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Inchiesta Mantovani, vortice di operazioni bancarie: 270 conti attivi riconducibili a Baita, 700 negli ultimi cinque anni

VENEZIA «Per noi l’indagine inizia qui, perché c’è qualcosa di più di una semplice evasione finalizzata al godimento dei fondi neri». Il comandante del Nucleo di polizia tributaria di Venezia, il colonnello Renzo Nisi, parla il giorno dopo la decisione del tribunale del Riesame che ha confermato il carcere per Piergiorgio Baita e la titolarità della Procura di Venezia dell’inchiesta; mentre è sempre di ieri la notizia del sequestro del 5% delle azioni che Baita possiede della Mantovani, per un valore di 2,5 milioni di euro: per il pm Stefano Ancillotto che ha chiesto il provvedimento e per il gip Alberto Scaramuzza che l’ha concesso, non è sufficiente che Baita si sia dimesso dalla presidente della Mantovani per non avere possibilità di ingerire nelle attività dell’azienda della quale è socio, seppur di minoranza, e comunque si tratta di un sequestro in vista di un possibile risarcimento erariale a fronte della contestata frode fiscale. A Baita erano già stati sequestrati due conti correnti, la villa a Mogliano, un appartamento a Treviso, due a Lignano Sabbiadoro, uno a Venezia, tutti in comproprietà con la moglie. Dal fronte delle indagini anche la notizia dell’incredibile vortice di conti correnti riconducibili a Baita, tra conti intestati o sui quali (la stragrande maggioranza) aveva comunque la firma: i finanzieri del Gico ne hanno contati 270 di attivi. Un numero persino irrisorio rispetto ai 700 conti correnti con firma di Baita, tra aperti e chiusi, “contati” dai finanzieri negli ultimi 5 anni. Numeri che la dicono lunga sul lavoro di analisi dei dati e dei documenti che stanno facendo i finanzieri. La decisione di venerdì del Riesame è un passaggio importante nell’inchiesta per frode fiscale e fondi neri (l’accusa presume almeno dieci milioni di euro) a carico dell’ex presidente Mantovani, Nicolò Buson, Claudia Minutillo e William Colombelli, questi ultimi due agli arresti domiciliari. Il perché lo spiega lo stesso Nisi: «La decisione del Riesame conferma l’impianto del nostro lavoro, e siamo soddisfatti, anche perché la difesa della controparte è di alto profilo, e se ci fossero stati errori procedurali li avrebbero trovati. Le testimonianze raccolte fino a qui non solo sono state utili per confermare l’impianto della nostra indagine, ma ci hanno dato spunti di lavoro molto interessanti. Sappiamo che ci sono i fondi neri, e sappiamo che di solito preludono ad altri tipi di situazioni che possiamo solo ipotizzare. Ora dobbiamo capire come quei fondi neri sono stati investiti».

Roberta De Rossi e Francesco Furlan

L’AVVOCATO – Paola Rubini: «in carcere per costringerlo a parlare»

La difesa del manager contesta la detenzione prolungata

PADOVA «Si vuol costringere a confessare persone in stato di minorata difesa, in quanto detenute in carcere». Ecco le ragioni che, secondo la penalista padovana Paola Rubini, impediscono la scarcerazione dell’ex manager della Mantovani Piergiorgio Baita, indagato per associazione a delinquere e frode fiscale, mentre sono già agli arresti domiciliari i due coindagati Claudia Minutillo e Colombelli che stanno collaborando. La difesa di Baita (l’avvocato Rubini e il collega-deputato Piero Longo) non si arrende. Anzi. «Entro cinque giorni saranno depositate le motivazioni del tribunale del Riesame: faremo ricorso per Cassazione». Il tribunale si è limitato a rigettare l’alleggerimento della misura cautelare in carcere negli arresti domiciliari, escludendo il pericolo di fuga. Spiega il legale: «Il pericolo di fuga va sempre correlato a elementi concreti, per esempio un soggetto dev’essere bloccato mentre sta andando all’aeroporto. Peraltro il mio assistito ha moglie, un figlio ed è nonno. Inoltre sapeva da un anno dell’inchiesta ed è rimasto qui». Avverte ancora l’avvocato Rubini: «Sulla competenza territoriale, i giudici si sono riservati. Se dovesse essere accolta l’eccezione di incompetenza (il trasferimento degli atti al tribunale di Padova), il fascicolo verrà inviato al gip di Padova che potrà revocare la misura o applicare una nuova ordinanza di custodia cautelare dopo l’interrogatorio di garanzia». Nessuna contestazione nel merito dei gravi indizi di colpevolezza: sarebbe stato inutile, fa capire il legale, di fronte a un’indagine di 60 faldoni. Indagine di cui la difesa non sa certo tutto: il pm ha secretato i verbali relativi all’interrogatorio di Mirco Voltazza, l’imprenditore di Polverara coinvolto nell’indagine che si è costituito. Tuttavia Rubini parla di gravi imprecisioni nell’ordinanza a carico di Baita «quando risulta essere andato a San Marino, avere là dei conti e conoscere bene dei politici sanmarinesi. Non è vero e lo abbiamo contestato». Ci sono pure altri delicati rilievi sollevati dai difensori di Baita, ma l’avvocato Rubini preferisce non dire nulla: riguarderebbero la detenzione del manager, rinchiuso in una cella del carcere di Belluno condivisa con altri tre detenuti. Cristina Genesin

