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Porto Marghera: dopo l’alt del governatore alla società pubblica che gestirà i terreni ceduti da Eni c’è il rischio che il rogito non si firmi mai e venga avviata una causa per il risarcimento dei danni

MARGHERA – Il commissario Vittorio Zappalorto non rilascia dichiarazioni ufficiali ma sta facendo di tutto per riuscire a ricucire lo strappo con la Giunta regionale di Luca Zaia sul progetto di acquisizione e rilancio economico dei terreni industriali a Porto Marghera, non più utilizzati da anni e da risanare.

Il 30 giugno è la nuova data, prorogata, per la firma del rogito per il trasferimento alla società pubblica (Marghera Eco Industries srl) dei 108 ettari di aree industriali dismesse e di proprietà di Syndial (gruppo Eni). C’è il rischio di vedere svanire tutto se entro giugno il governatore uscente del Veneto non darà il suo via libera (come ha già fatto il Comune) alla nuova società per Porto Marghera – prevista dall’Accordo preliminare sottoscritto l’anno scorso e sancita da due delibere della Giunta regionale da lui stesso firmate – alla quale devono essere conferite le aree e il fondo di 38 milioni per risanarle.

Eni, infatti, potrebbe recedere e promuovere una causa di risarcimento danni a suo favore per la “decadenza non motivata del preliminare” da parte delle istituzioni firmatarie. Il che metterebbe una pietra sopra il primo e promettente tentativo di rimettere in moto lo sviluppo a Porto Marghera, con nuove attività produttive e logistiche capaci di creare nuovi posti di lavoro sulle ceneri di quelli persi negli ultimi anni con la chiusura dei vecchi impianti chimici e siderurgici – in gran parte ancora in piedi, anche se fatiscenti e da demolire – nelle aree dismesse che aspettando ancora la bonifica o messa in sicurezza.

Zappalorto con i suoi poteri speciali ha già deliberato l’adesione del Comune alla neo costituita Marghera Eco Industries srl, con una quota paritaria di 50 mila euro attraverso la controllata Immobiliare veneziana. Stessa cosa avrebbe dovuto fare la Regione, entrando a sua volta nella nuova società attraverso la controllata Veneto Acque spa, creando le condizioni per la rapida nomina di un manager qualificato per poi passare al rogito delle aree. L’impresa non sembra affatto facile, visto che nella stessa Giunta regionale si sono create forti divisione su come gestire l’accordo sottoscritto con Eni e il Comune l’anno scorso, quando a gestire tutta la faccenda erano l’ex assessore regionale Renato Chisso e l’ex sindaco Giorgio Orsoni.

A rimettere in discussione tutto, con la motivazione ufficiale di «verificare la sua effettiva sostenibilità economica e finanziaria» è stato proprio Zaia che non si è fatto problemi a sconfessare il suo assessore Massimo Giorgetti (nominato dallo stesso governatore al posto del dimissionario Renato Chisso, indagato e arrestato per la tangentopoli del Mose) che alla vigilia del Natale scorso aveva dato per certa l’adesione alla nuova società e per imminente la nomina di un manager al comando.

Contro la retromarcia di Zaia che «pregiudica» un’opportunità unica, come quella delle areee cedute gratuitamente da Eni «per risanare e rimettere in moto Porto Marghera e l’occupazione», sono stati i segretari locali e regionali di Cgil, Cisl, Uil. Al governatore Luca Zaia, impegnato nella sua difficile campagna elettorale per la riconferma ad un secondo mandato, per niente scontata, hanno chiesto di chiarire in un apposito tavolo di confronto i dubbi su tutta questa vicenda, altrimenti si dovrà prendere la pesante responsabilità di mandare a monte un’occasione storica per rigenerare Porto Marghera.

Gianni Favarato

 

Mattino di Padova – Ospedale, c’e’ il ballottaggio

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26

feb

2015

La commissione: Allegri o Padova Est, decisivi tempi e costi. Dario: serviranno 10 anni

Ammesse al ballottaggio l’opzione Aeroporto “Allegri” e quella Padova Est-San Lazzaro, con vantaggio di partenza della prima; esclusa invece l’ipotesi Padova Ovest.

Se il sito del nuovo policlinico universitario fosse al centro di una sfida elettorale (metafora neanche troppo lontana dalla realtà) sarebbe questa l’istantanea della gara. Almeno, secondo gli esperti della commissione incaricata dal governatore Luca Zaia di valutare – sul piano esclusivamente tecnico – vizi e virtù delle proposte emerse.

Antonio Canini (Regione), Franco Fabris (Comune), Francesco Polverino (Azienda Ospedaliera), Umberto Trame (Università), Luigi Rizzolo (Provincia): dopo due mesi di lavoro e nove sedute, i fiduciari dei soggetti istituzionali coinvolti hanno stilato all’unanimità una “pagella” che analizza le caratteristiche essenziali delle aree.

Cosa emerge? La superficie dello scalo Allegri presenta “unicità” (è immune cioè dall’attraversamento stradale che divide e tormenta l’attuale polo ospedaliero in via Giustiniani) e conta 52 ettari utilizzabili agevolmente più altri 18 di proprietà del demanio militare, la cui disponibilità si annuncia più complicata; le infrastrutture richiedono un potenziamento mentre non sorgono problemi idraulici.

Tanto basta ad assicurargli una qualche preferenza – almeno al momento – rispetto all’area di San Lazzaro; che è spezzata nella sua continuità da via Einaudi, anche se l’intervento “sanatorio” è stato già programmato e finanziato; e conta 40 ettari (metà pubblici, il resto privati con convenzione d’acquisto già stipulata), il minimo indispensabile per soddisfare gli standard di 400 mq a posto letto a fronte delle mille degenze previste; infrastrutture esistenti ma da completare, problemi ambientali modesti e da approfondire.

Un inciso: prima che la commissione concludesse i suoi lavori, il sindaco Massimo Bitonci ha caldeggiato la soluzione Est in una lettera a Zaia e a Claudio Dario, il direttore generale dell’Azienda che è stata nominata stazione appaltante. Quanto ha influito il suo zampino sul rapporto finale? «Ne abbiamo tenuto conto, ma solo sul piano delle informazioni aggiuntive riguardanti la convenzione con i privati e l’avvenuto finanziamento delle infrastrutture viarie. Poi abbiamo operato in libertà di pensiero», replica il manager, che pure non nasconde il clima di «pressioni e difficoltà» che circonda l’operazione.

