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Indagini su Baita, la Procura di Venezia sospetta che i fondi servissero a ottenere informazioni sull’attività istruttoria

VENEZIA – La Guardia di finanza, grazie alle perquisizioni del 20 marzo scorso nella redazione della rivista di Roma «Il Punto» e nelle case del direttore editoriale e di un suo collaboratore, ha trovato le fatture: sono più di una decina e dimostrano che «Mantovani spa» di Piergiorgio Baita e «Adria Infrastrutture» di Claudia Minutillo avrebbero versato nel giro di un anno e qualche mese oltre due milioni di euro al settimanale che ha sede in via Nazionale 75. L’imprenditore di Polverara Mirco Voltazza aveva parlato di 200 mila euro perché lui aveva assistito ad un unico versamento, ora grazie alle fatture e ai pagamenti, il pubblico ministero di Venezia Stefano Ancilotto ha ricostruito il flusso di finanziamenti ed ha scoperto che la cifra di 200 mila euro era probabilmente riferita ad un mese: nelle fatture si parla genericamente di «sostegno finanziario» a «Il Punto» e sono più di dieci, a partire dalla fine del 2011 fino al gennaio 2013. Il sospetto è che tutto quel denaro sarebbe stato versato perché Alessandro Cicero, direttore editoriale, e il collaboratore ed ex carabiniere Enzo Manganaro, sarebbero uomini dei servizi segreti e in gradi di contattare i vertici della Guardia di finanza in modo da ottenere informazioni sull’indagine che la Procura e le «fiamme gialle» di Venezia stavano conducendo. Non è un caso, dunque, che durante le perquisizioni i finanzieri abbiano trovato «decreti di perquisizione, bozze di lavoro non firmate dell’ordinanza di custodia cautelare e dati relativi al magistrati procedenti» scrive il Tribunale del riesame. La caccia ai fondi neri nel frattempo prosegue: gli inquirenti ritengono che siano finiti in conti correnti cifrati in banche della Svizzera e della Croazia. A conoscere i particolari, però, sarebbero soltanto Baita e il responsabile dell’amministrazione della Mantovani, il ragioniere Nicolò Buson, ed entrambi non hanno parlato, a differenza di Claudia Minutillo e di William Colombelli che, anche per questo, hanno ottenuto gli arresti domiciliari, mentre i primi due sono ancora in carcere, il primo in quello di Belluno, il secondo in quello di Treviso. Il Tribunale del riesame di Venezia sia per Baita sia per Buson ha respinto i ricorsi dei difensori, sostenendo che indizi e prove sono gravi e sufficienti e che c’è il pericolo di inquinamento probatorio nel caso fossero scarcerati. Mentre Baita ha molto da perdere, Buson era un semplice dipendente anche se con grandi responsabilità e quindi c’è chi non capisce perché si ostini a tacere, soprattutto dopo che Minutillo e Colombelli hanno confermato con le loro dichiarazioni le contestazioni dell’accusa. Ma dal carcere esce la voce che Buson ha paura, teme di pagarla in qualche modo nel caso decidesse di raccontare quello che sa. Tra l’altro, avrebbe letto l’incendio alle tre automobili, di cui due di proprietà Mantovani, ai cantiere del Mose di Pellestrina come un messaggio indirizzato a lui o, meglio, come una minaccia. Alle auto è stato dato fuoco sabato 16 marzo, alla sera: l’obiettivo erano i due mezzi di proprietà della società di Baita, poi l’incendio si è propagato anche a quello di un pellestrinotto, che era parcheggiato non lontano. Il Tribunale del riesame lagunare dovrà esprimersi ancora una volta su questa vicenda domani: l’avvocato Fulvia Fois, infatti, ha presentato ricorso anche sul sequestro cher gli inquirenti hanno compiuto ai danni di Buson, così come ai beni degli altri tre arrestati. Il ricorso per quanto riguarda l’arresto del ragioniere della Mantovani è stato respinto , ora i giudici esamineranno quello che riguarda i beni, si tratta di un appartamento a Padova. Quello presentato dall’avvocato Paola Rubini per i beni di Baita è stato accolto, ma è probabile che nei prossimi giorni ne venga firmato un secondo sempre sugli stessi beni.

Giorgio Cecchetti

 

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