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Annuncio di dal corso

MARGHERA «Purtroppo il Comune è commissariato e la Regione, in campagna elettorale, non ne vuole sapere di fare i conti con i cittadini di Marghera e con le promesse fatte», dice il presidente della Municipalità, Flavio Dal Corso, reduce da un incontro con dirigenti del Porto e della Regione.

«Noi pretendiamo che gli interventi previsti vengano mantenuti e completati», aggiune Dal Corso, «a cominciare da quelli per migliorare e mettere in sicurezza le strade e l’assetto idraulico del nostro martoriato territorio».

La bufera dell’ultima tangentopoli del Mose ha spazzato via anche l’Accordo di programma per il Vallone Moranzani, siglato nel 2008 da tutte le istituzioni locali e dal Porto.

Il governatore uscente, Luca Zaia, non ne vuole sapere di rilanciarlo – per il bene della laguna e dei cittadini come era nello spirito dell’Accordo di programma – e ha stoppato il suo assessore, Massimo Giorgetti, che stava tentando di riannodare i fili del discorso con i vari soggetti firmatari per arrivare ad un tavolo di confronto in Regione capace di far ripartire, almeno in parte, le opere previste nell’Accordo per il Vallone Moranzani.

Era prevista la realizzazione di una mega-discarica nell’area Moranzani (già piena di discariche sotterrate) per mettere in sicurezza i fanghi inquinati scavati dai canali e, come contropartita, si sarebbero realizzate una serie di opere idrauliche, stradali, perfino un parco da 200 ettari e l’interramento dei tre elettrodotti di Terna.

«I cittadini, con l’Agenda 21, sono stati coinvolti per anni nella progettazione e nella realizzazione degli interventi sul territorio. Non si possono scaricare come sta facendo Zaia. A questo punto sarà la nostra Municipalità di Marghera a convocare, a metà aprile, un’assemblea pubblica in municipio a cui inviteremo anche la Regione e il Porto».

(g.fav.)

 

MARGHERA – Oggi al Consiglio di Stato il ricorso sul permesso negato all’impresa di rifiuti

Pronti alla mobilitazione. I cittadini di Marghera non resteranno a guardare. Se il Consiglio di Stato – che inizierà a discutere nel merito oggi, martedì – dovesse accogliere il ricordo di Alles contro il “no” del Tar Veneto al potenziamento dell’impianto di Porto Marghera, sono pronte iniziative di protesta.

Per rigettare l’idea di una zona ricettacolo di rifiuti di tutto il Veneto. E che a Marghera siano pronti a scendere in strada lo si è capito sabato, durante l’incontro promosso dalla Municipalità per ribadire il no al revamping di Alles. Incontro cui hanno partecipato l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin, l’ex presidente del Consiglio comunale di Venezia Roberto Turetta e il consigliere Bruno Pigozzo.

I relatori hanno contestato l’atteggiamento della giunta Zaia che avrebbe sostenuto il ricorso di Alles.

«Neanche un ordine del giorno che era stato votato all’unanimità dal Consiglio regionale e che – sottolinea il presidente di Marghera Flavio Dal Corso – impegnava la Giunta regionale a revocare la delibera su Alles ha convinto il governatore Zaia a tornare indietro sulla delibera che dà il via libera al revamping. Anzi, la giunta Zaia continua tuttora a difendere in ogni grado di giudizio la sua delibera».

Una riflessione che si aggiunge all’atteggiamento rispetto all’accordo di programma Vallone Moranzani.

«Attendiamo da mesi che la Regione dia gambe all’accordo di programma sul versante della riqualificazione – dice Dal Corso – E non lo sta facendo mentre punta a potenziare un’azienda che porterebbe rifiuti pricolosi da tutto il Veneto».

