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Gazzettino – Mantovani, Buson parla e lascia il carcere

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

20

apr

2013

Un altro dei protagonisti dell’inchiesta sul caso Mantovani ha deciso di parlare e ha lasciato il carcere. Ieri infatti è tornato a casa Nicolò Buson, l’ex direttore amministrativo del gruppo Mantovani e stretto collaboratore di Piergiorgio Baita, l’ex numero uno del gruppo al centro di una maxi-inchiesta per fatture false. Il gip ha disposto per Buson gli arresti domiciliari come richiesto dalla difesa e dopo aver ricevuto un motivato parere positivo da parte della Procura. La decisione del giudice è conseguente alla scelta dell’ex manager di abbandonare la linea del silenzio sinora mantenuta. La conferma arriva dal legale di Buson: «In maniera consapevole – commenta l’avvocato Fulvia Fois – ha voluto chiarire la propria posizione rispetto a quelle degli altri coindagati e anche le dinamiche attribuitegli. In seguito a ciò, il pubblico ministero ha rilasciato il parere positivo. Ho chiesto di poterlo accompagnare io a casa invece di farlo trasportare dalla polizia penitenziaria e il giudice me lo ha concesso. Benché provato – conclude – Buson è determinato a riprendere in mano la sua vita e a guardare al futuro».
Sempre ieri intanto è scattato un nuovo sequestro preventivo dei beni di Baita per 3,3 milioni di euro. A tanto ammonterebbe, secondo i calcoli fatti dal sostituto procuratore di Venezia Stefano Ancilotto, l’imposta evasa tramite le operazioni con fatture fittizie su cui sta indagando. In questa somma sono anche compresi i compensi versati ai consulenti per aver prodotto a proprio rischio “carta straccia” (cioè fatture fasulle).
Come si ricorderà, l’ipotesi di reato è associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale attraverso l’emissione di false fatture. Oltre a Baita e Buson, risultano indagati anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan e amministratrice di Adria Infrastrutture e il presidente della Bmc Broker di San Marino, William Alfonso Colombelli.
Il provvedimento di sequestro è stato ripetuto dopo la bocciatura operata dal Tribunale del Riesame, che aveva accolto il ricorso dei difensori del manager. Per il collegio presieduto da Angelo Risi, il calcolo del presunto profitto effettuato dal Gip Alberto Scaramuzza nell’ordinanza di fine febbraio (circa 7,9 milioni) non era corretto. In sostanza, si prendeva in considerazione l’intero importo delle fatture ritenute false mentre l’imposta evasa era per forza una cifra minore. Il Tribunale aveva anche stigmatizzato l’inesistenza di una stima dei beni sottoposti a misura cautelare. Questo perché il sequestro deve coprire l’eventuale debito nei confronti dell’Erario da parte degli indagati e non deve essere eccedente senza motivo. Infine, la corte aveva precisato che l’annullamento era dovuto a carenze formali e non alla mancanza di un “fumus delicti”. Ancilotto ha fatto tesoro delle indicazioni, ha predisposto stime e valutazioni chiedendo la misura solo sui beni di Baita e non su quegli degli altri indagati. Gli investigatori ritengono comunque che l’importo complessivo di imposta potenzialmente evasa sia superiore.

 

Nuova Venezia – Rivolta contro i project financing

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12

apr

2013

 

Comitati a Palazzo Ferro Fini: «Una follia». E chiedono più partecipazione

«Chi semina strade, raccoglie traffico». È questa una delle tante scritte che ieri spiccavano sulle pareti del cortile di Palazzo Ferro Fini, sede del Consiglio regionale, affollato di gente che urlava «Vergogna». Una delegazione di decine di comitati per l’ambiente si è riunita per esprimere il proprio dissenso su alcune grandi opere in programma che verranno realizzate attraverso il «project financing».

«È la prima volta che un così nutrito numero di comitati si unisce e viene accolto in Regione: è un ottimo segnale»

ha affermato Michele Boato dell’Ecoistituto del Veneto che, insieme a don Albino Bizzotto di Radio Cooperativa e Carlo Costantino di Altro Veneto ha organizzato la manifestazione. Tra i molti gruppi sventolavano anche le bandiere di «Opzione Zero» (contro la Romea commerciale e Veneto City ) e «No Grandi Navi» e Luciano Mazzolin di Ambiente Venezia. Al centro del mirino l’uso del project financing, definito «una follia illegale». Si tratta di un metodo considerato a rischio zero per i privati che, per quanto riguarda per esempio la realizzazione delle autostrade, assicurano ai finanziatori mediante il pedaggio il rimborso del prestito, sulla base di calcoli sul flusso di traffico. Il punto è che, essendo opere commissionate dalla Regione, se il rimborso non viene raggiunto il buco si deve sanare con i soldi pubblici.

«Per l’ospedale dell’Angelo – prosegue Boato – paghiamo 399 milioni anziché 120 e dovrebbe servire da esempio per non ripetere l’errore».

In provincia i principali «progetti di finanza» previsti sono: il Centro Protonico di Mestre, la Meolo-Jesolo, la Sub-lagunare Venezia Tessera, il Sistema Integrato Fusina Ambiente, il Nuovo Porto Off-shore. I comitati chiedono di partecipare alla Commissione della Regione per fare luce sulla galassia Mantovani. Ci si aspetta inoltre dai consiglieri una mozione che tolga all’ingegner Silvano Vernizzi alcune cariche istituzionali che possono scatenare conflitti d’interesse. Infine, ci si attende una mossa di apertura dalla Regione che, nonostante si sia dimostrata aperta al dialogo, ha approvato nel pomeriggio la realizzazione delle grandi opere.

Vera Mantengoli

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IL PIANO TRIENNALE APPROVATO DAL CONSIGLIO REGIONALE

Grandi opere, avanti tutta. Il sit-in degli ambientalisti.

VENEZIA – Grandi opere pubbliche: avanti tutta, la Regione non si ferma anche se di soldi in cassa ce ne sono pochi e l’unico grande intervento che procede è il Mose, ma la cassa sta a Roma. E mentre i comitati ambientalisti «assediano pacificamente» palazzo Ferro Fini, verso le 18 arriva il via libera con 26 sì, 2 astenuti e 16 contrari. Poi tutti a casa. Il piano cave può attendere. In aula ha parlato a lungo l’assessore Renato Chisso che ha ribadito l’importanza di rimettere in moto l’economia del Veneto, un modello per tre grandi operazioni: il Passante di Mestre, l’ospedale all’Angelo e il rigassificatore. Netta l’opposizione del Pd che ha ribadito l’inutilità di un piano già esaurito per mancanza di risorse: nulla di quanto previsto è stato realizzato. Durissimo Pierangelo Pettenò (Prc) schierato in difesa degli ambientalisti, ricevuti dal presidente del consiglio regionale Clodovaldo Ruffato e dai rappresentanti di tutti i partiti tranne la Lega. L’elenco delle opere. Gli interventi finanziati con il project financing, contestati dai comitati e sui quali è stata creata una commissione speciale d’inchiesta, sono:

la «Via del Mare», cioè il collegamento A4 tra Autostrada Venezia Trieste e Jesolo e litorali; il nuovo sistema delle tangenziali lungo la A4 Verona, Vicenza e Padova; Grande Raccordo Anulare di Padova; Passante Alpe Adria e il prolungamento della A27 con il collegamento tra i caselli di Portogruaro e Latisana, Bibione e il Litorale). L’altro megaintervento è la nuova autostrada sul tracciato della Valsugana da Bassano a Trento e l’ammodernamento dell’area nord di Belluno.

In cima alle priorità e finanziati dalla Regione c’è la vera lista delle opere pubbliche: la strada regionale «Padana Inferiore» con 35,6 milioni e la superstrada Pedemontana Veneta con 173 milioni i cui lavori sono iniziati a Montecchio Precalcino: dopo lo scavo tutto si è fermato e l’autostrada è un’immensa piscina di fango.

«Ci sono i soldi per realizzare l’opera?» ha detto ieri Pettenò. «Facciamo una rapida verifica oppure si fermi tutto».

Completa l’elenco l’autostrada regionale a pedaggio «Nogara Mare» con 50 milioni, su cui pende un ricorso al Tar. Contro questi progetti, ieri si è schierato il Veneto ambientalista che non si arrende, che protesta contro le

«colate di cemento che rischiano di massacrare la campagna e le colline».

E’ il Veneto dei comitati ambientalisti guidato da don Albino Bizzotto, leader dei Beati costruttori di Pace e pacifista internazionale con marce in Bosnia e in Palestina, e da don Giuseppe Mazzocco, parroco di Adria che protesta contro la centrale a carbone nel Polesine. Al loro fianco, una galassia di associazioni ambientaliste, in sintonia con i No Tav della Val di Susa ma ancorate a una prassi democratica: la protesta deve portare a dei risultati concreti e vanno coinvolte le istituzioni. Ecco allora che ieri la galassia-ambientalista è stata ricevuta da Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale (Pdl) e dai gruppi regionali: tutti attorno al tavolo, tranne la Lega, dilaniata dalle beghe interne tra proZaia e proTosi. (al.sal.)

