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CRISI – NO ALLE APERTURE FESTIVE

Parte da Treviso la protesta regionale contro il lavoro nei giorni di festa Commercianti e sindacati insieme: «I cittadini non sono solo dei consumatori»

TREVISO «Non toglieteci la domenica». Parte dalle donne la protesta contro le aperture domenicali di botteghe, negozi e supermercati. A scendere in campo pubblicamente contro le aperture selvagge previste dal decreto Salva Italia del governo Monti adesso è la Confcommercio. Leader dell’iniziativa, che si propone di creare un grande movimento di opinione per far cambiare idea ai politici, è Valentina Cremona, la presidente regionale di Terziario Donna, la categoria che riunisce le imprese femminili di Confcommercio, la più consistente associazione di categoria del Veneto. Cremona è anche presidente del gruppo trevigiano ed è in questa veste che, presentando un convegno sul tema dell’imprenditoria femminile nel terziario (lunedì mattina a Treviso), lancia la campagna, facendo l’occhiolino alla campagna Benetton sul «disoccupato dell’anno». «Vogliamo lanciare un appello alla politica – spiega Valentina Cremona – locale e nazionale, per fermare questa inutile spinta alla liberalizzazione degli orari». Inutile? «Sì, perché è ampiamente dimostrato che non fa crescere i consumi né l’occupazione» risponde Cremona, che sul tema ha deciso di schierare la sua associazione coinvolgendo anche i livelli regionali. Una campagna mediatica che passerà attraverso i canali tradizionali e la rete: «Non vogliamo le barricate, ma far capire che occorre ripensare lo sviluppo del commercio partendo dalla centralità della persona. E la persona, donna o uomo che sia, ha diritto al riposo domenicale. Stare in negozio sette giorni su sette vuol dire appiattire la qualità della vita ed abbassare il livello delle relazioni umani». Sulla campagna mediatica, la Confcommercio trevigiana («Che dimostra di essere la punta avanzata di un movimento molto esteso» commenta il presidente Guido Pomini) intende coinvolgere anche i livelli regionali. «La battaglia di Treviso è la nostra battaglia – commenta Eugenio Gattolin, direttore di Confcommercio regionale – . È un’iniziativa certamente da esportare e il Veneto, che dispone di un grande arcipelago di associazioni di volontariato, può fare da apripista perché la domenica è giusto dedicare le energie al proprio tempo libero». A fianco della battaglia di Confcommercio anche i sindacati Cgil, Cisl e Uil, che promettono di partecipare anche alle iniziative di protesta che da questo annuncio potranno decollare. Il 7 ottobre, ad esempio, una mobilitazione in rete sta crescendo e sfocerà in un corteo lungo le strade di Treviso. Cinzia Bonan e Luisa Buranel hanno insistito sul ruolo della politica:«Sappiamo tutti che la domenica la gente entra, fa un giro, e se ne esce. È come tenere aperte le vetrine, non i negozi». Giorgio Vendrame, della segreteria della Cgil provinciale, parla di «cittadini considerati solo come consumatori». A sostegno della campagna anche Valeria Zagolin, presidente della commissione pari opportunità del Comune di Treviso e Gertrude Tonon, del coordinamento donne della Cisl. A conferma della sostanziale inutilità delle aperture domenicali, soprattutto per i piccoli negozi, anche l’opinione di Paola Piva, che gestisce una serie di negozi di intimo della catena Yamamay:«Ho sei negozi di intimo e sono costretta, dalla concorrenza, a tenerli aperti la domenica. Vi assicuro che gli incassi non sono aumentati con le aperture domenicali ma semplicemente si spalmano durante la settimana».

Daniele Ferrazza

 

L’APPELLO

Sei punti per riprendersi la vita e la famiglia

VENEZIA «Non toglieteci la domenica». Il manifesto appello di Confcommercio, diffuso attraverso il web e i negozi, rivolge un invito alla politica contro le aperture domenicali. Sei i buoni motivi a sostegno. 1) «È l’unico giorno in cui possiamo dedicarci completamente alla nostra vita privata e ai nostri affetti familiari, contribuendo così allo sviluppo morale della società»; 2) «È demagogico sostenere che in Europa “tutti tengono aperto” e che “bisogna modernizzarsi” visto che diversi paesi europei evoluti rispettano la chiusura domenicale»; 3) «L’apertura non-stop dei negozi non incrementa l’occupazione, ma la precarietà, incrinando i rapporti con le dipendenti costrette a turni massacranti»; 4) «I dati dimostrano che le vendite della domenica non aumentano il fatturato perché si sostituiscono a quelle infrasettimanali»; 5)«La clientela dispone già di orari ed offerte adeguati a qualsiasi esigenza di spesa»; 6) «Tenere aperto alla domenica significa sopportare maggiori costi fissi con conseguenze negative per i prezzi di vendita e per i consumatori».

