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I lotti edificabili diventano agricoli. Il piano degli interventi approvato l’altra sera in consiglio comunale a Nervesa offre un evidente spaccato della situazione di difficoltà economica in cui versano tante famiglie. Per intere lottizzazioni i privati hanno chiesto e ottenuto, dopo il voto dell’altra sera, la trasformazione da edificabili ad agricole. Più di una delle 47 osservazioni esaminate ha riguardato infatti tale tema.

«Ci siamo concentrati -spiega il sindaco Fabio Vettori- su due lottizzazioni, una vicino al centro in via Schiavonesca vecchia, un’altra in via Diaz, e a vari lotti singoli. I proprietari ne avevano chiesto la trasformazione perché preferiscono modificare la natura della proprietà piuttosto che pagare l’Imu sui terreni edificabili».

Un radicale cambio di rotta che non è limitato a Nervesa: casi analoghi sono emersi, sempre in fase di esame del piano degli interventi, anche a Montebelluna. Il “mattone”, per decenni salvadanaio blindato dei risparmiatori, non attira più come forma di investimento o non rappresenta la risposta più appropriata all’emergenza economica che sta attanagliando il Paese. Intanto, però, il piano ha cercato di andare incontro anche ad altre situazioni: le osservazioni sono state votate una ad una e, in molti casi, la Giunta Vettori ha avuto anche il “placet” dell’opposizione.

«È stato varato -spiega il sindaco- un accordo con la ditta Boldini per lo spostamento di un’attività di allevamento di galline sul Montello, in cambio di un’edificabilità residenziale consona con il contesto paesaggistico».

Per quanto riguarda invece l’intervento edilizio Ca’ della Robinia, realizzato all’ex disco Palace, sempre sulla collina, ha ottenuto il via libera la realizzazione di alloggi per disabili. È in programma anche una sala conferenze che potrà essere utilizzata dal Comune. «Il piano appena approvato -conclude Vettori- sarà efficace dall’inizio di dicembre, per i prossimi cinque anni. Sempre ammesso che la gente abbia soldi per intervenire».

Laura Bon

 

OTTO E MEZZO – LILLI GRUBER

OSPITI: Tomaso Montanari (storico dell’arte), Andrea Scanzi (Il Fatto Quotidiano), Matteo Richetti (Partito Democratico),

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LA7 – DIMARTEDI’ – FLORIS

OSPITE: Salvatore Settis, (Archeologo)

Meteosantangelo.it ha rilevato 1683 millimetri, il doppio rispetto al 2011. E ci sono altri 44 giorni

SANTA MARIA DI SALA – Piove più che in passato, ma le opere sono le stesse di decenni fa. Quello che tutti sapevano, ora è suffragato dai dati. Amatoriali, ma pur sempre provenienti da strumentazioni professionali. La stazione Meteosantangelo.it a Sant’Angelo di Sala ha misurato 1683 millimetri di pioggia caduti quest’anno sul Salese. È il dato più elevato degli ultimi sette anni e crescerà ancora, visto che al 31 dicembre mancano ancora 44 giorni. Tanto per fare un paragone, lo scorso anno, considerato uno dei più piovosi, erano caduti 1373 millimetri di pioggia, già abbondantemente superati da questo 2014 così bagnato e sempre l’anno in corso ha addirittura già raddoppiato la quantità di pioggia scesa nel 2011, quando caddero 753 millimetri di pioggia. «Questo non può che trasformarsi in difficoltà di assorbimento per il territorio, che infatti molto spesso è andato in sofferenza quest’anno», spiega Adriano Zagagnin, uno dei fondatori di Meteosantangelo, «sicuramente ha influito l’estate anomala e così piovosa, fatto sta però che con simili precipitazioni tutte le opere costruite in periodi di quantitativi minori, vedi strettoie ai corsi d’acqua, tombamenti di fossi e cementificazioni varie, adesso si mostrano inadeguate ad assorbire tali quantità d’acqua».

