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Gli attivisti chiedono che l’Ad dell’azienda pubblica, Silvano Vernizzi, rimetta il suo mandato: “Spremono i cittadini con i pedaggi, cementificano ovunque e fanno sparire soldi per le tangenti.

Ammonterebbe a “2,1 milioni di euro è la cifra contestata a Veneto Strade Spa per fatture false emesse da Bmc Brokers, nell’ambito dell’inchiesta Chalet che ha portato all’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato della Mantovani Spa. Soldi che Veneto Strade (partecipata al 70% tra Regione e Province venete), per bocca del suo amministratore delegato Silvano Vernizzi, avrebbe speso per stand, fiere e affini“. A far scendere il carico sulla vicenda Mantovani sono gli attivisti di Opzione Zero, l’associazione veneziana ex promotrice dei Cat-Comitati ambiente e territorio.

“Parlare di Veneto Strade e di Vernizzi – spiega una nota di Opzione Zero – significa toccare il braccio operativo della Regione sul fronte delle infrastrutture stradali voluto dal tandem Galan-Chisso. Tanto più che i vertici di Veneto Strade ricoprono un doppio ruolo anche in Regione sui medesimi temi: Silvano Vernizzi è infatti anche segretario regionale per le Infrastrutture e commissario al Passante e alla Pedemontana. Tutto questo mentre si continuano a ‘spremere’ e vessare i cittadini: mentre la Regione, per mezzo di Cav, da mesi sta minacciando aumenti spropositati dei pedaggi autostradali sulla tratta Padova Mestre; mentre si dirottano i finanziamenti ai servizi e ai trasporti pubblici verso colossi privati che li utilizzano non solo per cementificare il territorio ma anche per corrompere e influenzare la politica“.

Conclude Opzione Zero: “Riteniamo che sia ora e tempo che abbiano almeno la dignità e il tempismo di dimettersi, prima di essere travolti dalla mannaia della giustizia”.

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Nuova Venezia – “Dalla Bmc fatture false per tutti”

Posted by Opzione Zero in Rassegna stampa | 0 Comments

4

mar

2013

La superteste svela il grande sistema. Le dichiarazioni della segretaria della Bmc. La società di San Marino “serviva” molte società venete: così creavano fondi neri. A chi servivano? Oggi Baita e Buson saranno interrogati dal pm.

VENEZIA – Oltre ad abbattere i ricavi per pagare meno tasse, a cosa serviva il giro di fatture false con connessi fondi neri portato alla luce dalla guardia di finanza? Difficilmente Piergiorgio Baita, difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, nell’interrogatorio fissato per oggi risponderà alle domande del pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, che ha coordinato l’indagine che ha portato all’arresto, oltre che dell’amministratore delegato 64enne della Mantovani, anche di Claudia Minutillo, 48 anni, già segretaria di Galan e amministratore delegato di Adria Infrastrutture, di Wiliam Colombelli, 49 anni, console di San Marino ora sospeso, e presidente della Bmc Broker di San Marino, sospettata di essere la società cartiera, e infine di Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani, tutti accusati di associazione per delinquere e frode fiscale. Anche Buson, come Baita, sarà interrogato oggi. È l’uomo su cui punta l’accusa per ottenere nuovi riscontri al meccanismo ricostruito dal Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia e Padova, e che vedeva la Bmc, dopo il pagamento della fattura, restituire alla società l’80% – tramite la Minutillo, che era intestataria di due conti correnti, ma poteva operare su quattro – per trattenere per sé, a titolo di provvigione, il 20%. Il Gip Alberto Scaramuzza, nell’ordinanza di custodia cautelare, sottolinea «l’esistenza di un’attività sistematica di falsificazione della documentazione necessaria a far risultare una partecipazione della Broker alle attività di progettazione in realtà da parte della Broker inesistenti». Ma l’indagine della Guardia di Finanza sta cercando di fare chiarezza anche sui versamenti fatti da altre società alla Broker di San Marino, tra le quali Veneto Strade (2,1 milioni di euro in sette anni per eventi fieristici) la società pubblica braccio operativo dell’assessorato regionale alla Mobilità guidato da Renato Chisso, che già ha salutato con favore l’apertura,domani, di una commissione d’inchiesta regionale. In un passaggio dell’ordinanza, la teste principale dell’inchiesta, Vanessa Renzi, segretaria di Colombelli, spiega: «Voglio precisare che quanto ho detto con riferimento alla Mantovani e alla Adria infrastrutture vale anche per tutte le altre società ovvero Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti rocce, Veneto strade, Veneto acque, Passante di Mestre. Il mio riferimento specifico alla Mantovani deriva dal fatto che è il maggior “cliente” di Bmc. In pratica le fatture emesse nei confronti di ciascuna di queste società sono relative ad operazioni inesistenti e a fittizie consulenze in realtà mai poste in essere». La Guardia di Finanza sta anche cercando di capire anche di quali protezioni godesse Baita, che come emerge dalle intercettazioni era a conoscenza di una verifica fiscale sui conti della società e stava lavorando per depistare i finanzieri, ad esempio ritoccando documenti fiscali.

Francesco Furlan

 

I NUMERI

4 Le persone arrestate per associazione a delinquere e frode fiscale. Sono Piergiorgio Baita, 64 anni, ad della Mantovani; Claudia Minutillo, 48, già segretaria di Galan e ad di Adria infrastrutture; Wiliam Colombelli, 49, presidente della Bmc Broker; Nicolò Buson, 56, direttore amministrativo della Mantovani.

10 L’ammontare, in milioni di euro, delle 50 fatture false emesse dalla Bmc Broker sui quali sta cercando di fare chiarezza la Finanza.

