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Nuova Venezia – Inchiesta Baita

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5

mar

2013

Minutillo un fiume in piena parla per sei ore con il pm  

L’ex braccio destro del governatore Giancarlo Galan in Regione starebbe collaborando

Ha chiesto di vedere il magistrato, in procura da mezzogiorno al tardo pomeriggio

VENEZIA – Nuovo e lungo interrogatorio, ieri pomeriggio, per Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan e manager finita in manette per associazione a delinquere e frode fiscale. A sentirla, questa volta, è stato il pubblico ministero Stefano Ancillotto: un interrogatorio iniziato prima di mezzogiorno e finito soltanto nel tardo pomeriggio. Naturalmente c’era il suo difensore, l’avvocato Carlo Augenti: presumibilmente era stato lui a chiedere il colloquio con il magistrato che coordina le indagini e che, però, non è più l’unico. A lui, infatti, da qualche giorno, si è affiancato il collega Stefano Buccini, che ha invece partecipato all’interrogatorio, nel carcere di Treviso, di Nicolò Buson, il ragioniere della «Mantovani spa». Sia il rappresentante dell’accusa sia il difensore, ieri sera, non solo non hanno rilasciato alcuna dichiarazione, ma nemmeno hanno voluto confermare la presenza della Minutillo in Procura, ma che l’amministratore delegato di «Adria Infrastrutture» sia arrivata negli uffici di Piazzale Roma nella tarda mattinata e ne sia uscita soltanto dopo le 18 è certo. Lo stesso è avvenuto per il suo avvocato. È probabile che, a questo punto, il lungo verbale sarà secretato e non sarà facile capire che cosa ha raccontato Claudia Minutillo. Certo che non deve aver scomodato il pubblico ministero, il difensore, gli agenti di custodia semplicemente per ripetere ciò che aveva già detto sabato al giudice Alberto Scaramuzza, colui che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. In quel primo interrogatorio, la manager si era difesa, confermando che aveva saputo dell’esistenza delle fatture fasulle emesse dalla «Bmc Broker di San Marino», ma aveva aggiunto che era Piergiorgio Baita ad essersene occupato, inoltre, ha sostenuto che William Colombelli, con cui aveva avuto una relazione, lo ha lasciato non appena ha capito che la stava usando. Insomma, ha cercato di sminuire il suo ruolo. Evidentemente, i quattro giorni di carcere – seppure quello femminile della Giudecca non sia sicuramente il peggiore d’Italia – l’hanno convinta ad aggiungere altro o, più probabilmente, a cambiare versione, visto che le prove e le testimonianze contro di lei sono schiaccianti. Ci sono le intercettazioni telefoniche chiarissime che la «incastrano» e ci sono i racconti della dipendente di Colombelli, degli impiegati dell’istituto di credito di San Marino e di altri, i quali hanno riferito agli investigatori della Guardia di finanza che era di casa a San Marino, sia nella sede della «Bmc Broker» sia nella banca, dove ritirava i soldi creati con le fatture fasulle per portarli in Veneto, circa 8 dei dieci milioni che sono andati a formare i fondi neri. E di quel deposito di denaro clandestino all’estero presumibilmente lei sa molto, come conosce numerosi particolari degli affari di Baita. Non solo. Per anni è stata depositaria dei segreti – in qualità di segretaria, anzi, di consigliera – dell’ex presidente della Regione Veneto, ora entrato in Parlamento, Giancarlo Galan, e prima dell’assessore regionale Renato Chisso, che anche ora siede nella giunta di Luca Zaia. Che cosa ha raccontato ieri al pubblico ministero veneziano Claudia Minutillo? Per ora, ma probabilmente ancora per qualche settimana, sarà difficile saperlo. Anche perché i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova, ora coordinati non più da uno bensì da due pubblici ministeri, dovranno compiere accertamenti, cercare riscontri e prove sulla base di ciò che l’indagata ha riferito. E la conferma di tutto questo arriverà presto: probabile che nel giro di alcuni giorni, infatti, Claudia Minutillo possa tornare a casa sua, a Mestre, agli arresti domiciliari, ritenendo il rappresentante dell’accusa e il giudice delle indagini preliminari che non via siano più le esigenze cautelari che aveva convinto entrambi a farla rinchiudere in una cella, in particolare la possibilità che inquini le prove. Non è escluso che nei prossimi giorni anche il ragioniere della Mantovani Nicolò Buson, difeso dall’avvocato Flavia Fois, chieda di essere sentito dal pubblico ministero. Ma, pur avendo avuto un ruolo importante – almeno stando alle accuse – per quanto riguarda la formazione dei dieci milioni di fatture false, il suo ruolo è stato sicuramente meno centrale di quello di Minutillo, in particolare nei rapporti con esponenti politici e della pubblica amministrazione.

