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L’ad di Mantovani conosceva particolari riservati delle indagini, i pm vogliono sapere se vi furono contatti a livello ministeriale. Due testimoni collaborano. Undici fatture per 10 milioni di consulenze inesistenti.

Dagli interventi di Salvaguardia, alle “bocche” a Malamocco

I vertici della Mantovani tentarono l’aggancio di militari operanti all’interno delle Fiamme Gialle

L’INCHIESTA – Due nuovi testimoni forniscono elementi a sostegno dell’accusa

COLLUSIONI – Il capo della Mantovani era informato sulle mosse degli uomini della Gdf

L’ELENCO – Sarebbero undici, per complessivi 10 milioni di euro, gli studi fittizi realizzati dalla società
Marghera, Porto Levante, autostrade: ecco

Sono undici le principali fatture che, tra il 2005 e il 2010, sarebbero state emesse dalla società sammarinese Bmc Broker alla Mantovani spa a fronte di prestazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di circa 10 milioni di euro. Il gip ritiene che si tratti di fatture fasulle – finalizzate a creare del “nero” – sulla base di una lunga serie di elementi raccolti dagli inquirenti. Innanzitutto le dichiarazioni rese dalla segretaria di Colombelli, la quale ha riferito che non appena le somme venivano bonificate alla Bmc Broker, lei stessa provvedeva a prelevare l’80 per cento della somma e a ri-consegnarla a Baita e Minutillo. Ma è anche la struttura della Bmc Broker a destare perplessità: come ha potuto gestire consulenze e progetti di tale rilevanza senza personale e senza alcun collaboratore o consulente, senza neppure un fotocopiatore?
Cinque degli incarichi assegnati dalla Mantovani alla società di Colombelli riguardano progetti e studi in provincia di Venezia: un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco a Venezia; 750mila euro per la valorizzazione dell’immobile che ospita il mercato ortofrutticolo di Mestre; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera; quasi un milione e 600mila euro per l’attività di mediazione necessaria a reperire un fornitore specializzato di palancole (fu indicato lo stesso che già riforniva Mantovani, peraltro ad un prezzo inferiore).
Alla Bmc furono affidati anche studio e progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante, nel Polesine (900mila euro); la progettazione del prolungamento dell’autostrada A27 da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (600mila euro); studio e progettazione di complanari alla A4 nel tratto peschiera del Garda-Busa di Vigonza (900mila euro); consulenza tecnica per il piano del traffico denominato via Maestra-Gra a Padova (300 mila euro).
Tutto falso, sostiene il pm Stefano Ancilotto. A fronte del pagamento di somme ingenti sarebbero stati prodotti materiali scopiazzati o studi realizzati contestualmente da altri soggetti (e a loro già pagati).
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Scaramuzza contesta le somme esorbitanti corrisposte alla Bmc Broker a fronte di servizi realmente resi che costavano «un decimo rispetto alla fattura per operazione inesistente emessa». E rileva «la falsificazione della documentazione»: alla Finanza, infatti, sono stati prodotti documenti fotocopiati. Solo successivamente sono emersi gli originali «redatti dai reali fornitori del servizio, dal contenuto identico a quello presentato negli elaborati della Bmc Broker».

 

Il gip di San Marino: somme esorbitanti, pari a dieci volte il valore reale

tutte le consulenze false di Bmc

I documenti erano progetti realizzati da altri e scopiazzati

MINUTILLO «Faceva tutto la Mantovani, mi limitavo ad eseguire gli ordini altrui»

