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Gazzettino – Galan torna a casa tra abbracci e fischi

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10

ott

2014

«Per uscire dal carcere ho accettato l’inaccettabile»

REAZIONI – Abbracci e commozione con i familiari e con la figlia. «Per rivederla ha accettato l’inaccettabile», dicono i suoi avvocati. Ma la gente lo ha contestato: «Ladro».

SILENZIO – Intanto a Pisa l’ex assessore regionale Renato Chisso ha scelto di non rispondere all’interrogatorio.

MOSE L’ex governatore ai domiciliari a Villa Rodella. Ad accoglierlo la figlia ma anche contestazioni: «Ladro, ladro»

Galan torna a casa tra abbracci e fischi

SCARCERATO – Scandalo Mose: dopo la richiesta di patteggiamento dell’altro ieri, concessi gli arresti domiciliari a Giancarlo Galan.

RIENTRO – L’ex governatore, nell’auto guidata dalla moglie, ha raggiunto la villa di Cinto Euganeo in attesa dell’udienza del 16 ottobre.

DOPO LA RESA – L’ex governatore ha ottenuto gli arresti domiciliari

INCHIESTA SULL’AMBIENTE – Gli indagati non rispondono, i legali: dobbiamo leggere 30 faldoni di atti

Si sono avvalsi della facoltà di non rispondere i tre protagonisti dell’inchiesta sull’ambiente. Ieri mattina, davanti al Gip, Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano hanno scelto la strada del silenzio. Motivo: è necessario leggere tutta la corposa documentazione raccolta dal pm: 30 faldoni di atti. Il protagonista dell’inchiesta è Fabio Fior (foto), 57 anni, noalese residente a Padova, ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto. Per lui è scattata la misura degli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso. Il pm Gava contesta all’ex dirigente una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe seguito su discariche e impianti di smaltimento rifiuti senza la necessaria autorizzazione da parte dell’amministrazione regionale.

 

Galan torna a casa

«Ho accettato l’inaccettabile»

«Non riusciva più a stare in carcere. Per questo Giancarlo Galan ha accettato l’inaccettabile».
È l’amara riflessione fatta ieri pomeriggio dagli avvocati dell’ex presidente della Regione. Niccolò Ghedini e Antonio Franchini spiegano con una frase molto secca che la situazione complessiva in questi mesi era diventata davvero molto delicata.
«Le condizioni generali erano gravi – aggiungono i legali – non dimentichiamo che Galan si trovava ristretto nel carcere di Opera dal 22 luglio scorso». Per riuscire venire fuori da una situazione così difficile i due avvocati hanno quindi deciso di avviare una trattativa serrata che, in otto giorni, ha prodotto il via libera alla scarcerazione da parte della Procura veneziana. E ieri mattina, poco prima delle 10, il gip Galasso dal suo ufficio in piazzale Roma ha depositato il provvedimento che concede a Galan gli arresti domiciliari nella sua casa di Cinto Euganeo. Una decisione, quella del giudice, dettata sia dal parere favorevole della Procura sia dalla lunga detenzione.
Certo, non deve esser stato facile accettare un patteggiamento a 2 anni e 10 mesi visto che in passato Galan ha spesso respinto gli addebiti della Finanza, ma gli avvocati rimarcano che in due mesi il loro assistito ha perso 22 chili e che attualmente presenta anche spunti depressivi che necessitano di una vista psichiatrica. In prospettiva, poi, si stava delineando anche il rischio di una richiesta di giudizio immediato che avrebbe allungato la custodia cautelare in carcere per altri sei mesi per processare il politico come detenuto.
Da qui la scelta dei legali «dell’accordo tecnico della prescrizione per tutti i reati fino al 22 luglio 2008; 2 anni e mesi 10 per i residui reati contestati, confisca per il valore di 2.600.000, sulla casa di Cinto Euganeo rispetto ad un sequestro disposto per 4.850.0000. E così alla fine Galan, dopo una sofferta riflessione, ha accettato solo per le difficoltà di proseguire lo stato di carcerazione e per poter riabbracciare la propria famiglia con particolare riferimento alla piccola Margherita».
L’ex ministro, comunque, è tornato a ribadire la propria estraneità a molti addebiti prendendo di mira alcune affermazioni collegate all’inchiesta sul Mose.
«In particolare – precisano Ghedini e Franchini – in merito alla pretesa dazione di un milione all’anno emerse dalle dichiarazioni dell’ingegner Mazzacurati, le cui reali condizioni di salute, recentemente emerse, gettano luce inquietante sulle dichiarazioni di otto mesi fa, particolarmente confuse e contraddittorie».
L’ultimo affondo dei legali riguarda la carcerazione preventiva. «Il carcere preventivo produce danni, a volte irreversibili, su persone ancora non giudicate – concludono Ghedini e Franchini – auspichiamo che il legislatore intervenga ancora una volta per delimitare in materia drastica questo istituto la cui applicazione pratica e giurisprudenziale suscita sempre maggiori riserve e critiche». In ogni caso il tetto del patteggiamento, se confrontato ad altri protagonisti dell’inchiesta, è destinato a far discutere.

Gianpaolo Bonzio

 

LA PRIGIONE DORATA – Una grande dimora con piscina e chiesetta

IL FILM – Galan all’uscita del carcere con la moglie, all’arrivo a casa e nella prima passeggiata in giardino

DIMAGRITO – Secondo i suoi avvocati avrebbe perso 22 chili

Abbracci e fischi per l’ex doge

Il ritorno nella villa di Cinto Euganeo, l’incontro con la figlia e la contestazione all’arrivo: «Ladro, ladro»

Da ottanta giorni attendeva questo momento. Che è arrivato ieri, poco dopo le 17, quando ha riabbracciato la figlioletta Margherita, nel giardino della sua splendida abitazione di Cinto Euganeo. Giancarlo Galan, infatti, adesso è agli arresti domiciliari a Villa Rodella, da dove era uscito a bordo di un’ambulanza il 22 luglio scorso, diretto al carcere di Opera. Accusato di tangenti nell’ambito dell’inchiesta sul Mose, ha patteggiato una pena di due anni e 10 mesi e la confisca di 2 milioni 600 mila euro: ora dovrà restare all’interno delle mura domestiche, peraltro una prigione dorata con parco, piscina e chiesetta privata. Secondo la legge, come hanno precisato i carabinieri che presidiavano l’abitazione, non potrà però andare neppure in giardino, o sul balcone.
I preparativi per il rientro dell’ex governatore erano iniziati già la mattina, con la governante che era entrata e uscita dall’antica palazzina per fare compere e preparare qualcosa di particolarmente gradito al capofamiglia. La moglie Sandra Persegato, invece, era partita molto presto guida della sua Audi Q7 per andare a prendere il marito nel carcere lombardo. Per il resto della mattinata, e per metà pomeriggio, nel giardino di casa Galan si sono visti solamente i cani, uno dei quali, un vecchio labrador dal passo incerto, non si è mosso dal cancello, come se volesse essere il primo a salutare il padrone. All’interno la piccola Margherita, 7 anni, si era preparata con un delizioso abitino a quadretti e le calzine bianche, per accogliere il papà.
Nella dependance, quella dove aveva dormito anche Silvio Berlusconi il giorno del matrimonio dei coniugi Galan, porte e finestre sono rimaste chiuse, mentre nell’ala dove c’è la residenza della famiglia i balconi sono stati aperti, i vetri a bocca di lupo per arieggiare gli interni, ma le tende rigorosamente tirate. Qualcuno aveva dato una sistemata anche al giardino, per far trovare all’ex governatore in buono stato le tantissime piante di rose bianche di cui si prendeva cura personalmente prima dell’arresto.
Decisamente meno amichevole, invece, l’atteggiamento degli abitanti di Cinto, molti dei quali, a piedi in bici e in auto, sono passati davanti a Villa Rodella urlando insulti di tutti i tipi nei confronti dell’ex doge. «Ladro!», ha gridato qualcuno. I passanti prima si informavano se il loro concittadino più illustre fosse rientrato e poi passavano alle invettive.
Quando è arrivato, dall’altra parte dell’argine, proprio davanti alla facciata della villa, si era radunato un capannello di persone che ha assistito alla scena. Alle 16,55 è tornata per prima Sandra Persegato, camicia senza maniche e pantaloni neri, sgommando con il suv arrivato a gran velocità: con il telecomando ha azionato il cancello elettrico e, in attesa che si aprisse, ha nascosto il volto con una mano, mentre con l’altra ha ticchettato nervosamente sul volante, impaziente di sfuggire alla folla di fotografi e giornalisti. Pochi istanti dopo ha varcato l’ingresso della tenuta la BMW X6 bianca con l’autista e Giancarlo Galan a fianco: quest’ultimo, camicia bianca e maglioncino marrone chiaro sulle spalle, è parso molto molto dimagrito (addirittura 22 chili secondo i legali Nicolò Ghedini e Franchini). Quando ha visto la sua casa, si è passato una mano davanti agli occhi, quasi non credesse di essere di nuovo a Cinto. Le due macchine si sono fermate nell’ala retrostante il cortile. Margherita è corsa tra le braccia del padre prima che lui scendesse dall’abitacolo. Poi Galan ha salutato affettuosamente la moglie, gli altri parenti e i domestici, attorniato da tutti cani di casa che gli hanno fatto moltissime feste. Nel frattempo è iniziato a piovere, ma l’ex governatore non ha esitato a prendere un ombrello e, tenendo per mano la figlia Margherita, ha fatto un giro nei campi a vedere le altre bestiole, gli uccelli nelle voliere e le galline nel pollaio. La bimba, saltellandogli intorno, gli ha raccontato tutto quello che era successo in sua assenza. Quindi per Giancarlo Galan è cominciata la lunga clausura dorata.

 

IL BILANCIO FINANZIARIO – Un’inchiesta costosa ma «in attivo»

Con i 12 milioni che lo Stato incasserà dai patteggiamenti, la Procura di Venezia ha ampiamente coperto le “spese di giustizia” sostenute per condurre in porto una delle inchieste destinate a entrare nella storia, del malaffare italiano. Indagini, quelle sul Mose, partite in sordina nel 2008 e chiuse, forse non definitivamente, lo scorso 4 giugno: quanto sono costate ai contribuenti? L’unico dato certo sono i circa 750mila euro pagati per migliaia di ore di intercettazione. Ma occorre considerare anche il “prezzo” delle risorse umane impiegate fra investigatori della Guardia di Finanza, e giudici. Per quanto riguarda i finanzieri il calcolo molto approssimativo potrebbe ammontare a circa 1 milione e e mezzo considerando almeno 15 militari staccati a tempo pieno per 4 anni, con stipendio medio mensile di 2mila euro comprensivo di straordinari, più l’arrotondamento per missioni e altro.

 

Ma Baita e i big hanno pagato meno di tutti

L’EX SINDACO – L’offerta di Orsoni era del 2,7 %: il gup l’ha respinta

IL CONTO – Galan dovrà sborsare il 54% della somma che gli viene addebitata

Scandalo Mose, in base alle pene pecuniarie già patteggiate e in via di definizione, la Procura di Venezia sull carta ha già recuperato quasi 12 milioni di euro. Oltre il 30% sul totale del cosiddetto prezzo del reato che si aggira, in base a quanto contestato in ordinanza a circa 36 milioni 192mila euro. Chiamato a pagare risulta chi si è intascato a vario titolo i soldi pubblici, diffusi a pioggia da quella centrale di tangenti che si è rivelata il Consorzio Venezia Nuova sotto la guida di Giovanni Mazzacurati. Il conto più salato, si fa per dire, è stato presentato non tanto ai vip della politica o ai big dell’economia, bensì ai pesci piccoli, per lo più responsabili delle cooperative. Il dato emerge calcolando la percentuale di ogni singolo indagato rispetto alle cifre confutate nero su bianco dai finanzieri che hanno condotto le indagini, coordinati dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Questo solo sul fronte del “vil denaro”, senza considerare la pena detentiva patteggiata che per il filone veneziano ammonta a un totale di 33 anni. Piergiorgio Baita, ex patron della Mantovani di cui detiene stock option milionarie, è uscito dalla scena giudiziaria sborsando 400mila euro: il 5% dei quasi 8 milioni di euro contestati per evasione fiscale. Mentre i “soci”, citati con lui in solido, Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan quando era governatore del Veneto, William Ambrogio Colombelli, titolare della “cartiera” di fatture false con sede a San Marino, Nicolò Buson, responsabile amministrativo di Mantovani, non hanno versato nemmeno un cent.
Di fatto la stangata – considerata non sulla cifra complessiva da versare – l’hanno presa, come detto, i personaggi cosiddetti minori, quali i titolari delle coop che nei diversi interrogatori hanno ribadito che se volevano lavorare dovevano allinearsi al “sistema”. Da questa angolazione più bastonati di Galan sul portafoglio, che l’altro ieri ha chiesto di patteggiare con 2 milioni e 600mila euro (quasi il 54% dei 4 milioni e 830mila contestati) appaiono i chioggiotti Dante Boscolo Contadin, Gianfranco Boscolo Contadin (Nuova Coedmar) e Andrea Boscolo Cucco: battono il record rispettivamente con il 100% e con il 94% e Dante paga in toto i 464mila euro contestati, 64mila euro in più di Baita. A tallonarli, un altro Boscolo, Mario Bacheto della Cooperativa San Martino (fu la verifica fiscale aziendale avviata nel marzo 2008 a far partire l’inchiesta Mose) con poco più del 91%, 300mila euro più di Baita.
Seguono a distanza Stefano Tomarelli (manager di Condotte) con quasi il 67% equivalente a 700mila euro su 1 milione e 45mila euro, Maria Teresa Brotto (dirigente Consorzio Venezia Nuova) con il 64%, 600 mila euro (200mila euro in più di Baita) su 933mila euro.
L’importo da primato pattuito spetta all’industriale veronese Alessandro Mazzi (titolare dell’omonima azienda di costruzioni e socio al 30% del Consorzio Venezia Nuova) con 4 milioni di euro, dieci volte tanto Baita, il grande accusatore, calcolati su oltre 13 milioni di euro contestati. La cenerentola, sempre percentualmente parlando risulta con il 2,15% Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, il consorzio della Lega delle Cooperative del Veneto, che stando all’accusa sarebbe stata la centrale delle mazzette rosse (19mila euro su 890mila). L’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni, si posiziona subito dopo Morbiolo e prima di Baita con 2,7% (15mila su 560mila) ma la proposta del suo patteggiamento, come si sa, è stata rigettata dal giudice dell’udienza preliminare. Al terzo posto, con il 9% il padovano Paolo Venuti, l’ex commercialista di Galan che ha ammesso di aver fatto da prestanome al deputato di Forza Italia, da ieri ai domiciliari a Villa Rodella (70mila euro) su 790mila.

Monica Andolfatto

 

Pene leggere? Sì, ma giustizia è fatta

Da quando esiste il rito del patteggiamento in Italia, mai un’inchiesta complessa come quella del Mose si è conclusa in termini così rapidi e con la resa (quasi) incondizionata della (quasi) totalità degli indagati. Mentre vent’anni fa gli ex ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis si facevano processare per le mazzette della “bretella” autostradale Marco Polo, oggi l’ex ministro Giancarlo Galan ha scelto di uscire dalla scena giudiziaria e politica scendendo a patti con i suoi accusatori, anche se per quattro mesi aveva sostenuto che essi fossero allo stesso tempo vittime e carnefici, a causa delle allucinazioni confessorie del trio Mazzacurati-Baita-Minutillo. E così fa finire in archivio un elenco di episodi di supposta corruzione per milioni di euro che fanno impallidire Mani Pulite.
Tutti sanno che il patteggiamento non è ammissione di colpevolezza, ma accettazione concordata di una pena (detentiva e pecuniaria), per i più svariati motivi. C’è chi vuole risparmiare sui costi di un processo, chi preferisce evitare mesi sotto la ribalta della cronaca. Ma c’è anche chi teme condanne severe e si aggrappa al compromesso che la Legge gli offre per limitare i danni. È un accordo tra accusa e difesa, con una convenienza da ambo le parti. Ma è un contratto che difficilmente si accetta – soprattutto se in gioco c’è l’onore di persone che hanno ricoperto incarici pubblici – quando si è accusati ingiustamente.
Per questo la resa di Galan alla Procura di Venezia è l’ammissione (implicita soltanto ad essere benevoli) dell’esistenza di quel sistema dell’intrallazzo, delle elargizioni clientelari, dei controlli sugli appalti, dei finanziamenti illeciti alla politica, indicati nei capi d’accusa che hanno portato alla retata del 4 giugno 2014. Il fatto che più o meno tutti gli indagati abbiano fatto la stessa scelta, significa che il disvelamento dei fatti e delle prove, le testimonianze e le chiamate di correo raccolte da Finanza e pubblici ministeri, non erano tasselli di un quadro disordinato, confuso, approssimativo, ma i mattoni di una costruzione solida, dalle fondamenta ben piantate. Purtroppo, a guardarla con gli occhi del cittadino, è in realtà una babele di interessi privati in atti d’ufficio, distrazione di risorse pubbliche e scandalosi arricchimenti personali, che – a dispetto dei tanti amministratori onesti – rimarrà come una macchia, non soltanto individuale, su Venezia e sul Veneto.
Giancarlo Galan starà ai domiciliari per qualche mese ancora, sborserà un po’ di quattrini e perderà il seggio alla Camera dei Deputati, ma ha comunque ottenuto vantaggi non indifferenti. Esce dal carcere, evita il rischio di una condanna molto più pesante al termine del processo, vede interrompersi la caccia al tesoro aperta in mezza Europa sui suoi conti bancari esteri e non pagherà, seppur in solido, le spese legali, che per un’inchiesta-monstre come quella sul Mose saranno salatissime.
Eppure la Procura di Venezia, su cui inevitabilmente in queste ore piovono anche critiche per una pena tutto sommato modesta rispetto al tenore delle accuse, può fregiarsi di un grande merito. Un record da annali giudiziar, in epoca di processi-lumaca. In quattro mesi ha chiuso la partita con politici locali e regionali, uomini di partito e portaborse, ufficiali della Finanza infedeli, ex-Magistrati alle Acque, professionisti e imprenditori. Tutti hanno ballato per anni una danza macabra attorno al Mose, in una Laguna carnescialesca, dove i volti erano in realtà le maschere di una rappresentazione molto poco civile. Con l’unica eccezione dell’indagato Renato Chisso, ora hanno capito che il tempo della resa alla Giustizia è arrivato. E questo, pur con qualche approssimazione, è il punto più vicino a una verità sostanziale.

Giuseppe Pietrobelli

 

L’ASSESSORE IN CARCERE Il faccia a faccia salta all’ultimo momento

Chisso tace: «Non me la sento»

Viaggio a vuoto dei pm a Pisa

I difensori miravano a far constatare di persona dai magistrati il pesante stato psicofisico dell’indagato: «Non può stare in cella, rischia un altro infarto»

Si è avvalso della facoltà di non rispondere, aprendo la strada alla richiesta di rito immediato da parte della Procura lagunare, processo entro brevissimo con le sole prove accumulate finora. Nel primo interrogatorio dal giorno del suo arresto, il 4 giugno scorso, Renato Chisso ha rifiutato di sostenere il contraddittorio davanti ai due dei tre pm, con Paola Tonini, titolari dell’inchiesta sul Mose, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Magistrati che di prima mattina sono partiti da Venezia alla volta del carcere di Pisa, dove a mezzogiorno era fissato il faccia a faccia fra l’ex assessore regionale alle Infrastrutture e coloro lo accusano di corruzione, alla presenza dei legali del 60enne veneziano.
Una titubanza iniziale di fronte ai sostituti procuratori e poi poche parole: «Non me la sento di rispondere, non sono in grado» avrebbe detto, trasandato nell’aspetto. Così chi si aspettava che dopo l’amico Galan, il prossimo a capitolare fosse lui è stato spiazzato. E lo è ancor di più chi fatica a capire la strategia difensiva intrapresa, finora apparsa incentrata sulla battaglia peritale medica per dimostrare l’incompatibilità della cella con le condizioni di salute di Chisso, il quale si è sempre proclamato e continua a proclamarsi innocente. Allora forse sarebbe bastato inviare un fax in Procura, rifiutando quella che i magistrati hanno considerato l’opportunità concessa a tutti gli indagati del Mose, ovvero di controbattere alle contestazioni.
L’avvocato di Chisso, Antonio Forza, ha qualche asso nella manica da giocare in dibattimento e mirava a far constatare di persona lo stato psicofisico del suo assistito, cardiopatico, e che a suo parere risulta gravemente compromesso, tanto da far temere un altro infarto. I pm dal canto loro non si sbilanciano e attendono la decisione della Commissione nominata dal gip. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Ad aggravare la posizione di Chisso, di recente, le ammissioni rese da Luigi Dal Borgo circa ingenti versamenti su conti esteri a lui riconducibili.