Giorgio Cecchetti

 

Baita e Buson fanno scena muta  

I legali degli arrestati sollevano la questione di competenza dei pm di Venezia     

VENEZIA – Sia il presidente della «Mantovani spa», il veneziano Piergiorgio Baita, sia il ragioniere della stessa società, il padovano Nicolò Buson, si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Sono accusati di associazione a delinquere e frode fiscale per dieci milioni di euro. Ieri, interrogati per rogatoria il primo dal giudice di Belluno, il secondo da quello di Treviso, città nelle cui carceri sono rinchiusi da 5 giorni, hanno deciso di tacere, un diritto per tutti gli indagati. Difesi dagli avvocati Paola Rubini e Piero Longo il primo e dall’avvocato Fulvia Fois il secondo, presumibilmente chiederanno di essere sentiti dopo che i loro difensori avranno letto i venti faldoni di carte raccolti dal pubblico ministero Stefano Ancilotto con le indagini dei finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova. Nel frattempo, l’avvocato Fois ha chiesto che Buson esca dal carcere e venga messo agli arresti domiciliari: a decidere toccherà al giudice veneziano Alberto Scaramuzza. «Al giudice», ha detto, «mi sono rivolta dopo l’interrogatorio perché per noi è evidente che, anche se i fatti fossero confermati, il ruolo di Buson é marginale; inoltre non c’é il rischio di inquinamento delle prove o di fuga». Mentre l’avvocato Rubini, per conto di Baita, per il quale ha già presentato ricorso ai giudici del riesame chiedendo tra l’altro anche il dissequestro dei beni del presidente della Mantovani, solleverà pure la questione di competenza. Secondo il legale padovano, infatti, competente a indagare sarebbe la Procura di Padova, dove ha sede amministrativa la grande azienda di costruzioni. L’avvocato Rubini ha avuto un lungo colloquio con il proprio assistito: «È tranquillo» ha sostenuto, «sereno e molto determinato, pur sapendo che quella che lo attende non sarà una passeggiata». Baita «sta studiando l’ordinanza del giudice»,ha aggiunto, «per prepararsi ad un eventuale interrogatorio del pm». All’interrogatorio di Buson era presente anche il pubblico ministero veneziano Stefano Buccini, il quale a qualche giorno collabora con il collega Ancilotto, visto che l’inchiesta si sta estendendo. Già venerdì scorso, comunque, il nuovo pm ha partecipato ad una riunione alla quale c’erano, oltre ai due magistrati, gli investigatori della Guardia di finanza di Venezia e Padova.

Giorgio Cecchetti

 

Intercettazioni sulle talpe

«Vogliono ancora soldi»  

Pesanti sospetti nelle carte dell’inchiesta e nell’ordinanza degli arresti da appurare possibili azioni di favoreggiamento da parte di apparati pubblici     

