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Il Movimento all’attacco sull’ospedale di Mestre: «Project financing nella sanità, strumento letale»

VENEZIA – Il nuovo Ospedale di Mestre costruito in project financing, cioè con il contributo finanziario dei privati, non è stato un buon affare per la collettività. A guadagnarci alla fine sono state soltanto le imprese, e in particolare la Veneto Sanitaria di Piergiorgio Baita. E’ quanto sostiene il Movimento Cinquestelle, che ha raccolto un corposo dossier sull’argomento e inviato una segnalazione alla Corte dei Conti. «Abbiamo scritto anche al presidente della Regione Luca Zaia», spiega il consigliere comunale veneziano Pierluigi Placella, «per segnalare che da quel buco nero si potrebbero ricavare risorse per la sanità». Placella è un ex primario ortopedico, di sanità se ne intende. Il gruppo di lavoro, costituito da un medico, un ex direttore sanitario e un esperto in bilanci, ha messo nero su bianco i conti del nuovo Ospedale, avviato nell’anno Duemila dalla giunta Galan. Lavori affidati all’Ati (associazione temporanea di imprese) costituita dalla Mantovani, Astaldi, Cofathec, gruppo Gemmo. Gestione affidata alla Veneta Sanitaria Finanza di progetto. «Il project in sanità è uno strumento letale», titola il dossier. Secondo i grillini, per costruire il nuovo Ospedale i privati hanno messo 140 milioni di euro, di cui 120 chiesti alle banche. In cambio hanno ottenuto la gestione dei servizi alberghieri, ma anche degli esami di laboratorio, per i prossimi 24 anni. «Ma il costo a carico della Regione», si legge nell’esposto, «ammonta a 399 milioni di euro, di cui 124 milioni di euro di Iva». Il business totale per i privati, continua il dossier «è di 1,3 miliardi in 24 anni. E tutto questo per aver avuto 20 milioni. Il mutuo poteva farlo la Regione, e ci avrebbe guadagnato». La segnalazione, racconta il consigliere Placella, era stata inviata anche al direttore dell’Asl 12 Antonio Padoan nel 2011. «Avevamo chiesto un incontro, per illustrare la possibilità di risparmiare soldi della collettività andando a rivedere la convenzione», dice, «ma non ci ha mai ricevuto. Secondo l’Asl i soldi sui sarebbero spesi lo stesso per pagare i servizi. In realtà per gli anni futuri pagheremo ad esempio il 21 per cento di iva invece del 10» Conti da rivedere, dunque. E un sistema di finanza privata che adesso in tanti vogliono rivedere.

Alberto Vitucci

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Gazzettino – Il caso baita

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21

mar

2013

LA DOCUMENTAZIONE – All’indomani degli arresti dell’ex presidente della Mantovani Piergiorgio Baita e di altre tre persone per presunta associazione per delinquere finalizzata alla afrode fiscale, il sindaco ha trasmesso alla Procura un dossier contenente la documentazione di tutti i rapporti intrattenuti dal Comune e dalle sue società con la Mantovani e le sue partecipate.

COMMISSIONE D’INCHIESTA – La maggioranza e parte dell’opposizione chiedono l’istituzione di una commissione d’inchiesta per far luce sul ruolo che la grande impresa di costruzioni ha avuto nella vita economica e amministrativa della città e del suo territorio.

CASO BAITA – E il Consiglio si accinge a varare una commissione d’inchiesta dopo quanto emerso

Il Comune ha trasmesso ai magistrati tutta la documentazione sui rapporti con la Mantovani e le sue consociate

IL DOSSIER – Il sindaco ha presentato il rapporto in Procura

COPPA AMERICA – Da Thetis i 5 milioni necessari per le regate

IL BILANCIO – Mof e Autostrade hanno salvato il patto di stabilità nel 2012

Il manager si è dimesso dalla carica di presidente dopo il suo arresto

Le manette sono scattate all’alba del 28 febbraio su ordinanza di custodia cautelare chiesta dal Pm Stefano Ancilotto e firmata dal Gip Alberto Scaramuzza. Sono stati arrestati l’allora presidente di Mantovani, Piergiorgio Baita (che si è dimesso pochi giorni più tardi), l’amministratore delegato di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo, il direttore amministrativo di Mantovani, Nicolò Buson e il consulente del gruppo William Alfonso Colombelli. Su di loro l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale. Il controvalore che la guardia di finanza ritiene sottratto al Fisco è di una decina di milioni, importo che potrebbe essere rivisto in aumento in seguito alle rivelazioni di Minutillo e Colombelli al pubblico ministero. Ai due indagati sono stati concessi dal Gip gli arresti domiciliari dopo la confessione. Il Tribunale del Riesame ha invece respinto il ricorso di Baita; su Buson si pronuncerà domani.

Mantovani, ecco gli affari col Comune

Non solo Mose e tram: la società condivide anche partecipazioni azionarie con Ca’ Farsetti

Delibere, contratti, pareri. In una corposa cartella è contenuto il dossier che il sindaco Giorgio Orsoni ha inviato alla Procura della Repubblica all’indomani degli arresti per la presunta associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale in capo al gruppo di costruzioni Mantovani. In queste carte sono elencati tutti i rapporti in essere o che si sono chiusi di recente tra l’amministrazione comunale e la Mantovani o sue società controllate o consociate. Da questi fogli prenderà presto il via anche la commissione d’inchiesta che la gran parte del Consiglio comunale afferma di voler istituire da subito per far luce sugli effetti che le eventuali distorsioni che dovessero essere scoperte potrebbero aver avuto sulla vita economica e amministrativa della città.
Cinque sono i rapporti intrattenuti direttamente dall’amministrazione comunale, cui se ne aggiungono altri, di partecipazione societaria, intrattenuti dalle aziende comunali. Si tratta, occorre precisarlo, di contratti e partecipazioni che sono indice solo di un rapporto economico tra Comune e la società. Un rapporto che negli ultimi due anni ha contribuito all’equilibrio dei conti di Ca’ Farsetti sul versante del patto di stabilità.
LIDO – Mantovani possiede il 19 per cento delle quote del fondo Real Venice II amministrato da Est Capital. Il fondo che aveva firmato il contratto per l’acquisto del compendio dell’ex Ospedale al Mare per 61 milioni. Contratto oggi ancora in alto mare e affidato ad un giudice per la risoluzione. Oltre al 19 per cento di Mantovani, la sua controllata Thetis detiene un tre per cento del fondo medesimo.
AUTOSTRADE – A fine 2012 il Comune ha venduto le sue quote in Società delle autostrade Serenissima (3 %) e in A 4 Holding (0,17%) per circa 2 milioni 960mila euro alla società Mantovani, individuata come acquirente dopo diverse procedure ad evidenza pubblica andate deserte.
MOF – Con questa sigla si suole indicare il mercato ortofrutticolo di via Torino, area divenuta pregiata sulla quale presto un insediamento residenziale e universitario. Nel 2009 il Comune aveva sottoscritto un accordo per la cessione dell’area alla società Venice Campus per 46 milioni 230mila euro. L’anno successivo le quote societarie furono acquisite dalla Mantovani, che è diventata l’interlocutore del Comune anche per questa importante partita.
TRAM – L’impresa Mantovani fa parte dell’associazione temporanea di imprese che ha avuto l’appalto per la costruzione del tram per 164 milioni 826mila euro. Dell’Ati fanno parte oltre a Mantovani anche Sacaim, Clea, Gemmo, Lohr, Mm, Altieri, Net.
COPPA AMERICA – Lo scorso maggio, Thetis, società partecipata del gruppo Mantovani con l’8,33 per cento delle azioni, ha fornito i 5 milioni necessari allo svolgimento a Venezia della tappa delle World Series di Coppa America.
ACTV – Actv detiene una partecipazione azionaria del 5,756 per cento in Thetis, società di ingegneria per la salvaguardia e la gestione dell’ambiente. Il principale azionista è il Consorzio Venezia Nuova con il 51, 181 per cento, mentre Mantovani è presente con l’8,335 per cento e un altro 6.078 per cento è di Adria Infrastrutture, controllata da Mantovani.
VERITAS – La società detiene tre partecipazioni in Comune con Mantovani o sue consociate. La prima riguarda la “Porto Marghera servizi di ingegneria Scarl”, società mutualistica per la progettazione e direzione lavori ambientali di cui Veritas ha il 18 per cento e Insula il 15. Thetis è presente con il 33 per cento. Veritas detiene anche il 31 per cento in Sifa Sc Spa, specializzata in finanza di progetto in relazione al Progetto integrato Fusina. La Mantovani detiene il 47 per cento e la sua partecipata Alles un altro 1 per cento.
Infine, nella Sifagest Scarl, specializzata nella gestione di impianti per il trattamento di acque reflue e termodistruzione di rifiuti, veritas ha il 65 per cento e Alles (gruppo Mantovani) il 30 per cento.

A CA’ FARSETTI – Spunta anche l’ipotesi di costituirsi parte civile

IL “CASO” DIPLOMATICO – Galan da ministro preferì salire in auto con lui anzichè col Segretario di Stato

Colombelli “revocato” da console «Ma non era mai stato onorario»

È stato revocato all’inizio di marzo l’incarico diplomatico al console a disposizione William Alfonso Colombelli, coinvolto nell’inchiesta sulle false fatture milionarie emesse dalla società di San Marino, la Bmc Broker, nei confronti dell’azienda di costruzioni Mantovani spa.
A dare la notizia è il decano del Corpo consolare del Veneto, Antonio Simionato, console onorario di Spagna, precisando che Colombelli non ha mai ricoperto il ruolo di console di San Marino a Venezia con giurisdizione sul Veneto. Il suo incarico, revocato a seguito dell’arresto da parte del Congresso di Stato della Repubblica di San Marino, in ottemperanza alla legge sugli incarichi diplomatici, era quello di “console onorario a disposizione”.
Simionato precisa, inoltre, che l’attuale console onorario della Repubblica di San Marino è l’avvocatessa Lorenza mel, sulla base di atto di nomina (exequatur) del ministero degli Affari esteri del febbraio 2005. «Exequatur che non è mai stato rilasciato al signor Colombelli e, senza il quale non si è autorizzati ad esercitare la professione di console», spiega Simionato.
La nomina di Colombelli a console risale al 9 maggio 2005 e nel luglio del 2009 fu confermata dal governo di San Marino per dare impulso all’accordo che, quattro anni prima, lo Stato aveva siglato con la Regione Veneto, presieduta da Giancarlo Galan, proprio grazie all’intermediazione di Colombelli. Nel 2011 Galan, all’epoca ministro della Cultura, nel corso di una visita a San Marino, preferì salire in auto con Colombelli piuttosto che con il Segretario di Stato sanmarinese: ne seguirono aspre polemiche per lo “sgarbo” istituzionale.

COLOMBELLI «Conobbi la Minutillo per il tramite di Galan»

«Ho conosciuto, tramite Giancarlo Galan, Claudia Minutillo la quale, successivamente, mi presentò Piergiorgio Baita». William Alfonso Colombelli, della Bmc Broker, lo ha raccontato nel corso dell’interrogatorio sostenuto davanti al pm Stefano Ancilotto, spiegando che i rapporti con Baita iniziarono nel 2005 senza un accordo preciso. Poi «iniziarono ad arrivare dalla Mantovani, via fax, contratti relativi agli oggetti più svariati: dalla ricerca di partners commerciali alle consulenze in materia di progettazione», ha raccontato Colombelli, spiegando di aver trattenuto il 22-24 per cento dei compensi ricevuti dalla Mantovani, restituendo il resto a Baita, nel giro di una settimana.

