi appalti” è quello più appetibile per le multinazionali del cemento e dell’asfalto. Alla Giunta Zaia poco importa degli scandali per corruzione e malaffare che hanno coinvolto in pieno la sua stessa amministrazione e il PD veneto, così come molte delle grandi ditte che per anni si sono accaparrate commesse da centinaia di milioni di euro per opere inutili e distruttive.

Arresti o non arresti, e soprattutto prima che scada il mandato,  meglio assicurarsi che i “grandi affari” vadano avanti il più in fretta possibile, come confermato in modo inequivocabile dall’altra delibera di Giunta, la DGR 159 del 13 febbraio 2015, con la quale la Regione indica al Governo quali sono le opere ritenute “strategiche e indifferibili”. Nella lista nera ci finiscono ovviamente tutti i progetti messi a punto dalla cricca veneta del cemento durante la presidenza Galan-Chisso: pedemontana, Valdastico nord, Nogare mare, GRA di Padova, nuova Valsugana, TAV… ; non poteva mancare poi la famigerata Orte-Mestre, l’autostrada da 10 miliardi, spacciata furbescamente come la soluzione dei problemi di sicurezza della Romea e che se tutto va male sarà realizzata non prima del 2030. In compenso la SS 309 è già oggi lasciata in stato di abbandono, e se per chi la usa questo è un rischio poco importa.

Le elezioni regionali sono vicine, e Opzione Zero invita i cittadini a tenere bene a mente le responsabilità politiche di questa situazione.

 

L’INTERVENTO

Massimo Meneghetti – Segretario generale Femca Cisl di Venezia

Da metà degli anni ’90 stiamo lottando per frenare la perdita di aziende e di posti di lavoro e per dare una scossa a una politica che a Venezia e in Veneto ha ritmi elefantiaci. La disoccupazione ha ormai superato il 26% in quest’area e contrariamente a quanto va dicendo il presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, la manodopera di sicuro non manca. Quelli che mancano sono solo le aziende e gli investimenti, che si sperava potessero arrivare dopo tanto lavoro.

Il riconoscimento di Porto Marghera quale “area di crisi complessa” e l’Accordo di programma sulle bonifiche del 16 aprile del 2012 hanno gettato le basi per avviare il processo di riqualificazione industriale di questo territorio.

Ma tutto questo rischia di subire una brusca frenata dopo che il governatore Zaia ha deciso di sospendere il rogito per la creazione della società mista Comune-Regione per la ricollocazione dei 108 ettari di aree industriali dismesse, ceduti da Eni (Syndial).

Sinceramente non comprendiamo tale scelta e pretendiamo, dopo tanto lavoro fatto insieme alle istituzioni locali, che il governatore del Veneto o chi per esso, ci spieghi tale incomprensibile scelta. Eni ci aveva messo anche 38 milioni di euro per la bonifica di tali aree, che a detta dello stesso governatore Zaia avrebbero attirato circa 200 nuove imprese. Ma così come siamo messi rischiamo che si facciano scappare anche le poche rimaste, altro che nuove imprese come raccontava Zaia.

Abbiamo dato, anche come sindacato, una speranza con gli accordi di riconversione industriale della Raffineria Eni e del Cracking di Eni Versalis, ma vogliamo richiamare la politica al suo dovere: affrontare la prima vera priorità di questo territorio e del Paese, ovvero il lavoro e l’industria. Non possiamo accettare frenate o contenziosi solo perché qualcuno dei “loro amici” ha rubato, vedi vicenda Mose. Non possiamo buttare nel cestino i primi veri pilastri di questo rilancio industriale; se non ci si dà una mossa e se non lo si fa nella massima trasparenza rischiamo di far scappare le poche opportunità che gli attori privati del territorio riescono ancora a produrre autonomamente e depauperemo così anche i 153 milioni di euro stanziati previsti dall’Accordo di programma firmato al Ministero nel gennaio scorso.

Al governatore Zaia chiediamo pertanto di convocare urgentemente il Tavolo del 12 ottobre 2011 dinanzi a tutti i protagonisti locali e nazionali pubblici e privati, compreso i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo. Il Tavolo deve chiarire i costi delle bonifiche e del trattamento acque; lo snellimento delle autorizzazioni Aia e Via e le semplificazioni amministrative comunali, comprese quelle dei nuovi progetti di Eni, cinsiderato che in Slovenia le procedure durano solo 30 giorni.