20 I faldoni di carte raccolti dall’accusa per provare il sistema di false fatturazioni che vedrebbe al vertice dell’organizzazione Piergiorgio Baita.

 

Vernizzi sotto la lente dei grillini

«Troppi conflitti di interesse»

Un conflitto di interessi grande come una casa. Può la stessa persona essere commissario straordinario per la realizzazione di un’opera stradale, ma anche amministratore delegato della società che realizza l’opera e la massima autorità regionale da cui dipendono permessi e autorizzazioni paesaggistiche? Il Movimento Cinquestelle va all’attacco di Silvano Vernizzi, potente direttore regionale delle Infrastrutture e della Direzione Ambiente e territorio dell’assessorato guidato da Renato Chisso, per ora soltanto sfiorato dall’inchiesta sulle fatture false che sarebbero state emesse dalla Mantovani e da Adria Infrastrutture. Una mozione da presentare in Consiglio comunale, un’interrogazione in Regione e un esposto alla Procura e alla Corte dei Conti. Cinque fogli fitti di dati e riferimenti di legge, firmati dal consigliere comunale del Movimento dei Grillini, Gianluigi Placella, frutto del lavoro di équipe della “task force urbanistica” guidata da Davide Scano. Secondo i Cinquestelle non si tratta soltanto di una teoria. Ma il “conflitto di interessi”di Vernizzi avrebbe provocato negli ultimi anni effetti e conseguenze negative sulla città e sul suo territorio. I Cinquestelle contestano la nomina di Vernizzi (approvata dalla giunta regionale il 21 dicembre del 2010) ad Autorità competente per la Valutazione di Incidenza ambientale (Vinca) e coordinatore del Comitato tecnico per l’attuazione dell’intesa tra Regione e ministero dei Beni culturali in materia di paesaggio. Oltre che, prosegue l’esposto, “relativamente alla più estesa attribuzione delle competenze in materia tutela dell’ambiente e del paesaggio al segretario regionale per le infrastrutture. È sempre alla stessa persona, scrivono i grillini, che vengono affidate le valutazioni ambientali dei progetti spesso opera della struttura regionale che le ha progettate. Vernizzi, scrive il consigliere Placella, è stato nominato commissario per la realizzazione del Passante di Mestre e adesso della Pedemontana veneta – opere, come la gran parte di sottopassi e raccordi stradali, realizzate dalla Mantovani di Baita – ma è anche amministratore di una società per azioni “la cui operatività resta subordinata alle procedure autorizzatorie delle strutture regionali gerarchicamente subordinate al Segretario medesimo. Sempre a lui fanno capo tutte le strutture regionali per la gestione della tutela ambientale, del paesaggio e della pianificazione del territorio”. I Cinquestelle chiedono un controllo a tappeto su tutti gli atti firmati negli ultimi anni da Vernizzi. Chiedono anche al sindaco Giorgio Orsoni “di metter fine a questa situazione di conflitto di interessi che ha avuto riflessi negativi sulla gestione del territorio”.

Alberto Vitucci

 

Dal Libro “I padroni del Veneto”