L’analisi di Zagagnin è ben nota ai tecnici del consorzio di bonifica e del Comune, che infatti di recente hanno sottoscritto una convezione per rivedere le vecchie opere idrauliche e progettarne di nuove. Adeguare, insomma, il territorio ai nuovi quantitativi d’acqua in arrivo dal cielo e da monte dei canali. Venerdì la giunta ha dato il via libera alla convenzione, ora il consorzio si occuperà della progettazione esecutiva delle opere, che riguardano principalmente Caltana, il “catino” del Salese: due gli allagamenti in centro negli ultimi due mesi, altrettanti allarmi, per fortuna senza conseguenze. Il consorzio progetterà a monte di Caltana un bacino capace di contenere fino a 30 mila metri cubi di invaso. Riguarda il centro del paese invece la seconda opera: verrà aperto il vecchio “tombotto”, il vecchio tombinamento dello scolo Caltana, fatto negli anni in cui le portate erano minori, oggi ostruito e insufficiente. Verrà rifatto, con sezione 4 per 2, per far scorrere l’acqua senza restringimenti e a prova di detriti. Capace insomma di sopportare anche i quasi 1700 millimetri di pioggia come quelli caduti quest’anno. E oltre.

Filippo De Gaspari

 

Nuova Venezia – L’Italia seduta su 500mila frane

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18

nov

2014

I dati Ispra descrivono il Paese più fragile e “consumato” d’Europa

ROMA – L’Italia Paese dal suolo fragile. In Europa sembra essere quello che si sgretola di più: delle 700 mila frane censite nel Vecchio continente, 500 mila sono catalogate in Italia facendo del nostro territorio «uno di quelli maggiormente esposti». Ogni anno infatti avvengono tra le 1.000 e le 2.000 frane, di cui il 10% classificate come «pericolose» e capaci di causare «vittime, feriti e danni a edifici e infrastrutture». Questo il quadro disegnato dal geologo Alessandro Trigila, responsabile dell’Inventario nazionale dei fenomeni franosi dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (Ispra).

Trigila non nasconde il fatto che in Italia si siano fatti «tanti errori di pianificazione». «Solo negli ultimi cinque anni – ricorda – gravi eventi franosi hanno causato vittime e ingenti danni a centri abitati e a infrastrutture di comunicazione». Tra questi per esempio «nel 2014 a Roma 66 frane nell’area urbana; nel 2013 nelle province di Parma e Reggio Emilia; il 25 ottobre 2011 nelle Cinque Terre, Val di Vara (Sp) e Lunigiana (Ms); il 15 febbraio 2010 a Maierato (Vv); il 1 ottobre 2009 a Giampilieri (Me)». Dai dati Ispra emerge che la popolazione esposta a frane in Italia supera il milione e che quella esposta ad alluvioni supera i 6 milioni.

«Tutte le frane censite – spiega Trigila – sono frane ora ferme e tranquille che però potenzialmente potrebbero innescarsi; potrebbe essere una qualsiasi di quelle 500mila». Gli errori italiani legati alla pianificazione riguardano per esempio il consumo di suolo che, secondo l’Ispra, viaggia «al ritmo di 7 metri quadrati al secondo, pari a 100 campi di calcio al giorno. Abbiamo un territorio fortemente antropizzato che, a parte gli 8.000 Comuni, è fatto da tantissimi piccoli paesini e frazioni».

Poi naturalmente la natura fa la sua parte: sicuramente bisogna tener presente che l’Italia ha un «suolo fragile dal punto di vista geoglogico» e che la struttura «orografica» incide molto, con «il 75% di territorio collinare-montano». A questo bisogna aggiungere «un’urbanizzazione non ordinata» soprattutto perché si è «costruito nelle zone sbagliate». E poi, con lo sviluppo sono «aumentate le aree potenzialmente a rischio».

Ma, avverte Trigila, «dal dopo-Sarno ad oggi i vincoli inseriti hanno aiutato in qualcosa. Riteniamo ci siano più soluzioni: delocalizzare in alcuni casi edifici non compatibili, fare interventi di messa in sicurezza e pianificazione territoriale ed infine stabilire vincoli», alcuni sottoposti al «controllo dei comuni» e altri che andrebbero «recepiti da parte di chi ancora non lo ha fatto». Così come è importate avere «banche dati sempre aggiornate».

