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Nella foto Giancarlo Galan (ex governatore Veneto) e Renato Chisso (ex assessore nella giunta Zaia): due dei principali fautori dell’autostrada Orte-Mestre (Romea Commerciale), un mostro mangia-soldi e devastante per l’ambiente e i territori. Entrambi sono attualmente in carcere.

 

Comunicato Stampa Opzione Zero 02/08/2014

La Corte dei Conti blocca la Orte-Mestre: soddisfazione da Opzione Zero e dalla rete Nazionale Stop Or-Me, ma è presto per cantare vittoria.

Il decreto Sblocca Italia voluto dal Governo delle losche intese guidato da Renzi continua a spingere sulle “grandi opere” compresa la Orte-Mestre.

Le inchieste MOSE e EXPO dimostrano come le “grandi opere” costituiscano la vera linfa vitale per le cricche del cemento e per le mafie di tutto il Paese. I Partiti che governano e che vogliono le grandi opere sono coinvolti in pieno.

I Comitati della rete Nazionale Stop Orte-Mestre si danno appuntamento al 20-21 settembre per una giornata di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati: obiettivo lo stralcio definitivo dell’intero progetto.

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Opzione Zero, il comitato rivierasco che da più di dieci anni si batte contro la famigerata “Romea Commerciale”, esprime grande soddisfazione per l’ennesima battuta d’arresto subita dal progetto Orte-Mestre, ma non canta vittoria.

Il rilievo della Corte dei Conti riguarda in particolare l’impossibilità, stante la normativa attuale, di utilizzare gli 1,8 miliardi di euro di defiscalizzazioni previste nel Piano Finanziario della Orte-Mestre. Inoltre nel medesimo Piano Finanziario si fa riferimento all’utilizzo indebito di un surplus aggiuntivo di remunerazione del capitale investito da parte dei privati. Tanto basta per bloccare la Delibera CIPE di approvazione del progetto preliminare e quindi anche la gara per la progettazione definitiva e l’assegnazione di appalti e concessione. I tempi dunque si allungano e questo è un bel vantaggio un vantaggio per i comitati e le associazioni che osteggiano l’opera.

Ma per Opzione Zero preoccupanti sono due aspetti: prima di tutto la disinvoltura con la quale il CIPE ha varato la delibera senza che ci fossero i presupposti necessari, la dimostrazione di come la “politica”, non curante di quanto sta emergendo dalle inchieste su MOSE e su EXPO, continui a forzare perfino le normative nazionali pur di agevolare i “grandi affari”.

In secondo luogo il fatto che la stessa Corte dei Conti, dopo aver denunciato pubblicamente i rischi legati al Project Financing, si sia limitata ad una pura analisi formale e procedurale della documentazione senza mettere in evidenza il vero problema e cioè l’insostenibilità dell’intero Piano Finanziario. Infatti i flussi di traffico previsti dagli stessi proponenti sono talmente bassi che le tariffe proposte andrebbero a superare di gran lunga quelle del Passante, già oggi le più care in Europa. Ed è chiaro che più care sono le tariffe e più cittadini e trasportatori si riverseranno sulle strade normali rendendo impossibile il rientro del capitale investito. A quel punto, con il solito sistema truffa del project financing, sarà lo Stato ad dover intervenire con ulteriori risorse. Esattamente quello che sta accadendo oggi per il Passante, un’opera dai costi e dalle dimensioni nemmeno paragonabili con la Orte-Mestre.

Il dato vero è che questa nuova autostrada, oltre che anacronistica, risulta del tutto insostenibile e distruttiva da qualsiasi punto di vista. La Orte-Mestre è stata pensata e voluta perché è una macchina mangia soldi come e più del MOSE. Del resto proprio dalle indagini sul MOSE, (dichiarazioni di Claudia Minutillo), emerge in modo inequivocabile come la nuova autostrada Orte-Mestre, del costo di almeno 10 miliardi di euro, fosse in cima agli interessi della cricca veneta del cemento così come di quella genovese legata a Bonsignore e di quella legata alle Coop Emiliane. Se a questo si aggiunge che la banca finanziatrice della cordata proponente, è la CARIGE ora da pochi mesi al centro di un pesante scandalo per truffa, allora nessuno dovrebbe avere più alcun dubbio sulle insidie che si nascondono dietro a questa mega opera.

Eppure il Presidente Renzi continua a sponsorizzare la Orte-Mestre come una delle grandi opere strategiche, tanto da inserirla nel decreto Sblocca Italia; ad unirsi uniscono al coro ci sono pure i Presidenti delle regioni interessate, Luca Zaia in testa. E’ solo un caso? Oppure l’evidenza che la politica della larghe intese non ha nessuna intenzione di sradicare quei meccanismi che stanno alla base di tutto il marciume messo in luce dalle inchieste della magistratura?

Quello che emerge in Veneto, come in Lombardia, come in tante altre parti d’Italia, è che proprio le “Grandi Opere” pubbliche, gestite attraverso la Legge Obiettivo, i Commissari straordinari, il project financing, l’affidamento in concessione, sono state il mezzo, il terreno di coltura per costruire e alimentare vere e proprie cricche malavitose che coinvolgono in pieno anche i partiti.

Ed è chiaro dunque che visti gli interessi in gioco non basteranno la Procure o le Corti dei Conti per abbattere né la Orte-Mestre, nè le altre decine di grandi opere inutili e dannose. E’ necessario uno scatto da parte dei comitati e dei cittadini per porre definitivamente fine a questo sistema.

Dunque per Opzione Zero e per tutto il variegato arcipelago di organizzazioni che costituisce la Rete Nazionale Stop Orte-Mestre, la mobilitazione per chiedere lo stralcio del progetto continua più forte di prima. L’appuntamento è per il 20 e 21 settembre prossimi per due giornate di mobilitazione in contemporanea su tutti i territori attraversati dalla nuova autostrada.

 

Nuova Venezia – Orte-Mestre bocciata dalla Corte dei Conti

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2

ago

2014

I magistrati negano il visto al Cipe: perplessità su project e programmazione.

MESTRE – La Corte dei Conti boccia la costruzione del nuovo collegamento autostradale Orte-Mestre. Una sentenza dei magistrati contabili, che risale al 7 luglio ed è stata depositata ieri, ha ricusato il visto di legittimità alla delibera del Cipe del 8 novembre 2013 che approvava il progetto preliminare e la proposta del promotore della nuova autostrada. La Corte dei Conti motiva la sua decisione con le forti perplessità circa l’adozione del project financing, ritenuto eccessivamente favorevole al capitale privato, e i problemi che ciò potrebbe creare nell’ottica programmatoria propria dell’istituzione.

«In buona sostanza la delibera del Cipe può considerarsi carta straccia. Noi accogliamo con soddisfazione la battuta d’arresto di un’opera mastodontica , dannosa e priva di significato, un’autostrada che avrebbe sventrato l’Italia distruggendo la Riviera del Brenta e spianando la strada a Veneto City. Oltretutto il progetto non prevedeva alcun provvedimento specifico per la riqualificazione della statale Romea, anzi ostacolava di fatto la risoluzione del problema inderogabile della messa in sicurezza di una delle strade più pericolose d’Italia».

«La Orte- Mestre sarebbe stata realizzata in finanza di progetto, formula tanto cara al duo Galan-Chisso arrestati per le note vicende giudiziarie del Mose. Di fatto avremmo assistito alla privatizzazione di una strada pubblica con costi a carico dei cittadini utenti e ricavi a favore dei soliti noti. Il progetto dell’ autostrada ha un costo di 9,2 miliardi dei quali 1,8 di contributo statale a fondo perduto, inserita in legge obiettivo nel 2001, dichiarata di pubblico interesse nel 2003, con progetto preliminare approvato nel 2010 dal ministro Altero Matteoli ha ricevuto l’ok finale nel novembre dello scorso anno». La crisi economica aveva congelato l’iter, mail governo Letta l’aveva resuscitato: «Per fortuna il diavolo fa le pentole ma non i coperchi».

 

RIVIERA DEL BRENTA

La Corte dei Conti boccia il visto di legittimità approvato dal Cipe: esultano i comitati locali

Stop alla Nuova Romea «Una grande vittoria»

Clamoroso no della Corte dei Conti di Roma alla realizzazione dell’autostrada Orte-Mestre, conosciuta anche come «Romea Commerciale» o «Nuova Romea». Che ad essere bocciato non sia tanto il progetto vero e proprio, bensì il visto di legittimità approvato dal Cipe, cambia ben poco. Di sicuro i tempi di realizzazione dei 396 chilometri autostradali tra Orte e Mestre si allungheranno di molto. Ma sul progetto finanziato da privati incombono altre incognite. Sull’elevato costo dell’opera (9,2 miliardi di euro), 1,8 miliardi avrebbero dovuto arrivare a fondo perduto dallo Stato tramite la defiscalizzazione degli oneri per le imprese che si aggiudicano appalti pubblici. Il Governo però si è «dimenticato» di inserire tale progetto nel decreto «Sblocca Italia» e di conseguenza la Corte dei Conti ha ricusato il visto di legittimità contabile.
I Magistrati contestano anche una specifica frase presente nella delibera del Cipe, ossia «di un tasso di remunerazione del capitale integrato con una componente aggiuntiva, denominata »extra WACC”, non prevista nel quadro regolatorio vigente nel settore autostradale”. In termini più comprensibili, si tratterebbe di un riconoscimento ai proponenti di una sorta di surplus di remunerazione che non trova riscontro nella legislazione vigente.
Il progetto della Nuova Romea prevede un collegamento tra Venezia e Orte (con un allacciamento autostradale fino ad Ostia) e il suo percorso interessa cinque regioni italiane. Il progetto è stato inserito in legge obiettivo nel lontano 2001 ed ha ricevuto il nulla osta a novembre dello scorso anno.
Dopo i festeggiamenti per il no al progetto Terna, i comitati della Riviera del Brenta contrari all’opera esultano nuovamente.
«Accogliamo con soddisfazione la battuta d’arresto di un’opera mastodontica, dannosa e priva di significato, un’autostrada che avrebbe sventrato l’Italia distruggendo la Riviera del Brenta e spianando la strada a Veneto City. Oltretutto il progetto non prevedeva alcun provvedimento specifico per la riqualificazione della statale 309 Romea, ma ostacolava addirittura la messa in sicurezza di una delle strade più pericolose d’Italia. Senza dimenticare che la cordata aggiudicatrice dell’opera, Gefip Holding SA, MEC spa, ILI spa e Banca Carige è già al centro di problemi giudiziari».

Vittorino Compagno

 

Nuova Venezia – “Io ho pagato Galan per poter lavorare”

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2

ago

2014

Mose, altre accuse per Galan

Alessandri (Sacaim): «Ho pagato il Governatore per lavorare»

Nuove accuse per Giancarlo Galan. I pm Paola Tonini e Stefano Ancilotto hanno depositato davanti al Riesame la testimonianza

Pierluigi Alessandri (Sacaim): «Ho pagato Galan per poter lavorare».