VENEZIA – Un’inchiesta che può dimostrarsi devastante per il potere politico economico del Veneto. Se ne rende conto subito Piergiorgio Baita quando scopre che la Guardia di Finanza di Padova ha interrogato Vanessa Renzi, la segretaria della BMC Broker. E in quel momento, è la primavera dello scorso anno, inizia a mettere in campo tutte le sue amicizie per conoscere che cosa ha scoperto la Finanza e per inquinare l’indagine. Un aspetto inquietante che getta ombre su apparati dello Stato. Gli investigatori se ne rendono conto quando ritrovano, nel maggio 2012, i file delle registrazioni che William Colombelli ha fatto dei vari di incontri avvenuti tra lui e Baita e Claudia Minutillo. È il 27 aprile dello scorso anno e i due si trovano al Forte Agip di Marghera est, parlano del fatto che la segretaria Renzi dovrà essere sentita a breve dai finanzieri. Conoscono però il verbale del primo interrogatorio avvenuto in gennaio. Dice Baita: «…cosa vuoi che ti dica? L’hai letto anche tu il verbale». Agli investigatori della Guardia di Finanza appare strano che i due abbiano letto il verbale. Infatti si tratta di un verbale redatto in sole due copie: una depositata in Procura a Padova e l’altra trattenuta dalla Guardia di Finanza. In sostanza i finanzieri si rendono conto che qualcuno sta cercando di inquinare le prove e ci sono state fughe di notizie, talpe insomma. In Procura a Padova o alla Guardia di Finanza. Proseguendo nel dialogo, Baita e Colombelli discutono sia su verifiche fatte alla Mantovani che al Consorzio Venezia Nuova. Cercano di capire chi ha firmato i verbali di chiusura verifica. Vogliono capire se quella che è in corso alla Mantovani è una normale verifica. Infatti si sono insospettiti per un nuovo interrogatorio di Vanessa Renzi. Colombelli dice: «Se la tengono dentro altre quattro ore, come al solito?». Risponde Baita: «Vuol dire che c’è qualche cosa che non funziona e allora vuol dire che dovremmo… che chi ci sta seguendo l’operazione non ci dice le cose giuste». E ancora Baita che dice all’altro: «…in questo momento ho fatto delle verifiche e non ci sono delle posizioni aperte…il verbale lo hai visto anche tu, i miei amici dicono: ma guarda, lasciateli lavorare, ci sono delle procedure per chiudere le operazioni». E la risposta di Colombelli è eloquente: «Il mio problema era: cazzo capire chi ha firmato per dire se era uno dei tuoi, uno dei tuoi per dire che cazzo stai facendo… e il nostro uomo, oltrettutto, non c’è neanche di servizio». Successivamente, quando i due se ne vanno, durante il viaggio si messaggiano. Colombelli a Baita: «I nostri dicono: la signora, e BMC, nuova». Come dire c’è un nuovo interrogatorio di Renzi sulla Bmc. Colombelli quando Baita gli risponde che non sa cosa fare gli invia questo sms: «È strano che non t’abbia detto nulla, perché parte sempre da Padova». Nuovo incontro a Marghera tra Baita e Colombelli. I due parlano dell’interrogatorio dell’impiegata della BMC, Colombelli spiega al presidente di Mantovani che se non vi fosse stato il suo avvocato fuori dalla porta dell’ufficio Renzi «sarebbe stata rovesciata come un calzino». Secondo Baita la Finanza ha degli indizi ma non prove su dove sono finiti i soldi recuperati con le fatture false. E l’altro riferendosi al maresciallo che ha interrogato la donna sostiene: «…son contento su questa cosa, però il problema è, da come l’ha gestita lui, sembra il bambino che non ha ricevuto la fetta di torta…a me sembra il contrario delle notizie, magari qualcuno l’ha tenuto fuori perché è maresciallo…abbiamo visto che non c’era nessun movimento sul computerone, zero assoluto, poi questo mi ha chiamato da Milano e mi ha detto: chiamami da fisso e mi ha chiesto dei soldi… so delle cose…non si sa se un altro filone…io non posso permettermelo questo qua di Milano, dell’Agenzia delle Entrate di Milano che è un generale…è la terza volta che gli do dei soldi…mi ha chiesto ancora soldi per avere informazioni ancora da Padova».

Carlo Mion

 