E Padova Ovest? Era il sito indicato dall’amministrazione Zanonato-Rossi e accolto da Zaia che però ha dovuto prendere atto (con estrema irritazione) del veto bitonciano; spazia su 50 ettari ma i tecnici l’hanno accantonata a causa degli «elevati problemi idraulici» che richiederebbero ingenti spese per la messa in sicurezza; nonché per i costi aggiuntivi degli eventuali espropri cui si aggiunge l’assenza di adeguati collegamenti.

«In effetti non ci sono precedenti italiani sul versante dei nuovi poli della salute universitari e l’ultimo intervento organico di modifica di questo policlinico risale addirittura agli anni Sessanta», fa notare Canini, l’architetto che ha presieduto la commissione. «Noi dobbiamo tenere conto delle necessità attuali ma anche di quelle future perché il cantiere di un grande ospedale è destinato a cambiare nel tempo. Un esempio? Quando abbiamo realizzato l’Angelo a Mestre, il virus Ebola non era neppure in agenda».

E adesso? «Lavoreremo a un accordo di programma per assegnare i compiti ai soci contraenti», informa Dario «e costituiremo tre gruppi che avranno sei mesi per definire i costi e i tempi delle opzioni in discussione, nonché di indicare gli interventi necessari a mantenere la funzionalità dell’attuale policlinico per l’intero arco dei lavori».

E i quattrini? «Non sarà facile reperirli di questi tempi», allarga le braccia Canini.

Project in vista? «Occorrerà anzitutto contare su un congruo finanziamento pubblico, almeno nell’ordine del 55%, da integrare con altri fondi, in project financing, leasing immobiliare o altri contratti», fa eco Dario.

«In sé non esistono combinazioni positive o negative, ciò che fa la differenza sono le condizioni. L’ideale sarebbe avere il 100% di risorse erogate dal pubblico ma l’ipotesi mi pare remota».

Tempi ipotizzabili per passare dalle parole ai fatti? «Due anni di progettazione e appalti, tre per racimolare i finanziamenti e definire il project, almeno altrettanti per la costruzione. Nella migliore delle ipotesi 8-10 anni», pronostica il manager. Buona fortuna.

Filippo Tosatto

 

ZAIA: MASSIMA TRASPARENZA, MA SINIGAGLIA ATTACCA

Bitonci: «La scelta cadrà su San Lazzaro»

Massimo Bitonci, da sempre oppositore della soluzione Padova Ovest, che attribuisce alla «sciagurata eredità Zanonato-Rossi», accoglie con favore le conclusioni della commissione di esperti: «Ad oggi», fa sapere il sindaco «emergono due ulteriori fattori, uno relativo allo standard dimensionale dell’area su cui si dovrà insediare il nuovo policlinico, l’altro relativo alla scarsità di risorse a disposizione per realizzarlo. L’area dell’aeroporto è di proprietà del demanio, civile e militare, mentre quella di San Lazzaro è per gran parte in disponibilità immediata del Comune, che è disposto a cederla gratis. Quest’ultima osservazione non può che far propendere la scelta per il sito di Padova Est, perché consente un abbondante risparmio di denaro pubblico».

Sul tema è intervenuto anche il governatore Luca Zaia: «Adesso tutto è chiaro e improntato alla massima trasparenza. Ringrazio Claudio Dario e tutti i tecnici che hanno agito presto e bene. Da oggi abbiamo una valutazione precisa, tecnica e perciò molto significativa, rispetto a tutti i progetti e le ipotesi che si sono susseguite nel tempo». «Adesso», ha concluso «non è più possibile sbagliare, perché i padovani e i veneti meritano di avere un policlinico universitario di valenza internazionale, per la cura e la ricerca a favore dei cittadini e della sanità del futuro».

Di tutt’altro tenore le valutazioni del consigliere regionale Claudio Sinigaglia, esperto del Pd: «Nel 2012 i tecnici hanno indicato Padova ovest, adesso la bocciano. Ci sarebbe da ridere se la questione non fosse seria. Sia l’aeroporto che San Lazzaro presentano problemi di traffico insostenibili e dopo cinque anni si ricomincia da zero, l’obiettivo è salvare la faccia a Zaia ma così, purtroppo, il nuovo ospedale non lo vedremo mai».

«I tecnici si sono espressi, ora tocca ai politici passare dalle parole ai fatti senza ulteriori ritardi», chiude Antonio De Poli dell’Udc.

 

Nell’innovativo modello proposto dalla Scuola di medicina, previsti valutazione della performance cabina di regia unica per il sistema sanitario e direttore scientifico da accostare al manager regionale

Integrazione Azienda-Università

Mantoan: «Subito al lavoro»

«Apriamo immediatamente un tavolo di confronto». Con queste parole Domenico Mantoan promuove il modello di medicina e sanità universitaria presentato ieri da Santo Davide Ferrara a nome della Scuola di medicina. Pur senza entrare nel merito delle proposte tecniche – sulle quali è verosimile che non mancheranno confronto e scontro tra ospedalieri e universitari – il segretario regionale della sanità ha accolto con parole di incoraggiamento la proposta di integrazione tra Università e Azienda ospedaliera, un segnale forte di dinamismo in contrapposizione alle sabbie mobili in cui naviga il nuovo policlinico, le cui sorti ieri sono state oggetto di riflessione anche nell’incontro in aula Morgagni.

 

Il nuovo modello

La proposta cui ha lavorato la Scuola di medicina nel corso di 30 riunioni dall’ottobre dello scorso anno, spiega Ferrara, è già stata preannunciata al ministro Lorenzin, e mira a superare il preaccordo del 2006 – ormai vetusto – puntando su una stretta integrazione tra Università, ospedale, territorio e medicina di gruppo con uno sviluppo paritario dei ruoli di ospedalieri e universitari: «Superata la scelta infelice del modello veronese di Azienda ospedaliera integrata» spiega il presidente della Scuola di medicina «proponiamo una sorta di simbiosi tra Azienda ospedale e Università, che dovrà essere valutata non solo per il livello di assistenza, ma per il prodotto complessivo, ovvero investimenti, qualità e profitto. Non possono più esserci equivoci per cui le Aziende vengono giudicate esclusivamente per il lavoro assistenziale e la Scuola medica non ha timore di essere valutata da un organismo esterno».

