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Nuova Venezia – Mose, lo Stato recupera gia’ 2,5 milioni

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8

ago

2014

Restituiscono i soldi i Boscolo, Cuccioletta, ………. e Morbiolo. Maria Brotto torna al lavoro e i colleghi in mensa si alzano

VENEZIA – Moneta sonante nelle casse dell’Erario.Sono2,5 i milioni di euro già assicurati alle casse del ministero, versati sul Fondo Unico Giustizia presso Equitalia da sei indagati dell’inchiesta “Tangenti Mose”, come precondizione posta dai pm Stefano Ancilotto, Stefano Buccini e Paola Tonini per concedere il nullaosta al patteggiamento della loro pena. Tra i soldi messi in cassa allo Stato dagli accusati di concorso in corruzione – euro più, euro meno – ci sono i 676 mila euro versati Stefano e Mario Boscolo “Bacheto”, i 700 mila euro di Piergiorgio Boscolo “Contadin” (imprenditori chioggiotti che hanno partecipato al sistema di false fatturazioni che foraggiava i fondi neri del Consorzio, in cambio di appalti), gli 800 mila euro pagati da Patrizio Cuccioletta (l’ex Magistrato alle Acque che ha confessato di essere a libro paga di Giovanni Mazzacurati e del Consorzio per agevolare pratiche e collaudi), i 100 mila euro pagati da ………….., consulente svizzero di Piergiorgio Baita e della Mantovani e accusato di aver ideato un sistema per evadere le imposte attraverso sovrafatturazioni di una società canadese. Poi le “briciole” dei 19 mila euro versati da Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco. Si tratta del corrispettivo delle “mazzette” contestate, con relativa imposta evasa, a saldo del danno provocato all’Erario, dal momento che erano pagate con i soldi pubblici, che il Consorzio Venezia Nuova incassava dallo Stato a fronte di spese in realtà mai sostenute. A questi milioni – una volta che le sentenze di patteggiamento (sulle quali dovrà esprimersi il giudice Vicinanza) saranno definitive – la Procura conta di aggiungere i proventi delle confische, come 600 mila euro dell’ingegnere del Consorzio Venezia Nuova Maria Brotto (che tangenti non ne ha pagate, ma era addentro al sistema: nei giorni scorsi è tornata al lavoro, contestata da alcuni dipendenti che si sono alzati quando lei si è presentata a pranzo in mensa) o i 150 mila euro di finanziamento illecito ai partiti per l’ex consigliere regionale pd Giampietro Marchese. Soldi insieme a pene, variabili tra gli 11 mesi (Marchese) e i 2 anni (Boscolo e Brotto). Era già avvenuto con Mantovani che ha già versato all’erario 3 milioni di euro di imposte evase dal suo ex presidente Piergiorgio Baita, con i fondi neri. La Procura ha, invece, al momento respinto altre richieste di patteggiamento, ritenute non congrue – anche in relazione ai “danari” da restituire – come quella avanzata dai legali dell’imprenditore Stefano Tomarelli, già nella “cupola” del Consorzio Venezia Nuova. In questi giorni, i legali di un altro uomo forte del Cvn – l’imprenditore romano Alessandro Mazzi – stanno cercando di ottenere dalla Procura il nullaosta per permettere a un notaio di incontrare l’imprenditore in carcere e cedere per 5 anni le quote societarie a una persona di fiducia: bisognerà vedere se questo sarà sufficiente a garantirgli la disponibilità dei pm al patteggiamento perché Mazzi – uomo vicino a Gianni Letta – è con l’ex assessore Renato Chisso e l’ex governatore Giancarlo Galan, tra quanti negano qualsiasi accusa escono ancora in carcere. Proprio Galan è descritto dai suoi legali come «furioso» per il mancato accoglimento dell’istanza di revoca del carcere e la «fandonia» dell’accusa che gli muove Mazzacurati di avergli versato uno stipendio annuale di un milione di euro circa: pronto il ricorso per Cassazione.

Roberta De Rossi

 

GRANDI OPERE – Mose, il Cipe non decide sui 400 milioni di euro

Sicuramente è stata una iniziale “doccia fredda” per il Consorzio Venezia Nuova. Ma è bastato notare che dalla riunione odierna del Cipe, il Comitato interministeriale per la programmazione economica, non ci fosse all’ordine del giorno lo stanziamento degli attesi 401 milioni di euro per il completamento del sistema Mose, che più di qualcuno nella sede dell’Arsenale non ha nascosto più di qualche preoccupazione. Già, perchè questo finanziamento dovrebbe servire per il completamento delle opere del sistema e quindi risultano quanto mai indispensabili per un progetto che sembra completato all’85-87 per cento. Una situazione delicata per il Consorzio Venezia Nuova che in queste settimane ha annunciato il completamento o l’avvio al completamento di alcune fasi importanti come la posa dei cassoni alle bocche di porto e l’avvio della sistemazione delle paratoie. Ora, sia pure in piena estate, pare sia calato il gelo almeno nel rinvio nell’ordine del giorno previsto nella seduta di oggi del Cipe. L’assenza di questo finanziamento, almeno fino a questo momento – come ha rilevato più volte lo stesso presidente del Cvn, Mauro Fabris pregiudicherebbe la conclusione dell’opera nel 2016.

 

Gazzettino – Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

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8

ago

2014

Mantenuta la promessa di sette indagati dopo aver concordato la pena con i magistrati. Restano sequestrati beni per circa ottanta milioni

Con i patteggiamenti recuperati 4 milioni

L’inchiesta sul “sistema Mose” ha già fatto incassare allo Stato oltre 4 milioni di euro. A tanto ammontano le somme che i primi indagati si sono impegnati a versare contestualmente al patteggiamento della pena detentiva concordata tra i rappresentanti della difesa e i magistrati della Procura. Il calcolo è ovviamente provvisorio: negli ultimi giorni molti altri indagati hanno preso contatti con la pubblica accusa, per tramite dei rispettivi legali, con l’obiettivo di verificare la possibilità di uscire dall’inchiesta con un patteggiamento, e sono in corso febbrili trattative. Il nodo principale da sciogliere non è tanto quello della pena detentiva – in gran parte dei casi contenuta entro i limiti della sospensione condizionale – quanto l’ammontare delle somme che ciascun indagato dovrà versare al Fondo unico della giustizia, a titolo di restituzione della quota di sua competenza delle “mazzette” o delle false fatturazioni che gli vengono contestate. Senza restituzione del cosiddetto “prezzo” del delitto, la Procura non è disponibile, infatti, a scendere a patti.
Finora hanno concordato il patteggiamento gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino (a due anni di reclusione ciascuno), i quali hanno già versato quasi 700mila euro; e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (due anni e 700 mila euro). L’ex presidente del Magistrato alle acque di Venezia, Patrizio Cuccioletta, si è detto disponibile a patteggiare 2 anni (e a pagare 800mila euro); stessa pena concordata dalla coordinatrice della progettazione del Mose per il Consorzio Venezia Nuova, Maria Teresa Brotto, per la quale il “prezzo” del reato è stato quantificato dai pm in 600mila euro, somma che potrebbe esserle confiscata quando la sentenza diventerà definitiva (anche se l’ingegnere non ha materialmente mai incassato alcuna tangente: gli viene contestato “solo” il concorso con le corruzioni commesse dall’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati). E ancora: l’imprenditore svizzero ….., accusato di essere l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani – ha concordato un patteggiamento di 1 anno e 3 mesi (e 100mila euro da restituire); l’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse, Franco Morbiolo, ex presidente del Coveco, 1 anno (e 19 mila euro, ciò che aveva nel conto corrente al momento dell’arresto); mentre per l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese la pena è stata definita in 11 mesi (e possibile successiva confisca di una somma pari ai finanziamenti illeciti chi gli vengono contestati).
Per altri indagati le somme che la Procura chiede loro di versare sono superiori al milione di euro: è per questo motivo che le trattative per alcuni patteggiamenti proposti dalla difesa si sono fermate, o quantomeno hanno rallentato i tempi di definizione.
Al momento degli arresti, lo scorso giugno, la Procura ha ottenuto sequestri per un ammontare complessivo fino ad 80 milioni di euro e i beni “congelati” ai vari indagati serviranno a garantire che, in caso di condanna, lo Stato possa incassare almeno una parte delle somme che dovranno essere restituite a titolo di “prezzo” del reato.

 

CAMERA – Galan, stop ai rimborsi

ROMA – L’ufficio di presidenza della Camera ha sospeso l’erogazione di tutte le somme dovute a titolo di rimborso, nessuna esclusa, legate all’esercizio del mandato parlamentare, nei confronti di Giancarlo Galan (FI) da quando l’Assemblea ne ha concesso l’arresto.

 

CIPE – Niente 400 milioni. A rischio i lavori

Niente stanziamento di 400 milioni all’ordine del giorno della seduta del Cipe, ieri. Ed è stato gelo al Consorzio Venezia Nuova. L’«assenza» di questo punto rischia di mettere in crisi il completamento del sistema Mose entro il 2016.

 

Adria Infrastrutture, la cassa di Galan e Chisso

La cassa di Chisso e Galan era Adria Infrastrutture

Scatola vuota, intestata quasi a «loro insaputa» a ex governatore e a ex assessore

la società è proponente delle maggiori opere inserite nello Sblocca Italia di Renzi

ROMEA COMMERCIALE – L’ex doge e Vasco Errani firmarono l’accordo per la nuova autostrada

PIATTAFORMA DI FUSINA – lavori per 174 milioni per piazzale fs, parcheggi, logistica e due darsene

VIA DELMARE – Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con i lidi di Jesolo e Cavallino

AUTOSTRADA NOGARA-MARE – Lunghezza 150 km, lavori in 4 fasi, concessione 40 anni, importo 2 miliardi.