Il partito degli affari per gli appalti

Miliardi di euro di lavori pubblici: in mano ai soliti noti

Dal recentissimo libro di Renzo Mazzaro “I padroni del Veneto”, edito da Laterza, per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo parte del capitolo “Dove scorrono i soldi”. di Renzo Mazzaro C’è un partito degli affari che controlla gli appalti pubblici indirizzandoli verso i soliti noti? La questione tiene banco per tutto il decennio 2000-2010. Ci sono gli affari, questo è certo. E sono tanti. Un mare di soldi pubblici scorre nel Veneto: solo dal 2006 al 2009 si stima che il mercato delle opere pubbliche regionali valga 2,5 miliardi di euro. Escludendo il Mose, finanziato dallo Stato per oltre 4 miliardi di euro. Escludendo il Passante di Mestre, finanziato a metà fra Stato e Regione, partito con un costo di 650 milioni e arrivato al saldo con 986,4 più Iva. Escluse le Ferrovie, che spendono 2 miliardi per l’Alta Velocità tra Padova e Mestre, unico tratto realizzato; per i collegamenti Verona-Padova e Venezia-Friuli, di là da venire, saranno necessari altri 10 miliardi. Escludendo strade, autostrade, porti e aeroporti: solo Veneto Strade spa, che ha ereditato patrimonio e competenze dall’Anas, ha da spendere nei tre anni un miliardo di euro. In questo mare di soldi pubblici navigano pochi operatori privati. Tutti gli altri stanno sulle rive a guardare. I vincitori delle gare sono un numero ristretto di aziende che da sole o in associazione di impresa (Ati) si assicurano le commesse con una frequenza sistematica. Gli appalti variano ma i nomi si ripetono. Contano indubbiamente le capacità, bisognerà mettere nel conto le versioni denigratorie prodotte dall’invidia per il successo altrui. Ma il fatto è sotto gli occhi di tutti: c’è un monopolio che non si spiega con assenza di concorrenza. Nasce da qui il sospetto che il vantaggio acquisito sia frutto non di merito ma di favore. Un privilegio di pochi costruito con i soldi di tutti. Chi parla per primo di un partito degli affari è Massimo Carraro che nel giugno del 2000, da parlamentare europeo dei Ds, pone la questione del finanziamento della campagna elettorale vinta dal presidente Giancarlo Galan contro Massimo Cacciari, candidato del centrosinistra. Andando alla ricerca di chi ha sborsato i soldi per la campagna elettorale di Galan, Massimo Carraro cita Enrico Marchi e Giuseppe Stefanel, imprenditori impegnati in una grossa operazione immobiliare a Padova Est, la cosiddetta lottizzazione Ikea. Chiede loro di chiarire pubblicamente «se siano stati, magari a mezzo di loro società, generosi finanziatori della campagna elettorale di Forza Italia». Si becca una querela, non dai due ma da Giancarlo Galan, benché il presidente abbia appena confidato in una cena con gli eletti di Forza Italia – sui colli Berici, ad Arcugnano, la settimana prima – di aver speso 3 miliardi di lire raccolti anche attraverso sostenitori. A corredo della denuncia, l’avvocato di Galan produce una montagna di documenti sulla base dei quali, sorpresa, il pm padovano Antonino Cappelleri non indaga Massimo Carraro bensì il sindaco di Padova Giustina Mistrello Destro e l’assessore Tommaso Riccoboni, entrambi di Forza Italia. Il contraccolpo è notevole, la procura si trova al centro di reazioni eccellenti. L’indagine prosegue ma non emergono elementi di rilevanza penale. Cappelleri passa all’ufficio di sorveglianza e il pm Matteo Stuccilli, che gli succede, finisce per archiviare. La lottizzazione non subisce rallentamenti. Nel mercato delle opere pubbliche venete si incontrano ad ogni piè sospinto lo studio di progettazione Altieri, la Mantovani Costruzioni e la Gemmo Impianti. «È un “giro stretto” che funziona a tenaglia e fa man bassa di lavori pubblici, garantendosi gli appalti perfino quando presenta offerte meno vantaggiose dei concorrenti. Questa rete è talmente fitta e potente che chi è fuori rischia di non lavorare più, perché gli appalti hanno scadenze fino a 9 anni, rinnovabili per altri 9. L’armata diventa invincibile adottando la formula del project financing, sperimentata per la prima volta con la costruzione del nuovo Ospedale all’Angelo di Mestre e della Banca degli Occhi, un affare da 254,7 milioni di euro Iva compresa, di cui 134,6 di contributo pubblico e 120,1 anticipati dai privati. Mestre è solo l’assaggio. Dal 2006 in poi il project dilaga. In una lettera al ministro Corrado Passera appena insediato, l’assessore Renato Chisso parla di «investimenti messi in campo per 11 miliardi e 800 milioni di euro di risorse private, a fronte di un intervento pubblico di 1 miliardo di euro, meno del 10 per cento del valore totale». Da notare che la documentazione per un project della dimensione di quelli che seguono ha un costo di centinaia di migliaia di euro. Presentarsi e non vincere, vuol dire subire un salasso. Presentarsi diverse volte senza mai vincere, vuol dire dissanguarsi. La galassia Galan. Questa diramazione tentacolare di cantieri, che asfaltano e cementificano per terra e per mare, è al comando di poche persone. L’ingegner Piergiorgio Baita guida la Mantovani Costruzioni, un’azienda che dà lavoro a 600 persone, 1.300 calcolando l’indotto. Baita è alla seconda vita, la prima è finita con Tangentopoli. Gemmo Impianti e lo Studio Altieri hanno una storia intrecciata. Livio Gemmo, capostipite e fondatore dell’azienda, originario di Asiago ma vissuto a Thiene con i figli Franco e Giorgio, era amico di famiglia dei Sartori. La Lia, nata a San Pietro Valdastico ma trasferitasi a Thiene, è considerata come una zia da Irene Gemmo, figlia di Franco. Lia Sartori va ad abitare a Thiene, sopra lo studio di ingegneria di Vittorio Altieri, che diventa il suo compagno. L’ingegnere, morto prematuramente nel 2003, ha un’attività avviata molto prima dell’arrivo sulla scena di Giancarlo Galan. È cresciuto con i primi presidenti della Regione, Angelo Tomelleri e Carlo Bernini, figure centrali del partito di governo, la Dc, anzi la corrente dorotea della Dc. Come accade ad un altro studio di ingegneria, la Net Engineering di Monselice, titolare Gian Battista Furlan. Tangentopoli impone una brusca frenata a Vittorio: le indagini lo lasciano indenne ma è costretto a cambiare aria per lavorare. Si trasferisce a Roma, estende l’attività anche all’estero. Darà la colpa ai giudici ma soprattutto ai giornalisti, specializzati secondo lui nel fare d’ogni erba un fascio. Finché l’elezione di Galan a presidente del Veneto e il ruolo di primo piano della Lia lo riportano nel Veneto. Nel 2005 Franco Gemmo cede lo stabilimento di Arcugnano ai figli Mauro e Irene, pur conservando la presidenza onoraria dell’azienda. Nel maggio 2006 Galan insedia Irene alla guida di Veneto Sviluppo con un annuncio dei suoi: «È arrivato il momento di fare cose brillanti, adeguate alle sfide dei nostri tempi». In realtà la sfida è al libero mercato, a causa del conflitto di interessi nel quale Irene Gemmo si trova immediatamente catapultata. Nascono screzi anche in azienda. Il programma di Irene nella Veneto Sviluppo – realizzare una multiutility regionale e unificare il sistema fieristico disperso tra le città – non è che la prosecuzione dei tentativi già falliti dal suo predecessore Paolo Sinigaglia. L’esito sarà scontato. In quel momento è già cominciata la parabola discendente di Sinigaglia, il Galan-boy più ruspante e verace. Galan ha puntato tutto sul suo amico-nemico per la pelle, Enrico Marchi, che è in piena metamorfosi professionale: Marchi passa a tutta velocità da finanziere a manager a imprenditore, anzi astro nascente degli aeroporti. Dopo la conquista della Save pensa di ripetere il colpo comprando Aeroporti di Roma. La scalata parte bene, seguendo lo stesso schema usato per la Save, ma sul traguardo Marchi si vede soffiare il pacchetto di maggioranza dai Benetton.

 

Lettera aperta del consigliere veneziano beppe caccia

Come vengono adoperati i soldi pubblici per il Mose?