 

Novità e sfide

Tra le novità proposte nel nuovo modello di integrazione, proprio l’introduzione di un organismo di valutazione esterna che valida la performance complessiva, misura e valuta annualmente i risultati di ciascun dipartimento e unità operativa, dirigenti e dipendenti e garantisce l’assolvimento degli obblighi aziendali nel rispetto della trasparenza. Più spinosa si annuncia, senza dubbio, l’introduzione di un direttore didattico-scientifico in affiancamento al direttore generale, nominato su proposta della Scuola di medicina. In capo a questa figura il coordinamento e la responsabilità dell’attività didattica e di ricerca, la concertazione con il direttore generale sull’assegnazione del budget ai singoli centri di responsabilità e la verifica dei risultati rispetto agli obiettivi.Ancora, previsto un organo di indirizzo incaricato di esprimere parere formale al direttore generale su piani attuativi al piano sociosanitario, investimenti pluriennali e bilanci, e di elaborare, alla fine di ogni anno, un documento da trasmettere a governatore e rettore relazionando su indirizzi e risultati. Infine, contemplata l’introduzione di dipartimenti didattico-scientifico-assistenziali integrati e l’istituzione di una cabina di regia interaziendale di coordinamento tra Azienda ospedale-Università, Ircss-Iov e Usl.

 

Nuovo Iov

In questo scenario «si pone una questione irrinunciabile – sostiene Ferrara – che è la realizzazione di un nuovo Istituto oncologico oltre al policlinico. È questo il messaggio che deve passare» aggiunge il presidente della Scuola di medicina presentando la bozza del protocollo d’intesa, un documento di 8 capi, 41 articoli e 76 pagine «è il momento di fare scelte chiare per superare ripetizioni, antinomie e contrasti che non fanno il bene della sanità. È nell’interesse della Regione attivare un tavolo di concertazione». Le reazioni Non si fa pregare Mantoan: «Nel panorama sanitario nazionale il Veneto è visto come un laboratorio e il ministro Lorenzin si attende da noi elementi di innovazione – sostiene il segretario della sanità veneta – al di là degli aspetti tecnici che avremo modo di definire meglio e in tempi brevi, una delle incompiute a livello nazionale è la governance dell’Azienda ospedaliera universitaria. Qui, invece, avete un ospedale che è un super hub per l’assistenza, formate i professionisti e avete trovato un connubio solido non competitivo con lo Iov. Il coordinamento con le realtà sanitarie del territorio e la valutazione delle performance sono elementi di novità che non esistono in nessun altro modello e questa è una sfida per il Veneto e per l’Italia: se dite ci mettiamo subito al lavoro con una commissione per perfezionare gli ambiti e lanciare la sfida – quindi aggiunge – lasciate perdere i finanziamenti, ci pensiamo noi, l’importante è produrre un prodotto globale di qualità, perché la buona sanità produce buoni bilanci».

Conferma il direttore generale dell’Azienda ospedaliera: «Ridefinire i rapporti con l’Università è uno dei nostri obiettivi – sostiene Claudio Dario pur senza nascondere la preoccupazione per nodi quali responsabilità economica e governance – ed è uno degli ambiti su cui dovremo confrontarci». Chiosa Urbano Brazzale, direttore dell’Usl 16: «Non credo che sarà un percorso facile, ma l’aumento della richiesta assistenziale e la diminuzione delle risorse ci richiedono sforzi sinergici».

Simonetta Zanetti

 

MARGHERA «Eni indice gare d’appalto al massimo ribasso e le aziende chiedono in via preventiva tagli salariali e licenziamenti». A denunciare i «drastici tagli drastici sugli appalti e le manutenzioni» degli impianti chimici e della raffineria di Porto Marghera, cono i metalmeccanici e i chimici della Cgil che chiedono la convocazione di «urgente» di confronto con Confindustria e la stessa Eni affinché siano rivisti i criteri dei bandi, salvaguardando il lavoro e la sicurezza dei cittadini».

Fiom-Cgil e Filctem-Cgil domani, nel primo pomeriggio è prevista una riunione del coordinamento delle imprese per decidere «eventuali iniziative di lotta».

Nella nota i due sindacati che «a breve saranno rinnovati i contratti generici per i lavori di manutenzione degli impianti nella ex Raffineria e degli impianti di Versalis spa, tutte due aziende del gruppo Eni, con la regola del massimo ribasso con il rischio che aziende storiche del territorio siano espulse e i lavoratori degli appalti licenziati».

Dopo la chiusura, negli ultimi dieci anni, di molti impianti produttivi al Petrolchimico, si sono ridotti anche i lavori in appalto. «In questo contesto – scrivono i due sindacati veneziani in una nota – si fanno pressanti le richieste di alcune aziende che per non perdere l’appalto, stando dentro al massimo ribasso, chiedono al sindacato di tagliare il salario dei lavoratori con la cancellazione degli integrativi e sacrificare parte dell’occupazione con i licenziamenti. Si tratta di un ricatto delle committenti e delle imprese di appalto che mette con le spalle al muro i lavoratori e azzera l potere negoziale del sindacato, piuttosto che valorizzare le competenze e la professionalità, garantire elevati standard di sicurezza e di qualità delle manutenzioni chimiche a Marghera».

Per questo Fiom e la Filctem chiedono «un tavolo di confronto con Confindustria e le committenti dell’Eni» e chiamano «alla vigilanza e alla mobilitazione i lavoratori tutti».

 

Anche la Uil e Bettin contestano l’alt alla società a cui Eni deve cedere le aree industriali da rilanciare

«Zaia spieghi i suoi dubbi o pensiamo male»

MARGHERA – Nuova bordata contro il governatore Luca Zaia per l’improvviso alt alla nuova società pubblica – al 50 % con il Comune di Venezia – che dovrebbe diventare proprietaria dei 108 ettari di aree industriali cedute da Syndial (Eni) a titolo gratuito con 38 milioni in aggiunta per completare le bonifiche e poi venderle a imprenditori decisi ad avviare nuove attività produttive.