Come pure è necessario procedere con il rogito per la cessione delle aree Eni alla società di Comune e Regione per sviluppare nuovi e credibili progetti industriali degli imprenditori davvero interessati, pronti a revocarli qualora questi non venissero portati a compimento. Ma va anche individuata una via di accesso alternativa al passaggio nel bacino di San Marco delle grandi navi per raggiungere la Marittima attuale; un atto congiunto del territorio può aiutare ilministero dell’Ambiente nel compiere la scelta più adatta e con il maggior consenso.

Sicuramente non ci può stare a Porto Marghera una nuova Marittima come vorrebbe qualcuno; questa sarebbe non solo incompatibile per questioni di traffico, ma potrebbe risultare la pietra tombale del sistema produttivo, industriale e turistico di questa straordinaria realtà che è Venezia in tutto il suo insieme.

Ora si pensi davvero a costruire una nuova politica industriale che con lo sviluppo della chimica verde, dell’industria in generale, delle attività portuali, logistiche, energetiche e del riciclaggio di rifiuti, aiuti a trovare un posto di lavoro a coloro che in questi ultimi cinque anni l’hanno perso e mai più trovato. E a questo punto ci viene voglia anche di dire che: speriamo sia finalmente arrivata la volta buona per fare un po’ di pulizia già a partire dalle elezioni comunali e regionali di primavera.

 

Incontro con IL PROCURATORE GENERALE NOTTOLA

VENEZIA – Il senatore grillino Cappelletti incontra il procuratore generale della Corte dei conti Nottola per chiedergli di indagare sulla Pedemontana Veneta.

Lo rende noto lo stesso parlamentare del Movimento 5 stelle: «La SPV è un’opera che si sta realizzando in violazione dei più basilari principi di trasparenza; inizialmente doveva costare 1,829 miliardi di euro, ma a seguito degli aggiornamenti progettuali, il costo è lievitato a 2,258 miliardi di euro. E pare debba crescere ulteriormente».

Cappelletti ricorda la genesi e i promotori politici della grande opera: «Importanti nomi delle istituzioni venete, come Galan, Zaia e Chisso, due dei quali passati recentemente dalle patrie galere – dice il senatore grillino – hanno offerto coperture politiche ad un’opera che mancava delle coperture economiche necessarie. In particolare il presidente Galan ha fortemente voluto, nel 2009, la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario per derogare ad importanti norme in materia ambientale e di protezione civile».

Il parlamentare del Movimento 5 stelle si incontrerà, dunque, con il procuratore generale Nottola per chiedere di fare chiarezza sui finanziamenti, sull’aumento dei costi, «sulle numerose ipotesi di irregolarità nell’applicazione del codice dei contratti, e sul trasferimento del rischio d’impresa dal concessionario al concedente – conclude – che evidenzierebbe un consistente sbilanciamento di interessi a favore dei privati».

 

Porto Marghera: dopo l’alt del governatore alla società pubblica che gestirà i terreni ceduti da Eni c’è il rischio che il rogito non si firmi mai e venga avviata una causa per il risarcimento dei danni

MARGHERA – Il commissario Vittorio Zappalorto non rilascia dichiarazioni ufficiali ma sta facendo di tutto per riuscire a ricucire lo strappo con la Giunta regionale di Luca Zaia sul progetto di acquisizione e rilancio economico dei terreni industriali a Porto Marghera, non più utilizzati da anni e da risanare.

Il 30 giugno è la nuova data, prorogata, per la firma del rogito per il trasferimento alla società pubblica (Marghera Eco Industries srl) dei 108 ettari di aree industriali dismesse e di proprietà di Syndial (gruppo Eni). C’è il rischio di vedere svanire tutto se entro giugno il governatore uscente del Veneto non darà il suo via libera (come ha già fatto il Comune) alla nuova società per Porto Marghera – prevista dall’Accordo preliminare sottoscritto l’anno scorso e sancita da due delibere della Giunta regionale da lui stesso firmate – alla quale devono essere conferite le aree e il fondo di 38 milioni per risanarle.