«Io ho pagato Galan per poter lavorare»

Alessandri già titolare di Sacaim smonta la difesa dell’ex governatore

E villa Rodella costò un milione e 800mila euro, metà dei quali in nero

VENEZIA – Aveva in azienda la Guardia di finanza per una verifica fiscale e si è deciso a parlare l’imprenditore veneziano Pierluigi Alessandri, anche perché le «fiamme gialle » c’erano arrivate e gli chiedevano insistentemente di quei 215 mila euro. Alessandri, allora, era ancora l’amministratore delegato della Sacaim, una delle maggiori imprese edili veneziane ora acquisita dalla friulana De Eccher dopo una crisi che l’aveva portata sull’orlo del fallimento, evitato grazie all’amministrazione straordinaria. Ieri, davanti ai giudici del Tribunale del riesame presieduti da Angelo Risi i pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini hanno depositato lo stralcio di un verbale di Alessandri in cui racconta di aver consegnato 115 mila euro in contanti a Giancarlo Galan su sua richiesta e di aver compiuto lavori nella sua villa di Cinto Euganeo per altri 100 mila senza essere mai stato pagato. Nulla a che fare con il Mose e con il Consorzio Venezia Nuova e in apparenza con questa inchiesta, ma una conferma che il parlamentare di Forza Italia rinchiuso nel carcere milanese di Opera era solito richiedere mazzette e contributi, anche se per ora ha ammesso soltanto quelli elettorali. Per quei 215 mila euro anche Alessandri è finito nel guai, è infatti indagato per corruzione. Del resto Baita aveva già parlato della Sacaim in uno dei suoi interrogatori, affermando che in più di un’occasione Galan aveva chiesto a lui di inserire l’impresa veneziana in alcuni appalti. Alessandri ha riferito ai pubblici ministeri che era andato da Galan proprio per questo, per chiedere di lavorare perché l’impresa era in crisi e gli appalti concessi dal Comune non bastavano. Ha ripetuto che allora Galan gli disse che doveva entrare nella cerchia degli amici e gli fece capire che il sistema era quello di pagare. I fatti sarebbero avvenuti prima del 2009. I rappresentanti della Procura, per supportare la loro tesi, quella che Galan debba restare in carcere perché c’è il rischio che possa inquinare le prove, del resto è ancora ben inserito nel suo partito ed è ancora un membro della Camera dei deputati, hanno depositato anche alcuni stralci dell’interrogatorio di un altro imprenditore veneziano, Andrea Mevorach, un nome che non era ancora entrato nell’inchiesta sul Mose ma che prepotentemente si è affacciato proprio grazie al memoriale scritto di suo pugno da Galan. L’ex presidente della giunta veneta ha sostenuto, per inficiare la testimonianza della sua ex segretaria Claudia Minutillo, che quest’ultima si sarebbe trattenuto ben 300 mila euro che Mevorach, durante la campagna elettorale per le Regionali del 2005, aveva versato a suo favore. La prima domanda che i pubblici ministeri hanno avanzato nei giorni scorsi all’imprenditore veneziano è stata se mai aveva contribuito in qualche modo alle campagne elettorali di Galan. La risposta non solo è stata negativa, ma ha anche spiegato che non aveva motivo di foraggiare il governatore veneto, visto che lui non aveva alcun interesse in Regione, non aveva lavori da svolgere o da chiedere in cambio. Però, ha raccontato che almeno in un’occasione era stato avvicinato da Galan che lo aveva apostrofato malamente, utilizzando il luogo comune che indica gli ebrei come avari, chiedendogli contributi, visto che non ne aveva mai versati a suo favore. La terza testimonianza importate consegnata ieri ai giudici del Riesame è quella del medico di origine siciliana che da anni vive nel Padovano, il quale ha svelato finalmente quanto è costata villa Rodella a Galan. Il professionista l’aveva acquistata durante un’asta fallimentare, l’ennesima dopo che altre erano andate deserte, e l’ex ministro dell’Agricoltura e dei Beni culturali ha sempre sostenuto di averla pagata poco meno di un milione di euro. Ora il medico di origine siciliana riferisce di aver incassato ben un milione e ottocentomila euro complessivamente, di cui 700 mila dichiarate e, dunque, in bianco, un altro milione e 100 mila in contanti e in nero dalle mani di Galan. Anche questa circostanza non ha a che fare direttamente con le tangenti per il Mose, ma dimostra che l’indagato aveva grande disponibilità di danaro liquido che, presumibilmente, gli veniva da conti correnti in banche estere. Soldi che nel suo memoriale nega di aver mai posseduto, ma che Mazzacurati sostiene di avergli consegnato in contanti. I rappresentanti dell’accusa hanno depositato anche un’intercettazione di un colloquio tra Giovanni Mazzacurati e la sua segretaria, durante la quale l’anziano ingegnere spiega alla collaboratrice più stretta che il Consorzio dovrà sponsorizzare un convegno organizzato dalla Banca degli occhi di Mestre, di cui Mazzacurati allora era presidente, organizzato da Alessandro Galan, fratello di Giancarlo e primario oculista all’ospedale Sant’Antonio di Padova, lo stesso nosocomio dove l’indagato si è fatto visitare per la frattura al malleolo prima di finire a Este. Mazzacurati spiega alla segretaria che il Consorzio, sostenuto da finanziamenti pubblici, avrebbe dovuto impegnare 20 mila euro per il convegno medico, il doppio dei 10 mila consegnato l’anno precedente per la stessa iniziativa. E, rimanendo su Mazzacurati, i pubblici ministeri hanno depositato anche uno stralcio di un suo interrogatorio, durante il quale racconta di aver partecipato alla festa di nozze di Galan e di aver regalato un servizio di bicchieri di Murano, spendendo 12 mila 500 euro, naturalmente non di tasca sua, ma provenienti dai fondi del Consorzio Venezia Nuova. Infine, ci sono le affermazione di Stefano Tomarelli, imprenditore romano e uno degli amministratori dell’impresa «Condotte d’acqua ». Ai pubblici ministeri ha riferito che durante un colloquio con Mazzacurati, che riguardava i cassoni da affondare alle bocche di porto della laguna per il Mose, l’ingegnere gli avrebbe riferito di aver consegnato una notevole somma di danaro a Galan poco prima.

Giorgio Cecchetti

 

Chi ancora in carcere, chi pronto al patteggiamento

VENEZIA – Nel carcere di Opera c’è l’ex ministro Giancarlo Galan, in quello di Pisa l’ex assessore Renato Chisso. Al Marassi di Genova c’è il commercialista padovano Paolo Venuti, nel carcere di Pistoia il capo della segreteria particolare di Chisso Enzo Casarin, a Santa Maria Capua a Vetere il generale della Guardia di Finanza Emilio Spaziante, a Milano l’ex parlamentare Marco Mario Milanese. A due mesi dalla grande retata con cui è stato decapitato il sistema Mose le posizioni dei diversi indagati sono differenziate. A chi è rimasto in carcere sono andati male i ricorsi al Tribunale del Riesame (per Galan la decisione è attesa per oggi). Alcuni degli imputati invece hanno preferito uscire dall’inchiesta patteggiando una pena. Tra questi i principali sono: Maria Teresa Brotto, direttore tecnico del Consorzio Venezia Nuova, che ha stabilito un patteggiamento pari a due anni e alla restituzione di 600 mila euro. L’ex consigliere regionale del Partito Democratico Giampiero Marchese (accusato di illecito finanziamento) ha concordato una pena pari a 11 mesi di reclusione. L’imprenditore chioggiotto Stefano Boscolo Bacheto, titolare della «San Martino», ha patteggiato due anni e 700 mila euro di restituzione all’Erario. L’imprenditore Gianfranco Boscolo Contadin, titolare della «Co. Ed.Mar.», due anni e 800 mila (entrambi sono accusati di corruzione e reati fiscali). Franco Morbiolo, presidente del Consorzio Coveco, ha concordato un patteggiamento di un anno e la restituzione di 19 mila euro. Patteggiamento in vista anche per l’imprenditore svizzero: un anno. Aveva concordato con la Procura un patteggiamento a 4 mesi di reclusione e 15 mila euro di multa anche l’ex sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Mail Gup, lo scorso 28 giugno, ha respinto l’accordo giudicando troppo mite la pena. Molti gli indagati agli arresti domiciliari: da Roberto Meneguzzo a Lia Sartori. Mentre sono in stato di libertà i dirigenti regionali Giuseppe Fasiol e Giovanni Artico: il Riesame ha annullato il loro arresto.

Daniele Ferrazz

 

Incompetenza e nuove accuse ma il verdetto slitta a oggi

Ghedini e Franchini contestano la territoralità e i presupposti per la detenzione

La procura porta però altre testimonianze e segna alcuni punti a suo favore

VENEZIA – Per Giancarlo Galan un’altra notte di attesa nella sua camera- cella del carcere ospedale di Opera: ieri, infatti, i giudici del Tribunale del riesame hanno rinviato la decisione che lo riguarda – se scarcerarlo o comunque concedergli gli arresti domiciliari – a questa mattina. Quella di ieri è stata una giornata convulsa, i giudici presieduti da Angelo Risi hanno prima affrontato la posizione di altri due indagati, quella del giudice della Corte dei conti ora in pensione Vittorio Giuseppone, che si trova agli arresti domiciliari, e quella dell’imprenditore veneziano Andrea Rismondo, che ha l’obbligo di non uscire dopo le 20. Poco prima delle 13 sono finalmente entrati i difensori di Galan, l’indagato ha preferito non presentarsi probabilmente per le sue condizioni di salute, gli avvocati Antonio Franchini e Nicolò Ghedini. Ad attenderli in aula c’erano già i pubblici ministeri Paola Tonini e Stefano Ancilotto. Con una breve pausa per un panino, la difesa è intervenuta fino alle 16,30, puntando soprattutto sull’incompetenza del Tribunale di Venezia a indagare e giudicare, visto che le contestazioni elevate dopo il 2010 lo sono state quando ormai era ministro, prima dell’Agricoltura poi dei Beni Culturali, e dunque dovrebbe toccare al Tribunale per i ministri prendere in esame le accuse. Per quanto riguarda le accuse precedenti, stando sempre ai difensori, si tratta di reati già caduti in prescrizione. I due legali, sono anche entrati nel merito, affermando che non ci sarebbero i gravi e sufficienti indizi per tenere in carcere l’indagato, chiedendo l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare. Hanno poi preso la parola, per poco più di un’ora, i pubblici ministeri, prima Paola Tonini quindi Stefano Ancilotto, che hanno depositato stralci di verbali d’interrogatorio e di intercettazioni non ancora agli atti del Tribunale. A questo punto, gli avvocati Franchini e Ghedini hanno chiesto almeno mezz’ora di tempo per esaminare la documentazione e il Tribunale l’ha concessa. Quindi, l’udienza è ricominciata per permettere ai difensori di dire la loro sul nuovi documenti depositati dalla Procura. Alle 19 l’udienza è finita ed è iniziata la camera di consiglio per il presidente Angelo Risi e per i giudici a latere Daniela Defazio e Sonia Bello. Presumibilmente, hanno preso in esame subito le posizioni di Giuseppone e Rismondo, così che in serata hanno deciso e si sono riservati invece di prendere in esame la posizione di Galan questa mattina. Probabile, dunque, che nella tarda mattinata sarà nota la loro decisione.

(g.c.)

 

LA CURIOSITÁ – Regalo di nozze degli assessori pagato da Mantovani

Il trattore da giardino voluto dai compagni di giunta di Forza Italia fu liquidato da Buson

VENEZIA «Ma che cosa ne potevo sapere io?» Giancarlo Galan, pochi giorni prima di venire condotto in carcere, si arrabbiava così dopo aver letto le intercettazioni nelle quali Renato Buson, il braccio destro di Piergiorgio Baita, raccontava ai magistrati di Venezia la storia del trattorino. Regalo per il suo matrimonio da parte degli assessori regionali, pensava Galan; regalo della Mantovani secondo la ricostruzione di Buson e Baita. Questa è la piccola storia del trattore di casa Galan, sul quale si faceva immortalare poche settimane dopo il suo matrimonio. Interrogato per cinque volte (4, 10 e 29 aprile, 16 maggio e 11 luglio 2013), Buson racconta ai magistrati l’episodio minore nella saga di Galan. Domanda il magistrato: lei ha mai fatto consegne all’ex presidente Giancarlo Galan? Risponde Buson: personalmente somme di denaro mai. Ne ho consegnate a Baita e dalle lamentele di quest’ultimo presumo che fossero per Galan. Ho sentito spesso Baita lamentarsi dei costi che doveva sopportare per Galan. Domanda: e consegne di altri generi di bene? Risposta: mi ricordo un piccolo trattore agricolo per la sua casa di campagna. Mi fu fatta la fattura e pagai (circa 5000 euro). Domanda: quindi lui se lo andò a comprare e lei pagò la fattura? Risposta: Sì. Quando Galan ha letto la trascrizione dell’interrogatorio è sbottato: «Ma che ne sapevo io che non l’hanno pagato loro?» riferendosi ai suoi assessori regionali. Che, siamo nel 2010, erano: Giancarlo Conta, Renato Chisso, Marialuisa Coppola, Oscar De Bona, Fabio Gava, Renzo Marangon e Vendemiano Sartor. Difficile ricostruire l’accaduto, a distanza di così molti anni. Rimane il ricordo delle grandi feste di Galan, che usava ad ogni compleanno (il 10 settembre) riunire i suoi sodali e far presente che c’era una lista da sottoscrivere, su base volontaria, per essere accolti in pompa magna in villa o nelle osterie dei Colli Euganei che ancora ricordano la sua ospitalità.