Baita, adesso si cerca la talpa di alto livello

Altri due testimoni stanno collaborando con la Procura di Venezia fornendo elementi utili all’inchiesta sulle presunte false fatturazioni milionarie contestate al presidente della società di costruzioni Mantovani spa, Piergiorgio Baita, al responsabile amministrativo Nicolò Buson, all’amministratore delegato di Adria Infrastrutture (ed ex segretaria dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan), Claudia Minutillo, e al presidente di Bmc Broker di San Marino, William Ambrogio Colombelli.
Dopo gli arresti eseguiti giovedì mattina, ha preso il via una serie di interrogatori negli uffici della Guardia di Finanza di Mestre e almeno due di essi avrebbero avuto un esito definito interessante. Gli investigatori hanno anche iniziato ad analizzare l’enorme mole di documentazione sequestrata nel corso delle perquisizioni: tra le varie carte rinvenuta in alcune abitazioni vi sarebbe documentazione esterna alle contabilità aziendali dalla quale potrebbero arrivare importanti conferma alle ipotesi d’accusa.
LE ALTE “SFERE” – Nel frattempo la Procura sta proseguendo gli accertamenti sulle fughe di notizie che sembrano aver caratterizzato le indagini. La segretaria di Colombelli ha riferito di aver saputo che vi sarebbero stati tentativi da parte dei vertici della Mantovani di «agganciare militari che operavano all’interno della Guardia di Finanza» e, successivamente, da alcune intercettazioni è emerso che Baita era a conoscenza di alcuni particolari dell’inchiesta contenuti in un verbale di cui esistevano due sole copie, nelle mani di Procura e Fiamme Gialle. Il presidente della Mantovani vanta conoscenze ad altissimi livelli, probabilmente anche ministeriali, e gli inquirenti stanno cercando di capire se vi siano stati contatti nelle “alte sfere” per ottenere informazioni sullo stato delle indagini (iniziate più di un anno fa da una normale verifica fiscale di cui i vertici aziendali erano ovviamente a conoscenza) e magari per fare pressioni.
IL CAPO È BAITA – Nelle oltre duecento pagine di ordinanza di custodia cautelare, il gip Alberto Scaramuzza scrive che vi sarebbe stata una vera e propria associazione per delinquere con a capo Baita, definito ideatore di un sistema «smascherato solo grazie ad investigazioni tecniche approfondite e alle indagini svolte all’estero per rogatoria». Le misure cautelari in carcere vengono motivate con il pericolo di reiterazione di reati dello stesso tipo. Il giudice rileva, infatti, che nonostante gli indagati sapessero di essere sotto inchiesta, «il sistema posto in essere appare ancora pienamente operante come dimostra la conversazione tra Baita e Colombelli in cui si discute di come assegnare un nuovo ruolo alla Bmc Broker». Ma non solo: nella stessa conversazione Baita «afferma di possedere già altre società che per lui svolgerebbero il ruolo di cartiere».
«DISTRUGGI TUTTO» – Secondo il gip, inoltre, vi è anche il rischio concreto di inquinamento delle prove, come dimostrerebbero i numerosi colloqui dai quali risulta che Baita e Colombelli stavano concordando la versione da fornire alle Fiamme Gialle nell’ambito della verifica fiscale in corso alla Mantovani. «Gli indagati, in accordo tra loro, hanno fotocopiato centinaia di pagine, le hanno riprotocollate, le hanno fascicolate e presentate alla Gdf di Padova e all’autorità sammarinese» nel tentativo di occultare gli illeciti commessi, si legge nell’ordinanza. Colombelli, inoltre, avrebbe dato disposizione di distruggere tutta la possibile documentazione contabile della sua società.
Tra le prove raccolte dal pm Stefano Ancilotto vi sono una serie di e-mail rinvenute nel computer dell’ufficio di Baita, nonché alcune registrazioni effettuate di nascosto da Colombelli che si è auto-intercettato in alcuni colloqui con Baita e Minutillo, probabilmente per custodire materiale da utilizzare contro di loro nel caso di necessità. Quando Baita venne a sapere dell’esistenza di quelle registrazioni (sequestrate nel maggio del 2012 durante una perquisizione per acquisire documentazione della Bmc Broker) non riuscì a nascondere lo stupore e il disappunto: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci… questa non me la dovevi fare…»

Gianluca Amadori

 

Consigliere comunale scrive alla Bei e a Grilli «Aprite un’indagine»

VENEZIA – Il consigliere comunale di Venezia della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera segnala il caso a livello internazione prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. «Ci sono procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei – scrive Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale». Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone, che chiede la convocazione per martedì prossimo, di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita.