VENEZIA Una delle accuse a carico di Giancarlo Galan è di aver chiesto a Piergiorgio Baita di rientrare nei guadagni di Adria Infrastrutture, la società creata dal manager per gestire gli utili dei lavori in project financing della Mantovani Costruzioni. L’ex presidente del Veneto non nega di possedere una quota di Adria, anche se per trovare il suo nome bisogna smontare il castello di società costruito a sbarramento dal suo commercialista Paolo Venuti (in carcere pure lui). L’operazione incrociando le visure camerali alla fine è semplice. Che bisogno ci fosse di metterla in piedi, visto che è stato come nascondersi dietro undito, lo sa solo Venuti. Nel suo memoriale Galan sostiene che questa partecipazione vale un fico secco per due motivi: Adria è una società rimasta inattiva e i grandi lavori in project nel portafoglio della società non sono mai partiti. Il reato, pretendono i suoi avvocati, non è mai stato compiuto. Vada come vada la vicenda processuale, non può sfuggire che tutto pare predisposto perché Giancarlo Galan incassasse come socio privato di Adria Infrastrutture parte degli utili derivanti dai grandi lavori pubblici che lui stesso approvava come presidente del Veneto. Lui e il fedele assessore Renato Chisso, che istruiva l’iter procedurale per la parte regionale. Anche Chisso aveva voluto una quota in Adria, mascherandola con Claudia Minutillo prestanome. Manovra più subdola, tant’è che adesso che i due non vanno più d’accordo come prima, ha buon gioco a dire che i soldi della quota liquidata li ha incassati lei e non lui. E la Minutillo avrà qualche problema a dimostrare che non è vero. La quota di Chisso era pari al 5%. Non è chiaro quanti soldi siano stati liquidati (a parte a chi)masi sa che l’ex assessore voleva 2 milioni e mezzo. Baita tirava indietro e fece fare una valutazione allo studio Cortellazzo-Soatto. Ne venne fuori un valore massimo 1 milione e 800mila euro. Galan ha ancora il 7% di Adria, ergo sotto 2 milioni non va. Sarà una valutazione sulla carta, ma suona bene. I grandi lavori nel portafoglio di Adria suonano ancora meglio. Basta leggere la relazione delCdadel 31 dicembre 2012, quando le inchieste che stanno terremotando la classe dirigente veneta viaggiavano ancora sotto quota periscopica (Baita e la Minutillo vengono arrestati il 28 febbraio 2013). Ecco come si presentava il programma grandi lavori. Piattaforma di Fusina. Committente Porto di Venezia, lavori per 174 milioni di euro per realizzare piazzale ferroviario, parcheggi, fabbricati di logistica, due darsene e 1250 metri di banchine. Durata della concessione 40 anni. A fine 2012 le aree erano state consegnate alla società di progetto in cui Adria ha il 10% ed era in corso la realizzazione delle banchine. Via del Mare. Superstrada a pedaggio di 19 chilometri per collegare l’A4 con il litorale di Jesolo e Cavallino. Committente Regione Veneto, costo complessivo 210 milioni, nessun contributo pubblico, durata della concessione 40 anni. Adria ha il 20% nella società proponente. A fine 2012 il progetto era già approvato dal Cipe e la Regione si apprestava a pubblicare il bando di gara. Gra di Padova. Grande raccordo anulare, lunghezza 65 chilometri, committente Regione Veneto, durata della concessione 40 anni, costo 600 milioni di euro da privati e 120 da contributo regionale (più Iva). A fine 2012 la situazione era definita «in stallo per problematiche sollevate da Comuni limitrofi a Padova» ma il progetto era stato consegnato al Cipe. Autostrada Nogara-Mare. Promotore un consorzio misto pubblico-privato, in cui Adria ha il 3%. Lunghezza circa 150 chilometri, lavori suddivisi in 4 fasi, durata della concessione 40 anni, importo superiore a 2 miliardi. A fine 2012 la concessione risultava provvisoriamente assegnata con avvio lavori previsto nel 2014. Passante Alpe Adria. Autostrada di prosecuzione da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, lunghezza23 chilometri, di cui 3,5 in ponti e viadotti e 11,5 in gallerie. Investimento 1 miliardo e 100 milioni, durata della concessione 40 anni, parere favore della commissione Via nazionale. A fine 2012 si attendeva il parere del Cipe. Adria Infrastruttureha il 25%. Romea Commerciale. Collegamento autostradale Mestre- Orte-Civitavecchia, committente ministero delle infrastrutture. Maxi opera da 8 miliardi e 700 milioni, lunga 400 chilometri. A fine 2012 la durata dei lavori era prevista in 5 anni. Adria puntava ad acquisire il 2% nel cartello dei proponenti. Tangenziali venete. Sistema stradale a pedaggio che affianca l’A4 da Padova a Verona per una lunghezza di 107 chilometri. Committente Regione Veneto, investimento di 2 miliardi e 700 milioni, durata della concessione 46 anni. A fine 2012 la commissione Via regionale aveva dato parere favorevole e il progetto era all’attenzione del Cipe. Adria detiene l’esclusiva per lo studio, lo sviluppo e la messa in opera del sistema di esazione del pedaggio. Nuova Valsugana. Superstrada a pedaggio, lunga 18 chilometri, di cui il 75% in galleria, da Marostica a San Nazario. Anche qui Adria ha l’esclusiva per riscuotere il pedaggio. Committente Regione Veneto, investimento per i privati di 731,5 milioni di euro più 180 di oneri passivi, contributo pubblico di 350 milioni. Durata della concessione 44 anni. A fine 2012 il progetto aveva ottenuto l’ok dalla commissione Via regionale. Tutto questo va oggi aggiornato con le recenti decisioni del governo Renzi, che ha inserito molte di queste opere nello Sblocca Italia, il quale nel Veneto prevede di spendere 6 miliardi di euro: che valga in più a questo punto Adria Infrastrutture è facile capirlo.

Renzo Mazzaro

 

I VERDETTI DEL RIESAME

Scarcerato Giuseppone. Meneguzzo resta ai domiciliari

VENEZIA – Tangenti Mose, il Tribunale del Riesame di Venezia ha scarcerato l’ex giudice della Corte dei Conti Vittorio Giuseppone, mentre ha rigettato l’appello dell’imprenditore Andrea Rismondi, per la revoca della misura dell’obbligo di dimora. Il primo nega di essere stato sul libro paga del Consorzio Venezia Nuova, mentre il secondo ammette di aver sovraffatturato consulenze per lo stesso Consorzio, ma di non sapere a chi erano diretti i soldi che restituiva. In realtà l’accusa non è caduta per entrambi. Il primo avrebbe preso soli per aggiustare indagini, il secondo sarebbe stato il tramite per corrompere i tecnici del Magistrato alle Acque e per versare soldi al rappresentante del Pd Giampiero Marchese. Il Tribunale del Riesame mette fuori il primo, si trovava agli arresti domiciliari, perché già in pensione e perché i fatti di cui è accusato risalgono a sei anni fa. Per l’imprenditore, residente a Preganziol, la misura dell’obbligo di dimora resta. Intanto il Tribunale del Riesame di Milano ha respinto l’istanza di liberazione dei legali di Roberto Meneguzzo che resta così agli arresti domiciliari nella sua abitazione di Vicenza. Gli stessi giudici si sono invece riservati sul ricorso contro la misura di custodia cautelare in carcere presentato dalla difesa di Marco Milanese, l’ex deputato Pdl arrestato lo scorso 4 luglio, la cui posizione per competenza territoriale è stata trasmessa ai magistrati milanesi. La decisione dei giudici è prevista entro giovedì. Milanese attualmente è detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere. Durante l’udienza il suo legale, l’avvocato Bruno La Rosa, ha depositato una memoria di 70 pagine nella quale «vengono confutate le ragioni dell’esigenza della misura cautelare e la sussistenza di gravi indizi di colpevolezza». Milanese «non poteva in alcun modo interferire» a favore della concessione di finanziamenti per il Mose, in quanto «chi aveva un ruolo effettivo nella gestione amministrativo-normativa sul piano politico» dell’iter per lo sblocco dei fondi erano l’ex ministro Giulio Tremonti e l’ex sottosegretario Gianni Letta, scrive il legale.

(c.m.)

 

Gazzettino – Mose, 80 milioni da recuperare

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5

ago

2014

L’INCHIESTA – La Procura sulle proprietà degli indagati, ma solo 10 milioni sono “aggredibili”

Mose, 80 milioni da recuperare

In caso di condanna Galan rischia di perdere villa Rodella. Al veronese Mazzi bloccati 18 milioni (le mazzette contestate)

A tre giorni dalla conferma del carcere per Giancarlo Galan, i riflettori dell’inchiesta sul “sistema Mose” sono ancora tutti puntati sulle misure cautelari personali e sulla “battaglia” della difesa per far tornare in libertà i propri assistiti, o almeno per far concedere loro gli arresti domiciliari. Ma, più a lungo respiro, la partita che di più preoccupa i principali indagati è quella patrimoniale. In caso di condanna – ma anche di patteggiamento – c’è il concreto rischio (quasi la certezza) della conseguente confisca dei beni per un importo pari al cosiddetto prezzo o profitto del reato. E in alcuni casi si tratta di somme a sei zeri.
Per garantire allo Stato la certezza di poter incassare quei soldi dopo l’eventuale sentenza di condanna, la Procura di Venezia ha ottenuto dal gip Alberto Scaramuzza, contestualmente alla richiesta di arresto, il sequestro di beni fino ad un ammontare complessivo di oltre 80 milioni di euro. In concreto, però, gli uomini della Guardia di Finanza hanno individuato beni “aggredibili” per un importo più contenuto, pari a poco più di 10 milioni: immobili, terreni, quote azionarie e conti correnti bancari, da allora “congelati”.
Il sequestro più consistente riguarda l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, socio e consigliere d’amministrazione del Consorzio Venezia Nuova: per lui il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in circa 18 milioni di euro, pari alla somma delle varie “mazzette” e delle false fatture che gli vengono contestate in concorso con altri. Nel corso delle perquisizioni del 4 giugno scorso, la Finanza gli ha sequestrato anche preziosi dipinti, tra cui due Canaletto.
Per l’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan il prezzo o profitto del reato è stato calcolato in 4.8 milioni, (con sequestri effettivi di beni per circa 2 milioni); per l’ex assessore regionale alle Infrastrutture, Renato Chisso, in oltre 8 milioni, ma non gli è stato trovato alcun bene a disposizione, salvo poche migliaia di euro su un conto corrente. A Galan, invece, sono stati “bloccati” la lussuosa abitazione, villa Rodella e terreni a Cinto Euganeo, una casa a Padova, terreni a Rovolon le quote della società Margherita srl e Ihfl, nonché poco più di 180mila euro depositati in tre diversi conti correnti bancari.
Sia Mazzi, che Galan e Chisso respingono ogni accusa e si difenderanno con determinazione al processo per dimostrare la loro innocenza e scansare innanzitutto una pesante pena detentiva; ma anche e soprattutto per evitare di vedersi portare via una parte dei rispettivi patrimoni: eventualità che si potrebbe concretizzare anche nel caso in cui, per il troppo tempo trascorso, dopo la sentenza di primo grado il processo si dovesse concludere con una dichiarazione di prescrizione.
L’ex assessore Chisso dopo l’arresto ha fatto notare che dopo tanti anni di politica non possiede alcun bene mobile o immobile, ma il Tribunale del riesame, confermando per lui la misura cautelare, ha ipotizzato l’esistenza di conti esteri. Quanto a Galan, oltre a negare di aver mai preso “mazzette” da Piergiogio Baita o Giovanni Mazzacurati (rispettivamente presidente della Mantovani e del Consorzio Venezia Nuova) sostiene che tutti i beni a lui intestati sono stati acquistati con proventi leciti. Non ha ancora spiegato, però, da dove provenisse il milione di euro con il quale nel 2005 saldò la quota “in nero” dell’acquisto di villa Rodella, circostanza recentemente rivelata dai venditori, i quali hanno raccontato ai magistrati che il prezzo dichiarato al rogito – 700 mila euro – era falso. E che il Governatore versò in più rate un milione e 100mila euro, soldi materialmente consegnati in contanti dalla moglie, Sandra Persegato. La battaglia giudiziaria è soltanto all’inizio.

 

Mose, entro settembre completate le paratoie al Lido

I lavori alla bocca di porto di Lido-Treporti sono praticamente completati. Mancano solo un paio di paratoie e poi il primo tassello (almeno nella parte nord) può dirsi conclusa. Tutto avverrà entro settembre. A San Nicolò, tutti i cassoni sono stati messi sul fondo. E poi c’è la bocca di porto di Chioggia. Il lavoro verrà terminato entro agosto con tutti i cassoni posizionati al loro posto. Poi si procederà con la posa delle paratoie. E Malamocco, la posa dei cassoni si concluderà entro ottobre e poi anche qui si procederà alla fase due, quella delle paratoie.
É questo il quadro dei lavori che riguarderanno il Mose nei prossimi fatidici mesi. «Non posso dire se siamo ancora all’85 per cento dei lavori o se abbiamo raggiunto l’86-87 per cento – sintetizza il direttore generale del Consorzio Venezia Nuova, Hermes Redi – Di certo stiamo procedendo senza intoppi. Potrei dire mai come in quest’ultimo anno si sta andando avanti con una certa velocità». Di certo, un lavoro senza sosta che è culminato ieri anche con la prosecuzione dei lavori di posa alla bocca di porto di Malamocco che hanno interrotto il traffico marittimo per poche ore, dalle 15.30 alle 18.30. Il cassone aveva iniziato ad essere spostato martedì 29 luglio, alla velocità di un centimetro al minuto, e solo ieri è stato “affondato”. Sono quindi scattate le operazioni di ancoraggio in più punti tanto che la Capitaneria di Porto ha deciso di limitare il transito fino alle 15.30 del 7 agosto prossimo solo ai mezzi autorizzati.
Nel frattempo, proprio in questi giorni, è scattata anche la proroga nel bando di alcuni servizi legati al sistema Mose. A questo proposito, infatti, il Consorzio Venezia Nuova ha dato il via alle procedure per individuare l’affidamento dell’appalto misto (forniture e sistemi di controllo) del sistema Mose. «In sostanza – spiega il direttore Redi – diamo il via all’iter relativo all’installazione, controllo e sistema anti-intrusione delle bocche di porto. Un sistema che verrà constantemente tenuto sotto osservazione dalla nostra “controll room” all’Arsenale che in tempo reale sarà in grado di tenere sotto controllo il sistema di dighe mobili».