 

 

Un imprenditore: «Soldi a Galan per avere appalti»

La Procura deposita un’altra testimonianza

L’ex presidente di Sacaim: all’ex governatore 115mila euro e lavori nella villa di Cinto

Rinviata a oggi la decisione del Riesame

Amadori, Dianese e Pietrobelli

Slitta a oggi la decisione del Tribunale del Riesame sulla richiesta di scarcerazione di Giancarlo Galan. Ieri i pm hanno giocato la mossa a sorpresa depositando la testimonianza di Pierluigi Alessandri, ex presidente della Sacaim, che ha dichiarato di aver pagato l’ex governatore per ottenere appalti: 115mila euro in nero e altri in forma di restauri alla villa. Anche il pagamento di villa Rodella, secondo l’ex proprietario, sarebbe avvenuto con soldi in nero: più di un milione versato oltre alla cifra fissata nell’atto di vendita.

 

NUOVE ACCUSE – L’ex proprietario di villa Rodella: mi ha dato oltre un milione in nero

OGGI LA DECISIONE DEL TRIBUNALE DEL RIESAME

I pm depositano la testimonianza di Alessandri, ex presidente Sacaim

«Ho pagato Galan per ottenere appalti»

Un altro imprenditore ha confessato di aver versato somme di denaro all’allora Governatore del Veneto, Giancarlo Galan, per poter ottenere l’assegnazione di lavori dalla Regione. Si tratta dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni veneziana Sacaim, oggi in amministrazione controllata, Pierluigi Alessandri. I sostituti procuratori Stefano Ancilotto e Paola Tonini hanno depositato il verbale contenente le sue dichiarazioni ieri pomeriggio, nel corso della lunga e combattuta udienza svoltasi di fronte al Tribunale del riesame di Venezia, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di remissione in libertà presentata dagli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, difensori di Galan, detenuto nel reparto ospedaliero del carcere milanese di Opera sulla base dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dal gip Alberto Scaramuzza.
«DEVI PAGARE» – Alessandri ha raccontato ai magistrati che, attorno alla metà degli anni Duemila, la sua azienda era in difficoltà e non erano sufficienti i lavori che si era aggiudicato per conto dell’amministrazione comunale di Venezia. Per questo motivo si sarebbe recato dal Governatore del Veneto per chiedere di poter ottenere anche lavori per conto della Regione: stando al suo racconto, Galan gli avrebbe risposto che, per entrare a far parte della cerchia delle aziende amiche, avrebbe dovuto pagare.
SOLDI IN MANO – Alessandri sostiene di aver quindi versato 115 mila euro, direttamente nelle mani dell’allora presidente della Regione, e di essersi poi fatto carico di una parte dei lavori di ristrutturazione nella villa di Cinto Euganeo, di proprietà di Galan, per un ulteriore importo di circa 100mila euro. Per questa vicenda l’ex presidente di Sacaim è indagato per il reato di corruzione.
Secondo la Procura, queste asserite “mazzette”, provenienti da un ambiente estraneo al Cvn (di cui Galan non ha mai fatto alcuna menzione) costituirebbero un riscontro agli elementi di prova per i quali l’ex presidente della Regione è in carcere con l’accusa di corruzione, in relazione a consistenti somme che gli ex presidenti della Mantovani, Piergiorgio Baita, e del Cvn, Giovanni Mazzacurati, sostengono di avergli versato prima per tramite della sua ex segretaria, Claudia Minutillo, e poi dell’assessore Renato Chisso.
VILLA “IN NERO” – Nel corso dell’udienza di ieri la Procura ha anche depositato il verbale con le dichiarazioni del precedente proprietario di villa Rodella, il quale ha spiegato che la cifra ufficiale indicata nell’atto notarile (circa un milione di euro) costituisce meno di metà dell’effettivo prezzo della compravendita e che Galan gli avrebbe versato “in nero” un altro milione e 100mila euro. Circostanza che confermerebbe i conteggi effettuati dalla Finanza in relazione all’esistenza di una sproporzione tra le entrate regolari del politico di Forza Italia e le spese sostenute: sproporzione che la Procura indica tra gli indizi della contestata corruzione.
MEVORACH NEGA – Per finire i pm Tonini e Ancilotto hanno depositato al Tribunale il verbale di sommarie informazioni dell’imprenditore Andrea Mevorach, indicato nel memoriale di Galan come un finanziatore della sua campagna elettorale del 2005 con 300mila euro. Soldi che, secondo l’ex presidente della Regione, sarebbero stati trattenuti dalla Minutillo, assieme ai 200mila che, a suo dire, avrebbe versato un alro imprenditore, Piero Zannoni. Ebbene, Mevorach ha riferito alla Finanza di aver ricevuto richieste di finanziamento da Galan, ma ha smentito di avergli mai versato un solo euro.
REGALI DA MAZZACURATI – Per finire, a dimostrazione dell’esistenza di stretti rapporti tra Galan e Mazzacurati, ecco le dichiarazioni rese da una segretaria del Cvn, la quale ha ricordato che l’allora presidente del Consorzio regalò al Governatore del Veneto, in occasione del suo matrimonio, cristalleria per 12mila euro, ovviamente a spese del Cvn.
La difesa, da un lato ha eccepito l’irrilevanza dei nuovi elementi forniti dalla Procura; dall’altro ha contestato, punto su punto, la fondatezza delle imputazioni mosse a Galan, definite vaghe e indeterminate, basate su racconti privi di riscontri. Numerose le eccezioni preliminari: sia di competenza territoriale (i reati, alcuni dei quali già prescritti, sarebbero stati commessi a Padova e in altre località, non a Venezia) sia di competenza funzionale poiché gli ultimi versamenti sarebbero avvenuti in relazione al ruolo di ministro, e dunque dovrebbero essere valutati dal Tribunale dei ministri. Insussistente, in ogni caso, il rischio di reiterazione, e dunque le esigenze cautelari.
La decisione del Riesame sarà depositata nella giornata di oggi.

Gianluca Amadori

 

Tomarelli (Cvn) accusa Galan e Chisso

«L’ingegnere ha taciuto proprie e illecite appropriazioni»

Anche il Stefano Tomarelli ha parlato nel suo interrogatorio dell’ex Governatore del Veneto, Giancarlo Galan. Il manager, componente fino all’arresto dello scorso giugno del direttivo del Consorzio Venezia Nuova per conto di Condotte, terzo azionista del raggruppamento di imprese impegnate nella realizzazione del Mose, ha riferito che l’allora presidente del Cvn, Giovanni Mazzacurati, gli disse di aver versato somme di denaro sia al presidente della Regione, che all’assessore alle Infrastrutture, Renato Chisso, in cambio della loro disponibilità ad aiutare il Consorzio.

 

IMPUTATI ECCELLENTI – Il manager fa il consulente per una ditta che produce barriere fonoassorbenti, l’ex segretaria è in partenza per un mese di vacanze dorate

La dolce vita di Baita e Minutillo: Porsche e supervilla a Pantelleria

Il vecchio ristorante, ma la Porsche nuova di concessionario. Si consola così Piergiorgio Baita, l’amministratore delegato della Mantovani, accusato di aver concepito quel meccanismo di fatture false che fruttava ogni anno 10 milioni di euro in nero, parte dei quali finivano in tangenti ai politici. Lo hanno segnalato nel solito ristorante per Vip di Campalto e lo hanno visto scendere dalla Porsche nuova fiammante. Aveva un appuntamento di lavoro, si suppone, visto che sul tavolo aveva un contratto di una ditta che si occupa di pannelli fonoassorbenti in autostrada, una vecchia passione per Baita – l’autostrada, non i pannelli – visto che di fatto la Mantovani controlla la Mestre-Padova, una delle autostrade più “tangentare” e più remunerative d’Italia. Il suo amministratore delegato, Lino Brentan, è finito anche lui in carcere per tangenti ed è proprio a partire da quell’inchiesta che la Procura di Venezia è poi arrivata a Baita e al Mose. Ebbene, Baita ora sbarca il lunario occupandosi di barriere fonoassorbenti, si suppone come consulente, dopo aver chiuso una buona parte dei suoi sospesi con la Giustizia visto che ha concordato una pena di 22 mesi di carcere.
Non sta malissimo nemmeno Claudia Minutillo, l’altra supertestimone dello scandalo Mose. Mentre Baita vince lo stress con la Porsche e il lavoro, Claudia Minutillo si distrae con una vacanzina. Tre settimane a Pantelleria, a partire dalla prossima settimana e fino alla fine del mese di agosto in un dammuso, una tipica costruzione dell’isola. Le solite malelingue, però ben informate, dicono che non ha affittato la casa cercandola in internet e che si tratta della stessa che affittò un paio di anni fa. Se è così si tratta di uno dei dammusi più belli di Pantelleria, secondo solo a quello di proprietà di Giorgio Armani. Vero o no che sia, di sicuro non ha speso poco visto che comunque da quelle parti per una dimora con quelle caratteristiche non si spende pochissimo. Circa 10mila euro a settimana, per capirci, euro più euro meno. Ma anche Claudia Minutillo, mentre si prepara per la partenza, non ha disdegnato un salto al ristorante dei vecchi tempi, quello diventato famoso perchè in una intercettazione si sente che lei chiama Renato Chisso e gli dice «stai sempre da Ugo a mangiare, dai muovi il culo e vieni qui». Ebbene, si è presentata proprio da Ugo, a Campalto e bisogna immaginarsi lo stupore del proprietario del ristorante che considera Chisso come un fratello. Ma, si sa, la faccia tosta fa parte del personaggio. Lo racconta meglio di tutti Laura Lazzarin, capo segreteria di Galan. E’ lei che parla del cappottino di Hermès della Minutillo che Galan utilizzò nella sua prima conferenza stampa come una clava contro l’ex segretaria. «L’ho notato perchè mi piaceva ed era molto particolare. Passeggiando per il centro di Padova ho potuto vedere il cappotto in vetrina e il costo era di 18mila euro». E che dire dei regali che la Minutillo riceveva in ufficio? «In occasione di un Natale mi ha accusata di aver fatto sparire degli orecchini antichi di grande valore», dice ancora Lazzarin. Ebbene, tutto quello che emerge su Baita e Minutillo – ma anche su Mazzacurati – fa ormai parte integrante praticamente di tutte le memorie difensive degli altri imputati dello scandalo Mose perchè, battere sul tasto della ricchezza ostentata da Minutillo, Mazzacurati e Baita probabilmente serve a insinuare il dubbio che parte dei quattrini delle tangenti possa essere rimasta attaccata alle dita dei tre grandi accusatori.

Maurizio Dianese

 

CONTRO-INCHIESTA DIFENSIVA «I soldi di Mazzacurati? Nel calderone di famiglia»

Dai verbali spuntano false consulenze per “spese private”, aiuti al figlio regista e prestiti alla figlia