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«Stop alla Mantovani»

Le associazioni ricevute da Ruffato, la Lega dà forfait

VENEZIA – Don Albino Bizzotto ha celebrato persino una messa a Thiene, su un terreno che sarà espropriato per far posto alla Pedemontana: ieri la protesta è tornata a farsi sentire quando Clodovaldo Ruffato, presidente del consiglio regionale, ha incontrato la Rete dei comitati per un Altro Veneto, la Rete polesana dei comitati per l’ambiente, il Cat della riviera del Brenta e del Miranese e la Covepa della Pedemontana. «La terra è un bene di tutti, bisogna difendere gli interessi dei disoccupati e non delle grandi aziende, Zaia ha detto no al cemento ma non si è fatto vedere», ha detto don Bizzotto. Poi l’architetto Costantini ha sottolineato come il Veneto realizzi opere al fuori del Ptrc in un regime di monopolio per la Mantovani:

«C’è l’occasione di fare chiarezza con la commissione speciale d’inchiesta, ma il sistema di fatture false portato a galla era già stato segnalato dalla Corte dei Conti».

Ruffato ha garantito massima trasparenza e l’impegno a non massacrare il territorio, mentre Fracasso (Pd)ha proposto di aprire una vertenza con la giunta perché l’elenco delle grandi opere è un fiasco completo: nulla è stato realizzato. Marotta (Idv) ha sottolineato lo scandalo dell’ospedale all’Angelo di Mestre, mentre Bottacin (Verso Nord) ha criticato Galan: il governatore più liberista d’Italia, ha regalato alla Mantovani il monopolio di tutte le opere. Durissimo Moreno Teso (Pdl: ho votato contro la commissione d’inchiesta, non serve a nulla. Il project demolisce la piccola e media impresa. Nessuno saprà mai cosa c’è dietro ai contratti.

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Nuova Venezia – Venezia, “Stop a speculazioni da squali”

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11

apr

2013

Protesta di Morion e Sale Docks al cantiere dell’hotel Des Bains, fermo da tempo

LIDO. Sono arrivati, hanno scavalcato il cancello e si sono diretti sulle scalinate dello storico Hotel Des Bains. Qui, in completa tranquillità, hanno srotolato un grande manifesto con una scritta chiara: «No grandi opere e speculazione. Sì democrazia e beni comuni». Ieri alle 14 una ventina di attivisti del «Laboratorio Occupato Morion» e di «S.a.L.E. Docks» sono sbarcati al Lido dirigendosi verso l’albergo descritto da Thomas Mann in «Morte a Venezia». Il titolo del celebre romanzo calzava perfettamente con lo scenario che i «dissidenti» si sono trovata dinanzi: il vuoto assoluto. Nessun cantiere aperto, cumuli di tubi di plastica accatastati e la solita impalcatura che si vede da anni con una scritta sul pannello che suonava sarcastica: «Grand Hotel Des Bains. Un futuro leggendario», e sotto «Est Capital – Fondo Real Venice 1». Il gruppo è così entrato senza trovare nessuna resistenza, se non le parole del custode che, dopo qualche minuto, è arrivato dal viale intimando arrabbiato gli attivisti ad andarsene. Non avendo ricevuto risposta, il custode ha chiamato il 112. Una volante dei carabinieri è arrivata dopo poco, ma i due carabinieri hanno potuto soltanto registrare l’episodio dato che si tratta di proprietà privata. L’azione aveva uno scopo preciso:

«Volevamo denunciare i responsabili diretti della minaccia speculativa al Lido », racconta il portavoce Marco Baravalle, «tutti ormai sanno che Est Capital è la società che non solo ha acquistato il Des Bains, ma anche quella che vorrebbe trasformare la zona dell’ex Ospedale al Mare. Bisogna sapere che il fondo Real Venice su cui si appoggia ha uno quota della Mantovani che equivale a Baita. Noi vogliamo che si sappia il nome degli squali che vogliono intraprendere le loro speculazioni. Parliamo di Baita, conosciuto bene da Galan e Zaia, ma anche del Consorzio Venezia Nuova che ha voluto il Mose dove, guarda caso, torna il nome della Mantovani. E anche di Paolo Costa che con le grandi navi compie la stessa speculazioni, ma sull’acqua».

Insomma, si è voluto ricordare che i cittadini pretendono che alcuni spazi pubblici rimangano a disposizione dei cittadini, come il Teatro Marinoni e che ci sia trasparenza nelle procedure. Il Des Bains è ora in attesa dell’arrivo della nuova impresa Eccis scc di Ravenna che dovrebbe subentrare per ultimare i lavori che si concluderanno in 22 mesi, sotto lo sguardo vigile dei cittadini.

Vera Mantengoli

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L’accusa: troppi incarichi. E spunta l’intervista del dirigente alla rivista sotto inchiesta perché finanziata da Mantovani

VENEZIA – Una decina di portavoce degli oltre cento comitati veneti per la tutela dell’ambiente, coordinati a livello regionale da AltroVe, si è incontrata ieri a Palazzo Badoer, a Venezia, per evidenziare in relazione alla Regione la forte criticità «della mancanza di programmazione e della distorta modalità della pianificazione territoriale ed urbanistica», messa in luce dalle indagini in corso sulla galassia Mantovani.

«Baita – si legge nel comunicato diffuso – è diventato il promotore quasi esclusivo delle principali opere pubbliche durante la presidenza di Galan ma anche durante quella di Zaia».

In particolare i comitati si sono soffermati su alcuni progetti ritenuti di dubbio interesse pubblico che riguardano alcune infrastrutture stradali come la Gasparona (la futura Pedemontana), il Progetto Tangenziali Venete, la Meolo-Jesolo, la Transpolesana, il Grap, la Orte-Mestre e la Valsugana. I comitati mettono in discussione la modalità del project financing, ritenuta a rischio zero per il privato e alto per il pubblico.

«Nel caso delle infrastrutture stradali – ha spiegato Carlo Costantini di AltroVe – il privato, presentato sempre come benefattore che regala posti di lavoro, propone un progetto che sembra non ricadere sulla cittadinanza, come la realizzazione di un’autostrada. Siccome l’opera costa si assicura ai finanziatori che i soldi messi a disposizione verranno recuperati nel corso degli anni con il pedaggio, calcolato in base al presunto flusso di traffico. Se però il traffico cala e la somma nel giro degli anni prestabiliti non viene raggiunta, la Regione dà la garanzia di colmare il buco con soldi pubblici».

Le opere citate prevedono la privatizzazione di tratti già esistenti che ora sono gratuiti. Un sistema che per i comitati non funziona già dai tempi di Galan, come dimostra il Piano territoriale regionale di coordinamento, fatto senza prendere in considerazione la valenza paesaggistica del progetto e «accentrato» nella segreteria regionale per le Infrastrutture diretta da Silvano Vernizzi che è, inoltre:

«presidente delle commissioni di valutazione (Vas, Via, Vinca), vicepresidente del Nucleo di Verifica degli Investimenti Pubblici (Nuv) e ad di Veneto Strade».

Nei giorni scorsi la Regione ha costituito una commissione d’inchiesta per valutare la modalità di conduzione dei lavori pubblici in Veneto.

«Proprio perché sembra che la Regione indaghi se stessa – concludono i comitati – vogliamo incontrare i capigruppo del Consiglio Regionale e fare tre richieste: che alcuni rappresentanti dei comitati partecipino alla commissione, che si sospendano i progetti realizzati con il project financing e che si faccia chiarezza sui troppi incarichi all’ingegner Vernizzi e dell’evidente conflitto di interesse».

I comitati hanno espresso quindi grande preoccupazione per il project financing e hanno consegnato il link di un’intervista a Vernizzi su project financing e Pedemontana alla rivista «Il Punto» (http://www.ilpunto.it/attualita/item/4243-superstrada-pedemontana-lintervista-silvano-vernizzi.html), coinvolta nelle indagini su Mantovani perché finanziata da Piergiorgio Baita che, secondo gli inquirenti, così voleva ottenere informazioni sulle indagini a suo carico. L’intervista è del 27 dicembre 2012: Vernizzi, come commissario alla Pedemontana (un’opera seguita dal consorzio Sys e non dalla Mantovani), rispondeva alle domande sulla situazione dei cantieri e sui finanziamenti.

Vera Mantengoli

 

94,5LA PEDEMONTANA VENETA È L’ULTIMA GRANDE OPERA DECOLLATA CON IL PROJECT: SI TRATTA DI UNA AUTOSTRADA DI 94,558 KM CHE COLLEGHERÀ BRENDOLA NEL VICENTINO CON VILLORBA NEL TREVIGIANO. SARÀ OVVIAMENTE A PAGAMENTO. IL COSTO DELL’OPERA È STIMATO IN 2130 MILIONI DI EURO.

10 LE GRANDI OPERE CHE ATTENDONO DI DECOLLARE IN VENETO SONO STIMATE IN 10 MILIARDI DI EURO: LA LISTA COMPRENDE LA NOGARA MARE, LA TREVISO MARE, LA NUOVA ROMEA, IL TRAFORO DELLE TORRICELLE A VERONA, IL GRA DI PADOVA, LA VALDASTICO NORD, LA VALSUGANA, IL NUOVO OSPEDALE DI PADOVA E L’ALTA VELOCITÀ FERROVIARIA.