 

GALAN / 1 – PENA DA LADRI DI GALLINE

Come volevasi dimostrare. Il sig. Galan cala i pantaloni, patteggia una pena da ladri di galline e promette di restituire all’erario la somma di 2,6 milioni di euro. Qualcuno dovrà spiegare al popolino cosa significhi patteggiare una pena agli arresti domiciliari o tutt’al più essere inserito nel novero dei lavori socialmente utili, come il povero Berlusconi. Il signore, che con tanta alterigia si dichiarava totalmente estraneo e lanciava strali a destra e a manca, ora si troverà ad innaffiare i fiori nella sua villa principesca e si darà da fare per racimolare i soldi rubati. Sì, perché il signore ha rubato soldi pubblici, cioè contributi del popolo e come tale dovrebbe chiedere scusa ai derubati e farsi qualche annetto di galera. Poi speriamo che gli venga confiscata la villa, i tanti poderi, barche e macchine, insomma lo si riduca al lastrico, imparerà così come si vive con pochi euro al mese. Bisogna che in questo paese, dilaniato da continui scandali, ritorni la morale e l’onestà, per cui la pena inflitta al sig. Galan sia un monito per chi governa ed amministra denaro pubblico.

Alessandro Dittadi – Mogliano Veneto (Tv)

 

GALAN / 2 – ISOLIAMO LE MELE MARCE

Galan patteggia. Bene, ha fatto ciò che la legge gli permette. Sono convinto che tra consulenti medici, perizie sulla sua salute e costi vari, per tipi come lui, sommato il costo del carcere, sia la soluzione meno costosa. Ma poi? Se dovesse vivere come niente fosse successo sarebbe un male. A queste persone (se poi è giusto chiamarle tali) bisognerebbe scavare un fossato attorno, nessun funzionario pubblico dovrebbe più avvicinarsi, pena la radiazione, se un ente privato dovesse partecipare a gare di appalti pubblici e si avvalesse delle sue (e della sua cerchia) consulenze dovrebbe essere subito escluso dalla gara, gli si dovrebbe eliminare pensioni e vitalizi acquisiti, perché la persona pubblica si è macchiata di disonestà soprattutto verso tutti coloro che lo hanno votato, non verso i pochi che lo hanno scelto. Abbiamo una miriade di esempi di qualcuno che si avvale ancora di tipi come questi perché sono costoro che conoscono il sistema. C’è bisogno di isolarli davvero, renderli inoffensivi. Sono solo malati di potere e presidenzialismo, se gli togliamo questo si auto eliminano.

Lettera firmata

 

GALAN / 3 – UN “DOGE” INDEGNO

Ci fu un tempo felice in cui Venezia era l’esempio. Chi aveva un incarico pubblico doveva essere integerrimo e se rubava veniva decapitato. Ora non pretendo tanto ma pensare che il moderno “doge” patteggi il minimo e si tenga il massimo urla dolore e sdegno. Per quanto ancora saremo chiamati a fare sacrifici inenarrabili per ingrassare costui e costoro?

Nadia Ancilotto

 

GALAN / 4 – MA QUESTA NON E’ GIUSTIZIA

Non ho mai scritto nella mia lunga vita a un giornale, ma sono talmente indignato che non ne posso fare a meno. Mi ero illuso che il grande lavoro fatto da quei giovani e coraggiosi Giudici contro addirittura i poteri forti dello Stato portasse a una condanna esemplare, forse non ci avrebbe restituito il maltolto, ma ci avrebbe confortato. Invece abbiamo un Corona in galera per altri anni e questi signori, con la esse minuscola, che si sono appropriati dei soldi dello Stato, vissuti alla grande alla faccia di tutti noi, sperperando i nostri soldi, avendo comperato case pagandole in nero (dichiarato dal venditore) restano praticamente impuniti: solo un piccolissimo patteggiamento, senza contare tutto il resto. Signori Procuratori della Repubblica vorrei sapere, come cittadino, se questa è Giustizia.

Maurizio Fiorini

 

GALAN / 5 – IL PRINCIPE DELLE CONTRADDIZIONI

Lo ricordiamo tutti: era partito negando qualsiasi coinvolgimento. Proclamandosi onesto, adamantino, incapace non soltanto di violare leggi ma anche di escogitare furberie per aggirarle. Anzi, ancora prima, durante il suo lunghissimo “governatorato”, si era profuso in elogi per questo Nordest sano, lontano dalle corruttele, fatto di grandi imprese (sempre le stesse, noto incidentalmente) che lavoravano con passione e onestà e a cui la politica doveva solo dire grazie. Comunque, davanti al parlamento, prima correzione di rotta: sono innocente, nessun reato ma sì, al limite, per la mia casa, qualche furberia nella fatturazione per ovvi motivi fiscali. Poi l’arresto e le lamentazioni sdegnate e grintose: è un complotto, farò nomi e cognomi. Ha fatto nomi e cognomi di imprenditori che l’avrebbero finanziato occultamente. Lo hanno smentito tutti. Nuova giravolta: combatterò fino in fondo per dimostrare la mia innocenza. Fatalità, appena ha rischiato di passare da un’infermeria al carcere comune, ecco pronto un patteggiamento anche cospicuo. E l’offerta di un pozzo di soldi che fino a poco prima aveva dichiarato di non avere. E’ davvero triste la fine del doge Galan. Ma lui è comodamente nella sua villa. Forse è più triste la fine per chi ha continuato a votarlo per anni e anni.

Elena Fava – Carbonera (Tv)

 

Gazzettino – La resa di Galan: 2 anni e 10 mesi

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9

ott

2014

MOSE – L’ex ministro patteggia la pena. Confisca di 2,6 milioni. La Procura: sì ai domiciliari. Decadrà da deputato

Nordio: pena non altissima ma confiscata grossa somma

ACCORDO – L’ex governatore Giancarlo Galan chiede il patteggiamento per lo scandalo Mose: due anni e dieci mesi e 2,6 milioni di euro. Sì della Procura, la decisione finale spetta al gip.

SVOLTA – L’ex doge dovrebbe andare agli arresti domiciliari. Oggi, intanto, interrogatorio in carcere per l’ex assessore Renato Chisso.

La resa di Galan: 2 anni e 10 mesi

Se non ha i soldi per pagare, rischia la confisca di villa Rodella

DETENUTO – Giancarlo Galan si trova dal mese di luglio nell’infermeria del carcere di Opera a Milano. Adesso per lui si fa concreta la speranza di ottenere gli arresti domiciliari

Galan si arrende e patteggia 34 mesi e 2,6 milioni di euro

Dopo aver sempre respinto ogni accusa, l’ex governatore chiede di concordare la pena.

La Procura di Venezia accetta e gli concede i domiciliari. Al gip la decisione definitiva

Anche Giancarlo Galan alla fine ha ceduto. Ieri mattina i suoi legali hanno concordato con la Procura il patteggiamento di due anni e 10 mesi di reclusione e il pagamento di due milioni e 600 mila euro, somma che sarà confiscata come provento di reato. Il gip Giuliana Galasso prenderà in esame la proposta di applicazione di pena il prossimo 16 ottobre, assieme a quelle di altri 18 tra i principali indagati nell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”. Stamattina lo stesso giudice dovrà decidere in merito all’istanza di concessione degli arresti domiciliari all’ex Governatore del Veneto, che si trova recluso all’interno del Centro medico del carcere di Opera, a Milano, dallo scorso 22 luglio, dopo che il Parlamento decise di concedere l’autorizzazione al suo arresto.
La Procura – con decisione del procuratore capo Luigi Delpino, dell’aggiunto Carlo Nordio e dei pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini – ha dato parere favorevole al patteggiamento seppure Galan non abbia fatto alcuna ammissione in relazione ai pesanti reati che gli vengono contestati. Gli inquirenti ritengono di aver raggiunto un importante risultato: non appena la sentenza diventerà definitiva, scatterà il divieto di ricoprire cariche elettive o di Governo e, di conseguenza, Galan dovrà lasciare il seggio alla Camera, dove prima dell’arresto era presidente della Commissione Cultura. L’incandidabilità ha durata non inferiore ai sei anni.
Il patteggiamento di Galan (esponente di spicco di Forza Italia prima e del Pdl poi) e di numerosi altri indagati – con la conseguente confisca di consistenti somme di denaro – costituisce per la Procura una conferma della fondatezza dell’impianto accusatorio. Se tutti i previsti patteggiamenti saranno definiti la prossima settimana, nelle casse dello Stato entreranno circa 12 milioni di euro: si tratta di denaro, quote azionarie e beni immobili già sequestrati agli indagati, per i quali scatterà la confisca. Nel caso Galan la confisca potrebbe riguardare la stessa villa Rodella, fino all’ammontare di 2,6 milioni. Salvo che l’ex presidente della Regione non riesca a trovare l’ingente somma e a versarla nell’apposito fondo dello Stato prima che la sentenza passi in giudicato, ottenendo il dissequestro dei beni “congelati”.
A chiedere gli arresti domiciliari nella lussuosa villa di Cinto Euganeo sono stati gli stessi difensori dell’ex Governatore, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini: la pena di due anni e 10 mesi non è sospesa (la sospensione condizionale è concedibile fino a pene massime di due anni): di conseguenza i legali cercheranno di far scontare a Galan il più possibile a casa, prima che la sentenza diventi definitiva e possano fare istanza al Tribunale di sorveglianza affinché possa essergli concesso l’affidamento in prova. Così come è accaduto al suo grande amico, Silvio Berlusconi, anche lui decaduto in base alla legge Severino.
Galan è accusato di essere stato al soldo dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e dell’ex presidente dell’impresa di costruzione Mantovani, in cambio dell’aiuto per far procedere il progetto relativo alla realizzazione del Mose (il sistema di dighe mobili progettato per difendere Venezia dall’acqua alta) e per agevolare alcuni project financing a cui partecipava la Mantovani. Parte delle imputazioni, quelle precedenti al 21 luglio del 2008, sono state considerate prescritte dal Tribunale del riesame per il troppo tempo trascorso. Ma, contro Galan restano altri episodi successivi, riscontrati dai risultati di alcune rogatorie e, dalla scorsa settimana, confermati dalle ammissioni del suo commercialista e amico, Paolo Venuti, il quale ha riconosciuto di aver fatto da prestanome al presidente della Regione, per non far figurare il suo nome in alcune società. Probabilmente è stata proprio la confessione di Venuti, unita al rischio di essere trasferito a breve in una cella comune, assieme ad altri detenuti, a far decidere Galan per il patteggiamento. Una vera e propria “resa”, considerato che fino all’ultimo aveva sempre negato sdegnosamente ogni accusa.

Gianluca Amadori

 

L’ex ministro dovrà lasciare il seggio da deputato

Per mesi ha detto: «Mi difenderò, sono innocente»

L’INDAGATO – Dalle prime dichiarazioni, alle memorie, alla conferenza stampa a Montecitorio aveva sempre respinto ogni accusa

Parola di Galan: sono innocente. Lo ha detto e spergiurato in più occasioni, dal 4 giugno scorso, quando seppe che il gip ne aveva ordinato l’arresto.
Pomeriggio del 4 giugno: «Mi dichiaro totalmente estraneo alle accuse che mi sono mosse, accuse che si appalesano del tutto generiche e inverosimili, per di più, provenienti da persone che hanno già goduto di miti trattamenti giudiziari. Mi difenderò a tutto campo nelle sedi opportune, con la serenità e il convincimento che la mia posizione sarà interamente chiarita».
Dalla memoria difensiva del 20 giugno 2014. «Non ho mai ricevuto denari dall’ing. Piergiorgio Baita nel corso dei 15 anni di Presidenza della Regione Veneto e ciò vale anche per il periodo successivo; tantomeno, vorrei precisare con forza, ne ho a costui richiesti». E ancora: «Con l’ing. Giovanni Mazzacurati vi era un rapporto molto formale e mai abbiamo discusso di denaro o di finanziamenti a mio favore. Mai nulla ho da lui ricevuto». Nella stessa autodifesa. «Da diverse fonti processuali emerge che molti denari consegnati al Mazzacurati servivano per scopi personali dello stesso per milioni di euro, il che fa pensare che costui abbia usato la fantasiosa storia del milione di euro all’anno quale “copertura” di proprie ingenti appropriazioni».
Il 23 giugno, a Montecitorio. «Quella della Finanza è una rappresentazione della realtà assolutamente falsa. Non ho rubato. Sulle mie condizioni patrimoniali sono state scritte le più colossali fesserie. Leggo che avrei 18 conti bancari, non lo sapevo. Ci sono delle accuse assurde: avrei preso 900 mila euro per il rilascio del parere della commissione di salvaguardia nel 2002 e mi avrebbero dato i soldi quattro anni dopo? E poi, perché dare i soldi per convincere uno, il sottoscritto, che è già convinto del Mose? Qualcuno quei soldi se li è presi».

 

 

EX ASSESSORE – Renato Chisso è l’ultimo degli indagati che è ancora in carcere a Pisa. Oggi verrà interrogato

IN CARCERE A quattro mesi dall’arresto

La prima volta di Chisso: oggi interrogatorio dei pm

È rimasto l’ultimo detenuto della retata di giugno. Il difensore: «Sta davvero male, non può rispondere»

Resta solo lui. Dei big politici della cricca del Mose che non hanno ancora chiesto di patteggiare. Fatta eccezione per la ex europarlamentare vicentina Lia Sartori, la quale però non deve rispondere di corruzione bensì di finanziamento illecito ai partiti. Renato Chisso, 60 anni, veneziano, ex assessore regionale alle Infrastrutture e alla Mobilità, è ancora in cella dallo scorso 4 giugno quando all’alba scattò quella che è passata alla cronaca come la “grande retata” per la nuova Tangentopoli veneta. Si è sempre proclamato innocente. Da allora non è mai stato interrogato dai pm titolari dell’inchiesta che si è abbattuta come uno tsunami in laguna, Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Stamani per la prima volta verrà sentito di magistrati che lo accusano. Il faccia a faccia è stato fissato nel carcere di Pisa, struttura scelta dalla Procura per offrire all’indagato cardiopatico, la massima assistenza medica. Ieri pomeriggio Chisso ha incontrato il suo legale, l’avvocato Antonio Forza, alfiere di una strenua battaglia, finora persa, per far concedere al suo assistito gli arresti domiciliari sulla base di un quadro clinico che definisce gravemente compromesso. E su tale fronte si è ingaggiato uno scontro durissimo a suon di perizie fra i consulenti della Procura e quelli della difesa. Cui ha posto fine il gip che, sulla base dei propri periti, ha sancito che la struttura carceraria di Pisa è attrezzata in maniera adeguata dato che è annessa a un centro clinico specializzato in cardiologia, negando quindi l’attenuazione della misura detentiva.
L’avvocato Forza, contattato ieri, ha affermato che l’unico imperativo categorico che si è dato è quello di fare di tutto affinché Chisso non sia colpito da un altro infarto – come quello che a settembre 2013 lo portò d’urgenza all’ospedale di Mestre dove fu operato. Teme infatti che, testuale, questa storia finisca nel peggiore dei modi.
E sulla strategia difensiva? Chisso non è nelle condizioni psicofisiche di decidere nulla e non è nemmeno in grado di colloquiare, ha continuato Forza asserendo che sta male sul serio e che i pm potranno finalmente constatarlo di persona. Lo stato di salute di Chisso è talmente precario, ha sottolineato Forza, che non gli consente di difendersi nemmeno da accuse assolutamente false come quelle di aver portato milioni di euro all’estero. I pm non hanno trovato nulla. Il tenore di vita di Chisso è sotto gli occhi di tutti e dimostra che possiede i soldi sufficienti per vivere. E basta, ha concluso Forza. Stando alle dichiarazioni dell’ex segretaria di Galan, Claudia Minutillo, dell’ex amministratore delegato della Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, Chisso sarebbe stato a libro paga del Consorzio. Come l’ex Doge del Veneto, Giancarlo Galan. Che ieri a sorpresa ha chiesto di patteggiare. E pensare che in una conferenza stampa tenuta a Montecitorio a fine giugno aveva sentenziato che la Guardia di Finanza aveva fatto un lavoro scadente, tale da indurre in errore chi doveva giudicarlo, preparando una falsa rappresentazione su basi presuntive e non documentali.

 

SCANDALO Mose – L’INCHIESTA «L’impianto accusatorio esce confermato, premiato il lavoro degli inquirenti»

LE MOTIVAZIONI – Il procuratore aggiunto di Venezia spiega il via libera al patteggiamento

Nordio: rischio prescrizione, importante recuperare i soldi

«Abbiamo privilegiato l’aspetto pecuniario della sanzione: di fronte alla prospettiva di un processo lungo, del rischio di prescrizione e di una pena detentiva comunque incerta, nel bilanciamento di interessi prevale la riscossione immediata di somme considerevoli a titolo di confisca».
Il procuratore aggiunto Carlo Nordio ha spiegato così, nel primo pomeriggio di ieri, la decisione della Procura di dare il via libera al patteggiamento della pena proposta dai difensori dell’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, in carcere con l’accusa di corruzione. La pena detentiva – due anni e 10 mesi di reclusione – non è altissima, ma deve essere valutata assieme ai 2,6 milioni di euro che il deputato di Forza Italia ha accettato di farsi confiscare. Sicuramente, se riconosciuto colpevole, sarebbe stato condannato ad una pena ben più severa. I processi, però, si sa sempre come iniziano, mai come finiscono, tra normative che cambiano e una Corte d’Appello che in Veneto ha un arretrato enorme e fissa processi dopo anni di attesa.
«La sanzione complessiva risponde al fondamentale criterio di rieducazione contenuto nell’Art. 27 della Costituzione, e ai criteri di ragionevolezza ed economia processuale che hanno ispirato il legislatore a introdurre l’istituto del patteggiamento», si legge nel comunicato stampa firmato infatti dal procuratore capo, Luigi Delpino assieme all’aggiunto Nordio». Nel commentare la “resa” dell’ex presidente della Regione, Nordio non nasconde la soddisfazione: «L’impianto accusatorio esce confermato – spiega – Viene premiato l’ottimo lavoro dei sostituti procuratori che si sono occupati delle indagini, senza alcun accanimento o enfasi salvifica, in modo estremamente attento alle garanzie processuali e fisiche degli indagati».
Il riferimento è sicuramente allo stesso Galan, fin dal primo momento recluso nel Centro medico del carcere di Opera per evitare un peggioramento delle sue condizioni di salute, ma anche all’ex assessore Renato Chisso, sottoposto ad accertamenti sanitari per verificare la compatibilità delle patologie cardiache di cui soffre con la detenzione in carcere.
La Procura ha motivato il parere favorevole alla sostituzione della custodia cautelare in carcere con la misura degli arresti «in ragione della congruità della pena, della carcerazione preventiva già sofferta (oltre due mesi, ndr) e del suo proseguimento domiciliare».
I difensori di Galan non hanno rilasciato alcuna dichiarazione, riservandosi di farlo attraverso un comunicato non appena l’ex ministro arriverà nella sua abitazione, agli arresti domiciliari. Quasi certamente insisteranno sul fatto che il loro assistito non ha ammesso alcuna responsabilità e ha scelto di patteggiare unicamente per evitare la prospettiva di dover trascorrere altri pesanti mesi dietro le sbarre nel corso del processo. Una situazione che era ormai diventata per lui insopportabile: in poco più di due mesi Galan ha perso 22 chili di peso.
Degli indagati principali coinvolti nell’inchiesta sul “sistema Mose”, l’unico a non aver ancora optato per il patteggiamento è l’ex assessore Renato Chisso, che oggi sarà interrogato dai pm Ancilotto e Buccini nel carcere di Pisa. La decisione a sorpresa di Galan potrebbe avere un influsso sulle sue future scelte difensive.

