Segui @OpzioneZero Gli aggiornamenti principali anche su Facebook e Twitter. Clicca su "Mi piace" o "Segui".

Questo sito utilizza cookie di profilazione, propri o di terze parti per rendere migliore l'esperienza d'uso degli utenti. Continuando la navigazione acconsenti all'uso dei cookie. Per maggiori informazioni cliccare qui



Sostieni la battaglia contro l'inceneritore di Fusina, contribuisci alle spese legali per il ricorso al TAR. Versamento su cc intestato a Opzione Zero IBAN IT64L0359901899050188525842 causale "Sottoscrizione per ricorso TAR contro inceneritore Fusina" Per maggiori informazioni cliccare qui

IL CASO – Bettin e Clini. Lite milionaria in tribunale sui veleni della Jolly Rosso

A GIORNI LA SENTENZA

Il sociologo: «Mi ha chiesto un milione di euro»

La replica: «Mai sentita una parola di scuse»

IL CASO – L’assessore all’Ambiente querelato dall’ex ministro per una vicenda di oltre vent’anni fa

Gianfranco Bettin rischia di dover pagare un milione di euro all’ex ministro e attuale direttore generale del ministero dell’Ambiente, Corrado Clini. La storia è vecchia di oltre vent’anni e tutto ruota attorno alla Jolly Rosso, una nave italiana che a fine anni Ottanta il Governo mandò in Libano a caricare 10 mila fusti di rifiuti tossici che erano stati gentilmente regalati da una azienda lombarda, la Jelly Wax, ma il Paese della penisola arabica non gradì il dono.

«All’epoca molte aziende italiane smaltivano così le proprie scorie, a volte anche con complicità mafiose o di apparati dello Stato»

racconta Bettin che oggi è assessore comunale all’Ambiente. Dopo mesi di indecisioni, si smaltirono i fusti in alcuni siti industriali del Paese, compresa Marghera che, dentro al Petrolchimico, ha l’inceneritore SG31 nel quale furono bruciati nonostante le proteste di ambientalisti, operai e Bettin.
Dopo cinque anni il settimanale L’Espresso pubblicò un articolo che, ricordando quella vicenda, citò una relazione dell’Ulss 36 (oggi Ulss 12) datata 28 febbraio 1990 nella quale, analizzando la condensa dei fumi usciti dal forno SG31, si confermava presenza di uranio. In quell’articolo Gianni Mattioli, allora docente all’Università di Roma, disse che le concentrazioni erano preoccupanti.
Bettin era prosindaco di Mestre e anche consigliere regionale e presentò un’interrogazione; stessa cosa fece la parlamentare dei Verdi Luana Zanella alla Camera dei deputati.
Corrado Clini, che nel frattempo era sbarcato al ministero dell’Ambiente, querelò in sede civile Bettin, Zanella e il settimanale.
Ebbene, il Parlamento rifiutò l’autorizzazione a procedere per Luana Zanella, e l’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, fece la stessa cosa, ma la Corte Costituzionale stabilì che per Bettin bisognava aspettare l’apertura del processo che avvenne nel 2010; nel frattempo Galan era stato sostituito da Luca Zaia e la Regione non mosse più un dito per Bettin.

«Queste tutele non sono dei privilegi – commenta l’assessore – rappresentano la garanzia che, in nome dei cittadini tutti, si possano porre anche le domande più scomode, anche nei confronti di chi è potente».

Bettin, che a giorni aspetta la sentenza, dice che non parla per chiedere tutele

(«per quanto riguarda la mia vita, in ogni caso, cercherò di arrangiarmi»)

ma perché

«per sciatteria o precisa volontà politica di discriminare il sottoscritto, la Regione crea un pericolosissimo precedente».

Quanto al querelante

«non ho niente da dire sul dottor Corrado Clini. Egli, assistito dal grande studio legale che presta anche consulenza giuridica al ministero dell’Ambiente, esercita una possibilità che l’attuale normativa lascia a chiunque (specie se potente) scambi le critiche per reati. È la legge che andrebbe cambiata, come da tempo sostengono in molti. Ed è la Regione Veneto che è indicata come un ente che non rispetta se stesso né i propri esponenti».

Corrado Clini dice che non si ricordava nemmeno più del processo:

«È passato troppo tempo. Ricordo, però, molto bene quanto venne scritto in quell’articolo e le dichiarazioni uscite, e non erano rappresentazioni di opinioni politiche, ma accuse molto pesanti su una mia responsabilità diretta su una cosa orribile, in qualche modo legata a fenomeni di criminalità organizzata».

L’Espresso citava una documentazione dell’Ulss 36 nella quale si parla di uranio.

«Non ho mai visto una lettera del genere. È vero, al contrario, che fui io a ordinare accertamenti su tutto, compreso l’uranio, e le conclusioni furono che il tipo di concentrazioni trovate rientrava nel fondo naturale dell’ambiente».

Lei chiede un milione di euro a Bettin. «

Dissi subito che, qualunque cifra avessi preso, l’avrei devoluta a programmi di risanamento ambientale per Porto Marghera. Ad ogni modo la cosa che mi fa più specie è che in tutti questi anni non ho mai sentito una parola di scuse da nessuno di loro».

 

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Copyrights © 2012-2015 by Opzione Zero

Per leggere la Privacy policy cliccare qui