 

I verbali degli interrogatori di pierluigi alessandri

«A Chisso 30 mila euro e Sacaim vinse un appalto»

I soldi consegnati nel febbraio 2010 all’hotel Laguna Palace di Mestre, l’assessore prese il denaro come fosse una cosa dovuta Poi mi fu assegnato un lavoro con il Coveco

VENEZIA – Renato Chisso ha festeggiato in carcere i 60 anni, ma sulla sua testa stanno per piovere nuove accuse, che gettano pesanti ombre sui rapporti tra politica e affari, ben oltre l’inchiesta Mose: «Nel febbraio del 2010 ho consegnato a Renato Chisso 30 mila euro, all’hotel Laguna Palace di Mestre… Dopo quel pagamento, acquisimmo un lavoro con la Sistemi Territoriali, società della Regione Veneto, e vinsi in Ati con il Coveco». A parlare è Pierluigi Alessandri, titolare della Sacaim, l’azienda edile di Venezia che ha realizzato la Fenice e le Gallerie dell’Accademia, poi rilevata dalla Rizzani De Eccher dopo una crisi che l’aveva portata nell’anticamera del fallimento. Alessandri, interrogato il 30 luglio scorso dai pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini, ha aperto un nuovo capitolo di accuse nei confronti di Giancarlo Galan, al punto che i giudici del Tribunale del Riesame hanno giudicato fondamentale la testimonianza e negato gli arresti domiciliari al deputato di Forza Italia che resta in carcere a Opera di Milano, anche se l’80% delle accuse contestategli dal gip Alberto Scaramuzza sono prescritte. Sotto il profilo penale, vale solo quanto accertato dopo il 22 luglio 2008. I tre pagamenti. Cosa dice Pierluigi Alessandri? Racconta nei dettagli di aver versato a Galan 115 mila euro in tre tranche. «Accuse del tutto infondate», replica l’avvocato Antonio Franchini, difensore dell’ex ministro, «si tratta di vicende completamente prescritte. Galan ha conosciuto Alessandri solo nel 2010». Ecco quanto emerge dai verbali degli interrogatori: «Ho consegnato a Giancarlo Galan in tutto 150 mila euro… Una prima tranche di 50 mila euro nel maggio-giugno 2006, poi 15 mila nel dicembre e 50 mila nei primi mesi 2007…. I soldi sono stati consegnati in luoghi diversi: a casa sua a Cinto Euganeo e una parte a casa di mia figlia che abitava a Monticelli di Monselice. Non ho consegnato io i soldi, ma mia figlia con una busta chiusa, lei non sapeva il contenuto, e Galan mi ha poi ringraziato delle somme ricevute…. Ho pagato per entrare nella schiera di imprenditori amici che poteva fruiredi trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori». I lavori nella villa di Cinto. «Ho eseguito gratuitamente lavori nella villa di Galan a Cinto Euganeo: opere di decoro, stuccatura, affrescatura con il mio personale. Ho emesso una modesta fattura di 25 mila euro che non mi è stata pagata, per giustificare la presenza del personale, ma l’entità dei lavori era di almeno 100 mila euro… Danilo Turato era perfettamente al corrente dell’accordo tra me e Galan». Chisso e le imprese. «La Sacaim non ha mai avuto un riferimento in Regione e siamo stati estromessi da lavori importanti, io ne ho parlato con Galan e mi disse che eravamo una delle imprese di riferimento dei Ds. A me interessava solo lavorare e lui rispose che avrebbe valutato il caso a patto che io fossi stato disponibile a far parte della cerchia di imprenditori a lui vicini, cioè quelli disponibili a elargire somme di denaro… Dissi poi a Galan che con Chisso non riuscivo a instaurare un rapporto, io chiedevo di far parte di alcune cordate ma l’assessore mi fece capire che Baita osteggiava la mia impresa. Galan mi suggerì di corrispondere delle somme a Chisso e dopo che mi “accreditai” ho incontrato l’assessore molte volte…. Per questo motivo quando mi presentai al Laguna Palace di Mestre, Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta, senza minimamente stupirsi. Dopo questa vicenda, che risale al febbraio 2010, abbiamo acquisito un lavoro con a Sistemi Territoriali, una delle società della Regione: vinsi l’appalto in Ati con il Coveco».

(r.r.)

 

Mevorach: «Mi sono sempre rifiutato di pagare i politici»

«La mia verità? Galan mi ha chiesto di pagare per lavorare, ma io ho rifiutato». Andrea Mevorach, 52 anni, imprenditore veneziano, è un testimone chiave per la Procura e ha raccontato la sua verità che ha pesato sulla decisione dei giudici di tenere in carcere il parlamentare padovano di Forza Italia. Galan nel suo memoriale indica Mevorach come uno dei suoi finanziatori occulti: 10 gli imprenditori che lo hanno aiutato nella campagna elettorale del 2005,male smentite sono state immediate. Mario Polegato, mister Geox, e Mevorach sono due big che hanno negato di aver mai versato fondi a Galan. L’imprenditore veneziano avrebbe pagato 300 mila euro in nero a Claudia Minutillo, la quale se li tenne per sé. A diffondere questa versione dei fatti è ovviamente Galan nel suo memoriale depositato alla Procura qualche giorno fa. Ma la mossa è diventata un boomerang perché Andrea Mevorach è diventato un teste chiave per i pm Ancilotto, Buccini e Tonini. L’imprenditore veneziano ha in ballo la costruzione del mercato ortofrutticolo di Mestre, progetto bloccato dal commissario straordinario Zappalorto. «Credo sia davvero una beffa che un imprenditore onesto debba ancora pagare pesantemente per aver collaborato con la giustizia. Sarebbe bellissimo poter lavorare in questo Paese senza dover pagare e senza mai essere sottoposti a richieste di pagamento», conclude Mevorach ai microfoni del Tg3 Veneto. La sua testimonianza, assieme a quella del medico Salvatore Romano, sono state decisive per confermare la detenzione in carcere a Galan. Romano ha detto di aver veduto la villa all’ex ministro per 1 milione 800mila euro: 700 mila nel rogito notarile, gli altri in nero.

 

Gazzettino – Un sistema di “collette” per Galan

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4

ago

2014

MAREMOTO sul Mose

METODO La confessione di Alessandri, apre un nuovo scenario per l’inchiesta sul Mose. Molte altre imprese potrebbero finire nei fascicoli giudiziari

LA PROCURA – Verso il rito immediato per gli indagati ancora detenuti o ai domiciliari

MESTRE – Un sistema di “collette” per Galan

Dal memoriale del governatore e dal verbale della moglie spuntano almeno tre cordate di finanziatori

Non sapremo mai quanti furono gli imprenditori che hanno finanziato Giancarlo Galan impegnato nella campagna elettorale del 2005 per restare inquilino nel piano nobile di Palazzo Balbi. Ma di certo furono alcune decine, molti più di quelli che egli stesso ha indicato nel memoriale depositato nell’inchiesta per corruzione che lo vede implicato. In almeno tre casi, infatti, ci si trova di fronte a una “colletta” di imprenditori. Una persona di riferimento, in un determinato territorio, si faceva carico della raccolta, quindi faceva confluire la somma a Venezia, per le spese elettorali di Galan (manifesti, volantinaggio, viaggi, affitti di sale per dibattiti e comizi).
All’inizio del memoriale Galan si era detto dispiaciuto per avere accettato finanziamenti in nero, ma ne aveva addossato la responsabilità agli stessi generosi sostenitori, che temevano di schierarsi pubblicamente. L’ex governatore ha anche spiegato che l’impegno economico era davvero notevole, sostenendo che tutti i presidenti delle Regioni, in Italia, hanno simili scheletri nell’armadio.
Dalle ammissioni di Galan emergeva solo in parte l’esistenza di un sistema di finanziamento diffuso sul territorio. Ma la testimonianza della moglie Sandra Persegato, nell’interrogatroio di garanzia davanti ai difensori del marito, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, allarga l’orizzonte sul lavorio che avveniva dietro le quinte per raccogliere soldi.
Nel memoriale Galan ha dichiarato che Giacomo Archiutti detto “Carlo”, senatore trevigiano di Forza Italia, gli aveva versato 200 mila euro, frutto dei «contributi di vari suoi amici». L’interessato smentisce, ma la moglie inserisce anche il nome di un parlamentare di centrodestra, il senatore bellunese Walter De Rigo, deceduto nel 2009, titolare di un gruppo imprenditoriale che si occupa di refrigerazione, di una occhialeria, di costruzioni.
La signora Sandra ha poi sostenuto che anche il contributo di 5-10 mila euro (la cifra l’aveva fatta Galan) arrivato da Ermanno Angonese era frutto di una raccolta tra imprenditori. Angonese è l’ex sindaco di Mason Vicentino (dal 1975 al 1991), attuale direttore generale dell’Ulss 6 di Vicenza (ha avuto incarichi nelle Usl o aziende sanitarie di Bassano, Verona, Belluno, Alto Vicentino). È quindi perfettamente inserito nell’ambiente sanitario per il quale Galan, da presidente della Regione, ha avuto sempre un occhio di riguardo, visto che assorbe buona parte del bilancio dell’ente.
Non è finita qui. Dal verbale della moglie di Galan emerge una terza colletta. Si tratterebbe dei 200 mila euro che Piero Zannoni (che smentisce) avrebbe consegnato a Claudia Minutillo e non sarebbero mai arrivati al presidente. La moglie dice che Galan si aspettava qualcosa da lui (ma anche da Andrea Mevorach che alla Minutillo avrebbe dato 300 mila euro). Èpossibile che in altre occasioni da quei canali fossero arrivati altri soldi? Non si spiega altrimenti «l’amarezza di Giancarlo» quando non vide nulla. Ma non lo sapremo mai, perchè eventuali reati sono ormai prescritti.

Giuseppe Pietrobelli

 

Mazzette per lavorare, altre imprese nel mirino

La confessione di Pierluigi Alessandri potrebbe essere la prima di una lunga serie. L’ex presidente dell’impresa di costruzioni Sacaim ha tratteggiato, infatti, l’esistenza di un “sistema” basato sul pagamento di “mazzette” che non riguarda soltanto il Consorzio Venezia Nuova e le imprese impegnate nella realizzazione del Mose, oggetto della misura cautelare dello scorso 4 giugno. Un “sistema” in base al quale, per ottenere l’assegnazione di lavori finanziati dalla Regione Veneto, era necessario pagare i referenti politici, entrando così nella cerchia degli “imprenditori amici”: pagare l’allora presidente, Giancarlo Galan e l’ex assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso.
Se la versione di Alessandri risulterà confermata dalle indagini della Guardia di Finanza, non è da escludere che sotto inchiesta possano finire presto numerose altre imprese che, nel corso degli anni, hanno lavorato a ripetizione per la Regione. Nell’interrogatorio dello scorso 30 luglio, Alessandri ha fatto i nomi delle società che erano solite aggiudicarsi gli appalti e sono in molti a non dormire sonni tranquilli. I contatti con gli studi legali sono frenetici ed è probabile che qualche imprenditore decida di presentarsi spontaneamente in Procura prima che siano le Fiamme Gialle a suonare al suo campanello.
I pm Stefano Ancilotto e Paola Tonini nel frattempo sono al lavoro per tirare le fila della prima tranche dell’inchiesta: l’intenzione è di chiedere il rito immediato per tutti gli indagati detenuti, in modo da poter arrivare a processo al più presto: gli episodi non ancora prescritti risalgono al 2010 e, dunque, si prescriveranno entro il 2017 o l’inizio del 2018. Insomma, sarà una corsa contro il tempo. La richiesta di rito immediato potrebbe riguardare Galan e il suo commercialista e prestanome, Paolo Venuti; Chisso e il suo segretario, Enzo Casarin; l’ex presidente del Magistrato alle Acque, Maria Giovanna Piva, l’imprenditore veronese Alessandro Mazzi, l’ex eurodeputata Lia Sartori e i due ex collabratori di Giovanni Mazzacurati (all’epoca presidente del Cvn), Luciano Neri e Federico Sutto.
La conferma della misura cautelare in carcere per Galan, seppure per una limitata parte degli episodi contestati (quelli precedenti al 22 luglio 2008 sono stati dichiarati coperti da prescrizione dal Tribunale del riesame) è considerata dalla Procura un passaggio decisivo, un primo importante riscontro della fondatezza dell’impianto accusatorio. Il secondo riscontro giunge dai molti che chiedono di patteggiare, accettando di versare somme di denaro consistenti: la coordinatrice del Mose, Maria Teresa Brotto (2 anni), il presidente del Coveco, Franco Morbiolo (1 anno), l’ideatore del meccanismo delle false fatturazioni della Mantovani, …………. (1 anno e 3 mesi), l’ex consigliere regionale del Pd, Giampietro Marchese (11 mesi), gli imprenditori Mario e Stefano Boscolo Bacheto della Cooperativa San Martino e Gianfranco Boscolo Condadin della Nuova Coedmar (2 anni) e l’ex presidente del Magistrato alle acque, Patrizio Cuccioletta. Dopo il parere favorevole della Procura spetterà al gip, il prossimo settembre, decidere se la pena da applicare sia congrua. Il patteggiamento concordato dall’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni per finanziamento illecito – 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa – è stato respinto lo scorso 28 giugno dal giudice perché la pena è stata ritenuta troppo mite.

