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La Difesa del Popolo – Citta’ diffusa, un’invasione

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

1

set

2012
PAESAGGIO VENETO

In un’intervista, dal sapore un po’ balneare (il mattino di Padova, 19 agosto) il governatore del Veneto, Luca Zaia, si è lasciato andare a un’affermazione provocatoria.

«Nel Veneto – ha detto il leader regionale – si è costruito troppo, non possiamo continuare così. È necessario fermarsi. Questo vale per i capannoni industriali, ma a maggior ragione per le abitazioni. È assurdo continuare ad approvare nuove lottizzazioni urbanistiche, quando esistono già abbastanza case per tutti. Piuttosto, diamo valore al recupero dei volumi esistenti».

Insomma: una svolta ambientalista nella politica regionale? Immancabili le reazioni, soprattutto di chi rimprovera al governo veneto di voler fermare un processo di “abuso” del territorio in corso da decenni, ma contemporaneamente di dare il via libera a interventi altamente invasivi come Veneto City, la Città della moda e il quadrante di Tessera, la recente “torre di Cardin” a Marghera, la lottizzazione del Barcon a Vedelago, l’autodromo di Verona, i vari centri commerciali. O ancora di voler regolamentare un settore, come le costruzioni, in crisi da anni, ma di non aver fatto nulla per controllarlo quando navigava in acque migliori.   
Si aprirà veramente una nuova stagione nella gestione del territorio veneto? È giunto il tempo di scrivere un inedito capitolo di una storia? Che comunque vale la pena di tratteggiare; a futura memoria.
Perfino gli storici se ne sono accorti. «Il miscuglio tra città e campagna ha di fatto prodotto una terza realtà – una cittagna? – infestata di crudeli bruttezze. Due tipologie abitative, in particolare, colpiscono il viaggiatore, due versioni – una ricca e una plebea – di una medesima strategia architettonica. La prima è la “casa con le mutande”: di norma villette unifamiliari apparentemente a un piano ma con un riporto di terra che pudicamente ne nasconde l’intimità: lavanderia, garage e l’immancabile peccaminosa “taverna”… La seconda è un micro-condominio squisitamente urbano catapultato in mezzo a qualche lacerto di campi di mais….» (Ventura-Fumian, Storia del Veneto). E poi i capannoni, i laboratori “ricavati” magari dietro alle vecchie case di campagna; la fabbrica sparpagliata.
In effetti, l’area compresa tra Treviso, Venezia, Padova e Vicenza, un territorio con una popolazione di circa 2 milioni di abitanti, rappresenta, in una sua porzione più ristretta, il sistema della «città diffusa»; una realtà fortemente antropizzata, nel corso degli ultimi quarant’anni interessata da un processo di rapida industrializzazione e di crescente urbanizzazione, che ne ha mutato gli aspetti morfologici e ha inciso sulla struttura sociale ed economica.
Dal 1970 al 2007, questa porzione di Veneto ha registrato un incremento medio della superficie urbanizzata di oltre il 100 per cento; si è passati infatti da una superficie di 33.387 metri quadrati nel 1970 a una di 78.197 nel 2007; alcuni comuni sono cresciuti del 60-70 per cento, altri del 200-300 e anche oltre; spicca a questo proposito, l’incremento del 376 per cento di Marcon (Venezia), che passa dai 113,15 ettari di costruito nel 1970 ai 538,71 nel 2007, oppure il dato di Campagna Lupia che cresce del 213 per cento. (dagli 89,56 ettari di edificato nel 1970 ai 280,50 nel 2007) o ancora il dato di Trevignano (Treviso), comune del distretto dell’abbigliamento sportivo di Montebelluna, che ha registrato un incremento del 374 per cento (124,65 ettari nel 1970, 591,27 nel 2007).
Normalmente, in altri contesti, tale aggressiva urbanizzazione è stata accompagnata da un boom demografico; invece (e questa è un’anomalia tutta veneta) i dati relativi alla popolazione mostrano come la crescita media della popolazione sull’area interessata si sia attestata intorno al 10 per cento, con grosse flessioni nei centri urbani principali che registrano – nel medesimo arco temporale – decrementi rispettivamente del 34 per cento Venezia, 13 Padova, 9 Vicenza e 13 Treviso.Dove sta allora il motore che ha spinto a tale sfrenata urbanizzazione?
«Lo sviluppo della piccola e media impresa – spiega Laura Fregolent, docente all’università Iuav di Venezia e una delle massime studiose del tema della “città diffusa” – ha avuto un ruolo e un peso determinante nell’evoluzione del sistema produttivo di questa zona, ancorata storicamente a un modello agricolo forte, e ha condizionato profondamente lo sviluppo assunto dal modello territoriale. La piccola e media impresa si è insediata, infatti, in maniera indifferenziata, laddove i costi dei terreni erano più contenuti, approfittando dell’accessibilità garantita di una forza lavoro disponibile a costi inferiori e poco conflittuale. Quella che si è progressivamente consolidata è una relazione molto stretta tra sistema di produzione e territorio».
Insomma, una coincidenza di interessi, che di fatto ha lasciato via libera a una gestione senza regole degli spazi. E la politica? E il ruolo programmatorio della regione?
«Questo sistema – continua Laura Fregolent – ha trovato nelle politiche locali degli anni Settanta e Ottanta un sostegno pieno e incondizionato. La regione ha accolto e fatto proprie le domande imposte da comuni e operatori economici, promuovendo scelte che favorivano il rafforzamento della dotazione di servizi e infrastrutture nei diversi poli urbani che così si arricchivano di funzioni e di ruolo, acquisendo qualità e caratteri di “urbanità” insoliti per aree che sembravano conservare ancora una natura spiccatamente rurale. Le amministrazioni comunali, poi, come esito di una cultura urbanistica espansiva, hanno previsto nei loro piani generosi ampliamenti, individuando aree produttive attrezzate e lottizzazioni residenziali, sulla spinta di un mercato immobiliare che promuoveva un’immagine abitativa rurale e semi-rurale e l’opportunità per le famiglie di acquistare una casa in proprietà, a costi contenuti. Senza contare il fatto che, con il passare del tempo e la ristrettezza delle risorse, la “vendita” del territorio ha rappresentato per le amministrazioni locali una decisiva fonte di reddito».
Ora una nuova stagione si sta delineando sul territorio regionale: un tempo che pare caratterizzato più che dal diffondersi di edilizia abitativa o industriale (legata alla piccola impresa) da grandi interventi con alti indici di cubatura e ampie superfici destinate a funzioni soprattutto commerciali, per non parlare del numero di consistenti infrastrutture. Alcuni progetti strategici della regione si snodano lungo l’asse Padova-Venezia, il cosiddetto “bilanciere”, sul quale si condensano proposte territorialmente “pesanti” quali la Città della moda (Riviera del Brenta), Veneto City (Dolo e Arino), il Quadrante di Tessera. Su queste ipotesi (alcune già diventate scelte) si misurerà veramente la volontà politica (ma non solo) del Veneto e dei suoi governanti di uscire dalla logica di utilizzo “intensivo” del territorio. Al di là delle dichiarazioni e della buone intenzioni di mezza estate.
Toni Grossi

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