L’ex assessore comunale all’Ambiente, Gianfranco Bettin dice di temere che «l’alt alla nuova società pubblica che deve risanare le aree industriali abbandonate per sostenere l’avvio di nuove produzioni ambientalmente sostenibili ed innovative, come ha annunciato di voler fare Eni con la chimica verde, sia stato deciso dalla solita cordata politica ed affarista che vuole fare di Porto Marghera un’area dove concentrare traffici e lavorazioni molto discutibili di rifiuti speciali e pericolosi».

«Zaia, a mio avviso – dice Bettin – dovrebbe chiarire i veri motivi del suo alt alla nuova società e al rilancio delle aree industriali. Perché se il governatore in carica ha dei dubbi sugli accordi sottoscritti anche dai suoi funzionari , deve far sapere a tutti quali sono al fine di chiarirli e superarli. Altrimenti, se non convocherà subito un tavolo di chiarimento trasparente, siamo autorizzati a pensare di tutto per spiegare il suo repentino passo indietro che mette in discussione la rigenerazione di Porto Marghera».

E dopo Cgil e Cisl che hanno chiesto un «urgente chiarimento a Zaia», interviene anche Gerardo Colamarco, segretario generale della Uil del Veneto, definendo «intollerabile la decisione di rinviare tutto a dopo le elezioni di maggio».

«Se il marciume emerso nei mesi scorsi con le vicende giudiziarie è adottato come alibi per muoversi con i piedi di piombo – aggiunge Gerardo Colamarco –, va anche detto che non può essere imputato ai singoli protagonisti delle inchieste, ma ad una insufficiente attività di gestione e controllo complessiva. Zaia e l’assessore Giorgetti devono velocemente dare attuazione all’accordo con il Comune: la bonifica delle aree inquinate e il loro rilancio per una nuova, moderna e sostenibile industrializzazione, è fondamentale per l’economia dell’intero Veneto. Altrimenti saremo costretti a chiedere al Governo la nomina di un commissario per Porto Marghera, che intervenga al posto di chi non fa gli interessi della nostra regione».

(g.fav.)

 

DENUNCIA DEL MOVIMENTO 5STELLE

Meno di un anno e l’accordo per la cessione di alcune aree di Porto Marghera sembra carta straccia. La denuncia viene dai rappresentanti veneti del Movimento 5Stelle. «Era l’aprile del 2014 quando il presidente Zaia annunciava “una nuova alba per Porto Marghera” – ricordano gli esponenti di M5S -, presentando l’accordo di cessione di oltre 100 ettari di terreni di proprietà di Syndial (Eni) ad una società mista Comune/Regione, insieme all’allora Sindaco Orsoni, all’allora amministratore delegato di Eni Scaroni e a Clini, lodando il lavoro dell’allora assessore regionale Chisso e del suo dirigente, tutti soggetti finiti poi sotto la lente delle inchieste giudiziarie. Leggiamo ora che Zaia ha intenzione di disattendere quell’accordo».

E proseguono: «Quali sono le motivazioni? Non è consentito saperlo. Forse l’imbarazzo di Zaia rispetto ad una questione gestita da soggetti compromessi come il suo ex assessore Chisso, e che non è adeguatamente presidiata dal suo staff?».

Sta di fatto che quello lanciato lo scorso aprile pare sia destinato, secondo il M5S, ad essere l’ennesimo annuncio su Porto Marghera cui non si è dato seguito. «Gli accordi sono sempre stati funzionali ad una continua campagna elettorale – concludono -. Si deve discutere sulla copertura delle spese, ma è evidente come una gestione programmata di bonifiche e la destinazione delle aree e cessioni sia necessaria. L’amministrazione che guida la nostra Regione non può sottrarsi ai doveri di governance, anche per la tutela dell’ambiente: deve anzi dimostrare di avere la visione, le capacità e le persone giuste per assolvere a tale compito».

(g.gim.)

 

Monta la rivolta per l’alt del governatore alla società pubblica Regione-Comune che deve bonificare e vendere 108 ettari

Marghera ha già perso molte occasioni, come quelle messe in campo e poi ritirate da grandi gruppi chimici nazionali come Mossi & Ghisolfi e Bertolini Group, che volevano investire nelle aree industriali non più usate con produzioni più sostenibili dal punto di vista ambientale. Ben per questo imprenditori e sindacati dei lavoratori si scagliano contro il governatore Zaia per la sua «incomprensibile e sbagliatissima decisione di dare un calcio alla grande opportunità di risanare le aree industriali di Porto Marghera e rimettere in moto lo sviluppo e l’occupazione».

Ma dov’era il governatore Zaia negli ultimi due anni, quando i suoi assessori e tecnici, insieme a quelli del Comune e ai responsabili di Syndial (Eni) mettevano a punto il contratto per la cessione gratuita di 107 ettari di terreni e la concessione di 38 milioni per rimettere a norma le aree e vendere per rilanciare lo sviluppo?

Se lo sono chiesti in tanti dopo la notizia, pubblicata dal nostro giornale, che il governatore del Veneto, Luca Zaia, ha sorprendentemente buttato all’aria gli accordi faticosamente raggiunti e sottoscritti, a cominciare da quello – firmato da Zaia stesso nell’aprile dell’anno scorso ne Capannone del Petrolchimico – che prevede la costituzione di una società pubblica (soci l Comune e Regione al 50%) – alla quale Eni avrebbe conferito, con la firma di un rogito, la proprietà di oltre cento ettari di aree pronte per essere messe in sicurezza e riutilizzate.

«Chi decide di bloccare il percorso di riutilizzo delle aree industriali dismesse di porto Marghera deve assumersi anche la grave responsabilità di bloccare una promettente opportunità di sviluppo produttivo ed occupazionale», dice Lino Gottardello, segretario generale della Cisl veneziana.