 

Dopo lo stop della Corte dei Conti alla Romea commerciale i comitati terranno una manifestazione il 20 e 21 settembre

Opzione Zero «Opera insostenibile sul piano finanziario e ambientale»

MIRA – La battaglia non si ferma. Lo stop della Corte dei Conti alla Romea commerciale per i comitati non basta. Non è ancora tempo di festeggiare nonostante una grande battaglia sia stata vinta: serve lo stralcio definitivo dell’opera. La Corte dei Conti di fatto ha reso carta straccia il visto di legittimazione della delibera del Cipe dell’8 novembre 2013. Per il prossimo settembre contro la Orte-Mestre i comitati hanno indetto due giornate di mobilitazione su tutti i territori attraversati dal tracciato. Ora l’obbiettivo di tutti, una volta che sarà archiviata la Romea commerciale, è mettere in sicurezza l’attuale Romea. Opzione Zero, il comitato rivierasco che da più di dieci anni si batte contro la Romea commerciale, spiegano le portavoci Rebecca Rovoletto e Lisa Causin, «esprimono grande soddisfazione per l’ennesima battuta d’arresto subìta dal progetto Orte- Mestre, ma non canta vittoria. Il rilievo della Corte dei Conti riguarda in particolare l’impossibilità, stante la normativa attuale, di utilizzare gli 1,8 miliardi di euro di defiscalizzazioni previste nel piano finanziario della Orte-Mestre. Inoltre nel medesimo piano finanziario si fa riferimento all’utilizzo indebito di un surplus aggiuntivo di remunerazione del capitale investito da parte dei privati. Tanto basta per bloccare la delibera Cipe e quindi anche la gara per la progettazione definitiva e l’assegnazione di appalti e concessione. I tempi dunque si allungano e questo è un vantaggio per i comitati e le associazioni che osteggiano l’opera». Per i comitati però «il dato vero è che questa nuova autostrada, oltre che anacronistica, risulta insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. È inequivocabile come la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della lobby veneta del cemento e si finanziasse con un sistema che poi sarebbe stato a carico dei contribuenti ». La battaglia però non si ferma. «Tutti i comitati», concludono Causin e Rovoletto, «si danno appuntamento al 20-21 settembre per una giornata di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati. L’ obiettivo lo stralcio definitivo dell’intero progetto».

Alessandro Abbadir

 

I sindaci «Strada ideata negli anni ’90 e che oggi non ha più senso»

DOLO – Cinque Comuni – Mira, Dolo, Camponogara, Pianiga, Mirano – hanno votato degli ordini del giorno contro l’opera. Soddisfatta Maddalena Gottardo, sindaco di Dolo: «Dal punto di vista pragmatico non ritengo il progect financing lo strumento idoneo per finanziare le opere pubbliche e sono d’accordo con la decisione della Corte dei Conti, dal punto di vista politico questa decisione fa sì che si ritorni a parlare dell’utilità dell’opera in un momento di crisi dove c’è poco denaro pubblico e in territori con infrastrutture che devono essere messe in sicurezza. I soldi dell’opera vengano investiti nella defiscalizzazione a sostegno delle aziende e per liberare il patto di stabilità dei Comuni». È molta la soddisfazione fra i sindaci della Riviera per la bocciatura alla Corte dei Conti della Romea Commerciale. «Questa strada», spiega il presidente della Conferenza dei sindaci e sindaco di Camponogara Giampietro Menin, «non aveva più senso dal punto di vista trasportistico . È ora di agire per mettere in sicurezza il tragitto attuale. È un’opera datata in tutti i sensi». Sulla stessa linea il sindaco di Campagna Lupia Fabio Livieri per il quale una sistemazione dell’attuale Romea si potrebbe fare con un raddoppio dell’opera sul lato laguna: «Certo un recupero dei flussi di traffico nell’ultimo anno c’è stato sull’attuale Romea , ma dai livelli precrisi cioè del 2006- 2007, siamo ancora lontanissimi». Esprime soddisfazione il sindaco di Pianiga Massimo Calzavara: «Recentemente abbiamo fatto approvare proprio in consiglio comunale una mozione contraria al progetto della Romea Commerciale. Si tratta di una strada non più necessaria progettata con una logica del tutto superata, alla fine degli anni ’90. Certo ora è prioritaria la messa in sicurezza dell’attuale sedime della statale 309». Contrario alla Romea Commerciale si è sempre espresso anche il Comune di Mira che ha bocciato tout court le grandi opere in consiglio comunale.

(a.ab.-g.pir.)

 

Nuova Venezia – Mose, Galan resta in carcere

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3

ago

2014

Mose, Galan resta in carcere

No del Riesame. L’80%delle accuse in prescrizione

Galan resta in cella, respinto il ricorso

Prescritti però tutti i reati commessi prima del 22 luglio 2008 comprese parte dei lavori alla villa e la mazzetta al S. Chiara

L’accusa rimane quella di corruzione. Il Riesame respinge la presunta illegittimità costituzionale

VENEZIA – Giancarlo Galan resta in carcere, in quello milanese di Opera. Ieri, il presidente del Tribunale del riesame di Venezia Angelo Risi intorno alle 13,30, dopo più di tre ore di discussione con gli altri due giudici (Daniela Defazio e Sonia Bello), ha depositato l’ordinanza con la quale «conferma il provvedimento cautelare nel resto». I giudici veneziani hanno dichiarato prescritte tutte le contestazioni riguardanti i reati che sarebbero stati commessi dall’esponente di Forza Italia prima del 22 luglio 2008. La data non è casuale: il 22 luglio 2014 la Camera dei deputati ha dato il via libera all’arresto con il suo voto a stragrande maggioranza e si tratta dell’atto interruttivo della prescrizione, che per la corruzione è di sei anni senza quell’atto e si alza a sette anni e mezzo da quel momento in poi. Così, sono cadute (l’elenco si può leggere nello stesso provvedimento firmato dal presidente Risi) le ricezioni di cospicui finanziamenti in occasione delle campagne elettorali precedenti al 2008 confessate da Piergiorgio Baita; la consegna di 200 mila euro presso l’hotel Santa Chiara di Venezia da parte di Claudia Minutillo: il finanziamento della maggior parte delle opere di ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo da parte della «Mantovani»; il versamento nel 2005 di 50 mila euro nel suo conto corrente alla «S.M.International Bank» di San Marino. Restano in piedi soprattutto le accuse mosse da Giovanni Mazzacurati, che racconta di aver consegnato uno stipendio annuo di un milione di euro in modo da ottenere il via libera dalla Commissione regionale per la Salvaguardia e per la Valutazione di impatto ambientale. Inoltre dovrà ancora rispondere di aver fatto intestare al suo commercialista Paolo Venuti le quote di «Adria Infrastrutture » e di «Nordest Media ». Infine, rimane indagato per la ristrutturazione della barchessa di villa Rodella, lavori eseguiti dopo quelli sul corpo principale dell’edificio, mai pagati a chi li portò a termine abbondantemente dopo il 22 luglio 2008. Per quanto riguarda Mazzacurati e il Mose, nel suo memoriale, Galan cerca di convincere gli inquirenti che lui, anche nel ruolo di presidente della Regione Veneto, avrebbe avuto un ruolo molto marginale. Scrive infatti: «Mazzacurati mi chiese di non mancare mai al Comitato interministeriale per la salvaguardia della laguna di Venezia, riunioni a cui partecipai sempre anche se molto spesso avevo la sensazione che la mia partecipazione fosse quanto meno “ultronea”, tutto del resto era già stato elaborato e deciso in altra sede, quella romana… Del resto tutto ciò non mi meraviglia affatto: il Mose era ed è un’opera statale, a contare sono solo i ministeri». Gli investigatori del Nucleo di Polizia tributaria, anche in vista del Tribunale del riesame, hanno raccolto la testimonianza di Stefano Boato, docente allo Iuav e rappresentante del ministero dell’Ambiente per 12 anni in Commissione di salvaguardia. Boato smentisce Galan (si veda l’intervista qui sotto,ndr), sostenendo che nei «Comitatoni» del 2003, governo Berlusconi, e del 2006, governo Prodi, l’allora governatore veneto ebbe un ruolo notevole sia per far avviare i lavori alle bocche di Porto per il Mose sia a ribadirne l’importanza tre vanni dopo. Non solo, quando nel 2004 toccò alla Commissione regionale di salvaguardia dare le autorizzazioni per gli interventi in laguna per la prima e unica volta si presentò proprio Galan a presiederla (sempre ha avuto il compito di farlo un dirigente regionale delegato dal presidente) e avrebbe imposto di votare (passò a maggioranza il via libera) anche se nessuno aveva ancora potuto leggere le decine di faldoni. A influire sulla decisione del Tribunale del riesame potrebbero essere stati decisivi gli stralci dei verbali degli imprenditori depositati dal pubblici ministeri Stefano Anciltto e Paola Tonini. «Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata…». Sarebbero esattamente queste, secondo l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, interrogato dai pm,le parole con cui Galan gli si sarebbe rivolto dopo averlo invitato a «mettersi d’accordo » con l’ex assessore Renato Chisso in relazione alla possibilità di sviluppare un immobile di importanza strategica per la Regione». «A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole», ha aggiunto Mevorach, «gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore ». L’episodio sarebbe avvenuto in Croazia, dove, secondo Galan, Mevorach gli avrebbe invece parlato di 300mila euro consegnati alla segretaria, Claudia Minutillo. «Non avendo mai consegnato alcunché né a lui né alla Minutillo o ad altri non so spiegarmi come possa riferire, in maniera falsa e fantasiosa, del racconto da parte mia della consegna di 300mila euro», ha concluso, sottolineando dinon aver «mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti». «Preciso, anzi, che Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho mai aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, Galan mi ha più volte apostrofato in modo poco simpatico ». Importante anche il racconto fatto da un altro imprenditore veneziano, Pierluigi Alesandri della Sacaim: ha riferito di dazioni fatte a Galan in mini tranche da 50mila fino a 15mila euro, per un totale di 115mila, per far lavorare la propria azienda nelle opere pubbliche, perchè – ha affermato – «purtroppo il sistema era questo ». Alessandri ha aggiunto che, su invito di Galan, avrebbe dato 30mila euro anche all’ex assessore Renato Chisso. L’ex titolare della Sacaim ha parlato inoltre di un corrispettivo di 100mila euro con una sola fattura da 25mila euro, mai onorata, per lavori fatti dalla sua azienda fino al 2009 nella villa di Cinto Euganeo. Da ricordare che il Tribunale ha anche dichiarato «manifestamente infondata» la questione di legittimità costituzionale avanzata dagli avvocati di Galan, che hanno sostenuto in udienza che l’articolo 34 del codice di procedura penale sull’incompatibilità determinata da atti compiuti nel procedimento dal magistrato dovrebbe riguardare anche il giudice del Riesame.