Gianluca Amadori

 

Così Fior gestiva il business dei rifiuti

Secondo la procura, un sistema di società di comodo consentiva al dirigente regionale di controllare le discariche venete

Il business delle discariche del Veneto era appannaggio della cricca dei rifiuti. Nel corso degli anni la Eos Group srl aveva acquisito una posizione dominante nelle veste di “terzo controllore” tanto da “vegliare” sulla metà degli impianti di gestione dei rifiuti della provincia di Verona, su tutti quelli della provincia di Rovigo, sul 65% di quelli della provincia di Venezia e del 40% di quelli della provincia di Treviso. Un regime quasi di monopolio, in sfregio al libero mercato, messo in atto da una delle società create strumentalmente da Fabio Fior, fino all’agosto 2010 dirigente generale della Direzione Tutela Ambiente della Regione Veneto, ai domiciliari nella sua casa di Padova dall’altro ieri.
Il dato emerge dalle indagini condotte dai finanzieri del Nucleo di polizia tributarie di Venezia e dai carabinieri del Noe di Treviso, nell’ambito dell’operazione “Bondì” coordinata dalla Procura lagunare, culminata dalle ordinanze di custodia cautelare disposte dal gip Roberta Marchiori anche nei confronti di Maria Dei Svaldi, imprenditrice di Mogliano e Sebastiano Strano, imprenditore nel settore ambientale, padovano di Saccolongo, entrambi sottoposti a obbligo di dimora e considerati i più stretti sodali di Fior con incarichi amministrativi all’interno delle ditte finite sotto la lente degli investigatori. I tre sono chiamati a rispondere a vario titolo di peculato, abuso d’ufficio, malversazione ai danni dello Stato, falsità ideologica nell’inchiesta che ha fatto luce sull’indebito utilizzo di fondi regionali per milioni di euro destinati al finanziamento di progetti ambientali che spesso e volentieri vedevano al lavoro imprese “vicine” a Fior. Quest’ultimo, inoltre, in forza del ruolo di dirigente, era in grado di ottenere incarichi professionali di collaudo che non di rado si “dimenticava” di comunicare alla Regione, violando il decreto sulle prestazioni a carattere privatistico extra-ufficio. Per Fior, Dei Svaldi e Strano l’interrogatorio di garanzia davanti al gip si terrà stamane. Fra gli altri 18 indagati anche il commercialista mestrino di Fior, Sergio Gionata Molteni, che avrebbe gestito la fiduciaria svizzera che di fatto governava le imprese di cui il dipendente infedele regionale, tutt’ora in servizio nel dipartimento Lavori Pubblici, risultava socio occulto. Iscritti nel registro nella loro veste di ex assessori regionali all’Ambiente sia Renato Chisso (fino al 2005) che Giancarlo Conta (fino al 2010), gli ex magistrati alle Acque Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta (tutti tranne Conta, arrestati per le tangenti Mose) nonché alcuni uomini chiave del Consorzio Venezia Nuova come gli ex direttori generali Roberto Pravatà e Johann Stocker e l’attuale responsabile del Sistema informatico Roberto Rosselli, chiamato in causa però al tempo in cui era capo del Servizio informativo. L’accusa per tutti è di abuso d’ufficio. Nei guai anche gli ex sindaci dei comuni padovani di Sant’Urbano, Dionisio Fiocco, e di Piacenza d’Adige, Lucio Giorio, e quello del comune veronese di Torri del Benaco, Giorgio Passionelli. I primi due per i soldi stanziati per la “forestazione” della ex discarica di Sant’Urbano mai realizzata, finiti nelle casse della Green Project, gravitante nella galassia societaria di Fior.

Monica Andolfatto

 

MOSE DUE. LA SOLUZIONE È UNA SOLA

Leggiamo, quattro mesi dopo la bufera Mose che ha coinvolto il Comune di Venezia, nonchè rappresentanti della Regione e funzionari vari, di un nuovo scandalo che interessa sempre la nostra regione, per quanto concerne lo smaltimento dei rifiuti. È un nuovo scandalo che mette sul banco degli imputati la precedente gestione del Veneto, Giancarlo Galan in primis, e che narra ancora di sprechi per milioni di euro. Sul proliferare degli scandali si potrebbero interpellare psicologi e studiosi del comportamento umano, che ci spieghino il senso di questa mania di arraffare, specie da parte di persone con lauti stipendi e già notevolmente benestanti. Il potere? La mania di accumulare e di essere sempre più ricchi? Il disprezzo di qualsiasi norma, tanto comandiamo noi? O forse la somma di tutti questi motivi, e l’appartenenza a un sistema: lo fanno tutti. Ma a noi interessa piuttosto che questo malaffare venga estirpato: lo paghiamo noi cittadini, con un aumento delle tasse e una riduzione dei servizi. E per qualsiasi richiesta la risposta è sempre la stessa: non ci sono soldi. Sarà un caso, ma per quanto riguarda i nostri scandali veneziani e regionali vediamo sempre interessati gli stessi nomi. Venezia è da oltre trent’anni governata dalla stessa parte politica, che ha cambiato più volte nome, ma non esponenti. In Regione da vent’anni comanda il centrodestra, prima con Giancarlo Galan per quindici anni, ora con Luca Zaia. Anche in Regione però si leggono sempre gli stessi nomi di politici, e poi le stesse ditte da loro molto amate. Non sarà purtroppo finita qui, e certo di nuovi scandali dovremo in futuro leggere e arrossire. C’è solo un modo, sempre lo stesso, per mettere fine a questo devastante andazzo: dopo due elezioni, il politico deve andarsene dalla gestione della cosa pubblica, perchè solo così si evitano incrostazioni e rendite di posizione che quasi invariabilmente portano al saccheggio del bene comune. Purtroppo chi comanda non intende fare ciò, ma non se ne va fuori. Il risultato è un malessere sempre più profondo, la disistima assoluta per la casta politica e il rischio di derive future.

Mirka Rossetto – Francesco Sinisi

 

VENEZIA – Il collaudo dell’impianto Cdr di Fusina nelle carte dell’inchiesta sull’ex dirigente del settore ambiente in Regione

Fior da mesi sorvegliato speciale

Da tempo la Corte dei Conti stava setacciando l’attività dell’ingegnere di Noale per verificare un danno erariale

L’INCHIESTA – Anche la Procura regionale della Corte dei conti indaga sul noalese Fabio Fior, l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, finito martedì agli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso, nell’ambito di un’inchiesta penale coordinata dal pm Giorgio Gava. Era sotto tiro da mesi

LA SELEZIONE – Per scegliere l’ingegner Fabio Fior come collaudatore dell’impianto cdr di Fusina, ci fure pure una gara tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. La organizzò Ecoprogetto, la controllata del gruppo Veritas che gestì tutta l’operazione. La Regione diede pure la sua autorizzazione. Ora anche questo collaudo è finito tra le carte dell’inchiesta

LA SANZIONE – La Regione lo aveva sospeso

TRIBUNALE – Previsto per stamane l’interrogatorio davanti al gip

Incarichi e parcelle: la Corte dei Conti da mesi indaga su Fior

BUFERA – Accertamenti per verificare se c’è stato un danno erariale per i soldi presi

PROCURA – L’ex dirigente regionale è finito sotto inchiesta per peculato e falso

Anche la Procura regionale della Corte dei conti indaga sul noalese Fabio Fior, l’ex dirigente del settore Ambiente della Regione Veneto, finito martedì agli arresti domiciliari per i reati di peculato e falso, nell’ambito di un’inchiesta penale coordinata dal pm Giorgio Gava.
La Procura erariale ha aperto un fascicolo all’inizio dell’anno, a seguito di una segnalazione pervenuta dall’amministrazione regionale che, a partire dal 1. ottobre del 2013, aveva disposto la sospensione disciplinare per sei mesi del proprio dipendente. Il viceprocuratore Giancarlo Di Maio sta lavorando da allora per ricostruire la vicenda finita sotto accusa e per verificare se sia configurabile un danno a carico delle casse regionali, e a quanto ammonti.
In caso affermativo, la Procura della Corte dei conti potrebbe chiedere a Fior di risarcirlo di tasca propria. Gli accertamenti non sono ancora conclusi in quanto gli episodi sono numerosi e di una certa complessità. Con molta probabilità il viceprocuratore Di Maio chiederà ai colleghi della Procura penale di trasmettergli gli atti che hanno portato all’emissione di una misura cautelare a carico di Fior in modo da poter acquisire ulteriori elementi nei suoi confronti. Per chiedere il risarcimento di un danno erariale è necessario provare che il comportamento del pubblico dipendente è stato doloso, oppure gravemente colposo.
Nel capo d’imputazione formulato dal pm Gava nei confronti dell’ex dirigente del settore Ambiente, è contestata l’ipotesi di concussione per induzione in relazione ad una serie di incarichi di collaudo che Fior avrebbe eseguito su discariche e impianti si smaltimento rifiuti senza aver ottenuto la necessaria autorizzazione da parte della pubblica amministrazione. Ma anche l’ipotesi di peculato per oltre due milioni di euro di fondi erogati dalla Regione ad una società, la Green Project, di cui Fior sarebbe stato “socio occulto”, per interventi di ri-forestazione che, secondo gli investigatori, sarebbero stati messi in atto soltanto in minima parte.
Fior non è stato ancora ascoltato la Procura erariale ma, prima della chiusura dell’inchiesta, avrà la possibilità di fornire la propria versione dei fatti.
Questa mattina, nel frattempo, il dirigente regionale comparirà di fronte al giudice per le indagini preliminari Roberta Marchiori per difendersi dalle accuse penali di peculato e falso che gli sono costate la misura cautelare degli arresti domiciliari. Fior è accusato anche di abuso d’ufficio, reato per il quale non è prevista misura cautelare in quanto il legislatore non lo ritiene di particolare gravità e lo punisce con il massimo di 3 anni.

Gianluca Amadori

 

VERITAS – Tra le verifiche nel mirino anche quella di Fusina

LA PROCEDURA – Via libera regionale, nessuno sollevò l’incompatibilità

Cdr, una gara per il collaudo

L’ex responsabile regionale sotto accusa arrivò secondo, ma il primo rinunciò all’incarico

FUSINA – Il nuovo impianto Cdr di Veritas. Il collaudo venne eseguito nel 2010 dall’ingegner Fabio Fior, dirigente regionale, scelto dalla controllata del gruppo Ecoprogetto con una gara tra gli is

Per scegliere l’ingegner Fabio Fior come collaudatore dell’impianto cdr di Fusina, ci fure pure una gara tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. La organizzò Ecoprogetto, la controllata del gruppo Veritas che gestì tutta l’operazione Fusina. Poi la Regione diede pure la sua autorizzazione. Ora anche questo collaudo è finito tra le carte dell’inchiesta che ha scoperchiato un’altra cricca che si spartiva soldi pubblici. E a Veritas non nascondono lo stupore. «Sono rimasto attonito» commenta l’amministratore delegato del gruppo, Andrea Razzini.
Tutto ruota attorno al solito tema del controllore che si mischia al controllato. Tra le varie accuse, per Fior c’è proprio quella di aver eseguito collaudi per cui sarebbe stato incompatibile in quanto dirigente regionale. In particolare, la vicenda Veritas risale al 2010, quando Fior chiese l’autorizzazione ad eseguire il collaudo di Fusina e il suo superiore, Roberto Casarin, la concesse. Entrambi sono accusati di falso per aver attestato una non incompatibilità che – nella ricostruzione dell’ordinanza – cozzerebbe con il fatto che più volte, tra il 2007 e il 2008, Fior, da presidente della commissione tecnica regionale ambiente (Ctra), aveva approvato progetti presentati dalla stessa Veritas.
Ieri abbiamo chiesto al gruppo quali progetti fossero stati approvati dalla Ctra, ma per ricostruirlo Veritas ha bisogno di tempo. Per il momento il gruppo ha precisato che l’operazione Fusina è stata gestita dalla controllata Ecoprogetto. Che fu questa ad organizzare una licitazione tra i collaudatori iscritti all’albo regionale. L’ingegner Fior si piazzò al secondo posto, poi il primo rinunciò e la gara fu vinta dal dirigente regionale. In un secondo tempo fu anche chiesta l’autorizzazione alla Regione, che arrivò puntualmente. Nessuno sollevò il problema dell’incompatibilità. Fino all’inchiesta.

(r. br.)

 

Un milione e seicentomila euro per le attività “esterne” di Mister X

Lo chiamavano “mister x”. Ma anche “il capo”. Al cellulare. Non sapendo di essere ascoltati dai finanzieri che, coordinati dal pm Giorgio Gava, stavano indagando sullo strano caso dell’ing. Fior.
A parlare al telefono i suoi collaboratori, quelli che come Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano, colpiti da obbligo di dimora, amministravano a vari livelli le società create da Fior per intercettare i fondi regionali o per accaparrarsi i collaudi di impianti e strutture che spesso lo vedevano parte attivi negli iter attuativi in Regione.
Era dal 2011 che gli uomini del Nucleo di polizia tributaria provinciale erano alle costole del responsabile apicale del Dipartimento Ambiente della Regione (ruolo cessato nel 2010), recordman di incarichi extra-ufficio, molti dei quali svolti senza la necessaria autorizzazione dell’Ente, e che dagli accertamenti svolti su delega della Procura, risultava socio occulta di una galassia di società impegnate nello stesso settore che Fior controllava nella sua veste di dirigente pubblico. Fabio Fior, 57 anni, noalese, padovano di adozione, laurea in ingegneria a Catania, chiamato anche a gestire l’emergenza rifiuti in Campania, super esperto in tematiche ambientale e componente sia della Commissione Via che della Commissione tecnica regionale ambiente, dal 2004 al 2010 svolse una serie di incarichi esterni incassando parcelle per un milione e seicentomila euro: all’incirca 260mila euro all’anno, oltre centomila euro in più rispetto al suo stipendio annuo. C’è da chiedersi come facesse a svolgere tutto al di fuori del suo regolare orario di lavoro. E se lo è chiesto pure la Regione che nei confronti di Fior adottò la sanzione disciplinare che lo sospese per sei mesi, reintegrandolo in pianta organica all’inizio dello scorso aprile. A motivare la misura l’omessa comunicazione e conseguente assenza di autorizzazione a svolgere l’attività esterna.

Monica Andolfatto

 

Malversazione e peculato in Regione. Tre arresti, indagati Chisso e Conta

Cricca dei rifiuti, nuovo scandalo

Il direttore del settore Ambiente, si sarebbe intascato milioni di euro. Nei guai anche Chisso, Conta (Ncd) e numerosi imprenditori e sindaci

Rifiuti: arresti in Regione. Caccia ai soldi in Svizzera

VENEZIA – In Veneto, nell’éra Galan, ha proliferato il malaffare: hanno rubato i politici, ma pure i dirigenti della Regione e dall’affare non si sono tirati indietro nemmeno tanti imprenditori presi a modello del Veneto che produce. L’operazione “Buondì”, che ieri ha portato all’arresto dell’ex dirigente della Regione Fabio Fior, 57 anni, di Padova, lo testimonia. Il dirigente dalla fine degli anni Novanta ad oggi è stato il padrone amministrativo del ciclo dei rifiuti in Veneto. Ha pensato e fatto emanare una legge a suo uso e consumo, quindi approvava in commissione i progetti degli impianti che poi collaudava. E per finire aziende da lui controllate avevano il compito di verificare e monitorare il funzionamento degli stessi impianti. Tutto questo ha reso a lui e alla sua cricca milioni di euro. L’operazione del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di finanza di Mestre si è chiusa ieri e ha inglobato anche una gran parte di un’altra inchiesta dei carabinieri del Noe di Treviso. Ai politici, come Renato Chisso e Giancarlo Conta, è andata bene. Sono solo indagati per abuso d’ufficio, secondo i magistrati non si sarebbero accorti di nulla. L’operazione coordinata dai pm Giorgio Gava e Sergio Dini, rispettivamente di Venezia e Padova, ha visto l’esecuzione di tre ordinanze cautelari nei confronti di Fabio Fior, dirigente della Regione Veneto (ai domiciliari), Sebastiano Strano, 51 anni, di Battaglia Terme, imprenditore e Maria Dei Svaldi, 47 anni, di Mogliano Veneto, imprenditrice (entrambi con obblighi di dimora). Dalle indagini iniziate dal 2006 emerge la figura di Fabio Fior, che concentrava su di sé molteplici incarichi nella procedura per il rilascio delle autorizzazioni di intervento per realizzare impianti di trattamento rifiuti: era membro della commissione Via (Valutazione Impatto Ambientale) e vice presidente della Commissione Tecnica Regionale all’Ambiente. Fior, conoscendo l’iter delle varie pratiche, riusciva a farsi nominare collaudatore delle opere, in alcuni casi dichiarando falsamente di non avere incompatibilità con l’incarico e, in altri casi, omettendo del tutto di richiedere l’autorizzazione all’incarico. Nelle indagini sono finite anche le modalità di nomina delle società che per legge dovevano fungere da terzi controllori indipendenti: le società sarebbero riconducibili a Fior attraverso una fiduciaria svizzera, gestita dal commercialista Gionata Sergio Molteni con sede a Mestre. La fiduciaria possedeva le quote di altre società coinvolte nel giro dei controllori e riconducibili ai soci del dirigente, cioè Maria Dei Svaldi e Sebastiano Strano. Le società potevano contare su modalità agevolate di assegnazione dei contratti di controllo, grazie alle “pressioni” di Fior alla Regione. Poi gli indagati portavano i soldi guadagnati illegalmente, in Svizzera. Per ora le Fiamme Gialle hanno recuperato quasi due milioni di euro a fronte degli svariati milioni di cui si sarebbe appropriato. I reati contestati sono: peculato, malversazione a danno dello Stato, abuso d’ufficio, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico. Anche quest’indagine ha evidenziato il coinvolgimento di personaggi già protagonisti dell’indagine sul Mose. Le società di Fior hanno ricevuto in affidamento diretto l’esecuzione dei lavori di telerilevamento delle discariche abusive presenti sul territorio di otto comuni del Garda, lavori finanziati con fondi regionali dell’Assessorato all’Ambiente (retto all’epoca da Giancarlo Conta prima e Renato Chisso poi) e assegnati al Magistrato alle Acque di Venezia per l’individuazione del soggetto esecutore. Il Magistrato alle Acque (ufficio retto all’epoca da Maria Giovanna Piva e, successivamente, da Patrizio Cuccioletta, entrambi indagati per abuso d’ufficio) ha affidato l’incarico direttamente al Consorzio Venezia Nuova (Mose), aggirando la normativa sugli appalti. Attraverso la complicità di un funzionario responsabile del Servizio Informativo del Consorzio Venezia Nuova, Roberto Rosselli (indagato per abuso d’ufficio), i lavori di telerilevamento per complessivi 2,5 milioni di euro sono stati assegnati alla società Marte srl riconducibile a Fior.

Carlo Mion

 

SE IL POTERE VA A RUFFIANI E SPRECONI

Non è l’ondata che tutti si aspettavano, ma una costola del sistema che ha governato – e che in larga parte governa – la cosiddetta Seconda Repubblica nel Veneto. Gli arresti che hanno sconvolto nuovamente gli uffici della Regione aggiungono sconforto alla rabbia che pervade la maggioranza dei cittadini. Il dirigente arrestato, da tempo trasferito ad altro ufficio, ha governato per 15 anni il sistema dei rifiuti: dalla commissione tecnica all’inceneritore di Ca’ del Bue a Verona. Nel suo curriculum vanta la partecipazione alla task force per l’emergenza rifiuti a Napoli e una consulenza con il ministero dell’Ambiente dell’Albania. Dopo questa nuova inchiesta giudiziaria, dalla quale affiora un diffuso sistema di barattieri, ruffiani e corruttori, la politica cercherà di circoscrivere l’episodio a una responsabilità individuale. Non è così e lo sappiamo tutti. La Regione del Veneto, dove lavorano centinaia di ottimi dipendenti pubblici, ha dimostrato negli ultimi dieci anni di appartenere più di quanto non voglia far apparire il suo presidente all’Italia ruffiana e sprecona. Negli ultimi anni sono stati arrestati il capo della Direzione per la Geologia e il Ciclo delle Acque, per lunghi anni «dominus» del sistema di governo delle attività di cave; poi il dirigente dell’Ufficio Bilancio per l’inchiesta sulla riscossione dei bolli auto; quattro mesi fa, insieme al dirigente della Legge speciale di Venezia e del Commissario per la riforma dei trasporti, sono finiti in carcere un assessore regionale della giunta Zaia e l’ex governatore Giancarlo Galan. Per non parlare delle inchieste giudiziarie che hanno azzerato i vertici o azzoppato la struttura dell’Agenzia per l’ambiente, dell’Ater di Venezia e dell’Istituto delle Ville Venete. E cosa dire dei manager della sanità regionale che costituivano società di consulenza privata nel campo della sanità, tuttora al loro posto. Pochi mesi dopo il suo insediamento, il governatore Luca Zaia scrisse due curiose lettere ai dipendenti: la prima «raccomandando vivamente» ai pubblici dipendenti di non incontrare «al di fuori delle sedi istituzionali» professionisti, consulenti o cittadini che avessero pratiche aperte con gli uffici regionali; la seconda invitando a stoppare sul nascere ogni interlocutore che si presentasse loro con un «mi manda il presidente». Evidentemente, qualcosa aveva intuito. Ma continuare a scrivere alla magistratura «per valutare se esistono ipotesi di reato» ogni qualvolta sente puzzo di bruciato non basta, è mancanza di coraggio. Un leader si assume la responsabilità, nel bene e nel male: e poiché gran parte dei protagonisti delle inchieste giudiziarie sono un’eredità del passato, Luca Zaia farebbe bene – anziché inseguire il sogno di un improbabile e comunque inconcludente referendum sull’indipendenza del Veneto – a dare un segnale di forte discontinuità con ciò è stata la Regione del Veneto. Sarebbe un messaggio rassicurante non solo per i molti dipendenti pubblici onesti, ma soprattutto per i cittadini del Veneto. Che senza scelte radicali hanno tutto il diritto di guardarsi attorno e vedere se c’è, altrove, un’offerta politica diversa. Le prossime elezioni regionali sono alle porte e la disperazione del centrodestra, che guarda a Zaia come il salvatore della patria, è sotto gli occhi di tutti. La campagna elettorale, piaccia oppure no, si svolgerà durante le udienze e i processi dei principali indagati dello scandalo Mose. E in campagna elettorale saranno in molti ad attribuire alla giunta Zaia una sostanziale «continuità» con il sistema precedente: nelle infrastrutture, nel sistema dei project financing, nelle scelte amministrative, persino nelle imprese prevalenti. Quel che sta succedendo nel Veneto è l’azzeramento di un sistema di potere durato vent’anni, cresciuto e prosperato anche sotto il naso delle Procure e degli investigatori e denunciato solo da pochi, isolati, rompiscatole. Adesso c’è bisogno che anche quel che resta della politica faccia pulizia: a destra come a sinistra, non immune da colpe. Zaia può essere il primo presidente di un nuovo Veneto o l’ultimo del vecchio e consociativo sistema. Agisca in profondità e mostri con i fatti la volontà di cacciare i corrotti e premiare gli onesti: non si può? Neanche la separazione del Veneto dall’Italia si può fare.