FRODE – Piergiorgio Baita. L’accusa fa riferimento a false fatturazioni con una società di San Marino

CASO MANTOVANI Il Riesame: Voltazza consegnò a Buson 2 milioni provenienti da fatture false

«Così Baita depistava le indagini»

Trovate in un computer 19 mail con cui concordava i documenti da presentare alla Finanza

Piergiorgio Baita ha posto in essere «una cospicua attività di depistaggio delle indagini, innanzitutto attraverso la sistematica ed estesa falsificazione della documentazione afferente gli incarichi affidati alla Bmc Broker… anche manipolando documentazione proveniente da altre Aziende».
Lo scrive il Tribunale del riesame nelle motivazioni al provvedimento con il quale la scorsa settimana ha respinto la richiesta di remissione in libertà presentato dai legali dell’ex presidente della mantovani spa, gli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, ribadendo che la competenza ad indagare spetta alla Procura di Venezia. Nelle 48 pagine depositate ieri in cancelleria, il collegio presieduto da Angelo Risi conferma l’esistenza di gravi indizi di colpevolezza nei confronti di Baita per quanto riguarda il concorso nelle false fatturazioni milionarie che sarebbero state realizzate da William Alfonso Colombelli attraverso la sua società con sede a San Marino, la Bmc Broker. «Tale concorso – scrivono i giudici – avrebbe assunto la natura di quello morale per istigazione».
L’attività di depistaggio, che sarebbe stata svolta in maniera consistente anche da Colombelli, viene provata secondo il Tribunale anche da 19 e-mail rinvenute nel computer di Baita, dalle quali emerge come i due «cercassero di concordare la predisposizione di un documento da presentare agli investigatori». Colombelli in particolare, «pressato dalle autorità di San Marino chiede di concordare con il Baita le rispettive versioni, ed il Baita… gli invia la falsa documentazione necessaria, di volta in volta, ad ingannare le autorità inquirenti».
Di notevole rilievo viene valutato anche l’accordo siglato da Baita con la Italia Service srl di Montegrotto Terme, società di vigilanza privata di proprietà del ragionier Mirco Voltazza che, per un compenso concordato di un milione e 320mila euro, si sarebbe occupata di attività di «organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso continuo di informazioni mirate al management e all’azionista… per anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura, concedendo all’azienda i tempi di attivazione dei diversi “piani di gestione della crisi” con conseguente attività di bonifica fiscale».
Voltazza, costituitosi la scorsa settimana alla Finanza, ha fornito ulteriori conferme agli investigatori, parlando anche dell’esistenza di altre false fatture. Il ragioniere «ha riferito di avere negli ultimi due anni ricevuto circa due milioni di euro da tale Marazzi, pagati dalla Mantovani al Marazzi per far fronte a fatture per operazioni inesistenti emesse dalle società riconducibili a quest’ultimo: Eracle, Ecg e Linktobe – si legge nel provvedimento del Riesame – Tali liquidità sono state consegnate da Voltazza a Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani il quale li ha utilizzati – verosimilmente – su indicazioni dello stesso Baita».

Gianluca Amadori

Commissione d’inchiesta sui rapporti con il gruppo

Dopo il ponte di Calatrava, il Consiglio comunale sta per istituire un’altra commissione speciale d’inchiesta. Le sue sedute saranno aperte perché è concepita come un omaggio alla trasparenza che all’interno di Ca’ Farsetti si intende fare a proposito dei rapporti che hanno legato e legano il territorio con il gruppo Mantovani e sul ruolo del gruppo “del Consorzio Venezia Nuova e delle società da essi controllate nella vita economica e politica di Venezia”. A chiederla a gran voce sono tutti i rappresentanti della maggioranza più il Movimento Cinquestelle ai quali si è unito poco dopo anche Fratelli d’Italia.
«Non vogliamo ovviamente sostituirci all’inchiesta penale in corso – ha detto Beppe Caccia (lista In Comune), perché lo spirito dell’iniziativa è capire come in 20 anni abbia potuto consolidarsi un vero e proprio sistema che ha consentito ad un soggetto di esercitare un monopolio di fatto sulle opere pubbliche di Venezia e di gran parte del Veneto».
Il primo degli scopi sarà quindi fare la massima chiarezza sui rapporti in essere tra l’amministrazione comunale e la Mantovani. Il secondo è quello di non demonizzare la società, che continua a dare lavoro a centinaia, se non migliaia di persone. Gente cui non può essere addebitato nulla di quanto contestato in questi giorni dalla Procura a singole persone. Portavoce di questa esigenza è stato il capogruppo del Pd, Claudio Borghello.
«È importante chiarire – ha detto – come sono stati assegnati gli appalti, ma è altrettanto importante che non si fermino cantieri che danno lavoro a tanta gente, che non ha nessuna colpa di quanto sta accadendo».
Il termine ultimo per la conclusione dei lavori di questa commissione è di 18 nesi, coincidente con la fine del mandato di questa amministrazione. «Pensiamo – ha aggiunto Sebastiano Bonzio (Fds) – che il Comune dovrebbe costituirsi parte civile se ci sarà un processo».
Tra i firmatari anche Luigi Giordani (Psi), Giacomo Guzzo (Idv), Camilla Seibezzi (In Comune) e Simone Venturini (Udc).
«Approviamo fin dall’inizio questa operazione – ha detto Gian Luigi Placella, 5 stelle – anche perché avevo fatto un’interpellanza per chiedere esattamente le stesse cose».
Sebastiano Costalonga, di Fratelli d’Italia ha aderito immediatamente e per quanto riguarda Lega, Pdl e Impegno, le altre liste di centrodestra, l’auspicio della maggioranza è che la richiesta di istituire la commissione trovi il voto unanime del Consiglio comunale alla prima seduta utile.
In Provincia, intanto, anche il consigliere Pietro Bortoluzi (Fratelli d’Italia) invita l’ente a costituirsi parte civile in un eventuale processo nel caso in cui emergesse un danno per la Provincia.

VENEZIA – Una commissione comunale indagherà su tutti gli appalti

VENEZIA – Una commissione d’inchiesta per far luce sul ruolo dell’impresa Mantovani e delle sue partecipate sulla vita economico-amministrativa della città di Venezia. Lo chiedono la maggioranza e parte dell’opposizione in Consiglio comunale, che ieri hanno presentato la bozza di delibera che sarà discussa nel primo Consiglio utile. «Lo scopo – ha detto il consigliere Beppe Caccia, ambientalista – è capire come in 20 anni si sia consolidato un vero e proprio sistema che ha consentito a questa società di esercitare una sorta di monopolio sulle opere pubbliche più importanti del territorio. Il peccato originale è il concessionario unico dei lavori per il Magistrato alle Acque, il Consorzio Venezia Nuova».
Per l’occasione, oltre ai partiti di maggioranza ha firmato anche il Movimento cinquestelle e poi si è aggiunto il gruppo da poco formato di Fratelli d’Italia.
Lo scopo è “l’acquisizione di tutte le informazioni utili, anche nella prospettiva della costituzione del Comune come parte civile in sede processuale, su come e quanto il sistema illecito che dovesse emergere abbia danneggiato l’amministrazione e il territorio nel suo complesso”.
Il punto di partenza è un dossier inviato in Procura dal sindaco Giorgio Orsoni, che contiene tutti i rapporti intrattenuti dal Comune con la Mantovani Spa e le società da essa partecipate.
«Attenzione però – ha osservato il capogruppo del Pd, Claudio Borghello – che non vogliamo criminalizzare la società se alcuni suoi esponenti possono aver avuto delle colpe. È importante precisare che vogliamo che i cantieri non si fermino e che il lavoro sia salvaguardato».
Michele Fullin

Fondi neri della Mantovani, le motivazioni del Riesame

Il ruolo di Colombelli: «Contratti fasulli a partire dal 2005»

VENEZIA – Per il Tribunale del riesame di Venezia, Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani spa, deve restare in carcere perché ha posto in essere «una rilevante attività di depistaggio delle indagini e di inquinamento probatorio», scrive nelle motivazioni della decisione il presidente Angelo Risi. Le 46 pagine del documento, depositato ieri in cancelleria, sottolineano l’«esistenza di un vero e proprio accordo contrattuale tra Baita e la ditta “Italia Service srl” di Mirco Voltazza. Con tale accordo la ditta di Montegrotto si impegnava a far data dal 27 agosto 2012 (e quindi nel pieno corso delle indagini) ad “anticipare eventuali aggressioni da parte di forze dell’ordine e magistratura, concedendo all’azienda i tempi di attivazione dei diversi piani di gestione della crisi con conseguente attività di bonifica ambientale… con l’organizzazione e direzione di una piattaforma di intelligence capace di generare in sicurezza un flusso continuo di informazioni mirate al management e all’azionista”». «Tale accordo», prosegue il giudice veneziano, «prevedeva un compenso globale di un milione e 320 mila euro. Può affermarsi che le esigenze di tutela del processo di formazione della prova sono concrete e attuali». Anche l’amministratore della sanmarinese «Bmc Broker» William Colombelli «ha posto in essere l’attività di inquinamento probatorio sia attraverso l’atteggiamento intimidatorio assunto nei confronti della sua impiegata sia quello di distruzione della documentazione contabile ed informatica esistente preso la sua società». Colombelli, però, dopo l’arresto ha scelto di raccontare quello che sa, almeno in parte, e nel documento depositato ieri sono riportate alcune delle sue dichiarazioni al pubblico ministero Stefano Ancilotto. «Ho conosciuto, tramite Giancarlo Galan, Claudia Minutillo la quale successivamente mi presentò Baita», ha raccontato il console onorario della Repubblica del Titano. «Iniziarono nel 2005 ad arrivare dalla Mantovani, via fax, contratti relativi agli oggetti più svariati: dalla ricerca di partners commerciali, alle consulenze in materia di progettazione. Immediatamente dopo l’invio dei contratti venivano accreditate nei conti correnti della Bmc le somme di denaro indicate nei contratti. Io trattenevo una percentuale oscillante dal 22 al 24 per cento e restituivo la restante parte della somma alla Mantovani o consegnandola alla Minutillo o portandola io direttamente in Italia e consegnandola alla Minutillo che la dava poi a Baita. La riconsegna della somma avveniva normalmente nell’arco di 6-7 giorni dal bonifico della Mantovani». Il presidente Risi, inoltre, riporta stralci dell’interrogatorio reso dall’imprenditore Mirco Voltazza, il quale ha riferito «di avere negli ultimi due anni ricevuto circa 2 milioni di euro da tale Marazzi, pagati dalla Mantovani a Marazzi per far fronte a fatture per operazioni inesistenti emesse dalle società riconducibili a quest’ultimo: Eracle, Ecg e Linktobe. Tale liquidità sono state consegnate da Voltazza a Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani, il quale li ha utilizzati verosimilmente su indicazioni di Baita». Quest’ultimo, dunque, oltre a quelle della Bmc Broker utilizzava fatture fasulle anche di altre ditte. Per conoscere le motivazioni che hanno spinto il Tribunale del riesame a dissequestrare i 5 appartamenti e i due conti correnti di Baita, come richiesto dall’avvocato Paola Rubini, sarà necessario attendere alcuni giorni. È, comunque, probabile che la decisione sia stata presa perché nel decreto di sequestro del giudice Alberto Scaramuzza non sarebbe stato riportato il valore degli immobili sotto sequestro.