«L’impatto dell’inchiesta sulle tangenti del Mose, il commissariamento del Comune di Venezia e la campagna elettorale non giustificano la battuta d’arresto alla costituzione della società pubblica che deve rimettere sul mercato le aree, bonificate, cedute da Eni al preciso scopo di permettere il loro riutilizzo per nuove attività. Faccio appello al presidente della Giunta regionale affinché non interrompa un processo che punta a restituire al territorio aree produttive evitando così, come è successo con le aree acquisite dall’Oleificio Medio Piave, che possono finire in mano alla speculazione. Se ci sono difficoltà, la Regione deve riconvocare subito il tavolo su Porto Marghera e dire quali sono, ma per andare avanti e non per tornare indietro».

Si aggiunge Enrico Piron, segretario generale della Cgil veneziana: «È ora di finirla con il rinvio dei progetti di sviluppo che i lavoratori, vittime della crisi, aspettano da troppo tempo. Gli accordi sottoscritti vanno rispettati, soprattutto da chi, come Zaia, ha un ruolo istituzionale . Non si può giocare sulla pelle dei lavoratori che aspettano nuove occasioni di occupazione. La cessione delle aree da parte di Eni, insieme al nuovo Accordo di Programma per Porto Marghera con i suoi 23 progetti finanziati con oltre 152 milioni di euro sono l’unica strada che abbiamo davanti per uscire da anni di tagli di posti di lavoro e ammortizzatori sociali che adesso stanno finendo».

Non ci sono commenti ufficiali all’alt di Zaia da parte di Confindustria Venezia, ma quel che è certo è che la stragrande maggioranza degli imprenditori non capisce la decisione del governatore Veneto che, di fatto, blocca la possibilità di risanare e rimettere sul mercato aree dismesse a prezzi calmierati e perfettamente infrastrutturate.

Tutti si ricordano le uscite trionfalistiche dello stesso Zaia, il giorno della sottoscrizione del contratto preliminare con Syndial-Eni, che parlava di decine di imprenditori e miliardi di euro in attesa di essere investiti a Porto Marghera.

Nemmeno Eni ha voluto commentare in alcun modo l’alt di Zaia alla nuova società che dovrebbe firmare il rogito e acquisire la proprietà delle aree. La sorpresa deve essere stata grande soprattutto da parte dei dirigenti che – su incarico dell’allora amministratore delegato Paolo Scaroni – hanno lavorato a lungo insieme ai dirigenti del Comune di Venezia e della Regione per mettere a punto il preliminare di vendita firmato l’11 aprile dell’anno scorso che ora rischia di diventare carta straccia. Se ciò accadesse, le aree in cessione resterebbero in capo ad Eni che ne ha già tante altre nello stesso stato in varie parti dell’Italia. Del resto Eni ha costituito Syndial – sulle ceneri di Enichem – al preciso scopo di di restituire al territorio le aree risanate che non utilizza più da anni.

Gianni Favarato Porto

 

Oltre due anni di lavoro buttati al vento. A rischio il rilancio di Porto Marghera

CI sono voluti più di due anni di commissioni di lavoro e di tavoli tecnici e politici – con rappresentanti ed esperti di Comune, Regione e Syndial (Eni) – per definire e firmare il contratto preliminare che, unico nel suo genere in Italia, prevede la cessione gratuita di aree industriali dismesse a Porto Marghera, con l’aggiunta di 38 milioni di euro per bonificarle o metterle in sicurezza prima di venderle nel mercato europeo a imprenditori interessati a riutilizzarle.

Il contratto preliminare è stato sottoscritto l’11 aprile dell’anno scorso, dopo oltre un anno di confronti e approfondimenti, con la prospettiva di firmare il rogito pochi mesi dopo. Il preliminare di compravendita prevede la cessione di un’estensione totale di 1.073.358 metri quadrati di aree, suddivise nei macrolotti A e B; dei quali 50 hanno i progetti di bonifica autorizzati da realizzare con i soldi messi a disposizione da Eni e 60 sono già stati messi in sicurezza permanente. Syndial (la società dell’Eni proprietaria delle aree in questione) ha riconosciuto a favore degli acquirenti (Comune e Regione attraverso la nuova società pubblica Marghera Eco Industries) 38 milioni di euro da corrispondere all’atto del trasferimento delle aree con il rogito. Inoltre Syndial si è impegnata a portare a termine «interventi di bonifica o messa in sicurezza già approvati da ministeri e a cedere alcuni impianti mobili da impiegare nella bonifica dei suoli e a realizzare a propria cura e spesa la demolizione di alcuni fabbricati, impianti e sottoservizi non più utilizzabili».

 

Mirano. Il sindaco furioso pretende tempi certi per i fondi necessari alle opere di compensazione

MIRANO – Ultimatum del Comune alla Regione: «Convochi entro il 28 febbraio il collegio di vigilanza e dia una scadenza allo stanziamento dei fondi che spettano a Mirano per il Passante».

Tempo scaduto: il sindaco Pavanello batte i pugni e scrive al governatore Zaia sull’ormai annosa questione degli accordi di programma per i 19 milioni di euro per le opere di compensazione. Finora il collegio di vigilanza, l’organo composto da tutti i soggetti firmatari degli accordi e presieduto dallo stesso Zaia in qualità di garante, è stato convocato una sola volta, e peraltro dopo molta insistenza, il 6 agosto. In quell’occasione, più che altro di insediamento, si era convenuto di aggiornarsi entro ottobre per passare agli aspetti tecnici. È febbraio e ancora non c’è alcuna convocazione. A Mirano il dubbio di sentirsi presi in giro ancora una volta è forte.

«Il Comune, i cittadini, il territorio, le strade non possono più aspettare», tuona Pavanello, «In aggiunta al danno dell’enorme ritardo per il risarcimento fissato dagli accordi, la città deve anche patire la beffa delle modalità con cui il principale ente che deve provvedere a sbloccare la situazione, ossia la Regione, affronta l’iter di risoluzione del problema. Il ritardo e il silenzio rispetto alla seconda convocazione del collegio di vigilanza ripetono quanto avvenuto con la prima».