 

IN REGIONE VENETO

PRESA DI DISTANZE – Il presidente regionale scava un fossato con l’era Galan

Zaia: commissione d’inchiesta sui rapporti con la Mantovani

Il governatore: «Deve essere chiaro che le indagini riguardano solo fatti accaduti durante la precedente amministrazione»

Le reciproche prese di distanza, tra Zaia e Galan, non sono certo di questi giorni. Ma dopo l’esplodere dell’inchiesta sulla Mantovani Spa, che ha portato in galera il presidente del colosso delle costruzioni che nel Veneto del doge Giancarlo la faceva da padrone, tra se stesso e l’era Galan ormai Zaia sta scavando un fosso che pare il Grand Canyon.
Difficile dargli torto: l’inchiesta investirà in pieno anche la Regione, perché le presunte false consulenze pagate ad una società costituita ad hoc a San Marino potrebbero aver generato una provvista in nero il cui utilizzo, sospettano gli inquirenti, non poteva che essere illecito.
Sta di fatto che ieri il governatore Luca Zaia ha preso in mano la ramazza, come fece Maroni con gli scandali della vecchia Lega, e ha annunciato che l’attuale governo regionale non starà certo alla finestra: «Martedì costituiremo in Regione una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative all’inchiesta della magistratura sulla Mantovani», ha detto il presidente.
«La commissione d’inchiesta – ha proseguito Zaia – opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente». E la Regione è pronta, prontissima a costituirsi parte civile. Sulle indagini, Zaia ha precisato di non avere «notizie ufficiali» ma si è schierato a prescindere: «Ho la massima fiducia nella magistratura e ovviamente la mia amministrazione ha solo interesse che vi sia trasparenza fino in fondo». La scelta di Zaia e dell’attuale giunta regionale guarda lontano: anche in assenza di «notizie ufficiali» è chiaro a tutti che la tempesta sta arrivando e i veneti debbono sapere che la giunta Zaia non c’entra: «Deve essere chiaro che l’inchiesta non riguarda fatti accaduti durante l’attuale amministrazione – ha scandito ieri Zaia – bensì durante l’amministrazione precedente». Cioè durante il dogado di Galan.
Ma la presa di distanze di Zaia dal suo predecessore è radicale, e riguarda anche il “sistema Galan” cioè la scelta del project financing come mezzo privilegiato per finanziare le grandi opere in Veneto: quel project financing che – il grande pubblico lo ha appreso soltanto adesso – era stato “insegnato”, proposto, sollecitato a Galan dallo stesso presidente della Mantovani, che poi realizzava le opere.
E forse fa un po’ male a Galan che il Pdl sia allineato con Zaia: «Bisogna aprire tutti i cassetti: trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza, non possiamo permetterci il dubbio che in Regione siano finite tangenti» è la musica anche ieri intonata dal vice di Zaia, il pdl Marino Zorzato. Il quale fu fino al 2004 presidente di Veneto Strade, società controllata dalla Regione e perquisita dalla Finanza nell’ambito dell’inchiesta Mantovani. La presa di distanze dall’era Galan è oggi vitale per tutta la giunta Zaia, e il Gran Canyon resterà anche se alla fine la magistratura dovesse rilasciare tutti gli arrestati con tante scuse.

Alvise Fontanella

 

BUFERA SULLA MANTOVANI – Consulenze fittizie per 5 milioni su interventi a Mestre e Venezia

Baita, spuntano altri testimoni

Sulle false fatturazioni due persone stanno collaborando con la Procura. Zaia ordina un’inchiesta in Regione

SALVAGUARDIA

Foto e cose riciclate per la comunicazione

Anche uno studio per de localizzare a Marghera la sede della Mantovani

OPERAZIONE “CHALET”