 

I guai giudiziari rischiano di paralizzare la giunta Zaia, mentre lo Stato non ha più soldi per investire

In attesa di realizzazione Treviso-mare, nuovo ospedale di Padova, Pedemontana e Valdastico Nord

VENEZIA – Nel 1775 l’ economia della Serenissima era in stagnazione e i suoi forzieri vuoti. Il provveditore Andrea Memmo decise di trasformare Prato della Valle, un acquitrino dove si affacciavano in maniera caotica commercianti e dove soggiornavano giocolieri e saltimbanchi, in uno spazio utile a Padova. Ma non avendo il becco d’ un quattrino decise di ricorrere a quello che potrebbe essere definito il primo project della storia. Fece da sponsor e gestore di un’opera di ridisegno dello spazio pubblico finanziato dai privati e ripagato in parte dall’ affitto dei negozi commerciali e perfino dalla voglia delle famiglie di essere immortalate nelle effigi e nelle statue che circondano la piazza. Nacque così quel gioiello architettonico di Prato della Valle come lo conosciamo oggi (chi voglia saperne di più sulla storia del progetto legga l’incantevole libro che racconta quest’ esperienza, Il bello e l’utile, ed. Marsilio). Forse anche a fine Settecento, con la Serenissima in decadenza, l’amministrazione pubblica era migliore di quella di adesso. Chissà. Ma è certo che il project non era né l’ angelo, né il diavolo. Era un modo per costruire opere pubbliche con i quattrini dei privati e pagando con i ricavi dell’opera il finanziamento, cercava di trovare un equilibrio tra interesse pubblico e privato. Oggi il project, invece, sembra diventato il diavolo. La gran parte della storia delle infrastrutture del Veneto, di cui ministri, assessori, politici di tutte le tendenze si erano fatti vanto, visto che la Regione era una delle poche in Italia a progettare e costruire opere, viene rimessa in discussione dopo l’ arresto di quello che è stato definito il mago dei project e cioè Piergiorgio Baita,che ne aveva messo al centro la Mantovani da lui presieduta. Tutto è finito sotto una valanga di critiche: strade e autostrade, ospedali e Tribunali, come se quanto deciso fino ad oggi fosse il frutto di malaffare avvenuto clamorosamente sotto gli occhi di tutti e senza che nessuno se ne accorgesse. Possibile? Non sappiamo i risvolti e gli esiti dell’ indagine giudiziaria centrata su Baita e le sue manovre. Quello che invece è sotto gli occhi di tutti è che un sistema è morto e una Regione rischia la paralisi se non si sa che cosa metterci al posto. La Mantovani e Baita erano i protagonisti di molti dei project messi al bando dalla Regione: la Treviso mare, la Nuova Romea, il Terminal di Fusina, il Traforo delle Torricelle, le tangenziali della Brescia-Padova, tanto per citarne alcuni. Nella Venezia-Padova, la ex autostrada oggi trasformata in società, di cui Mantovani ha una bella quota, ci sono i project del Gra di Padova, della Nogara mare. E poi la Valdastico Nord, la Valsugana, la Pedemontana… Come si sarebbero potuti trovare quasi dieci miliardi di finanziamenti per costruire queste opere? E sono tutte inutili? Come si costruiranno il nuovo ospedale di Padova, l’ampliamento del Tribunale di Rovigo, il Parcheggio sotterraneo di Prato della Valle, l’ arsenale di Borgo Trento a Verona e decine di altre iniziative? Molti, anche sotto l’ombra della crisi e l’ombrello anti-opere portato dal grillismo, dicono che tutte queste strade non servono: meglio andare in ferrovia. Può essere una bella idea, magari da verificare. Ma anche se fosse, e, in alcuni casi c’è da dubitarne, dove si trovano i soldi per investire nel potenziamento delle ferrovie? L’unica fonte individuata finora per costruire i tratti mancanti dell’ alta velocità o alta capacità Venezia-Milano, è, non a caso, il solito “diavolo” del project financing. Altre proposte non se ne sono viste. Quattrini men che meno. Il project financing è un meccanismo delicato fatto da investitori che rischiano i loro soldi, banche che decidono di finanziarli e di accordi tra pubblico e privato su come farsi ripagare. Diventa un angelo se è un modo per realizzare un interesse pubblico con i soldi dei privati, perché ha costi certi e tempi rapidi e chiari. Non è poco per un settore pubblico che ha visto, anche in Veneto, casi come l’ ospedale di Bassano realizzato dopo trent’anni o il Ponte di Calatrava a Venezia, opere costate non si sa neanche più quanto. Il «Pf» si trasforma in un diavolo se l’amministrazione non è in grado di controllare o peggio viene piegata ad interessi privati con manovre oscure e corruttive, anche se queste ultime, come hanno dimostrato inchieste in mezza Italia, ci sono con qualsiasi sistema: anzi, nel caso di amministrazioni appaltanti, hanno punteggiato il Paese di opere non finite, costate non si sa più quanto con decine di amministratori finiti in prigione. Se la via del project non piace perché, come ad esempio dice l’ avvocato Massimo Malvestio, ascoltato consigliere del presidente della Regione Zaia, l’ amministrazione non ha capacità e know how per controllare, bisognerebbe sapere che cosa metterci al posto, anche se è lecito domandarsi perché un’ amministrazione non può evolversi verso la modernità. Ma in attesa della riforme bisognerebbe chiedersi da dove, da ora in poi, si prenderanno i quattrini. È una risposta cruciale per una Regione che rischia davvero la paralisi con conseguenze drammatiche visto che i privati, Mantovani in testa, sono in via di ritirata, le banche sempre più circospette e avare, e quanto ai quattrini lasciati liberi dai patti di stabilità non se ne vede nemmeno l’ombra.

Alessandra Carini

Strade e ospedali, le partite aperte
 
La sola Mantovani nel 2011 aveva investito nella finanza di progetto 40 milioni
 
TUTTE LE OPERE – Pedemontana Veneta cerca ancora l’accordo con le banche, Gra di Pd e Nogara Mare stentano

Per la Nuova Romea servono 9,3 miliardi

PADOVA – Dalla Pedemontana Veneta, che con Sis cerca ancora l’accordo con le banche, alla Nuova Valsugana. Passando per la Nogara Mare le Tangenziali Venete fino alla la Nuova Romea per la quale servono 9,7 miliardi. Il project financing in Veneto vale la quasi totalità delle opere inserite nei piani di sviluppo infrastrutturali regionali. E una buona parte di queste hanno la Mantovani tra i protagonisti. Dal Consorzio Veneti Nuova Romea – nato a luglio del 2011 per partecipare ai lavori della Mestre-Civitavecchia o Nuova Romea – al Grande raccordo anulare di Padova, passando dal Passante Alpe Adria Belluno-Cadore fino al nuovo ospedale vicentino di Santorso. «L’unica strada per realizzare grandi opere nel nostro Paese», sottolineava spesso Piergiorgio Baita al riguardo della finanza di progetto. Anche se in tempi recenti, in parallelo al capitolo project, l’ex stratega del gruppo controllato dalla famiglia Chiarotto aveva aperto quello delle partecipazioni nelle concessionarie autostradali. Due filoni, questi, che hanno assorbito una grossa fetta degli investimenti fatti dal gruppo nel 2011 (ultimo bilancio disponibile, chiuso con ricavi per 404 milioni e un utile di oltre 29 milioni). Nel dettaglio 13,7 milioni investiti per la partecipazione nel Consorzio Veneti Nuova Romea, 17,5 milioni per un pacchetto azionario di Autostrada Venezia-Padova (poi ribattezzata Serenissima), 2,3 milioni per l’aumento di capitale della Veneto City Spa e altri 4,3 milioni per aumentare le quote nel fondo Real Venice II impegnato nella valorizzazione dell’ex Ospedale al Mare del Lido (operazione bloccata per un contenzioso insorto con il Comune). Attraverso la Adria Infrastrutture, inoltre, oltre a Gra di Padova, il gruppo partecipa anche alle Tangeziali Venete alla Nogara Mare. (m.mar.)

GLI ATTORI

Chisso, Vernizzi, Schneck e Bonsignore: i protagonisti delle infrastrutture venete

RENATO CHISSO. Politico veneziano del Pdl è alla sua terza esperienza consecutiva come assessore regionale alla Mobilità-infrastrutture e al suo quarto mandato regionale. Assessore di fiducia dell’ex governatore Giancarlo Galan confermato nel ruolo da Luca Zaia.

ATTILIO SCHNECK. Commissario governativo della Provincia di Vicenza (di cui è stato presidente dal 2007 al 2012), dal 2008 ricopre anche la carica di presidente dell’Autostrada Brescia-Padova oggi A4 Holding. Società coinvolta in diversi project fra cui Tangenziali Venete.