VENEZIA – Beppe Caccia, consigliere comunale a Venezia per la lista “In comune” si chiede pubblicamente “come vengono spesi i miliardi di soldi dei cittadini destinati al Mo.s.e.? A che cosa sono serviti i fondi neri di Baita e Minutillo?”. Con un sospetto pressante: “A pagare tangenti? E chi le ha incassate?”. Ricorda il consigliere caccia: “Nell’ottobre scorso avevo pubblicamente chiesto all’ ingegner Piergiorgio Baita di fare chiarezza e di illustrare pubblicamente con grande trasparenza, visto che si tratta esclusivamente di risorse pubbliche, i conti del Consorzio Venezia Nuova e del suo azionista di maggioranza, la Mantovani SpA. L’ingegner Baita non aveva risposto e, dalle notizie che trapelano dall’inchiesta che ha portato al suo arresto, si inizia a capire perché il silenzio. Dal 1984 quando è partito il progetto Mo.S.E., cioè da quasi trent’anni, della marea di danaro che è andata e che va spesa per quel progetto, solo una parte va a finanziare le opere, mentre una gran parte va a finanziare qualcos’altro. Vediamo, ad esempio, come in tempi di austerity verranno spesi gli ultimi 1.250 milioni di euro stanziati per il Mo.S.E. dal Governo Monti . Innanzi tutto una quota del 12% va a pagare non i lavori o la loro progettazione, ma l’attività di management del Consorzio Venezia Nuova: ciò significa che questa attività verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro, oltre sessanta milioni all’anno. Chiunque abbia una qualche competenza in materia sa che si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate. Mettendo l’occhio nei bilanci passati si vede poi che questa cifra aumenta considerevolmente attraverso attività affidate dal Consorzio ad altri soggetti e rimborsate con cifre molto superiori a quanto effettivamente speso. Si può dunque pensare che i 250 milioni lieviteranno almeno fino a 300. I 950 milioni restanti verranno spesi per i lavori. Ma come? Attraverso l’affidamento diretto alle imprese del Consorzio – tra cui le indagate Mantovani SpA e le sue controllate come Palomar – e senza gara di appalto. Anche pensando che la forte etica di quelle imprese non le induca a gonfiare le voci di costo, qualora si facessero delle gare, come avviene in tutto il mondo civile, si otterrebbero dei ribassi medi sui lavori di circa il 30%. Ciò significa che se si facessero delle gare si risparmierebbero 285 milioni di euro, pur lasciando alle imprese la legittima remunerazione del proprio lavoro.Dunque, dei 1.250 milioni dati dallo Stato circa il 50%, cioè circa 600 milioni di euro non vanno a pagare le opere, ma vanno a un ristretto numero di persone che realizzano così assieme a degli impressionanti superprofitti”.

 

I progetti fantasma dal Mose alle strade

Le consulenze commissionate dalla Mantovani: dalle opere in laguna al Grande Raccordo Anulare di Padova

PADOVA – Sono dieci le grandi opere percui La Mantovani Spa di Piergiorgio Baita ha chiesto consulenze di varia natura alla Bmc Broker di San Marino. Consulenze fantasma, per cui la “cartiera” sanmarinese ha affastellato, da quando il sedicente console del “monte Titano” William Colombelli ha saputo che la guardia di finanza gli stava col fiato sul collo, una serie di operazioni di facciata al limite del grottesco. Tentativi di simulare l’effettiva esecuzione di progetti e consulenze per cui sono stati pagati dalla Mantovani dal 2005 al 2010 oltre otto milioni di euro e dalla Adria Infrastrutture altri due milioni, poco meno. Contratti di consulenza post datati rispetto alle consulenze ottenute, fatturazioni registrate di domenica, ricerca di fornitori a lavori conclusi: sono solo alcuni degli strafalcioni individuati dai finanzieri nel castello di “carta straccia” prodotto dalla Bmc. A Padova la Mantovani si interessa del Gra, il grande raccordo anulare: la finanza trova due fatture della società sanmarinese, entrambe da 150 mila euro per una “consulenza tecnica per la progettazione del piano del traffico conseguente alla modifica dello schema infrastrutturato Via Maestra-Gra di Padova”. La richiesta, coadiuvata da elaborati, documenti e planimetrie, è di fine dicembre. A inizio gennaio, in tempi incredibilmente brevi, la Bmc spedisce alla Mantovani il lavoro svolto. Gli elaborati che tornano da Sanmarino sono praticamente i medesimi partiti da Padova: la Bmc non ha svolto alcun lavoro. Di più: per lo stesso incarico spuntano altre fatture che la Mantovani ha pagato, per circa 80 mila euro, alle ditte Idroesse Infrastrutture Spa e Pro.Tec.co Scrl, di cui sono stati trovati i lavori. Sempre a Padova l’azienda della famiglia Chiarotto mette gli occhi sul sistema di complanari e tangenziali della A4 dal Garda (Vr) a Busa di Vigonza (Pd): 600 mila euro vengono pagati alla Bmc Broker per “elaborazione dati per la collaborazione nella realizzazione del progetto”. Ma anche in questo caso gli elaborati “firmati” dall’azienda sanmarinese non ci sono. Mentre ci sono quelli di altri studi, pure pagati dalla Mantovani. Tra il 2005 e il 2006 Mantovani paga alla Bmc Broker fatture per un milione 460 mila euro per “studio, progettazione e realizzazione di una campagna informativa e di comunicazione e promozione funzionale all’inserimento nel territorio dei cantieri aperti nell’ambito degli interventi per la salvaguardia di Venezia”, lavori affidati al Consorzio Venezia Nuova a Lido Treporti (poi esteso all’attività di risanamento dell’area industriale di Marghera. Negli stessi anni un altro milione viene pagato per la progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante in provincia di Rovigo. Un milione finisce a Sanmarino anche per “consulenze tecniche e di progettazione per la piattaforma logistica di Fusina (Ve). Nel 2007, ancora, 600 mila euro transitano dall’azienda di costruzioni padovana alla Bmc per un’elaborazione di dati, in realtà prodotta da altri, per il progetto di prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (Bl), il tratto “A” del collegamento fra la A27 e la A23. Nel 2008 la Mantovani paga alla Bmc due fatture da 375 mila euro per il progetto di “valorizzazione del compendio immobiliare di via Torino a Mestre e il mercato ortofrutticolo”, poi 359 mila euro per la progettazione del “piano dei montaggi e installazione degli impianti di regolazione delle maree alle bocche di Treporti e Malamocco. Due anni dopo quasi 700 mila euro per la ricerca di fornitori per le “opere di sbarramento alla bocca di Treporti”. Nel 2009 la Mantovani paga alla Bmc mezzo milione di euro per lo “studio di delocalizzazione dei servizi logistici di Marghera”. Nelle intercettazioni a carico di Baita e Colombelli, disposte dopo che nel procedimento a carico della Società Autostrade Venezia Padova Spa che ha portato all’arresto dell’ad Lino Brentan, erano emersi stretti legami con le società del gruppo Mantovani, si definiscono i ruoli di quello che gli investigatori definiscono “disegno criminoso”. Ad un certo punto Baita manifesta a Colombelli la sua preoccupazione perché, dice, «quando vedono che lavori con San Marino, anche per importi bassi, fanno in controlli». Colombelli suggerisce a Baita di acquisire nel gruppo la Bmc, ma è un vicolo cieco: «Io non posso prendere come gruppo una società che produce solo carta» dice il manager padovano, «è pericoloso». E Colombelli, a riprova del ruolo della sua società, definisce la Bmc «la cartiera della Mantovani». Baita lo contesta: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi» «Avevamo anche un ramo commerciale» ribatte Colombelli, «ma è stato eliminato». In un altro colloquio i due cercano di trovare il modo di giustificare i pagamenti da Padova a San Marino: la Bmc non ha alcuna struttura di lavoro, non ha consulenti e tecnici nel suo organico. Colombelli si offre di eseguire lui, fittiziamente, i progetti. Ma Baita gli fa notare: «Un lavoro che tu, Willy Colombelli, fai direttamente, il valore di questo lavoro può essere elevato, ma non può essere qualche centinaio di migliaia di euro».