Daniele Ferrazza

 

Un anno fa Fior, chiacchieratissimo, fu sospeso per 6 mesi e allontanato dai cantieri

Il manager vigilato speciale al Balbi

VENEZIA – Un “vigilato speciale” a Palazzo Balbi, Fabio Fior. Per anni, in qualità di dirigente generale del dipartimento Tutela Ambiente – un ruolo chiave – ha fornito consulenze a pagamento sui medesimi progetti che era poi chiamato a valutare in veste istituzionale, agendo (secondo i giudici) come un «socio d’impresa occulto» sul versante degli appalti pubblici. Un conflitto d’interessi plateale e illegale, maturato in piena stagione galaniana, al punto che un anno fa – su segnalazione della Guardia di Finanza – la Regione avvia un procedimento disciplinare nei suoi confronti. L’addebito? «Aver svolto in oltre un quindicennio e in fasi diverse attività libero professionale a favore di società senza le opportune autorizzazioni da parte dell’Ente o di aver, in altri casi, esibito autorizzazioni irregolari». Questa la convinzione maturata dalla commissione ad hoc costituita dal governatore Luca Zaia per fare chiarezza sulla vicenda e composta, tra gli altri, dal segretario generale Tiziano Baggio e dall’Avvocato dello Stato Ezio Zanon. L’indagine interna si conclude con la sospensione per sei mesi dal servizio, senza stipendio, a partire dal primo ottobre 2013, dell’alto funzionario. Fior ricorre contro il provvedimento ma il giudice del lavoro respinge la sua istanza; nel maggio scorso, concluso il semestre punitivo, è reintegrato nell’organico con mansioni diverse: allontanato dai cantieri, è dirottato al Progetto integrato Fusina. Zaia e il suo staff, tuttavia, sono consapevoli della gravità dei fatti e, vista l’impossibilità di troncare il rapporto professionale con il manager, si rivolgono alla Corte dei Conti. Ai magistrati della sezione giurisdizionale, precisa una nota, viene così trasmessa «la documentazione per il recupero delle somme indebitamente percepite dal dirigente nell’attività sopra illustrata», ottenendo la restituzione di oltre 2 milioni. Non basta. La sensazione è quella di una cupola che da un decennio manovra appalti e affari, operando indisturbata nella presunzione di impunità. Una delibera d’urgenza prova a fare pulizia, ridefinendo i criteri di affidamento degli incarichi, ora limitati nel numero annuale, e stabilendo che l’ammontare complessivo dei compensi da attività extraufficio non può superare il 25% dello stipendio percepito dai dirigenti, ora sottoposti al controllo incrociato tra le dichiarazioni d’imposta modello 770 e le autorizzazioni rilasciate dall’amministrazione. Molti reagiscono rabbiosamente in un crescendo di proteste e lettere anonime al curaro. Ma il dado è ormai tratto.

Filippo Tosatto

 

Dalla Gea alla Green Project, decisivi i ruoli degli ex sindaci Fiocco e Giorio

Un affare da 5 milioni con l’aumento delle tariffe per lo smaltimento

La discarica dei veleni e la foresta mai piantata

SANT’URBANO – Doveva essere la «foresta del Veneto», è diventata una palude di fanghiglia giudiziaria. Nel pantano, in primis, ci sono finiti Dionisio Fiocco e Lucio Giorio, ex sindaci di Sant’Urbano e Piacenza d’Adige di area Pdl e Udc, accusati di peculato e abuso d’ufficio dalla Procura di Venezia. Fiocco e Giorgio, avrebbero serie responsabilità nel tracollo del progetto di forestazione della discarica di Sant’Urbano, iniziativa che avrebbe fatto finire illecitamente nelle casse della Green Project srl – società creata ad hoc e riconducibile a Fabio Fior – almeno 5 milioni di euro. FORESTA VENETA. Nel 2003 la giunta regionale ha previsto l’impiego di piantagioni forestali per l’assorbimento del biossido di carbonio nell’area. Tra gli interventi, quello di Sant’Urbano, che ospita la discarica tattica regionale di Balduina. Per finanziare la forestazione, la commissione tecnica regionale ambientale (Ctra) presieduta da Fior aveva stabilito di aumentare di 4 euro a tonnellata la tariffa per il conferimento dei rifiuti in discarica. Questa somma, sempre su autorizzazione di Fior, doveva essere versata dalla Gea srl – gestore della discarica – alla società Green Project. Questa realtà, vicina a Fior, aveva ottenuto l’appalto di forestazione senza alcuna gara o selezione pubblica. Il progetto aveva ottenuto anche l’appoggio della società Solaris (partecipata dai Comuni di Sant’Urbano e Piacenza d’Adige, da qui il coinvolgimento dei due ex sindaci), che si era impegnata ad individuare terreni di privati in cui destinare le piante. PROGETTO FASULLO. «Peccato che, nonostante i soldi incassati, la Green Project abbia piantato ben pochi alberi» commenta Augusto Sbicego, dal 2012 sindaco di Sant’Urbano «L’intervento più evidente è quello che si può vedere a sud della piscina, ma non siamo certamente di fronte ad una foresta». Secondo la Procura, gli alberi effettivamente piantati non sarebbero stati più di 2.280, per una spesa di 63.566,32 euro. «Green Project ha ricevuto somme ben più importanti» aggiunge ancora Sbicego, che a settembre 2012 è stato convocato dalla Regione per affrontare la questione.«La Regione ci ha chiesto di reintroitare i soldi delle tariffe, mai spesi per la forestazione comunale. Eravamo appena stati eletti e non sapevamo dove mettere le mani, anche perché i nostri dipendenti comunali ci spiegavano che ogni pratica di quel progetto passava per le mani dell’ex sindaco Dionisio Fiocco. Per questo, usciti dalla Regione, siamo andati a denunciare tutto alla Guardia di finanza di Venezia». Secondo i conti del Comune, Green Project aveva introitato prima del 2012 4 milioni di euro: «2 milioni di euro sono stati restituiti, altri 900 mila sono stati versati direttamente dalla Gea alla Regione e i rimanenti 1,7 milioni sono oggetto di ingiunzione al Comune: noi non sappiamo dove siano finiti e Green Project sostiene di averli spesi nel progetto di forestazione». MAXI RISARCIMENTO. Il Comune di Sant’Urbano è la principale vittima di questa vicenda: «Ci ritroviamo con una discarica che non ha la giusta compensazione ambientale, con tanti alberi promessi ma pochissimi piantati; con 1,7 milioni di euro da recuperare e, beffa su beffa, con una clamorosa richiesta di risarcimento da parte della Green Project», conclude allibito Sbicego. La società ora in liquidazione avrebbe accusato il Comune – reo di aver presentato l’esposto nel settembre 2012 – di essere la principale causa del tracollo: da qui la maxi richiesta di risarcimento di 520 milioni di euro. Cifra, questa, da bancarotta comunale. Ma l’inchiesta farà giustizia su tutto.

Nicola Cesaro

 

A sant’urbano infuria la polemica «Sono sereno, tutto in regola»

SANT’URBANO «Sono allibito: ho sempre agito nella massima trasparenza e nel pieno interesse del Comune». Dionisio Fiocco, dal 2002 sindaco per un decennio di Sant’Urbano, conferma massima trasparenza in ogni suo legame con il progetto di riforestazione della Green Project: «Abbiamo accettato un progetto a costo zero per il Comune che garantiva una compensazione ambientale di notevole importanza. L’adesione all’iniziativa è passata attraverso il consiglio comunale ed è stata vagliata dalle commissioni regionali». Fiocco ricorda come la stessa Regione abbia “sponsorizzato” questo progetto in fiere e convegni, persino in Cina ed in Austria. Continua l’ex sindaco: «Mi accusano di aver gestito personalmente la questione? Seguivo direttamente molte cose, non ci vedo nulla di male. In Comune sono depositati dal 2003 i documenti: è tutto in regola» . (n.c.)

 

Maria Dei Svaldi:«Fabio ha una barca di 18 metri e se questi parlano…» Sequestrati 469 mila euro sul conto corrente

«Ho paura, Fior andrà a finire in galera»

PADOVA «Devi ringraziare Dio se ce la caviamo, Fabio ha una barca di 18 metri, se questi parlano e lo sputtanano va a finire in galera». È preoccupata Maria Dei Svaldi, mentre a fine luglio 2013 parla con la mamma. Non sa che nella sua auto c’è una microspia che intercetta le telefonate: l’architetta veneziana, da ieri agli arresti con l’obbligo di dimora come l’imprenditore Sebastiano Strano, sapeva benissimo che Fabio Fior rischiava le manette. Lei pensava di uscirne indenne, invece è finita nella lista dei 20 indagati della nuova clamorosa inchiesta che ha messo a soqquadro il settore ambiente della Regione: a palazzo Balbi appena hanno capito gli intrallazzi di Fior lo hanno trasferito a Fusina. Ma era troppo tardi. L’ordinanza. Il gip Roberta Marchiori apre un filone nuovo, legato al business della ricomposizione ambientale delle aree utilizzate come discariche. E diventa un ciclone per i sindaci e gli ex assessori regionali all’Ambiente Renato Chisso e Giancarlo Conta, che dovranno rendere conto delle delibere con cui hanno approvato i progetti. Chisso, dal 4 giugno in carcere per lo scandalo delle tangenti del Mose, si trova ora nei guai anche per l’accordo di programma fra Regione, Magistrato alle acque e consorzio Venezia Nuova per il servizio di monitoraggio ambientale con il telerilevamento: una spesa da 1 milione e rotti di euro. I sequestri. Come per il Mose, sono partiti i sequestri preventivi dei conti correnti di quattro società: Eos Group, Green project, Eco Environment, Stc 2000 e di tutti i beni intestati a Fabio Fior sul cui conto corrente sono depositati 469.962,40 euro. L’impero Eos e il ruolo di Fior. Con il suo ruolo di dirigente in Regione, Fior ha fatto affidare a Zem Italia, Sicea, Nec ed Eos incarichi per il monitoraggio del trattamento dei rifiuti, la Eos Group, scrive il gip Roberta Marchiori nella sua ordinanza, «controlla» la metà degli impianti della provincia di Verona, tutti gli impianti del Rodigino, il 65% delle discariche del Veneziano e il 40% di quelle del Trevigiano». Un «dominio» che dura fino a quando Fabio Fior viene trasferito al settore Energia e allora iniziano le preoccupazioni, come emerge sempre da una telefonata di Maria Dei Saldi con un certo Federico: è stata cancellata la figura del terzo controllore e «gli amici che prima avevamo in Regione adesso non ci sono più. Fior ci dà una mano, Giuliano ci dà una mano», ma il vento è cambiato. I legami con il Mose. A chi poteva essere affidato se non al Consorzio Venezia Nuova il telerilevamento ambientale? Nessun dubbio quando nel 2003 Renato Chisso decide di affidare l’incarico al gruppo di imprese e professionisti del Mose: con due delibere si stanziano prima 509 mila euro e poi altri 581 mila per realizzare progettazioni sperimentali per la salvaguardia ambientale di Venezia e della laguna. Come non bastassero i 5 miliardi di euro stanziati dal Governo con il Cipe, a palazzo Balbi si trova il modo di dare un’altra manciata di soldi a Mazzacurati e a Baita, allora entrambi in cabina di regia. Il telerilevamento si allarga fino al lago di Garda ma ciò che contesta la magistratura è l’assenza di una gara per l’assegnazione del progetto su una somma così rilevante per poi scoprire che i protagionisti della vicenda sono Fabio Fior, allora uomo di fiducia di Chisso, e Roberto Rosselli, dirigente del Cvn. Nell’ordinanza ci cita l’interrogatorio di Piergiorgio Baita del 5 novembre 2013: «Il Cvn quando non opera in concessione e si avvale di terzi deve fare delle gare» e quindi con queste procedure si «è procurato un rilevante vantaggio patrimoniale al Cvn, alla Zem, alla Sicea, alla Stc 2000 e alla Eos e poi alla Nord est controlli». Reato contestato a Chisso? Abuso in atti d’ufficio. Stia sereno: questa volta non rischia il carcere.

Albino Salmaso

 

Le reazioni politiche

Conta si difende, Zaia plaude

Pd e M5S: «Regione corrotta»

VENEZIA – C’è chi si proclama innocente: «Sono assolutamente estraneo ai fatti, il mio operato come amministratore è sempre stato trasparente e rispettoso delle normative e delle procedure», fa sapere Giancarlo Conta, il capogruppo del Nuovo centrodestra indagato per abuso in atti d’ufficio «pertanto confido nell’operato della magistratura e diffido gli organi di informazione ad associare il mio nome e la mia persona a comportamenti non leciti», è la conclusione vagamente minacciosa dell’esponente alfaniano. E chi plaude a magistrati e Guardia di Finanza, come il governatore Luca Zaia, che spende parole garantiste – «I processi si celebrano nelle aule dei tribunali, ci auguriamo che le persone coinvolte nell’inchiesta riescano a chiarire la loro posizione nell’interesse loro e di tutti i veneti» – malcelando tuttavia la soddisfazione per il nuovo colpo inflitto al sistema ereditato da Giancarlo Galan, contro il quale ha avviato una personale battaglia di trasparenza. C’è l’opposizione, concorde nel definire il nuovo capitolo del malaffare la naturale conseguenza dell’illegalità che per anni ha spadroneggiato negli uffici direttivi della Regione, sollecitando perciò un cambio politico al timone del Veneto. «Ai cittadini che assistono sconcertati a questo susseguirsi d’indagini giudiziarie che vedono coinvolti amministratori e dirigenti della Regione, dico che la prossima primavera c’è l’occasione di voltare pagina. Dopo un ventennio di continuità del sistema di potere c’è la necessità di un cambio fisiologico, di una autentica rigenerazione», commenta Simonetta Rubinato, parlamentare del Pd e candidata alle primarie che designeranno lo sfidante di Zaia. «Questa classe politica ha dimostrato tutta la sua incapacità e in certi casi complicità a afronte di un’ illegalità diffusa, perciò va mandata a casa», rincara l’ex eurodeputato democratico Andrea Zanoni, che a Strasburgo si è battuto per una nuova legge in materia di conflitti d’interesse. «Finalmente è scoperchiato un sistema che il potere politico, con la complicità di tecnici, funzionari, manager e imprenditori, aveva finora difeso strenuamente dagli oppositori, spesso denigrando o minacciando con querele questi ultimi», afferma Gianfranco Bettin, il presidente dell’Osservatorio Ecomafie, che punta il dito contro Palazzo Balbi «spesso in combutta con cruciali livelli ministeriali romani». «Il castello sta crollando, portando alla luce tutto il marcio che nascondeva», chiude Mattia Fantinati, deputato del M5S, «questa nuova retata di politici e dirigenti scelti da quegli stessi politici, è la dimostrazione di come la Regione Veneto sia ormai un sistema collaudato di interessi personali che si concretizzano attraverso reati che portano il nome di concussione, peculato, abuso d’ufficio».

Filippo Tosatto

 

Il Tribunale dei ministri: Matteoli va processato perché ha favorito Erasmo Cinque che non ha eseguito alcuna opera

Con 25 mila euro guadagnò 48 milioni

VENEZIA – Un investimento di 25 mila euro che ha fruttato un utile di 48 milioni, «non eseguendo sostanzialmente alcun lavoro», «non avendo le potenzialità tecniche ed operative per eseguire i lavori» per la messa in sicurezza dei cantieri del Consorzio Venezia Nuova nelle opere di bonifica di Porto Marghera, finanziate dalle industrie con 600 milioni. È l’iperbolico colpo messo a segno dall’imprenditore romano Ernesto Cinque con la sua Socostramo, quando nel 2000 «per effetto di un’operazione societaria che non doveva essere particolarmente evidente agli altri soci entrava a far parte del Consorzio Venezia Nuova», «acquisendo la quota irrisoria dello 0,006583%», ma assicurandosi il diritto ad ottenere lavori «fuori quota» nelle opere assegnate del Consorzio. Un’operazione – se ne sono convinti anche i giudici del Tribunale dei ministri, accogliendo dopo quattro mesi di interrogatori, le tesi della Procura – patrocinata dall’ex ministro per l’Ambiente e le Infrastrutture Altero Matteoli, sodale di partito (An) e amico di Erasmo Cinque, al punto da imporne la presenza a Venezia all’ex presidente del Cvn Giovanni Mazzacurati, che l’accettò per non avere rogne sui finanziamenti al Consorzio (60 milioni, per le bonifiche) in quel dare-avere che intesse tutta l’inchiesta Tangenti Mose. È racchiuso in 193 pagine l’atto di accusa con il quale il Tribunale dei Ministri ha disposto di chiedere alla giunta per le autorizzazioni del Senato il via libera all’indagine per corruzione su l’ex ministro all’Ambiente Altero Matteoli. Perché Mazzacuati ha dichiarato in interrogatorio di aver consegnato 3-400 mila euro a Matteoli per le sue campagne elettorali: «Accuse surreali», la replica dell’ex ministro, che ha detto di essere il primo a volere l’indagine. «Fu Matteoli a dire di riprendere Socostramo quindi?», chiedono i giudici a Mazzacurati. «Sì, sì», risponde lui, «siamo andati colazione in un ristorante vicino a Palazzo Chigi, era la enoteca Capranica, c’era Cinque, Matteoli e io. E Matteoli mi disse che lui ci teneva molto che Cinque lavorasse. Il fatto è che Cinque non lavorava, quindi il problema era quello. Però dopo, quando ha introdotto Baita le robe sono andate a posto perché il lavoro lo faceva Baita e loro poi si mettevano d’accordo in altro modo». L’importante era che Cinque fosse della partita, per far piacere al ministro: è la tesi dell’accusa. Lo confermano Piergiorgio Baita (Mantovani), l’ex magistrato alle Acque in busta paga al Consorzio Patrizio Cuccioletta, l’ex direttore di Mantovani Buson, Pravatà (Consorzio), Claudia Minutillo (ex segretaria di Galan). Per i giudici «le indagini eseguite hanno dimostrato un asservimento alle politiche del Cvn da parte di Matteoli nella sua veste di ministro» e «forte del suo rapporto con Matteoli, l’imprenditore Erasmo Cinque decideva le sorti dei presidenti del Magistrato alle Acque di Venezia, prerogativa del ministro delle Infrastrutture». In più, per i giudici, Matteoli – per il tramite di Cinque – ha ricevuto danari di William Colombelli e Nicolò Buson, per alcune centinaia di migliaia di euro. «Erasmo Cinque le ha mai parlato del destinatario poi finale di queste somme?», chiedono i pm a Baita: «Certo…mi diceva che erano per Matteoli e per il partito di An ma abbiamo sempre avuto il dubbio che ci facesse la cresta».

