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INTERVENTO di GIOVANNI BONOTTO Ho letto l’articolo del presidente di Unindustria Treviso, Alessandro Vardanega, sul “Caso Barcon: recuperare il valore sociale di fare impresa”  pubblicato domenica 7 ottobre  sulla tribuna di Treviso e, quale amministratore del territorio mi sono sentito chiamato in causa. In sostanza, il presidente di Unindustria prende spunto dalla situazione dell’Austria e dalle sue attrazioni di delocalizzazione, volendo evidenziare  il diverso atteggiamento dell’amministrazione pubblica e della società austriaca rispetto ad una generale indifferenza alle ragioni dell’impresa della nostra realtà locale. Al presidente di Unindustria non servono spiegazioni: gli basta l’impietoso accostamento dei rispettivi dati della disoccupazione, in particolare di quella giovanile: 9,7 % in Austria, 34,5% in Italia. In altre occasioni questo autorevole rilievo avrebbe potuto aprire un dibattito, serio, sulle ragioni di una  differenza inaccettabile. Le variabili potrebbero esser infinite. C’è intanto il sospetto che i  dati dell’Austria traggano origine da una buona amministrazione in ogni settore, in un ambiente dove l’impresa opera al riparo da uno sconsolante sperpero di denaro pubblico e al di fuori di realtà territoriali a volte persino sotto scacco di malavita organizzata. Nel suo sillogismo un po’ malizioso il dott. Vardanega ritiene invece di porre quel dato di sintesi esclusivamente in contrapposizione  con il caso Barcon, dunque  con le  manifestazioni popolari e i tentennamenti dell’amministrazione contro quell’insediamento. In realtà la sua denuncia sfiora l’outlet di Roncade e, in generale, tutti quegli insediamenti dove la volontà negativa dei vari comitati e la cecità degli amministratori si opposta all’avvio di progetti di sviluppo. Negando di fatto le vere prospettive di lavoro. Cosicchè il Presidente degli industriali evidenzia la “schizofrenia” che caratterizzerebbe l’azione della nostra comunità che da un lato si oppone alla delocalizzazione ma dall’altro ispira la sua (in)azione alla regola del NIMBY (“non nel mio cortile”) o del NIMTO “(non durante il mio mandato)”. E invoca una nuova sensibilità sociale. Quello della lontananza della politica dalla attività imprenditoriale è un pensiero diffuso. C’è del vero e tutti potremmo trovare motivo per un esame di coscienza sull’accoglienza delle novità e sulla contrapposizione preconcetta ad ogni disturbo del “quieto vivere”. Personalmente non credo che il nostro Paese abbia perso (o quasi) interi settori importanti come l’elettronica, la chimica (oggi, l’auto), il “bianco” ecc. ecc. per colpa di qualche comitato. Eppure nessuno vorrebbe aver visto quell’enorme striscione a Roncade  (no a 500 posti di lavoro, a chi giova?) anche se nel caso  specifico mi pare che l’enorme centro commerciale costato 60 milioni di euro sia rimasto paralizzato per una feroce controversia giudiziaria sollecitata da concorrenti e non certo per quella insensibilità collettiva cui si riferisce il referente di Unindustria. Quello che non ritengo accettabile come cittadino, prima ancora che come amministratore, è di dovermi sentire accusato di insensibilità di fronte al dramma di chi non ha ancora (o ha perso) un posto di lavoro, quasi preferissi “a prescindere” lo svolazzare di tortore e colombacci in zone altrimenti sfruttabili. C’’è un limite a questa sorta di ricatto morale del “lavoro negato” a fronte di qualsiasi altra considerazione di merito. Vorrei  fare un viaggetto in Austria con il dott. Vardanega (a mie spese, ben si intende) per vedere con lui se  lassù vi siano situazioni analoghe a quelle cui siamo assuefatti nel nostro paese. Vedere, per cominciare, se sussista anche in Austria un “consumo del territorio” paragonabile a quello intervenuto nel Veneto, e “a macchia di leopardo”in questi ultimi decenni. Qui il territorio è stato devastato,  anche e soprattutto a causa di un sistema normativo che ha legato la finanza locale in via di fatto esclusiva e proporzionale alla cementificazione del territorio (oneri di urbanizzazione, Ici, ora Imu ecc.).  Ogni amministratore preoccupato per l’integrità del suo territorio è costretto a sentire il peso dei proventi svaniti e delle perequazioni mancate ed costretto a diventare “socio d’affari” di qualsiasi iniziativa edificatoria anziché arbitro della sua portata qualificante in generale. Nel 2004 esistevano nei piani regolatori generali dei 95 comuni della provincia di Treviso 1077 aree produttive, per una superficie complessiva di 7.779 ettari. Le aree produttive coprono dal 20 al 25% del totale delle superfici urbanizzate.