Giorgio Cecchetti

 

I pm Ancilotto Buccini e Tonini sono soddisfatti per la ordinanza del Tribunale del riesame che ha confermato la solidità dell’inchiesta sul Mose e delle accuse

I difensori esultano «Cadono molte accuse deve tornare libero»

L’avvocato Franchini: «Ora faremo ricorso in Cassazione Giancarlo è sempre battagliero, l’ho incontrato in carcere»

PADOVA – Vince la Procura, ma la difesa esulta: Giancarlo Galan resta in carcere anche se la prescrizione ha già cancellato l’80 per cento delle accuse contestate al deputato di Forza Italia dal Gip Alberto Scaramuzza, che il 4 giugno ha fatto scattare il blitz con i 35 arresti per lo scandalo del Mose. E i difensori Niccolò Ghedini e Antonio Franchini quasi quasi esultano, se non fosse che l’ex ministro resta ancora rinchiuso a Opera di Milano: «Il ricorso in Cassazione è già pronto, penso che a settembre ci sarà la sentenza: la prescrizione ha cancellato il presupposto giuridico che sta alla base della custodia cautelare e quindi l’onorevole Galan deve ottenere i domiciliari. Ieri lo abbiamo incontrato nella sua cella. E’ dimagrito, soffre sempre di diabete però non ha perso il buon umore. Il suo carattere battagliero non è stato scalfito dalla detenzione, che sta diventando disumana e contraria all’articolo 273 del cpp che vieta la carcerazione per i fatti caduti in prescrizione», dicono Ghedini e Franchini. Prescrizione: il colpo di spugna che scatta quando l’azione penale non può essere esercitata perché è trascorso troppo tempo, che salva l’indagato quando la macchina della giustizia è lenta perché oberata da troppi processi. Il copione si ripete come ai tempi di Tangentopoli, con big della politica assolti senza entrare nelle aule dei tribunali, ma il record delle prescrizioni spetta ovviamente a Berlusconi che ne conta sette, che si sommano ai 9 procedimenti archiviati, alle 11 assoluzioni per insussistenza del fatto e perché il fatto non costituisce più reato; ai due processi amnistiati e all’unica condanna definitiva nel processo Mediaset che lo ha fatto decadere da senatore con la legge Severino. Due mesi dopo il blitz dello scandalo Mose, l’unico big della politica uscito di scena è l’ex sindaco di Venezia Giorgio Orsoni che si è dimesso dall’incarico, mentre Galan e Renato Chisso sono rinchiusi in carcere, alla pari di Marco Mario Genovese, ex deputato ed ex segretario di Tremonti: la prescrizione per Galan cancella tutte le accuse contestate fino al 22 luglio 2008 ma per gli altri indagati la situazione è diversa. E se i tre pm di Venezia Stefano Ancilotto, Stefano Bucccini e Paola Tonini si dichiarano soddisfatti dell’ordinanza del Riesame che ha confermato il carcere per Galan, di avviso opposto sono i difensori del deputato di Forza Italia. «Ma quale colpo di spugna, qui restano in piedi solo le accuse legate ad Adria Infrastrutture e a quello stipendio di un milione di euro che Mazzacurati sostiene di aver versato a Galan nel 2009-10 e 11. Tutto il resto è cancellato: siamo molto ottimisti per il processo», dicono Ghedini e Franchini, «perché dopo aver letto gli atti dell’inchiesta emerge che non ci sono le prove dei versamenti effettuati.Ne parla solo Mazzacurati, in aperta contraddizione con le dichiarazioni di Piergiorgio Baita secondo il quale i pagamenti avvenivano solo per le campagne elettorali e mai per i lavori del Mose. Siamo sorpresi e amareggiati per la decisione del tribunale del riesame che doveva concedere gli arresti domiciliari». Di ritorno dal carcere di Opera, l’avvocato Antonio Franchini torna a parlare del suo incontro con il deputato padovano: «Ho visto Giancarlo sereno, si vuole difendere fino in fondo, sempre battagliero. È ricoverato nel centro clinico di Opera in una stanza da solo e soffre di una glicemia molto alta, è un diabetico cronico. Aspettiamo di leggere le motivazioni dell’ordinanza del Riesame e poi presenteremo ricorso in Cassazione. La prescrizione ha cancellato quasi tutte le accuse, restano solo le fantasiosi affermazioni di Mazzacurati, ma non esistono date, luoghi e circostanze precise dei presunti pagamenti dello stipendio annuo di 1 milione di euro. E per il 2011 la competenza spetta al tribunale dei ministri perché all’epoca Galan ricopriva il ruolo di ministro dell’ Agricoltura e poi della Cultura. Non è possibile costruire un processo sulla base delle affermazioni generiche di Mazzacurarti che non trovano riscontro nelle deposizioni di Baita e nemmeno della Minutillo». E quei dieci imprenditori citatida Galan come finanziatori della sua campagna elettorale del 2005, molti dei quali hanno smentito? «Si tratta di una iniziativa autonoma del deputato padovano, proprio per dimostrare la sua volontà di collaborare con la giustizia e di dire la verità sui costi della politica», concludono Niccolò Ghedini e Antonio Franchini.

Albino Salmaso

 

Boato: «Così venne approvato il Mose»

Il professore sentito dagli inquirenti giovedì per sapere quanto pesò l’ex governatore in Salvaguardia

la votazione Ci impose di votare senza esaminare i fascicoli. Uscimmo per protesta

VENEZIA – Giancarlo Galan prova a ricostruire la storia a suo uso e consumo, raccontando che il ruolo del presidente della Regione nelle decisioni del Mose era ininfluente: non c’era motivo per cui l’ingegner Mazzacurati gli desse dei soldi. Peccato che la storia lasci in giro dei testimoni. Uno è Stefano Boato, che con gli scandali non ha niente a che fare, ma che del Mose sa tutto, avendo fatto parte della Commissione di Salvaguardia, l’unico organismo tecnico che abbia mai dato un parere sul Mose. Parere favorevole, strappato da Galan con un autentico blitz. E remunerato, ha rivelato Mazzacurati nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 ai Pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto, «con un regalo extra da mezzo milione». Boato è professore universitario, insegna pianificazione territoriale e ambientale. Fa parte della Commissione di Salvaguardia come tecnico, in rappresentanza del ministero dell’Ambiente. Giovedì è stato convocato dagli inquirenti. Cosa volevano sapere? «Se Galan, da governatore, ha avuto importanza o no nell’approvazione del Mose». La sua risposta? «Ho detto di sì per due motivi. Il primo è che Galan ha partecipato a due Comitatoni, nel 2003 con Berlusconi e nel 2006 con Prodi, approvando e avviando politicamente il Mose con Berlusconi, poi rinunciando alle verifiche di qualità e merito con Prodi, verifiche che erano doverose ». Nel Comitatone c’è anche il Comune di Venezia. «Sì malo Stato pesa più di tutti, perché ha il voto del presidente più i ministri. Nel 2003 il Comune di Venezia fu corresponsabile, in quanto il sindaco Costa subordinò l’accordo a 11 prescrizioni farsa. Ma nel 2006 il Comune con Cacciari sindaco votò contro; lo Stato dette un solo voto, perché Prodi per superare le divergenze nel governo votò anche per conto dei ministri, altra follia accaduta; il terzo decisore favorevole fu Galan». Altro che ininfluente, allora. «Galan è protagonista e coautore di una decisione presa con comportamenti da kamikaze. Io c’ero e so di cosa parlo: veniva con la maglietta e su scritto Viva il Mose. Roba da matti per il livello richiesto». Lei ha parlato di due motivi. «Galan ha contato molto di più a livello tecnico: i Comitatoni davano l’approvazione politica, senza l’ok ai progetti non si andava avanti. Il Consiglio superiore dei Lavori Pubblici è stato saltato. La commissione Via nazionale è stata disattesa. L’unico voto tecnico sul Mose è stato dato in Commissione Salvaguardia. In 15 anni Galan non era mai venuto a presiederla, si presentò solo quella volta». Che anno era? «Fine 2003, inizio 2004. Teorizzò l’esatto contrario di quello che dicono la legge e l’esperienza della Commissione, la quale ha sempre votato sul merito. Essendoci già due pareri positivi, quello del Magistrato alle Acque e quello del ministero dei Beni culturali di Roma, peraltro avversato dalla Soprintendenza di Venezia, disse che bastava prendere atto e votare a favore, seduta stante». E il giudizio di merito? «Il giudizio di merito era in 82 fascicoli, che bisognava esaminare. Avevamo tre mesi di tempo, ne avevamo cominciati 9, tre per seduta, ne mancavano 73. Ogni fascicolo è un malloppo di 400-500 pagine, con progetti e relazioni. Galan impose la decisione con la sua maggioranza. Così il Magistrato alle Acque, che era sotto esame, approvava se stesso». In Commissione Salvaguardia quante persone ci sono? «Minimo 14 perché siano validi i voti. Siamo usciti in cinque o sei commissari, rifiutandoci di avallare il comportamento. Ma non fu sufficiente, loro avevano fatto i conti con precisione sul numero legale». Su cosa votarono, visto che non avevano visionato i progetti? «Un attimo dopo che eravamo usciti dalla porta, spuntò un documento che nessuno aveva visto prima, ovviamente scritto dal Consorzio Venezia Nuova, anche se non lo potrà mai dimostrare. Pieno di follie. In mezz’ora lo approvarono. Decidendo tra l’altro che da quel momento la Commissione Salvaguardia non si sarebbe più occupata del Mose».

Renzo Mazzaro

 

gli altri indagati

Patteggia anche l’architetto del nero

     ha chiesto di uscire dall’inchiesta per una pena di 15 mesi

VENEZIA – Anche lo svizzero        , che non è stato arrestato, ma che si trova indagato nella vicenda Mose di frode fiscale assieme a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson ha raggiunto l’accordo con i pubblici ministeri per patteggiare. La pena su cui il difensore, l’avvocato Antonio Franchini, ha trovato l’accordo è quella di un anno e tre mesi di reclusione.                      avrebbe concorso in qualità di consulente finanziario ad ideare la formazione di fondi neri in Svizzera attraverso la sovra fatturazione per l’acquisto in Croazia dei sassi da affondare alle bocche di porto in laguna, tutto a favore della «Mantovani ». Intanto altri due indagati che hanno raggiunto l’accordo con la Procura per patteggiare la pena vogliono precisare la loro posizione. Il difensore dell’imprenditore di Cavarzere delle coop rosse Franco Morbiolo (un anno), l’avvocato Massimo Benozzati, spiega che la decisione è stata molto sofferta per l’indagato, che è rimasto coinvolto in questa vicenda «in ragione del ruolo formale che rivestiva nel Coveco e non certo per un suo sostanziale coinvolgimento». Per gli avvocati Loris Tosi e Franchini, che difendono l’ingegner Maria Teresa Brotto (due anni) «l’indagata ha sempre svolto funzioni tecniche all’interno del Consorzio Venezia Nuova e non ha mai preso parte alle decisioni relative alle illecite dazioni», come ha dichiarato lo stesso Giovanni Mazzacurati. È accusata di concorso in corruzione e «nella consapevolezza che perseguire un positivo accertamento della sua estraneità ai reati contestati», sostengono i due legali, «che pure qui viene riaffermata, significherebbe affrontare un percorso processuale estremamente lungo e complesso, costantemente accompagnato da clamore mediatico e certamente non propizio a fare trovare una nuova collocazione professionale nel privato, necessariamente esterna ed estranea al Consorzio, col che il danno personale e familiare, effetto di una scelta positiva di difesa nel dibattimento, sarebbe enorme». Per questo ha scelto di uscire con il patteggiamento.

(g.c.)

