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PORTO MARGHERA

Grazie alla riconversione l’impianto che in tre anni ha perso 130 milioni di euro tornerà remunerativo

C’era una volta un impianto che aveva accumulato in tre anni 130 milioni di perdite, e nel successivo triennio ne avrebbe persi altri 230. Con la riconversione, quello stesso impianto tornerà in attivo entro il 2015. È quanto si prospetta alla Raffineria Eni di Marghera dopo l’annuncio del piano da cento milioni di euro per realizzare una “Green Refinery”, primo caso al mondo di riconversione di un impianto esistente. «Una scelta geniale», commenta il direttore generale Eni Refining & marketing Angelo Fanelli, ieri a Marghera per illustrare la svolta “bio” del gruppo.
In ogni caso una scelta obbligata: «La crisi – spiega Domenico Elefante, direttore Asset management di Eni – ha fatto chiudere in due anni e mezzo undici raffinerie in Europa». E Marghera, dopo la fermata di inizio anno, avrebbe rischiato la stessa fine, se la compagnia del cane a sei zampe non avesse colto l’opportunità di investire nei bio-carburanti, settore nel quale era finora costretta a comprare da produttori esterni. Con lo sviluppo della tecnologia Ecofining, Marghera si prepara a produrre carburante bio-diesel di nuova generazione. La materia prima per la componente “bio”, spiega il responsabile Ricerca Giacomo Rispoli, sarà l’olio di palma (ma anche di colza e girasole) che arriverà via nave da Indonesia e Malesia. Grazie a un trattamento a base di idrogeno – ricavato dal gas naturale – si potrà ottenere un prodotto dalle prestazioni molto più elevate, in grado di rispettare le normative europee, che entro il 2020 impongono una percentuale di origine vegetale del 10 per cento, con meno emissioni di particolato. Ma ci saranno benefici ambientali anche per la città, dato che la raffineria prevede di ridurre le emissioni nell’atmosfera del 30-40 per cento.
L’impianto, come annunciato, sarà in grado di iniziare la produzione già dal 2014, con una capacità di 300mila tonnellate l’anno di bio-carburante. Una volta realizzato l’impianto autonomo per la produzione di idrogeno, la produzione si attesterà a 500mila tonnellate, sufficienti a coprire il 50 per cento del fabbisogno attuale di Eni. Nel frattempo Eni conta di sperimentare, con il centro ricerche di San Donato Milanese, anche l’impiego di altri “ingredienti” come grassi animali, oli esausti e microalghe da cui ricavare bio-carburanti.
In questo processo, come annunciato, azienda e sindacati garantiranno «un congruo impiego» degli attuali occupati. Nella prima fase gli addetti saranno almeno 215 e, una volta a regime, non meno di 180 (rispetto ai 353 addetti attuali). «Non lasceremo a casa nessuno», assicura il direttore del personale Andrea Percivalle, attraverso soluzioni come la mobilità o il trasferimento ad altri siti che escludono il ricorso alla cassa integrazione. A dare lavoro, oltre all’indotto generato dalla prossima riconversione dell’impianto, sarà anche la realizzazione di un nuovo polo logistico che servirà alla movimentazione dei carburanti tradizionali, trasportati via nave dai siti Eni di Gela e Taranto.
Tra il dire e il fare, ora, c’è il nodo delle autorizzazioni, sulle quali vigilerà una commissione paritetica composta da azienda e sindacati. «Ma a Venezia – assicura Percivalle – vogliamo dimostrare che quando si vuole fare un investimento, si può fare».
Alberto Francesconi

 

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