COMMISSIONE STRAORDINARIA a venezia
 
Anche il Comune avvia un’inchiesta

VENEZIA – Da anni, opera pubblica a Venezia ha fatto rima (indissolubilmente) con Mantovani spa: dai quasi 5 miliardi di euro del Mose al project financing dell’ospedale all’Angelo. Ora una commissione consiliare straordinaria indagherà «sul ruolo della Mantovani Spa, del Consorzio Venezia Nuova e delle società da essi controllate nella vita economica e politico-amministrativa della città di Venezia». A firmare la delibera , i partiti di maggioranza a Venezia (Pd, Udc, In Comune, Idv,Psi, Federazione della sinistra) e Movimento 5 stelle. «Le indagini penali le deve ovviamente fare la magistratura e se è come già appare, il Comune dovrà costituirsi parte civile», commentano il consigliere Beppe Caccia e Camilla Seibezzi, In Comune, «questa commissione serve a capire come si sia determinato un sistema di potere consolidato di monopolio della Mantovani. Il Comune deve riappropriarsi della programmazione del territorio, della quale era stato espropriato da questo sistema». «A Venezia non c’è mai stata libera concorrenza», commenta Giacomo Guzzo, Idv, «bisogna capire perché vincevano sempre gli stessi». «La commissione si è data un tempo massimo di 18 mesi sentiremo tutte le parti coinvolte, dagli uffici pubblici alle imprese», spiega Sebastiano Bonzio, Federazione della sinistra. «Abbiamo chiesto una commissione a porte aperte, perché tutti i cittadini possano parteciparvi: per fare chiarezza serve trasparenza», commenta il capogruppo pd Claudio Borghello, «la nostra preoccupazione sarà comunque anche quella di salvaguardare al massimo un’importante realtà occupazionale, perché i lavoratori non debbano pagare questa indagine». «Un metodo che va esteso su tutti i grandi interventi del Comune», chiude Luigi Giordani, Psi. E il consigliere 5 stelle, Gianluigi Pacella: «Siamo contenti di questa iniziativa di chiarezza della maggioranza, è nel nostro spirito. Bisogna puntare l’obiettivo sui project financing: interventi come quelli per l’ospedale di Mestre, decisi dalla Regione, vengono poi pagati dai cittadini veneziani in servizi».

La commissione partirà dal dossier che il sindaco Orsoni ha consegnato al pm Ancillotto, sui rapporti in corso tra Comune e Mantovani, come la vendita per 61 milioni del complesso dell’ex ospedale al Mare a Est Capital, attraverso il fondo Real Venice II detenuto al 19% dalla società. Al gruppo il Comune ha venduto anche le sue azioni delle Autostrade Serenissima (per 1,8 milioni) e A4 (per 1,13 milioni). Poi c’è l’accordo tra Comune e Venice Campus (acquistata nel 2010 da Mantovani) per la vendita alla società dell’area del mercato ortofrutticolo in via Torino, a Mestre, per 46 milioni. Mantovani è inoltre nell’Ati che sta realizzando il tram Mestre-Venezia (164 milioni); ha finanziato la tappa di Coppa America attraverso Thetis (società che partecipa all’8,33%). Mantovani è socia al 47% di Veritas in Sifa, società finalizzata agli interventi in finanza di progetto nell’area terminal di Fusina e, attraverso Alles, in Sifagest, per la gestione di impianti di trattamento acque reflue anche industriali.

Roberta De Rossi

 

LA CONFESSIONE – La Minutillo:«Sapevo che le fatture erano false. Ma ero solo una pedina»

«Sapevo che le fatture emesse dalla Bmc per la Mantovani erano false, ma io facevo soltanto quello che veniva deciso dalla società di Baita». Così ha dichiarato a verbale Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan, nel suo interrogatorio. «Ho collaborato alla riscossione del denaro, ma agivo per conto delle vere menti».

Sequestrato all’ex capo di Mantovani il contratto con una società assoldata per «anticipare aggressioni da parte dei magistrati e delle forze dell’ordine». Costo: «quarta rata, 440mila euro»

L’INTERROGATORIO

INDAGINE – L’ingegner Piergiorgio Baita in una foto di alcuni anni fa. Qui sopra il coordinatore dell’inchiesta della Procura, il pm Stefano Ancilotto

Il Tribunale ha stabilito che l’ingegnere resti in carcere

Gli inquirenti sono convinti che i soldi servissero anche per pagare “talpe”

CASO MANTOVANI – Tra le carte dell’ex presidente trovata la lettera d’incarico. Costo: 440mila euro

Il manager aveva assoldato una società per controllare le indagini e «prevenire aggressioni di pm e forze ell’ordine»

Baita e gli 007 antimagistrati

Per «anticipare eventuali aggressioni da parte delle forze dell’ordine e della Magistratura», l’allora presidente della Mantovani spa, Piergiorgio Baita, avrebbe “assoldato” una società specializzata, con l’incarico di mettere in atto tutte le iniziative necessarie per raccogliere informazioni sull’inchiesta penale riguardante l’impresa di costruzioni al fine di concedere «all’azienda i tempi di attivazione dei diversi piani di gestione della crisi».
La lettera d’incarico per la singolare attività di difesa dalle «aggressioni» della magistratura è stata sequestrata dalla Guardia di Finanza nella disponibilità dello stesso ingegner Baita che, nel solo periodo compreso tra il settembre e il dicembre del 2012 avrebbe messo a disposizione ben 440mila euro alla società incaricata di “controllare” le indagini della Procura, coordinate dal pm Stefano Ancilotto. Una somma molto ingente, che nella scrittura privata rinvenuta dagli inquirenti viene denominata “quarta rata”, facendo presupporre l’esistenza di altri tre precedenti incarichi, probabilmente per lo stesso ammontare.
Il documento è stato depositato dal pm Ancilotto davanti al Tribunale del riesame assieme ad altri atti d’indagine per convincere i giudici a rigettare la richiesta di remissione in libertà dell’ingegner Baita: secondo il rappresentante della pubblica accusa, infatti, solo il carcere in questa fase può evitare il rischio di inquinamento probatorio. L’incarico attribuito a quella società, con sede in provincia di Venezia, avvalora il sospetto che siano stati messi in atto tentativi di depistaggio: la Mantovani era da tempo a conoscenza delle indagini in atto in quanto la Finanza aveva fatto visita più di una volta nelle sedi di Mestre e Padova per acquisire documentazione nell’ambito di una verifica fiscale; verifica avviata nell’ottobre del 2010 e poi proseguita con varie attività, tra cui alcune rogatorie all’estero.
Gli inquirenti sono convinti che quelle ingenti somme, stanziate per anticipare le «aggressioni» della magistratura, siano servite anche per pagare qualche “talpa”, la quale avrebbe avvisato l’allora presidente della Mantovani mettendolo in guardia sull’esistenza di intercettazioni e sull’installazione di microspie. Il Tribunale ha stabilito che Baita per il momento deve restare detenuto in custodia cautelare.
Il Riesame dovrà affrontare venerdì la posizione del quarto indagato, il responsabile amministrativo della Mantovani, il ragioniere Buson, uno dei collaboratori più vicini a Baita; l’uomo che materialmente si sarebbe occupato di tutte le fatture relative alle decine di consulenze e progetti che Bmc Broker non avrebbe mai effettuato. In un primo momento sembrava che Buson fosse disponibile a parlare con il pm Ancilotto ma, successivamente, ha cambiato idea. A confermare il ruolo centrale di Buson è la stessa Minutillo: nel suo primo interrogatorio ha dichiarato che il ragioniere era a conoscenza del sistema delle false fatturazioni.
Ieri il Tribunale presieduto da Angelo Risi ha accolto in parte, per un motivo formale, il ricorso della difesa in relazione al sequestro dei beni di Baita, in quanto non sarebbe stato indicato il valore di ciascuno di essi, ma soltanto l’ammontare complessivo della somma del sequestro, ovvero 8 milioni di euro. Bisognerà ora attendere il deposito delle motivazioni.

Gianluca Amadori
CONFESSIONE – L’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, sapeva tutto

«Sapevo che le fatture erano false»

La Minutillo conferma: «Ho collaborato alla riscossione del denaro, ma agivo per conto di Bmc e Mantovani»

(gla) Claudia Minutillo sapeva che la Bmc Broker di San Marino operava come “cartiera” e che gran parte delle fatture emesse a favore delle società del gruppo Mantovani erano fittizie, relative ad attività in realtà mai svolta.
L’amministratore delegato di Adria Infrastrutture, arrestata a fine febbraio per concorso in associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, lo ha ammesso davanti al giudice Alberto Scaramuzza, nel primo interrogatorio, il cui verbale è stato depositato qualche giorno fa davanti al Tribunale del riesame. L’ex stretta collaboratrice dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan, ha spiegato che fu il presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, a proporle di diventare amministratrice di Adria Infrastrutture, società in un secondo momento interamente controllata dall’impresa di costruzioni. E ha cercato di ridimensionare il suo ruolo sostenendo che era la Mantovani, e Baita in particolare, a gestire Adria infrastrutture: «I bilanci, tutto quanto, veniva redatto dalla Mantovani». Lei si sarebbe limitata a fare ciò che veniva disposto dalla Mantovani.
Minutillo si è attribuita un analogo ruolo subalterno anche nei rapporti intrattenuti con l’altro indagato, William Alfonso Colombelli, presidente di Bmc Broker, con il quale ha spiegato di aver avuto una relazione sentimentale. E per questo motivo avrebbe accettato di seguirlo nelle varie attività. A presentarglielo era stato lo stesso Galan: «Mi fu presentato a casa dell’onorevole Nicolò Ghedini», ha raccontato.
«Non agivo in conto proprio», ha precisato Minutillo, confermando di aver «collaborato nella riscossione del denaro» pagato dalla Mantovani per le consulenze fittizie e in gran parte restituito da Colombelli a Baita. Operazione che, secondo il pm Ancilotto, sarebbe servita per realizzare fondi neri.
Qualche giorno più tardi Claudia Minutillo si è presentata davanti al pm Ancilotto per rendere un secondo interrogatorio, dopo il quale le sono stati concessi gli arresti domiciliari. Ed è probabile che, oltre a scaricare la responsabilità su Baita e Colombelli (che nel suo interrogatorio “scarica” a sua volta su di lei) abbia anche raccontato a chi sono finiti parte dei fondi neri della Mantovani.