Dolore per Chiarotto e i lavoratori 

L’ingegnere in carcere spera che non ci siano problemi per i 600 dipendenti    

BELLUNO – Prima dell’interrogatorio di ieri l’avvocato Paola Rubini ha incontrato il suo cliente Piergiorgio Baita, sabato quando gli ha fatto visita nel carcere di Belluno. Se ieri il presidente di Mantovani si è mostrato sereno, sabato si è commosso. Piergiorgio Baita non si è mostrato tanto preoccupato per se stesso ma per i famigliari e l’azienda. Nominando la moglie e la Mantovani si è pure commosso. Si è trattato di un breve colloquio che solitamente gli avvocati di fiducia fanno con i propri clienti, prima dell’interrogatorio di garanzia e che serve per verificare le condizioni di salute della persona carcerata e capire quale sia la linea difensiva più adeguata da tenere durante l’udienza di convalida dell’arresto. Quasi sempre l’imputato sceglie di avvalersi della facoltà di non rispondere in quanto la difesa conosce ben poco dei documenti dell’accusa che si trovano nel fascicolo d’indagine. Piergiorgio Baita il carcere lo ha conosciuto negli anni Novanta. Accusato di aver pagato tangenti venne poi assolto. Per uscire di carcere aveva collaborato con gli investigatori che cercavano i politici corrotti. Fece il nome di Mosole, l’imprenditore trevigiano re della ghiaia finito pure lui in galera. Al suo avvocato, sabato, ha chiesto come i giornali e la televisioni hanno trattato la notizia e se continuano a scrivere della vicenda. Non sembra preoccupato per se stesso e per quanto gli potrà succedere. Forse si rende conto che ha ben poche vie per evitare un’eventuale condanna. È preoccupato invece per l’azienda e sulle ripercussioni che potrà avere per i guai giudiziari che sta avendo. Si è mostrato dispiaciuto per la famiglia Chiarotto che controlla la “Mantovani Spa” di cui lui è presidente. E poi si è commosso parlando dei 600 dipendenti della società. Si augura che la vicenda non crei problemi per i posti di lavoro di queste persone. Un pensiero particolare anche per la moglie. Ha chiesto all’avvocato come sta e anche nominando la donna si è commosso. poi per il resto non ha detto altro. C’è da immaginare che abbia letto e riletto più volte l’ordinanza che lo ha portato in carcere. Ordinanza che riporta le intercettazioni fatte dal “socio” Colombelli. Un elemento che si può definire uno dei pilastri dell’accusa. Quindi l’interrogatorio di ieri e la speranza che il procedimento venga portato a Padova come chiede l’avvocato Rubini. Carlo Mion

Scontro sulla commissione d’inchiesta  

Il Pd si oppone all’iniziativa di Zaia («Non può essere nominata dalla giunta») e chiede la sospensione dei project in cantiere  

VENEZIA – Domani il consiglio regionale inizierà l’esame del bilancio e della legge finanziaria 2013 ma sui lavori dell’assemblea incombe, come un macigno, la bufera giudiziaria sugli appalti delle grandi opere del Veneto nell’ultimo decennio. Frode fiscale, fondi neri, sospetti di tangenti, ipotesi di collusioni politiche… «Prima di aprire la discussione, chiediamo che il presidente della Regione si presenti in aula per relazionare sulla situazione emersa dopo gli arresti della scorsa settimana», è l’invito che il Pd rivolge a Luca Zaia per voce del capogruppo Lucio Tiozzo e del vicepresidente del consiglio Franco Bonfante. Il governatore leghista, per parte sua, ha annunciato il varo di una commissione d’inchiesta “tecnico-amministrativa” da parte della giunta ma l’iniziativa non convince affatto i democratici: «È ridicolo, si tratterebbe di un organismo espressione di una sola parte, quella politicamente vicina al sistema degli appalti. Trasparenza impone che la commissione sia nominata dall’assemblea e rappresenti tutti i gruppi, la magistratura faccia il suo lavoro, noi non siamo un tribunale ma sul terreno amministrativo dobbiamo fare il nostro». La circostanza promette di innescare un duro scontro tra maggioranza e opposizione. Il partito di Giancarlo Galan, presidente del Veneto nel periodo al centro delle indagini – ha anticipato il “no” all’istituzione della commissione inquirente: «Mi fido della Procura di Venezia e della Guardia di Finanza», commenta lo speaker del Pdl Dario Bond «lasciamole lavorare senza cercare palcoscenici»; e lo stesso Zaia fa sapere che il suo intervento in aula riguarderà esclusivamente il bilancio «nel rispetto delle competenze della magistratura, cui offriamo la nostra totale collaborazione». Il partito democratico, però, non desiste. E rilancia su un tema cruciale, quello dei project financing, la finanza di progetto che combina capitali pubblici e privati, con prevalenza di questi ultimi, “ripagati” attraverso concessioni e servizi in esclusiva. Ecco, un ordine del giorno del gruppo proporrà la sospensione e la verifica di tutte le opere in project financing ancora non avviate: «Questo per passare al setaccio ogni procedura e spazzare via ogni elemento di dubbio che possa ricollegarsi all’inchiesta in corso», ribadiscono Tiozzo e Bonfante «siamo di fronte a fatti di enorme gravità che inevitabilmente hanno effetti a cascata sulla prosecuzione di opere pubbliche, sugli equilibri delle società partecipate e sugli assetti finanziari regionali». Il consigliere Stefano Fracasso rincara e attacca i criteri di adozione del project: «Non contestiamo lo strumento in sé ma l’uso che ne è stato fatto, rivelatosi fallimentare. Nessuna concorrenza, cordate precostituite, sempre le stesse, zero rischio d’impresa ma un utile garantito in partenza variante tra il 7 e il 15%, largamente superiore al mercato. L’impressione è che spesso sia stata capovolta l’ottica: i project non erano funzionali a realizzare di opere necessarie, viceversa lavori venivano ideati e appaltati per consentire alle cordate di arricchirsi». Corollario: indebitamenti di lungo periodo per le casse regionali, oneri ulteriori per il cittadino (tipico l’esempio delle superstrade a pedaggio che subentrano alle arterie gratuite precedenti) e utilità assai dubbia delle grandi opere viabilistiche alla luce della riduzione di traffico provocata dalla recessione. Infine, l’urgenza di prevenire conflitti d’interesse. Uno per tutti, il segretario generale dei Lavori pubblici, Silvano Vernizzi, tuttora amministratore delegato di Veneto Strade: «Non può più essere controllore e controllato», è la conclusione dei democratici.