 

Gazzettino – La Valdastico sbarra la Nuova Valsugana

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18

nov

2014

GRANDE VIABILITÀ – Il Cipe ha approvato il proseguimento dell’A31: di conseguenza verrebbero congelati gli altri progetti

Zaia tiene aperta una porta per l’operazione in Valbrenta, Alessandra Moretti sarebbe pronta a metterla nel cassetto

LA VALUTAZIONE – “Infrastruttura strategica per il collegamento del Veneto con il centro Europa e per il suo sviluppo”

Una frenata al progetto della superstrada a pedaggio Nuova Valsugana è arrivata in questi giorni da Roma con lo sblocco della Valdastico Nord. L’infrastruttura considerata “alternativa” a quella che coinvolge il Bassanese per il potenziamento del collegamento viario con il Trentito Alto Adige è stata approvata dal Comitato interministeriale per la programmazione economica, che ne ha riconosciuto il valore di intervento strategico di grande rilevanza per il territorio regionale, alla pari della linea ferroviaria ad alta velocità (Tav) tra Verona e Padova, del collegamento autostradale Orte-Mestre e del completamento del Mose: tutte opere che intercetteranno i finanziamenti necessari per prendere il via con i rispettivi progetti.

Nella riunione Cipe dello scorso 10 novembre è stata affrontata in particolare la prolungata querelle tra Regione del Veneto e la Provincia autonoma di Trento, relativamente alla realizzazione del prolungamento della A31 fino al raccordo con l’autostrada del Brennero. I trentini sono infatti contrari al passaggio di nuove grandi arterie nel loro territorio. La Valdastico Nord, tuttavia, è considerata dal Cipe «di tutta evidenza strategica per le possibilità di collegamento e di sviluppo del Veneto centrale con le aree a nord e con il centro Europa», e se ora resta da trovare una soluzione per superare il “no” dei trentini in un’ottica di confronto e collaborazione, un passo indietro almeno sulla Nuova Valsugana risulterebbe quantomai inevitabile da parte della Regione Veneto.

A esprimere soddisfazione per il passo avanti compiuto sul fronte Valdastico sono stati anche il governatore regionale Luca Zaia e Alessandra Moretti, sua probabile sfidante alle prossime elezioni regionali. Ma la posizione dei due fronti politici sulla Nuova Valsugana è diversa: Zaia tiene aperte le porte, mentre la Moretti e il Partito democratico sono pronti a stracciare il progetto.

«Ce n’è voluta per sbloccare i piani che giacevano nei cassetti della burocrazia romana – sostiene il presidente della Regione – tuttavia mancano ancora all’appello tanti altri interventi e iniziative meno strategiche, ma che consentirebbero, se finanziate, una vera ripresa per le imprese dei nostri distretti industriali. E dico questo sapendo che le grandi opere sono indispensabili alla ripresa del Paese, ma altre opere fuori dai riflettori non lo sono di meno».

I democratici veneti, invece, rivendicano i meriti del governo Renzi e chiedono uno stop definitivo dell’arteria che attraversa la Valbrenta: «Il governo ha detto sì alla Valdastico – scrivono in una nota il segretario regionale Pd, Roger De Menech, e Alessandra Moretti – È vero che c’è il parere negativo di Trento e per questo è stato scelto di attivare la concertazione anziché imporre l’opera. Ma è chiaro che se il governo non fosse stato favorevole, si sarebbe fermato tutto: l’atto del Cipe dimostra chiaramente che ci stiamo spendendo per fare la strada. Piuttosto, la Regione Veneto dovrebbe smetterla di dire sì ad altre infrastrutture come la Valsugana: se c’è la Valdastico non può esserci anche la Valsugana. Luca Zaia si decida».

 

Oltre trecento persone hanno manifestato ieri mattina contro la realizzazione della Valdastico Nord, la ex Pirubi destinata a collegare la Valle dell’Astico alla Valle dell’Adige, nei pressi di Besenello. Il guerriero di Florian Grott (nella foto a destra), agganciato a una gru, è stato cementato al centro della rotatoria del paese a simboleggiare la guerra degli abitanti contro questa nuova autostrada: 40 chilometri in progetto di finanza, 16 chilometri di traforo a doppia canna, due miliardi di euro di investimento che dovrebbe ripagarsi con i pedaggi e una lunga concessione per l’autostrada Brescia-Padova.

Durante la manifestazione, cui hanno partecipato una decina di sindaci trentini, i comitati della Valle dell’Astico si sono idealmente gemellati con i comitati No Pirubi del Trentino, guidati da Annalia Sartori (foto nel riquadro). Presenti anche i rappresentanti della Provincia autonoma di Trento, schierati per il no alla nuova autostrada.