Roberta De Rossi

 

I pm chiederanno processo immediato per Chisso e Galan

Sebastiano Strano, il braccio destro di Fior

La moglie: le colpe, vanno cercate altrove

SACCOLONGO. Ha accompagnato i finanzieri a prelevare dei documenti nella ditta e ha consegnato anche il computer che aveva in casa. Sebastiano Strano, 51 anni, nato a Battaglia, ma residente a Saccolongo con la famiglia, consulente ambientale, ha trascorso la mattinata a collaborare con le forze dell’ordine e nel pomeriggio ha incontrato il suo avvocato. Non ha voluto rilasciare dichiarazioni. Dal 2008 Strano, stando alle indagini, sarebbe il presidente del cda della Eos Group, in cui è stata incorporata la Sicea, di cui era il legale rappresentante. È anche membro del cda della Green project, fondata nel 2005 insieme a Maria Dei Svaldi e Gennaro Visciano, coinvolti nell’inchiesta. Anche lui quindi è indagato per induzione indebita a dare o promettere utilità in concorso: gli si contesta di essere il braccio operativo di Fabio Fior, avendogli consentito di strumentalizzare le società a lui formalmente riferibili per le sue finalità illecite. Insieme a Fior e a Roberto Rosselli avrebbe realizzato un progetto di monitoraggio del territorio regionale con telerilevamento, affidando gli incarichi alle società Sicea e Eos di cui faceva parte. «Ci auguriamo si risolva tutto in fretta» dichiara la moglie di Strano «e che il provvedimento dell’obbligo di dimora sia una misura cautelare finalizzata esclusivamente all’acquisizione della documentazione societaria. Mio marito nella società ha ruoli marginali: se ci sono delle responsabilità, credo siano ad altri livelli».

cristina salvato

 

Gazzettino – Sistema Mose, nuova retata

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8

ott

2014

Sistema Mose, nuova retata

IL VENETO degli scandali

Torna il “sistema Mose” spariti altri sette milioni

L’INCHIESTA – Blitz nel settore ambiente: 3 arresti, 21 indagati, accuse a Chisso e Conta, capogruppo Ncd

L’OPERAZIONE – Tre misure cautelari, tra cui gli arresti domiciliari per un dirigente della Regione Veneto, e una ventina di indagati per un’inchiesta che vede, in parte, gli stessi protagonisti dello scandalo Mose.

L’INDAGINE – Nel mirino della Finanza i fondi dirottati al Consorzio Venezia Nuova per progetti ambientali. Coinvolti gli ex assessori Chisso e Conta.

I DUE EX ASSESSORI – Chisso e Conta responsabili «di un’ articolata manovra con finalità privatistiche»

IL MANAGER – L’ex dirigente dell’Ambiente «collocò in Svizzera i profitti accumulati»

OPERAZIONE BUONDÌ – Progetti per l’ambiente dal Consorzio Venezia Nuova a società-schermo

TUTTI I REATI – Non ci sono tangenti, ma abusi d’ufficio, falso, peculato e malversazione

Agli arresti domiciliari il dirigente regionale Fabio Fior, obbligo di dimora per due imprenditori

Tra i 18 indagati Chisso, gli ex Magistrati alle Acque Piva e Cuccioletta e Conta, capogruppo Ncd

GLI AFFARI – Oltre 7 milioni nella rete d’oro dell’ingegner Fior

Ti occupi di un dirigente infedele nell’ufficio Ambiente della Regione ed ecco riemergere dalle acque, solo all’apparenza placide della laguna, il Mose. Insieme a parte della “cricca” arrestata lo scorso 4 giugno dai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia. Niente di cui stupirsi. Lo dicono gli stessi investigatori delle Fiamme Gialle. Le indagini che hanno portato ieri agli arresti domiciliari l’ingegner Fabio Fior, 57enne noalese trapiantato a Padova, tuttora dipendente del settore Lavori pubblici della Regione, e di due imprenditori sottoposti all’obbligo di dimora, Maria Dei Svaldi, 47enne, di Mogliano e Sebastiano Strano, 52enne di Saccolongo (Padova), confermano, fra gli altri aspetti, ancora una volta il sistema perverso che legava a filo doppio il Magistrato alle Acque, sotto la gestione di Maria Giovanna Piva prima e di Patrizio Cuccioletta poi, al Consorzio Venezia Nuova targato Giovanni Mazzacurati.

Ed ecco spiegato il motivo per cui, fra gli altri 18 indagati dell’operazione battezzata “Buondì” non per le note merendine, bensì perché così si davano il buongiorno Fior e compagni, figurano nomi legati all’inchiesta sulla “grande retata”: dagli stessi Piva e Cuccioletta, all’ex assessore Renato Chisso, tuttora in carcere, dagli ex direttori generali del Consorzio Roberto Pravatà dimessosi nel settembre 2008 e Johann Stocker in carica fino al maggio 2001, all’attuale direttore dei sistemi informatici Roberto Rosselli, parmense di 56 anni e all’epoca dei fatti responsabili del Servizio Informativo del Consorzio. A tutti viene contestato il reato di abuso d’ufficio. Il legame con Fior? Eccolo. Si dipana attraverso il dirottamento illecito di fondi regionali al Consorzio, “complici” nel 2005 l’allora assessore all’Ambiente, Chisso e nel 2009 il suo successore, il veronese Giancarlo Conta, 65 anni, attuale capogruppo consigliare a palazzo Ferro Fini per il Nuovo centro destra autonomo (anche lui indagato per abuso d’ufficio). La cifra complessiva è di circa sette milioni di euro che entrano nelle casse del Consorzio per progetti ambientali e finiscono a vario titolo in quelle delle società create strumentalmente da Fior per intercettare i soldi pubblici che egli stesso gestiva come dirigente generale della Direzione tutela ambiente dal 2002 al 2010.
Il meccanismo oliato ruota attorno al Sistema informativo del Consorzio Venezia Nuova. È l’allora responsabile Rosselli il riferimento di Fior. E gli ex assessori? Hanno promosso a Palazzo Balbi gli accordi di programma fra Regione Veneto e Magistrato alle Acque che, con affidamento diretto, e quindi senza regolare gara d’appalto, hanno assegnato al Consorzio tramite il Sistema informativo, da un lato il telerilevamento delle discariche sul territorio regionale (un milione e 80mila euro) e dall’altro la certificazione ambientale (quasi 4 milioni) di otto comuni della riviera del Garda con comune capofila Torri del Benaco (fra gli indagati anche l’allora sindaco Giorgio Passionelli). È Fior a indirizzare il Sistema informativo ad avvalersi delle aziende a lui riconducibili quali controllori terzi della realizzazione dei progetti. Aziende come Zem Italia, Nord Est controlli, Sicea, Eos Group, delle quali Fior secondo gli inquirenti è socio occulto o addirittura dominus. Nell’elenco risulta anche la Stc 2000 che viene invece collegata a Rosselli in quanto amministrata dalla sua compagna e dal figlio di lei. Da sottolineare che nell’ennesimo scandalo che scuote la Regione – la quale in questa vicenda hanno chiarito gli stessi investigatori è parte lesa e ha collaborato da subito con le indagini – non si parla né di tangenti né di corruzione, bensì appunto di abuso d’ufficio. A Fior vengono contestati anche i reati di peculato, malversazione a danno dello Stato, e falsità ideologica.
Il conto alla rovescia per il suo arresto è scattato nel 2011 quando i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria eseguono un controllo nel settore dei materiali ferrosi negli uffici della Regione. È da qui che prendono origine le indagini coordinate dalle Procure di Venezia e di Padova, e che vedono impegnati anche i carabinieri del Noe di Treviso. Ad apparire singolare da subito la figura di Fior che assomma su di sé molteplici incarichi nell’ambito delle procedure per il trattamento dei rifiuti: fa parte della Commissione Via (Valutazione impatto ambientale) e della Commissione tecnica regionale all’ambiente. Conosce perfettamente l’iter delle pratiche e in virtù della funzione che riveste riesce a farsi nominare collaudatore delle opere che spesso ha autorizzato, in alcun casi dichiarando falsamente di non avere incompatibilità con il relativo incarico e in altri omettendo di richiedere l’autorizzazione a operare extra ufficio alla Regione. Una iper attività che non solo gli fa intascare fra il 2004 e il 2010 circa un milione e seicento mila euro, (600mila euro per incarichi mai autorizzati) ma che gli costa un procedimento disciplinare aperto dalla Regione che sfocia nella sospensione dal lavoro dal 1. ottobre 2013 al 31 marzo 2014. Gli sviluppi investigativi, come ha spiegato il tenente colonnello Roberto Ribaudo, hanno appurato il collegamento diretto tra le ditte e Fior attraverso una fiduciaria svizzera gestita dal commercialista mestrino Sergio Gionata Molteni. Ditte che hanno attuato nei fatti un regime di monopoli amministrate da sodali di Fior come la Dei Svaldi, Strano e Gennaro Visciano. Fra queste anche la Green Project destinataria di 5 milioni per il rimboschimento della discarica di Sant’Urbano nel padovano, soldi ottenuti con l’istituzione di un fondo regionale alimentato pure dalla tassa sui rifiuti. Le opere furono iniziate e poi abbandonate tanto che per giustificare le spese furono emesse fatture per operazioni e prestazioni inesistenti. Ed è in tale contesto che risultano indagati gli allora sindaci di Sant’Urbano (Padova), Dionisio Fiocco e di Piacenza d’Adige (Padova) Lucio Giorio. La Regione con la Green Project ha tutt’ora un contenzioso che le ha consentito di ottenere la restituzione di oltre tre milioni di euro.

Monica Andolfatto

 

Soci occulti, soldi all’estero e spunta il nome di Galan

L’ordinanza del Gip Marchiori ricostruisce le «condotte illecite» di Fior per accappararsi appalti e occultare i proventi. In un’intercettazione il nome dell’ex governatore: indaga la Gdf

«Dalle indagini emerge che Fabio Fior ha messo a segno nel corso di un esteso arco temporale, con il contributo di Sebastiano Strano e Maria Dei Svaldi, plurime condotte illecite strumentalizzando la funzione pubblica per il perseguimento di finalità privatistiche e di cospicui vantaggi economici».
Lo scrive il giudice per le indagini preliminari di venezia, Roberta Marchiori, nell’ordinanza di custodia cautelare, lunga 117 pagine, con cui ha imposto gli arresti domiciliari a Fior, ex dirigente regionale all’Ambiente e l’obbligo di dimora ai due imprenditori della Green Project. Tutti sono accusati di peculato (per essersi appropriati di oltre due milioni di euro relativi ad interventi di riforestazione effettuati solo in piccola parte a Sant’Urbano, in provincia di Padova); Fior anche di falso ideologico commesso da pubblico ufficiale in relazione ad una dichiarazione con la quale, su sua pressione, il segretario dell’assessore all’Ambiente, Paolo Zecchinelli, attestò che il dirigente aveva chiesto l’autorizzazione a svolgere alcuni collaudi, cosa che invece non sarebbe avvenuta.
SOLDI IN SVIZZERA – La misura cautelare è stata concessa per «il concreto pericolo di inquinamento probatorio»: il gip sottolineana come Fior, dopo le contestazioni disciplinari (fu sospeso per sei mesi lo scorso anno) «si è immediatemente attivato per “fabbricare” atti falsi tesi ad accreditare la regolarità del suo operato… e ha inoltre verosimilmante provveduto a “collocare” in territorio svizzero i profitti accumulati».
ARRESTI NEGATI – Il pm Giorgio Gava aveva chiesto misure cautelari più pesanti nei confronti dei tre, sollecitando l’arresto anche di altri due indagati. Il gip Marchiori ha invece ridimensionato il quadro accusatorio, ritenendo sufficienti domiciliari e obbligo di dimora e sostenendo che non vi sono sufficienti elementi probatori in relazione ad alcuni dei 37 capi d’imputazione contestati dalla Procura: tra questi figurano l’ipotesi di associazione per delinquere e concussione per induzione, per i quali non è quindi stata concessa ordinanza di custodia cautelare. Parte dei reati sono stati commessi a Padova e gli atti saranno trasferiti nei prossimi giorni alla locale Procura.
GALAN – A pagina 77 dell’ordinanza, nel capitolo dedicato alle presunte false fatturazioni per giustificare i fondi ricevuti dalla Regione per l’intervento di riforestazione, spunta anche il nome di Galan. A farlo, in un colloquio intercettato (e riassunto in un brogliaccio della Finanza) è l’imprenditore Sebastiano Strano, mentre parla con Dionisio Fiocco, sindaco di Sant’Urbano: «Strano dice che sono convinti (non dice chi) che la Regione ha messo i fondi, li ha dati a lui che li ha girati a Fiocco tramite Solaris o chissà come e che Fiocco li ha poi restituiti a Galan». La Finanza sta effettuando accertamenti per capire se il riferimento sia effettivamente all’ex Governatore o se Strano usasse il nome di Galan per intendere l’Ente da lui presieduto.
CHISSO E CONTA – La Procura attribuisce ai due assessori regionali all’Ambiente, Renato Chisso e Giancarlo Conta (solo indagati), un ruolo decisivo nella seconda vicenda finita sotto accusa, quella relativa al “Sistema informativo” che la Regione ha affidato al Consorzio Venezia Nuova, senza alcuna gara, in asserita violazione delle legge. Il gip ritiene fondata l’ipotesi di «un’unitaria, articolata manovra illecita posta in essere per finalità privatistiche». A godere di un ingiusto vantaggio patrimoniale sarebbero stati il Cvn e varie altre società, ma anche Fabio Fior. Nell’ordinanza tutte le contestate ipotesi di abuso d’ufficio sono state ritenute fondate, ma per questo reato non è stata emessa misura cautelare.
SOCIO OCCULTO – Le indagini condotte dalla Guardia di Finanza, con la collaborazione dei Carabinieri del Noe, hanno evidenziato che Fior ha agito come “socio occulto” di numerose società che operavano nel settore ambientale (oltre a Green Projetc, anche Zem Italia, Nord est controlli, Sicea, Eos, Eco Environment, Marte e Ansac), sia mentre rivestiva l’incarico di dirigente del settore Ambiente della Regione, sia nel periodo successivo. A confermarlo sarebbero i servizi di osservazione e le numerose intercettazioni: sono migliaia le telefonate da lui fatte con i formali aministratori di quelle società, o le visite nelle loro sedi. Un numero tale di chiamate e di incontri che non possono «trovare giustificazione in motivi istituzionali», scrive il gip.
ROYALTIES – Il ruolo dominante di Fior emerge dalle intercettazioni: è il dirigente regionale, ad esempio, a suggerire a Strano e Dei Svaldi di togliere dal mercato la società Eos, troppo esposta in quanto diventata quasi monopolista, proponendo di suddividere i suoi lavori tra altre società, riconoscendogli delle royalties.
I SEQUESTRI – Il gip ha “congelato” i conti correnti delle società coinvolte nell’inchiesta, finalizzata ad una futura eventuale confisca: si tratta di Eos Group srl, Green Porject srl, Eco Environment Sa e Stc 200 sas. Nessun sequestro è stato concesso invece per i conti correnti di Fior.

Gianluca Amadori

 

FONDI A PIOGGIA – Dal 2003 avrebbe speso 120 milioni

SOLDI BLOCCATI – La magistratura ha congelato i conti di cinque società

I VERBALI Baita: «Uno sperpero totale di denaro dello Stato»

Il Sistema informativo, così il Consorzio finanziava gli amici

L’ex patron della Mantovani spiega come i fondi regionali ottenuti senza gara venivano indirizzati alle società di Fior

Mose, Magistrato alle Acque, Consorzio Venezia Nuova. Parole chiave della recente tangentopoli lagunare ma anche dell’indagine che ha portato all’arresto di Fabio Fior ex dirigente della Regione Veneto. E nell’ordinanza che dispone per lui la misura restrittiva ai domiciliari si legge anche il nome di Piergiorgio Baita, ex patron della Mantovani e, insieme a Giovanni Mazzacurati ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, grande accusatore nell’inchiesta della grande retata coordinata dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini.
Baita parla del Sistema Informativo del Cvn, veicolatore nel contesto Fior dei finanziamenti regionali ottenuti giocando facile cioè senza gara d’appalto, e lo definisce senza mezzi termini “uno sperpero totale di soldi dello Stato a benefico di nessuno” che affida gli incarichi “senza nessun tipo di gara a parenti, amici, cose del Consorzio”.
Fino al 2011 la struttura è stata guidata dall’ing. Roberto Rosselli ora passato a dirigere il Sistema informatico del Consorzio, considerato dagli investigatori che hanno inchiodato Fior, il suo uomo dentro al Cvn. Istituito nel febbraio 1984 in attuazione della prima convenzione fra Magistrato alle Acque e Consorzio Venezia Nuova nell’ambito della prima Legge Speciale, il Servizio Informativo ha il compito di raccogliere, classificare e conservare tutti i dati e le informazioni sull’ambiente lagunare e sulle attività che vi si svolgono, collaborando con gli altri Enti che operano nel comprensorio allo scopo di definire le rispettive politiche ambientali di intervento. Nel corso degli anni si trasformerà, secondo gli accertamenti investigativi, in un fagocitatore di decine di milioni di euro. Dal 2003 in poi avrebbe speso a pioggia qualcosa come 120 milioni di euro. Con bilanci redatti come ebbe a dire ironicamente un investigatore su carta copiativa. Un mare di soldi. Mazzacurati ne parla come “una gigantesca palla” ed è d’accordo con Baita sul fatto che occorre chiuderlo al più presto.
Baita nei vari interrogatori risulta ancor più impietoso: «Era una cosa scandalosa, senza utilità per nessuno. Se io devo regalare mille euro a una persona glieli do, non ne spendo 100mila perché la persona ne spenda 99 e se ne tenga mille, perché spreco 100mila euro. Gli do mille euro, ma che sia finita, non faccio finta di spendere l0 milioni di euro all’anno per avere niente, perché qualcuno si metta in tasca 2mila euro al mese. (…) il Servizio informativo era una sine cura che si erano messi in piedi i dirigenti del Consorzio all’insaputa dei consorziati (…) per arrotondare lo stipendio, cosa che nessun consorziato aveva mai detto “sono contrario”, ma non si possono sprecare 10 milioni di euro all’anno quando mancano i soldi per il lavoro».

 

La ricca “cupola” dei collaudi demolita nel 2012

La “cupola” dei collaudi. La chiamavano così, a Palazzo Balbi. Un termine spregiativo che però racchiudeva più invidia che disprezzo. Perché far parte della ristretta cerchia dei collaudatori era un privilegio. Botte da centinaia di migliaia di euro se capitava di collaudare pezzi del Passante di Mestre. O del Mose. E siccome il sistema è andato avanti per anni e per anni gli esclusi borbottavano, vien da chiedersi cosa faceva la politica: gli amministratori sapevano e chiudevano un occhio o, il che non è meglio, erano ignari?
Il cerchio ristretto dei collaudatori cessa nel luglio del 2012, quando l’uomo più silenzioso di Palazzo Balbi, il segretario generale della Programmazione Tiziano Baggio, rivoluziona il sistema. La delibera numero 1256 portata in giunta dall’assessore al Personale, Marino Zorzato, ha un titolo che ai più risulta incomprensibile: “Disciplina delle attività extraimpiego e dell’omnicomprensività del trattamento economico dei dipendenti della Regione Veneto facenti capo a strutture della Giunta regionale”. Gli addetti ai lavori capiscono: la manna è finita. Si stabilisce che un dipendente non può eseguire più di un tot di collaudi all’anno, che il compenso non può essere superiore al 25% dello stipendio, che non si potranno svolgere più di cento ore extra ufficio e che, in caso di deroghe, il compenso finirà nel Fondo unico dirigenti. Fissati i nuovi parametri, iniziano i controlli. È così che si arriva all’ingegnere Fabio Fior. Anzi, ci arriva la Finanza.
Un passo indietro. Nel 2012 Fior non è più dirigente del settore Ambiente. Due anni prima, con la nuova giunta Zaia, aveva dovuto lasciare la Direzione dove sin dagli anni Novanta aveva iniziato la carriera, arrivando al gradino di dirigente. Il cambio l’aveva voluto il nuovo assessore all’Ambiente, Maurizio Conte: «Ho voluto un turn-over dappertutto, anche alle cave. Sono settori delicati dove sono fondamentali la massima trasparenza, regole certe, persone impermeabili alle tentazioni». Di Fior sapeva qualcosa? Conte: «Qualche voce interna c’era».
Tre anni dopo, in sede di verifiche, emerge il caso Fior: incrociando il modello 770 e le autorizzazioni all’effettuazione dei collaudi e lavori extra ufficio, i dati non collimano. Si scopre che dal ’90 al ’97 l’ingegnere ha eseguito lavori senza autorizzazione e che dal 2002 al 2012 alcune autorizzazioni erano false. Per quest’ultimo periodo l’importo percepito da Fior ammonterebbe a circa 2 milioni di euro. La Finanza accerta che tra il 2004 e il 2012 il dirigente regionale ha svolto attività di libera professione in contrasto con il Dpr 3/57 che impone ai dipendenti pubblici l’esclusività. È così che, su segnalazione della Finanza, parte la contestazione della Regione a Fior con la misura disciplinare della sospensione per sei mesi, dal 1. ottobre al 1. aprile 2013. Il giudice del lavoro, cui Fior ricorre, conferma la misura disciplinare. Resta la questione dei soldi: la Regione rivuole indietro quasi 2 milioni che Fior ha preso per collaudi/lavori privi di autorizzazione. E siccome Fior i soldi non li ha restituiti, è partita la denuncia alla Procura della Corte dei conti. A Palazzo Balbi c’è una domanda ancora senza risposta: ci saranno altri seguiti sull’ex cerchia dei collaudatori?