Filippo Tosatto

 

FINANZA DI PROGETTO  – Nuovi appalti dalle grandi strade alla sanità

Tra le opere di viabilità in project financing in cantiere figurano la Nogara-Mare destinata ad affiancarsi alla Transpolesana; la superstrada Valsugana a quattro corsie che collegherà il Veneto a Trento; il circuito Tangenziali venete che unirà Padova, Vicenza e Verona costituendo una seconda autostrada parallela alla Serenissima; la strada regionale Monselice-Legnago. Sul fronte della sanità, invece, giacciono i progetti riguardanti Verona (reparto materno infantile di Borgo Trento e ristrutturazione di Borgo Roma) nonché il centro protonico di Mestre.

 

ASSESSORE e sindacati 

Chisso: ben venga l’indagine del pm

Mantovani: rischi per l’occupazione

VENEZIA «Mi pare ci sia un’inchiesta in corso, ben venga, attendiamo il suo iter. Sul piano amministrativo condivido in pieno l’idea della commissione d’indagine del presidente Zaia. Veneto Strade? È una società e risponderà del suo operato, come tutti: parole dell’assessore veneto alla mobilità e alle infrastrutture Renato Chisso, pidiellino e galaniano. Sul fronte politico, il capogruppo di Italia dei Valori, Antonino Pipitone, ha inviato al presidente dell’assemblea regionale, Clodovaldo Ruffato, una lettera dove definisce «Non solo auspicabile, ma obbligatoria, la presenza in aula dei i vertici della Regione, e in primis del governatore Zaia, per spiegare cosa sta succedendo». Un’interpellenza parlamentare sulla vicenda è annunciata dal neo-deputato di Sel Giulio Marcon: «Dal giro di fatture false finalizzare alla costituzione di fondi emerge l’esistenza di un sistema politico-affaristico». Nuova bordata, da Strasburgo, dell’europarlamentare vicentino del Pdl Sergio Berlato, nemico acerrimo di Galan e dei vertici veneti del partito che l’hanno accusato di falsi tesseramenti: «Sospetto che dietro la costruzione di grandi opere ci sia una perversa organizzazione malavitosa mirante a garantire proventi illeciti a soggetti privati e in particolare ad alcuni politici». Ma i guai del gruppo Mantovani, il maggiore nelle costruzioni in Veneto, preoccupa anche i sindacati degli edili, che ieri – nella sede della società di via Belgio, in zona industriale a Padova – hanno sollecitato un incontro all’azienda per fare chiarezza sul futuro occupazionale dei 600 dipendenti, che salgono a 1300 con l’indotto: «Ci sono contratti in essere, temiamo contraccolpi per i lavoratori, chiediamo garanzie precise alla proprietà», fanno sapere Giancarlo Tosatto e Marino Berto.

 

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