 

la proposta

«Renzi dirotti al Comune i soldi del Consorzio»

Bettin e Caccia: «Basterebbe ridurre dal 12 al 6 per cento le spese di gestione»

I soldi per salvare il bilancio del Comune arrivino dal Consorzio Venezia Nuova, attraverso la riduzione dal 12 attuale al 6 per cento della percentuale sulle spese di gestione per il Mose e le opere di salvaguardia in laguna affidate all’associazione di imprese che è concessionario unico. È la proposta che indirizzano al presidente del Consiglio Matteo Renzi e al commissario straordinario Vittorio Zappalorto – che guida ora il Comune – con una lettera aperta l’ex assessore all’Ambiente Gianfranco Bettin e Beppe Caccia, dell’Associazione In Comune, già consigliere comunale. Di fronte alle «tensioni sociali che scelte di taglio indiscriminato del Welfare e alle retribuzioni dei dipendenti comunali comporterebbero », Bettin e Caccia avanzano quella che definiscono «una concretissima proposta»per il superamento delle attuali difficoltà di bilancio del Comune di Venezia e per un iniziale risarcimento alla città, che è «la prima vittima del sistema della corruzione legato al progetto Mose». Bettin e Caccia sottolineano infatti che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6. In questo momento sono in ballo oltre 1.250 milioni di Euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle Bocche di porto. «Con un semplice e immediato provvedimento del Governo – propongono Bettin e Caccia – si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di Euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015». Bettin e Caccia concludono, chiedendo a Renzi e Zappalorto “un atto di innovazione e di coraggio, che consenta davvero a Venezia di voltare pagina e di iniziare una fase politica e amministrativa nuova partendo col piede giusto”.

 

Gazzettino – Galan deve restare in carcere

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3

ago

2014

CASO MOSE L’ex padrone della villa di Cinto: «I soldi in nero li portava la moglie». Alessandri: «Diedi 30mila euro a Chisso»

Galan deve restare in carcere

Il Tribunale del riesame respinge anche la richiesta di arresti domiciliari. Prescritti i reati precedenti al 2008

DECISIONE – Respinto il ricorso dei difensori di Giancarlo Galan. Il tribunale della libertà: l’ex governatore del Veneto deve restare in carcere.

RIVELAZIONI – L’ex proprietario della villa di Cinto Euganeo: «Mi fu pagata in parte in nero, i soldi li portava la moglie di Galan». Nuova accusa dal costruttore Alessandri: «Tangente da 30mila euro a Chisso».

Il venditore: «Il costo reale fu di un milione e 800mila euro»

DIFENSORE – Franchini: «Sono sparite l’80 per cento delle accuse. Ora ci concentriamo sulle ipotesi rimanenti»

I GIUDICI DEL RIESAME – Confermata l’ordinanza di arresto per corruzione a carico dell’ex governatore

LA PRESCRIZIONE – Non più perseguibili tutti i reati che risalgono a prima del luglio 2008

Galan resta in carcere negati anche i domiciliari

Sarà una lunga estate in carcere per Giancarlo Galan. Il Tribunale del riesame di Venezia ha confermato l’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Alberto Scaramuzza, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico e che sussista il rischio di reiterazione di reati dello stesso tipo.
Il dispositivo dell’ordinanza è stato depositato poco dopo le 13 di ieri e subito notificato ai difensori dell’ex Doge del Veneto, gli avvocati Niccolò Ghedini e Antonio Franchini: quest’ultimo era a Milano, nel carcere di Opera, a far visita al suo assistito.
Il collegio presieduto da Angelo Risi (a latere Daniela Defazio e Sonia Bello) ha rilevato l’avvenuta prescrizione di tutti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, per i quali a quella data (giorni di esecuzione della misura cautelare) era già trascorso il termine massimo di sei anni, oltre al quale non è più possibile perseguire i reati. Dunque l’ordinanza è stata annullata in relazione a tutte le dazioni antecedenti il 22 luglio 2008, e cioè i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, il versamento di 50mila euro avvenuto nel 2005 presso un conto corrente in una banca di San Marino.
L’ordinanza è stata invece confermata in relazione a tutte le altre accuse per le quali il tempo a dispsizione per definire l’eventuale processo sarà di 7 anni e mezzo (l’esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare costituisce, infatti, atto interruttivo e, di conseguenza, la prescrizione si allunga di un terzo). Le motivazioni saranno depositate verso la metà della prossima settimana.
Il Tribunale ha rigettato le altre eccezioni preliminari proposte dalla difesa e ha dichiarato manifestamente infondata la questione di legittimità Costituzionale avanzata con riferimento all’articolo 111 della Costituzione (il “giusto processo”) e all’articolo 6 della Convenzione sui diritti dell’uomo, ovvero l’asserita incompatibilità di uno dei giudici che, in sede di Riesame, si è già pronunciato nelle scorse settimane sulle posizioni degli altri coindagati.
Di ritorno da Milano l’avvocato Franchini ha riferito di aver incontrato Galan e di averlo trovato «tranquillo, sereno e battagliero». Quanto all’ordinanza del Tribunale, il legale ha dichiarato che si sarebbe aspettato qualcosa di più, almeno la concessione dei domiciliari, ma per la difesa ci sono anche lati positivi: «Il processo viene molto ridimensionato attraverso la dichiarazione di prescrizione dell’80 per cento delle accuse: ora ci concentreremo sul rimanente», ha spiegato Franchini, domandandosi come il gip abbia potuto emettere un’ordinanza di custodia cautelare su episodi non più giudicabili. «Faremo ricorso per Cassazione: a nostro avviso tutti gli episodi contestati dall’aprile 2010 sono di competenza del Tribunale per i ministri; è lo stesso Mazzacurati a dichiarare che Galan fu pagato in qualità di ministro».
In merito ai reati non prescritti (gli “stipendi” di Mazzacurati della seconda metà 2008, del 2009 e 2010 e le quote della società Adria Infrastrutture), Franchini sostiene che nel merito Galan dimostrerà l’infondatezza delle accuse: «È lo stesso Baita a smentire Mazzacurati quando dichiara che non ci furono pagamenti sistematici, ma soltanto occasionali».
Il Riesame ha rigettato ieri anche il ricorso dell’imprenditore Andrea Rismondo, confermando per lui l’obbligo di dimora a Preganziol, e ha disposto la remissione in libertà dell’ex giudice della Corte dei Conti, Vittorio Giuseppone, ai domiciliari dal 4 giugno con l’accusa di corruzione per somme di denaro incassate per sveltire l’iter dei contratti del Consorzio Venezia Nuova. Gli indizi sono gravi, ma i giudici ritengono che non sussistano le esigenze cautelari, anche perché l’indagato è in pensione da tempo.

 

Mevorach: «Dice il falso, forse vuole vendicarsi»

«Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
Lo ha dichiarato l’imprenditore veneziano Andrea Mevorach, chiamato in causa nel memoriale di Galan e indicato come uno degli imprenditori che finanziarono nel 2005 la sua campagna elettorale. Galan ha sostenuto che i soldi versati da Mevorach e dal bellunese Giampietro Zannoni (Finest) sarebbero stati trattenuti dall’allora segretaria Claudia Minutillo. Circostanza negata da Mevorach, il quale racconta che fu Galan a chiedergli soldi (richiesta da lui respinta). E negata da Zannoni che, davanti ai pm ha dichiarato di «non conoscere la signora Claudia Minutillo, di non averla mai incontrata e di non averle mai consegnato somme di denaro». Zannoni ha annunciato di «valutare ogni azione legale nei confronti dell’onorevole Galan».

 

«A Galan 115mila euro in tre rate e altri 100mila con i lavori in villa»

Il professionista: «In quel cantiere hanno lavorato 60-70 persone»

RIVELAZIONI Gli interrogatori del proprietario della dimora di Cinto Euganeo acquistata da Galan e dell’architetto che ha visionato imponenti lavori di restauro su una superficie di circa 1700 metri quadrati

«Villa pagata con un milione e 100mila euro in nero. Li portava la moglie»

VENEZIA – Per acquistare villa Rodella, a Cinto Euganeo, l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, avrebbe dichiarato il falso nell’atto di rogito davanti al notaio, attestando nel 2005 un prezzo di 700mila euro, mentre la somma effettivamente concordata per la compravendita era di un milione e 800mila euro.
A raccontarlo alla Guardia di Finanza è stato il precedente proprietario, il medico siciliano Salvatore Romano, il quale ha spiegato che il rimanente, un milione e 100mila euro, fu «corrisposto in contanti prima del rogito in varie tranches. I contanti ci sono stati consegnati da familiari di Galan Giancarlo presso l’abitazione dove vivo tutt’ora. Lui ancora non era sposato ma veniva a portare i soldi la sua attuale moglie, Persegato Sandra. Mi pare sia venuta in cinque o sei occasioni…»
Versione confermata dalla moglie, Maria Nunzia Piccolo, la quale ricorda ancora il notevole «dispendio di forze» messe in campo successivamente per i lavori di ristrutturazione.
In relazione ai lavori di ristrutturazione della villa, gli inquirenti hanno ascoltato numerosi testimoni. Diego Zanaica, socio di minoranza della società che si occupò dei lavori, la Archigest (di proprietà per il 60 per cento della Tecnostudio dell’architetto Danilo Turato), parla di lavori per 7-800mila euro. «Al momento della vendita l’immobile non era del tutto abitabile», ha precisato il dottor Romano, ricordando che davanti al notaio si presentò anche il commercialista di fiducia di Galan, Paolo Venuti, tutt’ora in carcere per concorso in corruzione. L’architetto Luca Ruffin, il professionista che per il medico siciliano aveva curato alcuni lavori prima della vendita, ha confermato che erano necessari molti lavori di restauro, per un importo considerevole, superiore a quello indicata da Zanaica: «Villa Rodella è un immobile di 1700 metri quadrati, con oltre 14mila metri di parco: il restauro più blando non poteva costare meno di 1000 euro al metro, anche perché l’immobile è stato venduto al grezzo».
Ruffin ha raccontato di aver visitato la villa nel 2006 a lavori conclusi e racconta di un impianto di videosorveglianza con telecamere a domotica del costo di almeno 30mila euro, nonché di una serie di finiture di grande pregio: bassorilievi con stucchi alla veneziana e lo studio di Galan rivestito totalmente in radica di noce «Per quanto ne so gli stuccatori che hanno lavorato a villa Rodella sono gli stessi che hanno lavorato a palazzo Ferro-Fini a Venezia (la sede del Consiglio regionale, ndr). Lo stesso anche per quanto attiene i tendaggi. E ancora «tappeti persiani per importi rilevanti e mobili di antiquariato». Degli impianti elettrici si occupò la Gemmo Impianti di Arcugnano. Nel cantiere di Cinto, ricorda l’architetto Ruffin, operarono per un anno «60-70 persone che per mesi hanno lavorato solo in quel cantiere. Tutti in paese ricordano la fila delle macchine degli operai parcheggiate lungo le strade…»
L’architetto ricorda anche la faraonica festa di matrimonio per i 50 anni del Doge del Veneto, il 10 settembre del 2006, nella villa appena restaurata. «Tra i regali vi era un trattore Carraro da 30mila euro ed una serie di oggetti da svariate migliaia di euro: ogni presente per partecipare doveva scegliere un regalo. Io personalmente ho preso uno dei meno costosi, spendendo 350 euro…». (gla)

Galan «aveva un peso incredibile, insomma non si muoveva foglia…». Stefano Tomarelli, manager nel direttivo del Cvn per conto della società Condotte, ha parlato del ruolo e degli interventi dell’allora presidente della Regione in alcune pratiche relative al Mose. In particolare per quanto riguarda l’iter autorizzativo dei “cassoni” di alloggiamento delle paratoie. Nell’interrogatorio sostenuto il 25 giugno, Tomarelli parla di un rapporto privilegiato di Galan con Mazzacurati e Baita. E ha ricordato una cerimonia all’Arsenale in cui Galan «fece uno sproloquio della bravura dell’ingegner Baita… che ci rimase a bocca aperta».

