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Gazzettino – “I cinesi ci fanno le scarpe”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 2 Comments

13

nov

2012

STRA – I titolari scendono in piazza con politici e amministratori

Gli artigiani del comparto calzaturiero chiedono regole certe e chiamano in causa gli industriali

«Qualcuno ci fa le scarpe», si legge nei volantini distribuiti ai passanti in un grigio lunedì mattina. Di solito, a quell’ora, sono già al lavoro nei rispettivi laboratori a fabbricare tomaie, a lavorare pelli e solette per un mercato che regge – e bene – alla crisi: quasi 20 milioni di scarpe prodotte ogni anno, un fatturato di 1,65 miliardi di euro e lavoro garantito per oltre diecimila addetti. Ma agli artigiani che lavorano per i calzaturifici della Riviera del Brenta i conti non tornano: perché se la produzione tiene, i posti di lavoro sono calati in dieci anni del 26%, i calzaturifici del 17% e i tomaifici del 19%.
A far tornare i conti, spiega Matteo Ribon, segretario regionale della Cna Federmoda, sono quei laboratori che, senza rispettare le regole, forniscono prodotti a prezzi stracciati e a tempi record. Laboratori cinesi, che in dieci anni sono passati da 30 a 200, con un aumento del 566%. Una concorrenza che rischia di mettere fuori mercato le aziende del luogo, che ieri mattina hanno dato vita a una manifestazione in centro a Stra. Con i vertici regionali della Cna e dell’Associazione tomaifici terzisti, sindaci e amministratori di sette Comuni (Campolongo, Fiesso, Fossò, Mira, Mirano, Stra e Vigonovo), i parlamentari Corrado Callegari, Delia Murer e Marco Stradiotto e i consiglieri Bruno Pigozzo, Lucio Tiozzo e Piero Ruzzante. Una protesta animata in nome della legalità: «Non ce l’abbiamo con i cinesi – mette le mani avanti Federico Barison, presidente dei tomaifici terzisti – quello che chiediamo sono controlli e regole certe». Perché se qualcuno è in grado di fornire ai committenti gli stessi prodotti in metà tempo e a prezzo dimezzato, i conti non tornano. «L’esperienza di Prato dimostra che si rischia di perdere il controllo del territorio», aggiunge Luca Rinfreschi, presidente di Cna Federmoda venuto appositamente dalla Toscana.
Fra i manifestanti che, a piedi, si spostano verso il centro di San Pietro spicca l’assenza dei rappresentanti dell’Acrib, l’associazione dei calzaturieri cui è rivolta la protesta dei terzisti. A parlare è l’accordo siglato la scorsa settimana dall’Acrib con gli industriali di Venezia e Padova che ribadisce «come il tema della legalità sia sempre stato oggetto di massima attenzione». Ma il rischio, per gli artigiani che chiedono «un marchio di tracciabilità etica» dei prodotti, è che la politica dei prezzi al ribasso finisce per fagocitare anche le grandi aziende che danno lavoro ai terzisti: «I cinesi – spiega un piccolo imprenditore – non si limitano più a fare tomaie. Ora controllano trancifici e solettifici, si stanno prendendo l’intera filiera».

 

IL NODO – Lavoro a prezzi stracciati «Finiamo fuori mercato»

“Caro Armani, produciamo a tariffe dimezzate”

STRA – «Egregio signor Giorgio Armani, lavoro per lei da 12 anni come subfornitore». Comincia così la lettera che il titolare di un laboratorio con nove addetti scrive a uno dei signori della moda. Ignaro forse del fatto che «un suo stivale da due ore di lavoro mi viene pagato al prezzo di un’ora», e che i «laboratori cinesi del Veneto fanno prezzi più bassi della metà di noi». «Stiamo scomparendo – gli fa eco Giuliano Borghesan, che da 35 anni gestisce con la moglie una piccola azienda – Da due anni andiamo avanti con la cassa integrazione perché non siamo in grado di reggere la concorrenza». Il lavoro non manca, spiega l’artigiano, ma se c’è chi è in grado di produrre migliaia di pezzi dal venerdì al lunedì successivo, si rischia di finire fuori mercato. Con la complicità di chi non si accorge che le regole e i contratti vengono disattesi. «Non posso far pagare meno di 18 euro l’ora – prosegue Borghesan – Se qualcuno è in grado di produrre a costi inferiori, vuol dire che non rispetta le regole». Ovvero l’orario di lavoro, l’inquadramento del personale o il sistema di fatturazione ai committenti. Per non diventare un’enclave di Pechino, come paventano gli artigiani, «il futuro del distretto si gioca sulal costruzione di un marchio di tracciabilità delal filiera». (a.fra.)

 

  1. 2 Comments

    • ermanno says:

      ha perfettamente ragione,lo dice un ex dipendente di Armani,il quale, come lavoro doveva definire i costi,e,che proprio a causa di queste condizioni dettate (peraltro da management di turno) non ha accettato di continuare per motivi di etica personale,offrendo i propri servigi ad altre aziende eticamente piu corrette.

    • Domenico says:

      La cosa buffa è che nella quasi totalità dei casi oltre a non rispettare alcuna normativa in materia di lavoro non pagano neppure le tasse.
      Cambierebbe qualcosa se un calzaturificio volendo comprare da uno “scarpe” cinesi dovesse indicare il costo in un quadro della dichiarazione tipo “costi black list” per i quali c’è presunzione di indeducibilità. Se vuoi dedurti il costo ti procuri la documentazione che il tuo fornitore è in regola con il pagamento delle imposte. Vediamo se ti fidi ancora a dargli il lavoro.
      Etica! ha detto bene Ermanno… bisognerebbe insegnarla a certi “professionisti” della bassa padovana che hanno centinaia di partite iva cinesi tra i loro clienti e li aiutano a fot..re lo stato.

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