 

LA DELIBERA – Freno agli incarichi extra Fior nella rete dei controlli. E l’ente rivuole 2 milioni

L’INGEGNERE PADOVANO

Tutta una carriera in Regione dalla tutela dell’Ambiente all’Energia

Ingegnere, 57 anni, originario di Noale, residente a Padova. Fabio Fior è un dipendente regionale di lungo corso, la sua carriera avviene tutta nel settore dell’Ambiente, sin dai tempi in cui il segretario regionale che guidava la direzione era Roberto Casarin. Dal 5 luglio 2002 al 23 agosto 2010 è stato dirigente generale della direzione Tutela ambiente della Regione. Nel 2010, con il cambio della giunta, da Galan a Zaia, era stato trasferito al settore Energia. E, dopo la sospensione nel 2013, al Progetto Integrato Fusina. I colleghi lo descrivono come una persona seria e simpatica. A Padova, a casa dell’ingegnere, in via Girolamo dal Santo, nel quartiere Arcella, bocche cucite: «Non abbiamo nulla da dichiarare, non è il momento» si limita a dire una voce femminile al citofono.

 

NEL PADOVANO – Augusto Sbicego è il primo, grande accusatore

Il sindaco di Sant’Urbano: «Fui io a denunciare tutto»

«Dopo aver portato i faldoni del progetto di compensazione ambientale a Venezia, andammo dalla Finanza. Il Comune non incassò mai nulla»

Un sindaco che accusa e due che dovranno difendersi. Il grande accusatore del filone padovano dell’operazione Buondì non si nasconde negli uffici della Regione: a lanciare il sasso nello stagno è stato, due anni fa, il primo cittadino di Sant’Urbano, Augusto Sbicego. Questi non ha gradito per niente quel che ha trovato in municipio dopo la sua elezione e ha portato i faldoni riguardanti il progetto di compensazione ambientale del paese direttamente nella sede del governo veneto. «Poi siamo usciti dalla Regione – racconta – e ci siamo infilati nella prima caserma della Finanza, dove abbiamo formalizzato un esposto sulla vicenda». «Ora la Regione – rivela quindi Sbicego – ci chiede indietro più di un milione e mezzo di euro, che sono i soldi che non sono stati spesi per il progetto di piantumazione del boschetto. E non è tutto, dato che li chiedono a noi, alla società che gestisce la discarica e pure alla Green Project. Ma noi di quel denaro non abbiamo visto un euro qui in municipio, perché tutto passava direttamente alla società esterna». Si difende invece a spada tratta Fiocco, che sostiene di aver sempre portato avanti il progetto della Green Project alla luce del sole. «Tutta la documentazione comunale sul progetto di compensazione ambientale che la Regione ha affidato a Green Project è disponibile e io non ho mai nascosto niente – sottolinea l’ex sindaco, al tempo in quota all’Udc – tutte le carte sono in Comune, basta andarle a cercare. Inoltre non è passato neanche un euro nelle casse del Municipio per questo affare, e ritengo superfluo ribadire che io non ci ho guadagnato niente. Anzi, a dire il vero ho guadagnato la visita mattutina della guardia di Finanza». Nella querelle è stato coinvolto anche Lucio Giorio, ex sindaco di Piacenza d’Adige e uomo di centro destra. I due Comuni avevano allargato alla Green Project la società Solaris, proprio per dare una piattaforma logistica al piano di piantumazione. Giorio ora abita in Alto Adige, e ieri ha fatto sapere di essere fiducioso in una risoluzione positiva dell’intricata vicenda giudiziaria.

 

PALAZZO BALBI «Quel dirigente già sottoposto a procedimento disciplinare»

VENEZIA – «Siamo come sempre fiduciosi e rispettosi dell’operato della Guardia di Finanza e della magistratura. Ribadiamo che i processi si celebrano nelle aule dei tribunali. Ci auguriamo comunque che le persone coinvolte nell’inchiesta riescano a chiarire la loro posizione nell’interesse loro e di tutti i veneti». Lo afferma il presidente della Regione Veneto, Luca Zaia , in relazione all’inchiesta che ha colpito anche un dirigente dell’Ente, Fabio Fior, oltre a un ex assessore. La Regione sottolinea come già nel 2013 fosse stato avviato un procedimento disciplinare nei confronti del dirigente per aver svolto in oltre un quindicennio e in fasi diverse attività libero professionale a favore di società senza le opportune autorizzazioni da parte dell’Ente o di aver, in altri casi, esibito autorizzazioni irregolari.

 

Giancarlo Conta, era assessore all’Ambiente nell’ultima giunta Galan. È iscritto al Registro degli indagati con l’accusa di abuso d’ufficio

DUE PROCESSI «Mi accusavano di essere un inquinatore: ho stravinto»

L’EX ASSESSORE Il veronese Giancarlo Conta, ex azzurro ora capogruppo del Nuovo Centrodestra, si dice tranquillo: «Il mio operato è sempre stato trasparente e corretto»

«Mi vien da sorridere, ho finanziato un progetto pilota delle Fiamme gialle»

Ieri mattina è arrivato a Palazzo Ferro Fini. In agenda la riunione dei capigruppo, le sedute delle commissioni. Mezz’ora dopo si è ritrovato nella bufera. «Ho saputo dalle agenzie di stampa di essere iscritto al Registro degli indagati. Non so neanche perché. Nei siti mi hanno messo in foto con Renato Chisso e Fabio Fior sotto la scritta scandalo Mose. Con tutto il rispetto umano per i due arrestati, io cosa c’entro con il Mose? È una vergogna». Più che rabbia, nelle parole di Giancarlo Conta, veronese, architetto, 65 anni domani, c’è sbigottimento. L’ex assessore all’Ambiente, oggi capogruppo del Nuovo Centrodestra Veneto Autonomo, si dice tranquillo: «Il mio operato come amministratore è sempre stato trasparente e rispettoso delle normative e delle procedure. Pertanto confido nell’operato della magistratura», detta in un comunicato. Avvertendo: «Diffido gli organi di informazione ad associare il mio nome e la mia persona a comportamenti politico – amministrativi non leciti».
Architetto Conta, cosa sa delle accuse che le vengono rivolte?
«Niente. Sono arrivato in Regione alle 10, alle 10.30 mi hanno detto che ero su Internet».
Ha chiamato un avvocato?
«No, perché? Non ho ricevuto nessun avviso di garanzia».
Preoccupato?
«Tranquillissimo. Ricordo che fino a qualche tempo fa ero accusato di essere l’inquinatore numero uno del Veneto: ho avuto due processi per non aver contrastato l’inquinamento da smog. Si è arrivati anche in Cassazione. Li ho tutti stravinti».
Dell’ingegner Fabio Fior cosa dice?
«Ero il mio dirigente quando ho fatto, dal 2005 al 2010, l’assessore all’Ambiente, era già lì prima che arrivassi io, quando la delega l’aveva Chisso. Da quello che leggo hanno indagato tutti quelli che lavoravano nel mio ex ufficio, ma non so perché».
Cosa le dà fastidio?
«Posso capire il fatto che quando un politico viene indagato finisca nel tritacarne mediatico, ma collegarmi al Mose, no! Io non so neanche dove sia la sede del Magistrato alle acque, non ci sono mai stato e nessuno del Mav è venuto da me. Perché associarmi all’inchiesta che ha coinvolto il Mose, il Consorzio Venezia Nuova, il Magistrato alle Aqìcque? È uno schifo».
Ha nemici in politica?
«Non credo. Sono nel Nuovo centrodestra che ormai è quasi una lista civica».
Prima di diventare capogruppo del Ncd a Palazzo Ferro Fini, era in Forza Italia. Con chi stava?
«Io politicamente nasco con Forza Italia. Facevo – come ora – l’architetto, ho il mio studio professionale e non ho mai avuto un incarico pubblico né in Veneto né in Italia. Ero fuori dai giochi politici, tant’è che il settore del mio studio è quello dei restauri e quindi tutto in ambito privato. Nel ’93 comincio a fare politica in Forza Italia a Verona e faccio tutta la trafila, consigliere comunale, vengo eletto coordinatore provinciale al primo e unico congresso vero, nel 2000 arrivo in Regione: assessore all’Agricoltura, Commercio, Industria. Nel 2005 sono rieletto e mi danno l’Ambiente. Nel 2010 ancora rieletto ma faccio il consigliere semplice. Quando c’è la scissione, aderisco al Ncd».
E di che corrente era con gli azzurri?
«In Forza Italia sono sempre stato un Don Chisciotte, quello che contava meno e si batteva contro quelli che erano a Roma per volontà divina, tipo Brancher. La politica è una passione, ma ho sempre vissuto del mio lavoro: nel 2000 avevo il reddito più alto di tutti i consiglieri. Correnti no, ma la persona più lungimirante e corretta cui sono sempre stato vicino è Giorgio Carollo: quando ci fu la spaccatura 7 consiglieri con Galan e 7 con Carollo, io ero con Carollo».
In cosa può consistere il suo abuso d’ufficio?
«È un’accusa che mi ha fatto sorridere. Da quello che sono riuscito a ricostruire riguarderebbe una delibera su un progetto, iniziato da Chisso, per monitorare il territorio veneto e verificare se c’erano delle discariche. Volete sapere chi ha firmato con me quel progetto pilota? La Guardia di Finanza e il Noe, il Nucleo operativo ambientale. La Finanza ci mise a disposizione due elicotteri con un marchingegno per trovare, grazie a un sistema di colori, cosa c’era sotto terra. Vennero trovati 400 siti anomali. Ecco, ho usato risorse per la Finanza e un progetto pilota. Mi devo difendere da questo?».

Alda Vanzan

 

IL PRECEDENTE – Il caso Mestrinaro, sotto sequestro impianto dei rifiuti

L’ordinanza di custodia cautelare, disposta dal giudice per le indagini preliminari veneziano Roberta Marchiori su richiesta del pubblico ministero Giorgio Gava, eseguita ieri mattina, ha avuto come tappa intermedia nell’aprile 2013 il sequestro da parte della Direzione distrettuale antimafia di Venezia dell’impianto di trattamento dei rifiuti della trevigiana Mestrinaro (nella foto a lato) accusata di miscelare gli scarti edili senza trattarli e di metterli sul mercato come cemento per sottofondi stradali.
A collaudare la struttura fu guarda caso l’ingegner Fabio Fior, assunto dalla stessa Mestrinaro, dopo aver partecipato nella sua veste appunto di responsabile dell’ufficio regionale preposto, alla fase istruttoria del procedimento di approvazione della richiesta di ampliamento del sito poi bocciata dal Consiglio di Stato. Fior inoltre sta seguendo attualmente come consulente esterno anche la discarica veronese di Ca’ Del Bue.

 

Matteoli, richiesta depositata in Senato

Scandalo Mose: richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti del senatore di Forza Italia Altiero Matteoli. Dieci i faldoni depositati ieri da una pattuglia del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia a Palazzo Madama.

E per Galan «malattia finita»

L’ex doge verso la cella comune

Secondo i medici non ci sono più le condizioni perché resti detenuto nell’infermeria di Opera

Una cella comune per Galan

PROCESSO IN VISTA – L’ex governatore cambierà carcere

L’ex presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, rischia di proseguire la detenzione cautelare in una cella comune. Nei giorni scorsi, a conclusione di una serie di accertamenti sanitari, è stato infatti dichiarato idoneo a rientrare nel normale circuito penitenziario. Per il momento, a causa del sovraffollamento della struttura, la direzione del carcere di Opera, a Milano, ha comunque deciso di lasciare l’ex ministro ed ex presidente della Commissione cultura della Camera in una stanza singola del Centro sanitario nel quale si trova ricoverato fin dal momento dell’arresto, il 22 luglio scorso. Tra non molto, però, in vista dell’immimente processo – la Procura si appresta a chiedere per lui il rito immediato – Galan potrebbe essere avvicinato al Tribunale di Venezia per poter partecipare alle udienze e garantire ai suoi legali la possibilità di incontrarlo e studiare assieme a lui la strategia difensiva. I penitenziari più vicini sono quelli di Santa Maria Maggiore, a Venezia, oppure Padova o Treviso: non è da escludere che, dopo il trasferimento, l’ex Governatore del Veneto possa essere sistemato in una cella comune, considerato che i medici hanno concluso che non vi sono più pericoli connessi al suo stato di salute. Al momento dell’arresto fu ricoverato in infermeria in quanto aveva una gamba fratturata, ma anche per poter monitorare le sue condizioni alla luce di altri problemi evidenziati dai suoi difensori, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini. Problemi che ora i medici della struttura penitenziaria non ritengono più incompatibili con la detenzione in una cella comune.
Galan è accusato di corruzione in relazione a presunte somme di denaro e altre utilità che l’allora presidente del Consorzio venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, e l’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, sostengono di avergli versato in cambio del suo appoggio al Mose e ad opere da realizzare in porject financing. Accuse respinte con determinazione dall’ex Governatore, il quale assicura di non aver mai chiesto né ricevuto somme illecite.
Ad appesantire la sua posizione processuale contribuirà la deposizione resa giovedì della scorsa settimana il suo commercialista e amico, Paolo Venuti, il quale ha ammesso di essersi prestato a fare da prestanome di Galan in alcune società, su richiesta dello stesso ex ministro, ma anche di Baita, il quale avrebbe insistito in più occasioni affinché si intestasse alcune quote e il nome di Galan non comparisse in alcun modo come proprietario. Il professionista padovano ha dichiarato di non sapere per quale motivo Galan non dovesse figurare: era in posizione di soggezione, oltre che amicizia, nei suoi confronti, e non glielo avrebbe chiesto. Nel corso del lungo interrogatorio sostenuto davanti ai pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini, Venuti avrebbe parlato anche di altre società riconducibili a Galan, nonché di conti esteri. Ma questa parte è coperta da segreto. Quanto ai lavori di restauro della villa di Cinto Euganeo, che Baita racconta di aver eseguito a proprie spese, Venuti ha dichiarato di averli seguiti in qualità di commercialista, senza però sapere quali fossero gli accordi tra Galan e l’allora presidente della Mantovani. La Guardia di Finanza sta effettuando accertamenti e riscontri sulle dichiarazione del professionista padovano che lunedì è tornato in libertà e ha concordato con la Procura il patteggiamento di due anni di reclusione.

 

VENEZIA – Ex Magistrati alle acque, dirigenti regionali, professionisti: nuova bufera giudiziaria

Mose, la laguna trema ancora

NUOVA SCOSSA A VENEZIA

IL NUOVO FILONE – Soldi pubblici e incarichi per le verifiche ambientali

IL PERNO – Tutto ruota attorno al noalese Fabio Fior

Il ritorno del vecchio “sistema Mose”

Due ex Magistrati alle acque, dirigenti, tecnici: Venezia epicentro di un altro terremoto giudiziario

GLI STESSI ATTORI – Un nuovo terremoto giudiziario con epicentro in laguna e protagonisti noti. Ci sono l’ex assessore Renato Chisso e due ex presidenti del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva e Renato Cuccioletta. E c’è un dirigente regionale, il noalese Fabio Fior, che avrebbe gestito con società fittizie appalti e certificazioni ambientali. È quanto emerso nell’inchiesta che ha portato Fior agli arresti domiciliari.

IL PALAZZO NEL MIRINO – Sono 20 gli indagati nell’inchiesta che getta nuove ombre sulla gestione delle politiche ambientali in Regione e sulla commistione fra politica e affari: nel mirino la gestione dei controlli sulle aziende di servizi ambientali,e i progetti di forestazione e recupero dell’habitat naturale dal Garda alla pianura padana.

 

I “MESTRINI” – Commercialista e architetto soci in affari

L’architetto Maria Dei Svaldi, e il commercialista Sergio Gionata Molteni sono accusati di avere costituito società fittizie riconducibili al dirigente regionale Fabio Fior.

Ci sono gli ex presidenti del Magistrato alle acque, Maria Giovanna Piva e Patrizio Cuccioletta, già coinvolti nello scandalo Mose. L’ex assessore regionale, Renato Chisso, che per quelle accuse è ancora in carcere. Ma stavolta ci sono anche un funzionario che per anni ha bazzicato i palazzi regionali di Venezia, Fabio Fior, e quello che era stato il suo diretto superiore, Roberto Casarin, finora non scalfiti da altre inchieste. Sono tanti i “veneziani” al centro di questo nuovo scandalo svelato da Guardia di finanza e Carabinieri, coordinati dalle Procure di Venezia e Padova, che getta nuove ombre sui meccanismi di controllo in capo alla Regione. Un sistema noto che rialza la testa.
Protagonista assoluto, proprio Fior, ingegnere 57enne, originario di Noale, ma da oltre vent’anni stabilitosi a Padova. Un funzionario che ha ricoperto incarichi di peso per la Regione: per otto anni (fino al 2010) a capo della Direzione tutela ambiente, nonché vicepresidente della commissione tecnica regionale ambiente e di quella di valutazione di impatto ambientale. L’anno scorso, dopo i primi accertamenti dei finanzieri, era stato sospeso per poi essere reintegrato, ad aprile, prima al settore Energia, poi al Progetto integrato Fusina. Non di quei dirigenti che compaiono sui giornali, ma di quelli che contano. E che, dalle ricostruzioni degli inquirenti, di questo potere avrebbe approfittato nel modo più spregiudicato: procurandosi collaudi per cui sarebbe stato incompatibile, dirottando milioni di finanziamenti pubblici a società di cui era socio occulto. Le accuse a suo carico vanno dall’abuso d’ufficio al peculato, dal falso alla malversazione.
Molto più defilato il ruolo di Casarin. Personaggio più noto alle cronache, per essere stato il Segretario regionale all’ambiente e al territorio della Regione. Uomo dai tanti incarichi: già commissario ai fanghi per la laguna, nonché presidente della commissione di Salvaguardia. In pensione dalla Regione, dopo la fine dell’ultima Giunta regionale, è passato all’Autorità di bacino. In questa vicenda compare con un solo capo di imputazione di falso per aver attestato la non incompatibilità di Fior per vari incarichi di collaudo. Tutti incarichi professionali che, invece, nella ricostruzione degli inquirenti, cozzavano con il ruolo di controllore del dirigente regionale.
Altro capitolo, quello del Magistrato alle acque e del Consorzio Venezia Nuova. Anche da questa inchiesta esce uno spaccato poco edificante: con il Magistrato alle acque che, aggirando le normative sugli appalti, affida al servizio ispettivo del Consorzio Venezia Nuova una serie di incarichi che, alla fine, vengono realizzati da altre società riconducibili al solito Fior. É in questa vicenda che vengono chiamati in causa tre dei protagonisti dell’inchiesta sul Mose: Chisso, nella sua veste di ex assessore all’ambiente e poi ai trasporti, e i due ex presidenti del Magistrato alle acque, Piva e Cuccioletta. Tutti accusati di abuso d’ufficio, i primi due per un sistema di monitoraggio delle discariche abusive, il terzo per un progetto di riqualificazione dei comuni rivieraschi del Garda. Operazione diverse, ma gestite entrambe con lo stesso sistema a vantaggio del solito gruppo di amici.