Tempi troppo lunghi per il Comune, dove le opere pubbliche sono al palo proprio in attesa dei fondi: eppure la lista di interventi possibili, anche solo con una prima tranche dei 19 milioni, sarebbe lunga. In città i comitati sono tornati a incalzare, stanchi di attende rotonde, ciclabili e strade sicure promesse da anni e che non si intravedono all’orizzonte.

«Chiediamo che venga convocata con urgenza una nuova riunione del collegio», conclude Pavanello, «e perentoriamente decisa una data per la conclusione dei lavori di tale organo e, quindi, anche per la definitiva risoluzione del problema». Dalla Regione per ora solo indiscrezioni: alcune parlano di uno stanziamento, nel prossimo bilancio di 17 milioni per opere stradali e di mitigazione, ma da distribuire per tutto il Veneto. Mirano chiede di sapere se per il proprio territorio siano previste almeno le briciole: i 19 milioni appaiono ormai un autentico miraggio, il Comune punta a ottenere subito almeno una prima tranche, dai 3 ai 5 milioni, per poi discutere il resto della somma in un secondo momento.

Filippo De Gaspari

 

MIRANO – Appello del sindaco per i fondi di compensazione del passante

MIRANO – «Tempi inaccettabilmente lunghi per ottenere i 19 milioni che aspettiamo dal 2010. Ad agosto ci è stato assicurato che almeno una prima tranche era in procinto di essere finalmente erogata: quei fondi vengano inseriti nel bilancio regionale 2015».

Maria Rosa Pavanello non molla, il sindaco di Mirano torna alla carica per ottenere le risorse pattuite nell’accordo legato al Passante di Mestre. Quei 19 milioni servirebbero al Comune per mettere in sicurezza diverse strade, ma finora non è arrivato nemmeno un centesimo. Quando i comitati protestano chiedendo al Comune di sistemare i marciapiedi, di fare una rotonda o di prevedere una pista ciclabile, la risposta è sempre la stessa: «Attendiamo i soldi dalla Regione».

Negli ultimi quattro anni decine di lettere e incontri non sono bastati, il sindaco ha incaricato pure il legale mestrino Alfiero Farinea di seguire la vicenda ma il Comune per ora non ha ottenuto alcun risultato. Lo scorso 6 agosto è stato indetto un collegio di vigilanza, ma da lì in poi nessun passo è stato fatto.

«Non abbiamo più ricevuto alcuna convocazione ma i miranesi non possono più aspettare – scrive il sindaco in una lettera diretta al Governatore Luca Zaia -. Chiedo che venga convocata con urgenza una nuova riunione e che il problema venga definitivamente risolto entro il 28 febbraio. In questi giorni trapela che nel bilancio di previsione regionale 2015 sia previsto uno stanziamento di 17 milioni totali per opere stradali e di mitigazione per tutta la Regione Veneto. Pertanto – si legge nella lettera inviata anche a Cav, Anas e Palazzo Chigi – chiedo di sapere se in questa cifra è compresa almeno la prima tranche di quei 19 milioni che il Comune di Mirano attende dal 2010».

Il Comune invoca almeno cinque milioni. Sarebbero utilizzati per interventi di miglioramento della viabilità nell’area del casello di Vetrego; si parla anche della rotatoria tra via Dante e via Villafranca mentre le frazioni (soprattutto Scaltenigo e Campocroce) spingono chiedendo piste ciclabili.

 

MEOLO «Il Pd di Meolo ritiene che la magistratura debba sì fare luce sul rispetto delle procedure, ma deve soprattutto chiarire le motivazioni di alcune decisioni politico-amministrative a livello regionale e nazionale e individuare chi e perché le ha determinate».

Il circolo democratico meolese rivolge una sorta di appello alla magistratura e ribadisce la richiesta di annullamento del bando per la via del Mare e l’avvio di una «pianificazione concertata della mobilità verso i litorali».

Già nell’assemblea di novembre il Pd meolese aveva auspicato l’intervento della magistratura e dell’Autorità anticorruzione. La richiesta è di verificare, tra gli altri punti, con quali motivazioni la Regione abbia potuto nel 2009 dichiarare di pubblico interesse l’opera, se sia «costituzionalmente corretto l’esproprio di fatto di un’infrastruttura pubblica esistente per affidarla a privati», chi e con quali motivazioni abbia chiesto l’inserimento del project-financing della via del Mare nelle opere da realizzare con le procedure della Legge Obbiettivo, destinata alle opere d’importanza nazionale.

«Il Pd di Meolo si è sempre battuto contro un progetto inutile e dannoso, ma mai contro la necessità di realizzare un moderno sistema della mobilità verso i litorali», commenta Gianfranco Gobbo, «per questo cogliamo con favore le proposte che arrivano da più parti sulla necessità di trovare forme diverse di finanziamento e di revisione del progetto. Zaia non solo deve sospendere il bando in attesa dei risultati delle indagini, ma lo deve annullare. Bisogna chiudere con le decisioni calate dall’alto: si deve avviare una nuova fase di pianificazione concertata sulla mobilità verso i litorali che riguardi l’intero Veneto Orientale, coinvolgendo tutti i portatori d’interesse».

Giovanni Monforte

 

«Ora serve il 37% di opere in più. La situazione peggiora»

VENEZIA – Il Veneto è la regione a più alto rischio idraulico. Emerge dal dossier «Italia sicura », presentato dai Consorzi di bonifica giovedì alla Presidenza del Consiglio, nell’ambito dell’incontro organizzato dall’Associazione bonifiche e irrigazioni per presentare il Piano nazionale sulla riduzione del rischio idrogeologico.

Secondo i dati presentati dall’Unione veneta bonifiche (Uvb), negli ultimi cinque anni è aumentata del 37,5% la necessità di investimenti per rendere sicura la nostra regione.

I motivi sono tre: «una pervicace scelleratezza urbanistica che ha consentito di costruire ovunque, perfino nell’alveo dei fiumi, con cementificazioni irresponsabili e causa certa di inondazioni, frane, smottamenti ed erosioni», ma anche di aver reso il suolo ormai impermeabile, cioè non più in grado di assorbire acqua; lo spopolamento della montagna, l’eccessivo consumo del suolo e l’invasiva presenza dell’uomo sulle coste; la variabilità climatica, con piogge intense e concentrate nello spazio e nel tempo.