Eni, infatti, potrebbe recedere e promuovere una causa di risarcimento danni a suo favore per la “decadenza non motivata del preliminare” da parte delle istituzioni firmatarie. Il che metterebbe una pietra sopra il primo e promettente tentativo di rimettere in moto lo sviluppo a Porto Marghera, con nuove attività produttive e logistiche capaci di creare nuovi posti di lavoro sulle ceneri di quelli persi negli ultimi anni con la chiusura dei vecchi impianti chimici e siderurgici – in gran parte ancora in piedi, anche se fatiscenti e da demolire – nelle aree dismesse che aspettando ancora la bonifica o messa in sicurezza.

Zappalorto con i suoi poteri speciali ha già deliberato l’adesione del Comune alla neo costituita Marghera Eco Industries srl, con una quota paritaria di 50 mila euro attraverso la controllata Immobiliare veneziana. Stessa cosa avrebbe dovuto fare la Regione, entrando a sua volta nella nuova società attraverso la controllata Veneto Acque spa, creando le condizioni per la rapida nomina di un manager qualificato per poi passare al rogito delle aree. L’impresa non sembra affatto facile, visto che nella stessa Giunta regionale si sono create forti divisione su come gestire l’accordo sottoscritto con Eni e il Comune l’anno scorso, quando a gestire tutta la faccenda erano l’ex assessore regionale Renato Chisso e l’ex sindaco Giorgio Orsoni.

A rimettere in discussione tutto, con la motivazione ufficiale di «verificare la sua effettiva sostenibilità economica e finanziaria» è stato proprio Zaia che non si è fatto problemi a sconfessare il suo assessore Massimo Giorgetti (nominato dallo stesso governatore al posto del dimissionario Renato Chisso, indagato e arrestato per la tangentopoli del Mose) che alla vigilia del Natale scorso aveva dato per certa l’adesione alla nuova società e per imminente la nomina di un manager al comando.

Contro la retromarcia di Zaia che «pregiudica» un’opportunità unica, come quella delle areee cedute gratuitamente da Eni «per risanare e rimettere in moto Porto Marghera e l’occupazione», sono stati i segretari locali e regionali di Cgil, Cisl, Uil. Al governatore Luca Zaia, impegnato nella sua difficile campagna elettorale per la riconferma ad un secondo mandato, per niente scontata, hanno chiesto di chiarire in un apposito tavolo di confronto i dubbi su tutta questa vicenda, altrimenti si dovrà prendere la pesante responsabilità di mandare a monte un’occasione storica per rigenerare Porto Marghera.

Gianni Favarato

 

Mattino di Padova – Ospedale, c’e’ il ballottaggio

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26

feb

2015

La commissione: Allegri o Padova Est, decisivi tempi e costi. Dario: serviranno 10 anni

Ammesse al ballottaggio l’opzione Aeroporto “Allegri” e quella Padova Est-San Lazzaro, con vantaggio di partenza della prima; esclusa invece l’ipotesi Padova Ovest.

Se il sito del nuovo policlinico universitario fosse al centro di una sfida elettorale (metafora neanche troppo lontana dalla realtà) sarebbe questa l’istantanea della gara. Almeno, secondo gli esperti della commissione incaricata dal governatore Luca Zaia di valutare – sul piano esclusivamente tecnico – vizi e virtù delle proposte emerse.

Antonio Canini (Regione), Franco Fabris (Comune), Francesco Polverino (Azienda Ospedaliera), Umberto Trame (Università), Luigi Rizzolo (Provincia): dopo due mesi di lavoro e nove sedute, i fiduciari dei soggetti istituzionali coinvolti hanno stilato all’unanimità una “pagella” che analizza le caratteristiche essenziali delle aree.

Cosa emerge? La superficie dello scalo Allegri presenta “unicità” (è immune cioè dall’attraversamento stradale che divide e tormenta l’attuale polo ospedaliero in via Giustiniani) e conta 52 ettari utilizzabili agevolmente più altri 18 di proprietà del demanio militare, la cui disponibilità si annuncia più complicata; le infrastrutture richiedono un potenziamento mentre non sorgono problemi idraulici.

Tanto basta ad assicurargli una qualche preferenza – almeno al momento – rispetto all’area di San Lazzaro; che è spezzata nella sua continuità da via Einaudi, anche se l’intervento “sanatorio” è stato già programmato e finanziato; e conta 40 ettari (metà pubblici, il resto privati con convenzione d’acquisto già stipulata), il minimo indispensabile per soddisfare gli standard di 400 mq a posto letto a fronte delle mille degenze previste; infrastrutture esistenti ma da completare, problemi ambientali modesti e da approfondire.