In carcere Baita e l’ex segretaria di Galan

Frode fiscale milionaria, fondi neri e, sullo sfondo, l’ombra delle tangenti. Un uragano che ha sconvolto la laguna. Non si può definire altrimenti l’arresto di Piergiorgio Baita, 64 anni, patron del Gruppo Mantovani (Serenissima Holding), colosso delle costruzioni, con interessi diretti in una quarantina fra imprese e consorzi, capofila nei lavori di costruzione del Mose, capocordata nell’appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra espositiva di Expo Milano 2015, già impegnato nel Passante e nell’ospedale di Mestre. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, il reato contestato a fronte dell’accertamento di almeno 20 milioni di euro sottratti prima all’erario e poi all’economia legale, una somma enorme, ridotta a dieci per effetto della prescrizione. Con lui sono finiti in manette Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era Governatore del Veneto, e ora Ad di Adria Infrastrutture spa (di cui Baita è vice presidente), William Colombelli, 49 anni, bergamasco, sedicente console onorario di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, e il padovano Nicolò Buson, 56 anni, responsabile amministrativo della Mantovani spa.
A firmare le ordinanze di custodia cautelare, tutte eseguite, il gip Michele Scaramuzza che in 200 pagine ricostruisce la girandola di fatture fasulle che aveva un duplice scopo: abbattere l’utile su cui pagare le imposte e creare un deposito segreto di contanti.
Ci sarebbero altre 15 persone indagate per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani, eccetto il vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini. Sequestri preventivi per 8 milioni di euro in totale.

 

“Patacche” da 5 milioni per interventi in città

Cinque incarichi fittizi per consulenze e studi fasulli o per campagne informative commissionati dalla Mantovani alla Bmc Broker per lavori su Mestre e Venezia

FUSINA – Alla società di Colombelli 1.050.000 euro per un progetto che fu in realtà realizzato da altri

Un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco; 750mila euro per la valorizzazione di un compendio immobiliare in via Torino; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera.
Riguardano interventi da realizzare in provincia di Venezia 5 degli 11 incarichi che la Mantovani assegnò, tra il 2005 e il 2010, alla società Bmc Broker di William Ambrogio Colombelli, con sede a San Marino. Incarichi che, secondo il pm Stefano Ancilotto sarebbero stati del tutto fittizi, finalizzati a creare un giro di false fatturazioni attraverso le quali la Mantovani avrebbe creato una consistente “provvista” di risorse in “nero”.
SALVAGUARDIA – A fronte del pagamento di 1.4 milioni di euro in due anni, la Bmc Broker avrebbe trasmesso alla Mantovani soltanto «qualche decina di fotografie e brevi spezzoni di cose pubblicate sul sito del Consorzio Venezia Nuova», scrive il pm Ancilotto nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare per Colombelli, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e Nicolò Buson. Il gip Alberto Scaramuzza si domanda per quale Motivo la Mantovani avrebbe dovuto incaricare la Bmc di occuparsi dell’attività di comunicazione se aveva già versato oltre 600mila euro al Consorzio Venezia nuova nello stesso biennio per contibuire alle spese pubblicitarie-informative sui lavori di salvaguardia. Finalità per la quale il Venezia Nuova ha stanziato quasi 1.2 milioni di euro nel 2005 e poco meno di 1.5 milioni nel 2006. L’architetto Faccili, incaricata di coordinare l’intera campagna informativa del Consorzio ha dichiarato alla Finanza di non aver mai incontrato nessuno della Bmc Broker.
FUSINA – La società sanmarinese di Colombelli ha fatturato un milione e 50mila euro in due anni (2005-2006) per realizzare un progetto per la piattaforma logistica di Fusina, nell’area ex Alumix. Gli inquirenti ritengono che in realtà tale progetto non sia stato realizzato da Bmc Broker: da un lato perché parte della documentazione risulterebbe essere stata inserita successivamente; in secondo luogo perché parte dell’attività fu svolta e fatturata da un altro soggetto, lo Studio Cortellazzo & Soatto, che in particolare si occupò del piano economico finanziario per poco più di 50mila euro. Il progetto per il terminal fu successivamente presentato dalla società Thetis (non dalla Mantovani) all’Autorità portuale, la quale lo individuò come il migliore. E a Thetis nessuno ha mai sentito parlare di Bmc Broker.

 

INTERROGATA – Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, è stata l’unica a parlare finora, scaricando tutto sulla Mantovani.