Elena Livieri

 

L’ad di Mantovani conosceva particolari riservati delle indagini, i pm vogliono sapere se vi furono contatti a livello ministeriale. Due testimoni collaborano. Undici fatture per 10 milioni di consulenze inesistenti.

Dagli interventi di Salvaguardia, alle “bocche” a Malamocco

I vertici della Mantovani tentarono l’aggancio di militari operanti all’interno delle Fiamme Gialle

L’INCHIESTA – Due nuovi testimoni forniscono elementi a sostegno dell’accusa

COLLUSIONI – Il capo della Mantovani era informato sulle mosse degli uomini della Gdf

L’ELENCO – Sarebbero undici, per complessivi 10 milioni di euro, gli studi fittizi realizzati dalla società
Marghera, Porto Levante, autostrade: ecco

Sono undici le principali fatture che, tra il 2005 e il 2010, sarebbero state emesse dalla società sammarinese Bmc Broker alla Mantovani spa a fronte di prestazioni inesistenti, per un ammontare complessivo di circa 10 milioni di euro. Il gip ritiene che si tratti di fatture fasulle – finalizzate a creare del “nero” – sulla base di una lunga serie di elementi raccolti dagli inquirenti. Innanzitutto le dichiarazioni rese dalla segretaria di Colombelli, la quale ha riferito che non appena le somme venivano bonificate alla Bmc Broker, lei stessa provvedeva a prelevare l’80 per cento della somma e a ri-consegnarla a Baita e Minutillo. Ma è anche la struttura della Bmc Broker a destare perplessità: come ha potuto gestire consulenze e progetti di tale rilevanza senza personale e senza alcun collaboratore o consulente, senza neppure un fotocopiatore?
Cinque degli incarichi assegnati dalla Mantovani alla società di Colombelli riguardano progetti e studi in provincia di Venezia: un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco a Venezia; 750mila euro per la valorizzazione dell’immobile che ospita il mercato ortofrutticolo di Mestre; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera; quasi un milione e 600mila euro per l’attività di mediazione necessaria a reperire un fornitore specializzato di palancole (fu indicato lo stesso che già riforniva Mantovani, peraltro ad un prezzo inferiore).
Alla Bmc furono affidati anche studio e progettazione del terminal merci al largo della costa di Porto Levante, nel Polesine (900mila euro); la progettazione del prolungamento dell’autostrada A27 da Pian di Vedoia a Pieve di Cadore (600mila euro); studio e progettazione di complanari alla A4 nel tratto peschiera del Garda-Busa di Vigonza (900mila euro); consulenza tecnica per il piano del traffico denominato via Maestra-Gra a Padova (300 mila euro).
Tutto falso, sostiene il pm Stefano Ancilotto. A fronte del pagamento di somme ingenti sarebbero stati prodotti materiali scopiazzati o studi realizzati contestualmente da altri soggetti (e a loro già pagati).
Nell’ordinanza di custodia cautelare il gip Scaramuzza contesta le somme esorbitanti corrisposte alla Bmc Broker a fronte di servizi realmente resi che costavano «un decimo rispetto alla fattura per operazione inesistente emessa». E rileva «la falsificazione della documentazione»: alla Finanza, infatti, sono stati prodotti documenti fotocopiati. Solo successivamente sono emersi gli originali «redatti dai reali fornitori del servizio, dal contenuto identico a quello presentato negli elaborati della Bmc Broker».