 

Nuova Venezia – Spinea. Basta cemento vicino alla Stazione.

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15

nov

2014

Come cittadino del Miranese, vorrei esprimere il mio sconcerto per la decisione dell’attuale giunta comunale di Spinea di portare avanti l’accordo di programma che prevede la cementificazione della vasta area agricola prospiciente la stazione ferroviaria del paese per costruire un nuovo agglomerato urbano in una città che già si trova al primo posto tra i comuni più cementificati del Veneto. Il sindaco Checchin, tra i fautori di questa operazione ideata a suo tempo dall’Amministrazione di centrodestra e confermata dall’attuale, ha dichiarato che sarebbe impensabile continuare a tenere un “campo di pannocchie” accanto alla stazione F.S.! È incredibile che un sindaco si esprima in questi termini ed è oltraggioso definire in questo modo il paesaggio agricolo veneto amato e cantato da Andrea Zanzotto, Ernest Hemingway e da innumerevoli scrittori e poeti. Barattare il territorio agricolo per la costruzione di una piscina dimostra viltà, scarsezza di intelligenza, sensibilità e cultura, ancor più se si pensa che Spinea è circondata da piscine pubbliche, che si trovano a Mirano, Mestre e Maerne. Inoltre, si continua a cementificare il territorio malgrado i gravi segnali di dissesto idrogeologico.

Francesco Boato – Mirano

 

Oggi il patto tra i comitati del Veneto e quelli del Trentino

Al consiglio dei ministri le pressioni per decidere in fretta

TRENTO – Un guerriero di legno contro la Valdastico Nord, la famigerata Pi.Ru.Bi. dal nome di Flaminio Piccoli, Mariano Rumor e Antonio Bisaglia che la disegnarono per congiungere il Trentino con il Polesine. A distanza di 40 anni l’incompiuta autostrada più corta d’Italia è diventata per il Veneto la madre di tutte le battaglie: indispensabile soprattutto per una lobby trasversale che abbraccia la Lega di Attilio Schneck e Flavio Tosi, a capo rispettivamente di A4 Holding e Serenissima; l’ex ministro Pietro Lunardi e la sua Rocksoil, che firma il progetto del traforo da 16 chilometri sotto la montagna trentina; i concessionari autostradali, Astaldi in testa, a caccia di lavori; il ministro Maurizio Lupi e la Compagnia delle Opere.

Ma poiché i trentini non intendono retrocedere di un millimetro, anche questa autostrada è destinata ad interrompersi: esattamente in località Casotto, dove un tempo c’era il confine tra l’impero austroungarico e l’Italia e adesso passa la linea tra Veneto e Trentino. Dove Annalia Sartori, a capo del Comitato No Valdastico Nord, si batte da anni nell’indifferenza generale di questa valle dell’Astico, paradiso perduto tra fabbriche abbandonate e suggestivi ruscelli: qui è in progetto l’ultimo casello della Valdastico prima del traforo che, tutto in territorio trentino, rischia di non venire realizzato mai per la contrarietà della Provincia di Trento. Sarebbe una follia nella follia.

Dall’altra parte della montagna gli abitanti del piccolo centro di Besenello, lungo la valle dell’Adige, porteranno oggi il guerriero di legno lungo tutto il paese: è una statua di cedro, scolpita da Florian Grott. «Volevamo fare qualcosa di evocativo, che rappresentasse il nostro pensiero – spiega l’artista che l’ha regalata, una via di mezzo tra Mauro Corona e Reinold Messner –. Sarà il simbolo della nostra battaglia buona».