Un inciso: prima che la commissione concludesse i suoi lavori, il sindaco Massimo Bitonci ha caldeggiato la soluzione Est in una lettera a Zaia e a Claudio Dario, il direttore generale dell’Azienda che è stata nominata stazione appaltante. Quanto ha influito il suo zampino sul rapporto finale? «Ne abbiamo tenuto conto, ma solo sul piano delle informazioni aggiuntive riguardanti la convenzione con i privati e l’avvenuto finanziamento delle infrastrutture viarie. Poi abbiamo operato in libertà di pensiero», replica il manager, che pure non nasconde il clima di «pressioni e difficoltà» che circonda l’operazione.

E Padova Ovest? Era il sito indicato dall’amministrazione Zanonato-Rossi e accolto da Zaia che però ha dovuto prendere atto (con estrema irritazione) del veto bitonciano; spazia su 50 ettari ma i tecnici l’hanno accantonata a causa degli «elevati problemi idraulici» che richiederebbero ingenti spese per la messa in sicurezza; nonché per i costi aggiuntivi degli eventuali espropri cui si aggiunge l’assenza di adeguati collegamenti.

«In effetti non ci sono precedenti italiani sul versante dei nuovi poli della salute universitari e l’ultimo intervento organico di modifica di questo policlinico risale addirittura agli anni Sessanta», fa notare Canini, l’architetto che ha presieduto la commissione. «Noi dobbiamo tenere conto delle necessità attuali ma anche di quelle future perché il cantiere di un grande ospedale è destinato a cambiare nel tempo. Un esempio? Quando abbiamo realizzato l’Angelo a Mestre, il virus Ebola non era neppure in agenda».

E adesso? «Lavoreremo a un accordo di programma per assegnare i compiti ai soci contraenti», informa Dario «e costituiremo tre gruppi che avranno sei mesi per definire i costi e i tempi delle opzioni in discussione, nonché di indicare gli interventi necessari a mantenere la funzionalità dell’attuale policlinico per l’intero arco dei lavori».

E i quattrini? «Non sarà facile reperirli di questi tempi», allarga le braccia Canini.

Project in vista? «Occorrerà anzitutto contare su un congruo finanziamento pubblico, almeno nell’ordine del 55%, da integrare con altri fondi, in project financing, leasing immobiliare o altri contratti», fa eco Dario.

«In sé non esistono combinazioni positive o negative, ciò che fa la differenza sono le condizioni. L’ideale sarebbe avere il 100% di risorse erogate dal pubblico ma l’ipotesi mi pare remota».

Tempi ipotizzabili per passare dalle parole ai fatti? «Due anni di progettazione e appalti, tre per racimolare i finanziamenti e definire il project, almeno altrettanti per la costruzione. Nella migliore delle ipotesi 8-10 anni», pronostica il manager. Buona fortuna.

Filippo Tosatto

 

ZAIA: MASSIMA TRASPARENZA, MA SINIGAGLIA ATTACCA

Bitonci: «La scelta cadrà su San Lazzaro»

Massimo Bitonci, da sempre oppositore della soluzione Padova Ovest, che attribuisce alla «sciagurata eredità Zanonato-Rossi», accoglie con favore le conclusioni della commissione di esperti: «Ad oggi», fa sapere il sindaco «emergono due ulteriori fattori, uno relativo allo standard dimensionale dell’area su cui si dovrà insediare il nuovo policlinico, l’altro relativo alla scarsità di risorse a disposizione per realizzarlo. L’area dell’aeroporto è di proprietà del demanio, civile e militare, mentre quella di San Lazzaro è per gran parte in disponibilità immediata del Comune, che è disposto a cederla gratis. Quest’ultima osservazione non può che far propendere la scelta per il sito di Padova Est, perché consente un abbondante risparmio di denaro pubblico».