 

LE ACCUSE DELL’EX SEGRETERIA DI GALAN  «Colombelli mi minacciava e teneva in ostaggio»

«Ero stata minacciata più volte, segregata, tenuta in ostaggio; ho subito un’azione di stalking pesante da questa persona, da Colombelli… non volevo più saperne di questa persona, era un violento, era una persona… mi sono reso conto di tante cose che fino allora non avevo capito…».
Claudia Minutillo è particolarmente dura nei confronti dell’ex console di San Marino, William Alfonso Colombelli, l’uomo cui cui ha avuto una relazione. Nell’interrogatorio davanti al gip Scaramuzza ha spiegato di aver avuto l’intenzione di denunciarlo: «Però nessuno mi…mi confortava… c’era l’attività di mezzo… la paura che questa persona potesse fare qualcosa… ha cercato di minacciarmi in tutti i modi… fare pressioni sul gruppo, su Baita». Minutillo ha dichiarato che i rapporti con Colombelli si erano interrotti da tempo quando iniziò la verifica fiscale alla Mantovani.

L’ex segretaria del Governatore: mi fu presentato nel 2005 in casa dell’onorevole Niccolò Ghedini a Santa Maria di Sala

VENEZIA «Fino al 2005 io non lo conoscevo…Poi l’ho incontrato in casa dell’onorevole Niccolò Ghedini, a Santa Maria di Sala, a presentarmelo è stato Giancarlo Galan». È la risposta che Claudia Minutillo, durante il primo interrogatorio (quello di garanzia), ha dato alla domanda del pubblico ministero Stefano Ancilotto, che gli aveva chiesto quando e come aveva conosciuto William Colombelli, il presidente della «Bmc Broker» di San Marino accusato di aver rilasciato fatture fasulle per dieci milioni di euro alla «Mantovani spa» di Piergiorgio Baita e alla «Adria Infrastrutture» della stessa Minutillo. Allora Galan era ancora governatore del Veneto e lo sarebbe stato per altri cinque anni (a Palazzo Balbi c’è rimasto per 15 anni), mentre Ghedini era già da tempo avvocato difensore di Silvio Berlusconi e di lì a un anno sarebbe entrato a Montecitorio assieme al collega di studio Piero Longo. Che Galan fosse amico di Colombelli non è un segreto, basta scorrere la raccolta degli articoli e delle foto pubblicate da «La Tribuna sanmarinese», un periodico edito nella Repubblica del Titano, per scorpire anche istantanee in cui i due sono seduti allo stesso tavolo. Non solo, l’imprenditore di San Marino era stato nominato console onorario proprio per il Veneto, grazie ai buonissimi rapporti istituzionali che manteneva nella nostra regione. Il verbale di quel primo interrogatorio di Claudia Minutillo è finito negli atti che il pubblico ministero veneziano che coordina le indagini della Guardia di finanza ha consegnato al Tribunale del riesame, che si è già espresso sul ricorso presentato dai difensori di Baita, gli avvocati Piero Longo e Paola Rubini. Non è escluso, dunque, che il pm Ancilotto prossimamente interroghi come persone informate sui fatti sia Galan sia Ghedini, quest’ultimo collega di studio di Longo e Rubini, per chiedere conferma della circostanza riferita dall’ex segretaria dell’allora presidente della giunta regionale. È bastato il verbale di quel primo interrogatorio, sul secondo è calato il segreto così come su parti consistenti di quello del padovano rientrato dalla breve latitanza Mirco Voltazza, per i giudici del Tribunale del riesame presieduto da Angelo Risi per respingere il ricorso. Per i magistrati veneziani, infatti, Baita deve restare nel carcere di Belluno non più perché potrebbe fuggire, ma perché potrebbe inquinare le prove già raccolte o che gli investigatori continuano a raccogliere nei suoi confronti. In quell’interrogatorio Claudia Minutillo ha ammesso di aver saputo che la maggior parte della fatture firmate da Colombelli erano fasulle, ma ha spiegato che a gestire tutto era Baita e l’amministrazione della Mantovani. Ha ammesso, inoltre, che accompagnava spesso Colombelli a ritirare il denaro nella banca di San Marino e che alcune volte l’aveva riconsegnato lei a Baita. Oggi, intanto, sempre il Tribunale del riesame affronterà i ricorsi presentati contro i sequestri di conti correnti e appartamenti, mentre per venerdì è stato fissata l’udienza per il ricorso presentato dall’avvocato Fulvia Fois, il difensore di Nicolò Buson, il ragioniere di Baita. Molto attese, infine, le motivazioni che spiegheranno perchè il Tribunale ha tenuto in carcere l’ingegnere.

Giorgio Cecchetti

 

Pipitone a Zaia: «Basta doppi incarichi, Vernizzi ne ha troppi»

Ha preso carta e penna e scritto al presidente della Regione Luca Zaia. Lo ha fatto il capogruppo regionale di Italia dei Valori Antonino Pipitone, per sollecitare un’urgente riflessione sulle doppie poltrone, per dire basta agli incarichi multipli, a chi ha più di un ruolo nei Cda delle partecipate regionali. Il riferimento è alla selva di incarichi dell’ingegner Silvano Vernizzi «Ma – spiega Pipitone – nella lettera non l’ho citato, perché sono i ruoli che vanno divisi, non le persone prese di mira. Solo poco tempo fa» scrive il dipietrista « è stata la Commissione Europea a chiedere chiarimenti sul cumulo di cariche dell’Ad di Veneto Strade». Pipitone nella lettera elenca le molte cariche di Vernizzi, tra cui quelle di Segretario Infrastrutture, Commissario per Pedemontana e Passante, AD di Veneto Strade, Presidente Commissioni Via e Vas.

 

DIMISSIONI DALLA PRESIDENZA

Brentan lascia la Nogara-Mare

PADOVA – Lino Brentan si è dimesso dalla presidenza della Nogara-Mare, l’autostrada che dovrebbe collegare Nogarole Rocca nel Veronese con le spiagge adriatiche di Rosolina. L’ex ad della Venezia-Padova, condannato a quattro anni per essere stato corrotto da quattro imprenditori, sta scontando la pena agli arresti domiciliari con l’obbligo della firma in caserma dei carabinieri e un paio di mesi fa ha lasciato anche l’ultima carica che ricopriva. La Nogara-Mare è una delle grandi opere che la Mantovani ha vinto con il project financing e presenta costi iperbolici: 1, 8 miliardi di euro. Ma sono tante le nubi che si addensano, in primis l’inchiesta che ha portato in cella Piergiorgio Baita, vero dominus dei lavori pubblici in Veneto.

Il ricorso di Autobrennero. Il progetto non parte più da Nogara ma da Nogarole e Autobrennero spa ha presentato ricorso al Tar del Veneto contro il bando di gara per la realizzazione della Nogara-Mare. Il problema nasce dal fatto che il nuovo tracciato prevede la realizzazione di un collegamento con la A22 all’altezza di Nogarole Rocca, che rappresenta uno snodo anche per un’altra arteria autostradale, la cosiddetta «Mediana» che correndo verso est e passando per Isola della Scala arriva fino a Soave (A4). All’inizio la possibilità di collegare la Nogara-Mare con l’A22 poteva dare un impulso all’empasse in cui si trovava il progetto della «Mediana», ma ora è chiara la contrapposizione fra Autobrennero spa e la Regione Veneto, che da una parte ha bocciato un progetto ampiamente avviato (Mediana) e dall’altro promuove la realizzazione una nuova arteria.

I commenti del Pd e M5S. Franco Bonfante, consigliere regionale Pd, veronese, parte proprio da questo elemento per sollevare le sue critiche al progetto. «Ho l’impressione che sia cambiato lo scenario, il volume di traffico privato e merci si è ridotto drasticamente con la crisi e non so dove potranno essere trovati tutti questi soldi se non allungando la concessione alla Mantovani di altri 30 anni. Brentan? Pensavo si fosse già dimesso ai tempi dell’inchiesta. I Comuni sono stati penalizzati e le loro richieste bocciate per quanto riguarda le opere complementari. Inoltre, nel tratto Legnago-Rovigo l’attuale tangenziale verrà trasformata in autostrada a pagamento. La Regione risparmi quei 60 milioni stanziati e li dirotti ai treni dei pendolari».

Perplessa anche la neosenatrice Pd Laura Puppato che sottolinea la richiesta, avanzata quand’era capogruppo a palazzo Ferro Fini, per avviare una commissione d’inchiesta sulle grandi opere in Veneto negli ultimi 15 anni. «La Giunta Zaia ha accolto la nostra richiesta schiacciata dall’urgenza dell’inchiesta giudiziaria, ma la trasparenza dov’essere sempre garantita: siamo in grave ritardo», conclude la Puppato.

Sulla vicenda interviene il senatore M5S Enrico Cappelletti: «Siamo il primo partito in Veneto, il risultato elettorale non lascia spazio a dubbi. E per questo abbiamo chiesto al presidente Luca Zaia di nominare un nostro rappresentante nella commissione d’inchiesta della regione Veneto sui project financing. Il suo no è incomprensibile».

Albino Salmaso

 

L’INCHIESTA SUI FONDI NERI

VENEZIA – Nuova documentazione è in arrivo da San Marino relativa ai conti correnti della Bmc Broker e ai versamenti fatti dalla Mantovani a William Colombelli. Mentre si attendono i documenti, i finanzieri del Gico di Venezia e il pm Stefano Ancillotto stanno passando al setaccio i documenti trovati durante le perquisizioni a casa degli arrestati. Tra questi anche diversi documenti relativi a contratti memorizzati in chiavette e cartelline nascosti nelle proprie abitazioni da Baita e Buson. Documenti che non dovevano stare nelle abitazioni, bensì nella sede della società. Molto probabilmente sia Baita che Buson non volevano che la Guardia di Finanza li trovasse durante una qualsiasi verifica fiscale. Sono attesi nella prossima settimane i documenti che le autorità sanmarinesi hanno deciso di inviare alla Procura veneziana dopo gli arresti di Baita e della cricca delle fatture false. Riguardano un conto corrente che gli investigatori veneziani non avevano ancora trovato e aperto su una banca ora commissariata. I documenti testimonierebbero come, nonostante la banca fosse commissariata e con limitazioni sull’attività, Colombelli e soci siano riusciti a far uscire i soldi che poi Claudia Minutillo ha portato a Baita con la borsa. In certi viaggi la ex segretaria di Giancarlo Galan ha portato da San Marino dai 600mila ai 700mila euro. In un caso anche un milione di euro in contanti. Trovato dai finanzieri, tra le carte sequestrate a Colombelli, anche un post-it della sua segretaria in cui erano indicate i soldi versati per una fattura falsa da Mantovani, la cifra da prelevare e da consegnare a Baita e quella da lasciare sul conto della Bmc Broker. (c.m.)

