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Lo rivela il colonnello Renzo Nisi congedandosi da Venezia dopo 4 anni al vertice del Nucleo

MESTRE «Delle inchieste Baita e Mazzacurati è uscito solo un quarto di quanto le indagini stanno mettendo a nudo. Impossibile fermare queste inchieste, ora sono come macigni che stanno rotolando a valle».

Con la solita efficacia che lo contraddistingue quando spiega i fatti, il colonnello Renzo Nisi parla delle inchieste che negli ultimi mesi hanno iniziato a demolire il potere politico-economico, costruito anche grazie a fondi neri e corruzione, che ha caratterizzato gli ultimi venti anni della nostra Regione. Un sistema che sembrava intoccabile.

Nisi lo fa nel giorno in cui si congeda dal comando del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia, dopo averlo diretto per quattro anni. Un’esperienza che ha definito «straordinaria». Da lunedì assumerà l’incarico di capo ufficio ordinamento del Comando generale della Guardia di Finanza a Roma.

Un potere, personaggi che sembravano intoccabili. Per anni nessuna indagine, nessuna Procura ha mai messo le mani su questo sistema. Come mai? «Ora c’è stato l’allineamento di pianeti giusti», risponde sorridendo. «Io non so perché. Quando sono arrivato, il procuratore capo Vittorio Borraccetti se ne stava andando, poi ci siamo riorganizzati come ufficio e ora lascio un’ottima squadra che lavora perfettamente in sintonia con la Procura. L’attuale procuratore capo Luigi Delpino è un fine giurista, uno che ci mette la faccia nelle indagini, firma lui stesso gli atti e lavoriamo potendo contare su di lui. Noi siamo dei cani da guardia che senza guida restano dei cani da guardia e basta. Lui è stato una perfetta guida. E in sintonia con lui anche i pm con i quali abbiamo lavorato in questi anni: di Stefano Ancillotto, Paola Tonini e in questi ultimi mesi anche Stefano Buccini. Pm concreti che guardano al sodo, convinti come noi che in queste inchieste chi viene preso con le mani nel sacco prima fa trovare i soldi che ha fatto sparire e ammette le sue responsabilità e solo dopo si può parlare di pena».

Le soddisfazioni maggiori in questi quattro anni? «Sicuramente le reazioni all’arresto del geometra Bertoncello per la corruzione di alcuni funzionari del Comune di Venezia e della Commissione Regionale di Salvaguardia. Ho sentito che la gente ha cominciato ad avere nuovamente fiducia in noi, nello Stato. Sono arrivate segnalazioni da parte dei cittadini e non solo le solite lettere anonime. Si capiva che la gente era stanca di un sistema e percepiva che noi non ci giravamo da un’altra parte. Appena arrivato ho conosciuto persone che, parlando di Venezia, spiegavano che certi ambienti erano intoccabili. Ora, a distanza di qualche anno, si sono resi conto che nessun ambiente è intoccabile. Per me è una grande soddisfazione. Io conosco la realtà veneziana, immagino che la stessa situazione si viva in altre parti d’Italia». La gente era stanca anche di un’altra situazione a Mestre: via Piave e l’economia illegale dell’imprenditore cinese Luca Keke Pan. Anche quella situazione sembrava irrisolvibile e lui intoccabile. Un’altra soddisfazione, a quanto pare. «Come dico spesso, la Guardia di Finanza ha una possibilità d’indagare che altre forze di polizia non hanno: può guardare nel portafogli della gente. Noi possiamo affrontare le indagini partendo dall’analisi di come uno ha messo assieme il suo patrimonio senza dover utilizzare testimoni che a volte non ci sono. Del resto Al Capone, responsabile di decine di reati e omicidi, è finito in galera per evasione fiscale. È stata una bella indagine portata a termine anche grazie all’uso di un finanziere sotto copertura. È stata un’idea del collega Nicola Scibilia e siamo stati supportati in tutto dal comando generale e dalla Procura. E poi tanta soddisfazione nel vedere la gente che prima era rassegnata e dopo è ritornata ad avere fiducia nelle istituzioni».

Lascia il Veneto dopo quattro anni. Come è cambiato, in questi anni, l’andamento della corruzione nella pubblica amministrazione? «Per dirlo bisognerebbe svolgere una ricerca sociologica. Di certo posso dire che un fenomeno preoccupante è la corruzione di basso valore, quella che parte dal basso. Fenomeno emerso chiaramente nell’indagine che ha portato all’arresto del geometra Bertoncello. Io la chiamo “la corruzione delle cinquanta euro” nella quale un qualsiasi funzionario pubblico per sveltire una pratica chiede denaro, poco denaro. È preoccupante perché anche l’ultimo impiegato può sollecitare soldi e chiunque di noi può facilmente pagarlo per ottenere, prima, quello che chiede e che gli è dovuto».

