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Seduta straordinaria a Longarone in omaggio alle vittime

La risoluzione: alt all’uso dell’acqua per produrre energia

LONGARONE – Cari sindaci e imprenditori dell’energia, giù le mani dalle centraline idroelettriche. Il consiglio regionale si è riunito in seduta straordinaria a Longarone, per commemorare le vittime del Vajont, e in loro nome ha votato all’unanimità una risoluzione che impegna le istituzioni, quindi in prima istanza la Regione, ad «un approccio più responsabile all’utilizzo delle risorse, a cominciare da quelle idriche dei territori montani».

Proviamo a tradurre: no alle 180 richieste di captazione idrica a fini elettrici presentate nel territorio della provincia. E, a quanto pare, anche un no rotondo, almeno indiretto, allo stesso sfruttamento delle acque del torrente Vajont. Voto, si badi, all’unanimità. Come dire che basterebbe questo segnale per giustificare la discussa seduta dell’assise regionale a Longarone. I consiglieri si sono mossi a spese loro, i 10 funzionari no, ma la posta in gioco val bene l’appuntamento. Anche se ha lasciato l’amaro in bocca a tanti, in primo luogo al presidente della Regione, Luca Zaia, che non ha potuto parlare, come non sono intervenuti i capigruppo. Un problema, questo, risolto solo all’ultimo momento, con una riunione dei rappresentanti dei partiti nella sala giunta del municipio di Longarone, mentre gli invitati aspettavano fuori. Numerosi i mal di pancia, ma fino a giovedì acqua in bocca, per non turbare la commemorazione di domani.

«Solo la presa di coscienza di quanto veramente è accaduto, solo la verità sulle responsabilità, solo l’indignazione rispetto ad omissioni silenzi o complicità sono la premessa indispensabile per evitare che tragedie come quella del Vajont abbiano a ripetersi» ha detto il presidente del consiglio, Clodovaldo Ruffato, che aveva accanto a sé il presidente Luca Zaia, l’assessore alla protezione civile Daniele Stival, il sindaco Roberto Padrin, i vicepresidenti, mentre la prima fila era riservata a giunta e prefetto di Belluno, poi i consiglieri, a metà sala gli ospiti.

Nel 1963 il consiglio regionale non esisteva ancora, ha precisato Ruffato. «Era lo Stato a decidere e a controllare la costruzione di opere come la diga del Vajont. E lo Stato, in questa circostanza, come riportano molte testimonianze dell’epoca, ha ignorato o non ha ascoltato a sufficienza le voci delle realtà locali. La presenza qui oggi del consiglio regionale del Veneto, del massimo organo di rappresentanza della Regione vuole sottolineare quella disattenzione, a chiedere scusa anche per chi non l’ha fatto, e ribadire il nostro impegno a fare leggi rigorose, a vigilare perché vengano rispettate e ascoltate le comunità locali».

E poi, certo non ultimo, questi morti, queste comunità, hanno bisogno di verità e di giustizia. Il presidente, a questo punto, si è agganciato all’attualità.

«Proprio in questi giorni su questa tragedia stanno emergendo fatti nuovi e ricostruzioni sconcertanti, che rendono ancora più inquietante la vicenda processuale conclusasi con pene comunque lievi e addebiti di responsabilità a figure comunque minori», ha detto.

«Nessuno di noi ha la presunzione o la competenza per valutare queste notizie né vogliamo ergerci a giudici. Ma quello che ci sentiamo di chiedere è che emerga la verità e venga fatta giustizia; che anche questa tragedia non finisca in quella fascia grigia che ha purtroppo segnato la storia del nostro Paese, dove tanti eventi gravi e tragici non hanno trovato risposta e individuato mandanti e colpevoli».

Il consiglio ha osservato un minuto di silenzio in memoria dei morti, quindi si è recato in visita al cimitero monumentale, mentre una parte è salita alla diga, accompagnata dal sindaco Roberto Padrin, al quale i presidenti Clodovaldo Ruffato e Luca Zaia in consiglio regionale avevano donato una pergamena che in sintesi richiama i temi della risoluzione. Uno è quello delle centraline idroelettriche, l’altro è quello dei libri di scuola.

«La lezione del Vajont deve entrare nei programmi e nei libri di scuola di ogni ordine e grado», vi si scrive. Un impegno che il consiglio regionale affida al lavoro divulgativo delle scuole di ogni ordine e grado e che trasmette al Governo e al Parlamento.

Dal canto suo il presidente della Regione, Luca Zaia, prende atto che domani ci sarà Pietro Grasso, il titolare di Palazzo Madama, a rendere omaggio alle vittime del Vajont. Ma, arrivando ieri a Longarone, in municipio, ha ammesso che avrebbe gradito la presenza del Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, e magari anche quella del presidente del Consiglio, Enrico Letta.