Quando l’avvocato si trasforma in accusatore. Lo hanno fatto, nella memoria per il Tribunale del Riesame, Antonio Franchini e Niccolò Ghedini, che assistono Giancarlo Galan. Non sono andati solo all’attacco dell’ex segretaria Claudia Minutillo, ma hanno piazzato una serie di cariche esplosive anche sotto la credibilità di Giovanni Mazzacurati, l padre-padrone del Consorzio Venezia Nuova.
Il grande dispensatore di soldi, raccolti con false fatturazioni, era lui. Ma finiva tutto a politici, boiardi di Stato, controllori che non controllavano il Mose? I difensori hano trovato nelle centomila pagine di verbali e intercettazioni le tracce di un uso personale di quel denaro. E spiegano che ce n’è abbastanza per ritenere che Mazzacurati ne abbia speso parecchio per spese di famiglia, bisogni dei figli, per una casa in piazza di Spagna a Roma. Per questo non sarebbe credibile.
«L’ing. Mazzacurati dichiara che l’odierno indagato (Galan, ndr) percepiva dal Consorzio una somma pari, all’incirca, a un milione di euro. In verità riferisce di moltissimi altri soggetti “sovvenzionati” dal Consorzio, ma tace circa le proprie illecite appropriazioni». Così scrivono Franchini e Ghedini, citando altri imputati.
Pio Savioli, nel direttivo del Consorzio e collaboratore del Coveco, interrogato dal Pm Paola Tonini, disse: «Questa non è una novità, Dottoressa. A questo punto possiamo incominciare a dire: io ho la convinzione, purtroppo non precisa, ma credo di andarci abbastanza vicino, che molti soldi di queste provviste restavano a Venezia Nuova, ergo all’ing. Mazzacurati». E aveva specificato: «Credo che alcune provviste che ho portato, per esempio alla figlia di Mazzacurati una volta, siano finite nel calderone della famiglia…». Ancora Savioli, riferendosi a Fulvio Boscolo che consegnava il “nero” al Consorzio: «Non so neanche se lui li dava a Neri oppure direttamente a Mazzacurati, per usi civili di Mazzacurati, tanto per parlarci chiaro».
E c’è un altro Boscolo – Stefano “Bacheto” – che rivela: «Savioli mi diceva che Mazzacurati era una persona che aveva spesso bisogno di soldi perchè aveva una famiglia numerosa, una famiglia costosa, che aveva il figlio che era regista e che lo aiutava e che quindi aveva bisogno di denaro continuamente». Aggiunta per cinefili: «Una volta come battuta mi ha detto: “Beh servono per pagare il Toro” il famoso film di Abatantuomo… il regista era il figlio di Mazzacurati». Qualche prova concreta? «Sì, parliamo della fattura di Mazzacurati di 300 mila euro. Un giorno mio padre mi disse: “È venuto Savioli e ha detto che Mazzacurati ha bisogno di soldi. Trova un cantiere della Cooperativa San Martino che non sia riferibile al Mose… E così Mazzacurati fece la fattura di 300 mila euro». Soldi per tangenti? «Non lo so. Credo che questi erano personali, perchè se erano della sua società…».
Dalle intercettazioni emergono due fatti ulteriori. Il primo è l’acquisto di una casa a Roma, in Piazza di Spagna. Mazzacurati dice alla moglie: «Anche se in questo momento non abbiamo tutti i soldi abbastanza, bisogna fare un po’ uno sforzo di fantasia no? … io penso però che mescolando dentro il Consorzio in una certa forma penso che mi riesca…». La difesa Galan individua un possibile canale di questo finanziamento per uso personale: fatture per consulenze inesistenti. «Le somme passerebbero poi nella disponibilità del Mazzacurati».
Affondo finale, una telefonata dell’ottobre 2010 con la figlia Elena. «Dal tenore della conversazione si evince come la figlia spinga il Mazzacurati a chiedere, probabilmente, un anticipo di 400.000 euro al Consorzio Venezia Nuova per far fronte a diverse spese. Tale anticipo sarebbe auspicabile “… perchè sennò poveretto ti tocca metterti lì a pensare cose… papà sennò è un po’ un problema”».

Giuseppe Pietrobelli

 

I VERBALI di baita

«I project? Vollero entrare anche loro»

Come Galan e Chisso divennero soci della Mantovani

«L’assessore aveva bisogno di liquidare le quote e chiese, mi pare, 2,5 milioni. Così facemmo fare una valutazione»

VENEZIA Piovono soldi ma li ha presi sempre un altro, al massimo li ha intascati la segretaria, perché loro dormivano. Desolante il comportamento degli arrestati del Mose, soprattutto se amministratori pubblici: tutti negano di essere gli autori, ma nessuno nega il furto. Dei soldi delle tasse, precisiamo. C’è chi prova a raccontare balle e chi ci ha già provato, come Piergiorgio Baita, che al 72° giorno di carcere è stato stoppato dal pm con un deciso «Ma non diciamo cretinate, ingegnere!». Era il 10 maggio 2013 e quell’interrogatorio segnò il punto di frattura tra l’avvocato Piero Longo che assisteva Baita suggerendogli la linea e il pm Stefano Ancilotto. L’ingegnere cambiò difensore e le sue risposte cominciarono ad andare d’accordo con la montagna di prove e riscontri messi insieme dalla procura di Venezia. A proposito di Galan, ecco come Baita parla delle compartecipazioni che l’ex presidente del Veneto ma anche l’assessore Renato Chisso avevano negli utili del gruppo Mantovani. Domande e risposte sono sintetizzate dagli interrogatori del 28 maggio e 6 giugno 2013.
D. Ricorda quando Galan e Chisso le chiedono di partecipare ad Adria Infrastrutture?
R. Nel 2005, qualche mese dopo l’incontro nel ristorante di Galzignano, quando mi è stato detto “scordati gli appalti e concentrati sulle concessioni”, io ho studiato il piano regionale trasporti e sono andato da loro con un piano per le concessioni. Gli è talmente piaciuto che hanno detto “entriamo anche noi”.
D. Per lavori che esulano dal Consorzio Venezia Nuova?
R. Sì.
D. Cito nomi sui quali vogliamo dei chiarimenti: la strada Cavallino-Jesolo…
R. Cavallino-Jesolo sì, ma non sono lavori, sono proposte di investimento.
D. Prima c’era stato il Passante di Mestre…
R. Il Passante non è di Mantovani, lo vincono Impregilo, Fincosit e CCC. Noi entriamo dopo.
D. Va bene, in relazione a questi lavori che esulano dal Consorzio, la Mantovani ha dovuto pagare somme di denaro e a chi?
R. Alcune imprese di riferimento del presidente Galan ci hanno fatto una guerra spietata, così noi ci siamo mossi con proposte di investimento su finanziamenti nostri.
D. I cosiddetti project?
R. Sì. Ma per i project Galan e Chisso non hanno mai avuto da noi denaro. Abbiamo riconosciuto loro alcune utilità. La più grossa per l’assessore Chisso è la valutazione della quota in Adria Infrastrutture di una società che si chiama Investimenti srl, formalmente intestata a Claudia Minutillo, sostanzialmente riconducibile a lui. L’assessore Chisso ha molto insistito, usoun eufemismo, perché liquidassimo la quota non al valore di bilancio ma a quello avrebbe avuto se i project fossero andati avanti.
D. Quindi con valore assai superiore.
R. Credo un paio di milioni. Discorso diverso invece per Galan, che aveva chiesto di partecipare attraverso una società che si chiama Pvp.
D. Ricorda a chi è intestata questa Pvp?
R. Credo a Paolo Venuti.
D. Sa in che rapporti è Paolo Venuti con Galan?
R. Molto stretti, non ho dubbi. È stato Galan a dirci di parlare con Venuti per la questione. Sui project abbiamo avuto richieste molto pressanti, sia di Galan che di Chisso, per imbarcare altre imprese.
D. Quali?
R. Per la Strada del Mare l’impresa Carron e per la sinistra il Coveco… Facevano partecipare imprese di riferimento con le quali avevano dei debiti. La Carron per esempio aveva fatto la casa alla Minutillo.
D. La Carron e poi?
R. Gran parte delle richieste riguardavano la Sacaim e venivano da Galan. La Carron da Chisso: basta andare a Veneto Strade, credo che abbia il monopolio. Poi la Gemmo, con la quale abbiamo avuti frizioni importanti sulla sanità.
D. Chi avanza la richiesta di liquidazione per la quota di Adria Infrastrutture?
R. Per prima la Minutillo. Poi quando io sembro non darle troppa retta, la Minutillo fa intervenire Chisso in maniera pesante.
D. Che parla…?
R. Che parla con me.
D. E le chiede cosa?
R. Mi dice che lui ha bisogno di quella liquidazione della quota e chiede, mi pare, 2 milioni e mezzo. Noi facciamo prima una valutazione dell’avviamento dal nostro consulente Cortellazzo Soatto, dicendogli che volevamo arrivare ad un certo valore per ottenere finanziamenti bancari.
D. In altre parole gli avete chiesto di sopravvalutare?
R. No, volevamo vedere sulla base dello studio quanto pagabili erano i 2 milioni e mezzo.
D. E lo studio che risultato dava?
R. Con il massimo dell’ottimismo, la quota si poteva valutare 1 milione e 8, ma dando per attuati tutti i project. Io opero nell’industria, per me il valore delle società resta il patrimonio netto.
D. Quindi quanto poteva valere?
R. Poteva valere 100 mila euro.
D. Dopo di che calano le richieste di denaro dell’assessore Chisso?
R. Beh, calano… avevamo pagato due milioni.

Renzo Mazzaro

 

La terza vita di Baita

Da grande accusatore a nuovo manager

Dal centinaio di incarichi a uno di studio di consulenza a Mestre

Il rebus della Consta, l’azienda su cui starebbe ora puntando

Il manager ha lasciato 88 cariche societarie

L’arcipelago dalla Sicilia alla Liguria

l’altolà di debellini

Per la cessione del portafoglio ordini abbiamo sempre parlato con Romeo Chiarotto che si è accollato anche le maestranze

MESTRE – La nuova vita di Piergiorgio Baita? Chi lo segnala protagonista di un grande attivismo segnala l’apertura di uno studio di consulenza nel centro di Mestre, chi ne garantisce l’assoluta estraneità al settore delle costruzioni, chi lo descrive come semplice coltivatore di pomodori nella sua villetta di Mogliano Veneto. Quel che appare certo è, invece, che l’ex presidente della Mantovani nulla c’entra con la nuova gestione di Consta, la società consortile della Compagnia delle opere il cui curatore ha recentemente ceduto in affitto di ramo d’azienda alla Palomar di Mestre, controllata dal Gruppo Mantovani. «So che gira che questa voce, che molti la rilanciano – spiega Graziano Debellini, a lungo presidente della Consta – : ma a questo punto è bene mettere un punto fermo. Non mi risulta che ne stia occupando Baita. Anzi, a me ha detto personalmente di aver chiuso. Per quanto riguarda Consta abbiamo sempre trattato con Romeo Chiarotto, che ha accettato di accollarsi anche un centinaio di dipendenti e solo questo basterebbe a fargli fa onore». A mostrarsi scandalizzato del repentino attivismo del «nuovo Piergiorgio Baita» era stato, tra i primi, proprio Giancarlo Galan, che non hai mai nascosto la sua irritazione. Baita, l’ingegnere veneziano che compirà 65 anni il prossimo 18 agosto, sembra l’uomo che visse due volte: cresciuto nell’impresa Furlanis e caduto una prima volta nella tangentopoli della Prima Repubblica, dopo qualche settimana di carcere aiutò i magistrati veneziani con disarmante semplicità l’architettura del patto tra i ministri Carlo Bernini e Gianni De Michelis. Ai socialisti spettava la laguna, ai democristiani la terraferma. Vent’anni dopo, conquistata la presidenza della Mantovani e diventato il nuovo padrone delle costruzioni, Piergiorgio Baita è crollato dopo tre mesi e mezzo di carcere a Belluno: e ha raccontato il sistema Galan che aveva sostituito il patto Dc-Psi degli Anni Novanta. Da allora è il Grande Accusatore dell’inchiesta veneziana. Dalla Iniziativa spa della Prima Repubblica al Consorzio Venezia Nuova nella seconda. Dell’arcipelago delle società dove Piergiorgio Baita stava nel consiglio di amministrazione si può ora farne solo l’elenco, come nei titoli di coda di un film. Solo in due società non si è ancora cancellato: nella Giubileo Messidoro di Argenta (Ferrara) e nella siciliana Mazara srl. Gli incarichi di Baita, in tutto, erano ben 88: dal Veneto alla Lombardia, dalla Liguria alla Sicilia. Difficile pensare che uno capace di un ritmo di questo genere si accontenti del divano di casa. Dal Consorzio Venezia Nuova a Veneto City, dalla Pedemontana Veneta alla Romea Commerciale, dalla Orte- Mestre al Passante. E poi una montagna di consigli di amministrazione: Dolomiti Rocce di Ponte nelle Alpi, Galermo di Catania, Ilia Orte- Mestre di Genova, Tsi 1 e Nuova Domina a Sesto San Giovanni, La Quado a Milano. In via Belgio 26, sede della Mantovani, erano domiciliate tra le altre Venezia Lavori, Consorzio Lepanto, Consorzio Litorali Venezia, Giubileo Mandria, Passo Campalto, Acqua dei corsari, Sapri, Laguna sud, Polesina, Parco San Giuliano, Canale industriale, Ca’ Nordio, Nuovo casello di Padova est, Manco, Talea, Fama, Mose Treporti, Talea 2, Serenissima, Libeccio, Consortile per l’Expo 2015. A Venezia la Società delle autostrade Serenissima, il Consorzio Costruttori Veneti, il Consorzio Venezia Nuova, la Palomar srl, la Arsenale Venezia spa, il Consorzio Fagos, l’impresa Mantovani, la Thetis spa, la Morfologia Venezia Move, il Consorzio Lepanto, la Laguna dragaggi, il Consorzio Litorali Venezia, la Alles lavori lagunari, la Nuova Fenice, la Venezia sanitaria finanzia di progetto, la Nuova Romea, la La Mose Treporti, il Gra, Consorzio Venice Link, Sifa, Adria Infrastrutture, Costruzioni Arsenale, Tressetre, New.Co Umberto I, Consorzio Vdm, Alfa, Consorzio Nogma, Arsenale Nuovo società consortile, Costruzioni Mose Arsenale, Intecno, Venice Ro. Port, Consorzio Nogara mare, Arsenale nuovo, Venice Ro-Port, Consorzio Si Tre, la Strada del Mare. Ad Arcugnano la Summano sanità consorzio ed spa. A Verona la Confederazione Autostrade. A Ravenna la Laguna dragaggi spa, a Roma la Ripascimenti Venezia. Le società editoriali Il Verona e Il Treviso. In Sicilia la San Vito di Santa Ninfa.