Sul tema è intervenuto anche il governatore Luca Zaia: «Adesso tutto è chiaro e improntato alla massima trasparenza. Ringrazio Claudio Dario e tutti i tecnici che hanno agito presto e bene. Da oggi abbiamo una valutazione precisa, tecnica e perciò molto significativa, rispetto a tutti i progetti e le ipotesi che si sono susseguite nel tempo». «Adesso», ha concluso «non è più possibile sbagliare, perché i padovani e i veneti meritano di avere un policlinico universitario di valenza internazionale, per la cura e la ricerca a favore dei cittadini e della sanità del futuro».

Di tutt’altro tenore le valutazioni del consigliere regionale Claudio Sinigaglia, esperto del Pd: «Nel 2012 i tecnici hanno indicato Padova ovest, adesso la bocciano. Ci sarebbe da ridere se la questione non fosse seria. Sia l’aeroporto che San Lazzaro presentano problemi di traffico insostenibili e dopo cinque anni si ricomincia da zero, l’obiettivo è salvare la faccia a Zaia ma così, purtroppo, il nuovo ospedale non lo vedremo mai».

«I tecnici si sono espressi, ora tocca ai politici passare dalle parole ai fatti senza ulteriori ritardi», chiude Antonio De Poli dell’Udc.

 

Nell’innovativo modello proposto dalla Scuola di medicina, previsti valutazione della performance cabina di regia unica per il sistema sanitario e direttore scientifico da accostare al manager regionale

Integrazione Azienda-Università

Mantoan: «Subito al lavoro»

«Apriamo immediatamente un tavolo di confronto». Con queste parole Domenico Mantoan promuove il modello di medicina e sanità universitaria presentato ieri da Santo Davide Ferrara a nome della Scuola di medicina. Pur senza entrare nel merito delle proposte tecniche – sulle quali è verosimile che non mancheranno confronto e scontro tra ospedalieri e universitari – il segretario regionale della sanità ha accolto con parole di incoraggiamento la proposta di integrazione tra Università e Azienda ospedaliera, un segnale forte di dinamismo in contrapposizione alle sabbie mobili in cui naviga il nuovo policlinico, le cui sorti ieri sono state oggetto di riflessione anche nell’incontro in aula Morgagni.

 

Il nuovo modello

La proposta cui ha lavorato la Scuola di medicina nel corso di 30 riunioni dall’ottobre dello scorso anno, spiega Ferrara, è già stata preannunciata al ministro Lorenzin, e mira a superare il preaccordo del 2006 – ormai vetusto – puntando su una stretta integrazione tra Università, ospedale, territorio e medicina di gruppo con uno sviluppo paritario dei ruoli di ospedalieri e universitari: «Superata la scelta infelice del modello veronese di Azienda ospedaliera integrata» spiega il presidente della Scuola di medicina «proponiamo una sorta di simbiosi tra Azienda ospedale e Università, che dovrà essere valutata non solo per il livello di assistenza, ma per il prodotto complessivo, ovvero investimenti, qualità e profitto. Non possono più esserci equivoci per cui le Aziende vengono giudicate esclusivamente per il lavoro assistenziale e la Scuola medica non ha timore di essere valutata da un organismo esterno».

 

Novità e sfide

Tra le novità proposte nel nuovo modello di integrazione, proprio l’introduzione di un organismo di valutazione esterna che valida la performance complessiva, misura e valuta annualmente i risultati di ciascun dipartimento e unità operativa, dirigenti e dipendenti e garantisce l’assolvimento degli obblighi aziendali nel rispetto della trasparenza. Più spinosa si annuncia, senza dubbio, l’introduzione di un direttore didattico-scientifico in affiancamento al direttore generale, nominato su proposta della Scuola di medicina. In capo a questa figura il coordinamento e la responsabilità dell’attività didattica e di ricerca, la concertazione con il direttore generale sull’assegnazione del budget ai singoli centri di responsabilità e la verifica dei risultati rispetto agli obiettivi.Ancora, previsto un organo di indirizzo incaricato di esprimere parere formale al direttore generale su piani attuativi al piano sociosanitario, investimenti pluriennali e bilanci, e di elaborare, alla fine di ogni anno, un documento da trasmettere a governatore e rettore relazionando su indirizzi e risultati. Infine, contemplata l’introduzione di dipartimenti didattico-scientifico-assistenziali integrati e l’istituzione di una cabina di regia interaziendale di coordinamento tra Azienda ospedale-Università, Ircss-Iov e Usl.