 

La decisione del tribunale del riesame

VENEZIA – Resta in carcere, Piergiorgio Baita. E l’inchiesta rimane della Procura di Venezia. Così ha deciso, ieri, il Tribunale del Riesame – presieduto da Angelo Risi – respingendo il doppio ricorso presentato dalla difesa dell’imprenditore, accusato dal pm Stefano Ancillotto di frode fiscale aggravata e di essere a capo di un’associazione per delinquere finalizzata a creare fondi neri con un giro di false fatturazioni intestate all’impresa Mantovani, della quale Baita è stata fino al giorno dell’arresto l’indiscusso e potente presidente. Il Riesame ha escluso il pericolo di fuga, ma ha confermato a carico di Baita sia il rischio di inquinamento delle prove sia quello della reiterazione del reato. Per giustificare la competenza territoriale, la Procura ha prodotto in udienza stralci di testimonianze che confermano come sia Claudia Minutillo (ex segretaria di Galan, poi a capo di Adria Investimenti) sia William Ambrogio Colombelli (titolare della Bmc Broker di San Marino, “cartiera” per la Mantovani) avessero riconsegnato a Baita – a Venezia – i soldi che erano usciti dalla società per i finti pagamenti. Minutillo e Colombelli hanno collaborato con la Procura, ottenendo gli arresti domiciliari: ieri pomeriggio anche il broker sanmarinese ha lasciato Santa Maria Maggiore, direttamente su disposizione del gip Scaramuzza che ha riconosciuto il venir meno della necessità della custodia cautelare, dopo il lungo, collaborativo interrogatorio con i pm Ancillotto e Stefano Buccini. Il meccanismo per creare fondi neri ricostruito dalla Procura e dai finanzieri del Gico in due anni d’ indagini era ormai oliato: Bmc produceva le false fatture (intestate alla Mantovani, ma anche ad altre società), Baita le pagava per conto della sua società con bonifici su conti sanmarinesi, i fondi venivano trasferiti su altri conti e nel giro di una settimana incassati cash (tranne la quota del 20% riservata a Colombelli) e riconsegnati in contanti a Baita. Tra i verbali depositati ieri anche le testimonianze delle impiegate della Bmc, che hanno detto come l’unica attività della società fosse di “cartiera” e stralci dell’interrogatorio del padovano Mirco Voltazza, che ha confermato di aver procurato a Baita alcune nuove società-cartiere. Così ai 10 milioni “neri” contestati inizialmente dalla Procura, se ne aggiunge un altro paio. Ieri la difesa di Baita – l’avvocata Paola Rubini, assente il parlamentare Pietro Longo – non ha mai contestato nel merito i «gravi indizi» che giustificano l’arresto, contestando la necessità della carcerazione e la competenza territoriale. «In questo momento è facile dare tutta la colpa a Baita», ha commentato l’avvocata al termine dell’udienza, «per ora ci stiamo concentrando sulla verifica del rispetto delle procedure: non ci sono i presupposti dell’esigenza cautelare, che viene utilizzata solo per cercare di minarlo psicologicamente. Abbiamo consigliato noi Baita di non venire in aula, per non essere sottoposto alla pressione mediatica, ma è sereno e sta bene». La difesa ricorrerà in Cassazione contro la decisione del Riesame.

Roberta De Rossi

 

«Mai avuto rapporti»

Via Pepe a Mestre: Bellamio smentisce contatti e conoscenze

VENEZIA – In relazione all’articolo giornalistico, a firma di Paolo Baron, pubblicato a pagina 8 il 13 marzo 2013, sono a chiedere, ai sensi e per gli effetti di cui all’art. 8 L. 8/02/1948, n. 47, di voler pubblicare la seguente rettifica nell’interesse del dott. Paolo Bellamio, da me assistito fiduciariamente. «In relazione all’articolo pubblicato, il 13 marzo 2013, con titolo “Il malaffare in Veneto Gli intrecci societari Quattro indagini e un solo indirizzo. Via Pepe 12 a Mestre è il crocevia di interessi milionari tra Bellamio, Minutillo e Baita. E tra Di Bisceglie e Barone”, il dott. Paolo Bellamio desidera precisare che non ha mai conosciuto né ha mai avuto rapporti professionali o di altro genere né con l’ing. Baita, né con la sig.ra Minutillo, né con l’avv. Di Bisceglie, né con il sig. Barone. Via Carducci n. 45 – 30171 Mestre Venezia – tel. 0415060898 fax 0415060902 E-mail: segreteria@studioma.it. Il dott. Paolo Bellamio non ha mai neppure prestato alcuna attività professionale alla società Investimenti srl, di cui sarebbe stata socia, secondo l’articolista, la sig.ra Minutillo. Ogni collegamento tra tutti questi soggetti ed il dott. Paolo Bellamio è frutto di pura fantasia. Il dott. Bellamio, a fronte di notizie così infondate e gratuite, si riserva ogni azione a tutela della propria reputazione personale e professionale». Con i miei migliori saluti. Avv. Alessandro Rampinelli. Nell’articolo, in effetti, si specifica chiaramente che si tratta di quattro inchieste diverse, che hanno un punto in comune: l’indirizzo (p.b.)

 

Un ex questore a capo della Mantovani

Carmine Damiano, da poco in pensione, nominato alla guida del più importante gruppo di costruzioni del Veneto

PADOVA – Un poliziotto a capo della più importante impresa di costruzioni del Veneto, decapitata da un’inchiesta giudiziaria che ha portato in carcere il suo ex presidente con delle accuse pesantissime. Carmine Damiano, 64 anni, una lunga carriera nella Polizia di Stato, è da ieri mattina il nuovo presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani spa, il colosso delle costruzioni e degli appalti pubblici che ha ricostruito la Fenice, realizzato il Passante di Mestre, il nuovo ospedale All’Angelo ed è l’impresa di riferimento nei lavori del Mose a Venezia. Il suo ex presidente, Piergiorgio Baita, è nel carcere di Belluno in attesa di essere interrogato dai magistrati veneziani che indagano su un clamoroso giro di fatturazioni che, secondo l’accusa, sarebbero servite per creare delle «provviste» di denaro che avrebbe preso strade non proprio limpidissime. Proprio per dare un segnale, la famiglia Chiarotto (principale azionista) ha chiamato l’ex poliziotto, casa a Padova e una vasta rete di relazioni che vanno dal governatore Luca Zaia, con cui ha un ottimo rapporto, a tutti i principali magistrati del Veneto con i quali ha lavorato da investigatore. L’assemblea degli azionisti della Mantovani ha dunque accettato le dimissioni di Baita e nominato il nuovo «board» della società insediando alla presidenza proprio l’ex Questore di Treviso, in pensione da pochi mesi. Accanto a lui, nel segno della continuità aziendale, sono stati nominati amministratori delegati Giampaolo Chiarotto, Paolo Dalla Via e Gianfranco Zoletto. Ma è la scelta di Damiano – spiegata come «una risposta chiara e univoca dell’azionista per affermare rispetto della legge, etica, trasparenza» segnale al rispetto della legalità – che suscita una grande sorpresa. Carmine Damiano, nato a Benevento nel 1949, è entrato in Polizia di Stato nel 1976, dove ha costituito il primo nucleo della sezione antiterrorismo. Più tardi ha diretto la Digos e infine la Mobile. È conosciuto per aver seguito alcune delle più importanti indagini e operazioni sul terrorismo: a Padova l’inchiesta «7 aprile» con un giovane Pietro Calogero (eseguì personalmente l’arresto di Toni Negri a Milano), la liberazione del generale americano James Lee Dozier rapito dalle Br, la fuga dal carcere e la successiva cattura del boss della Mala del Brenta Felice Maniero. Quest’ultima «perla» gli procurò una minaccia di querela dell’ex boss, che oggi vive con una nuova identità in una località del Nord Italia. Dopo un breve periodo a Roma, è stato nominato questore a Belluno e, dal 2008 al 2012, ha ricoperto l’incarico di questore a Treviso. Da pochi mesi, dopo la pensione, aveva assunto un incarico di coordinamento dell’istituto di vigilanza Compiano. Il nuovo ruolo manageriale cui è stato chiamato lo costringerà a rivedere i propri programmi. La nomina di un poliziotto a capo della quindicesima impresa di costruzioni d’Italia (un portafoglio di tre miliardi, 400 milioni di fatturato, quasi quattrocento dipendenti) somiglia alla scelta compiuta dal Gruppo Ilva che ha nominato presidente l’ex prefetto Bruno Ferrante.

Daniele Ferrazza

 

DA TREVISO A PADOVA

«La mia nomina? Un segnale di trasparenza e legalità»

TREVISO – L’ex questore di Treviso nonché ex capo della Digos di Padova Carmine Damiano, 64 anni, dice di non averci dormito la notte dopo che, qualche giorno fa, il presidente della Holding Serenissima Romeo Chiarotto gli ha proposto la presidenza della Mantovani spa. Alla fine, però, ha accettato. «È una sfida», precisa, «e io l’ho accolta perché mi metto sempre in discussione. Si tratta di un impegno molto delicato, ma anche molto stimolante. Ne sono onorato». A proporglielo, appunto, Chiarotto in persona. «Ci conosciamo da qualche tempo, un rapporto formale», prosegue Damiano, «lui sa i miei pregi e i miei difetti». Caratteristiche che il neopresidente intende mettere al servizio della Mantovani: «L’azienda è un gioiello, il know how è eccezionale. E l’impegno, ora, sarà finalizzato a conservare il livello occupazionale in un territorio che ne ha estremamente bisogno». Ma l’emergenza, naturalmente, è anche un’altra: l’inchiesta della magistratura sui fondi neri che ha portato in cella, tra gli altri, l’ex ad della Mantovani Piergiorgio Baita. L’azzeramento dell’ex consiglio di amministrazione, sottolinea Damiano, è un segnale: «Il presidente ha voluto dare un segnale forte, univoco che non si presta a interpretazioni. Un segnale di trasparenza, di professionalità e di competenza: ha messo le persone giuste al posto giusto e mi riferisco a tutto il cda». A cominciare, appunto, dalla presidenza: «Ho fatto della legalità la mia missione e la mia professione», continua Damiano insistendo sull’aspetto anche simbolico di questa nomina, «È stato dato un indirizzo di trasparenza e di legalità». E, va da sè, di collaborazione con la magistratura: «Della vicenda giudiziaria conosco davvero poco, se non quello che ho letto negli ultimi giorni», afferma, «Ho profondo rispetto per l’autorità giudiziaria e piena fiducia nell’operato delle forze dell’ordine». Ma, fa capire, l’ex questore un conto è l’operato delle singole persone, un conto quello dell’azienda. «È mia intenzione prendere le distanze dall’operato di chi risulterà eventualmente coinvolto», assicura. Avanti, dunque, per rilanciare il colosso veneto nel settore delle opere pubbliche. «I prossimi atti saranno quelli necessari e doverosi per rilanciare l’azienda», annuncia Damiano che continuerà a svolgere attività di consulenza per Compiano, società trevigiana di vigilanza. Sabrina Tomè

 

Il ragioniere confessa al Pm che la Mantovani aveva rotto con la Bmc: troppo esposta; per questo gli fu chiesto il nero

Il ragioniere ha raccontato di sentirsi minacciato. Sarebbero stati proprio i suoi committenti a consigliarlo di cambiare aria quando la Finanza cominciò a indagare