Daniele Ferrazza

 

LA CESSIONE DEL RAMO D’AZIENDA CONSTA

La ricostruzione dell’Aquila alla Palomar

PADOVA. Un portafoglio di quasi cento milioni di euro. Gran parte dei quali per la ricostruzione de L’Aquila dopo il terremoto del 2009. La Consta, dopo la sfortunata avventura in Etiopia che l’ha condotta al concordato preventivo, si è salvata soprattutto grazie alle commesse che aveva accumulato nel tempo. Lo scorso aprile il tribunale di Padova ha dato il via all’affitto del ramo d’azienda da parte della Palomar controllata dalla Serenissima Holding,controllata dalla famiglia di Romeo Chiarotto. E adesso è direttamente Francesco Benetello, amministratore di Palomar, ad occuparsi del rilanci

 

Il codice anticorruzione per i sindaci

Il prefetto di Venezia: «I Comuni dovranno compilare un questionario su tutti gli appalti entro ottobre»

VENEZIA «A Venezia abbiamo voluto partire invitando i sindaci dei Comuni per dare un segnale dopo quanto accaduto con la nuova tangentopoli legata alle opere per la realizzazione del Mose. Abbiamo voluto spiegare ai rappresentanti del territorio che ora le cose sono cambiante anche sul fronte corruzione e appalti. Abbiamo uno strumento, l’accordo che ci permette di compiere le verifiche e di intervenire come già avviene per prevenire e combattere le eventuali infiltrazioni mafiose sui lavori pubblici». Domenico Cuttaia, Prefetto di Venezia, spiega così l’incontro di ieri a Ca’ Corner, al quale aveva invitato tutti i sindaci veneziani. Incontro per presentare agli amministratori della provincia le “Linee Guida”, elaborate al fine di avviare un circuito collaborativo tra Autorità Nazionale Anticorruzione, Prefetture ed Enti Locali, per la prevenzione dei fenomeni di corruzione negli appalti pubblici e l’attuazione della trasparenza amministrativa. I sindaci ora dovranno compilare un questionario che le Prefetture invieranno loro e relativo a tutti gli appalti in cui sono direttamente stazione appaltante e che riguardano qualche loro controllata. I questionari dovranno essere inviati alle Prefetture entro il 1 ottobre. Successivamente i singoli uffici locali del Governo elaboreranno i dati e invieranno il tutto all’Autorità Nazionale Anticorruzione, presieduta da Raffaele Cantone. In questo modo sarà realizzata una banca dati su appalti e ditte partecipanti. Lo scopo è quello di consentire ai singoli Prefetti di poter intervenire per capire chi ha vinto le gare e se questo è avvenuto regolarmente. E i Prefetti potranno intervenire per bloccare l’iter di assegnazione dei lavori, fino a sostituirsi alla stessa stazione appaltante, nel caso si registrassero delle anomalie. Sempre le anomalie possono consentire alle Prefetture di compiere verifiche e inviare quanto trovato di sospetto alla magistratura per un’eventuale indagine. Fino ad ora questo non era possibile. E poteva capitare che un’impresa, il cui titolare era stato denunciato o addirittura condannato per corruzione in un’altra città, tranquillamente partecipava e si aggiudicava appalti in Veneto,oviceversa. Ora i Prefetti potranno intervenire e bloccare tutto a salvaguardia degli onesti.

Carlo Mion

 

LA BASSANESE INGEGNERE CAPO PROGETTISTA

VENEZIA – Torna libera l’ingegnere Maria Brotto, responsabile della progettazione del Mose, vicentina di Bassano del Grappa, assistita dal professor Loris Tosi e dall’avvocato Antonio Franchini. Non ha ammesso responsabilità rispetto all’accusa di corruzione, che continua a negare, eppure ha preferito chiedere il patteggiamento. Anche perché nell’accordo con la Procura di Venezia, le viene riconosciuta l’attenuante della minima partecipazione al fatto. L’accordo ha fissato una pena di 2 anni, con la concessione della sospensione condizionale. Maria Brotto, che ha sempre sostenuto di essersi occupata delle questioni tecniche del Mose e del Consorzio Venezia Nuova, era agli arresti domiciliari. Ieri la revoca del provvedimento.

 

LO SPECIALE – Da vecchi amici a grandi accusatori, in tre incastrano Galan e Chisso

TESTI a cura di: Gianluca Amadori, Monica Andolfatto, Maurizio Dianese

L’ASSESSORE «Si è messo a disposizione degli interessi dei privati»

Sono tre i principali accusatori dell’ex governatore del Veneto e dell’assessore. Così Mazzacurati, Baita e Minutillo hanno coinvolto gli amministratori

«L’assessore Chisso si era messo a completa disposizione degli interessi dei privati… Tenuto conto della gravità dei fatti, dell’intensità del dolo, della pluralità delle singole dazioni succedutesi negli anni, la misura della custodia in carcere è di conseguenza l’unica in grado di impedire efficacemente la reiterazione di episodi simili». Lo scrive il Riesame il 28 giugno, confermando per lui il carcere alla luce di un quadro indiziario «solido ed esauriente». Il Tribunale scrive che è «assai improbabile che un assessore regionale tenga i soldi frutto di corruzione in un conto corrente a nome proprio o a quello dei suoi familiari, presso una banca sita nel territorio della Repubblica».

IL RIESAME «Sistematico mercimonio della pubblica funzione»

Galan è un soggetto «dedito al sistematico e continuo mercimonio della pubblica funzione come esercitata e sfruttata allo scopo di ottenere benefici economici della più varia tipologia», e la sua personalità «si palesa come allarmante e caratterizzata da una particolare, pregnante e radicata negatività…»
Il Riesame non è morbido con l’ex governatore del Veneto nell’ordinanza con cui conferma per lui il carcere, ritenendo che vi siano gravi indizi di colpevolezza a suo carico in relazione a «fatti gravissimi, reiterati e perduranti nel tempo…» e che sussistano esigenze cautelari di «eccezionale gravità…. preso atto della vasta ragnatela di interessi, complicità e colpevoli connivenze che hanno accompagnato Galan nell’intera vicenda».
I giudici ritengono però prescritti gli episodi precedenti al 22 luglio 2008, data di esecuzione dell’ordinanza di custodia cautelare: dunque i finanziamenti elettorali consegnati da Baita, i 200mila euro che sarebbero stati versati all’hotel Santa Chiara di Venezia, una parte dei finanziamenti per la ristrutturazione della villa di Cinto Euganeo, i 50mila euro versati nel 2005 presso un conto corrente di San Marino.
La Procura contesta l’interpretazione del Tribunale, sostenendo che, trattandosi di un’unico progetto corruttivo, la prescrizione non va calcolata partendo dalla data di ogni singolo versamento della “mazzetta”, ma dall’ultimo pagamento. Ovvero dal 2010. Nessun episodio, dunque, sarebbe ancora prescritto.

 

I vecchi amici che hanno incastrato Galan e Chisso

Sono tre i principali accusatori di Giancarlo Galan e Renato Chisso: si tratta dell’ex presidente del Consorzio Venezia Nuova, Giovanni Mazzacurati, dell’ex presidente dell’impresa di costruzioni Mantovani, Piergiorgio Baita, e dell’ex segretaria dell’allora Governatore del Veneto, Claudia Minutillo, poi diventata amministratrice di Adria Infrastrutture, società del gruppo Mantovani. Le loro confessioni, arrivate tra marzo e luglio del 2013, hanno fornito alla Procura i riscontri – ritenuti attendibili – ad una lunga attività di indagine svolta dalla Guardia di Finanza attraverso pedinamenti, servizi di osservazione e numerose intercettazioni ambientali e telefoniche. In relazione all’assessore Chisso sono molti i colloqui registrati dalle Fiamme Gialle: parlando tra di loro, ad esempio, Mazzacurati e Baita definiscono Chisso come «il nostro»: circostanza che, secondo il gip Scaramuzza è segno di «assoluta colleganza di interessi» tra di loro. Galan ovviamente non è stato intercettato, in quanto parlamentare. Ma lo sono state alcune persone a lui vicine, tra cui il commercialista e prestanome Paolo Venuti.
Baita ha quantificato in «12 milioni di euro» l’ammontare delle tangenti pagate complessivamente da Mantovani e Adria infrastrutture (non tutte destinate a Galan e Chisso), di cui la metà messe a disposizione attraverso il meccanismo delle false fatturazioni. Nell’interrogatorio del 28 maggio 2013 l’ex presidente della società di costruzioni riferisce ai magistrati che fu Mazzacurati a dirgli di aver ricevuto una richiesta da parte di Chisso, a nome di Galan: 900mila euro per la Valutazione di impatto ambientale relativa al progetto per le dighe in sasso del Mose, e altri 900mila per il via libera al progetto definitivo da approvare in commissione di Salvaguardia. Baita spiega di aver messo a disposizione metà della somma, di cui 600mila consegnati tramite un collaboratore di Mazzacurati, Luciano Neri e 300mila attraverso la Minutillo. Baita precisa che non si pagava il partito, ma la singola persona: «Per quanto riguarda Chisso – ha messo a verbale – fino al 2005 ha sempre provveduto la dottoressa Minutillo direttamente; dal 2005 al 2010 ha provveduto pure la dottoressa Minutillo; dal 2010, quando noi abbiamo interrotto i rapporti con Bmc (la società di San Marino di Colombelli che fabbricava false fatture per la Mantovani, ndr), ho provveduto io».
Claudia Minutillo, nell’interrogatorio del 19 marzo 2013 dichiara che «con il denaro delle false fatturazioni ho pagato, direttamente o indirettamente, politici e funzionari della Regione Veneto affinché i progetti della Mantovani non avessero intoppi nel loro percorso e nelle fasi di approvazione ed esecuzione».
E ancora: «A Giancarlo Galan venivano consegnate, anche più volte all’anno, somme ingenti di denaro… anche all’assessore Chisso il Baita era solito corrispondere più volte all’anno somme ingenti di denaro… le somme venivano portate da Federico Sutto, Casarin Enzo e a volte da Mazzacurati in persona… I pagamenti a Chisso rientravano in una continuativa e ordinaria corresponsione…».
Nel precedente interrogatorio, quello del 4 marzo, l’ex segretaria del Presidente della Regione aveva raccontato che «Baita a volte si lamentava di quanto veniva a costare Galan…»
Successivamente, il 9 aprile aggiunge altri particolari: «Ricordo che Renato Chisso in più occasioni ebbe a lamentarsi del fatto che Mazzacurati gli corrispondeva somme di denaro solo alle feste comandate. Lo diceva ridendo, ma era chiaro che voleva essere remunerato più frequentemente…».
A chiudere il cerchio sono le dichiarazioni di Mazzacurati. Nell’interrogatorio del 31 luglio 2013 l’ex presidente del Cvn parla di consegne di denaro a Chisso, avvenute anche in Regione. Mazzacurati racconta di un pagamento durante un pranzo all’hotel Monaco, a Venezia. E riferisce che in alcune occasioni a consegnare il denaro sarebbe stato il suo collaboratore, Federico Sutto.
Quanto a Galan, Mazzacurati precisa di non avergli fatto consegne direttamente: «Le ho fatte a Chisso, non a Galan… avevamo bisogno un po’ della Regione… c’è un Comitato tecnico che approva i progetti; per noi questo flusso era una cosa abbastanza importante, essenziale, che fosse veloce, che fosse… Ecco nell’ambito di questo ragionamento abbiamo cercato di fluidificare questo settore…».
L’ex presidente del Cvn racconta ai magistrati di come andò l’approvazione della Valutazione ambientale per le scogliere del Mose: «Galan era fuori, rientrò e la cosa ebbe un effetto chiamiamolo positivo, nel senso che lui intervenne e riuscì a far approvare quelle scogliere…».
Per quanto riguarda i pagamenti, Mazzacurati spiega che parte delle somme erano decise assieme a Baita. «Un milione l’anno… per dare al Governatore oppure per dare a chi voleva il Governatore, nel senso che… per esempio poteva entrarci anche Chisso nella cosa…».
Alle dichiarazioni dei principali accusatori si aggiungono quelle rese dal vicepresidente del Consorzio Venezia Nuova, Roberto Pravatà, che ascoltato dai pm il 22 luglio 2013 riferisce di aver appreso da Federico Sutto che alcune delle somme «erano destinate all’assessore Renato Chisso e al governatore Giancarlo Galan, anche in parte per le campagne elettorali…».
Per finire, la conferma del ruolo di Sutto quale “postino” delle mazzette, arriva dal responsabile amministrativo della Mantovani, Niccolò Buson, il quale, il 4 aprile 2013, ha ammesso di avergli consegnato somme di denaro.
Agli atti c’è anche un episodio “registrato” in diretta dagli inquirenti: la consegna di 150mila euro che l’allora assessore regionale Chisso avrebbe ricevuto proprio dalle mani di Sutto. In quel periodo la Guardia di Finanza era al lavoro da tempo con pedinamenti, servizi di osservazione, intercettazioni ambientali e telefoniche. Ed è grazie a questa attività che le Fiamme gialle, seguono minuto per minuto, prima gli accordi e gli incontri tra Sutto e Buson, nonché quelli tra il consigliere del Cvn per conto del Co.Ve.Co, Pio Savioli e il responsabile della cooperativa San Martino, Stefano Boscolo Bacheto, impegnati a definire la consegna delle somme che le varie società aderenti al Consorzio si erano impegnate a versare per contribuire ad “oliare” i politici. Il 31 gennaio del 2013 viene stabilito un incontro per il successivo 6 febbraio, nel corso del quale Boscolo consegna 150mila euro a Savioli (lo ha confessato l’imprenditore dopo l’arresto). Lo stesso giorno Buson promette 10mila euro a Sutto, prima tranche di una somma dovuta da un’altra società. Il 7 febbraio Savioli incontra Sutto, gli consegna i 150mila euro e ne promette altri 100 per il successivo marzo. Mezz’ora dopo Sutto incontra Buson e, nel pomeriggio, telefona alla segretaria di Chisso che, dopo aver sentito l’assessore, gli dice di passare subito. «L’incontro avviene – scrivono i giudici del Tribunale del riesame, nell’ordinanza con cui confermano il carcere per Chisso – i soldi sono consegnati e lo conferma la telefonata del giorno dopo, quando Savioli, parlando con Rismondo, riferisce di aver consegnato “150” al partito della Brotto (l’ingegnere del Cvn che si occupa della progettazione del Mose, ndr), cioè al Pdl».
Chisso ha dichiarato che quell’incontro fu uno dei tanti tra persone che si frequentavano da tempo, negando che vi sia mai stata una consegna di denaro. Soltanto il processo potrà accertare come sono andate veramente le cose e se Galan e Chisso siano effettivamente dei corrotti.