Giacinta Gimma

 

Nuova Venezia – Pedemontana, quel filo Incalza-Perotti

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19

mar

2015

Come l’imprenditore è diventato direttore dei lavori. L’opera non ha il closing bancario e i subappaltatori aspettano 8 milioni

VENEZIA – Con il caschetto giallo da cantiere Luca Zaia manovrava disinvolto il bulldozer la mattina del 10 novembre 2011, dando il via ai lavori della Pedemontana a Romano D’Ezzelino. Anche se si trattava di un project financing dell’era Galan, dal quale ha preso pubblicamente le distanze.

Alle inaugurazioni il presidente si muove sempre con disinvoltura. Meno quando c’è da occuparsi delle grane successive. Il raggruppamento Sis, concessionario dei lavori, non ha effettuato il closing bancario a garanzia del piano finanziario della Pedemontana, la quale costa 2 miliardi 258 milioni di euro, di cui un miliardo e seicento milioni circa a carico dei privati. E’ qui manca la copertura.

Inconveniente non da poco, perché pone l’opera in situazione di illegittimità ma soprattutto perché sembra essere la causa del ritardo nei pagamenti alle imprese. Sis lavora con ditte subappaltatrici di escavazione, movimentazione terra e fornitura di calcestruzzo.

«Risulta che tali aziende vanterebbero crediti per 8 milioni di euro», scrive il consigliere regionale Pd Stefano Fracasso in una interrogazione a risposta immediata presentata il 2 febbraio scorso. «Questi crediti mettono in seria difficoltà le aziende venete, che non riescono a riscuotere quanto spetta loro nei tempi previsti dalla legge. Che strumenti ha attivato la giunta regionale a garanzia dei pagamenti dei sub-appaltatori?».

Le difficoltà sono talmente serie che diverse aziende avrebbero i libri in tribunale o addirittura sarebbero sull’orlo del fallimento. Da Palazzo Balbi nessuna risposta.

Dal commissario alla Pedemontana Silvano Vernizzi ancora meno: «Mai ricevuta nessuna segnalazione di questo genere da aziende subappaltatrici», ha detto in una conferenza stampa giorni fa. «Nessuno si è mai rivolto a me».

Silenzio totale dalle associazioni degli imprenditori, in particolare dall’Ance. Forse perché il presidente regionale fino a pochi giorni fa era Luigi Schiavo, imprenditore che lavora nei cantieri della Pedemontana. O magari perché il nuovo presidente Luigi Salmistrari si occupa di restauri e con i grandi lavori non ha dimestichezza. Ma appare difficile che non abbia mai sentito parlare di Pedemontana.

Oppure perché Stefano Fracasso ha sognato, anche se sembra ancora giovane per un attacco di teresina: qui bisogna pensarle tutte. Di certo i soldi c’erano per pagare il direttore dei lavori della Pedemontana Stefano Perotti, l’ingegnere finito in carcere con il supermanager del ministero delle Infrastrutture Ercole Incalza. Quest’ultimo indicava Perotti per la direzione lavori di tutte le grandi opere pubbliche e Perotti ricambiava affidandogli consulenze in aziende da lui controllate.

Dall’inchiesta di Firenze che ha scoperchiato lo scandalo, arriva qualche risposta che aiuta a rompere il silenzio del Veneto. Perotti era legato a corda doppia con Incalza ma conosceva bene Dogliani, il capo del consorzio Sis. I due hanno lavorato assieme nel macrolotto 2 della Salerno-Reggio Calabria, in fase di ultimazione: Sis ha vinto l’appalto e Perotti si è assicurato la direzione lavori. E’ stato facile per Dogliani accettarne la consulenza anche per la Pedemontana, vista la difficoltà finanziaria in cui annaspa. Per superare la quale Incalza ha presentato a fine 2014 una richiesta all’Unione Europea: puntava a rientrare nei finanziamenti del Piano Junker, che stanzia 60 miliardi di euro all’anno per i prossimi 5 anni, destinandoli a grandi opere pubbliche.