VENEZIA – Al pubblico ministero Stefano Ancillotto, Mirco Voltazza ha raccontato di aver procurato fatture false a Piergiorgio Baita e che era stato lo stesso ex amministratore delegato di Mantovani a chiedergliele. Ha anche detto di essere stato «vivamente consigliato» – ma non ha voluto dire da chi – di darsi alla latitanza, dopo una condanna definitiva a un anno e mezzo per peculato, ricettazione e calunnia, nascondendosi così per 4 mesi nell’ex Jugoslavia. Una volta arrestato Baita per frode fiscale – per la Procura veneziana l’imprenditore è a capo di un’associazione per delinquere finalizzata a frodare il fisco con fatture false per milioni di euro – Voltazza si è deciso a tornare. Così, per migliorare la propria posizione processuale, ha voluto consegnarsi alla Guardia di Finanza di Mestre e al pm Stefano Ancillotto, al quale per sei ore mercoledì ha raccontato la sua verità. L’imprenditore padovano di Polverara ha ricordato – in sostanza – di aver lavorato con la propria società per alcune opere collaterali al Mose, ma di essersi trovato ad un certo punto in difficoltà per mancanza di lavoro. Avrebbe così chiesto direttamente a Baita un aiuto e quest’ultimo – secondo dichiarazioni ora al vaglio degli investigatori – gli avrebbe «fatto capire» che a Mantovani interessavano fatture false per creare fondi neri. Da poco, infatti, Baita aveva dovuto abbandonare la Bmc Broker del sanmarinese William Ambrogio Colombelli che – ha confermato quest’ultimo davanti al pm Ancillotto – avrebbe procurato negli anni false fatturazioni per almeno 10 milioni di euro intestate alla Mantovani e a altre società. Troppo esagerati. Così Bmc era finita nel mirino della Finanza, diventando pericolosa e Baita – secondo l’accusa – era alla ricerca di nuove cartiere. E così Voltazza si sarebbe attivato, procurando piccole società disposte ad emettere false ricevute di spesa: un’ “attività” iniziata da poco, tanto che si stanno facendo controlli su fatture fasulle per un paio di milioni. «Il mio assistito ha risposto a tutte le domande che il pm gli ha fatto relative alla sua latitanza. Ha spiegato completamente tutto e smentito le leggende metropolitane circolate sul suo conto e su come ha trascorso i 4 mesi e 12 giorni di latitanza», spiega l’avvocato Michele Pergola, «il ragionier Voltazza ha inoltre parlato di tutte le fatture relative all’inchiesta Mantovani. Ha risposto a tutte le domande sulle fatture che riguardano l’inchiesta». Nell’interrogatorio davanti al pm Ancillotto e dagli investigatori del Gico della Guardia di Finanza, Voltazza ha parlato anche del fatto che sarebbe stato minacciato e che per questo teme per la sua incolumità fisica, spiegando che a metà dello scorso anno, quando è stato evidente che lui doveva finire in carcere per una sentenza passata in giudicato, la “cricca” gli ha offerto dei soldi perché se ne andasse: troppo pericoloso che rimanesse in Italia, con il rischio di parlare delle nuove cartiere. «Al mio cliente i timori restano», conclude il legale, «e non sono campati in aria vista la situazione. Comunque ora si trova in carcere, in isolamento, a Venezia». Il ragionier Voltazza sarà nuovamente sentito dal pm nelle prossime settimane.

Roberta De Rossi e Carlo Mion

 

I LEGALI: L’INCHIESTA PASSI DA VENEZIA A PADOVA

Il Riesame decide sull’incompetenza

VENEZIA – Giornata importante nell’inchiesta per frode fiscale che ha fatto finire in carcere l’ex amministratore delegato di Mantovani Piergiorgio Baita, il direttore amministrativo della società Nicolò Buson, l’ex segretaria di Giancarlo Galan e titolare di Adria Investimenti Claudia Minutillo (ora agli arresti domiciliari, dopo aver collaborato) e William Ambrogio Colombelli, titolare della Bmc Broker di San Marino, accusati di aver partecipato ad un’associazione per delinquere finalizzata alla creazione di una rete di false fatture per almeno 10 milioni di euro, per creare un fondo nero esentasse. Oggi, il Tribunale del Riesame – presieduto da Angelo Risi – valuterà la richiesta di incompetenza territoriale (e annullamento della custodia cautelare) presentata dagli avvocati Pietro Longo e Paola Rubini per conto di Baita, da due settimane in carcere, silente. Per la difesa il reato contestato sarebbe semmai maturato a Padova, dove Baita ha l’ufficio, mentre per la Procura di Venezia e il gip Scaramuzza (che ha firmate le ordinanze di custodia) fa fede la sede legale della Mantovani. In discussione anche il ricorso presentato dall’avvocato Fogliata per conto di Colombelli, che dopo giorni di carcere ha confermato di aver prodotto fatture per conto di Baita: probabilmente, la Procura darà parere favorevole agli arresti domiciliari. Ieri, ha presentato ricorso al Tribunale della libertà anche Buson – udienza il 22 – mentre i giudici valuteranno le richieste di dissequestro di appartamenti e conti correnti, il 19 marzo. Oggi, intanto, si riunisce il cda della Mantovani – la grande società edile impegnata in appalti miliardari, come il Mose e project financing come il tram di Venezia o il nuovo tunnel di Verona – chiamato a nominare i suoi nuovi vertici dopo le dimissioni di Baita (che ha lasciato tutti i suoi 42 incarichi) e Buson. (r.d.r.)

 

Nuova Venezia – Mantovani, Vuota il sacco anche Colombelli

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13

mar

2013

Ha chiesto di essere sentito e ha parlato per cinque ore ai pm Ancillotto e Buccini

VENEZIA – Abituato a una vita tra barche sulla costa ligure, auto di lusso, ville, dopo 11 giorni di carcere William Ambrogio Colombelli ha chiesto di parlare con il pm Stefano Ancillotto, che lo accusa di essere stato – con la sua Bmc Broker, sede a San Marino – la fabbrica di fatture false di Piergiorgio Baita (ex ad di Mantovani, in carcere) per 20 milioni di “nero”. Ieri, assistito dall’avvocato Fogliata, per cinque lunghe ore Colombelli – apparso piuttosto provato – ha risposto a tutte le domande dei pm Ancillotto e Stefano Buccini, che avevano cercato di mantenere riservato l’interrogatorio, annunciando di essere impegnati in udienza. Dopo la collaborazione alle indagini di Claudia Minutillo – ex segretaria di Giancarlo Galan, poi ad dell’Adria Infrastrutture, ex compagna di Colombelli, che ha ottenuto gli arresti domiciliari – davanti 6 faldoni e 8 Dvd di intercettazioni, fatture, riscontri bancari, s’incrina il fronte del silenzio. Se i riscontri alle dichiarazioni di Colombelli saranno positivi, c’è da credere che la Procura non si opporrà alla richiesta di arresti domiciliari che la difesa avanzerà venerdì davanti al Tribunale del Riesame. Mentre potrebbe essere sentito dai pm anche il direttore amministrativo della Mantovani, Nicolò Buson – per il quale l’avvocata Fois ha fatto istanza di Riesame – chi mantiene la linea del silenzio è Piergiorgio Baita, accusato di essere il capo dell’associazione a delinquere. «Noi andiamo avanti per la nostra strada, nel chiedere al Riesame l’incompetenza territoriale della Procura di Venezia e, comunque, gli arresti domiciliari», commenta l’avvocata Rubini. Al Riesame è annunciata anche la presenza dell’avvocato Piero Longo, difensore di Berlusconi. In attesa del seguito di un’inchiesta che non pare certo ultimata, proseguono gli sviluppi politici. Ìeri il presidente della Regione Luca Zaia ha ricevuto dall’ad di Veneto Strade, Vernizzi, la relazione sui rapporti con le imprese del gruppo Mantovani. Il faldone, già trasmesso al responsabile del nucleo ispettivo interno, raccoglie anche la documentazione delle fiere svolte da Veneto Strade sino al 2010 e le relative sei fatture Bmc, tra il 2005 e il 2010. «Atti che non riguardano la mia amministrazione», sottolinea Zaia, «perché da quando siamo arrivati noi è cambiato il mondo e in bilancio abbiamo asciugato circa 700 milioni di euro». Tra le fatture presenti anche quattro relative ad acquisti di Veneto Strade presso tre aziende tedesche ed una austriaca specializzate in prodotti per la cantieristica. Nell’ordinanza di custodia cautelare si fa riferimento a fatture intestate a Veneto strade per 2,1 milioni di euro. In Comune a Venezia, invece, un gruppo di consiglieri ha formalizzato la delibera per la costituzione di una commissione straordinaria d’inchiesta sui rapporti con la Mantovani. Roberta De Rossi

 

IL MALAFFARE IN VENETO » GLI INTRECCI SOCIETARI

Quattro indagini e un solo indirizzo

Via Pepe 12 a Mestre è il crocevia di interessi milionari tra Bellamio, Minutillo e Baita. E tra Di Bisceglie e Barone