7 – Continua (Le precedenti puntate sono state pubblicate il 10, 15, 17, 23, 24 e 30 agosto)

 

Enzo Casarin, fedele collaboratore con gravi precedenti

L’EX SEGRETARIA «Politici e funzionari pagati con il denaro delle false fatture»

Assieme a Chisso, in carcere il 4 giugno è finito anche il suo più stretto collaboratore, Enzo Casarin: secondo la procura, infatti, parte delle presunte “mazzette” destinate all’assessore «venivano veicolate attraverso il suo capo segreteria».
Il 28 giugno il Tribunale del Riesame conferma la misura cautelare nei suoi confronti, ritenendo che sussistano sia in gravi indizi di colpevolezza che il rischio di reiterazione del reato: «Malgrado questi gravissimi precedenti (è stato condannato per corruzione e concussione nell’ambito della Tangentopoli del Veneto) è stato scelto da Chisso quale capo della sua segreteria ed in tal modo ha potuto così continuare a trafficare con le tangenti, così come aveva fatto all’inizio degli anni ’90», scrivono i giudici.

 

Baita, l’ex doge, gli appalti «Ci fecero fuori dalle gare»

Gli interrogatori dell’ex manager Mantovani: «Lia Sartori non ci considerava. Favori ai funzionari? Chisso ce lo proibì, i rapporti con loro voleva tenerli lui»

VENEZIA – Nell’inchiesta Mose si parla anche di ospedali e di sanità del Veneto. È interessante vedere come funzionano le cose dall’interno di questo settore: le protezioni politiche per le imprese, il comportamento dei dirigenti regionali. Uno spaccato ce lo offre l’interrogatorio reso da Piergiorgio Baita il 6 giugno 2013 ai pm Stefano Ancilotto e Stefano Buccini. Ovviamente dal punto di vista della Mantovani, di cui l’ingegnere era indiscusso manager. Sono presenti gli avvocati Enrico Ambrosetti e Alessandro Rampinelli.
D. Finora non abbiamo mai toccato il settore ospedali e sanità…
R. Nel 2005,appena rieletto, il presidente Galan mi invita a pranzo in un ristorante di Galzignano, presente l’assessore Chisso. Mi dice che vista la quantità di lavori della Mantovani nel Consorzio Venezia Nuova, dovevo ritenermi escluso dagli appalti della Regione per tutta la legislatura. Io protesto, perché la partecipazione al Consorzio l’avevamo pagata, ma Galan mi fa vedere una nota che le imprese di riferimento gli avevano scritto sull’invadenza di Mantovani nel settore appalti, lamentele non più gestibili da lui e dalle due persone che lo assistevano nell’operatività, l’assessore Chisso per i trasporti e l’ambiente e l’on. Sartori per la sanità. Abbiamo avuto subito le prove che senza santi non si va in paradiso…
D. Sia più chiaro.
R. Ci fanno perdere un paio di gare in modo evidente, lo svincolo di San Giuliano, l’ospedale. Erano avvertimenti chiari. Noi seguiamo il consiglio e ci concentriamo sui project. Alcuni già avviati, come la Pedemontana e la Nogara Mare, altri proposti autonomamente da noi, come le autostrade del mare, la Jesolo-Cavallino, la Alvisopoli- Bibione. Oppure con proposte che facciamo in Ati con altre imprese: il sistema delle tangenziali con Pizzarotti, il prolungamento dell’A27 con Grandi Lavori Fincosit…
D. E nel settore sanità e ospedali?
R. Le leve operative dell’on.Sartori in sanità erano i direttori generali delle Usl, alla cui nomina aveva provveduto quasi in maniera autonoma, rompendo anche rapporti politici. I direttori delle Usl potevano essere etichettati come persone di sua fiducia. L’on. Sartori non ha mai considerato la Mantovani come soggetto di prima battuta in sanità, ritenendo che invadesse il campo riservato ad altri e in particolare alla Gemmo. Di conseguenza per entrare nelle operazioni sanitarie o si passa attraverso la Gemmo o non si entra. Questo lo posso certificare.
D. In che modo?
R. Quando ero con la Gemmo abbiamo avuto l’aggiudicazione degli ospedali di Mestre e di Thiene-Schio, quando non avevamo la Gemmo abbiamo perso project di cui eravamo proponenti unici, come il Centro protonico di Mestre, l’ospedale di Este-Monselice, l’ospedale di Verona, l’ospedale di Treviso, in cui siamo sempre arrivati secondi. Per l’ospedale di Mestre l’accordo proposto a tutti i soci era di affidare alla Gemmo la gestione in esclusiva per tutto il periodo di vita dei servizi informatici a condizioni talmente fuori mercato che lo stesso direttore Padoan era in imbarazzo con i suoi funzionari. Per Thiene-Schio i rapporti sono stati tenuti da Palladio Finanziaria del dottor Meneguzzo, cui abbiamo affidato l’incarico di closing finanziario con un fee importante sul finanziamento ricevuto da Unicredit.
D. Qual era allora il vantaggio per la Mantovani?
R. Di partecipare.
D. Per partecipare dovevate affidare i servizi informatici per sempre alla Gemmo?
R. Dico Gemmo perché era referente dell’on. Sartori , che era referente del settore sanità della Regione.
D. E nel caso di Thiene-Schio?
R. Abbiamo affidato a Palladio l’intermediazione finanziaria con Unicredit.
D. Ha mai dovuto elargire favori a funzionari inseriti nella catena di comando subordinata al presidente della Regione e all’assessore?
R. C’era un esplicito divieto a farlo dell’assessore Chisso. Diceva: «I rapporti con la struttura li tengo io».
D. È una cosa che Chisso vi dice espressamente: «Non dovete pagare i miei sottoposti, dovete pagare esclusivamente me»?
R. Lo dice espressamente a me e lo ripete tutti i giorni la Minutillo, che ha rapporti quotidiani con la struttura regionale.
D. Questo anche nella fase in cui Galan è presidente?
R. Nella fase in cui Galan è presidente non c’era bisogno di favori alla struttura. Questa ha solo bisogno di nomine, incarichi di cda, di fare carriera e la presenza di Galan era garanzia di copertura di carriera. Venuto meno Galan, la prospettiva di carriera sfumava e diventavano più interessanti altre prospettive, forse. D. Lei ha sempre rispettato il divieto di Chisso?
R. Sì, avremmo reso nullo il rapporto con lui se violavamo la regola.
D. Ma noi registriamo diverse conversazioni da cui risultano atti che dovevano essere fatti e invece restano fermi sulla scrivania e qualcuno vi fa presente che un certo favore chiesto non sarebbe ancora stato eseguito…
R. Diciamo che è pratica corrente cercare di avere un atteggiamento favorevole da parte delle strutture della P.A. Per esempio l’ingegner Vernizzi mi aveva sempre chiesto di dare incarichi all’avvocato Biagini…

Renzo Mazzaro

 

Imprenditori sotto torchio «Mai versato soldi a Galan»

La Gdf ha sentito le 10 persone che avrebbero contribuito alla campagna elettorale 2005

Pagnan smentisce seccato i rapporti con la Minutillo. Nel memoriale l’elenco delle proprietà

VENEZIA Gli uomini del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia hanno sentito alcuni dei dieci imprenditori che, secondo Giancarlo Galan, avrebbero contribuito chi con cifre considerevoli chi con somme più modeste, alla sua campagna elettorale per le Regionali del 2005. C’è chi si è presentato spontaneamente, chi è stato sentito come persona informata sui fatti: tutti comunque hanno decisamente negato, nessuno ha confermato la versione fornita dal parlamentare di Forza Italia rinchiuso nel carcere milanese di Opera. Gli interrogatori sono stati fatti su indicazione dei pubblici ministeri Stefano Ancilotto e Paola Tonini in vista dell’udienza di domani davanti al Tribunale del riesame, che dovrà decidere sul ricorso presentato dai difensori di Galan, gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini. Intanto arriva l’ennesima smentita, quella del re padovano delle sementi Renato Pagnan, che secondo Galan aveva «a libro paga Claudia Minutillo, a favore del quale seguiva tutte le vicende societarie all’interno della Regione ». «Ho preso atto con estremo stupore delle dichiarazioni riportate sugli organi di stampa che sarebbero contenute nel memoriale consegnato da Giancarlo Galan», scrive Pagnan, «e smentisco categoricamente quelle sul mio conto: non ho mai corrisposto alcunchè in favore della signora Minutillo, né ho mai chiesto alla signora Minutillo di seguire alcunchè per conto mio». Comunque, Galan nel suo memoriale, in cui si scusa e addirittura si dice «sinceramente dispiaciuto e pronto a risarcire », ritrae ambienti e rapporti davvero distanti dalla legalità. Ad esempio spiega che le campagne elettorali del candidato presidente alla Regione sono estremamente costose e «a molte voci era necessario far fronte in contanti». «La predetta esigenza», sostiene, «veniva incontro alla volontà di molti contributori, che non volevano apparire come finanziatori di una determinata forza politica ». Sottolinea anche di aver avuto le prove che Claudia Minutillo si fosse appropriata di almeno 500 mila euro: «Incontrai il veneziano Andrea Mevorach a Rovigno e rappresentai il mio dispiacere per non aver ricevuto contributi da lui. Mi mostrò i numeri di serie delle banconote consegnate alla Minutillo ». Oltre a negare di aver ricevuto soldi da Piergiorgio Baita lo descrive come «estremamente preparato,macinico, ambizioso e fornito di una sconfinata considerazione di se stesso». Di Giovanni Mazzacurati scrive che «mi chiese poche cose, non vi era necessità di convincermi della bontà del Mose, perché ci aveva già pensato Luigi Zanda, oggi capogruppo del Pd al Senato». Infine, cerca di smentire la Guardia di finanza e fa l’elenco delle sue proprietà, che sono davvero tante e di valore: possiede due barche, una di 7,40 metri e l’altra di 8,40 del valore la prima di 30 mila euro, la seconda di 100 mila. La sua villa a Cinto Euganeo vale meno di un milione e per restaurarla ha speso 700 mila euro, poi ha un appartamento a Rovigno del valore di 155 mila euro, uno a Lussino in comproprietà con l’imprenditore Luigi Rossi Luciani e il suo commercialista Paolo Venuti (ancora in carcere), una tenuta agricola in provincia di Ravenna, la Frassineta, e un bosco sui Colli Euganei del valore di 47 mila euro. Le auto: un’Audi Q7, una Land Rover e un Quadd, poi quelle d’epoca, una Land del 1980, una Pinzgawer del 1973 e una Mini Morris del 1976, regalo di nozze del suo avvocato Ghedini. Infine, almeno otto società e la partecipazione azionaria per 100 mila euro a Veneto Banca.