 

L’ACCUSA – Una galassia di società con un solo regista occulto

LE PERQUISIZIONI – Al mattino blitz della Finanza nella sede di palazzo Linetti

Le Fiamme Gialle nella base del settore Lavori pubblici della Regione

Al setaccio l’ufficio del dirigente Fabio Fior, figura chiave dell’inchiesta

Architetto e commercialista soci in affari con il dirigente

Una foresta nella Bassa padovana, un progetto di riqualificazione del lago di Garda, un censimento delle discariche abusive e una miriade di certificazioni di aziende di servizi ambientali. Il tutto gestito da una ramificazione di società che avrebbero avuto come socio occulto il dirigente regionale Fabio Fior, noalese di 57 anni, e come esecutori altri due veneziani, l’architetto Maria Dei Svaldi, 47enne (per la quale è stato disposto l’obbligo di dimora nella sua casa di Mogliano), e il commercialista mestrino Sergio Gionata Molteni, 51 anni.
I loro nomi compaiono più volte nell’ordinanza che ha colpito ancora ai vertici della Regione Veneto, coinvolgendo fra gli altri l’ex assessore Renato Chisso, il suo successore Giancarlo Conta e il segretario generale all’Ambiente Roberto Casarin. L’architetto Dei Svaldi, assieme a Sebastiano Strano e Gennaro Visciano, figura nel consiglio d’amministrazione di Green project srl che avrebbe ottenuto fatturazioni inesistenti per circa 200mila euro nell’abito del progetto regionale Foreste che avrbbe dovuto creare una grande area verde nel Comune padovano di Sant’Urbano. Ma la professionista si ritrova anche nel cda di altre società, Nec srl ed Eos group, che avrebbero svolto attività di controllo e monitoraggio di aziende nel comparto ambientale. Il tutto, secondo l’accusa, in assenza di regole e con la regia occulta di Fior, che avrebbe tenuto le redini delle operazioni. A Dei Svaldi è contestato anche l’abuso d’ufficio per la riqualificazione ambientale dei Comuni del Garda ottenuto a nome dell’Associazione internazionale per la sorveglianza ambientale e il controllo (Ansac) di cui figurava come legale rappresentante.
Nelle indagini a carico delle società “ombra” gli inquirenti sono risaliti al commercialista Sergio Gioonata Molteni, che come rappresentante della società svizzera Eco Environment (e amministratore di un’altra società, Marte srl) figura come socio unico di Eos Group. I contatti dei due indagati con Fior sono del resto molteplici, come rivelano le intercettazioni telefoniche (un migliaio i contatti con Maria Dei Svaldi) e le «lunghe visite» del dirigente regionale negli uffici di viale Ancona, dove lavora Molteni, e di via Torino dove hanno sede le società di Maria Dei Svaldi. Ma l’ombra del dirigente regionale sembra allungarsi anche sull’attività della Iaes, l’Accademia internazionale di scienze ambientali con sede a Venezia, anche se il gip non ha ritenuto elementi sufficienti per procedere al riguardo. Più concreto, per il giudice che ha disposto gli arresti domiciliari per Fior e l’obbligo di dimora per Dei Svaldi e Strano, il rischio di «nuovi atti illeciti» nel ricco ambito della tutela ambientale – Fior risulta assegnato al Progetto integrato Fusina – e del risparmio energetico.

 

LE REAZIONI – Bettin: «Una rete di potere viziata e corrotta»

Per Gianfranco Bettin, ex assessore all’ambiente e presidente dell’osservatorio ecomafie, è stato «scoperchiato un altro pezzo del sistema corrotto», con la sua «specificità veneta».

L’ATTACCO «Dito puntato sulla Regione con cruciali livelli ministeriali»

L’ATTO DI ACCUSA – L’ex assessore: «Svelate le complicità e i legami di potere tra manager, tecnici e imprenditori»

«Emerge una presunzione di impunità che dura da anni»

Bettin: «Sistema corrotto Questa è la specificità veneta»

É un «buon giorno, per chi ama l’ambiente, l’onestà, la legalità e la buona politica». Ed è anche la conferma che esiste una «specificità veneta» nel malaffare: un meccanismo che tende a coinvolgere nella spartizione una vasta rete di interessati. Gianfranco Bettin, ex assessore all’ambiente, nonché presidente dell’Osservatorio ecomafie – ambiente e legalità Venezia 2010-214, è tra i primi ad esultare per l’operazione “Buondì”. «Operazione importantissima – rimarca – che scoperchia un sistema che il potere politico, con la complicità di tecnici, funzionari, manager e imprenditori, aveva finora difeso strenuamente». Un sistema «articolato che intercettava un flusso rilevante di fondi pubblici, con una modalità che è diversa da quella vecchio stile dell’imprenditore che consegna la mazzetta al politico di turno. Qui siamo nella filosofia del “siamo tutti nella stessa barca”». Ed è proprio questa, per Bettin, la «specificità dell’esperienza veneta, che è venuta fuori anche con il Mose. Un sistema dove tutti sono interessati a far andare avanti un progetto che ne può produrre altri, per il guadagno di tutti. Questo vale per la grande opera, come il Mose, così come per lo smaltimento dei rifiuti… E in questo quadro controllori e controllati si confondono sempre, in un sistema insano che altera il circuito della libera concorrenza».
Bettin denuncia anche quella «presunzione di impunità che è durata per anni e anni, con denunce cadute nel nulla e oppositori minacciati di querela». Oggi «viene a galla con chiarezza quella rete di viziate e corrotte assegnazioni di consulenze, perizie, quella distorsione nei controlli, con al centro, spesso, come abbiamo denunciato da anni, la strategica commissione regionale Via, alla quale dobbiamo discutibilissime scelte (spesso poi ratificate dalla Giunta regionale), e quella commistione deviata tra pubblico e privato che in moltissimi casi non è stata altro che un sistema per dirottare risorse a imprenditori “amici” o “amici degli amici” o a politici travestiti». Bettin punta il dito sulla Regione, al «centro di questo sistema, spesso in combutta con cruciali livelli ministeriali romani, con ruoli decisivi rivestiti da complici del sistema di corruzione e spreco o da incapaci che non vedevano, non sentivano, non parlavano». E a questo punto, dopo quest’ulteriore operazione di chiarezza, Bettin chiede che i «responsabili se ne vadano, non solo i corrotti ma anche gli ignavi e gli incapaci».

 

I RISVOLTI DELL’INCHIESTA Secondo l’ordinanza nel 2010 Fior chiese di essere incaricato

Nel mirino il collaudo al Cdr Veritas

Tra i collaudi finiti nell’inchiesta, c’è anche quello per l’impianto di Cdr che Veritas ha realizzato a Fusina. Nel maggio del 2010 – ricostruisce l’ordinanza – l’ingegner Fabio Fior, all’epoca dirigente generale della Direzione tutela ambiente della Regione Veneto, chiede alla sua amministrazione di essere autorizzato a collaudare l’opera, dichiarando falsamente la sua non incompatibilità. Una condizione necessaria perché un funzionario pubblico, che svolge un ruolo di controllo, possa accettare un incarico professionale di questo tipo. Fior, dunque, dichiara che non ci sono incompatibilità, nonostante avesse presieduto più riunioni della commissione tecnica regionale ambiente, tra il 2007 e il 2008, che avevano espresso «pareri favorevoli per progetti presentati dalla stessa Veritas – si legge nell’ordinanza – e pertanto la struttura alla quale egli era assegnato ed egli medesimo personalmente avevano esplicato funzione di controllo preventivo nei confronti di Veritas spa». Insomma, una incompatibilità evidente tra un soggetto che dovrebbe controllare e un controllato.
Ma non è soltanto Fior, nella ricostruzione degli inquirenti, a dichiarare il falso. Anche Roberto Casarin, il segretario regionale all’ambiente e territorio dell’epoca, di fronte alle richieste di Fior, «dimetteva attestazioni in cui falsamente dichiarava che il Fior non versava in situazione di incompatibilità». Tra cui quella di «collaudatore funzionale dell’impianto di Cdr di Fusina a favore di Veritas spa».

 

SISTEMA MOSE

Appalti e rifiuti l’inchiesta parte dalla Mestrinaro

Anche un architetto moglianese nella nuova inchiesta che scuote la laguna dopo lo scandalo Mose. Nei confronti di Maria Dei Svaldi, 47 anni, è stato disposto l’obbligo di dimora a Mogliano. Tutto è partito dall’inchiesta sulla Mestrinaro di Zero Branco.

UFFICI A MESTRE – La professonista 47enne è domiciliata a Mogliano

LE ACCUSE – Operazioni illecite nel settore ambientale

Appalti, rifiuti: architetto nella rete

Obbligo di dimora per Maria Dei Svaldi, braccio destro del dirigente regionale Fabio Fior

MOGLIANO – Una foresta nella Bassa padovana, un progetto di riqualificazione del lago di Garda, un censimento delle discariche abusive e una miriade di certificazioni di aziende di servizi ambientali. Il tutto gestito da una ramificazione di società che avrebbero avuto come socio occulto il dirigente regionale Fabio Fior, noalese di 57 anni, e come esecutori l’architetto Maria Dei Svaldi, 47enne (per la quale è stato disposto l’obbligo di dimora nella sua casa di Mogliano) e il commercialista mestrino Sergio Gionata Molteni, 51 anni. I loro nomi compaiono più volte nell’ordinanza che ha colpito ancora i vertici della Regione Veneto, coinvolgendo fra gli altri l’ex assessore Renato Chisso, il suo successore Giancarlo Conta e il segretario generale all’Ambiente Roberto Casarin. L’architetto Dei Svaldi, assieme a Sebastiano Strano e Gennaro Visciano, figura nel consiglio d’amministrazione di Green project srl che avrebbe ottenuto fatturazioni inesistenti per circa 200mila euro nell’abito del progetto regionale Foreste che avrebbe dovuto creare una grande area verde nel Comune padovano di Sant’Urbano. Ma la professionista si ritrova anche nel cda di altre società, Nec srl ed Eos group, che avrebbero svolto attività di controllo e monitoraggio di aziende nel comparto ambientale. Il tutto, secondo l’accusa, in assenza di regole e con la regia occulta di Fior, che avrebbe tenuto le redini delle operazioni. Alla Dei Svaldi è contestato anche l’abuso d’ufficio per la riqualificazione ambientale dei Comuni del Garda ottenuto a nome dell’Associazione internazionale per la sorveglianza ambientale e il controllo, di cui figurava come legale rappresentante. I contatti con Fior sono molteplici, come rivelano le intercettazioni telefoniche (un migliaio i contatti con Maria Dei Svaldi) e le lunghe visite del dirigente regionale negli uffici di via Torino dove hanno sede le società di Maria Dei Svaldi. La donna, di fatto, risiede a Mestre ma è domiciliata a Mogliano in via Girardini 13. Ieri la professionista non era in casa. Il campanello al civico 13/1 di via Girardini ha suonato a vuoto. Per motivi di lavoro Maria Dei Svaldi vive in prevalenza a Mestre e non tutti i giorni rientra a Mogliano nell’elegante condominio che si trova a Marocco, al confine con La Favorita di Mestre. E infatti nel quartiere è poco conosciuta, anche perchè -dicono i residenti- conduce una vita piuttosto riservata.

Alberto Francesconi – Nello Duprè

 

Blitz alla Mestrinaro l’inchiesta è partita da lì

APRILE 2013 – Carabinieri in sede a Zero Branco: si apre un nuovo filone d’indagine

ZERO BRANCO – (nd) La vicenda delle terre inquinate dell’ormai ex ditta Mestrinaro di Sant’Alberto di Zero Branco è tornata prepotentemente alla ribalta ieri con l’arresto di Fabio Fior, ingegnere ed ex dirigente generale della Direzione tutela ambiente della Regione dal 2002 all’agosto 2010. L’ordinanza di custodia cautelare disposta dal magistrato a carico di Fabio Fior, arriva al termine di un’inchiesta complessa che ha visto al lavoro i finanzieri del Nucleo di polizia tributaria di Venezia e i carabinieri del Noe di Treviso. Una delle tappe intermedie dell’inchiesta, ma senz’altro la più determinante, risale all’aprile 2013, con il sequestro da parte della direzione distrettuale antimafia di Venezia dell’impianto di trattamento dei rifiuti della Mestrinaro. L’accusa era di miscelare gli scarti edili senza trattarli e di metterli sul mercato come cemento per sottofondi stradali. A collaudare la struttura dell’ex ditta Mestrinario fu proprio l’ingegner Fior, assunto quale consigliere dall’azienda zerotina dopo aver partecipato (nella sua veste di responsabile dell’ufficio regionale) alla fase istruttoria del procedimento di approvazione della richiesta di ampliamento del sito zerotino, poi bocciato dal Consiglio di Stato.
Il blitz del Noe, scattato un anno e mezzo fa, portò al sequestro di una grande quantità di rifiuti inquinati che erano stoccati nei nuovi capannoni. L’azienda zerotina era stata autorizzata per la sola lavorazione degli inerti dando lavoro fino a 130 operai nella fase di maggior espansione produttiva. I problemi sono iniziati quando la Mestrinaro aveva chiesto di poter trattare anche i rifiuti speciali, cioè terre inquinate da bonificare per poi essere impiegare come sottofondi stradali. La vicenda comunque non è finita con la chiusura e il fallimento della Mestrinaro, che non si è più ripresa dallo scandalo. Nei capannoni dall’ex ditta, poi diventata Costruzioni Generali Srl a sua volta messa in liquidazione, giacciono ancora centinaia di tonnellate di rifiuti speciali.

 

Nuova Venezia – Noale, anche ieri due treni cancellati

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8

ott

2014

Soppresse le navette negli orari dei pendolari. Pigozzo: la Regione non ha mai investito sulle ferrovie

NOALE – Passino i cinque minuti di ritardo ma quando cominciano a essere 15-20 o addirittura di più, la pazienza si perde per forza. Specie se devi andare al lavoro, a scuola o peggio ancora devi prendere la coincidenza. All’estero non sono tollerati neppure i cinque minuti: il treno deve arrivare a quell’ora, che quell’ora sia. Tra un misto di rassegnazione e rabbia, i disagi per i pendolari sulla Venezia-Castelfranco-Bassano se non sono quotidiani poco ci manca. Guasti e sbarre abbattute da automobilisti si sono resi protagonisti nei primi nove mesi del 2014. E ottobre non è iniziato meglio. Lunedì 29 settembre e sette giorni dopo, causa un problema alla linea, hanno avuto problemi 42 treni, 21 al giorno, non solo i ritardi ma pure le soppressioni. Ieri ne sono saltati altri due: la navetta Mestre-Noale delle 7.22 (numero 5770) e quella delle 8.09 (numero 5773). In precedenza si sono avuti passaggi a livello divelti quasi tutti i mesi; quando accade, essendoci l’orario cadenzato, se salta una corsa si scatena l’effetto domino, perché se il treno non raggiunge la destinazione, o lo fa in ritardo, ovvio che per tornare indietro salti il giro o accumuli altri minuti di rallentamento. Il tragitto Venezia-Bassano è complicato, essendo il più trafficato d’Italia a binario unico: solo da Venezia a Maerne ce ne sono due. Viaggiano solo convogli regionali e toccano le stazioni miranesi di Spinea, Maerne appunto, Salzano e Noale. In passato si era discusso del raddoppio ma è da un pezzo che non se ne parla più e all’orizzonte, diciamo almeno nel medio periodo, non si vedono cantieri aperti. I pendolari si lamentano, sui social network si dicono esasperati. Sulla questione interviene il consigliere veneto del Pd Bruno Pigozzo: «La verità è che il presidente della Regione Luca Zaia e la sua giunta», osserva l’ex sindaco di Salzano e ora vicepresidente della commissione Trasporti, «hanno sempre fatto una scelta precisa, esattamente uguale a quella del predecessore Giancarlo Galan: investire risorse per costruire strade e tenere a pane e acqua i trasporti pubblici. A differenza di quanto hanno fatto Emilia-Romagna e Lombardia, in questi anni il Veneto non ha messo neppure un euro di propri fondi per integrare le risorse nazionali. Dal 2010 il finanziamento per il trasporto su gomma ha subito un calo di 30 milioni. Invece di pensare all’utenza, qui si dimostra il totale disinteresse, visto che da mesi i trasporti sono senza un assessore competente».

Alessandro Ragazzo

 

Il commercialista riconosce di essere il prestanome dell’ex ministro, chiede il patteggiamento e ottiene la scarcerazione

Concordato un patteggiamento di pena di due anni di reclusione e 70 mila euro La confessione inguaia l’ex presidente veneto, unico con Chisso ancora in carcere

VENEZIA – Si è fatto quattro mesi di carcere in assoluto silenzio. Fino a ieri, quando il commercialista Paolo Venuti ha parlato e ha ammesso la sostanza di quello che la Procura di Venezia gli contesta dal 4 giugno, giorno delle manette dello scandalo Tangenti Mose che ha terremotato Venezia, il Veneto e l’Italia: ovvero, essere il prestanome dei beni di Giancarlo Galan, l’amico di una vita. Attorno alla cui cella ha scavato un fosso, aggiungendo particolari che alla Procura ancora mancavano Nel corso di un interrogatorio durato quattro ore, davanti ai pubblici ministeri Ancilotto, Buccini e Tonini, Venuti ha infatti ammesso che – sì – alcuni dei beni in suo possesso sono riconducibili a Giancarlo Galan. Ha aggiunto l’ovvia chiosa di non sapere che fossero di provenienza illecita, ma ha detto di essere stato il prestanome dell’ex presidente della Regione Veneto, agli arresti da fine luglio nel carcere di Opera. Fedeli alla regola che si sono dati “chi parla torna a casa”, i pm hanno preso nota degli «importanti chiarimenti» ricevuti da Venuti sul patrimonio del deputato pdl e hanno dato parere favorevole alla richiesta di patteggiamento avanzata dalla difesa e alla scarcerazione. Detto, fatto: il giudice per le indagini preliminari Scaramuzza ha revocato la misura cautelare e Paolo Venuti, ieri, alle 18.40, è tornato un uomo libero. Accusa e difesa hanno concordato una pena a 2 anni di reclusione e 70 mila euro di multa, sulla quale l’ultima parola spetta però al giudice per le udienze preliminari Vicinanza, mentre la morsa della Procura si stringe sempre più attorno all’ex governatore veneto, accusato dal presidente Mazzacurati di essere stato “a stipendio” per un milione l’anno dal Consorzio Venezia Nuova per agevolare le procedure sul Mose e dall’ex presidente Mantovani Piergiorgio Baita e dall’ex segretaria-manager Claudia Minutillo di essere stato pagato con restauri della sua grande villa storica a Cinto Euganeo e azioni di società, per seguire project financing dei privati. Lo stesso Galan, nel suo memoriale difensivo aveva detto che il suo più grande errore è stato di aver pensato di fare l’imprenditore entrando in Adria Investimenti, interessata a project financing regionali. Certamente, però, Venuti deve aver aggiunto qualcosa in più rispetto quello che la Procura già sapeva, sui conti correnti all’estero dei quali parlava nei colloqui intercettati con la moglie. Sulle azioni, infatti, il Tribunale della Libertà aveva già scritto: «È documentalmente provato in atti e non smentito dalla difesa che a pagare il 7% delle azioni dell’Adria per 237 mila euro, formalmente acquistate dalla società Pvp, riconducibile al commercialista Venuti, ma realtà riconducibile all’indagato Galan» – fu «la Mantovani con liquidità proprie. Non vi era ragione alcuna che giustificasse una tale “donazione”». Azioni poi convertite nel 70% di Nordest media, del valore valutato da Claudia Minutillo in 9 milioni di euro. In carcere ora restano solo Galan e l’assessore Renato Chisso, la cui difesa continua a sostenere l’incompatibilità con il carcere per le sue «crisi anginose notturne; sviluppo di una franca psicopatologia depressiva e ansiosa; deficit di perfusione accertato; gravi scompensi pressori di difficile controllo; marcata perdita ponderale di 10 chili in breve tempo», come ripete l’avvocato Forza nella memoria presentata alla gip Marchiori che dovrà decidere sull’istanza di scarcerazione, ma che ha già sul tavolo il parere negativo dei suoi tre periti che come i tre consulenti della Procura ritengono le condizioni di Chisso compatibili con il carcere.

Roberta De Rossi

 

L’intercettazione: «In Svizzera li tengo io quelli in Croazia lui: siamo i prestanome»

In un’intercettazione ambientale di una conversazione tra il commercialista padovano Paolo Venuti e la moglie Alessandra Farina, il succo dell’intesa. Venuti è il consulente dell’ex governatore del Veneto e con la moglie parla liberamente dei soldi di Galan, fa riferimento ad un milione e 800 mila euro, «Per cui alla fine in Svizzera li tengo io e quelli in Croazia li tiene lui» sostiene, confermando di fatto che l’esponente di Forza Italia soldi all’estero ne ha e su più conti correnti. E ancora, questa volta è la donna che al marito spiega che se Galan «Morisse domani, io potrei anche tenermeli, ma non riuscirei a fare questa roba perché so che sono suoi e di sua figlia e tutti dobbiamo rispettare questo, anche sua moglie (…) sono la prestanome». Confermando i sospetti degli investigatori della Guardia di finanza sul fatto che Venuti non è semplicemente il commercialista dell’uomo politico, ma anche il prestanome.