Questa mattina poseranno il guerriero di legno – alto tre metri e mezzo con tanto di autorizzazione del sindaco – al centro di una rotatoria: giusto sul punto dove è progettato il gigantesco viadotto della nuova autostrada che nessuno vuole, appena sbucata dal tunnel della Vigolana. Al culmine della manifestazione il gemellaggio con i Comitati no Valdastico Nord provenienti dal Veneto, in un simbolico abbraccio tra coloro che, nelle due regioni, stanno dalla parte del torto. «Costruire una nuova autostrada qui è una follia» denuncia il primo cittadino di Besenello, Cristian Comperini. «Questa montagna è carsica, è piena d’acqua, e il cantiere dovrebbe durare undici anni, estraendo otto milioni di metri cubi di materiale, una montagna. E poi passa giusto sopra il paese, a due passi dal nostro Castel Beseno. Ma a chi serve?» «La nostra è una battaglia di civiltà – aggiunge il vicesindaco, Roberta Rosi – questa autostrada sembra un grande affare economico più che un’opera di pubblica utilità. Abbiamo fatto ricorso al Capo dello Stato, ci siamo costituiti al Tar trentino ed ora siamo al Tar del Lazio. Ma il nostro punto di forza è la sentenza della Corte costituzionale che stabilisce che senza un’intesa con la Provincia di Trento quest’opera non si potrà fare».

Il progetto sembrava sepolto nei cassetti per assoluta mancanza di risorse: poi, cinque anni fa, si è risvegliata la lobby. E ora il Consiglio dei ministri, su proposta di Lupi, si è riservato l’ultima parola. La Valdastico Nord costerà 1,993 miliardi e sarà realizzata in finanza di progetto dalla stessa concessionaria dell’A4, la cui concessione scade nel 2026. Appena in tempo per costruirla: cosa non si fa per una proroga.

Daniele Ferrazza

 

LA SCHEDA DELLA A31

L’incompiuta di Piovene Rocchette: mancano 40 chilometri dal costo di due miliardi

L’autostrada Valdastico A31 è stata realizzata tra il 1972 e il 1976 nel tratto Vicenza-Piovene Rocchette. I progetti si sono poi arenati per l’aperta ostilità delle comunità trentine. Nel 2002, con il via libera del consiglio dei ministri al tratto veneto, si è ripreso il cammino. Che ha portato, tra il 2005 e il 2012, alla realizzazione della Valdastico Sud, attualmente aperta fino a Barbarano Vicentino. Il completamento sud dovrebbe avvenire entro il 2016, consentendo all’A31 di congiungersi con la Transpolesana (oggetto di un project). La Valdastico Nord, 40 chilometri di cui 16 in traforo, è un progetto da 1,993 miliardi di euro presentato dalla concessionaria autostrada Brescia Padova controllata dalla A4 di Attilio Schneck (nella foto). L’opera sarà realizzata in progetto di finanza. Le stime sul traffico dicono che sarà attraversata da 16 mila veicoli al giorno.

 

Ieri mattina il corteo degli studenti e universitari ha visto la partecipazione di tanti lavoratori

Nel pomeriggio la “critical mass” tra luoghi del degrado, case sfitte e società collegate al Mose
«Riappropriamoci della città»