Raccontata così, la vicenda della Pedemontana come delle altre opere pubbliche sembra tutta in mano a boiardi di Stato, grandi burocrati, maxi imprese nazionali, addirittura professionisti senza scrupoli. La politica c’entra niente? Per rispondere si può ricordare che nel 2003-2004, al momento della dichiarazione di pubblica utilità fatta dalla Regione Veneto, la Pedemontana costava nello studio di fattibilità un miliardo 360 milioni di euro. In dieci anni è cresciuta di un miliardo di euro, tutto giustificato ovviamente, è stata messa in gara con il massimo ribasso, affidata senza un piano finanziario, con necessità oggi di iniezioni supplementari di denaro pubblico per stare in piedi. Chi doveva controllare, solo Ettore Incalza?

Renzo Mazzaro

 

L’ex dirigente interrogato difende Lupi «Tutte consulenze registrate con le fatture»

ROMA. Per oltre due ore Ercole Incalza ha risposto alle domande del gip di Firenze Angelo Pezzuti respingendo le accuse e difendendo l’operato del ministro Maurizio Lupi. Il primo atto istruttorio della maxinchiesta della Procura di Firenze sulla corruzione nell’affidamento di appalti per le grandi opere ha visto protagonista Ercole Incalza.

«Il mio assistito ha risposto non solo su ogni singolo caso – ha raccontato l’avvocato Madia – ma ha fornito elementi utili anche su ogni singola telefonata che gli viene contestata».

Incalza avrebbe difeso l’operato del ministro Lupi, spiegando che con lui, in questi mesi, c’è stato sempre un rapporto esclusivamente istituzionale. Per la difesa di Incalza in questa vicenda «non c’è un euro che viene contestato al di fuori delle sue prestazioni professionali: è tutto registrato da fatture e dichiarazioni dei redditi, non si è mai visto un caso di corruzione nel quale il corrotto percepisce somme emettendo fatture e pagando Irpef».

 

Gazzettino – Uso del suolo. Supermercati sui campi.

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18

mar

2015

In numerose occasioni il Presidente Zaia ha sostenuto che dobbiamo tutelare il nostro territorio, che in passato vi è stato un consumo eccessivo del suolo, che è indispensabile salvaguardare il nostro paesaggio, anche per incrementare il turismo.

Inaspettatamente, in questi giorni, la regione Veneto ha approvato con urgenza un articolo di legge che permette la costruzione di altri supermercati e di piccole zone commerciali su terreni agricoli, quindi in piena campagna e su campi finora coltivati. Come è possibile ridurre il consumo di suolo, tutelare i nostri paesaggi, valorizzare e rendere vivi i nostri centri storici e poi permettere la costruzione di nuove zone commerciali, addirittura su terreni agricoli?

Angiolino Pellegrinelli – Rovigo

 

Il nuovo amministratore delegato, Descalzi, deciso a portare a termine il preliminare di compravendita con la controllata Syndial firmato dallo stesso governatore appena quattro mesi fa e ora a rischio

Se nemmeno i terreni che Eni ha deciso di concedere ad una società pubblica a titolo gratuito, con l’aggiunta di 38 milioni di capitale per completare le bonifiche già autorizzate, c’è poco da sperare nella tanto attesa rinascita di Porto Marghera dopo la raffica di chiusure di cicli produttivi e licenziamenti degli ultimi vent’anni.

Nessuno lo dice apertamente – tranne Cgil, Cisl, Uil veneziane che già l’hanno fatto sulle pagine del nostro giornale – ma è questa la grande preoccupazione che circola a Ca’ Farsetti commissariata e nelle sedi delle associazioni imprenditoriali veneziane e venete.

Sorpresa e preoccupata è anche l’Eni di Claudio Descalzi che adesso vuole capire quali sono le vere motivazione della brusca e inattesa frenata, voluta dal governatore uscente del Veneto, Luca Zaia, alla costituzione della nuova società, compartecipata al 50 per cento dal Comune di Venezia (Marghera Eco Industries srl) che dovrebbe diventare proprietaria di oltre un centinaio di ettari di aree industriali della controllata Syndial, a Porto Marghera.