 

Il gip di San Marino: somme esorbitanti, pari a dieci volte il valore reale

tutte le consulenze false di Bmc

I documenti erano progetti realizzati da altri e scopiazzati

MINUTILLO «Faceva tutto la Mantovani, mi limitavo ad eseguire gli ordini altrui»

Baita, adesso si cerca la talpa di alto livello

Altri due testimoni stanno collaborando con la Procura di Venezia fornendo elementi utili all’inchiesta sulle presunte false fatturazioni milionarie contestate al presidente della società di costruzioni Mantovani spa, Piergiorgio Baita, al responsabile amministrativo Nicolò Buson, all’amministratore delegato di Adria Infrastrutture (ed ex segretaria dell’allora presidente della Regione, Giancarlo Galan), Claudia Minutillo, e al presidente di Bmc Broker di San Marino, William Ambrogio Colombelli.
Dopo gli arresti eseguiti giovedì mattina, ha preso il via una serie di interrogatori negli uffici della Guardia di Finanza di Mestre e almeno due di essi avrebbero avuto un esito definito interessante. Gli investigatori hanno anche iniziato ad analizzare l’enorme mole di documentazione sequestrata nel corso delle perquisizioni: tra le varie carte rinvenuta in alcune abitazioni vi sarebbe documentazione esterna alle contabilità aziendali dalla quale potrebbero arrivare importanti conferma alle ipotesi d’accusa.
LE ALTE “SFERE” – Nel frattempo la Procura sta proseguendo gli accertamenti sulle fughe di notizie che sembrano aver caratterizzato le indagini. La segretaria di Colombelli ha riferito di aver saputo che vi sarebbero stati tentativi da parte dei vertici della Mantovani di «agganciare militari che operavano all’interno della Guardia di Finanza» e, successivamente, da alcune intercettazioni è emerso che Baita era a conoscenza di alcuni particolari dell’inchiesta contenuti in un verbale di cui esistevano due sole copie, nelle mani di Procura e Fiamme Gialle. Il presidente della Mantovani vanta conoscenze ad altissimi livelli, probabilmente anche ministeriali, e gli inquirenti stanno cercando di capire se vi siano stati contatti nelle “alte sfere” per ottenere informazioni sullo stato delle indagini (iniziate più di un anno fa da una normale verifica fiscale di cui i vertici aziendali erano ovviamente a conoscenza) e magari per fare pressioni.
IL CAPO È BAITA – Nelle oltre duecento pagine di ordinanza di custodia cautelare, il gip Alberto Scaramuzza scrive che vi sarebbe stata una vera e propria associazione per delinquere con a capo Baita, definito ideatore di un sistema «smascherato solo grazie ad investigazioni tecniche approfondite e alle indagini svolte all’estero per rogatoria». Le misure cautelari in carcere vengono motivate con il pericolo di reiterazione di reati dello stesso tipo. Il giudice rileva, infatti, che nonostante gli indagati sapessero di essere sotto inchiesta, «il sistema posto in essere appare ancora pienamente operante come dimostra la conversazione tra Baita e Colombelli in cui si discute di come assegnare un nuovo ruolo alla Bmc Broker». Ma non solo: nella stessa conversazione Baita «afferma di possedere già altre società che per lui svolgerebbero il ruolo di cartiere».
«DISTRUGGI TUTTO» – Secondo il gip, inoltre, vi è anche il rischio concreto di inquinamento delle prove, come dimostrerebbero i numerosi colloqui dai quali risulta che Baita e Colombelli stavano concordando la versione da fornire alle Fiamme Gialle nell’ambito della verifica fiscale in corso alla Mantovani. «Gli indagati, in accordo tra loro, hanno fotocopiato centinaia di pagine, le hanno riprotocollate, le hanno fascicolate e presentate alla Gdf di Padova e all’autorità sammarinese» nel tentativo di occultare gli illeciti commessi, si legge nell’ordinanza. Colombelli, inoltre, avrebbe dato disposizione di distruggere tutta la possibile documentazione contabile della sua società.
Tra le prove raccolte dal pm Stefano Ancilotto vi sono una serie di e-mail rinvenute nel computer dell’ufficio di Baita, nonché alcune registrazioni effettuate di nascosto da Colombelli che si è auto-intercettato in alcuni colloqui con Baita e Minutillo, probabilmente per custodire materiale da utilizzare contro di loro nel caso di necessità. Quando Baita venne a sapere dell’esistenza di quelle registrazioni (sequestrate nel maggio del 2012 durante una perquisizione per acquisire documentazione della Bmc Broker) non riuscì a nascondere lo stupore e il disappunto: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci… questa non me la dovevi fare…»

Gianluca Amadori

 

Consigliere comunale scrive alla Bei e a Grilli «Aprite un’indagine»

VENEZIA – Il consigliere comunale di Venezia della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera segnala il caso a livello internazione prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. «Ci sono procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei – scrive Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale». Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone, che chiede la convocazione per martedì prossimo, di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita.