«Sarebbe stata una grande occasione per chiedere scusa. Queste sono popolazioni di gente pacifica, di gente che ha sofferto, di superstiti che ancora parlano di quella tragedia, di oltre 400 bambini che sono morti, di 1910 vittime. Penso che le massime cariche dello Stato dovrebbero essere qui. Senza nota di polemica, dico che tutta la comunità si aspettava una grande presenza istituzionale».

Zaia ha aggiunto che la lezione del Vajont non è stata ancora del tutto capita, perché ogni anno l’Italia registra un bilancio di un miliardo di euro di disastri ambientali.

«Se si ascoltassero le popolazioni, i vecchi, come nel caso del Monte Toc, forse tragedie come queste si potrebbero evitare», puntualizza Zaia che poi conferma lo studio, da parte della Regione, di una riforma radicale dell’urbanistica in Veneto. «Nolenti o volenti un giorno si arriverà al bilancio volumetrico zero, nel senso che tutto quello che si costruirà lo si farà in virtù del fatto che si demolirà qualcos’altro. È un po’ il modello della Svizzera, il modello al quale ambisco. Noi non possiamo più pensare che la nuova cubatura sia fine a se stessa».

Francesco Dal Mas

 

Su Internet tutti i documenti del processo

Portale pronto il 9 dicembre, quando sarà inaugurata la mostra allestita all’Archivio storico di Belluno

BELLUNO – Una mostra e un sito web, entrambi al varo il 9 dicembre, per vedere e consultare, sempre e liberamente, tutto il materiale sul quale è stato istruito il processo sul Vajont, apertosi ufficialmente il 29 novembre 1968 a L’Aquila.

Una mole di reperti di dimensioni imponenti quella che gli archivisti (in primis quelli dell’Archivio storico di Belluno) hanno utilizzato nel complesso processo di riproduzione digitale del materiale processuale: 256 faldoni traboccanti di documenti, testimonianze, analisi e valutazioni tecniche, centinaia di fotografie e filmati.

«Soltanto per gli atti sequestrati il giudice Fabbri aveva fatto numerare, con timbro del giudice istruttore, più di 150 faldoni e oltre 5200 documenti, ritenuti rilevanti», spiega la direttrice dell’Archivio storico di Belluno, Claudia Salmini.

«A questi bisogna aggiungere negativi, lastre, bobine, microfilm, rilievi geologici, modellini, plastici, planimetrie. Riferendoci allo spazio che fisicamente il materiale occupa sugli scaffali, parliamo di circa 50 metri lineari: uno sproposito in termini archivistici».

Reperti provenienti da vari archivi: quelli della Sade, Genio civile di Udine, Genio civile di Belluno, Ministero dei Lavori Pubblici, Società telefonica Telve, Comune di Erto e Casso, prefettura di Udine, Istituto di idraulica e costruzioni idrauliche dell’Università di Padova, Osservatorio geofisico sperimentale di Trieste, le Provincia di Belluno e Pordenone, «oltre alle carte dei professori Giorgio Dal Piaz ed Edoardo Semenza», precisa il direttore Salmini.

«Ci sono anche articoli di giornale, mentre i reperti del carotaggio sono depositati a Longarone».

Materiale che l’Archivio storico di Belluno ha ricevuto in consegna da quello de L’Aquila, in via temporanea per le attività di inventariazione e digitalizzazione, solo a metà 2009. «I lavori di catalogazione funzionale al progetto e, soprattutto, la riproduzione digitale dell’intero materiale, effettuata anche con l’aiuto dell’Istituto Luce», prosegue la Salmini, «è iniziato a fine 2009, quando è stata stipulata la convenzione per il sostegno dell’iniziativa tra l’Archivio Stato di Belluno e quello de L’Aquilia per il progetto denominato Archivio diffuso del Vajont».

Convenzione sottoscritta anche dalla Direzione generale per gli Archivi di Stato (Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo) e dalla Fondazione Vajont, che rappresenta i Comuni. Sostenuto con finanziamenti diretti della Fondazione Vajont, il progetto di digitalizzazione del materiale processuale, la creazione del portale web (resa possibile dal sostegno della Direzione generale per gli Archivi e dalla Fondazione Cariverona), la sua messa on line e l’allestimento della mostra, per un costo complessivo di circa 200 mila euro, sono il risultato di quasi quattro anni di maniacale lavoro, per quanto riguarda la parte archivistica bellunese, eseguito dalla dottoressa Silvia Miscellaneo, mentre la direzione scientifica è stata quella del professor Maurizio Reberschak.

La mostra chiuderà i battenti il 25 gennaio 2014, mentre sul web il nuovo portale consentirà anche alle generazioni future di rivivere, passo dopo passo, il processo del Vajont.

Marco Ceci

 

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