La provincia di Treviso è, dopo Padova, la provincia in cui sono state rilasciate più concessioni edilizie dal 2001 al 2004, durante il (“remoto”) boom edilizio. Circa un quinto delle concessioni edilizie rilasciate nel Veneto hanno riguardato la Marca. Il patrimonio edilizio non residenziale è anche abbastanza recente: quasi il 50% delle cubature realizzate dopo il 1970 è stato edificato dopo il 1990. La Provincia di Treviso si è finalmente posta l’obiettivo di ridurre drasticamente, attraverso il nuovo Piano Territoriale di Coordinamento Provinciale (PTCP) sia il numero sia la superficie delle aree produttive. Questo intervento crea nuove tensioni (si pensi agli ampliamenti nelle aree divenute improprie) ma l’esigenza non può non essere condivisa. Eppure, col caso Ikea, proprio la prospettiva della “occupazione” ( si parlava di un indotto di oltre un migliaio di posti di lavoro) ha fatto vacillare la “Politica” ad un anno appena dalla approvazione del piano territoriale che avrebbe preferito privilegiare l’utilizzo di aree dismesse.

Non ho seguito (a livello stampa locale) tutte le fasi di quel travagliato progetto e non metto in dubbio la difficoltà delle scelte in anni di crisi. Tuttavia, per quanto formalmente estraneo, come amministratore del territorio non posso non osservare con perplessità il fatto che l’insediamento Ikea avrebbe interessato soltanto una parte quasi insignificante delle  migliaia di metri quadrati di terreno agricolo da convertire (35.000 mq su una area opzionata di ben 420.000). Per cosa tutti quegli ettari non Ikea? Risposta che forse mi è sfuggita. Tra l’altro, quante volte  nuovi insediamenti insistono su proprietà con forti interessi per il sottosuolo e i suoi derivati? Cosicché  qui a Treviso abbiamo la possibilità di vantare un singolare primato: di tutte le attività estrattive del Veneto per tutti i tipi di materiali insieme, risulta che da solo il settore “sabbie e ghiaie” della Provincia di Treviso, copre circa il 50% dell’intero settore estrattivo autorizzato regionale. Persino un ministro tecnico, il valente dott. Mario Catania delle Politiche Agricole e Forestali  – inserto 7 Corriere della Sera 17 agosto 2012 – si è accorto che l’edificazione selvaggia si è mangiata in 40 anni 5 milioni di ettari di terreno coltivabile (pari alla Sicilia e la Sardegna) passando da 17.986.000 agli attuali 12.885.000. Quanto a Treviso  (fonte stesso inserto) abbiamo il privilegio di comparire ai primi posti d’Italia per percentuale di cementificazione (19%), siamo  “solo” al nono posto, in Italia, per il fatto che davanti ci sono Roma Napoli Milano Trieste la cui area provinciale è irrilevante rispetto all’area urbana. Se no eravamo quinti. Anche in Regione pochi giorni dopo si è avuta una dichiarazione di intenti contro l’abuso del territorio. Certo l’agricoltura non muove il giro d’affari di altri settori, ma profittare della sua debolezza non è operazione intelligente, altrettanto quanto non è intelligente odiare genericamente “il capannone”, quando la gente è “a spasso” e non sa dove andare. Io credo che gli imprenditori del triveneto abbiano una grande sfida davanti a loro, ovvero recuperare aree produttive in via di dismissione (Marghera? un domani l’Elettrolux a Susegana e infiniti altri capannoni vuoti e non utilizzati in ogni periferia) senza che sia necessario aggredire ancora la poca terra vergine che ci rimane. Parliamo pure di priorità e del valore sociale dell’impresa ma consideriamo anche questo Valore della Terra altrettanto trascurato. Valori che valgono anche per gli agricoltori, ben si intende, ogni qual volta tendano a sgranare il Paesaggio per espandere produzioni che “tirano”. (vicesindaco assessore all’agricoltura del Comune di Vazzola)

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