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URBANISTICA

Fa piacere che il Presidente Zaia riconosca oggi la necessità di porre limiti alle nuove costruzioni per puntare alla riqualificazione e al recupero dell’esistente, già sovrabbondante rispetto alla domanda abitativa e alle stesse proiezioni di crescita demografica per i prossimi anni. È auspicabile che questa sensibilità non riguardi il solo segmento residenziale ma l’intero comparto edilizio, capannoni e strutture commerciali comprese. Come Cgil avevamo proposto il tema della valorizzazione e del recupero territoriale come elemento qualificante del Patto per lo Sviluppo del Veneto, poi varato senza nessun solido impegno sul versante ambientale e senza la nostra firma. Eravamo allora convinti (e lo siamo ancor più oggi) che l’investimento nel risanamento delle aree urbane e del territorio, nello sviluppo delle energie rinnovabili, nella green economy e nel sistema pubblico dei trasporti fosse un punto chiave non solo per il rilancio dell’edilizia, ma per l’intera economia veneta (agricoltura e turismo in testa) e per la crescita occupazionale. Il terremoto del maggio scorso che ci ha così profondamente colpiti ha evidenziato la particolare pericolosità degli eventi sismici nella pianura padana a causa della consistenza del suolo la cui “cedevolezza” è messa ulteriormente a dura prova dal peso delle costruzioni, soprattutto nell’area orientale. Le alluvioni dell’anno prima avevano del resto già evidenziato la grande fragilità del territorio veneto, stressato dall’eccessiva cementificazione che ogni anno comporta un consumo di suolo superiore ai 1.000 ettari e che viene ulteriormente alimentata dalla forte diffusione degli insediamenti nelle campagne. Per avere un’idea di cosa significhi, basti pensare che mentre nelle città la quantità di superficie urbanizzata per ogni abitante è di 219 metri quadri, nel centro veneto occorrono 546 metri quadri per abitante che diventano 612 nelle aree di transizione verso le zone più marginali. A conti fatti, per il solo effetto della dispersione si è avuta una maggiore edificazione di 874 chilometri quadrati, pari al 13% della superficie agricola coltivabile, che non si sarebbe verificata se gli stessi insediamenti si fossero concentrati nelle aree già urbanizzate. E mentre la regione è disseminata di micro zone industriali (per una media di 10 aree produttive per comune), i capannoni edificati ogni anno sono passati dai 10 milioni di metri cubi degli anni ‘80 ai 25 milioni di metri cubi degli anni 2000 con l’impennata (nel 2002) dei 38 milioni di metri cubi di capannoni costruiti sulla spinta della Tremonti bis e rimasti in gran parte vuoti. Un andamento analogo vi è stato per le abitazioni, il cui numero nei primi 10 anni del 2000 ha visto ogni tre anni crescere il volume edificato di una quota pari al 15% di tutto il patrimonio abitativo esistente. È evidente che questo trend va fermato assumendo l’obiettivo “zero consumo di territorio” e adottando politiche di selezione e di riorganizzazione territoriale. L’ inversione di tendenza deve però partire da subito, con la necessaria coerenza e senza le ambiguità che abbiamo registrato a proposito delle autorizzazioni di alcuni grandi insediamenti, come nel caso di Veneto City o dell’Ikea. Misureremo le reali intenzioni della Giunta regionale in sede di verifica delle politiche per la crescita e lo sviluppo che dovremo avviare già nelle prossime settimane, atteso che il cosiddetto Patto per lo Sviluppo non ha prodotto risultati e va completamente rivisitato. Emilio Viafora – Segretario Cgil del Veneto

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