Carlo Mion

 

tributario della Finanza

È Pennoni il nuovo comandante delle Fiamme gialle

Al colonnello Renzo Nisi, subentra il collega Roberto Pennoni. Il colonnello Pennoni è nato a Gualdo Tadino (Perugia), ha quarantaquattro anni, è sposato ed ha un figlio. È entrato in Accademia nel 1988 ed ha ricoperto, nel corso della sua carriera, incarichi operativi in Lombardia ed Emilia Romagna, e di Stato Maggiore presso il Comando Generale del Corpo a Roma. Dopo aver frequentato il 35° Corso Superiore di Polizia Tributaria, ha prestato servizio presso il Comando Provinciale di Bologna. Ha ricoperto nell’ultimo triennio l’incarico di Capo Ufficio Commissariato e Armamenti del IV Reparto Logistica del Comando Generale. È stato promosso Colonnello il 1° gennaio 2011. È laureato in Giurisprudenza, Scienze politiche ed Economia e commercio e ha svolto attività di insegnamento in materie giuridiche, economiche e tecnico-professionali negli Istituti di Istruzione del Corpo. Renzo Nisi in occasione del passaggio di consegne ha detto del collega: «Sono sicuro che Roberto farà bene, caratterialmente siamo simili. Inoltre io gli lascio una squadra che fino ad ora è stata di serie A, ma adesso è pronta per disputare la Champions League».

 

Preziosa racconta i legami con la Mantovani

Interrogato in carcere il vicequestore di Bologna risponde alle domande dei magistrati

VENEZIA – Il vicequestore ha parlato e risposto alle domande che il giudice di Verona, dove il bolognese Giovanni Preziosa è rinchiuso, gli ha posto per rogatoria, per conto del magistrato di Venezia che ha firmato l’ordinanza di custodia cautelare. Tutti si aspettavano che tacesse, che prima di raccontare ciò che sa desse almeno il tempo al suo difensore, lo stesso dell’imprenditore pure lui di Bologna Manuele Marazzi, l’avvocato Caterina Caterino, di leggersi le carte dell’accusa, come del resto ha fatto due giorni fa Marazzi. Invece, ha parlato e a lungo e, a questo punto, probabilmente nei prossimi giorni chiederà un colloquio con il pubblico ministero Stefano Ancilotto, l’unico al quale interessa davvero sapere che cosa ha da dire il poliziotto al servizio della «Mantovani» di Piergiorgio Baita, a servizio con un vero e proprio tariffario: prezzi diversi in base alle prestazioni richieste. È accusato di corruzione, di rivelazione di segreti d’ufficio, di accesso abusivo al sistema informatico del ministero degli Interni e di peculato. Se vuota il sacco di cose da raccontare ne ha davvero Preziosa e non solo per quanto riguarda la Mantovani. Non è un semplice poliziotto, uno dei tanti, ha una storia alle spalle. All’epoca della Uno Bianca, la banda composta tutta da poliziotti sanguinari, era alla Squadra Mobile, a capo dell’Ufficio omicidi, quello che l’allora vicecapo della Polizia Achille Serra definì «il peggiore d’Italia» perché furono decine gli omicidi della banda che gli investigatori di Preziosa avevano negli uffici accanto senza accorgersi di nulla. Poi è stato dal 1999 al 2000 assessore alla Sicurezza dell’unico sindaco di centrodestra del capoluogo emiliano, Giorgio Guazzaloca, ma anche lui lo cacciò dalla giunta quando si accorse che aveva costituito una società privata nel settore della sicurezza, forse la stessa nella quale ancor oggi era in affari con Marazzi, ma questa volta senza apparire ufficialmente, visto che nell’ordinanza di custodia cautelare si spiega che le azioni sono intestate alla giovane figlia. E sempre negli anni della politica aveva tentato anche la strada del Parlamento europeo nelle fila di Alleanza nazionale, senza però sfondare. Allora era rientrato nella Polizia ed ora era a capo del Commissariato di Santa Viola. A Baita il vicequestore era arrivato con due passaggi: era stato il suo «socio» Marazzi a presentarlo a Voltazza, che per la «Mantovani» si occupava dell’intelligence, così almeno loro la chiamavano. Insomma, da un lato della raccolta delle informazioni grazie a pubblici ufficiali disponibili ad essere corrotti, come appunto Preziosa, dall’altro ad ostacolare in qualsiasi modo l’attività d’indagine della magistratura, a partire dalla bonifica da possibili microspie piazzate in uffici, appartamenti e auto usate da Baita e dai suoi collaboratori. Un’attività che ha permesso all’ingegnere di sapere in anticipo quali mosse stavano facendo la Procura e i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria. Mosse di cui, presumibilmente, Baita aveva messo al corrente anche i vertici del Consorzio Venezia Nuova, in particolare l’ex presidente Giovanni Mazzacurati, poi anche lui finito in manette.

Giorgio Cecchetti

 

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