Giorgio Cecchetti

 

Mose, ultimi fondi arenati al Cipe

Pressing del Consorzio Venezia nuova sui 401 milioni promessi per le paratoie

VENEZIA – Due sole tappe per il completamento del Mose. Del valore complessivo di 627 milioni di euro. Ma adesso si attende il battito di ciglia del governo di Matteo Renzi, da cui è attesa una mossa: commissariamento o via libera definitivo alle condizioni attuali. Sul tavolo del Cipe c’è la penultima tranche di finanziamento che vale 401 milioni di euro: al Comitato interministeriale per la programmazione economica avrebbero dovuto parlarne ieri sera, ma il tema non è stato nemmeno sfiorato. Probabilmente sarà inserito nella prossima riunione del comitato istituto presso la presidenza del consiglio. Il governo, evidentemente, ha voluto prendere tempo. Troppo fresca è la bufera giudiziaria che ha squarciato il Consorzio Venezia Nuova. L’ultima tranche, invece, pari a 226 milioni di euro, riguarda le opere di mitigazione ambientale della laguna e il completamento degli spazi dell’Arsenale, ma i lavori saranno quasi certamente messi a gara e quindi non è detto che saranno aggiudicati al Consorzio. Mauro Fabris, dal luglio dell’anno scorso presidente del Consorzio Venezia Nuova, è da molti giorni a Roma cercando di capire le intenzioni del governo: sul Consorzio pende la spada del commissariamento. Mala preoccupazione maggiore è legata soprattutto al completamento del sistema della paratoie mobili: ne sono state posate diciassette su 78. Alla Fincantieri di Palermo ne sono state commissionate altre 22 per la bocca del Lido San Nicolò, per un importo lavori di 26,5 milioni di euro. Ne mancano 47: 21 per la bocca di Malamocco, 20 per quella di Chioggia. Davanti al Cipe la decisione, naturalmente, è tecnica: ma i burocrati fanno fatica a non tener conto della bufera politica in corso e dell’atteggiamento «attendista» del governo Renzi. Complessivamente l’investimento dello Stato sul Mose ha finora raggiunto i cinque miliardi e 493 milioni di euro: i lavori sono giunti a una fase delicatissima perché sono stati realizzati al 98 per cento. Uno stop adesso sarebbe probabilmente foriero di mille guai, anche per le casse statali. Al Lido nord Treporti sono stati posati i nove cassoni previsti ed è in corso la posa della 17esima paratoia; al Lido sud San Nicolò sono stati installati i cassoni e le paratoie saranno fornite entro l’autunno da Fincantieri, a Malamocco sono in corso di installazione i cassoni (la fase si dovrebbe concludere entro il 15 ottobre), mentre a Chioggia la fase di alloggiamento dei cassoni si dovrebbe concludere entro la fine di agosto. Complessivamente il sistema Mose si regge sulla posa e installazione di 35 cassoni e 78 paratoie mobili. E un monitoraggio scientifico delle maree veneziane tenuto in osservazione 24 ore su 24 dalla sala di controllo aperta nella sede dell’Arsenale.

Daniele Ferrazza

 

Cantone prudente sul caso Venezia «Presto per parlare di commissariamento»

VENEZIA. Una dichiarazione che sembra allontanare, per ora, l’ipotesi commissariamento del Consorzio Venezia Nuova. «Al momento le modifiche al decreto legge sulla Pubblica amministrazione» in fase di conversione alla Camera «non sono ancora efficaci, quello che vale è il decreto approvato dal Consiglio dei ministri. Capiremo poi se le modifiche, una volta definitive, possono essere calate sul Mose». Così il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone (nella foto ) nel corso di una conferenza stampa rispetto ai possibili impatti della norma sull’inchiesta aperta in merito agli appalti del Mose. Cantone ha poi risposto ad una domanda sull’ipotesi di commissariamento dei lavori della piastra dell’Expo 2015 di Milano, affidati alla padovana Mantovani guidata da Carmine Damiano. «Non ritengo che ci siano le condizioni, ossia un livello di indizi tali, che giustifichi un intervento di commissariamento sulla cosiddetta piastra», cioè l’appalto più rilevante di Expo su cui è in corso un’indagine. Il presidente dell’Anticorruzione Raffaele Cantone era stato nei giorni scorsi a Venezia.

 

Sfmr, Net Engineering contro la Regione

«Non siamo stati al gioco dei “furbetti” del Veneto». Il lodo arbitrale: Palazzo Balbi paghi 30 milioni

PADOVA Ventiquattro anni di studi, progetti, approfondimenti. E un contenzioso, avviato nel 1996, che ha prodotto finora nove decisioni avverse alla Regione del Veneto, condannata a risarcire trenta milioni a uno dei più importanti studi di progettazione del Veneto, Net Engineering, che fa riferimento all’ingegner Giambattista Furlan. Tutto intorno al sogno di una mobilità rapida ed efficiente, il Sistema ferroviario metropolitano regionale che avrebbe dovuto rendere il Veneto un po’ più europeo. Con una mossa oltremodo inusuale, ieri mattina la società di progettazione ha convocato una conferenza stampa per denunciare lo stallo: «Una storia infinita che suscita un’infinità di domande» sibila Furlan,che tenta di accreditare la tesi di un atteggiamento vessatorio della Regione nei confronti dello studio ingegneristico, «colpevole» di non essere stato al gioco dei «furbetti» del Veneto. «Il sistema metropolitano di superficie è l’architrave dello sviluppo del Veneto – ha spiegato Furlan –, un’infrastruttura fondamentale, senza la quale è inutile che il Veneto si candidi a eventi internazionali. Per questo lo stallo non giova a nessuno». Poi la lunga storia del contenzioso, nato in seguito all’atteggiamento della Regione che prima affida a Net l’incarico di tutta la progettazione del sistema, poi lo mette a gara cercando di aprire alla concorrenza. Net si oppone facendo valere il suo diritto acquisito: su questo si incunea un contenzioso che, appunto, finora smentisce la Regione. «Sonore e ripetute sconfitte» aggiunge Furlan, che accusa di «strategia dilatoria per far morire Net». E aggiunge: «Ma quel che non capisco è per quale ragione il duo Zaia/Zorzato stia perseguendo il disegno omicida dei loro predecessori». Furlan punta l’indice sull’ex governatore Giancarlo Galan e sull’ex assessore regionale Chisso, in un tentativo di «smarcarsi» sin troppo evidente. Sarebbero stati loro ad infilare la Regione in un contenzioso senza via d’uscita. «Nostro è il progetto, nostri gli studi, nostro il diritto a continuare a lavorare: così hanno riconosciuto anche i magistrati e tre arbitrati. Poi la Regione si è messa nelle mani di Trenitalia varando l’orario cadenzato senza minimamente coinvolgerci ». Dal canto suo la Regione risponde: «Il contratto del 1998 con Net Engineering e le sei revisioni intervenute tra il 2000 e il 2009 hanno reso oltremodo e ingiustificatamente oneroso il contratto stesso. Ogni volta che la Regione compra un treno, essa è costretta a pagare alla società un obolo che assomiglia a una vera e propria royalty». La Regione ha impugnato il lodo arbitrale davanti alla Corte d’Appello di Venezia, facendo leva soprattutto sulla decisione presa a maggioranza dagli arbitri. Nel frattempo, sta definendo le modalità di adempimento: Giambattista Furlan per 30 milioni.

(d.f.)

 

Nuovo mandato d’arresto per […]

Fondi neri, competenza a Padova: ordinanza di custodia cautelare del gip. L’indagato latitante a Dubai

PADOVA – Nuovo mandato di cattura per spedire in carcere il commercialista […], dal 2012 cittadino maltese. È il “mr Matacena” dell’inchiesta Mose, sfuggito all’arresto all’alba del 4 giugno scorso e, da allora (quel giorno si trovava a Tallin in Estonia, secondo i suoi legali), latitante a Dubai. Sarebbe stato pronto a costituirsi nel caso in cui il tribunale del Riesame avesse accolto la sua richiesta di beneficiare degli arresti domiciliari in un’abitazione del Rodigino. Niente da fare. Il gip padovano Mariella Fino ha firmato la nuova ordinanza di custodia cautelare in carcere a carico di […], considerato l’”architetto” del complesso meccanismo di sovraffatturazioni che consentivano alla Mantovani guidata da Piergiorgio Baita di produrre fondi neri poi impiegati per distribuire tangenti a pioggia. Lo stralcio dell’inchiesta è nelle mani del pubblico ministero Giorgio Falcone, sempre della città del Santo. Un passo indietro: per quanto riguarda la posizione di […], il 16 luglio scorso i giudici del Riesame avevano annullato l’ordinanza “veneziana” firmata dal gip Alberto Scaramuzza per incompetenza territoriale, ordinando la trasmissione degli atti al giudice “competente” di Padova. Semplice il motivo: il reato contestato ad […] (commercialista della società Cmp&partners) di emissione di fatture per operazioni parzialmente inesistenti tra il 2006 e il 2010 (tramite, appunto, l’artificio della sovrafatturazione) si sarebbe consumato negli uffici della Mantovani situati a Padova in via Belgio 26. Tra marzo e fine maggio […] sarebbe stato in Italia quasi ininterrottamente, salvo volatilizzarsi nei giorni “caldi” alla vigilia del blitz. L’ordinanza padovana, dunque, ricalca quella firmata dal gip Scaramuzza, secondo il quale Baita e Buson (il “ragioniere” della Mantovani) avevano creato una serie di società estere su consiglio e indicazione di […] e di  [….], professionista svizzero co-amministratore di fatto e fiduciario (con il primo) della canadese Quarrytrade Limited. Quest’ultima, nessun dipendente, ha emesso a favore di Mantovani ben 1.253 fatture per un totale di 7 milioni e 990 mila euro. Acquistando sassi da annegamento dalla società Kamen con sede a Pazin in Croazia (a un prezzo maggiorato del 10-17% rispetto a quello che sarebbe stato pagato da Mantovani nella forma dell’acquisto diretto dallo stesso fornitore), l’impresa di Baita “produceva” il contante invisibile al fisco e a qualunque controllo. Un meccanismo rodato, già sperimentato con la San Martino Coop di Stefano Boscolo Bacheto e con la Coed.Mar e Nuova Coed.Mar di Gianfranco, detto Flavio, Boscolo Contadin, società che partecipavano ai lavori del Mose. Il sasso da annegamento è una roccia uniforme dolomite utilizzata per realizzare le dighe foranee alle bocche di Porto di Malamocco e di Treporti. Quei soldi “extracontabilità” erano trasferiti nei conti svizzeri a disposizione di Mazzacurati, il boss del Consorzio Venezia Nuova di cui Mantovani era capofila. Sempre il gip Fino ha confermato a carico di […] i sequestri preventivi dello yacht “iRrock”, in corso di costruzione nei cantieri navali Baglietto di La Spezia, una villa galleggiante con ufficio ipertecnologico, e del velivolo Cirrus Sr 22, iscritto nel registro aeronautico Usa, parcheggiato nell’Aero-club di Bresso (scalo frequentato dalla borghesia lombarda) con titoli contante beni per un valore di 4.412.492,39.