La richiesta formale di incontro con Zaia e l’assessore Massimo Giorgetti è già stata inoltrata a Palazzo Balbi dai vertici di Syndial che sono decisi a concludere tutte le procedure di cessione, come del resto prevede il contratto preliminare firmato nel novembre dell’anno scorso al Capannone del Petrolchimico di Marghera, dal governatore Luca Zaia, dall’allora sindaco Giorgio Orsoni, dal predecessore di Claudio Descalzi, Paolo Scaroni, dall’allora presidente della controllata Syndial, Leonardo Bellodi, e dall’ex ministro Corrado Clini.

Eni e la sua controllata Syndial spa hanno confermato che stanno lavorando «a stretto contatto con il ministero dell’Ambiente per completare le volture dei lotti e dei canali, di proprietà demaniale interclusi nei 108 ettari di aree industriali dismesse di Porto Marghera ceduti al Comune e alla Regione con un preliminare che dovrebbe essere trasformato in rogito entro giugno prossimo.

I tempi stringono e tanto Syndial quanto la holding Eni vogliono portare a termine il preliminare per «offrire a Marghera un’opportunità di rilanciare sul mercato europeo l’utilizzo delle tante aree disponibili a Porto Marghera per imprenditori interessati ad avviare attività industriali e logistiche sostenibili. Questo resta l’obbiettivo di Eni che, nel caso fosse necessario, è disponibile ad un’ulteriore proroga del limite per la firma del rogito già spostato a giugno prossimo.

Ma prima di tutto, i manager della società dell’Eni – che ancora ha il ministero dell’Economia come azionista di riferimento – vogliono capire il senso della giustificazione data da Zaia allo stop da lui deciso per tutta l’operazione. Zaia, per ora, si è limitato a dire, attraverso l’assessore Giorgetti, di aver dei dubbi sulla «sostenibilità economica e finanziaria» di quanto previsto dal preliminare che lo stesso Zaia – insieme all’allora suo assessore, Renato Chisso, arrestato l’estate scorsa per corruzione, al pari di Corrado Clini – ha firmato appena quattro mesi fa e ora mette lui stesso in grave dubbio.

Il mistero dello stop deciso dal governatore Luca Zaia è ancora più fitto se si tiene conto che il preliminare di compravendita delle aree Syndial-Eni prevede la cessione di un’estensione totale di 107 ettari, suddivisa nei macrolotti A e B, dei quali 50 con progetti di bonifica autorizzati da realizzare con i 38 milioni messi a disposizione da Eni e 60 sono già stati messi in sicurezza permanente e non abbisognano di ulteriori investimenti.

Gianni Favarato

 

Il presidente della Municipalità lancia un appello alle Istituzioni e ai candidati

No al progetto dell’azienda targata Mantovani (trattamento di rifiuti pericolosi)

MARGHERA – Il presidente Flavio Dal Corso richiama l’attenzione delle istituzioni e dei candidati in lizza per il Comune e la Regione, contro il tentativo di Alles spa (del gruppo Mantovani) di realizzare il suo progetto di revamping del suo impianto di trattamento di rifiuti pericolosi, autorizzato dalla Giunta regionale che però, poi, si è vista bocciare il suo via libera al revamping dal Tar.

«La Municipalità di Marghera», ha dichiarato ieri Dal Corso, «è pronta a mobilitare i cittadini, come ha già fatto, contro coloro che continuano a trattare Porto Marghera come il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione assolutamente inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».

Dopo la sentenza del Tar del Veneto che lo scorso 10 luglio ha annullato la delibera regionale di autorizzazione al revamping di Alles – su ricorso presentato dal Comune di Venezia – la stessa Alles ha presentato ricorso in secondo grado al Consiglio di Stato che ne discuterà il merito il 24 marzo a Roma. La Giunta Regionale di Luca Zaia aveva approvato il revamping di Alles, malgrado il no della Municipalità di Marghera, del consiglio comunale di Venezia, di Mira e di quello provinciale.