VITO BONSIGNORE. Dopo aver liquidato le velleità dei soci di Nuova Romea Spa, il politico ex Udc e poi Pdl , attraverso la sua Gefip Holding, si è assicurato la realizzazione in project della Mestre-Orte. L’investimento complessivo stimato per la realizzazione supera i 9 miliardi.

SILVANO VERNIZZI. Segretario regionale Infrastrutture. Già commissario straordinario per il Passante di Mestre, dall’agosto del 2009 gestisce l’emergenza nell’area interessata dal project della Pedemontana Veneta. Come a.d. di Veneto Strade ha seguito interventi per oltre 1,5 miliardi.

 

Lo scenario

Il destino della Brescia-Padova nelle mani di Intesa e dei privati

VENEZIA – C’era una volta un’autostrada, la Brescia Padova, che doveva essere il fulcro di un ridisegno dell’asse autostradale Est-Ovest. Un po’ acciaccata dalle vicende proprietarie che l’hanno vista finire in mano alle banche, Intesa in primo luogo, con i soggetti pubblici ormai in minoranza, su di essa si sono appuntati i “desideri” di chi, come i gruppi privati, Astaldi, Gavio e la Mantovani di Piergiorgio Baita, ne avevano fatto il centro di un progetto. Quello di unire da Brescia a Trieste un asse oggi diviso tra concessionarie diverse, controllate da pubblici in ritirata, in un’alternativa privata o semitale all’asse Nord-Sud dominato da Autostrade per l’ Italia dei Benetton. Buono o cattivo che fosse quel progetto è ormai morto, e non solo per l’ arresto di Piergiorgio Baita che ne aveva tessuto, per il Veneto, le fila. Ma anche perché quello che potrebbe essere per la sua forza oggettiva (la Brescia Padova è il più importante asse autostradale Est-Ovest) il centro di un disegno, appare come un campo di battaglia. Proviamo a farne una fotografia. La proprietà è in mano a Banca Intesa (è l’ azionista di riferimento con il 30 per cento) che, non è un mistero, con la gestione di Enrico Cucchiani, è più che intenzionata a vendere. Il gruppo Astaldi, che ha comprato pezzo a pezzo quote pubbliche, fino ad arrivare a circa il 15% dell’ azionariato, non ha la forza certo di comprare. Gli altri privati, Gavio in testa, sono stati fermati di fatto dall’arresto di Baita. Gli azionisti pubblici sono in minoranza e in ritirata perché non hanno soldi per sostenere gli aumenti di capitale di cui l’autostrada ha bisogno. E comunque anche se fosse non hanno una strategia unitaria: l’ autostrada è un asset della Regione presieduta da Luca Zaia, ma è solidamente piazzata nella Verona di Flavio Tosi, due leghisti che si guardano in cagnesco nella resa dei conti della Lega veneta. Alla vigilia dei rinnovi triennali delle cariche, che si terranno a fine aprile, c’è da decidere chi andrà a rappresentare i soci pubblici alla presidenza, tenuta fino ad ora dal leghista vicentino Flavio Schneck, visto che Intesa ha deciso di sostituire l’amministratore delegato con Giulio Burchi, un uomo da presidenza tranquilla, non certo uno adatto a manovrare truppe su un campo di battaglia. E c’è sempre in ballo la concessione, legata alla vicenda della Valdastico Nord, approvata in parte dal Cipe. Questione che apre scenari problematici. Perché se la Valdastico Nord non passa si apre una complicatissima trattativa con il governo e l’Unione europea per il futuro dell’ autostrada. Finora tutte queste difficoltà avevano viaggiato in sottofondo nascoste dal disegno che Mantovani-Baita stavano tessendo in Veneto e che passava attraverso la Serenissima, la ex concessionaria della Venezia Padova che era il fulcro, per il Veneto, della privatizzazione dell’asse. Nella Serenissima la famiglia Chiarotto e la Mantovani hanno il 22 per cento, alla pari con Autovie Venete. Ma Baita aveva fatto entrare come azionista Gavio (che ha oggi il 4,6 per cento) proprio prospettandogli l’ipotesi di fare della ex società autostradale il fulcro dell’ operazione: conquistare una quota rilevante della Brescia Padova, sottoscrivendo i pezzi che venivano sul mercato (tra cui l’ ex quota della Serravalle) fino ad arrivare a quote simili ad Astaldi. E partire da qui per gestire l’asse visto che Gavio è il secondo operatore in Italia, ma non è presente in Veneto: non solo mettere un piede da Brescia a Padova ma andare oltre. C’è infatti anche la Cav, la società che gestisce il Passante che deve comunque fare una gara per la gestione, visto che non può continuare ad essere concedente e concessionario. E poi Autovie, chissà, la cui concessione scade nel 2017. L’arresto di Baita ha fermato e forse sepolto questo disegno. Gavio, a quanto se ne sa, non vuole sottoscrivere gli aumenti di capitale della Serenissima che dovevano permettere di comprare altre quote della Brescia-Padova. Autovie aveva già storto il naso prima dell’ arresto di Baita. Mantovani starà fermo probabilmente per lungo tempo. Così la Brescia Padova e fors’anche la Cav devono trovare un futuro e qualcuno che punti e tracci un altro disegno in un mondo che si è fatto più difficile. Non si sa se lo potranno fare i soggetti pubblici, che la politica leghista divide e che sono in minoranza. Intesa che finora aveva avuto una posizione in equilibrio tra pubblico e privato, non ne vuol sapere di essere azionista stabile. I privati con le loro quote sono in bilico. Insomma per il Veneto un bel rebus da risolvere. (a.c.)

 

MANTOVANI – Il ruolo di Buson nelle operazioni di riciclaggio

Baita, tutti i verbali della Finanza nelle mani della cricca degli appalti

L’ex direttore amministrativo della Mantovani, il ragioniere padovano Nicolò Buson, non era un semplice “ufficiale pagatore” e il suo ruolo nella vicenda delle false fatture milionarie è ben più rilevante rispetto a quanto sostiene la difesa. Lo scrive il Tribunale del riesame di Venezia nelle motivazioni al provvedimento con cui, venerdì scorso, ha confermato per lui il carcere. Nelle 17 pagine depositate ieri, il presidente Angelo Risi fa riferimento a «un’attività di inquinamento probatorio» direttamente riferibile a Buson, attività che si sarebbe affiancata a quella contestata al presidente Piergiorgio Baita (dimessosi dopo l’arresto), il quale avrebbe messo a disposizione più di un milione e 300mila euro alla società Italia Service di Mirco Voltazza per «anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura», e ulteriori consistenti somme di denaro alla rivista romana “Il Punto” che, secondo lo stesso Voltazza, «oltre a essere un giornale era un’agenzia dei servizi segreti». A svelargli tale circostanza sarebbe stato lo stesso direttore editoriale della rivista, Alessandro Cicero, nel presentargli un collaboratore ex carabiniere, Enzo Manganaro. É stato lo stesso Voltazza, dopo essere rientrato dalla latitanza in Croazia, a riferire agli inquirenti che «Nicolò Buson andò a Roma dal Manganaro, il quale gli disse, dopo averlo portato presso la sede della rivista in via Nazionale, che avrebbero potuto risolvere i problemi con la Magistratura e la Guardia di Finanza con il pagamento di 200.000 euro in luogo del 100.000 pagati fin allora perché altrimenti “sarebbe stata la fine”».
Voltazza ha spiegato che è stato lo stesso Buson a informarlo del pagamento da parte della Mantovani di importanti somme di denaro al Manganaro «per sistemare le cose». E, sempre Buson avrebbe dato a Voltazza «delle chiavette con tutti i verbali fatti dalla Guardia di Finanza di Padova e Venezia» che sarebbero poi stati consegnati ad un tale Marazzi «in quanto anche quest’ultimo aveva possibili agganci all’interno della Guardia di Finanza o di persone altolocate che sarebbero potuti intervenire in favore del gruppo Mantovani». Sul ruolo di Busan nelle false fatturazioni, il Riesame scrive che la frode era di tale entità da non poter «passare inosservata ad un qualunque soggetto che si occupi di contabilità». Ma ci sono anche «plurime e convergenti chiamate in correità provenienti da altri coindagati». Claudia Minutillo, amministratrice di Adria Infrastrutture (ed ex segretaria del presidente della Regione, Giancarlo Galan) ha parlato in capo a Buson di «piena consapevolezza della complessiva illiceità di tutte le operazioni contabili».
Voltazza ha invece rivelato che Buson avrebbe avuto un ruolo ben preciso anche «in riferimento ad altri e ulteriori episodi di riciclaggio di somme provenienti dalla fatturazione per operazioni inesisenti», diversi da quelli realizzati con la Bmc Broker di William Alfonso Colombelli. «Il sistema era il seguente: – ha raccontato Voltazza – le somme venivano portate da Marazzi in contanti, dopo averle fatte rientrare dalla Croazia… I soldi erano messi in buste aperte e fuori dalle stesse per controllare che la somma contenuta corrispondesse a quella indicata e che io avrei dovuto restituire al Buson. Poi consegnavo le somme al Buson. Ho fatto questo tipo di lavori per il Baita 7, 8 volte…» Buson, insomma, non si sarebbe limitato a pagare le false fatture, ricevendo «direttamente le liquidità di provenienza illecita gestendole in nome e per conto degli organizzatori dell’associazione per delinquere».