 

Nuovo Iov

In questo scenario «si pone una questione irrinunciabile – sostiene Ferrara – che è la realizzazione di un nuovo Istituto oncologico oltre al policlinico. È questo il messaggio che deve passare» aggiunge il presidente della Scuola di medicina presentando la bozza del protocollo d’intesa, un documento di 8 capi, 41 articoli e 76 pagine «è il momento di fare scelte chiare per superare ripetizioni, antinomie e contrasti che non fanno il bene della sanità. È nell’interesse della Regione attivare un tavolo di concertazione». Le reazioni Non si fa pregare Mantoan: «Nel panorama sanitario nazionale il Veneto è visto come un laboratorio e il ministro Lorenzin si attende da noi elementi di innovazione – sostiene il segretario della sanità veneta – al di là degli aspetti tecnici che avremo modo di definire meglio e in tempi brevi, una delle incompiute a livello nazionale è la governance dell’Azienda ospedaliera universitaria. Qui, invece, avete un ospedale che è un super hub per l’assistenza, formate i professionisti e avete trovato un connubio solido non competitivo con lo Iov. Il coordinamento con le realtà sanitarie del territorio e la valutazione delle performance sono elementi di novità che non esistono in nessun altro modello e questa è una sfida per il Veneto e per l’Italia: se dite ci mettiamo subito al lavoro con una commissione per perfezionare gli ambiti e lanciare la sfida – quindi aggiunge – lasciate perdere i finanziamenti, ci pensiamo noi, l’importante è produrre un prodotto globale di qualità, perché la buona sanità produce buoni bilanci».

Conferma il direttore generale dell’Azienda ospedaliera: «Ridefinire i rapporti con l’Università è uno dei nostri obiettivi – sostiene Claudio Dario pur senza nascondere la preoccupazione per nodi quali responsabilità economica e governance – ed è uno degli ambiti su cui dovremo confrontarci». Chiosa Urbano Brazzale, direttore dell’Usl 16: «Non credo che sarà un percorso facile, ma l’aumento della richiesta assistenziale e la diminuzione delle risorse ci richiedono sforzi sinergici».

Simonetta Zanetti

 

MARGHERA «Eni indice gare d’appalto al massimo ribasso e le aziende chiedono in via preventiva tagli salariali e licenziamenti». A denunciare i «drastici tagli drastici sugli appalti e le manutenzioni» degli impianti chimici e della raffineria di Porto Marghera, cono i metalmeccanici e i chimici della Cgil che chiedono la convocazione di «urgente» di confronto con Confindustria e la stessa Eni affinché siano rivisti i criteri dei bandi, salvaguardando il lavoro e la sicurezza dei cittadini».

Fiom-Cgil e Filctem-Cgil domani, nel primo pomeriggio è prevista una riunione del coordinamento delle imprese per decidere «eventuali iniziative di lotta».

Nella nota i due sindacati che «a breve saranno rinnovati i contratti generici per i lavori di manutenzione degli impianti nella ex Raffineria e degli impianti di Versalis spa, tutte due aziende del gruppo Eni, con la regola del massimo ribasso con il rischio che aziende storiche del territorio siano espulse e i lavoratori degli appalti licenziati».

Dopo la chiusura, negli ultimi dieci anni, di molti impianti produttivi al Petrolchimico, si sono ridotti anche i lavori in appalto. «In questo contesto – scrivono i due sindacati veneziani in una nota – si fanno pressanti le richieste di alcune aziende che per non perdere l’appalto, stando dentro al massimo ribasso, chiedono al sindacato di tagliare il salario dei lavoratori con la cancellazione degli integrativi e sacrificare parte dell’occupazione con i licenziamenti. Si tratta di un ricatto delle committenti e delle imprese di appalto che mette con le spalle al muro i lavoratori e azzera l potere negoziale del sindacato, piuttosto che valorizzare le competenze e la professionalità, garantire elevati standard di sicurezza e di qualità delle manutenzioni chimiche a Marghera».

Per questo Fiom e la Filctem chiedono «un tavolo di confronto con Confindustria e le committenti dell’Eni» e chiamano «alla vigilanza e alla mobilitazione i lavoratori tutti».