«Neanche una mozione votata all’unanimità dal Consiglio Regionale del Veneto», ricorda Dal Corso, «che impegnava la Giunta Regionale a revocare la delibera su Alles, aveva fatto annullare gli effetti e la validità dell’autorizzazione data da Zaia che continua tuttora a difendere in ogni grado di giudizio la sua delibera di autorizzazione, contrariamente a quanto detto dall’assessore all’ambiente Maurizio Conte che in un incontro con la Municipalità di Marghera addirittura si era augurato la bocciatura da parte degli organi giudiziari e l’intenzione di cambiare completamente la commissione regionale per la Valutazione dell’Impatto ambientale».

Secondo il presidente della Municipalità «il ricorso di Alles contro la bocciatura del Tar, spalleggiato dalla Giunta Zaia, vuole fare di Porto Marghera un polo d’attrazione per tutte le attività pericolose e inquinanti, come il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi d a tutto il Veneto e oltre. Ma per noi Porto Marghera deve rimanere un’area produttiva e industriale e non ridiventare, come alcuni decenni fa, il posto dove smaltire e stoccare di tutto e di più, con livelli di concentrazione inaccettabili e in assoluto spregio alla difesa della salute degli abitanti e dell’ambiente».

(g.fav.)

 

Gazzettino – “La Regione dimentica la Romea”

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5

mar

2015

MIRA – Dura nota di Opzione zero sulla sicurezza

Per il Comitato la Regione non si cura minimamente della messa in sicurezza della Romea.

MIRA – «La messa in sicurezza della ’Romea’ è l’ultimo deo pensieri della Regione, che invece continua a sostenere le grandi opere».

Dura presa di posizione del Comitato Opzione zero attraverso le portavoci Rebecca Rovoletto e Lisa Causin ed il presidente Mattia Donadel sulle recenti delibere regionali in tema di viabilità: «In due recenti decisioni della Giunta – afferma Opzione Zero – la Regione continua a investire miliardi senza curarsi di una delle arterie più pericolose d’Italia. A gennaio è stato approvato un indirizzo sugli interventi tra il 2015 e il 2020 sui circa 740 km. di strade statali che attraversano il territorio regionale. La messa in sicurezza della ’Romea’, nonostante i continui incidenti e le richieste di comitati e amministrazioni locali, non compare nemmeno nell’elenco dei semplici miglioramenti. Invece nella lista delle infrastrutture prioritarie compaiono 13 nuove strade, tra bretelle, varianti e tratti di collegamento».

Opzione Zero lo scorso settembre organizò una manifestazione in “Romea” per evidenziare il problema sicurezza ed esprimere la contrarietà alla Mestre-Orte.

«Il 13 febbraio scorso – sottolineano ancora gli esponenti di Opzione Zero – Zaia ha firmato una delibera nella quale la Regione indica al Governo quali sono le opere ritenute ’strategiche’ e ’indifferibili’. Si va dalla Pedemontana alla Valdastico nord, dal Gra di Padova alla Nuova Valsugana e pure la Mestre-Orte. Della ’Romea’ nessuna traccia».

(L.Gia)

 

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Comunicato stampa Opzione Zero 4 marzo 2015

La Romea è una delle strade più pericolose d’Italia, ma per la Regione Veneto a guida leghista, questa non è una priorità; meglio continuare a spendere miliardi di euro per le “grandi opere” distruttive e foriere di malaffare.

Questo è quanto emerge da due recenti delibere della Giunta Regionale.

La prima di queste è la DGR 91 del 27 gennaio 2015: si tratta di un atto di indirizzo attraverso il quale la Regione Veneto propone ad ANAS quali devono essere le priorità di intervento  tra il 2015 e il 2020 sui circa 740km di strade statali che attraversano il territorio regionale.