 

L’INTERVISTA A VALENTINA CREMONA

Guido la battaglia perché siamo esasperate

MONTEBELLUNA – Valentina Cremona lancia la campagna «Non toglieteci la domenica» nel giorno del suo anniversario di matrimonio. Ha 43 anni, un marito musicista e un figlio di dieci anni. Vive a Montebelluna, dove gestisce un’agenzia di servizi per le imprese e quindi non è toccata direttamente dal problema. Ma, avverte, guida un consiglio direttivo del gruppo Terziario Donna, dove il tema è da tempo nell’agenda. «Ho raccolto questo spunto che mi viene da decine di donne impegnate nel lavoro domenicale. Ho avvertito una esasperazione, davvero drammatica. Non potevamo più restare zitte. Abbiamo scelto il tenore di questa campagna, sperando di far discutere». È un tema solo femminile? «No, assolutamente. Riguarda tutti. Perché siamo cittadini, genitori, padri, madri, figli e lavoratori. Riguarda un modo diverso di conciliare il tempo lavoro con il tempo libero». Il governo ha liberalizzato gli orari per essere più europei: giusto? «In realtà non capisco proprio a quale scelta risponda questa decisione. In Europa non è proprio così e siamo disponibili a dimostrarlo. Non capisco davvero questa scelta, che ha già dimostrato di non funzionare e, soprattutto, toglie tempo alle famiglie per stare insieme». La domenica, dicono i sostenitori delle aperture libere, contribuisce alla domanda interna. «Non è vero. Tutti gli operatori sostengono che gli incassi si sono semplicemente distribuiti in maniera diversa lungo la settimana. Non ha portato nuova occupazione, non ha portato nuovi consumi». Praticamente propone un nuovo stile di vita. «Qualche sera fa ho partecipato alla notte bianca di Montebelluna: sono andata con la famiglia al museo, dove c’era una partecipazione altissima di persone che stavano insieme e facevano la coda per partecipare ai laboratori. Ecco, noi abbiamo bisogno di qualità della vita, di relazioni, non di negozi aperti». (d.f.)

 

La Chiesa: facciamo obiezione dei consumi

Don Fabiano Longoni: «Basta che si cominci in tanti a non fare la spesa di festa e nessuno terrà più aperto»

MESTRE «L’apertura dei centri commerciali anche la domenica e la battaglia delle commesse contro questa nuova situazione per la Chiesa non è soltanto una questione religiosa, ma è anche una questione sociale, di qualità della vita delle persone e pure della famiglia. La Chiesa non è contro, ma è a favore di un lavoro con regole umane. Da più parti dicono che la Chiesa è contro il lavoro. Ma questo è un ragionamento semplicistico. Basta leggere i numerosi documenti pubblicati su questo argomento per capire la posizione della Chiesa». Don Fabiano Longoni, delegato Triveneto della Pastorale Sociale, va oltre a quella che molti pensano dell’intervento della Chiesa su questo argomento. «In molti documenti, ma lo ha fatto lo stesso Papa, si parla più volte del lavoro domenicale, sul tempo che le persone e le famiglie devono avere per dedicare a Dio. Il problema in questo caso è più ampio e riguarda anche chi non è credente. Queste nuove forme di lavoro diventano un problema sociale e rischiano di spezzare la famiglia peggiorano la qualità della vita delle persone. Quindi riguardano tutti. La Chiesa è a favore non contro il lavoro nelle nuove forme. Ma ci devono essere regole e tempi rispettosi delle persone e dei loro rapporti. Da un punto di vista religioso è poi fondamentale che a tutti venga data la possibilità di lodare Dio nei tempi che conosciamo, meglio poi se è l’intera famiglia a farlo». Ma da più parti sostengono che queste nuove forme di lavoro aumentano i consumi, quindi servono a combattere la crisi? «Non lo dico io o la Chiesa, ma tutto questo non porta ad un aumento dei consumi. Più di una ricerca svolta da esperti dimostra che le aperture domenicali non hanno influenzato la spesa complessiva per i consumi. Ma nonostante questo si continua a perseguire una strada che non porta a nulla. E non sto parlando solo da un punto di vista religioso, perché questa visione del lavoro crea problemi umani non indifferenti. Basti pensare ai rapporti madre e figlio e moglie e marito». Ma c’è chi sostiene che le aperture domenicali creano nuovi posti di lavoro. «Io non lo so ma a quanto mi risulta nemmeno questo aspetto è vero. Non so se ci sono indagini in questo senso. Non ne sono a conoscenza. La Chiesa comunque non è su una posizione assolutista nel dire “no e basta”. Noi non diciamo “mai lavoro di domenica”. Per esempio in certi periodi dell’anno può succedere che si lavori anche di domenica, ma non deve essere una regola che vale per 12 mesi. C’è la necessità di andare incontro ai bisogni della famiglia, delle persone. Bisogna trovare un equilibrio che si rischia di perdere. Sì a nuove forme di lavoro ma dopo aver concordato i tempi con i lavoratori. Anche sul lavoro la persona deve essere al centro di tutto». Don Fabiano Longoni poi lancia un appello per una “disobbedienza cristiana” verso queste nuove forme di lavoro: «La mia proposta è da obiettore di coscienza. Chiedo ai cristiani di aiutare le famiglie di queste commesse. Basta, infatti, non andare a fare la spesa di domenica. In questo modo si comincerà a capire che questo giorno è importante per le persone e non solo per i cristiani».

Carlo Mion

 

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