 

L’Espresso – Affari e grandi opere, la cricca veneta

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24

mar

2013

di Gianfrancesco Turano

L’uso dei fondi miliardari del Mose ma non solo. Dopo l’arresto eccellente di Piergiorgio Baita, i magistrati indagano sul sistema di affari e politica che ha gestito i grandi progetti della regione

Dighe e arresti sono arrivati insieme il 28 febbraio. Giustizia a orologeria? A Venezia avranno usato un cronometro da gara. Nello stesso giorno in cui sbarcavano a Porto Marghera le prime paratoie anti-inondazione del Mose, l’acqua alta giudiziaria ha messo in crisi l’ecosistema politico-affaristico che per venticinque anni ha governato la laguna e buona parte del Veneto grazie ai finanziamenti pubblici per il Mose (5,7 miliardi di euro), realizzato dal Consorzio Venezia Nuova (Cvn), e per altri grandi opere.

L’inchiesta per associazione a delinquere e frode fiscale è stata battezzata “Chalet”, traduzione beffarda del cognome dell’arrestato più in vista, Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani, l’azionista di riferimento del Cvn, e uomo forte del consorzio presieduto da Giovanni Mazzacurati.

L’ingegner Chalet, 64 anni, è sopravvissuto alla prima Repubblica, alla Democrazia cristiana che lo ha lanciato, agli arresti e ai processi di Tangentopoli. Ha prosperato durante il lungo regno alla Regione di Giancarlo Galan (1995-2010). Ha brindato alle infinite inziative promozionali dell’opera insieme a Silvio Berlusconi, all’ex ministro Altero Matteoli, al veneziano Renato Brunetta, ai sindaci di centrosinistra che hanno amato il Mose, come Paolo Costa, o che ci si sono rassegnati, come Massimo Cacciari. Per rafforzare il consenso ha distribuito sponsorizzazioni e sostegni finanziari a pioggia tra il teatro della Fenice e la Reyer di basket, tra una tornata di Coppa America di vela (5 milioni di euro) e un milione versato al Marcianum, il centro studi della Curia voluto dall’ex patriarca di Venezia Angelo Scola.

Baita ha vissuto grandi stagioni sotto la protezione di Gianni Letta ma si è adattato molto bene al successore di Galan, il leghista Luca Zaia che, colmo di meraviglia per quanto accade sotto gli occhi di tutti da anni, adesso vuole allestire una commissione di inchiesta sui metodi della Mantovani e delle imprese sue alleate.Sulla metodologia di questo gruppo di potere che in poco tempo è diventato dominante sulle infrastrutture venete si è dilungata anche Claudia Minutillo, 48 anni, arrestata assieme a Baita e al faccendiere bergamasco William Ambrogio Colombelli, ex consigliere della Nuova Garelli di Paolo Berlusconi con villa a Santa Margherita Ligure, barca a Portofino e “cartiera” a San Marino, dove la sua Bmc consulting emetteva fatture false intestate al Consorzio Venezia Nuova in cambio di una provvigione ragionevole: su 10 milioni di euro, lui se ne teneva 2. Il resto veniva ritirato da Minutillo nelle sue frequenti visite al Titano e distribuito.

Distribuito a chi, hanno chiesto i giudici. A differenza del molto taciturno Baita, difeso dall’avvocato Piero Longo (lo stesso di Silvio Berlusconi ), Minutillo ha risposto nel corso di sei ore di interrogatorio secretato e – si presume – in modo convincente, visto che è tornata a casa agli arresti domiciliari.

Il carcere femminile della Giudecca, per quanto dotato di una sua aura romantica, non faceva per la manager abituata all’eleganza nel vestire e allo shopping di qualità nelle boutique di Venezia e Padova. Da quello che Minutillo ha dichiarato dipende il futuro dell’inchiesta. L’acqua alta ordinaria degli inverni in laguna potrebbe diventare uno tsunami considerato che Minutillo è stata segretaria di Galan per cinque anni dopo che nel 2001 la precedente factotum, Lorena Milanato, era stata spedita a Montecitorio dove tuttora si trova.

Nel 2005, su precisa richiesta della signora Galan, Minutillo è stata spostata al servizio di un altro potente locale, Renato Chisso. Ex socialista transitato nel Pdl, Chisso è stato assessore ai trasporti e alle infrastrutture sotto Galan e tale è rimasto sotto Zaia. Il suo potere, semmai, si è accresciuto e la continuità con il governo locale precedente è stata garantita.

Chiusa l’esperienza da Chisso, Minutillo è stata promossa amministratore delegato di Adria Infrastrutture, una società creata a sua misura grazie ai capitali della Mantovani nel 2006, lo stesso anno in cui la giunta regionale, il Consorzio e Mantovani incominciavano a foraggiare la Bmc di San Marino («Io creo carta straccia, capito?», urla al telefono Colombelli alla Minutillo, «in sei anni vi siete portati a casa otto milioni!»).

Adria va subito alla grande. Conquista gli appalti regionali per la superstrada Treviso-Mare e per il passante Alpe Adria. Ma anche prima di fare il salto di qualità il soprannome di “dogaressa” la diceva lunga sulla reale influenza di Minutillo nelle vicende politico-affaristiche del Veneto. Questo spiega perché il toto-nomi dell’interrogatorio alla Giudecca tiene sveglia parecchia gente. Nessuno, a cominciare dai magistrati, crede che la cresta complessiva sia stata di soli 10 milioni. E nessuno crede che l’unica cartiera per creare i fondi neri sia stata la Bmc consulting che Colombelli, prima dell’arresto, ha tentato invano di vendere a Baita per 3 milioni di euro (risposta eloquente di Baita a Colombelli: «Io non posso come gruppo prendere una società che produce carta, è pericoloso»).

A dirla tutta, nessuno crede alla tesi con cui gli enti locali, il Consorzio, le imprese e i sindacati tentano di arginare l’allagamento dell’operazione Chalet. Questa tesi collettiva è: se Baita ha sbagliato, ha sbagliato per suo conto. E soprattutto, non buttiamo via il bambino con l’acqua sporca, visto che si può sempre non sapere.

Così la famiglia padovana Chiarotto, che controlla la maggioranza della Mantovani attraverso Serenissima Holding e che è stata arricchita da Baita (100 milioni di euro di utili a riserva), ora minaccia azioni di responsabilità contro l’ingegnere che è anche azionista dell’impresa con il 5 per cento, anche se la Finanza ha proposto il sequestro della quota. Galan dice di averlo appena conosciuto e Chisso tace. Persino la Cgil locale ammonisce che i 900 posti della Mantovani vanno salvaguardati e che, arrestato il doge Baita, il Mose deve andare avanti. Tanto più che sono in arrivo altri 250 milioni di euro di finanziamenti tra il denaro dello Stato e il contributo anticipato dalla Banca europea degli investimenti (Bei).

Eppure l’intraprendenza dell’ingegnere Chalet ha lasciato tracce evidenti. Il “tavolino” degli appalti lagunari è una fetta consistente di prodotto interno lordo regionale e si può solo tentare di ipotizzare una stima. Il perno, si è detto, sono i lavori per il Mose gestiti dal Cvn. E’ un progetto varato un quarto di secolo fa con il sistema degli affidamenti interni. Significa che le imprese socie del Consorzio, cioè la Mantovani, la Condotte di Duccio Astaldi, la Fincosit del veronese Alessandro Mazzi, la Ccc (Lega coop) e altre minori, ricevono dallo Stato il denaro per realizzare il Mose e appaltano i lavori a se stesse, con una quota di gare minima che l’Ue ha più volte e invano contestato.

Il Mose, e i suoi prezzi in continua espansione rispetto a preventivi e a prezzi fintamente bloccati, ha consentito ottimi margini di guadagno alle imprese soprattutto perché, a differenza di altri grandi opere sbandierate nel libro berlusconiano delle illusioni, le dighe mobili hanno ricevuto le rate di finanziamento dal Cipe con una puntualità senza uguali.

Il terzetto alla guida del Cvn, ossia Mantovani-Condotte-Fincosit sotto la guida di Baita, ha reinvestito gran parte dei suoi utili in iniziative infrastrutturali in Veneto e in qualche partecipazione monetizzata dagli enti locali in ristrettezze finanziarie, come la quota dell’autostrada della Venezia-Padova.

Il cerchio magico, di cui faceva parte anche Adria Infrastrutture guidata da Claudia Minutillo, si è aggiudicato commesse per centinaia di milioni di euro con il timbro altrettanto magico del project financing: i privati mettono i soldi al posto dello Stato al verde e, in cambio, incamerano affitti e pedaggi legati all’opera.
Sotto l’insegna del project financing Mantovani & friends si sono assicurati la realizzazione dell’ospedale e del passante stradale di Mestre, la sublagunare che dovrebbe collegare le isole veneziane con l’aeroporto di Tessera, gestito dagli amici della Save-Finint Enrico Marchi e Andrea De Vido. Il flusso di denaro consentito dalle delibere del Cipe ha permesso agli amici della Serenissima di guadare l’Adda e di inserirsi nell’appalto per la “piastra” di Milano Expo grazie alla continuità politico-territoriale con l’ex governatore Roberto Formigoni e all’assenso del sindaco di centrosinistra Giuliano Pisapia, che ha confermato la sua fiducia alla Mantovani anche dopo l’arresto di Baita.