Peccato che ancora una volta la messa in sicurezza della Romea, nonostante i continui incidenti e le richieste di comitati e amministrazioni locali che da decenni chiedono risposte a questo grave problema, non compaia nemmeno nell’elenco  degli interventi migliorativi della rete statale esistente. E certamente non si può più dire che il problema sia la mancanza di soldi, visto che nella stessa delibera si indicano come prioritari altre 13 nuove infrastrutture stradali, tra bretelle, varianti e tratti di collegamento.

D’altra parte si sa, il sistema dei “grandi appalti” è quello più appetibile per le multinazionali del cemento e dell’asfalto. Alla Giunta Zaia poco importa degli scandali per corruzione e malaffare che hanno coinvolto in pieno la sua stessa amministrazione e il PD veneto, così come molte delle grandi ditte che per anni si sono accaparrate commesse da centinaia di milioni di euro per opere inutili e distruttive.

Arresti o non arresti, e soprattutto prima che scada il mandato,  meglio assicurarsi che i “grandi affari” vadano avanti il più in fretta possibile, come confermato in modo inequivocabile dall’altra delibera di Giunta, la DGR 159 del 13 febbraio 2015, con la quale la Regione indica al Governo quali sono le opere ritenute “strategiche e indifferibili”. Nella lista nera ci finiscono ovviamente tutti i progetti messi a punto dalla cricca veneta del cemento durante la presidenza Galan-Chisso: pedemontana, Valdastico nord, Nogare mare, GRA di Padova, nuova Valsugana, TAV… ; non poteva mancare poi la famigerata Orte-Mestre, l’autostrada da 10 miliardi, spacciata furbescamente come la soluzione dei problemi di sicurezza della Romea e che se tutto va male sarà realizzata non prima del 2030. In compenso la SS 309 è già oggi lasciata in stato di abbandono, e se per chi la usa questo è un rischio poco importa.

Le elezioni regionali sono vicine, e Opzione Zero invita i cittadini a tenere bene a mente le responsabilità politiche di questa situazione.

 

L’INTERVENTO

Massimo Meneghetti – Segretario generale Femca Cisl di Venezia

Da metà degli anni ’90 stiamo lottando per frenare la perdita di aziende e di posti di lavoro e per dare una scossa a una politica che a Venezia e in Veneto ha ritmi elefantiaci. La disoccupazione ha ormai superato il 26% in quest’area e contrariamente a quanto va dicendo il presidente dell’Autorità portuale, Paolo Costa, la manodopera di sicuro non manca. Quelli che mancano sono solo le aziende e gli investimenti, che si sperava potessero arrivare dopo tanto lavoro.

Il riconoscimento di Porto Marghera quale “area di crisi complessa” e l’Accordo di programma sulle bonifiche del 16 aprile del 2012 hanno gettato le basi per avviare il processo di riqualificazione industriale di questo territorio.

Ma tutto questo rischia di subire una brusca frenata dopo che il governatore Zaia ha deciso di sospendere il rogito per la creazione della società mista Comune-Regione per la ricollocazione dei 108 ettari di aree industriali dismesse, ceduti da Eni (Syndial).

Sinceramente non comprendiamo tale scelta e pretendiamo, dopo tanto lavoro fatto insieme alle istituzioni locali, che il governatore del Veneto o chi per esso, ci spieghi tale incomprensibile scelta. Eni ci aveva messo anche 38 milioni di euro per la bonifica di tali aree, che a detta dello stesso governatore Zaia avrebbero attirato circa 200 nuove imprese. Ma così come siamo messi rischiamo che si facciano scappare anche le poche rimaste, altro che nuove imprese come raccontava Zaia.