 

IN REGIONE VENETO

PRESA DI DISTANZE – Il presidente regionale scava un fossato con l’era Galan

Zaia: commissione d’inchiesta sui rapporti con la Mantovani

Il governatore: «Deve essere chiaro che le indagini riguardano solo fatti accaduti durante la precedente amministrazione»

Le reciproche prese di distanza, tra Zaia e Galan, non sono certo di questi giorni. Ma dopo l’esplodere dell’inchiesta sulla Mantovani Spa, che ha portato in galera il presidente del colosso delle costruzioni che nel Veneto del doge Giancarlo la faceva da padrone, tra se stesso e l’era Galan ormai Zaia sta scavando un fosso che pare il Grand Canyon.
Difficile dargli torto: l’inchiesta investirà in pieno anche la Regione, perché le presunte false consulenze pagate ad una società costituita ad hoc a San Marino potrebbero aver generato una provvista in nero il cui utilizzo, sospettano gli inquirenti, non poteva che essere illecito.
Sta di fatto che ieri il governatore Luca Zaia ha preso in mano la ramazza, come fece Maroni con gli scandali della vecchia Lega, e ha annunciato che l’attuale governo regionale non starà certo alla finestra: «Martedì costituiremo in Regione una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative all’inchiesta della magistratura sulla Mantovani», ha detto il presidente.
«La commissione d’inchiesta – ha proseguito Zaia – opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente». E la Regione è pronta, prontissima a costituirsi parte civile. Sulle indagini, Zaia ha precisato di non avere «notizie ufficiali» ma si è schierato a prescindere: «Ho la massima fiducia nella magistratura e ovviamente la mia amministrazione ha solo interesse che vi sia trasparenza fino in fondo». La scelta di Zaia e dell’attuale giunta regionale guarda lontano: anche in assenza di «notizie ufficiali» è chiaro a tutti che la tempesta sta arrivando e i veneti debbono sapere che la giunta Zaia non c’entra: «Deve essere chiaro che l’inchiesta non riguarda fatti accaduti durante l’attuale amministrazione – ha scandito ieri Zaia – bensì durante l’amministrazione precedente». Cioè durante il dogado di Galan.
Ma la presa di distanze di Zaia dal suo predecessore è radicale, e riguarda anche il “sistema Galan” cioè la scelta del project financing come mezzo privilegiato per finanziare le grandi opere in Veneto: quel project financing che – il grande pubblico lo ha appreso soltanto adesso – era stato “insegnato”, proposto, sollecitato a Galan dallo stesso presidente della Mantovani, che poi realizzava le opere.
E forse fa un po’ male a Galan che il Pdl sia allineato con Zaia: «Bisogna aprire tutti i cassetti: trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza, non possiamo permetterci il dubbio che in Regione siano finite tangenti» è la musica anche ieri intonata dal vice di Zaia, il pdl Marino Zorzato. Il quale fu fino al 2004 presidente di Veneto Strade, società controllata dalla Regione e perquisita dalla Finanza nell’ambito dell’inchiesta Mantovani. La presa di distanze dall’era Galan è oggi vitale per tutta la giunta Zaia, e il Gran Canyon resterà anche se alla fine la magistratura dovesse rilasciare tutti gli arrestati con tante scuse.

Alvise Fontanella

 

BUFERA SULLA MANTOVANI – Consulenze fittizie per 5 milioni su interventi a Mestre e Venezia

Baita, spuntano altri testimoni

Sulle false fatturazioni due persone stanno collaborando con la Procura. Zaia ordina un’inchiesta in Regione

SALVAGUARDIA

Foto e cose riciclate per la comunicazione

Anche uno studio per de localizzare a Marghera la sede della Mantovani

OPERAZIONE “CHALET”

In carcere Baita e l’ex segretaria di Galan

Frode fiscale milionaria, fondi neri e, sullo sfondo, l’ombra delle tangenti. Un uragano che ha sconvolto la laguna. Non si può definire altrimenti l’arresto di Piergiorgio Baita, 64 anni, patron del Gruppo Mantovani (Serenissima Holding), colosso delle costruzioni, con interessi diretti in una quarantina fra imprese e consorzi, capofila nei lavori di costruzione del Mose, capocordata nell’appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra espositiva di Expo Milano 2015, già impegnato nel Passante e nell’ospedale di Mestre. L’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, il reato contestato a fronte dell’accertamento di almeno 20 milioni di euro sottratti prima all’erario e poi all’economia legale, una somma enorme, ridotta a dieci per effetto della prescrizione. Con lui sono finiti in manette Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era Governatore del Veneto, e ora Ad di Adria Infrastrutture spa (di cui Baita è vice presidente), William Colombelli, 49 anni, bergamasco, sedicente console onorario di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, e il padovano Nicolò Buson, 56 anni, responsabile amministrativo della Mantovani spa.
A firmare le ordinanze di custodia cautelare, tutte eseguite, il gip Michele Scaramuzza che in 200 pagine ricostruisce la girandola di fatture fasulle che aveva un duplice scopo: abbattere l’utile su cui pagare le imposte e creare un deposito segreto di contanti.
Ci sarebbero altre 15 persone indagate per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani, eccetto il vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini. Sequestri preventivi per 8 milioni di euro in totale.

 

“Patacche” da 5 milioni per interventi in città

Cinque incarichi fittizi per consulenze e studi fasulli o per campagne informative commissionati dalla Mantovani alla Bmc Broker per lavori su Mestre e Venezia

FUSINA – Alla società di Colombelli 1.050.000 euro per un progetto che fu in realtà realizzato da altri