Ma il territorio di riferimento resta a Nordest. L’ultima perla della collezione è un colosso da 2,5 miliardi di euro progettato nelle acque di fronte a Venezia. Insieme all’autorità portuale, presieduta dall’ex sindaco ed ex presidente della commissione Infrastrutture dell’Ue Costa, Mantovani è in prima fila per costruire il porto offshore otto miglia a largo di Chioggia. La nuova struttura è pensata per le navi portacontainer che adesso vanno a Marghera mettendo a rischio l’equilibrio della laguna, mentre le navi passeggeri che attraccano in piazza San Marco potranno continuare le loro crociere fino al centro storico. Il porto offshore prevede un meccanismo di finanziamento misto. Ci sono fondi della Mantovani, che si incarica dei lavori, e soldi in arrivo dal Cipe, cioè dalle casse dello Stato.

Con Baita fuori dai giochi, il progetto andrà avanti con un nuovo manager da designare nei prossimi giorni. Si parla di una successione in famiglia con il timone della Mantovani affidato a Giampaolo Chiarotto, 46 anni, figlio del patriarca Romeo, classe 1929.

Ma la caduta di Baita, l’uomo degli equilibri tra politica e impresa, ha già provocato il primo intoppo grave nel quieto vivere lagunare. Poche ore dopo gli arresti, la Mantovani e il sindaco Giorgio Orsoni sono entrati in guerra, con minacce di azioni di risarcimento incrociate, per l’operazione che avrebbe cambiato faccia al Lido di Venezia. In sostanza, il Comune aveva ceduto l’area dell’Ospedale al Mare al fondo Real Venice 2, gestito da Est Capital dell’ex assessore alla Cultura cacciariano Gianfranco Mossetto e partecipato dal trio Mantovani-Condotte-Fincosit. Al posto dell’ospedale doveva sorgere un quartiere residenziale con una megadarsena per diportisti da oltre 1500 posti e un investimento da 250 milioni di euro.

Il fondo ha versato una caparra di 32 milioni al Comune che, con questi soldi, avrebbe provveduto a costruire il nuovo palazzo del Cinema. Poi sono sorte discordie su chi doveva bonificare l’area dell’ospedale. La nuova darsena è saltata e il palacinema è stato sostituito dal progetto di un palazzo dei congressi che Est capital avrebbe realizzato con la caparra rispedita al mittente da Orsoni.

Ancora due giorni dopo l’arresto di Baita, l’accordo tra le parti era dato per fatto. Invece, niente. La parola torna al giudice civile che darà il suo verdetto sulla controversia entro dieci giorni.

Prima, però, verrà il turno del tribunale penale che, in sede di riesame, stabilirà se Baita può tornare libero o se l’inchiesta “Chalet” è appena incominciata. Di sicuro, non sarà un lavoro facile come dimostra la scelta di un nome in codice che, di solito, si riserva a operazioni contro il crimine organizzato. In questo caso è stato necessario perché gli inquisiti, dopo le prime perquisizioni della Guardia di finanza risalenti a due anni fa, avevano attivato una manovra di controspionaggio attraverso due ex agenti segreti per sapere a che punto erano le indagini.

Stavolta non è stato sufficiente ma basta a spiegare il livello delle protezioni di cui godeva e gode la cricca lagunare. Quella che per bocca di Baita si vantava: «Il bello del Mose è che i lavori si fanno sott’acqua».

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Gazzettino – Mantovani, Baita, spunta l’ombra degli Servizi

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24

mar

2013

MANAGER – Piergiorgio Baita, si allungano i sospetti per la sua gestione dell’Impresa Mantovani di Mestre

Un contratto milionario per ottenere informazioni

VENEZIA – Clamorosi sviluppi dalle perquisizioni effettuate dalla Finanza in una redazione online di Roma

Il manager finanziò una “rete” di controspionaggio. Trovata una bozza dell’ordine di arresto

Spunta l’ombra dei servizi segreti nel filone d’inchiesta relativo ai tentativi di depistaggio dell’inchiesta sulle presunte false fatturazioni contestate alla società di costruzioni Mantovani spa.
È stato più di un testimone a riferire agli investigatori dei presunti legami esistenti tra ambienti legati agli 007 e la società perquisita giovedì scorso a Roma, editrice di un giornale online, “Il Punto”. Nel corso delle perquisizioni la Guardia di Finanza ha rinvenuto materiale proveniente da uffici giudiziari e schedature di alcuni magistrati, tra cui il sostituto procuratore che coordina le indagini sull’ex presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita.
Il nome di quella rivista online, del direttore editoriale Alessandro Cicero e di un suo collaboratore, ex carabiniere, erano emersi da tempo attraverso alcune intercettazioni: ad attirare l’attenzione degli investigatori erano state le ingenti somme di denaro garantite alla rivista sotto forme di pubblicità o sponsorizzazioni, ritenute sproporzionate rispetto all’importanza e alla diffusione della testata. Successivamente sono stati il ragioniere padovano Mirco Voltazza ed altri testimoni ascoltati dal pm Ancilotto a spiegare che quei soldi sarebbero stati il compenso per attività di informazione, anche sull’andamento dell’inchiesta veneziana. Voltazza, titolare della società Italia Service, ha ammesso di aver siglato un contratto con Baita per un ammontare di un milione e 320mila euro impegnandosi a mettere in atto una sorta di rete di “controspionaggio”, finalizzata ad «anticipare eventuali aggressioni da parte delle forze dell’ordine e della magistratura» e consentire alla Mantovani di mettere in campo le risposte opportune per difendersi. Voltazza ha poi raccontato che la Mantovani avrebbe finanziato anche la rivista romana.
Il materiale rinvenuto dalle Fiamme Gialle negli uffici della società romana e in alcune abitazioni private è particolarmente copioso e i militari lo stanno vagliando per capire se si tratti proprio di documenti fatti uscire illecitamente da qualche “talpa” (si sono ipotizzate entrature anche ad alto livello nella Guardia di Finanza); oppure se le carte sequestrate siano state “costruite” per millantare con Baita conoscenze e infiltrati nelle forze dell’ordine. Il direttore de “Il Punto” avrebbe spiegato agli investigatori che i documenti rinvenuti sono stati acquisiti nell’ambito del lavoro giornalistico svolto dalla testata.
Nel frattempo la Finanza sta continuando ad analizzare anche la copiosa documentazione acquisita in relazione a numerose società che, oltre alla Bmc Broker di San Marino, avrebbero prodotto false fatturazioni per conto della Mantovani, consentendo all’ingegner Baita di costituire consistenti “fondi neri”. Con molte probabilità la Procura veneziana punta a chiudere il filone delle false fatturazioni entro l’estate, prima che scadano i termini di custodia cautelare per Baita, per poi concentrarsi sul possibile “secondo livello”, e dunque sulla destinazione di quei consistenti flussi di denaro. Spesso i “fondi neri” servono per pagamenti illeciti, talvolta a politici in cambio della concessione di appalti: gli investigatori vogliono scoprire se sia avvenuto così anche in questo caso.

Gianluca Amadori

RETROSCENAMantovani, che passione per i giornali free-press

La Mantovani ha sempre avuto una passione per i giornali. La società presieduta da Piergiorgio Baita fece ingresso nel 2009 nella compagine azionaria di uno dei principali quotidiani “freepress”, quelli della catena di EPolis (fallita nel gennaio 2011), che in Veneto editava sei testate (tra cui Il Venezia e Il Padova). EPolis, lanciata dall’editore sardo Nicola Grauso, fu rilevata nel 2007 dal finanziere Alberto Rigotti (Abm merchant bank) che con Baita collaborava in altre società. L’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, indagata nell’inchiesta sulle false fatture, nel suo interrogatorio spiega che fu proprio Rigotti, attraverso uno scambio di quote di altre società, a far entrare Mantovani nella compagine di EPolis.