PADOVA – Quattro indagini di procure diverse: Venezia, Milano, Napoli, Catanzaro. Decine di persone coinvolte: manager, politici, commercialisti, faccendieri in odore di ’ndrangheta, imprenditori. Una miriade di società: partecipate, cancellate, chiuse e riaperte in altre città, o ridisegnate nel loro assetto. A legare fra loro pezzi di indagini, alcune persone e diverse aziende c’è un indirizzo. Indirizzo che compare e scompare, inabissandosi in visure camerali e talvolta riemergendo come luogo fisico per sedi legali di anonime srl. Eccolo: via Guglielmo Pepe 12, Venezia-Mestre. Terraferma. È da lì, da via Pepe, che si dipanano, o transitano, le quattro indagini che finora hanno portato, negli ultimi tre anni, a scoperchiare il malaffare in Veneto. Perché da via Pepe? Perché, per esempio, in via Pepe c’era lo studio di commercialisti Bpv al cui interno (fino all’epoca delle indagini) operavano Paolo Bellamio ed Enrico Prandin, professionisti molto noti in Veneto e ora a giudizio perché coinvolti nella bancarotta Enerambiente insieme all’imprenditore trevigiano Stefano Gavioli, gli avvocati e Giovanni Faggiano di Brindisi, Giorgio Zabeo di Stra, l’ex direttore generale della banca del Veneziano Alessandro Arzenton di Padova, il dirigente e la funzionaria dello stesso istituto di credito Mario Zavagno e Francesca Furlan, il braccio destro operativo di Gavioli nella gestione dei rifiuti Loris Zerbin di Campolongo Maggiore e un’altra dipendente dell’imprenditore di Mogliano, Stefania Vio di Venezia. Il “metodo Gavioli” per la procura di Napoli era semplice: acquisire appalti, quindi scaricare sulla vecchia società costi e debiti e aprirne una nuova trasferendo a quest’ultima le attività. Anche la procura di Catanzaro nel dicembre scorso ha chiesto il rinvio a giudizio di Gavioli, Faggiano, Prandin, Bellamio e altri per le attività di raccolta dei rifiuti urbani e di gestione di una discarica di Enerambiente svolta in Calabria: in questo caso i reati contestati sono associazione a delinquere, abuso di ufficio, corruzione, evasione fiscale. Ma in via Pepe, sempre al civico 12, troviamo la sede di alcune attività riconducibili anche a Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan arrestata (ora ai domiciliari), a sua volta in affari con Piergiorgio Baita, accusati entrambi di aver creato un sistema di “cartiere” che coinvolge aziende di Marghera (collegate all’imprenditore bellunese Luigi Dal Borgo) e finanziarie di San Marino in grado di creare milioni di euro di “nero”, con il coinvolgimento del braccio destro di Baita, Mirko Voltazza di Polverara. E non è finita: via Pepe 12 è l’indirizzo di due società (una chiusa) riconducibili a Roberto Di Bisceglie, faccendiere foggiano, sposato con una padovana e finito nel mirino della procura di Milano per una maxi indagine che riguarda la ’ndrangheta e la famiglia Strangio. Di Bisceglie, nell’inchiesta denimonata “Infinito” e condotta dal pm Ilda Bocassini, è attore insieme ad altre persone, tra cui Giovanni Barone (il cui nome qualche anno fa è comparso nella vicenda che riguarda il post concordato Edilbasso), della scalata di due società la Perego Strade di Milano e la trentina Cosbau, con le quali partecipare all’acquisizione di appalti pubblici. Scriveva il Fatto Quotidiano nel novembre scorso a proposito dell’indagine della Boccassini riferita a Roberto Di Bisceglie: «Da un lato la ‘ndrangheta lombarda, dall’altro la politica nazionale. In mezzo 10 milioni di euro per scalare una società dal goloso portafoglio pubblico, nel senso degli appalti, naturalmente. Commesse per la ricostruzione dell’Aquila terremotata. Metti allora Andrea Pavone, broker al soldo dei clan di San Luca che in riva al Naviglio hanno manovrato una holding dell’edilizia come la Perego. E metti anche un faccendiere, di professione avvocato, pugliese di Foggia con residenza padovana e cariche politiche di rilievo. Sì perché Roberto Di Bisceglie, oltre a ricoprire il ruolo di coordinatore per il Veneto del Partito democratico cristiano, si presenta “come il segretario dell’ex onorevole Gianni Prandini”, Dc della prima ora, bresciano, sottosegretario di Stato nel primo governo Craxi e ministro per quattro volte. L’ultima nel settimo governo Andreotti, ai lavori pubblici. Anno 1991, data dello scandalo: tangenti Anas per le opere autostradali. Prandini incassa una condanna in primo grado a sei anni e quattro mesi, per poi uscirne pulito in Appello». E ancora: «Nel frattempo, però, per la sua mediazione “il segretario dell’ex ministro democristiano” intasca oltre 300 mila euro. Nel 2010, il gip di Milano disporrà il sequestro di quel denaro e Di Bisceglie finirà indagato per concorso nella bancarotta della Perego strade. I giochi si chiudono, lasciando sul piatto l’inquietante vicenda di rapporti tra la ‘ndrangheta di stampo lombardo e i poteri politici deviati». Ma torniamo all’inizio: Gavioli, i commercialisti Bellamio e Prandin, dunque. E poi Baita, Minutillo e le loro società. E ancora Di Bisceglie, Barone e l’inchiesta sulla ‘ndrangheta. Come detto: quattro inchieste distinte che non hanno nulla in comune se non un indirizzo, via Pepe, dove c’è anche uno studio usato come sede legale per le società da molti dei protagonisti. Un altro minimo comun denominatore che può far nascere nuove e interessanti suggestioni, però, c’è. Ovvero, un filo, quasi invisibile che lega fra loro queste storie. In un linguaggio 2.0 si potrebbe tranquillamente affermare che le “keywords”, le parole chiave con cui catalogare le quattro vicende sono le stesse. Conferma implicita che sebbene si tratti di inchieste distinte c’è qualcosa che le avvicina. Sfogliando visure, comparando fra loro indirizzi, attività dichiarate e cercando di comprendere gli incastri di quote azionarie e cariche societarie, si può notare come la volontà di opacizzare le operazioni finanziarie da parte di soggetti sia pubblici che privati (nulla di illecito) sia però diventato in questi ultimi 15 anni un vero e proprio sistema, dove, all’interno, agiscono imprenditori spericolati, manager pubblici senza scrupoli e finanche professionisti insospettabili in grado di “linkare” l’economia di una regione ricca come il Veneto alla finanza illecita riconducibile alla criminalità organizzata. Un sistema in grado di spolpare e “uccidere” dal punto di vista economico-finanziario l’economia regionale. Ma andiamo nel dettaglio. I professionisti Bellamio e Prandin. Paolo Bellamio e Enrico Prandin sono due commercialisti molto noti nel Veneziano. Il primo è stato, in questi ultimi trent’anni, amministratore o presidente del collegio sindacale di numerose società, nonché è stato più volte nominato curatore fallimentare del tribunale civile di Venezia. Nel 2000 il suo nome era finito sui giornali per essersi occupato del fallimento del Calcio Mestre e più tardi era stato chiamato per salvare il Calcio Napoli di cui è stato amministratore unico nel 2004. Ma il suo nome riporta anche ai fasti dell’economia pre-tangentopoli, quando in Veneto gli affari del cemento erano suddivisi tra lo studio di architettura Icomsa Partecipazioni spa di Padova, di cui è stato presidente), e Iniziativa Spa. Bellamio compare grazie alle visure in decine di società, fra cui Italponteggi di Venezia, Elefer di via Masini a Padova, Mogliano Ambiente (sindaco), e Sirma spa (presidente del collegio sindacale). Attività quest’ultime gestite da studi che portavano il suo nome: il Bellamio Pettenello Valentini e associati-commercialisti (società poi cancellata). E il Bpv&Labora srl (studio di consulenze amministrativo-gestionale) di cui è stato consigliere dal 2007 come risulta dalle visure. Anche il curriculum di Enrico Prandin è notevole: liquidatore della Dogal Frutta, società che aveva la sede legale in via Pepe 12, è stato anche sindaco supplente della Ormenese Costruzioni srl (in liquidazione) di Mira, della General Holding (in liquidazione) di Mira. Ma Prandin è stato anche sindaco di Enerambiente srl, di Mogliano Ambiente, della Sirma di Venezia, della Bpv&Labora srla di via Pepe (di cui è stato consigliere), e della Bellamio Pettenello Valentini & Associati-Commercialisti di via Pepe (di cui è stato amministratore), della Essefin Immobiliare (via Pepe 12, sindaco supplente) della Gavioli spa (presidente del collegio sindacale) e della Enertech di Venezia (amministratore). Minutillo: da segretaria di Galan a Dogaressa del Veneto. Tanto si è scritto di Claudia Minutillo in questi giorni. E tanto si scriverà ancora. Per capire l’intreccio degli interessi dell’ex segretaria del Governatore del Veneto Giancarlo Galan bisogna partire dalle sue partecipazioni. Minutillo, 49 anni, veneziana è, o era, registrata come consigliere socio o amministratore di alcune delle più importanti società di infrastrutture del Veneto. Società in cui compare (in alcune) anche Piergiogio Baita. Lasciando da parte la società editoriale dei giornali free-press di Epolis, Minutillo, risulta essere stata membro del consiglio direttivo del Consorzio SiTre Ingegneria di Rovigo, consigliere del consorzio Fagos di Venezia, consigliere nonché presidente del consiglio di amministrazione della Alles (Azienda lavori lagunari escavo smaltimenti spa) di Venezia, consigliere delegato della Adria infrastrutture di Venezia (fino all’approvazione del bilancio 2012), dentro la quale figurano anche Giovanni Mazzacurati del Consorzio Venezia Nuova, Vittorio Caporale, Rosa Bovino, Luigi Dal Borgo (titolare delle aziende di Marghera sospettate di essere “cartiere” a favore della Mantovani). Minutillo compare anche come presidente del consiglio di amministrazione della Veneto Pass società consortile di Venezia, presidente del consiglio di amministrazione della Veneto Tlc di Venezia, della Intecno società consortile, della Nuova Fusina Ingegneria società consortile (vice presidente), della Strada del Mare srl (consigliere) della Autostrada Nogara Mare Adriatico società consortile di Verona (consigliere), della Pedemontana Veneta società per azioni (in liquidazione, consigliere) e della Investimenti srl (in liquidazione, di cui è stata amministratore unico). Anche quest’ultima società aveva la sede legale in via Pepe 12. Liquidatore della Investimenti srl è stato nominato Alessandro Marani Tassinari (nel 2011), un recente passato come aspirante politico (inserito nella lista Brunetta a Venezia), domicilio fiscale in via Pepe 12 e amministratore della Fashion Gate di Padova (commercio all’ingrosso), della Clp di Casal sul Sile, della Bb-Fit srl di via Pepe 12, della Small Pay di via Pepe, della Sintesi Invest di Abano Terme, della San Martino Property, della Fast Trade srl di via Pepe (commercio all’ingrosso di eletrtodomestici), della San Crispino Property spa (zona Padova Uno) di Padova, nonché consigliere delegato della Bpv&Labora srl di via Pepe 12. Di Bisceglie: l’avvocato portaborse di Prandini. Di Bisceglie compare in via Pepe 12 con due società. La Inside Partecipazioni srl (compravendita immobiliare, costruzioni, compravendita di beni mobili comprese opere d’arte, capitale sociale sottoscritto10 mila euro) di cui un socio è Enrico Branco, trevigiano, 43 anni, domiciliato a Venezia, e la cui sede è stata trasferita ad Abano l’anno scorso, in via Configliachi 5/b. Di Bisceglie è anche amministratore unico della Inside srl società con sede in via Masini 6 a Padova (chiusa nel 2011). Il suo nome compare anche come amministratore unico della Euro Consulting (via Pepe 12 a Mestre) società cancellata a fine del 2009, ma prima trasferita a Padova sempre in via Masini, al cui interno ci sono Enrico Branco e Massimo Ieluzzi, 56 anni, foggiano, amministratore unico della De.Pa. Immobiliare srl, società con sede a Wilmington negli Stati Uniti che aveva come oggetto sociale l’attività immobiliare. Tornando a Roberto Di Bisceglie il suo nome, insieme a quello di Giovanni Barone, compare nell’inchiesta della Boccassini contro le infiltrazioni mafiose negli appalti di Milano. Giovanni Barone, come scriveva nell’ottobre del 2012 Cristina Genesin sul Mattino di Padova «risulta indagato nell’inchiesta del procuratore aggiunto milanese Ilda Boccassini sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia. Soprannominato o’ sbirro per il passato di carabiniere ausiliario durante il servizio militare, acquistò per alcuni mesi (nel corso delle molte variazioni dell’assetto societario) il 65% delle quote di Faber – vale a dire la maggioranza assoluta – che, a sua volta, ha rilevato un ramo d’azienda della padovana EdilBasso, continuandone l’attività dopo il concordato preventivo del 6 giugno 2011. In particolare, Faber era subentrata a un appalto Edilbasso nel cantiere dell’ospedale Sant’Antonio. E non a caso Faber ha sede a Loreggia (patria di EdilBasso ) in via dell’Artigianato 9. Insomma contiguità sospette? Antipatiche? Contiguità da evitare? Le definizioni possono essere tante. Sta di fatto che Barone aveva rapporti economici con realtà imprenditoriali locali nonostante i precedenti di polizia per reati contro la pubblica amministrazione, oltraggio, resistenza e violenza, falso, falsa attestazione a pubblico ufficiale, omessa custodia d’armi». Per gli investigatori meneghini, ma anche padovani e veneziani che hanno indagato sull’affare Edilbasso il fatto che Di Bisceglie e Barone dalla Lombardia si siano trasferiti in Veneto è una singolare coincidenza. Tanto più che uno dei due si era appoggiato a uno studio veneziano da dove si dipana la matassa che unisce molti degli interessi dell’imprenditoria, della finanza e della politica veneta che viaggia sull’asse, ormai cementificato, Padova-Venezia.