Cristina Genesin

 

mozione dei cappelletti (M5s) «Stop alla concessione al Cvn»

ROMA – Cancellare la concessione unica del Mose affidata al Consorzio Venezia Nuova e adottare misure di depenalizzazione delle imprese coinvolte. Enrico Cappelletti, senatore del M5S, ha depositato come primo firmatario, sullo scandalo. «L’inchiesta ha portato alla luce un sistema illecito molto più ampio di quello che avremmo mai potuto immaginare, fatto di corruzione, concussione, riciclaggio, conti all’estero, fondi neri, finanziamento illecito ai partiti, favoreggiamento personale, millantato credito » dice Cappelletti, «ma nessun senatore Pd ha firmato la mozione per fare verità».

 

Enti regionali, scure sulle partecipazioni

Via libera alla Banca della terra veneta: un anno di tempo per censire tutti gli appezzamenti incolti

VENEZIA – Un mese di tempo a disposizione per presentare al Consiglio e alla Giunta regionale l’elenco di tutte le partecipazioni societarie detenute, direttamente e indirettamente, dagli enti regionali e per indicare quali sia conveniente mantenere. Lo prevede l’articolo 3 della legge “Norme in materia di società partecipate da enti regionali” che è stata approvata ieri dall’assemblea di Palazzo Ferro Fini. Entro sessanta giorni la giunta Zaia deciderà l’autorizzazione delle partecipazioni ritenute necessarie: tutte le altre saranno «ritenute illegittime e dismesse senza indugio». La legge, che è stata illustrata dal consigliere Ncd Costantino Toniolo, stabilisce inoltre, ai fini del contenimento delle spese di funzionamento, che «entro il 30 ottobre di ogni anno gli amministratori delle società controllate da enti regionali effettuano una ricognizione dei costi del personale, delle consulenze e degli incarichi professionali, nonchè una proposta volta al contenimento delle spese di funzionamento ». Nella relazione che accompagna il testo della legge Toniolo specifica che il provvedimento riguardava, negli esercizi 2011-2012, un’ottantina di partecipazioni societarie direttamente detenute dagli enti strumentali “classici”: Arpav, Avepa, Veneto Agricoltura, Enti parco, Ater, Esu, Consorzi di bonifica. Per quanto riguarda le Usl e le Aziende ospedaliere, al 31 dicembre 2012 erano state conteggiate 14 partecipazioni in imprese controllate (valorizzate in oltre 63 milioni di euro). Nella seduta di ieri è stata approvata anche la proposta di legge regionale (illustrata dal consigliere forzista Davide Bendinelli) che contempla l’istituzione della Banca della terra veneta, ovvero un inventario completo e aggiornato dei terreni suscettibili di coltivazione e delle aziende agricole di proprietà pubblica e privata disponibili per operazioni di assegnazione. Ai Comuni toccherà il compito, entro un anno, di provvedere a un inventario dei terreni incolti. Particolarmente soddisfatti i giovani agricoltori di Coldiretti, che ieri hanno assistito ai lavori, sventolando i loro fazzoletti gialli e innalzando cartelli con la scritta “Grazie”. Secondo i dati dei neo-coltivatori di Coldiretti gli appezzamenti incolti si estendono su almeno15 mila ettari gestiti da 135 enti pubblici su un totale di una superficie pari a 811.440 ettari lavorata da circa 120mila aziende. Il Consiglio del Veneto ha infine votato il progetto di legge “Intervento a favore dei territori montani e conferimento di forme e condizioni particolari di autonomia amministrativa, regolamentare e finanziaria alla Provincia di Belluno».

 

 

RESA DEI CONTI – I verbali saranno usati domani per il riesame dell’ordinanza di arresto

VENEZIA – Tutti negano di aver pagato la campagna elettorale per le regionali 2005

Interrogati i finanziatori

Sentiti in Procura alcuni degli imprenditori che avrebbero versato soldi a Galan

VERIFICHE – Gli industriali citati nel memoriale choc non sono stati indagati

ARCHIUTTI «Sono allibito quando dice quelle cose sul mio conto per difendersi Giancarlo si sbaglia»

Non sono stati indagati per un finanziamento illecito, presunto, che risalirebbe alla campagna elettorale per le regionali del 2005. Eppure alcuni degli imprenditori indicati quali generosi sostenitori da Giancarlo Galan nel suo memoriale-chock sono già stati interrogati su ordine della Procura di Venezia. Non tutti coloro che compaiono nell’autodifesa dell’ex governatore, ma solo una parte. La Procura ha scelto una linea soft. Non li ha iscritti nel registro degli indagati per un reato vecchio di nove anni e già ampiamente prescritto. In quel caso, infatti, avrebbero dovuto presentarsi di fronte alla polizia giudiziaria assistiti da un difensore. La convocazione è stata invece formalizzata con la procedura delle “sommarie informazioni”.
Nessuno di loro ha confermato la versione di Galan, che sostiene di aver ricevuto circa 350 mila euro di finanziamenti in nero. Sono caduti dalle nuvole, si sono detti all’oscuro di qualsiasi sostegno elettorale, pur non negando le simpatie politiche per Galan. Sono state così confermate le smentite diffuse due giorni fa dopo le rivelazioni del memoriale e sono stati riempiti – in negativo – i silenzi di chi non era uscito allo scoperto.
Eppure il documento di Galan era dettagliato. Aveva indicato otto nomi. La somma più rilevante era riferita all’ex senatore trevigiano di Forza Italia, Giacomo Archiutti, detto “Carlo”, che ha sdegnosamente smentito: «Capisco che si difende, ma si sbaglia». Invece, Galan aveva spiegato che egli «riuniva i contributi di vari suoi amici». Una sorta di colletta, una specie di sistema-Galan per raccogliere i denari necessari a pagare un confronto elettorale costoso.
L’elenco continuava con i 50-100 mila euro dall’imprenditore vicentino Rinaldo Mezzalira, che non è stato interrogato, in quanto deceduto. I figli Alessandro e Gianmario hanno diffuso ieri un comunicato in cui si dicono “dispiaciuti in merito alle affermazioni del sig. Galan di contributi in nero da parte del padre che, essendo deceduto, si trova nell’impossibilità di fare alcuna smentita». E ricordano che i finanziamenti a favore di partiti effettuati dal padre «sono sempre stati a norma di legge».
L’elenco continua con i 50 mila euro attributi a Giovanni Zillo Monte Xilio, titolare di cementifici a Este e Monselice, i 10-20 mila euro di Mario Putin (titolare del colosso della ristorazione “Serenissima”), i 20 mila del trevigiano Mario Moretti Polegato (Geox, anche lui aveva smentito pubblicamente con un comunicato), i 5-10 mila euro di Ermanno Angonese direttore generale dell’Ulss di Vicenza, i 17 mila di Gianni Roncado (valigie e borse a Campodarsego), i 5-10 mila euro di Angelo Gentile.
I verbali verranno probabilmente depositati all’udienza del Riesame prevista per domani a Venezia. Gli avvocati Antonio Franchini e Niccolò Ghedini chiederanno l’annullamento dell’ordinanza di custodia cautelare che ha fatto finire Galan nel carcere di Opera. Ma la Procura risponderà sostenendo che le parziali ammissioni di finanziamenti ormai prescritti non trovano conferma. Non risulta, invece, che la Procura abbia sentito Piero Zannoni e Andrea Mevorach, che avrebbero rivelato a Galan di aver consegnato rispettivamente 200 mila e 300 mila euro a Claudia Minutillo, la segretaria personale a Palazzo Balbi, licenziata per essersi trattenuta il denaro. Una smentita (a Galan) viene anche dall’imprenditore Renato Pagnan: «Non ho mai corrisposto alcunchè in favore della signora Minutillo, nè le ho mai chiesto di seguire alcunchè per mio conto in Regione».

 

LA NUOVA AUTHORITY – Cantone: sul Mose niente commissario, valuteremo in futuro

Il presidente dell’Authority Anticorruzione, Raffaele Cantone, esclude per il momento il commissariamento del Mose, anche se rimane possibilista per il futuro: «Verificheremo più avanti». Concetti espressi durante la presentazione della sua squadra. Cantone ha auspicato «obblighi di comunicazione da parte dell’autorità giudiziaria».

«Ma non escludo di adottare il provvedimemto in futuro»

LE INCHIESTE «Necessario lo scambio di informazioni con la magistratura»

MAREMOTO sul Mose

ANTICORRUZIONE – Il presidente presenta la sua squadra contro il malaffare

Cantone: per il Mose niente commissario

ROMA – L’Anticorruzione deve informare la magistratura delle ipotesi di reato di cui venga a conoscenza, ma «sarebbe utile prevedere un meccanismo inverso, un obbligo di comunicazione da parte dell’autorità giudiziaria all’Anticorruzione»: i casi che non hanno il peso mediatico di Expo o del Mose rischiano altrimenti di sfuggire alle verifiche incrociate dell’Authority. L’appello arriva dal numero uno dell’Autorità, Raffaele Cantone che ieri ha presentato la sua squadra. Un appello lanciato mentre è in fase di conversione alla Camera quel decreto sulla Pa che ha ridisegnato i poteri dell’Anticorruzione.
Expo e Mose restano ovviamente nell’occhio del ciclone. Dopo il commissariamento che ha riguardato la Maltauro per l’appalto sulle architetture di servizio di Expo 2015 di Milano, la domanda è se ci saranno procedure analoghe, a cominciare dai lavori sulla “piastra”, l’appalto più importante di Expo, anch’esso sotto indagine. Ma Cantone, che non intende usare il potere di commissariamento «in presenza di elementi di mero sospetto», per ora lo esclude, perché al momento non c’è «un livello di indizi tali che lo giustifichi». Cantone frena anche sull’altra mega-inchiesta, quella sul Mose di Venezia: gli emendamenti al decreto che vanno a rafforzare i suoi poteri, sembrerebbero preludere ad un possibile intervento, ma oggi non sono legge e quindi non sono efficaci, se passeranno, «si verificherà se possano essere calati sul Mose».
Ha preso le mosse, invece, la prevista ‘fusione’ con l’Autorità di vigilanza sugli appalti: la struttura soppressa conta 350 dipendenti che si sommano ai 26 dell’Anticorruzione, e inoltre «sei direzioni generali e 47 dirigenti di seconda fascia». Troppi, ha fatto capire Cantone, che intende sfoltire, «eliminare gli staff, i contratti di dirigenti esterni» e tagliare le spese dove necessario. Una «riorganizzazione a 360 gradi», in cui rientra anche l’individuazione di 4 sezioni che fanno capo ai nuovi componenti dell’Autorità: Francesco Merloni, ordinario di diritto amministrativo e tra gli esperti che hanno collaborato alla stesura della legge 190 anticorruzione, che si occuperà di corruzione in senso stretto; la costituzionalista Angela Ida Nicotra, che seguirà la trasparenza; Nicoletta Parisi, docente di Diritto internazionale, che curerà i rapporti con gli organismi internazionali; Michele Corradino, magistrato proveniente dal Consiglio di Stato, che si occuperà di appalti pubblici.
Sono inoltre allo studio progetti di formazione da realizzare con la Scuola nazionale di Pubblica amministrazione, con le Università e con l’accreditamento della stessa Authority tra le strutture in cui prestare servizio civile, un’idea quest’ultima su cui già si sta lavorando.

 

LA NOMINA – Maltauro sceglie un generale di Finanza per la Vigilanza

L’impresa di costruzioni Maltauro – il cui ex amministratore delegato è stato arrestato nell’inchiesta sugli appalti della Procura di Milano – ha nominato suo nuovo presidente Gabriella Chersicla e scelto come presidente dell’organo di vigilanza l’ex generale di brigata della Guardia di Finanza Rodolfo Mecarelli.
La società – che esegue i lavori per le architetture di servizio di Expo (appalto commissariato dal prefetto di Milano, Francesco Paolo Tronca su richiesta del presidente dell’autorità Anticorruzione Raffaele Cantone) – dopo l’arresto dell’ad Enrico Maltauro e le sue dimissioni (e le dimissioni di Elena e Adriana Maltauro) ha nominato nuovo amministratore Alberto Liberatori. E ha rinnovato anche il consiglio di amministrazione del quale ora fanno parte, oltre a Chersicla nominata presidente e a Liberatori, Gianfranco Simonetto, Alberto Regazzo, Francesco Marena e, come nuovi consiglieri indipendenti, Piergiuseppe Biandrino (presidente fra l’altro di Edipower) e l’economista Bettina Campedelli. Del collegio sindacale fanno parte Fabio Buttignon, economista docente dell’università di Padova, (presidente) Alessandro Terrin e Daniele Francesco Monarca.

 

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