 

Il Movimento all’attacco sull’ospedale di Mestre: «Project financing nella sanità, strumento letale»

VENEZIA – Il nuovo Ospedale di Mestre costruito in project financing, cioè con il contributo finanziario dei privati, non è stato un buon affare per la collettività. A guadagnarci alla fine sono state soltanto le imprese, e in particolare la Veneto Sanitaria di Piergiorgio Baita. E’ quanto sostiene il Movimento Cinquestelle, che ha raccolto un corposo dossier sull’argomento e inviato una segnalazione alla Corte dei Conti. «Abbiamo scritto anche al presidente della Regione Luca Zaia», spiega il consigliere comunale veneziano Pierluigi Placella, «per segnalare che da quel buco nero si potrebbero ricavare risorse per la sanità». Placella è un ex primario ortopedico, di sanità se ne intende. Il gruppo di lavoro, costituito da un medico, un ex direttore sanitario e un esperto in bilanci, ha messo nero su bianco i conti del nuovo Ospedale, avviato nell’anno Duemila dalla giunta Galan. Lavori affidati all’Ati (associazione temporanea di imprese) costituita dalla Mantovani, Astaldi, Cofathec, gruppo Gemmo. Gestione affidata alla Veneta Sanitaria Finanza di progetto. «Il project in sanità è uno strumento letale», titola il dossier. Secondo i grillini, per costruire il nuovo Ospedale i privati hanno messo 140 milioni di euro, di cui 120 chiesti alle banche. In cambio hanno ottenuto la gestione dei servizi alberghieri, ma anche degli esami di laboratorio, per i prossimi 24 anni. «Ma il costo a carico della Regione», si legge nell’esposto, «ammonta a 399 milioni di euro, di cui 124 milioni di euro di Iva». Il business totale per i privati, continua il dossier «è di 1,3 miliardi in 24 anni. E tutto questo per aver avuto 20 milioni. Il mutuo poteva farlo la Regione, e ci avrebbe guadagnato». La segnalazione, racconta il consigliere Placella, era stata inviata anche al direttore dell’Asl 12 Antonio Padoan nel 2011. «Avevamo chiesto un incontro, per illustrare la possibilità di risparmiare soldi della collettività andando a rivedere la convenzione», dice, «ma non ci ha mai ricevuto. Secondo l’Asl i soldi sui sarebbero spesi lo stesso per pagare i servizi. In realtà per gli anni futuri pagheremo ad esempio il 21 per cento di iva invece del 10» Conti da rivedere, dunque. E un sistema di finanza privata che adesso in tanti vogliono rivedere.

Alberto Vitucci

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Gazzettino – Il caso baita

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21

mar

2013

LA DOCUMENTAZIONE – All’indomani degli arresti dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita e di altre tre persone per presunta associazione per delinquere finalizzata alla afrode fiscale, il sindaco ha trasmesso alla Procura un dossier contenente la documentazione di tutti i rapporti intrattenuti dal Comune e dalle sue società con la Mantovani e le sue partecipate.

COMMISSIONE D’INCHIESTA – La maggioranza e parte dell’opposizione chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta per far luce sul ruolo che la grande impresa di costruzioni ha avuto nella vita economica e amministrativa della città e del suo territorio.

CASO BAITA – E il Consiglio si accinge a varare una commissione d’inchiesta dopo quanto emerso

Il Comune ha trasmesso ai magistrati tutta la documentazione sui rapporti con la Mantovani e le sue consociate

IL DOSSIER – Il sindaco ha presentato il rapporto in Procura

COPPA AMERICA – Da Thetis i 5 milioni necessari per le regate

IL BILANCIO – Mof e Autostrade hanno salvato il patto di stabilità nel 2012

Il manager si è dimesso dalla carica di presidente dopo il suo arresto

Le manette sono scattate all’alba del 28 febbraio su ordinanza di custodia cautelare chiesta dal Pm Stefano Ancilotto e firmata dal Gip Alberto Scaramuzza. Sono stati arrestati l’allora presidente di Mantovani, Piergiorgio Baita (che si è dimesso pochi giorni più tardi), l’amministratore delegato di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo, il direttore amministrativo di Mantovani, Nicolò Buson e il consulente del gruppo William Alfonso Colombelli. Su di loro l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale. Il controvalore che la guardia di finanza ritiene sottratto al Fisco è di una decina di milioni, importo che potrebbe essere rivisto in aumento in seguito alle rivelazioni di Minutillo e Colombelli al pubblico ministero. Ai due indagati sono stati concessi dal Gip gli arresti domiciliari dopo la confessione. Il Tribunale del Riesame ha invece respinto il ricorso di Baita; su Buson si pronuncerà domani.

Mantovani, ecco gli affari col Comune

Non solo Mose e tram: la società condivide anche partecipazioni azionarie con Ca’ Farsetti

Delibere, contratti, pareri. In una corposa cartella è contenuto il dossier che il sindaco Giorgio Orsoni ha inviato alla Procura della Repubblica all’indomani degli arresti per la presunta associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale in capo al gruppo di costruzioni Mantovani. In queste carte sono elencati tutti i rapporti in essere o che si sono chiusi di recente tra l’amministrazione comunale e la Mantovani o sue società controllate o consociate. Da questi fogli prenderà presto il via anche la commissione d’inchiesta che la gran parte del Consiglio comunale afferma di voler istituire da subito per far luce sugli effetti che le eventuali distorsioni che dovessero essere scoperte potrebbero aver avuto sulla vita economica e amministrativa della città.
Cinque sono i rapporti intrattenuti direttamente dall’amministrazione comunale, cui se ne aggiungono altri, di partecipazione societaria, intrattenuti dalle aziende comunali. Si tratta, occorre precisarlo, di contratti e partecipazioni che sono indice solo di un rapporto economico tra Comune e la società. Un rapporto che negli ultimi due anni ha contribuito all’equilibrio dei conti di Ca’ Farsetti sul versante del patto di stabilità.
LIDO – Mantovani possiede il 19 per cento delle quote del fondo Real Venice II amministrato da Est Capital. Il fondo che aveva firmato il contratto per l’acquisto del compendio dell’ex Ospedale al Mare per 61 milioni. Contratto oggi ancora in alto mare e affidato ad un giudice per la risoluzione. Oltre al 19 per cento di Mantovani, la sua controllata Thetis detiene un tre per cento del fondo medesimo.
AUTOSTRADE – A fine 2012 il Comune ha venduto le sue quote in Società delle autostrade Serenissima (3 %) e in A 4 Holding (0,17%) per circa 2 milioni 960mila euro alla società Mantovani, individuata come acquirente dopo diverse procedure ad evidenza pubblica andate deserte.
MOF – Con questa sigla si suole indicare il mercato ortofrutticolo di via Torino, area divenuta pregiata sulla quale presto un insediamento residenziale e universitario. Nel 2009 il Comune aveva sottoscritto un accordo per la cessione dell’area alla società Venice Campus per 46 milioni 230mila euro. L’anno successivo le quote societarie furono acquisite dalla Mantovani, che è diventata l’interlocutore del Comune anche per questa importante partita.
TRAM – L’impresa Mantovani fa parte dell’associazione temporanea di imprese che ha avuto l’appalto per la costruzione del tram per 164 milioni 826mila euro. Dell’Ati fanno parte oltre a Mantovani anche Sacaim, Clea, Gemmo, Lohr, Mm, Altieri, Net.
COPPA AMERICA – Lo scorso maggio, Thetis, società partecipata del gruppo Mantovani con l’8,33 per cento delle azioni, ha fornito i 5 milioni necessari allo svolgimento a Venezia della tappa delle World Series di Coppa America.
ACTV – Actv detiene una partecipazione azionaria del 5,756 per cento in Thetis, società di ingegneria per la salvaguardia e la gestione dell’ambiente. Il principale azionista è il Consorzio Venezia Nuova con il 51, 181 per cento, mentre Mantovani è presente con l’8,335 per cento e un altro 6.078 per cento è di Adria Infrastrutture, controllata da Mantovani.
VERITAS – La società detiene tre partecipazioni in Comune con Mantovani o sue consociate. La prima riguarda la “Porto Marghera servizi di ingegneria Scarl”, società mutualistica per la progettazione e direzione lavori ambientali di cui Veritas ha il 18 per cento e Insula il 15. Thetis è presente con il 33 per cento. Veritas detiene anche il 31 per cento in Sifa Sc Spa, specializzata in finanza di progetto in relazione al Progetto integrato Fusina. La Mantovani detiene il 47 per cento e la sua partecipata Alles un altro 1 per cento.
Infine, nella Sifagest Scarl, specializzata nella gestione di impianti per il trattamento di acque reflue e termodistruzione di rifiuti, veritas ha il 65 per cento e Alles (gruppo Mantovani) il 30 per cento.

A CA’ FARSETTI – Spunta anche l’ipotesi di costituirsi parte civile

IL “CASO” DIPLOMATICO – Galan da ministro preferì salire in auto con lui anzichè col Segretario di Stato

Colombelli “revocato” da console «Ma non era mai stato onorario»

È stato revocato all’inizio di marzo l’incarico diplomatico al console a disposizione William Alfonso Colombelli, coinvolto nell’inchiesta sulle false fatture milionarie emesse dalla società di San Marino, la Bmc Broker, nei confronti dell’azienda di costruzioni Mantovani spa.
A dare la notizia è il decano del Corpo consolare del Veneto, Antonio Simionato, console onorario di Spagna, precisando che Colombelli non ha mai ricoperto il ruolo di console di San Marino a Venezia con giurisdizione sul Veneto. Il suo incarico, revocato a seguito dell’arresto da parte del Congresso di Stato della Repubblica di San Marino, in ottemperanza alla legge sugli incarichi diplomatici, era quello di “console onorario a disposizione”.
Simionato precisa, inoltre, che l’attuale console onorario della Repubblica di San Marino è l’avvocatessa Lorenza mel, sulla base di atto di nomina (exequatur) del ministero degli Affari esteri del febbraio 2005. «Exequatur che non è mai stato rilasciato al signor Colombelli e, senza il quale non si è autorizzati ad esercitare la professione di console», spiega Simionato.
La nomina di Colombelli a console risale al 9 maggio 2005 e nel luglio del 2009 fu confermata dal governo di San Marino per dare impulso all’accordo che, quattro anni prima, lo Stato aveva siglato con la Regione Veneto, presieduta da Giancarlo Galan, proprio grazie all’intermediazione di Colombelli. Nel 2011 Galan, all’epoca ministro della Cultura, nel corso di una visita a San Marino, preferì salire in auto con Colombelli piuttosto che con il Segretario di Stato sanmarinese: ne seguirono aspre polemiche per lo “sgarbo” istituzionale.