 

Anche la Uil e Bettin contestano l’alt alla società a cui Eni deve cedere le aree industriali da rilanciare

«Zaia spieghi i suoi dubbi o pensiamo male»

MARGHERA – Nuova bordata contro il governatore Luca Zaia per l’improvviso alt alla nuova società pubblica – al 50 % con il Comune di Venezia – che dovrebbe diventare proprietaria dei 108 ettari di aree industriali cedute da Syndial (Eni) a titolo gratuito con 38 milioni in aggiunta per completare le bonifiche e poi venderle a imprenditori decisi ad avviare nuove attività produttive.

L’ex assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin dice di temere che «l’alt alla nuova società pubblica che deve risanare le aree industriali abbandonate per sostenere l’avvio di nuove produzioni ambientalmente sostenibili ed innovative, come ha annunciato di voler fare Eni con la chimica verde, sia stato deciso dalla solita cordata politica ed affarista che vuole fare di Porto Marghera un’area dove concentrare traffici e lavorazioni molto discutibili di rifiuti speciali e pericolosi».

«Zaia, a mio avviso – dice Bettin – dovrebbe chiarire i veri motivi del suo alt alla nuova società e al rilancio delle aree industriali. Perché se il governatore in carica ha dei dubbi sugli accordi sottoscritti anche dai suoi funzionari , deve far sapere a tutti quali sono al fine di chiarirli e superarli. Altrimenti, se non convocherà subito un tavolo di chiarimento trasparente, siamo autorizzati a pensare di tutto per spiegare il suo repentino passo indietro che mette in discussione la rigenerazione di Porto Marghera».

E dopo Cgil e Cisl che hanno chiesto un «urgente chiarimento a Zaia», interviene anche Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil del Veneto, definendo «intollerabile la decisione di rinviare tutto a dopo le elezioni di maggio».

«Se il marciume emerso nei mesi scorsi con le vicende giudiziarie è adottato come alibi per muoversi con i piedi di piombo – aggiunge Gerardo Colamarco –, va anche detto che non può essere imputato ai singoli protagonisti delle inchieste, ma ad una insufficiente attività di gestione e controllo complessiva. Zaia e l’assessore Giorgetti devono velocemente dare attuazione all’accordo con il Comune: la bonifica delle aree inquinate e il loro rilancio per una nuova, moderna e sostenibile industrializzazione, è fondamentale per l’economia dell’intero Veneto. Altrimenti saremo costretti a chiedere al Governo la nomina di un commissario per Porto Marghera, che intervenga al posto di chi non fa gli interessi della nostra regione».

(g.fav.)

 

DENUNCIA DEL MOVIMENTO 5STELLE

Meno di un anno e l’accordo per la cessione di alcune aree di Porto Marghera sembra carta straccia. La denuncia viene dai rappresentanti veneti del Movimento 5Stelle. «Era l’aprile del 2014 quando il presidente Zaia annunciava “una nuova alba per Porto Marghera” – ricordano gli esponenti di M5S -, presentando l’accordo di cessione di oltre 100 ettari di terreni di proprietà di Syndial (Eni) ad una società mista Comune/Regione, insieme all’allora Sindaco Orsoni, all’allora amministratore delegato di Eni Scaroni e a Clini, lodando il lavoro dell’allora assessore regionale Chisso e del suo dirigente, tutti soggetti finiti poi sotto la lente delle inchieste giudiziarie. Leggiamo ora che Zaia ha intenzione di disattendere quell’accordo».

E proseguono: «Quali sono le motivazioni? Non è consentito saperlo. Forse l’imbarazzo di Zaia rispetto ad una questione gestita da soggetti compromessi come il suo ex assessore Chisso, e che non è adeguatamente presidiata dal suo staff?».

Sta di fatto che quello lanciato lo scorso aprile pare sia destinato, secondo il M5S, ad essere l’ennesimo annuncio su Porto Marghera cui non si è dato seguito. «Gli accordi sono sempre stati funzionali ad una continua campagna elettorale – concludono -. Si deve discutere sulla copertura delle spese, ma è evidente come una gestione programmata di bonifiche e la destinazione delle aree e cessioni sia necessaria. L’amministrazione che guida la nostra Regione non può sottrarsi ai doveri di governance, anche per la tutela dell’ambiente: deve anzi dimostrare di avere la visione, le capacità e le persone giuste per assolvere a tale compito».

(g.gim.)

 

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