Ovvero: oggi in 24/48 ore cade lo stesso quantitativo d’acqua un tempo dilazionato in una settimana. Ecco perché ora per evitare nuove alluvioni e frane c’è bisogno di un 37% di interventi in più.

«Nel 2015 i progetti proposti per un Veneto idraulicamente sicuro sono 685, traducibili in un investimento di 1,7 miliardi di euro — spiega Giuseppe Romano, presidente di Uvb — . Parliamo in prevalenza di misure che non rientrano nelle azioni ordinarie sostenute dai privati: si tratta di manutenzioni straordinarie delle opere di bonifica, di sistemazione e regolazione idrauliche, di ripristino di fenomeni di dissesto idrogeologico. In una situazione complicata, che ci mette di fronte ad alluvioni e allagamenti sempre più frequenti, i Consorzi di bonifica hanno già inserito nel programma di #italiasicura una lista di 105 progetti direttamente cantierabili, per un importo di 217 milioni di euro. Progetti che riguardano la laminazione delle piene dei vari corsi d’acqua, il potenziamento degli impianti idrovori e delle opere idrauliche ».

Tra le 105 opere cantierabili emerge lo scolmatore di piena Limenella Fossetta, che garantirà entro il 2017 la difesa idraulica di Padova Nord, essendo in grado di sottrarre, in piena, una portata di circa 10 metri cubi al secondo d’acqua.

Comporta un investimento di 18,5 milioni, suddiviso tra Regione, Comune di Padova, Consorzio di bonifica Bacchiglione e Stato e «salverà» in particolare i quartieri Arcella e Montà. Poi ci sono le opere di laminazione delle piene del fiume Agno- Guà, attraverso l’adeguamento dei bacini demaniali di Trissino e Tezze di Arzignano. Parliamo di un’opera con una capacità di invaso pari a 3,5 milioni di metri cubi, che sorgerà nell’area demaniale di 80 ettari delle rotte del Guà a fine 2016 e prevede 15 milioni di euro di costo, sostenuto da Regione e Consorzio Alta Pianura Veneta.

Per Castelfranco invece il Consorzio di bonifica Piave sarà gestore della cassa di espansione sul torrente Muson, nei Comuni di Riese Pio X e Fonte, che sarà completata entro due anni e avrà una capacità di invaso di un milione di metri cubi d’acqua. Spesa: 8,6 milioni a carico della Regione. Il Consorzio sta inoltre realizzando due casse di espansione da 50 mila metri cubi di capacità ciascuna sul Rio Dosson, per salvaguardare l’area a sud di Treviso (Preganziol, Quinto di Treviso). Il preventivo è di 2,2 milioni di euro. Sono infine in corso i lavori di costruzione della cassa d’espansione di Sernaglia della Battaglia (60 mila metri cubi d’acqua) lungo il torrente Patean, con una spesa di un milione di euro.

«Gli altri interventi sono il potenziamento di impianti idrovori e degli argini, la risagomatura e la ricalibratura di canali e corsi d’acqua principali, per aumentarne la capacità di invaso — aggiunge Andrea Crestani, direttore della Uvb —. Noi abbiamo chiesto al governo i 217 milioni per le 105 opere cantierabili, speriamo di avere il piano finanziario per quest’anno, in modo da poter iniziare la progettazione nel 2016».

 

Gazzettino – Asl, conti in rosso per 162 milioni

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3

feb

2015

SANITA’ – Migliorano i risultati di esercizio, recuperati in un anno 31 milioni, ma il buco resta profondo

Risalgono le veneziane, Padova e Verona. Bene Feltre, Belluno peggiora

C’è chi ha sbaragliato chi invece è rimasta al palo, o ancor peggio è scivolata ancor di più nel profondo rosso. Le performance economiche delle Asl non sono tutte uguali, almeno per quanto riguarda i numeri. Complessivamente, rispetto al 2012 nel 2013 il bilancio di esercizio complessivo delle Asl ha mostrato un minor negativo di circa 30 milioni di euro, anche se il totale rimane una cifra importante; 162 milioni e 331mila euro.

Ma è nel dettaglio che emergono differenze davvero macroscopiche. L’Asl di Belluno, ad esempio ha visto aumentare il disavanzo da poco più di 4 milioni di euro a meno 9 e 100mila euro; anche l’Asl del Veneto Orientale da quasi 7 milioni è scivolata ad un meno 17 milioni; dieci milioni di aumento di buco anche per l’Asl padovana. Ci sono poi quelle che invece hanno rovesciato situazioni difficili. Vola Feltre, migliora sensibilmente Bassano, ottima crescita per l’Asl dell’Ovest Vicentino, riesce ad accorciare sensibilmente un buco storico l’Asl Veneziana, guadagna 4 milioni quella di Dolo-Mirano, dimezzano il deficit Chioggia e Rovigo e va in attivo di 1 milione e mezzo Adria. Diminuisce lo scoperto anche per le Aziende sanitarie di Padova e Verona. Sempre in attivo lo Iov.

«Anche nel 2013 le Asl hanno faticato a raggiungere il pareggio di bilancio. Solo grazie alla Gestione sanitaria accentrata si sono potute ripianare le perdite», commenta il vice presidente della V. Commissione Claudio Sinigaglia che sta analizzando i dati. Il consigliere del Pd ritiene che sono attraverso un potenziamento il territorio per dare risposta alla cronicità che assorbe ormai gran parte del fondo sanitario si possa uscire da un trend passivo che per alcune Asl è ormai consolidato. «Dove sono i posti letto degli ospedali di comunità? E le medicine di gruppo integrate? E le Urt (Unità riabilitative territoriali)? – chiede Sinigaglia nell’ipotizzare una ricetta anti buco – La loro attivazione potrebbe migliorare l’offerta sanitaria e invertire in alcune realtà la rotta».

Una differenza di bilanci che è sicuramente legata all’offerta, ma che ha anche molte altre chiavi di lettura. Gli ospedali in project (come Venezia o l’Alto Vicentino ad esempio) finiscono con il pesare maggiormente sui bilanci. Per gli ospedali di prossimità molto incide anche la fuga in altre regioni. É il caso del Veneto Orientale, tra le Asl che in rapporto stanno perdendo maggiormente e che lamenta da tempo una migrazione di pazienti verso il Friuli Venezia Giulia.