COLOMBELLI «Conobbi la Minutillo per il tramite di Galan»

«Ho conosciuto, tramite Giancarlo Galan, Claudia Minutillo la quale, successivamente, mi presentò Piergiorgio Baita». William Alfonso Colombelli, della Bmc Broker, lo ha raccontato nel corso dell’interrogatorio sostenuto davanti al pm Stefano Ancilotto, spiegando che i rapporti con Baita iniziarono nel 2005 senza un accordo preciso. Poi «iniziarono ad arrivare dalla Mantovani, via fax, contratti relativi agli oggetti più svariati: dalla ricerca di partners commerciali alle consulenze in materia di progettazione», ha raccontato Colombelli, spiegando di aver trattenuto il 22-24 per cento dei compensi ricevuti dalla Mantovani, restituendo il resto a Baita, nel giro di una settimana.

FRODE – Piergiorgio Baita. L’accusa fa riferimento a false fatturazioni con una società di San Marino

CASO MANTOVANI Il Riesame: Voltazza consegnò a Buson 2 milioni provenienti da fatture false

«Così Baita depistava le indagini»

Trovate in un computer 19 mail con cui concordava i documenti da presentare alla Finanza

Piergiorgio Baita ha posto in essere «una cospicua attività di depistaggio delle indagini, innanzitutto attraverso la sistematica ed estesa falsificazione della documentazione afferente gli incarichi affidati alla Bmc Broker… anche manipolando documentazione proveniente da altre Aziende».
Lo scrive il Tribunale del riesame nelle motivazioni al provvedimento con il quale la scorsa settimana ha respinto la richiesta di remissione in libertà presentato dai legali dell’ex presidente della mantovani spa, gli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, ribadendo che la competenza ad indagare spetta alla Procura di Venezia. Nelle 48 pagine depositate ieri in cancelleria, il collegio presieduto da Angelo Risi conferma l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Baita per quanto riguarda il concorso nelle false fatturazioni milionarie che sarebbero state realizzate da William Alfonso Colombelli attraverso la sua società con sede a San Marino, la Bmc Broker. «Tale concorso – scrivono i giudici – avrebbe assunto la natura di quello morale per istigazione».
L’attività di depistaggio, che sarebbe stata svolta in maniera consistente anche da Colombelli, viene provata secondo il Tribunale anche da 19 e-mail rinvenute nel computer di Baita, dalle quali emerge come i due «cercassero di concordare la predisposizione di un documento da presentare agli investigatori». Colombelli in particolare, «pressato dalle autorità di San Marino chiede di concordare con il Baita le rispettive versioni, ed il Baita… gli invia la falsa documentazione necessaria, di volta in volta, ad ingannare le autorità inquirenti».
Di notevole rilievo viene valutato anche l’accordo siglato da Baita con la Italia Service srl di Montegrotto Terme, società di vigilanza privata di proprietà del ragionier Mirco Voltazza che, per un compenso concordato di un milione e 320mila euro, si sarebbe occupata di attività di «organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso continuo di informazioni mirate al management e all’azionista… per anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura, concedendo all’azienda i tempi di attivazione dei diversi “piani di gestione della crisi” con conseguente attività di bonifica fiscale».
Voltazza, costituitosi la scorsa settimana alla Finanza, ha fornito ulteriori conferme agli investigatori, parlando anche dell’esistenza di altre false fatture. Il ragioniere «ha riferito di avere negli ultimi due anni ricevuto circa due milioni di euro da tale Marazzi, pagati dalla Mantovani al Marazzi per far fronte a fatture per operazioni inesistenti emesse dalle società riconducibili a quest’ultimo: Eracle, Ecg e Linktobe – si legge nel provvedimento del Riesame – Tali liquidità sono state consegnate da Voltazza a Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani il quale li ha utilizzati – verosimilmente – su indicazioni dello stesso Baita».

Gianluca Amadori

Commissione d’inchiesta sui rapporti con il gruppo

Dopo il ponte di Calatrava, il Consiglio comunale sta per istituire un’altra commissione speciale d’inchiesta. Le sue sedute saranno aperte perché è concepita come un omaggio alla trasparenza che all’interno di Ca’ Farsetti si intende fare a proposito dei rapporti che hanno legato e legano il territorio con il gruppo Mantovani e sul ruolo del gruppo “del Consorzio Venezia Nuova e delle società da essi controllate nella vita economica e politica di Venezia”. A chiederla a gran voce sono tutti i rappresentanti della maggioranza più il Movimento Cinquestelle ai quali si è unito poco dopo anche Fratelli d’Italia.
«Non vogliamo ovviamente sostituirci all’inchiesta penale in corso – ha detto Beppe Caccia (lista In Comune), perché lo spirito dell’iniziativa è capire come in 20 anni abbia potuto consolidarsi un vero e proprio sistema che ha consentito ad un soggetto di esercitare un monopolio di fatto sulle opere pubbliche di Venezia e di gran parte del Veneto».
Il primo degli scopi sarà quindi fare la massima chiarezza sui rapporti in essere tra l’amministrazione comunale e la Mantovani. Il secondo è quello di non demonizzare la società, che continua a dare lavoro a centinaia, se non migliaia di persone. Gente cui non può essere addebitato nulla di quanto contestato in questi giorni dalla Procura a singole persone. Portavoce di questa esigenza è stato il capogruppo del Pd, Claudio Borghello.
«È importante chiarire – ha detto – come sono stati assegnati gli appalti, ma è altrettanto importante che non si fermino cantieri che danno lavoro a tanta gente, che non ha nessuna colpa di quanto sta accadendo».
Il termine ultimo per la conclusione dei lavori di questa commissione è di 18 nesi, coincidente con la fine del mandato di questa amministrazione. «Pensiamo – ha aggiunto Sebastiano Bonzio (Fds) – che il Comune dovrebbe costituirsi parte civile se ci sarà un processo».
Tra i firmatari anche Luigi Giordani (Psi), Giacomo Guzzo (Idv), Camilla Seibezzi (In Comune) e Simone Venturini (Udc).
«Approviamo fin dall’inizio questa operazione – ha detto Gian Luigi Placella, 5 stelle – anche perché avevo fatto un’interpellanza per chiedere esattamente le stesse cose».
Sebastiano Costalonga, di Fratelli d’Italia ha aderito immediatamente e per quanto riguarda Lega, Pdl e Impegno, le altre liste di centrodestra, l’auspicio della maggioranza è che la richiesta di istituire la commissione trovi il voto unanime del Consiglio comunale alla prima seduta utile.
In Provincia, intanto, anche il consigliere Pietro Bortoluzi (Fratelli d’Italia) invita l’ente a costituirsi parte civile in un eventuale processo nel caso in cui emergesse un danno per la Provincia.

VENEZIA – Una commissione comunale indagherà su tutti gli appalti

VENEZIA – Una commissione d’inchiesta per far luce sul ruolo dell’impresa Mantovani e delle sue partecipate sulla vita economico-amministrativa della città di Venezia. Lo chiedono la maggioranza e parte dell’opposizione in Consiglio comunale, che ieri hanno presentato la bozza di delibera che sarà discussa nel primo Consiglio utile. «Lo scopo – ha detto il consigliere Beppe Caccia, ambientalista – è capire come in 20 anni si sia consolidato un vero e proprio sistema che ha consentito a questa società di esercitare una sorta di monopolio sulle opere pubbliche più importanti del territorio. Il peccato originale è il concessionario unico dei lavori per il Magistrato alle Acque, il Consorzio Venezia Nuova».
Per l’occasione, oltre ai partiti di maggioranza ha firmato anche il Movimento cinquestelle e poi si è aggiunto il gruppo da poco formato di Fratelli d’Italia.
Lo scopo è “l’acquisizione di tutte le informazioni utili, anche nella prospettiva della costituzione del Comune come parte civile in sede processuale, su come e quanto il sistema illecito che dovesse emergere abbia danneggiato l’amministrazione e il territorio nel suo complesso”.
Il punto di partenza è un dossier inviato in Procura dal sindaco Giorgio Orsoni, che contiene tutti i rapporti intrattenuti dal Comune con la Mantovani Spa e le società da essa partecipate.
«Attenzione però – ha osservato il capogruppo del Pd, Claudio Borghello – che non vogliamo criminalizzare la società se alcuni suoi esponenti possono aver avuto delle colpe. È importante precisare che vogliamo che i cantieri non si fermino e che il lavoro sia salvaguardato».
Michele Fullin

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