MESTRE – Mestre è stata il centro della protesta dello sciopero generale e sociale che ha unito lavoratori, studenti, centri sociali e sindacati di base per una giornata di mobilitazione che nella nostra città ha coagulato la protesta contro il governo Renzi a quella contro i tagli del comissario Zappalorto ai servizi del Comune. Il corteo della mattina. In 400 ieri mattina hanno sfilato per le vie di Mestre, al grido “riprendiamoci la città, riappropriamoci degli spazi che ci stanno togliendo”, ma anche per protestare contro il Jobs Act del governo Renzi e contro l’abolizione dell’articolo 18. A marciare per la città, scortati da polizia e forze dell’ordine, molti aderenti al coordinamento studenti medi di Venezia e Mestre, studenti di scuole superiori, universitari, centri sociali. Con loro una rappresentanza dei comunali autorganizzati che protestano contro i tagli agli stipendi decisi dal commissario Zappalorto, ma anche l’associazione “Opzione Zero” di Mira che si batte contro il grande progetto della autostrada Orte-Mestre, 10 miliardi di euro di investimento che ha ottenuto il lasciapassare del Cipe e che torna a far paura. Fumogeni. Musica a tutto spiano, megafono e fumogeni, il corteo è partito dal municipio di Mestre, per poi spostarsi verso via Einaudi, rotonda Quattro Cantoni, via Piave e ancora la stazione. Lì avrebbe dovuto terminare, ma i ragazzi hanno voluto continuare e attraversare via Cappuccina, scendere lungo via Sernaglia e sciogliere le fila davanti all’ex spazio Contemporaneo occupato il giorno prima. E ribattezzato “Loco”. «Zappalorto non si fa alcuno scrupolo», urlano dal megafono, «di tagliare i servizi ai giovani, gli spazi di aggregazione, chiudere biblioteche, ridurre gli orari di apertura». Molte le voci critiche nel corteo. «Gli insegnanti sono oramai demoralizzati», spiega Stefano Micheletti del Coobas scuola, «c’è molta rassegnazione nella categoria, così come in tutto il mondo del lavoro. I contratti sono bloccati da 9 anni, anche fare sciopero è diventato un lusso». Renzi nel mirino. «Siamo venuti qui», aggiunge Eliana Caramelli (autorganizzati del Comune), «per manifestare contro i tagli ai servizi decisi dal commissario, ma siamo anche consapevoli che lui non è sbarcato dal nulla, ma l’ha mandato Renzi. Ci domandiamo dove vanno a finire i soldi delle grandi opere quando poi mancano i finanziamenti per biblioteche e sociale. Ma vogliamo anche essere solidali con le giovani generazioni, così come i nostri genitori hanno combattuto per noi, se non difendiamo i contratti, che tutele avranno questi ragazzi?». «La lotta al degrado», dicono dall’altoparlante i portavoce degli studenti medi, «non la si fa con il razzismo, ma rinnovando Mestre, ridando spazi di aggregazione. Italiani, migranti studenti, riprendiamoci la città». Al corteo erano presenti anche rappresentanti di Rifondazione e di Sel. «Esprimiamo la nostra netta contrarietà al Jobs Act», spiega Federico Camporese (Sel), «perché introduce precarietà travestita da flessibilità, di cui siamo già sommersi». Biciclettata nel traffico. Dopo il corteo del mattino, una cinquantina di persone ha inscenato nel pomeriggio davanti al Municipio di Mestre la “critical mass” dello sciopero sociale: una biciclettata di centri sociali, associazioni ambientaliste e lavoratori autorganizzati del Comune di Venezia che ha sfidato il traffico per toccare i luoghi del degrado e dei tagli decisi dalla gestione del commissario Zappalorto. Ma la prima tappa del corteo di bici, allegro, aperto da una barca-triciclo con generi di conforto per i manifestanti, è stata viale Ancona e la sede di Adria Infrastrutture, società del gruppo Mantovani. Qui i manifestanti hanno ribadito il loro no al sistema Mose e ai finanziamenti pubblici all’opera investita dallo scandalo tangenti, a scapito della città e delle sue necessità impellenti. Il corteo di bici ha bloccato per una decina di minuti il traffico nell’arteria di collegamento tra via Torino e via Sansovino e velocemente si è formata una coda di auto. Alcuni mezzi hanno fatto dietrofront portandosi su via Torino, altri automobilisti hanno atteso che il corteo riprendesse la sua strada. Qualcuno ha voluto testimoniare il proprio fastidio, a colpi di clacson. Contro le case sfitte. Poi il corteo di bici si è spostato ad Altobello, davanti alle case di Campo dei sassi sistemate da Ater e ancora chiuse. «Degrado è tenere le case sfitte», hanno ribadito i manifestanti. Altri luoghi del percorso, la biblioteca in villa Erizzo che ha già chiuso servizi a causa dei tagli del commissario; villa Querini, sede delle Politiche sociali del Comune, settore particolarmente penalizzato negli ultimi mesi; l’ex Umberto I, grande spazio che la città vive come “un buco nero” e lo spazio occupato dell’ex biblioteca di via Piave dove lunedì, dopo l’occupazione di giovedì, i ragazzi si presenteranno alla cittadinanza con un aperitivo di benvenuto. Occupazione. Spazio occupato perché messo in vendita da anni dal Comune di Venezia e mai ceduto, testimonianza delle difficoltà del piano di alienazione di spazi pubblici che secondo i manifestanti dovrebbero invece tornare in uso alla comunità in questo difficile momento di crisi. Al corteo hanno partecipato anche genitori assieme ai figli piccoli. La protesta in bicicletta si è conclusa nel tardo pomeriggio in piazza Ferretto con un piccolo rinfresco offerto a tutti i partecipanti.