Paolo Baron

 

Il senatore felice casson (Pd) quand’era magistrato arrestò baita

«La corruzione non è mai sparita con le fatture false e società fantasma»

ROMA «La corruzione non è mai sparita dal Veneto e l’inchiesta Baita lo dimostra. Rispetto agli anni Novanta il sistema di corruzione è soltanto cambiato nei metodi. Riaffiora sotto altre forme, ma non è mai scomparso». È questa l’accusa lanciata dall’ex magistrato Felice Casson, ora senatore del Pd. Presidente uscente della commissione Giustizia ed ex componente della giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari, Casson conosce bene il malaffare legato agli appalti della Prima e della Seconda Repubblica. Veneziano, sia come procuratore che come giudice delle indagini preliminari si è occupato di inchieste scottanti. Dallo smascheramento dell’operazione Gladio alla strage di Peteano, dalle deviazioni dei servizi segreti fino alla Tangentopoli veneta che decapitò una classe politica e che in Veneto segnò il tramonto di due principali esponenti dei partiti di governo, Dc e Psi, il democristiano Carlo Bernini e il socialista Gianni De Michelis. Fu lui nel 1992 a firmare la prima ordinanza di custodia cautelare che portò in carcere l’allora manager quarantenne Piergiorgio Baita (uscito assolto da quella vicenda). Adesso, come allora, il suo nome è legato alla impresa Mantovani spa di cui, appena uscito dal carcere, diventò amministratore delegato. Ossia il colosso dell’edilizia concessionario di appalti pubblici miliardari. Non solo in Veneto. Baita nel 1992 collaborò con i magistrati, descrivendo i meccanismi di spartizioni delle tangenti tra i partiti, ma tacendo sui nomi. Oggi la storia si ripete. Al centro c’è sempre Piergiorgio Baita con i suoi incarichi in 43 società da cui si sta dimettendo. La colpa di chi è? Dei magistrati che vent’anni fa non si sono spinti fino in fondo, oppure di quella parte del sistema imprenditoriale che continua a vivere di frode fiscale e fondi neri? «Nonostante sembri che l’orologio si sia fermato, in realtà il mondo è molto diverso da quello di vent’anni fa. L’altra volta si parlava di mazzette, di tangenti pagate ai partiti per ottenere appalti. Oggi, almeno per il momento, non ci sono al centro dell’inchiesta tangenti ma reati fiscali. Segno che personaggi come Baita, di cui ricordo la deposizione lucida e consapevole, si sono adeguati al cambiamento. I partiti hanno perso la forza che avevano allora, ma una parte degli imprenditori è riuscita sempre a spartirsi appalti. Abbattono i ricavi, pagando meno tasse, mettendo in piedi società fantasma e giri di fatture false connesse ai fondi neri, false consulenze». Possibile che tutto questo non sia «figlio» di errori fatti nella prima ondata di Tangentopoli? «Lasciare che sia la magistratura a fare pulizia non è sufficiente. Anche se una classe politica è sparita, interi partiti sono scomparsi, la burocrazia è rimasta immutata prestandosi facilmente alla corruzione. Mi riferisco alle figure vicine ai luoghi di potere, come i grandi manager dei ministeri, i funzionari regionali e provinciali. Il sistema della corruzione, secondo le ultime inchieste in corso nelle procure italiane, passa quasi sempre attraverso i personaggi che ricoprono questi incarichi. C’è poi il secondo livello, quello politico, ma non sempre emerge». Il sistema giudiziario non basta a reprimere la corruzione, dobbiamo rassegnarci? «C’è bisogno di riforme urgenti non solo nella politica ma nella pubblica amministrazione. Ci sono troppe zone d’ombra nel nostro sistema burocratico ed è lì che prospera la corruzione. Lì che gli imprenditori disonesti riescono a fare affari e allacciare legami. È necessario semplificare norme e procedure, eliminare conflitti di interesse a tutti i livelli, prevedere una rotazione delle figure al vertice degli enti pubblici». La corruzione può essere favorita dalla scelta delle amministrazioni di far ricorso a società per azioni per la gestione di servizi pubblici? «Non c’è dubbio che andrà rivisto il capitolo della società partecipate con cui regioni, province e comuni gestiscono capitale pubblico in regime di diritto privato sfuggendo, di fatto, al controllo della Corte dei Conti». L’onda di «ribellismo» spaventa, ma la corruzione in Italia ha bruciato 60 miliardi. «Non solo. Gli appalti truccati, le tangenti hanno bruciato anche l’etica della concorrenza e del libero mercato. Chi vive di corruzione vede la trasparenza della pubblica amministrazione come fumo negli occhi».

Fiammetta Cupellaro

 

Alla fine però tutte bocche cucite. La scelta di farsi sentire prima del riesame (venerdì) punterebbe ad ottenere gli arresti domiciliari

Non si esclude che l’imprenditore abbia deciso di collaborare

Dopo le parole di Minutillo indagini verso “alti livelli”

Lungo interrogatorio ieri mattina in Procura a Venezia per William Alfonso Colombelli. L’ex console di San Marino, accusato di aver utilizzato la sua società, la Bmc Broker, come “cartiera” per produrre false fatture per conto della Mantovani spa, è stato ascoltato per oltre quattro ore dai sostituti procuratore Stefano Ancilotto e Stefano Buccini, alla presenza del difensore, l’avvocato Renzo Fogliata. All’uscita della Cittadella della giustizia di piazzale Roma, tutti si sono trincerati dietro un secco “no comment”: nessuna dichiarazione, né da parte del legale dell’indagato, né degli inquirenti. Massimo il riserbo sul contenuto del verbale d’interrogatorio che potrebbe contenere novità interessanti per il prosieguo delle indagini.
La scelta di farsi ascoltare dai magistrati alla vigilia dell’udienza fissata per venerdì, davanti al Tribunale del riesame di Venezia, potrebbe significare che Colombelli ha deciso di iniziare a collaborare con gli investigatori in modo da far venire meno le esigenze cautelari, almeno in parte, e poter quindi ottenere una misura meno afflittiva del carcere. Ma sarà necessario attendere qualche giorno per capire se le cose stanno effettivamente così. Normalmente le dichiarazioni rese da un indagato devono essere prima verificate e riscontrate. Accertamenti che la Guardia di Finanza ha già attivato dopo l’interrogatorio di sei ore sostenuto la scorsa settimana dall’amministratore delegato di Adria Infrastrutture, Claudia Minutillo, alla quale pochi giorni più tardi sono stati concessi gli arresti domiciliari con il parere favorevole del pm Ancilotto. La confessione della Minutillo, che in passato è stata una delle collaboratrici più strette dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan, potrebbe aprire nuovi scenari. Per questo motivo non si esclude che l’inchiesta possa portare a clamorose novità fin dai prossimi giorni, allargando lo spettro delle indagini ad altri soggetti, anche ad alto livello.
Mentre Minutillo e Colombelli hanno scelto di parlare con la Procura, ha optato per la linea del silenzio il presidente della Mantovani, Piergiorgio Baita, l’uomo che probabilmente avrebbe più cose da raccontare agli inquirenti, in particolare sulla destinazione dei fondi “neri” per milioni di euro che la società di costruzioni sarebbe riuscita a creare attraverso le presunte false fatturazioni. Dove sono finiti tutti quei soldi? A chi sono stati versati e per quale motivo? I difensori di Baita, gli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, hanno presentato ricorso al Riesame eccependo innanzitutto la competenza territoriale di Venezia a proseguire l’indagine, sostenendo che, se reati sono stati commessi, il compito di perseguirli spetta ai magistrati di Padova, dove si trovano gli uffici finanziari della mantovani. Il Gip Scaramuzza ha già rigettato una prima istanza presentata su questo punto, ribadendo che la competenza ad indagare è della Procura di Venezia. Ma la battaglia è soltanto all’inizio.

 

VENETO STRADE – L’amministratore delegato porta in Regione un dossier sull’azienda, compresi i contratti con Bmc

Vernizzi consegna a Zaia 5 anni di fatture

Vernizzi ha dato alla Regione i servizi fatturati negli anni 2005-2010

Ha voluto anticipare i tempi, senza attendere la chiamata del Nucleo Ispettivo Interno costituito dal governatore del Veneto, Luca Zaia. Ieri, prima della seduta della Giunta regionale del Veneto, Silvano Vernizzi, amministratore delegato di Veneto Strade, ha consegnato al presidente regionale un dossier con tutte le fatture pagate per servizi concordati con società con sede all’estero, dal 2005 al 2010.
Una corposa cartella azzurra, con tanto di indice con riferimenti alle pagine del dossier per permettere una più facile consultazione. Tra le carte, spiccano ovviamente, le documentazioni riferite alla Bmc di San Marino, la società finita nella rete della magistratura per falsa fatturazione e sospetto di tangenti. «Sono cinque-sei fatture riguardanti la Bmc – dice Zaia, ma in realtà sono di più – Ci sono anche altri certificati di pagamento per forniture con società in Austria e in altri Paesi europei ma riguardanti l’acquisto di materiale utilizzato per la costruzione di autostrade e gallerie». Dunque, in questo ultimo caso, niente di sospetto. Per la Bmc («San Marino è nella black list» ricorda il governatore), è presumibile, come risulta dai verbali in possesso dalla magistratura, che la fatturazione riguardi l’organizzazione da parte della società sanmarinese di appuntamenti come l’inaugurazione del Passante di Mestre, della posa della prima pietra della Valdastico sud e del Mose di Venezia.
Il faldone, protocollato dalla segreteria della Giunta, è ora allo studio del responsabile del Nucleo Ispettivo Interno, Tiziano Baggio come segretario generale della programmazione. Il quale, insieme al segretario della Giunta, Mario Caramel, Maurizio Gasparin, dirigente della Direzione Enti Locali, Persone Giuridiche e Controllo Atti; Daniela Palumbo, dirigente del primo servizio della Direzione Affari Legislativi; Maurizio Santone, dirigente della Direzione Ragioneria; Egidio Di Rienzo, dirigente della Direzione regionale attività ispettiva e vigilanza settore socio-sanitario veneto, sta operando per allargare la ricognizione oltre che a Veneto Strade anche a Veneto Acque (anch’essa oggetto dell’indagine della magistratura) e a tutte le società partecipate e controllate della Regione.
In una decina di giorni, il Nucleo dovrebbe avere un quadro quasi completo sulle attività delle società. E quindi, consegnare alla magistratura l’esito dell’indagine e anche al Consiglio regionale come integrazione a quanto comproverà la commissione d’inchiesta approvata dall’assemblea veneta.

Giorgio Gasco

 

RESPONSABILE AMMINISTRATIVO

Anche Buson ha presentato ricorso al riesame

Anche il padovano Nicolò Buson ha presentato ricorso al Tribunale del riesame: l’udienza per la sua posizione, però, non è stata ancora fissata. Il responsabile amministrativo della Mantovani finora è rimasto in silenzio, ma gli investigatori ritengono che sia depositario di molti segreti della società di costruzioni, di cui è stato procuratore speciale fin dal 2006. Il Gip Scaramuzza scrive che il suo è un ruolo «fondamentale» nella presunta organizzazione accusata di aver realizzato false fatture per svariati milioni di euro avvalendosi di varie “cartiere”, prima fra tutte la Bmc Broker di San Marino: quale persona di fiducia di Baita faceva partire i bonifici di pagamento delle consulenze fittizie. E gli inquirenti pensano che possa anche sapere quale fosse la destinazione di almeno una parte dei fondi “neri”.

 

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