«Baita? In gamba, ma l’ha fatta grossa»

Il patron Romeo Chiarotto: «Ora siamo in difficoltà, però Mantovani gira pagina con la nomina del presidente Damiano»

PADOVA «Non so cosa succederà a Piergiorgio Baita e a Nicolò Buson, sarà la magistratura a stabilire le loro eventuali responsabilità ma l’hanno combinata davvero grossa, ’sti benedetti ragazzi. Con i loro errori hanno messo la Mantovani in grave difficoltà e noi abbiamo girato pagina con la nomina a presidente del dottor Carmine Damiano, ex questore di Treviso. Abbiamo bisogno di tranquillità nel rispetto della legalità, ora sceglieremo il nuovo direttore amministrativo». Romeo Chiarotto, 83 anni, ricorda con orgoglio quando nel 1987 acquistò dall’ingegner Enzo Mantovani l’azienda trasformata nel colosso internazionale del dragaggio e dell’ingegneria idraulica: Mose, Passante, Expo di Milano, nuovo ospedale di Mestre danno l’idea delle sfide vinte e da vincere. Ingegner Chiarotto, com’è maturata l’idea di affidare al dottor Damiano la presidenza della Mantovani? «Un Baita2 non si poteva trovare in pochi giorni e abbiamo valutato diverse ipotesi, compresa quella di affidarmi la presidenza. Alla fine abbiamo scelto il dottor Carmine Damiano per inviare un messaggio chiaro: la società gira pagina e riafferma il rispetto di legalità e trasparenza. L’ex questore di Treviso ha grandi doti organizzative e sotto il profilo operativo sarà una piacevole sorpresa. Lo conoscevo da tempo, dieci giorni fa ci siamo parlati e lui è stato scelto come figura di garanzia, dopo aver valutato i curricula di docenti universitari e avvocati. E’ preparato ed efficiente anche nella gestione aziendale». Cosa ne pensa dell’inchiesta giudiziaria e di tutte quelle fatture false contestate a Baita? «Non mi sarei mai aspettato che una persona così in gamba la combinasse così grossa. E’ come se mi avesse tolto 3 anni di vita. La nostra azienda per il fatturato e il tipo di attività ogni biennio viene sottoposta ai controlli della Guardia di finanza. Tutto a posto, tranne quelle fatture con la Bmc di San Marino controllate con la lente d’ingrandimento. Purtroppo anche i manager perfetti hanno delle défaillance: le accuse sembrano pesantissime, ma attendiamo che la giustizia faccia il suo corso». Chi nominerete come direttore amministrativo? «L’assemblea dei soci a Mestre dovrà assegnare le deleghe al presidente e ci saranno novità. Mio figlio Giampaolo avrà la delega ai rapporti con le banche, mentre un ruolo decisivo verrà assunto dall’ingegner Gianfranco Zoletto, il manager dell’innovazione che ha rapporti con Usa, Cina, Olanda e l’universo del dragaggio marino: è lui che ci fa vincere le commesse internazionali». L’inchiesta può avere ripercussioni sui cantieri del Mose e dell’Expo di Milano? «No. Il problema del Mose sono i soldi che scarseggiano, ora il governo li ha trovati. Noi stiamo lavorando sulle bocche di porto di Malamocco, Treporti e Chioggia e siamo un anno e mezzo avanti rispetto alle ditte concorrenti che operano sulle bocche di Lido San Nicolò. Abbiamo calato dei cassoni di cemento armato di 62x45x20 metri: un condominio nel mare con una tolleranza di 3 millimetri. L’Expo di Milano? I ritardi sono legati alla difficoltà di esproprio dei terreni, non è materia nostra. Ai miei collaboratori dico di lavorare con impegno e serenità perché io ho sempre investito tutti gli utili nella Mantovani. Non ho barche, ville a Cortina, elicotteri e nemmeno la Ferrari. Ce la faremo».

Albino Salmaso

I sindacati chiedono un incontro urgente «Bisogna salvare i livelli occupazionali»

È già sul tavolo di Carmine Damiano, nuovo presidente del gruppo Mantovani, la richiesta di «incontro urgente per una approfondita informativa» sull’andamento della società». La missiva che chiede l’incontro è firmata dalle segreterie regionali venete dei tre sindacati delle costruzioni, dell’edilizia e del legno Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil. «Siamo stati delegati a livello nazionale – spiegano i segretari generali di Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil, Valerio Franceschini, Salvatore Federico e Leonardo Zucchini – per capire se l’inchiesta penale possa avere ricadute dirette sui lavoratori dell’azienda. Diamo pieno sostegno al lavoro della magistratura, ma allo stesso tempo non possiamo che condividere la preoccupazione dei dipendenti in questa difficile fase. La Mantovani è un colosso delle costruzioni, con circa 400 dipendenti, e il timore è che in un momento di grave crisi per il settore sia in Veneto che nel resto d’Italia, venga intaccata l’attività nei cantieri. Il Veneto, nel solo comparto delle costruzioni, ha perso 50 mila posti di lavoro. I lavoratori non hanno colpe per le scelte del management. All’incontro chiederemo prima di tutto garanzie occupazionali».

 

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