Mitia Chiarin e Marta Artico

 

Bettin ricorda che il Comune di Venezia ha saputo tagliare, ma non come il commissario

«Zappalorto sta distruggendo il welfare»

MESTRE Da responsabile di Ambiente e Politiche giovanili per il Comune di Venezia a fervente contestatore della gestione commissariale e della politica dei tagli. Gianfranco Bettin, ex assessore della Giunta Orsoni e leader di “In Comune” , con una lettera di fuoco, ha voluto smentire una volta di più le voci che vogliono il capoluogo veneto “privilegiato, assistito o spendaccione”. Ha portato a sostegno delle sue tesi i recenti dati del “Rapporto sulla finanza locale” della Cassa Depositi e Prestiti, secondo il quale tra il 2010 e il 2012 Venezia è stata la seconda in Italia per capacità di risparmio, riducendo la spesa pubblica del 215%, un risultato superato solo da Siena. Eppure, tuona l’ex assessore, tra il 2010 e il 2014 Venezia ha subito un taglio dei trasferimenti statali pari al 66%, contro una media nazionale del 40%. «Questo», scrive Bettin, «fa giustizia delle calunnie riversate sulla città da politicanti ed esponenti di poteri che vorrebbero allungare le mani su di essa. Ai tagli feroci oggi si aggiunge il devastante e perverso meccanismo del patto di stabilità, più pesante per Venezia», complice anche il commissario Vittorio Zappalorto, colpevole secondo l’ex membro della Giunta di «proseguire sulla linea di riduzione delle garanzie salariali e normative dei dipendenti e nella riduzione dei servizi fondamentali». Bettin non ha risparmiato le bordate contro l’attuale amministrazione neppure giovedì sera quando, assieme a Felice Casson (senatore del Pd) e Giulio Marcon (deputato di Sel), ha partecipato ad un convegno su lavoro precario e Jobs Act tra i tavolini del Palco, bar e ristorante alle porte del teatro Toniolo che negli ultimi mesi si è trasformato in una piccola fucina di proposte civiche e politiche alternative. Bettin ha criticato aspramente la decisione di non anticipare le elezioni comunali, dicendosi contrario a «lasciare nelle mani di un burocrate decisioni vitali per Venezia, come il Vallone Moranzani». «Zappalorto», ha chiosato l’ex assessore, «è stato messo qui per tagliare, per distruggere il welfare, eppure abbiamo dimostrato che proprio con le politiche sociali si possono creare posti di lavoro. In questo noi siamo stati un’eccellenza, anche se adesso è stato tutto appiattito per la sfortuna di aver avuto in coalizione chi ha preso soldi sporchi in campagna elettorale».

Giacomo Costa

 

Burattino di legno installato a Punta della Dogana. Nel mirino le istituzioni culturali accusate di sfruttare gli stagisti