 

Paolo Venuti ha aiutato gli inquirenti a fare chiarezza sul patrimonio dell’ex governatore

Anche il commercialista padovano Paolo Venuti ha deciso di parlare e, da ieri pomeriggio, è stato rimesso in libertà: i suoi legali, gli avvocati Merlini e Iavicoli, hanno concordato con la Procura il patteggiamento di due anni di reclusione.
Il parere favorevole alla scarcerazione è stato dato dai pm Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini dopo un lungo interrogatorio avvenuto qualche giorno fa, nel corso del quale il professionista cinquantasettenne ha ammesso di aver fatto da prestanome dell’ex presidente della Regione, Giancarlo Galan, aiutando gli inquirenti a fare chiarezza sulla consistenza del suo patrimonio e sulla destinazione di svariate somme di denaro.
Venuti ha assicurato ai pubblici ministeri di essere stato all’oscuro del fatto che il patrimonio a lui affidato dall’amico Galan potesse essere di provenienza illecita. Sulla base delle sue dichiarazioni, gli inquirenti hanno avviato una serie di ulteriori accertamenti e approfondimenti, svolti dagli uomini della Guardia di Finanza.
Con la remissione in libertà del commercialista, sono restati soltanto due gli indagati ancora detenuti in carcere: uno è l’ex Governatore del Veneto Galan, rinchiuso un una stanza nel Centro medico dell’ospedale di Opera, a Milano; l’altro è l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, detenuto in un altro Centro medico, quello dell’ospedale di Pisa.
La Procura veneziana sta lavorando in queste settimane per chiudere la prima tranche dell’inchiesta chiedendo il rito immediato, la procedura attraverso la quale è possibile “saltare” l’udienza preliminare e approdare direttamente davanti al Tribunale. Con molte probabilità il rito immediato sarà chiesto soltanto per i detenuti, e dunque per Galan e Chisso. In realtà c’è un terzo indagato che si trova agli arresti domiciliari: si tratta di Federico Sutto, ex stretto collaboratore dell’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati).
Nel frattempo, il prossimo 16 ottobre, è in programma, davanti al presidente della sezione Gup, Giuliana Galasso, l’udienza per definire una ventina di patteggiamenti già concordati tra difesa e pubblica accusa. Hanno chiesto l’applicazione della pena, tra gli altri, l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, socio di peso del Cvn, Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino, Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar, l’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta, l’ex coordinatrice della progettazione del Mose, Maria Teresa Brotto, l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese, l’imprenditore svizzero                 , e Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco. Ma anche gli imputati nello stralcio milanese dell’inchiesta sono scesi a patti con la Procura: l’ex amministratore delegato di Palladio Finanziaria, il vicentino Roberto Meneguzzo, ha trovato un accordo per due anni e sei mesi, mentre l’ex generale delle Fiamme Gialle, Emilio Spaziante, vorrebbe patteggiare 4 anni.

 

Scandalo Mose, il Tribunale dei ministri invia gli atti al Senato. I verbali di Mazzacurati: «Gli consegnai 300-400 mila euro due o tre volte»

«Matteoli asservito alle politiche Cvn»

VENEZIA «Le indagini eseguite hanno dimostrato l’asservimento del politico Matteoli Altero alle politiche del Consorzio Venezia Nuova, nella veste di ministro dell’Ambiente e di ministro delle Infrastrutture. Il Tribunale dei ministri del Veneto dispone la trasmissione degli atti al procuratore della Repubblica per l’immediata trasmissione al presidente del Senato che ha la competenza». Queste sono le ultime righe dell’ordinanza di 200 pagine con la quale la presidente Monica Sarti e i giudici Priscilla Valgimigli e Alessandro Girardi hanno sciolto la riserva: non c’è alcun dubbio che per loro la notizia di reato che riguarda l’esponente di Forza Italia, ora senatore, è fondata. Gli atti, oltre all’ordinanza e agli accertamenti svolti dai pubblici ministeri Paola Tonini, Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, sono raccolti in una decina di faldoni all’interno dei quali ci sono anche le indagini compiute dal Tribunale dei ministri in tre mesi (il tempo concesso dalle norme). Si tratta dell’interrogatorio del presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, quelli di alcune segretarie dell’anziano ingegnere, dell’ex presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta, dell’imprenditore romano di «Condotte d’acqua» Stefano Tomarelli e dell’ex direttore vicario del Consorzio Roberto Pravatà. Inoltre, tutta la documentazione che la Guardia di finanza ha acquisito presso la sede della società romana «Socostramo» di Erasmo Cinque. La documentazione partirà tra qualche giorno per raggiungere Roma, dove verrà presa in carico dalla Giunta delle autorizzazioni a procedere del Senato, i cui componenti dovranno leggere, discuterne e poi decidere se dare il via libera alle indagini della Procura lagunare. Matteoli è indagato per corruzione: Mazzacurati aveva già riferito di avergli consegnato in diverse occasioni più di 400 mila euro, provenienti dalla casse del Consorzio, per le sue campagne elettorali, e, inoltre, di aver inserito nell’appalto per i lavori di bonifica e marginamento della zona industriale di Marghera l’azienda di Cinque, compagno di partito dell’ex ministro, su richiesta pressante di Matteoli. E Cinque avrebbe intascato una parte degli utili degli interventi pur non avendo mosso un dito, insomma pur non avendo mai lavorato. Nelle 44 pagine del verbale d’interrogatorio sostenuto da Mazzacurati in California davanti a un giudice federale per rogatoria, l’ingegnere tra pause per riposare e non ricordo (ha 82 anni e tra i vari acciacchi, secondo il suo difensore Giovanni Battista Muscari Tomaioli, soffre di demenza senile) ha sottolineato di ricordare gli interrogatori resti ai tre pm veneziani e ha confermato tutto. «Gli ho dato sull’ordine di 300, 400 mila euro da due a tre volte, li ho dati personalmente a Matteoli in contanti nel 2013. Ho consegnato i soldi una volta al ministero a Roma e in qualche altro posto, non c’erano testimoni» afferma. E ancora: «Con quei soldi ha finanziato la sua campagna elettorale e in cambio avrei ottenuto che venivano accelerato i tempi dei finanziamenti delle varie tranches di lavori del Mose . Lo scopo era sempre quello dell’urgenza di avere i fondi. Sono andato anche a trovarlo in casa sua, in provincia di Lucca». Infine, la «Socostramo»: «Cinque aveva una quota percentuale e in base a quella veniva coinvolto, però come lavoro non ne faceva. Dunque, apparentemente faceva il lavoro però lui mezzi non ne portava, era una cosa fittizia».

Giorgio Cecchetti

 

 

TRIBUNALE DEL RIESAME – Decorsi i termini, scarcerato Casarin

VENEZIA – Il segretario dell’ex assessore regionale Renato Chisso, il veneziano Enzo Casarin, è stato scarcerato ieri dopo la decisione del Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Angelo Risi. Per i tre giudici veneziani i termini di custodia cautelare per l’ex sindaco socialista di Martellago (in questa veste nel 2005 aveva patteggiato una pena di due anni di reclusione) sono scaduti. I fatti che gli sono contestati dalla Procura veneziana sarebbero antecedenti al 28 novembre 2012, giorno in cui è cambiata la norma sulla corruzione: prima la pena prevista era più bassa e la custodia cautelare scadeva solo dopo tre mesi. Casarin, dunque, sarebbe dovuto uscire un mese fa dal carcere di Pistoia, dove era rinchiuso dal 4 giugno. A presentare ricorso era stata l’avvocato Carmela Parziale, che sosteneva la tesi dei tre mesi, mentre i rappresentanti della Procura sostenevano che la scadenza era di sei mesi. Ieri, in aula, a rappresentare la Procura c’era il pubblico ministero Stefano Buccini, che ha depositato un nuovo verbale con numerosi omissis, tra i quali uno degli interrogatori dell’indagato Luigi Dal Borgo, il bellunese trapiantato nella capitale che, assieme agli altri romani, si occupava di raccogliere informazioni e della sicurezza per conto di Piergiorgio Baita. Dal Borgo ha raccontato agli inquirenti che, in più di un’occasione, si sarebbe recato in Austria con Casarin e che aveva notato che l’allora collaboratore di Chisso aveva, in una banca austriaca, più di una cassetta di sicurezza. Il sospetto dei pm veneziani è che Casarin, oltre al suo denaro, gestisse e depositasse anche quello di Chisso, che però, almeno fino ad ora, la Guardia di finanza non è riuscita a rintracciare e a sequestrare. Per quanto riguarda Chisso, tocca ora al giudice veneziano Roberta Marchiori decidere sulla base dell’istanza presentata dal difensore, l’avvocato Antonio Forza, il quale ha chiesto la sua scarcerazione per incompatibilità con la detenzione per motivi di salute. Il magistrato ha già ricevuto un primo e provvisorio parere dei tre periti da lei nominati: sostengono che non via sia alcuna incompatibilità, ma il giudice attende il loro parere definitivo, che deve arrivare entro il 13 ottobre prossimo. Nel frattempo il dirigente regionale Giovanni Artico, che il 4 giugno era stato arrestato per concorso in corruzione ed era stato scarcerato ventitrè giorni dopo grazie al Tribunale del riesame, che aveva annullato l’ordinanza di custodia cautelare, ha chiesto e ottenuto dal Tribunale civile di Venezia un’ingiunzione di pagamento per tutte quelle somme che durante la detenzione non ha ricevuto. Mentre era in carcere era stato naturalmente sospeso e il suo stipendio era stato ridotto del 50 per cento. Ora Artico chiede innanzitutto quel 50 per cento che – stando a lui – gli spetta. Inoltre, chiede la differenza tra il suo stipendio attuale – è stato reintegrato in Regione anche se non allo stesso posto che occupava prima – e quello precedente, che sarebbe stato maggiore.

(g.c.)

 

Gazzettino – “Chisso puo’ restare in carcere a Pisa”

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3

ott

2014

«Chisso può restare in carcere a Pisa»

Anche i periti medici del Gip non ritengono incompatibili con la prigione le sue condizioni di salute

IN CELLA – L’ex assessore alle infrastrutture del veneto Renato Chisso resterà a Pisa: Quel carcere, per i periti, è attrezzato anche per emergenze sanitarie

Renato Chisso resta in carcere. Fino a Natale, come minimo. «Esaminate le condizioni cliniche attuali del detenuto ed esaminate nel dettaglio le risorse sanitarie complessive della struttura carceraria di Pisa, si ritiene che il signor Chisso Renato possa proseguire la detenzione preso la sede ove è attualmente ristretto». Questo scrivono i periti nominati dal Gip Roberta Marchiori. Dunque, il terzo team di medici messo in campo per giudicare le condizioni di salute di Chisso si schiera con i periti della Procura i quali avevano giudicato il carcere “compatibile” con le condizioni di salute dell’ex assessore regionale alle Infrastrutture. E adesso il ritorno a casa per motivi di salute di Chisso è appeso ad un corsivo. Il termine attuali, riferito alle sue condizioni cliniche, testimonia infatti che i periti oggi non hanno dubbi, domani si vedrà.
Ma che cosa può succedere domani? I periti della Difesa possono presentare i loro rilievi e l’avv. Antonio Forza ha allegato alle sue richieste una relazione firmata dal primario di Cardiologia dell’ospedale dell’Angelo che ha curato Chisso a settembre 2013 in seguito ad un infarto. Ebbene, secondo il dottor Fausto Rigo, Chisso ha bisogno subito di una coronografia per impiantare un paio di stent ed aprire una arteria che si sta chiudendo.
Secondo il dottor Antonello Cirnelli – perito della Procura – invece la coronografia non è urgente. In ogni caso, che sia urgente o meno, Chisso può essere operato a Pisa. Non hanno dubbi, infatti, i periti nominati dal Gip: a Pisa c’è tutto quello che gli può servire, anche in caso di infarto. Scrivono infatti Silvia Tambuscio, Davide Roncali e Paolo Ius, che a Pisa sono a disposizione: «1- le risorse cliniche e terapeutiche di cui necessita abitualmente il paziente; 2 – le adeguate risorse di monitoraggio sanitario, sia cardiologico che psicopatologico, rispetto ad eventuali variazioni gradualmente peggiorative dello stato di salute; le risorse cliniche utili a gestire eventuali condizioni peggiorative acute sia che richiedano l’eventuale spostamento temporaneo del detenuto presso il Centro clinico carcerario della medesima Casa circondariale, sia che richiedano il suo eventuale trasferimento presso una struttura sanitaria esterna, tra le varie strutture viciniore a disposizione presso la città di Pisa».
Insomma, secondo i medici nominati dal Gip il carcere di Pisa è super attrezzato per qualsiasi emergenza. E dunque la Procura di Venezia lo ha scelto con attenzione, proprio prevedendo la richiesta di arresti domiciliari per motivi di salute. Dunque, per Renato Chisso si profila un futuro tutt’altro che breve dietro le sbarre. Se la libertà – come ormai pare certo, leggendo la relazione dei periti del Gip – non verrà concessa per motivi sanitari, infatti, all’avvocato difensore di Chisso, Antonio Forza, non resta che la strada maestra del processo, quando in aula si confronteranno le prove raccolte dalla Procura con quelle a discarico che sta preparando ormai da mesi la difesa e che, secondo Forza, sono in grado di smontare l’accusa rappresentata dalle dichiarazioni di Giovanni Mazzacurati, di Piergiorgio Baita, di Claudia Minutillo e di Pierluigi Alessandri. Se ne riparla nel 2015.

 

RICHIESTA AL SENATO – La Procura insiste: «Matteoli va processato»

La Procura di Venezia insiste: deve essere inoltrata al Senato la richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro Altero Matteoli, accusato di aver ricevuto in varie occasioni più di 400mila euro dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, nonché di aver ottenuto come favore l’inserimento dell’azienda di un imprenditore a lui vicino, Erasmo Cinque, nell’appalto per i lavori di bonifica e marginamento della laguna.
Il sostituto procuratore Paola Tonini lo ha chiesto al Tribunale dei ministri, che in questi giorni si appresta a concludere le indagini su Matteoli, che viene chiamato in causa proprio in qualità di ministro. Spetta al collegio presieduto dal giudice veronese Monica Sarti il compito di trasmettere il fascicolo d’inchiesta al Senato per formalizzare la richiesta di autorizzazione a procedere, senza della quale Matteoli non potrà essere processato. In teoria il Tribunale dei ministri potrebbe anche chiedere l’archiviazione, ma l’esito dei tre mesi di indagini fa pensare che chiederà di procedere contro Matteoli: tutte le testimonianze assunte hanno infatti confermato le accuse che già erano state rivolte all’ex ministro davanti ai pm Ancilotto, Tonini e Buccini.

 

MOSE – L’ex generale, ai vertici della Guardia di Finanza, avrebbe ricevuto i soldi da Mazzacurati

Spaziante pronto a patteggiare 4 anni

L’accusa: 500mila euro per fornire al Consorzio informazioni sulle indagini e ammorbidire i controlli fiscali

L’ex generale della Guardia di Finanza, Emilio Spaziante, chiede di patteggiare una pena di 4 anni di reclusione per poter uscire dall’inchiesta sul Mose. I legali dell’alto ufficiale delle Fiamme Gialle, oggi in pensione, hanno presentato l’istanza ieri mattina: la Procura di Milano, alla quale la scorsa estate i magistrati veneziani hanno trasferito il fascicolo per competenza territoriale, non ha ancora dato il suo parere sulla richiesta. L’inchiesta a carico di Spaziante è coordinata dai pm Roberto Pellicano e Luigi Orsi.
La richiesta Spaziante arriva dopo quella dell’ex amministratore delegato e vicepresidente di Palladio Finanziaria, il vicentino Roberto Meneguzzo, che ha trovato un accordo con la Procura per patteggiare una pena a due anni e sei mesi ed è in attesa della decisione del gip.
L’ex generale della Finanza e l’imprenditore e Meneguzzo sono accusati di concorso in corruzione assieme all’ex deputato del Pdl, Marco Milanese, in uno stralcio dell’inchiesta sul cosiddetto “sistema Mose”, condotta dai sostituti procuratore Stefano Ancilotto, Paola Tonini e Stefano Buccini. A Spaziante viene contestato di aver ricevuto 500mila euro dall’allora presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, per “ammorbidire” i controlli fiscali alle imprese che si stavano occupando della realizzazione del Mose e per ottenere informazioni in merito alle iniziative assunte dalla Procura. A creare il contatto tra i due ero stati Meneguzzo e Milanese, all’epoca il più stretto collaboratore del ministro dell’Economia, Giulio Tremonti.
Milanese a sua volta è accusato di aver ricevuto una “mazzetta” di 500 mila euro, sempre versata da Mazzacurati (a lui presentato da Meneguzzo) e finalizzata ad ottenere un aiuto per lo sblocco di alcuni fondi per il Mose da parte del Cipe.
Milanese, a differenza dai due coimputati, non ha chiesto il patteggiamento: il processo a suo carico inizierà il 4 novembre prossimo, davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano.

 

Sull’ex generale della Finanza deciderà il gip. Oggi Riesame su Casarin, ex segretario di Chisso

E la procura di Venezia conferma al Tribunale dei ministri la volontà di indagare sul senatore Matteoli

VENEZIA – La Procura di Venezia ha confermato, ieri, al Tribunale dei ministri la sua volontà di avviare un’indagine per corruzione a carico dell’ex ministro dell’Ambiente Altero Matteoli, accusato dall’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati di aver ricevuto 400 mila euro per le sue campagne elettorali. Mazzacurati ha poi parlato di pressioni ricevute da Matteoli – accuse confermate da Piergiorgio Baita, ex presidente di Mantovani – per inserire nel grande affare delle bonifiche di Porto Marghera l’impresa del romano Ernesto Cinque, che avrebbe incassato parte degli utili senza aver mai mosso una benna. Al termine della sua lunga inchiesta – con l’acquisizione della testimonianza di Mazzacurati, per rogatoria in America, ma anche gli interrogatori di coindagati come Baita e l’ex magistrato alle acque Cuccioletta – il Tribunale dei ministri ha trasmesso gli atti alla Procura, perché esprima un suo parere: ieri, i pm dell’inchiesta Mose Ancillotto, Buccini e Tonini hanno ribadito per iscritto la loro volontà di indagare sull’ex ministro. Entro domani è attesa la decisione dei Tribunale, che pare andare verso l’autorizzazione a procedere, dal momento che tutti i testi hanno confermato le loro dichiarazioni. In ogni caso, in caso di via libera del Tribunale dei ministri, la Procura dovrà poi attendere dal Senato l’autorizzazione ad indagare. Un percorso ad ostacoli verso la possibile prescrizione. Intanto s’ingrossa la lista degli indagati eccellenti che chiedono di patteggiare. Da Milano – dov’è approdato uno stralcio dell’indagine – l’ex generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante ha chiesto di patteggiare la pena a 4 anni di carcere. Lunedì, era stato l’ex ad di Palladio Finanziaria Marco Meneguzzo a presentare una proposta di patteggiamento della pena a 2 anni e 6 mesi. Nessuna richiesta invece è arrivata da Marco Milanese, l’ex braccio destro di Giulio Tremonti, il quale invece – ritenendosi estraneo ai fatti contestati – ha deciso di affrontare il dibattimento che si aprirà davanti alla quarta sezione penale del Tribunale di Milano il prossimo 4 novembre. A Milano, Venezia ha passato l’indagine sulla mazzetta da 500 mila euro che Mazzacurati sostiene di aver pagato a Milanese – tramite Meneguzzo – per agevolare i nuovi finanziamenti del Mose da parte del Cipe. Altri 500 mila euro sarebbero invece stati pagati a Spaziante per avere informazioni sulle indagini e alcune verifiche fiscali. Mentre si attendono a giorni le decisioni del giudice per le indagini preliminari Roberta Marchiori in merito alla richiesta di scarcerazione per motivi di salute presentate dal difensore dell’ex assessore Renato Chisso, oggi il Tribunale della libertà discuterà l’appello presentato dalla difesa di Enzo Casarin (ex segretario di Chisso), contro la custodia in carcere. Il 7 ottobre toccherà all’appello del commercialista Paolo Venuti, accusato di essere il prestanome di Galan: l’ex governatore attende in carcere di conoscere la data del ricorso in Cassazione contro il suo arresto.

Roberta De Rossi

 

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