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Nuova Venezia – Off shore, il “siluro” del Parlamento

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

23

nov

2012

La Camera approva il finanziamento, un ordine del giorno impegna il governo a fare altre cose con quei soldi

«Il progetto del terminal off shore per le merci? Incerto e aleatorio: potrebbe compromettere un sistema ambientale unico al mondo». Non sono gli ambientalisti, ma la Camera dei deputati a stroncare il progetto di piattaforma in Adriatico proposta dal Porto e sostenuta dagli enti locali veneziani. Con un ordine del giorno proposto dal deputato veneziano della Lega Corrado Callegari in accompagnamento alla Legge di Stabilità e approvato a maggioranza dall’aula, Montecitorio impegna il governo Monti «a utilizzare le risorse destinate all’off shore anche per altre esigenze indifferibili e urgenti del Porto di Venezia, come la messa a punto della nuova conca di Malamocco (già insufficiente). Opere che se non realizzate nell’immediato comporterebbero la perdita di competitività dello scalo veneziano rispetto ad altri porti dell’Adriatico». Un siluro niente male al progetto della piattaforma. Inserito all’ultimo nel pacchetto dei finanziamenti da destinare a Venezia, con 100 milioni già destinati al Mose dirottati al Porto (5 milioni per il 2013 e 95 per il 2014) per «interventi di salvaguardia». Ieri la Camera ha approvato con il voto di fiducia la Legge di Stabilità. Dentro ci sono gli emendamenti accettati dal governo che dovrebbero dare 100 milioni al Porto e 50 a Venezia. Adesso la manovra dovrà andare al Senato. E c’è chi si dice preoccupato, perché quello arrivato ieri potrebbe essere un segnale preciso. L’ordine del giorno è stato votato infatti anche da molti parlamentari del Pdl e del Pd. E lo stanziamento in favore del Porto – sostenuto dal sottosegretario Mario Ciaccia, ex direttore dell’Anas di cui il presidente del Porto Paolo Costa è consulente – non avrebbe suscitato entusiasmi da parte del ministro Corrado Passera. E forti levate di scudi dai rappresentanti degli altri porti italiani. Adesso il blitz della Lega veneziana, dopo la lunga e approfondita relazione inviata da Giovanni Anci, esponente storico del Carroccio e componente del Comitato portuale, da sempre contrario al progetto sostenuto invece dai presidenti Leghisti della Regione (Luca Zaia) e della Provincia (Francesca Zaccariotto). Una spaccatura che potrebbe produrre scintille quando la Legge comincerà il suo iter al Senato, la settimana prossima.

Giorgio Orsoni, sindaco di Venezia, preferisce non esporsi troppo. Non si è mai opposto all’off shore, pur non essendone un entusiasta sostenitore. «Prendo atto della decisione della Camera», dice, «spero che l’attenzione per Venezia non venga meno, e che siano garantiti i fondi promessi alla nostra città per la manutenzione».

Andrea Martella, parlamentare veneziano del Pd, commenta con prudenza il blitz di ieri. «È un ordine del giorno, non ha valore legislativo», dice, «stiamo a vedere».

L’off shore dovrebbe costare fra i due e i tre miliardi di euro. Secondo il progetto commissionato dal Porto dovrebbe nascere a 8 miglia al largo della bocca di porto di Malamocco, per contenere le grandi navi transoceaniche da 20 mila Teu, che non potrebbero entrare in laguna né nella nuova conca. Voluta dieci anni fa proprio dal Comune (sindaco era allora lo stesso Paolo Costa) come opera complementare al Mose capace di salvare il Porto. Oggi la conca, costata centinaia di milioni di euro, non basta più. E il Porto vuole l’off shore.

Alberto Vitucci

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OSSERVAZIONI ALLA VIA

“I petroli non ci sono piu’ non ha senso fare il terminal”

«Dopo quarant’anni il problema della estromissione del traffico petrolifero si è risolto da solo. Non ha alcun senso avviare quel progetto pensando all’allontanamento dei petroli». È questa la sintesi dello studio elaborato da un gruppo di tecnici su incarico dei comitati e delle associazioni ambientaliste, che sarà presto allegato alla procedura di Via (Valutazione di Impatto ambientale) sul nuovo Off shore. Un grande progetto che sta per essere avviato con le opere relative al traffico petrolifero. «Vogliono giustificare così i finanziamenti della Legge Speciale», si legge nella memoria, «che prevedeva nel 1973 l’allontanamento del traffico petrolifero dalla laguna». Ma la situazione da allora è profondamente mutata. Negli anni Settanta i volumi del petrolio che arrivava in laguna si aggiravano intorno ai 13 milioni di euro. Il greggio serviva alla raffineria dell’Agip e al polo chimico di Marghera, a partire dal cracking del Petrolchimico. «Oggi lo scenario è completamente cambiato», conferma Armando Danella, per un quarto di secolo dirigente dell’Ufficio Legge Speciale del Comune, «il polo chimico è pressocché morto, l’attuale cracking avrà vita breve, la raffineria dell’Agip sarà chiusa, o riconvertita verso prodotti green». In laguna rimarranno solo i depositi che potrebbero essere trasferiti a Trieste e Ravenna. Dunque, scrivono i comitati,

«non è più necessario alcun terminal, e se lo Stato non finanzia questa parte del progetto, la sua fattibilità finanziaria crolla». La seconda osservazione è quella che il nuovo terminal merci ideato dal Porto dovrebbe essere costruito in project financing con le imprese costruttrici. Caso unico in Italia, dalle altre parti sono compagnie armatrici o terminalisti. E infine, i 3 milioni di Teu non saranno aggiuntivi agli attuali. «Occorrerà dunque sapere che ne pensano i porti di Trieste, Ravenna, Capodistria e Fiume.

(a.v.)

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