Il precario ora ha il suo monumento

VENEZIA – È di legno come un burattino, seduto su un trono come il Re Nudo e ha un braccio teso con uno scacciapensieri da cui pendono diverse rane, esattamente come il «Bambino con la Rana» di Charles Ray. Si tratta del «Monumento al precario», portato in parata per mezza Venezia ieri pomeriggio in occasione dello «Sciopero Sociale», organizzato dal Collettivo Sale Docks e dal Gruppo Lisc dell’Università Ca’ Foscari contro lo sfruttamento dei lavoratori nel settore culturale. La marionetta di legno è ispirata proprio alla celebre opera che un anno fa scatenò un’accesa polemica tra chi voleva la statua e chi invece il tradizionale lampione. «Il dibattito culturale in città – ha detto Marco Baravalle, uno dei portavoce della manifestazione – deve partire da chi lavora per la cultura ed è invece sottopagato. Per mesi si è parlato se tenere o no l’opera di Ray, ma nessuno ha mai affrontato il problema dei precari della cultura che, come i mediatori culturali, ricevono 2 euro all’ora lordi». A fine corteo, con ironica provocazione, il «monumento» viene posizionato sulla Punta della Dogana, circondato da cartelloni con scritto «Lavorare gratis non fa curriculum» o «Ma chi credete di essere voi che prendete 500 volte più di noi?». La cinquantina di attivisti passa per tutte le istituzioni culturali della città per lasciare la «Carta dei Diritti del Mediatore Culturale» dove, oltre a elencare le spese basi di uno studente, chiede che il salario venga aumentato da 2 euro all’ora a 6 o 8 euro lorde (4,5 euro netti all’ora), almeno per coprire parte di affitto, trasporto e pasto. Ieri sulle 14.30 i manifestanti si trovano in Campo Santa Maria Formosa. Partono dalla Fondazione Querini Stampalia, per proseguire poi verso il Fontego dei Tedeschi di Benetton e la Fondazione Ca’ Foscari, dove vengono chiuse le porte con nastri adesivi. L’università è considerata infatti uno dei motori dello sfruttamento per aver avviato i progetti di credito formativo gratuiti. «Con la riforma di Renzi (la Buona Scuola, ndr) – ha detto Marta Canino di Lisc, ricordando anche i mediatori culturali sfruttati da Louis Vuitton a San Marco – sarà obbligatorio fare il percorso formativo, partendo dalla quarta superiore. Questo significa che ci saranno tantissime persone che lavoreranno gratis per circa 300 ore». Presi di mira percorsi formativi, tirocini, stage e tutto quello che implica dare proprie competenze senza venire retribuiti. Il percorso prosegue tra musica a palla, adesivi e qualche scritta sui muri contro lo sfruttamento alla Fondazione Bevilacqua La Masa, fino alla Peggy Guggenheim Collection, accusata di pagare solo gli stagisti americani e di sfruttare i lavoratori per la nuova sede ad Abu Dhabi: «Quella sede la segue la Guggenheim centrale a New York – risponde la Guggenheim in serata – che paga anche i tirocinanti americani. Per gli italiani noi seguiamo la convenzione con Ca’ Foscari: prendiamo fino quattro studenti per 256 ore ciascuno (due mesi, ndr) ai quali prepariamo un progetto su misura. Loro vengono per scelta, li formiamo e spesso li richiamiamo dopo l’università». L’ultima è la Fondazione Pinault, dove il gruppo si ferma per attaccare qualche adesivo sui totem segnaletici e scriverci con uno spray «strike». Poi, l’arrivo in Punta della Dogana e la foto di rito vicino al «Monumento al precario», molti con la speranza di trovare un lavoro retribuito come si deve.

Vera Mantengoli

 

I manifestanti: «Loro si arricchiscono e cercano 15 mila che lavorino gratis»

Blitz anti Expo al Padiglione Italia

VENEZIA La manifestazione è stata pacifica, tanto che non c’erano forze dell’ordine in divisa, ma di sicuro qualcuno in borghese. Lo sciopero è iniziato in mattinata con un blitz a sorpresa al Padiglione Italia della Biennale. Gli attivisti sono arrivati all’Arsenale con due barche e hanno chiuso l’ingresso del portone con alcuni striscioni: “Essere giovani non è una colpa”, e poi “Closed for unpaid labour”. «Abbiamo scelto questa meta», ha detto il portavoce Marco Baravalle, «perché il Padiglione Italia è tenuto aperto da 15 volontari dell’Auser e ha una parte sull’Expo che viene presentata come un’iniziativa che riqualifica il territorio. Intanto a Milano per l’Expo vogliono costruire una darsena e distruggere il parco Trenna, qui a Venezia invece stanno costruendo 50 mila metri quadri al Vega 2 per il Venice Expo. Lo sta realizzando l’impresa Condotte d’Acqua del Consorzio Venezia Nuova». Per i manifestanti, l’Expo è il tipico caso in cui si arricchiscono solo gli imprenditori usando soldi dei cittadini perché le imprese vincono gli appalti, vengono quotate in borse e poi si scopre che sono corrotte. «Non c’è la capacità in questa città di fare un ragionamento più ampio su cosa significhi fare cultura», spiegano, «Pinault fa incontri con i suoi artisti, ma ha mai proposto un dialogo con chi fa cultura a Venezia?». Poi ci sono i 15 mila volontari. «Sul sito dell’Expo», continua Baravalle, «si cercano 15 mila volontari dicendo loro che in cambio riceveranno un sacco di “mi piace”». «Non so come sarà il mio futuro», ha detto Fabiola Fiocco, studentessa romana di 20 anni, «è tutto precario. Sono qui perché se uno lavora gratuitamente, nessuno ci guadagna. Solo i ricchi possono lavorare gratis».

(v.m)

 

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