Gli incontri all’autogrill di Marghera

Era uno dei luoghi in cui Baita e il sammarinese Colombelli si vedevano per parlare dei loro affari

Tra i luoghi scelti per gli incontri c’è anche la rotonda di Marghera. È proprio all’autogrill che si trova nello snodo della tangenziale che Piergiorgio Baita e William Ambrogio Colombelli si davano appuntamento. Il primo giungeva dai suoi cantieri veneziani, l’altro da San Marino dove ha sede la Bmc Broker, la ditta al centro delle indagini. Cosa i due si scambiassero è al vaglio degli inquirenti che dopo pedinamenti e intercettazioni hanno riscontrato come l’autogrill della rotonda di Marghera fosse uno dei loro luoghi preferiti. Anche se non era il solo.
È appurato anche che Baita sapeva ormai di avere i militari della Guardia di Finanza addosso. «Lo si è capito dalla reazione che ha avuto quando ci siamo presentati alla sua abitazione – dice il colonnello Renzo Nisi che ha condotto l’indagine – non ha stentato a capire cosa stesse succedendo e sapeva cosa c’era in ballo». Certo forse non si aspettava di essere arrestato e condotto in carcere. Quindi c’era una talpa, qualcuno che teneva informato il presidente della Mantovani sull’indagine della Guardia di Finanza. «Sicuramente hanno avuto un uccellino – spiega il colonnello Nisi – poco conta se porti una divisa piuttosto che un’altra. Dal momento che hanno saputo che la verifica prendeva la piega di San Marino hanno iniziato a guardarsi attorno, ad essere più attenti». Non a caso tra gli indagati ci sarebbe anche un vice-questore di Bologna che aveva sbirciato l’inchiesta che le Fiamme Gialle stavano conducendo. Ma gli inquirenti sono anche convinti che si tratti di millantatori che sapevano poco. «Ci siamo resi conto di quanto stava succedendo – prosegue il comandante del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia – e proprio per questo abbiamo realizzato che dovevamo blindare ancora di più la cosa».
Ora è la volta degli interrogatori di garanzia, Claudia Minutillo ha già cercato di chiamarsi fuori, William Ambrogio Colombelli non ha parlato e domani toccherà a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson. E anche se dagli interrogatori di garanzia non dovesse uscire nulla di interessante, cosa probabile, gli inquirenti sono convinti che dopo qualche giorno di stagnazione almeno uno dei quattro parli.

Raffaella Ianuale

 

LETTERA-DENUNCIA

Caccia scrive alla Banca europea

«Inchiesta sui fondi per il Mose»

Dossier alla Bei dopo il coinvolgimento del Consorzio Venezia Nuova nel caso Baita. Intanto Zaia annuncia una commissione d’inchiesta

Questa volta l’appello è rivolto direttamente all’Europa. E per farlo, il consigliere comunale della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere direttamente al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, lo stesso che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera non va tanto per il sottile segnalando il caso a livello internazione e soprattutto prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. Cifre da capogiro basti pensare che solo il 12 febbraio scorso, la Banca europea ha staccato un assegno di 500 milioni di euro proprio per il Mose. «Ma così come ci sono chiare erogazioni di denaro – sottolinea nella sua lettera ai vertici della Bei – ci sono anche procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei. Considerato quanto sta accadendo da noi in questi giorni, vi è il fondato sospetto che i fondi concessi possano essere poi destinati a finalità corruttive con la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Insomma, un attacco a 360 gradi. «In considerazione delle norme stabilite dalla stessa Bei in caso di corruzione o frode – scrive ancora Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale. Tutte le informazioni possono peraltro essere acquisite alla Procura della Repubblica di Venezia». E mentre Caccia lancia la sua battaglia a livello continentale, il governatore del Veneto, Luca Zaia ha annunciato ieri che martedì verrà costituita una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative al caso Baita e le sue ripercussioni su alcune società della Regione. Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone che, sempre al governatore Zaia, chiede la convocazione per martedì prossimo, anche di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita. «Vista la gravità della situazione – dice l’esponente Idv – appare non solo auspicabile, ma obbligatorio il confronto in aula. Vogliamo sapere subito che cosa sta succedendo».

 

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