Abbiamo dato, anche come sindacato, una speranza con gli accordi di riconversione industriale della Raffineria Eni e del Cracking di Eni Versalis, ma vogliamo richiamare la politica al suo dovere: affrontare la prima vera priorità di questo territorio e del Paese, ovvero il lavoro e l’industria. Non possiamo accettare frenate o contenziosi solo perché qualcuno dei “loro amici” ha rubato, vedi vicenda Mose. Non possiamo buttare nel cestino i primi veri pilastri di questo rilancio industriale; se non ci si dà una mossa e se non lo si fa nella massima trasparenza rischiamo di far scappare le poche opportunità che gli attori privati del territorio riescono ancora a produrre autonomamente e depauperemo così anche i 153 milioni di euro stanziati previsti dall’Accordo di programma firmato al Ministero nel gennaio scorso.

Al governatore Zaia chiediamo pertanto di convocare urgentemente il Tavolo del 12 ottobre 2011 dinanzi a tutti i protagonisti locali e nazionali pubblici e privati, compreso i ministeri dell’Ambiente e dello Sviluppo. Il Tavolo deve chiarire i costi delle bonifiche e del trattamento acque; lo snellimento delle autorizzazioni Aia e Via e le semplificazioni amministrative comunali, comprese quelle dei nuovi progetti di Eni, cinsiderato che in Slovenia le procedure durano solo 30 giorni.

Come pure è necessario procedere con il rogito per la cessione delle aree Eni alla società di Comune e Regione per sviluppare nuovi e credibili progetti industriali degli imprenditori davvero interessati, pronti a revocarli qualora questi non venissero portati a compimento. Ma va anche individuata una via di accesso alternativa al passaggio nel bacino di San Marco delle grandi navi per raggiungere la Marittima attuale; un atto congiunto del territorio può aiutare ilministero dell’Ambiente nel compiere la scelta più adatta e con il maggior consenso.

Sicuramente non ci può stare a Porto Marghera una nuova Marittima come vorrebbe qualcuno; questa sarebbe non solo incompatibile per questioni di traffico, ma potrebbe risultare la pietra tombale del sistema produttivo, industriale e turistico di questa straordinaria realtà che è Venezia in tutto il suo insieme.

Ora si pensi davvero a costruire una nuova politica industriale che con lo sviluppo della chimica verde, dell’industria in generale, delle attività portuali, logistiche, energetiche e del riciclaggio di rifiuti, aiuti a trovare un posto di lavoro a coloro che in questi ultimi cinque anni l’hanno perso e mai più trovato. E a questo punto ci viene voglia anche di dire che: speriamo sia finalmente arrivata la volta buona per fare un po’ di pulizia già a partire dalle elezioni comunali e regionali di primavera.

 

Incontro con IL PROCURATORE GENERALE NOTTOLA

VENEZIA – Il senatore grillino Cappelletti incontra il procuratore generale della Corte dei conti Nottola per chiedergli di indagare sulla Pedemontana Veneta.

Lo rende noto lo stesso parlamentare del Movimento 5 stelle: «La SPV è un’opera che si sta realizzando in violazione dei più basilari principi di trasparenza; inizialmente doveva costare 1,829 miliardi di euro, ma a seguito degli aggiornamenti progettuali, il costo è lievitato a 2,258 miliardi di euro. E pare debba crescere ulteriormente».

Cappelletti ricorda la genesi e i promotori politici della grande opera: «Importanti nomi delle istituzioni venete, come Galan, Zaia e Chisso, due dei quali passati recentemente dalle patrie galere – dice il senatore grillino – hanno offerto coperture politiche ad un’opera che mancava delle coperture economiche necessarie. In particolare il presidente Galan ha fortemente voluto, nel 2009, la dichiarazione dello stato di emergenza e la nomina di un commissario per derogare ad importanti norme in materia ambientale e di protezione civile».

Il parlamentare del Movimento 5 stelle si incontrerà, dunque, con il procuratore generale Nottola per chiedere di fare chiarezza sui finanziamenti, sull’aumento dei costi, «sulle numerose ipotesi di irregolarità nell’applicazione del codice dei contratti, e sul trasferimento del rischio d’impresa dal concessionario al concedente – conclude – che evidenzierebbe un consistente sbilanciamento di interessi a favore dei privati».

 

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