 

Tomarelli: «Quell’elogio per Baita…»

PROVE D’ACCUSA – Le dichiarazioni inedite del costruttore veneziano entrate nell’istruttoria

I VERBALI Pierluigi Alessandri, ex presidente Sacaim «Diedi 30mila euro a Chisso li prese come cosa dovuta»

«Mi fu detto dal governatore di essere “generoso” come ero stato con lui per avere appalti, ma poi dalla Regione ho ricevuto solo poche briciole»

VENEZIA – (gla) Pagare il presidente della Regione non fu sufficiente per poter essere ammesso nella “cerchia degli imprenditori amici”. L’ex presidente della Sacaim, Pierluigi Alessandri, ha raccontato di essere stato costretto a versare una “mazzetta” anche a Renato Chisso: 30mila euro, a lui consegnati personalmente nel febbraio del 2010, all’hotel Laguna Palace di Mestre, dopo una serie di incontri nel corso dei quali l’assessore alle Infrastrutture aveva sollecitato i pagamenti.
Il nuovo episodio di presunta corruzione – recente e non coperto da prescrizione – è stato messo a verbale mercoledì mattina dall’imprenditore, originario di Padova, ora residente a Venezia, nel corso di un interrogatorio avvenuto in Procura, di fronte al sostituto procuratore Stefano Ancilotto. «Chisso prese il denaro come fosse una cosa dovuta», ha dichiarato l’ex presidente di Sacaim, precisando che l’accreditamento presso Galan era condizione necessaria per poter lavorare, ma non sempre sufficiente, in quanto nei settori di stretta competenza dell’assessore Chisso era comunque necessario “accreditarsi” ulteriormente con dazioni di denaro a quest’ultimo».
Alessandri ha spiegato che fu Galan a metterlo in contatto con Chisso, consigliandolo «di tenere condotta analoga a quella avuta con lui, cioè di mostrarmi “generoso” nelle elargizioni al fine di poter godere di un trattamento di favore nell’assegnazione dei lavori pubblici».
Alessandri ha raccontato che, fino a quel momento, aveva avuto difficoltà con l’assessore alle Infrastrutture che «tirava sempre fuori delle scuse…», facendogli capire che «Baita osteggiava la mia impresa… e Chisso era molto sensibile alle indicazioni di Baita».
Dopo il pagamento della “mazzetta”, comunque, le cose non sarebbero cambiate di molto: «Alla fine a Sacaim sono arrivate solo le “briciole” degli appalti finanziati dalla Regione», ha dichiarato Alessandri, ricordando che, ad esempio, Sacaim fu esclusa dal primo lotto dell’autostrada Venezia-Trieste. Con lui Chisso «tentennò e temporreggiò, ma mi fece capire che non c’erano spazi di manovra…». L’associazione temporanea di imprese che si aggiudicò i lavori «era composta da Impregilo, Carron, Coveco e Mantovani».
Quanto a Galan, Alessandri ha dichiarato di avergli versato 115mila euro in più rate: 50mila nel maggio-giugno del 2006, 15mila nel dicembre 2006, 50mila all’inizio del 2007. Soldi consegnati nella villa di Cinto Euganeo e in parte a casa della figlia di Alessandri, a Monticelli di Monselice, «dove Galan passava ogni tanto a salutare». Ad effettuare le consegne sarebbe stata l’ignara figlia di Alessandri, all’interno di buste chiuse: «Il Galan poi mi ringraziò delle somme ricevute».
Successivamente si occupò di alcuni lavori di restauro della villa di Cinto Euganeo dell’ex Governatore, per circa 100mila euro: «A fronte di tali lavori, solo formalmente, è stata emessa una modesta fattura per 25mila euro, che ovviamente non è stata pagata», ha spiegato l’ex presidente della Sacaim, precisando che successivamente, quando la società finì in amministrazione straordinaria, fu mandato un «generico sollecito il cui unico scopo era quello di cautelarsi nei confronti dei commissari».
I lavori terminarono nel 2009 e la fattura fittizia fu emessa nel 2010 dalla Sacaim alla società Archigest dell’architetto Danilo Turato, il professionista che si occupò dei restauri per conto di Galan. Quella fattura serviva a «giustificare la presenza del personale e i costi di materiale e trasporto in caso di controlli», ha precisato Alessandri.
«Tali somme e tali favori sono stati da me corrisposti a Galan in virtù del suo ruolo di Governatore della Regione Veneto e per avere la possibilità di entrare nella schiera di imprenditori “amici” che potevano fruire di trattamenti particolari nell’assegnazione dei lavori».

 

SCANDALO MOSE – L’ex governatore sosteneva che nel 2005 il costruttore versò 300mila euro, trattenuti dalla Minutillo

«Galan mi disse: devi pagare»

Parla l’imprenditore mestrino Mevorach: «Chiedevo di lavorare per la Regione, ma non ho dato un centesimo»

VENDETTA «Prese male il mio rifiuto, “non finisce qui” mi disse»

IL SISTEMA «C’erano voci su come funzionava ma la mia sorpresa fu enorme»

«Non c’entro. Perchè Galan dice che gli ho dato soldi in nero? Forse si sta vendicando proprio perchè gli ho detto di no e non gli ho dato un centesimo.» L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach rompe il silenzio. I magistrati che indagano sul “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan.

 

IL COINVOLGIMENTO – L’imprenditore è stato citato nel memoriale dell’ex governatore

IL RUOLO – Secondo l’ex ministro avrebbe pagato 300mila euro nel 2005

L’INCONTRO A ROVIGNO «Mi apostrofò proprio perchè mi ero rifiutato di versargli il denaro»

IMPRENDITORE – Andrea Mevorach, imprenditore veneziano, citato da Galan nel suo memoriale difensiovo come uno dei grandi finanziatori dell’ex governatore

Mevorach: «Io, vittima di Galan»

«Gli chiesi se potevo lavorare per la Regione, mi rispose che dovevo pagare. E mi chiuse le porte»

«Non c’entro davvero nulla, come ha accertato la stessa Procura. Non ho mai finanziato l’allora presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan: la sua sembra la reazione di una persona disperata, forse mal consigliata. Oppure è una vendetta dovuta al fatto che non ho mai voluto versargli alcun contributo».
L’imprenditore veneziano Andrea Mevorach può finalmente parlare. I magistrati che indagano sul cosidetto “sistema Mose” lo hanno ascoltato in qualità di persona informata sui fatti lo scorso 29 luglio, tre giorni dopo l’avvenuto deposito del memoriale nel quale Galan ha sostenuto di aver ricevuto da lui 300mila euro nel 2005 (e cospicui finanziamenti elettorali da altri imprenditori nello stesso periodo), ma che quei soldi se li era trattenuti la segretaria di allora, Claudia Minutillo, cercando in tal modo di screditare le dichiarazioni accusatorie della donna. Dopo l’audizione avvenuta in Procura, a Mevorach era stato imposto il silenzio fino all’udienza davanti al Tribunale del riesame: ora finalmente può replicare, negando di aver mai finanziato Galan, così come hanno fatto anche gli altri imprenditori citati dall’ex Governatore del Veneto.
Si aspettava queste dichiarazioni di Galan?
«Non me lo sarei mai aspettato di essere tirato in ballo in questo modo – spiega Mevorach – Galan lo conosco bene e per un certo periodo abbiamo avuto rapporti di cordialità, che si sono rotti tra il 2006 e il 2007: in occasione di un incontro conviviale gli avevo chiesto se potessi lavorare anche per la Regione e lui mi rispose che avrei dovuto pagare, mettendomi d’accordo con l’assessore Chisso. Io rifiutai e da allora non ho più avuto rapporti con lui. Alla fine di quell’incontro Galan mi disse che non si sarebbe dimenticato del mio rifiuto: “Non finisce qui”, mi annunciò…»
Fino a quel momento non le era mai stato chiesto di pagare per lavorare?
«Nell’ambiente veneziano c’erano da sempre voci sul “sistema Mose”, ma di fronte alla richiesta di Galan la mia sorpresa fu enorme. Ne seguì un forte scontro e abbiamo rotto i rapporti: per la Regione non ho mai lavorato. Le porte mi si sono chiuse definitivamente».
Perché non ha denunciato il fatto?
«Non sono un baruffante, e poi sono una semplice briciola in un sistema ben più grande… Dunque ho lasciato stare».
La difesa di Galan sostiene di avere testimoni in grado di confermare che Lei ha finanziato Galan versando i soldi alla Minutillo.
«Impossibile! Non ci sono testimoni, a meno che non trovino qualcuno del suo enturage, testimoni artificiosi, come è accaduto con le “olgettine”…»
Ha intenzione di denunciare Galan per calunnia?
«Come dicevo non sono un baruffante… Non ho intenzione di fare denunce, anche se questa storia per me è stata una tegola spaventosa: spero soltanto di uscirne il prima possibile».

«Non ho mai versato a Galan o alla sua segretaria o ad altre persone a lui riconducibili contributi per campagne elettorali o somme ad altro titolo. Preciso anzi che il Galan mi aveva chiesto in più occasioni di corrispondergli somme di denaro, ma io non ho aderito a tali richieste e, in ragione di ciò, il Galan in più occasioni mi ha apostrofato in modo poco simpatico».
Si apre così il verbale sottoscritto da Andrea Mevorach, di fronte al pm Stefano Ancilotto e due militari della Guardia di Finanza. L’mprenditore veneziano definisce «assolutamente falsa e fantasiosa» la versione fornita da Galan nel memoriale depositato agli inquirenti, secondo la quale Mevorach si era lamentato con lui sostenendo di non essere stato ringraziato per un contributo di 300mila euro versato alla Minutillo nel 2005: «Ribadisco che non ho mai consegnato somme di denaro a Claudia Minutillo e non ho mai raccontato al Galan di averglieli consegnati – ha precisato l’imprenditore – Non ho mai corrisposto finanziamenti, nemmeno leciti, ad alcun partito politico o a suoi esponenti».
Mevorach ha riferito, al contrario, che sarebbe stato Galan a chiedergli di pagare, nel corso di un incontro avvenuto a Rovigno, in Croazia, all’inizio dell’estate del 2006 o 2007. L’imprenditore racconta che, in quell’occasione gli aveva proposto di sviluppare un immobile di importanza strategia per la Regione: «Galan mi rispose affermatvamente, ma precisandomi che prima avrei dovuto “mettermi d’accordo” con l’assessore Renato Chisso. Gli chiesi cosa intendesse con quella frase e lui mi rispose: “Non fare il furbo, sai bene di cosa parlo, la politica va aiutata”. A distanza di molti anni non posso ancora dimenticare le sue esatte parole: gli risposi che non era il mio modo di concepire e fare l’imprenditore, mandandolo a quel paese».

(gla)

 

IL BLITZ – Il 4 giugno alle 4 34 persone agli arresti tra queste il sindaco

LE CONSEGUENZE Cade la Giunta e viene nominato un commissario

CHISSO – Assessore regionale, presto destituito, è ancora in carcere

Quella retata storica che ha decapitato Venezia

MOSE – Le indagini della magistratura veneziana colpiscono sia tra gli uomini di destra che di sinistra

DUE MESI FA – La grande retata che decapitò Venezia

ORSONI – Per lui arrivano i domiciliari e subito dopo la perdita della carica

di Monica Andolfatto e Maurizio Dianese

Sono passati due mesi da quel 4 giugno che ha cambiato la storia recente di Venezia portando alla luce un fiume in piena di denaro pubblico che è stato utilizzato per corrompere mezzo Veneto. Così il Mose dal 4 giugno non è più sinonimo di dighe mobili che salvano Venezia dall’acqua alta e diventa invece il nome-simbolo del malaffare e della corruzione. Alle 4 del mattino scatta il blitz della Guardia di Finanza che ammanetta 34 persone. Fra gli arrestati il nome che fa il giro del mondo è quello del sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Sono solo arresti domiciliari e solo per finanziamento illecito ai partiti, ma si tratta di un terremoto per la vita della città. L’arresto di Orsoni infatti porterà in pochissimo tempo alla caduta della Giunta e alla nomina di un Commissario straordinario.

LA CADUTA DEGLI DEI

Anche in Regione succede il finimondo perché la Procura veneziana chiede l’arresto di Giancarlo Galan, deputato ed ex Ministro della Repubblica dopo essere stato per 15 anni Governatore del Veneto. E’ uno degli uomini più potenti del Nord Est ed è accusato di aver percepito dal Consorzio Venezia Nuova uno stipendio annuale di un milione di euro, più benefit di ogni tipo, dalla ristrutturazione di Villa Rodella alla partecipazione societaria occulta in una ditta della Mantovani. Per non finire dietro le sbarre Galan si giocherà tutte le carte possibili e immaginabili, soprattutto a colpi di certificati medici, ma non c’è niente da fare, il 22 luglio, dopo che il Parlamento ha detto sì al suo arresto, anche per lui si aprono le porte del carcere di Opera, a Milano. Il 4 giugno invece erano già finiti in carcere l’assessore alle Infrastrutture Renato Chisso e il suo segretario Enzo Casarin. Anche il Consorzio Venezia Nuova viene decapitato con l’arresto di Maria Brotto che con Giovanni Mazzacurati dentro il Consorzio decideva di tutto e di più. In manette anche Federico Sutto e Luciano Neri che per anni hanno fatto da “postini” portando le mazzette una volta al Presidente del Magistrato alle acque Patrizio Cuccioletta (arrestato), un’altra al Consigliere regionale del Pd Giampietro Marchese (arrestato).