La Regione Veneto, se pur ancora sulla carta, proprio per evitare queste diverse velocità all’interno dello stesso sistema sanitario, sta andando verso un “bilancio unico” affidato ad una “Azienda 0″ che superi le Asl. Per il momento i buchi delle Aziende vengono ripianati grazie alla gestione accentrata che anche quest’anno è riuscita a portare i conti in ordine ed evitare il commissariamento.

Daniela Boresi

 

Ulss, conti in profondo rosso

Resi noti i bilanci: solo Mirano virtuosa, male San Donà, migliora Venezia

Ulss in deficit, ma in miglioramento. Succede a Venezia e Chioggia. Nel Veneto orientale, invece, i conti peggiorano. Mirano è l’unica azienda con un bilancio positivo, che migliora. Sono i dati dei bilanci consuntivi 2013 appena approvati dalla Regione.

SANITÀ – Ecco i bilanci consuntivi delle aziende sanitarie della provincia diffusi dalla Regione

Ulss, profondo rosso a San Donà

Venezia resta in deficit ma migliora, Mirano virtuosa, male il Veneto orientale

Incomincia a scendere il deficit dell’Ulss veneziana, che resta comunque il più consistente di tutte le aziende venete. Si dimezza quello di Chioggia. Mentre Mirano, unica a non perdere, aumenta addirittura il saldo positivo. C’è poi chi peggiora: il Veneto orientale, con un deficit più che raddoppiato nel giro di un anno. Eccoli i bilanci consuntivi 2013 delle aziende sanitarie del Veneziano approvati in Regione a fine anno e diffusi ieri dal vicepresidente Pd della commissione sanità, Claudio Sinigaglia, insieme a quelli di tutte le Ulss del Veneto. Un quadro generale ancora in profondo rosso – 162 milioni e 330mila euro di buco a livello regionale, contro i 193 milioni e 131mila del 2012 – su cui si scatena già la polemica politica.

I dati del Veneziano mostrano una situazione molto varia. L’Ulss 12, storicamente la grande malata, con il suo enorme buco, dà segnali di ripresa. Il deficit passa da 55 a 47 milioni, comunque il più importante di tutte le aziende del Veneto, basti pensare che Padova e Verona – le altre a perdere di più, se pur in miglioramento – si attestano sui 25 milioni. Tra i dati diffusi ieri anche il debito verso i fornitori. E anche su questa voce l’Ulss veneziana migliora, e di molto: da 290 a 201 milioni. Altra Ulss in deficit, ma in netto miglioramento, quella di Chioggia. I numeri qui sono più contenuti, con un deficit che passa da 14 milioni a poco meno di 8. Fornitori pagati più velocemente anche qui, con un debito che passa da 73 a 39 milioni. Poi c’è il caso Mirano, l’unica Ulss del veneziano ad avere i conti in positivo già dal 2012: più 3 milioni. Un trend ulteriormente migliorato nel 2013 quando gli utili hanno superato i 7 milioni, mentre il debito con i fornitori si è attestato sui 77 milioni, contro i 101 dell’anno precedente. Unica azienda della provincia in controtendenza, invece, quella del Veneto orientale. Il buco di 6 milioni del 2012 l’anno successivo superava i 16. Un aumento legato ai conteggi per l’accreditamento di due strutture private, ma anche al fenomeno della fuga verso le strutture ospedaliere del Friuli.

Fin qui i numeri. E qualche primo commento ai dati veneziani arriva dal consigliere regionale Pd, Bruno Pigozzo. «Sul saldo ancora negativo dell’Ulss 12, sarebbe interessante sapere quanto pesa il costo del project per l’Angelo. Si tratta di un’anomalia bella e buona. E se vogliamo imboccare la strada dei costi standard, bisogna che tutti corrano con le stesse regole. Positivo il bilancio di Mirano, ma attenzione a tirare troppo la cinghia. Questo sistema non è sostenibile sul medio lungo periodo, vanno riconosciuti finanziamenti per gli investimenti». Quando al Veneto orientale «paga la mancanza si chiarezza sul futuro».

 

I direttori generali: «Abbiamo seguito le indicazioni della Regione»

«É un risultato meno negativo di quel che sembra. Tutto calcolato. Il 2012 era stato un anno eccezionale e la perdita del 2013 era programmata con la Regione». Il direttore generale dell’Ulss 10 Veneto orientale, Carlo Bramezza, non si scompone troppo di fronte al deficit record del 2013. «Abbiamo scontato l’accreditamento di due strutture private, con cui prima avevamo degli sconti, nonché l’anticipo dei fuoriregione, che ci verranno restituiti solo tra un altro anno. Fatti più contabili che altro. Poi paghiamo il fatto di avere ancora tre ospedali, la riorganizzazione è in corso, ma per vederne i benefici ci vorrà del tempo».

Tutti in miglioramento, si è detto, gli altri bilanci delle Ulss della provincia. E i direttori generali si dicono soddisfatti, a cominciare da Giuseppe Dal Ben, che guida sia l’Ulss 12 veneziana, che quella 14 di Chioggia. La prima resta la più indebitata della Regione, ma riduce il deficit. «Abbiamo ricevuto delle indicazioni rispetto all’esposizione. E siamo in linea con i piani di rientro indicati dalla Regione». I maggiori risparmi sono arrivati dalla «riduzione del costo dei servizi», quindi dal «risparmio sull’acquisto dei beni», infine da un «piccola limatura al costo del personale». Quanto al dimezzamento del deficit di Chioggia, per il dg è un «grande risultato, che verrà confermato nel 2014. Frutto della collaborazione tra Ulss e Regione anche sul fronte del pagamento dei fornitori». Infine l’Ulss 13 di Mirano, l’unica con il bilancio in attivo. «I conti dimostrano che la nostra è un’azienda virtuosa – commenta il dg Gino Gumirato – senza perdite di esercizio abbiamo prodotto utili nel 2012, nel 2013 e anche nel 2014. Nessun fornitore è stato pagato dopo i 90 giorni».

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