DESTRA E SINISTRA

Sì perché questo scandalo è ecumenico e comprende tutti, destra e sinistra, a cominciare dalle cooperative rosse che per anni hanno sgomitato per sedere al tavolo del Consorzio. Nell’ordinanza del Giudice Alberto Scaramuzza, che dà il via agli arresti, c’è anche il nome di Marco Milanese, braccio destro dell’ex Ministro Giulio Tremonti. Tremonti non è l’unico ministro della Repubblica che compare nelle carte della Procura, ci sono anche Altero Matteoli e Pietro Lunardi. Ma della tranche romana la Procura veneziana si disferà rapidamente – così come dello “scampolo” milanese legato all’Expo 2015 – anche perché quel che resta a Venezia basta e avanza per dar lavoro ad un esercito di avvocati e a mezza Procura veneziana.

LA “CRICCA”

Pensare che tutto era iniziato da una “inchiestina” grazie alla quale si era accertato che gli appalti gestiti dalla Provincia di Venezia erano “pilotati”. Un paio di dirigenti dell’Ufficio tecnico della Provincia erano finiti in manette. Niente di che. L’inchiesta poteva finire lì e invece uno dei p.m. dell’inchiesta Mose, Stefano Ancilotto – che sarà poi affiancato da Paola Tonini e Stefano Buccini – trova il filo rosso che collega la cosiddetta “cricca” in Provincia, ovvero la banda degli appalti, con Lino Brentan, l’amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova. Lino Brentan e i suoi appalti autostradali portano alla Mantovani e a Piergiorgio Baita e Baita porta al Consorzio Venezia Nuova e al mega scandalo Mose. Con contorno di funzionari statali corrotti, a cominciare da un generale della Finanza per finire con poliziotti, agenti dei servizi segreti, presidenti del magistrato alle acque, giudici di Corte dei conti e di Tribunale.

LEGGE CRIMINOGENA

Il saccheggio di soldi pubblici è durato anni, utilizzando vari sistemi. Il primo, legale: il Consorzio Venezia Nuova ha diritto al 12 per cento sull’ammontare dell’opera. Si chiamano “oneri di concessione”. Finora per il Mose lo Stato ha speso 6 miliardi di euro, il 12 per cento di quei 6 miliardi è del Consorzio. Sono quattrini garantiti dalla Legge speciale per Venezia, che il presidente dell’autorità per la lotta alla corruzione, Raffaele Cantone, chiama “legge criminogena” perché affida a privati la gestione dei soldi pubblici. Da questa legge criminogena nasce anche il sistema delle tangenti. Ma non ci sono solo le mazzette, ci sono anche le “liberalità”, che sono un modo per “comprarsi” comunque chi conta, anche se non lo si corrompe. Le mazzette, secondo i conti fatti da Piergiorgio Baita ammontano ad una decina di milioni di euro l’anno, le liberalità e cioè le sponsorizzazioni a squadre di calcio e conventi, a registi e fondazioni più o meno benefiche, ammontano a 80 milioni di euro l’anno. Il totale è 100 milioni all’anno per 10 anni. Un miliardo. Un Mississippi di denaro che affonda Venezia nella vergogna della “corruzione sistemica” come l’ha chiamata Piergiorgio Baita. E adesso, dopo 2 mesi dal blitz del 4 giugno? La stragrande maggioranza degli arrestati ha ammesso e sta patteggiando la pena. In carcere restano solo Renato Chisso, Giancarlo Galan, Enzo Casarin, il generale della Finanza Emilio Spaziante, Marco Milanese, Alessandro Mazzi, Paolo Venuti e Gino Chiarini. Ma non finisce qui.

Monica Andolfatto – Maurizio Dianese

 

EX CONSIGLIERI COMUNALI . Renzo Scarpa: «Assordante silenzio degli ex assessori»

Caccia e Bettin: «Soldi dal Consorzio»

«Ci sarebbero 75 milioni recuperabili per le casse del Comune dai “superguadgni” del Consorzio Venezia Nuova». È quanto affermano Gianfranco Bettin e Beppe Caccia (In Comune) nella lettera inviata ieri al commissario Vittorio Zappalorto e al premier Matteo Renzi. Bettin e Caccia sottolineano che, nonostante quanto emerso dalle inchieste della Magistratura, «il Consorzio Venezia Nuova continua a vedersi riconosciuta una quota del 12 per cento per “spese generali di gestione” su ogni cifra stanziata dallo Stato per le opere di salvaguardia della Laguna. E questo quando ad analoghe figure di “general contractor” lo Stato concede abitualmente percentuali, già discutibili e discusse, non superiori al 6».
«In questo momento – scrivono – ci sono in ballo oltre 1.250 milioni di euro, stanziati dal Cipe per il completamento delle dighe mobili alle bocche di porto. Con un “semplice e immediato provvedimento del Governo si potrebbe ridimensionare il compenso del Consorzio e ottenere la disponibilità di almeno 75 milioni di euro, utili per sanare il bilancio comunale per l’anno corrente e per accantonare un avanzo positivo per affrontare le spese del 2015».
Ma c’è anche un altro ex consigliere comunale che interviene sulla situazione del Comune. Renzo Scarpa parla infatti di «assordante e sconvolgente silenzio dei partiti e degli uomini della coalizione che (non) ha “amministrato” il Comune di Venezia in questi ultimi quattro anni».
«Perché – si chiede Scarpa – non parlano i vari Orsoni, Simionato, Bergamo, Agostini, Filippini, Maggioni, Bettin, Ferrazzi, Farinea, Ghetti, Vettese, Panciera, Rey? Dove sono andati a finire PD, UDC, PSI, Movimento Federalisti e Riformisti, Federazione della Sinistra, In Comune? Quelli che dicevano “state sereni”. Quelli che giuravano che la situazione era sotto controllo e che non c’era da preoccuparsi? Quelli che erano sempre sulle prime pagine dei giornali a rivendicare ruoli e meriti e a dire che erano gli altri a sbagliare con le loro continue richieste di moralità e contenimento delle spese?».
«Assumersi le proprie responsabilità, comunque ed in ogni caso, dovrebbe far parte dell’etica della politica e dell’onestà intellettuale doverosa nei confronti della propria città», conclude Scarpa.

 

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Nella foto Giancarlo Galan (ex governatore Veneto) e Renato Chisso (ex assessore nella giunta Zaia): due dei principali fautori dell’autostrada Orte-Mestre (Romea Commerciale), un mostro mangia-soldi e devastante per l’ambiente e i territori. Entrambi sono attualmente in carcere.

 

Comunicato Stampa Opzione Zero 02/08/2014

La Corte dei Conti blocca la Orte-Mestre: soddisfazione da Opzione Zero e dalla rete Nazionale Stop Or-Me, ma è presto per cantare vittoria.

Il decreto Sblocca Italia voluto dal Governo delle losche intese guidato da Renzi continua a spingere sulle “grandi opere” compresa la Orte-Mestre.

Le inchieste MOSE e EXPO dimostrano come le “grandi opere” costituiscano la vera linfa vitale per le cricche del cemento e per le mafie di tutto il Paese. I Partiti che governano e che vogliono le grandi opere sono coinvolti in pieno.

I Comitati della rete Nazionale Stop Orte-Mestre si danno appuntamento al 20-21 settembre per una giornata di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati: obiettivo lo stralcio definitivo dell’intero progetto.

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Opzione Zero, il comitato rivierasco che da più di dieci anni si batte contro la famigerata “Romea Commerciale”, esprime grande soddisfazione per l’ennesima battuta d’arresto subita dal progetto Orte-Mestre, ma non canta vittoria.

Il rilievo della Corte dei Conti riguarda in particolare l’impossibilità, stante la normativa attuale, di utilizzare gli 1,8 miliardi di euro di defiscalizzazioni previste nel Piano Finanziario della Orte-Mestre. Inoltre nel medesimo Piano Finanziario si fa riferimento all’utilizzo indebito di un surplus aggiuntivo di remunerazione del capitale investito da parte dei privati. Tanto basta per bloccare la Delibera CIPE di approvazione del progetto preliminare e quindi anche la gara per la progettazione definitiva e l’assegnazione di appalti e concessione. I tempi dunque si allungano e questo è un bel vantaggio un vantaggio per i comitati e le associazioni che osteggiano l’opera.

Ma per Opzione Zero preoccupanti sono due aspetti: prima di tutto la disinvoltura con la quale il CIPE ha varato la delibera senza che ci fossero i presupposti necessari, la dimostrazione di come la “politica”, non curante di quanto sta emergendo dalle inchieste su MOSE e su EXPO, continui a forzare perfino le normative nazionali pur di agevolare i “grandi affari”.

In secondo luogo il fatto che la stessa Corte dei Conti, dopo aver denunciato pubblicamente i rischi legati al Project Financing, si sia limitata ad una pura analisi formale e procedurale della documentazione senza mettere in evidenza il vero problema e cioè l’insostenibilità dell’intero Piano Finanziario. Infatti i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante, già oggi le più care in Europa. Ed è chiaro che più care sono le tariffe e più cittadini e trasportatori si riverseranno sulle strade normali rendendo impossibile il rientro del capitale investito. A quel punto, con il solito sistema truffa del project financing, sarà lo Stato ad dover intervenire con ulteriori risorse. Esattamente quello che sta accadendo oggi per il Passante, un’opera dai costi e dalle dimensioni nemmeno paragonabili con la Orte-Mestre.

Il dato vero è che questa nuova autostrada, oltre che anacronistica, risulta del tutto insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. La Orte-Mestre è stata pensata e voluta perché è una macchina mangia soldi come e più del MOSE. Del resto proprio dalle indagini sul MOSE, (dichiarazioni di Claudia Minutillo), emerge in modo inequivocabile come la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della cricca veneta del cemento così come di quella genovese legata a Bonsignore e di quella legata alle Coop Emiliane. Se a questo si aggiunge che la banca finanziatrice della cordata proponente, è la CARIGE ora da pochi mesi al centro di un pesante scandalo per truffa, allora nessuno dovrebbe avere più alcun dubbio sulle insidie che si nascondono dietro a questa mega opera.

Eppure il Presidente Renzi continua a sponsorizzare la Orte-Mestre come una delle grandi opere strategiche, tanto da inserirla nel decreto Sblocca Italia; ad unirsi uniscono al coro ci sono pure i Presidenti delle regioni interessate, Luca Zaia in testa. E’ solo un caso? Oppure l’evidenza che la politica della larghe intese non ha nessuna intenzione di sradicare quei meccanismi che stanno alla base di tutto il marciume messo in luce dalle inchieste della magistratura?

Quello che emerge in Veneto, come in Lombardia, come in tante altre parti d’Italia, è che proprio le “Grandi Opere” pubbliche, gestite attraverso la Legge Obiettivo, i Commissari straordinari, il project financing, l’affidamento in concessione, sono state il mezzo, il terreno di coltura per costruire e alimentare vere e proprie cricche malavitose che coinvolgono in pieno anche i partiti.

Ed è chiaro dunque che visti gli interessi in gioco non basteranno la Procure o le Corti dei Conti per abbattere né la Orte-Mestre, nè le altre decine di grandi opere inutili e dannose. E’ necessario uno scatto da parte dei comitati e dei cittadini per porre definitivamente fine a questo sistema.

Dunque per Opzione Zero e per tutto il variegato arcipelago di organizzazioni che costituisce la Rete Nazionale Stop Orte-Mestre, la mobilitazione per chiedere lo stralcio del progetto continua più forte di prima. L’appuntamento è per il 20 e 21 settembre prossimi per due giornate di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati dalla nuova autostrada.

 

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