Un milione e 400 mila euro per progettare campagne di comunicazione necessarie a promuovere gli interventi di salvaguardia della laguna di Venezia; più di un milione per realizzare uno studio relativo alla progettazione del nuovo terminal Ro-Ro (containers) di Fusina; un altro milione di euro per progetto, piano di montaggi e ricerca fornitori per le opere alle bocche di porto di Treporti e Malamocco; 750mila euro per la valorizzazione di un compendio immobiliare in via Torino; 500mila euro per uno studio di delocalizzazione della nuova sede della società Mantovani a Marghera.
Riguardano interventi da realizzare in provincia di Venezia 5 degli 11 incarichi che la Mantovani assegnò, tra il 2005 e il 2010, alla società Bmc Broker di William Ambrogio Colombelli, con sede a San Marino. Incarichi che, secondo il pm Stefano Ancilotto sarebbero stati del tutto fittizi, finalizzati a creare un giro di false fatturazioni attraverso le quali la Mantovani avrebbe creato una consistente “provvista” di risorse in “nero”.
SALVAGUARDIA – A fronte del pagamento di 1.4 milioni di euro in due anni, la Bmc Broker avrebbe trasmesso alla Mantovani soltanto «qualche decina di fotografie e brevi spezzoni di cose pubblicate sul sito del Consorzio Venezia Nuova», scrive il pm Ancilotto nella richiesta di ordinanza di custodia cautelare per Colombelli, Piergiorgio Baita, Claudia Minutillo e Nicolò Buson. Il gip Alberto Scaramuzza si domanda per quale Motivo la Mantovani avrebbe dovuto incaricare la Bmc di occuparsi dell’attività di comunicazione se aveva già versato oltre 600mila euro al Consorzio Venezia nuova nello stesso biennio per contibuire alle spese pubblicitarie-informative sui lavori di salvaguardia. Finalità per la quale il Venezia Nuova ha stanziato quasi 1.2 milioni di euro nel 2005 e poco meno di 1.5 milioni nel 2006. L’architetto Faccili, incaricata di coordinare l’intera campagna informativa del Consorzio ha dichiarato alla Finanza di non aver mai incontrato nessuno della Bmc Broker.
FUSINA – La società sanmarinese di Colombelli ha fatturato un milione e 50mila euro in due anni (2005-2006) per realizzare un progetto per la piattaforma logistica di Fusina, nell’area ex Alumix. Gli inquirenti ritengono che in realtà tale progetto non sia stato realizzato da Bmc Broker: da un lato perché parte della documentazione risulterebbe essere stata inserita successivamente; in secondo luogo perché parte dell’attività fu svolta e fatturata da un altro soggetto, lo Studio Cortellazzo & Soatto, che in particolare si occupò del piano economico finanziario per poco più di 50mila euro. Il progetto per il terminal fu successivamente presentato dalla società Thetis (non dalla Mantovani) all’Autorità portuale, la quale lo individuò come il migliore. E a Thetis nessuno ha mai sentito parlare di Bmc Broker.

 

INTERROGATA – Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan, è stata l’unica a parlare finora, scaricando tutto sulla Mantovani.

Gli incontri all’autogrill di Marghera

Era uno dei luoghi in cui Baita e il sammarinese Colombelli si vedevano per parlare dei loro affari

Tra i luoghi scelti per gli incontri c’è anche la rotonda di Marghera. È proprio all’autogrill che si trova nello snodo della tangenziale che Piergiorgio Baita e William Ambrogio Colombelli si davano appuntamento. Il primo giungeva dai suoi cantieri veneziani, l’altro da San Marino dove ha sede la Bmc Broker, la ditta al centro delle indagini. Cosa i due si scambiassero è al vaglio degli inquirenti che dopo pedinamenti e intercettazioni hanno riscontrato come l’autogrill della rotonda di Marghera fosse uno dei loro luoghi preferiti. Anche se non era il solo.
È appurato anche che Baita sapeva ormai di avere i militari della Guardia di Finanza addosso. «Lo si è capito dalla reazione che ha avuto quando ci siamo presentati alla sua abitazione – dice il colonnello Renzo Nisi che ha condotto l’indagine – non ha stentato a capire cosa stesse succedendo e sapeva cosa c’era in ballo». Certo forse non si aspettava di essere arrestato e condotto in carcere. Quindi c’era una talpa, qualcuno che teneva informato il presidente della Mantovani sull’indagine della Guardia di Finanza. «Sicuramente hanno avuto un uccellino – spiega il colonnello Nisi – poco conta se porti una divisa piuttosto che un’altra. Dal momento che hanno saputo che la verifica prendeva la piega di San Marino hanno iniziato a guardarsi attorno, ad essere più attenti». Non a caso tra gli indagati ci sarebbe anche un vice-questore di Bologna che aveva sbirciato l’inchiesta che le Fiamme Gialle stavano conducendo. Ma gli inquirenti sono anche convinti che si tratti di millantatori che sapevano poco. «Ci siamo resi conto di quanto stava succedendo – prosegue il comandante del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia – e proprio per questo abbiamo realizzato che dovevamo blindare ancora di più la cosa».
Ora è la volta degli interrogatori di garanzia, Claudia Minutillo ha già cercato di chiamarsi fuori, William Ambrogio Colombelli non ha parlato e domani toccherà a Piergiorgio Baita e Nicolò Buson. E anche se dagli interrogatori di garanzia non dovesse uscire nulla di interessante, cosa probabile, gli inquirenti sono convinti che dopo qualche giorno di stagnazione almeno uno dei quattro parli.

Raffaella Ianuale

 

LETTERA-DENUNCIA

Caccia scrive alla Banca europea

«Inchiesta sui fondi per il Mose»

Dossier alla Bei dopo il coinvolgimento del Consorzio Venezia Nuova nel caso Baita. Intanto Zaia annuncia una commissione d’inchiesta

Questa volta l’appello è rivolto direttamente all’Europa. E per farlo, il consigliere comunale della lista “In Comune”, Beppe Caccia, ha deciso di scrivere direttamente al presidente della Banca Europea degli Investimenti (Bei); al suo Ispettore generale e per conoscenza al ministro dell’Economia, Vittorio Grilli e al magistrato Stefano Ancillotto, lo stesso che sta conducendo l’indagine sulla frode fiscale che ha portato in carcere l’imprenditore Piergiorgio Baita. Caccia nella sua lettera non va tanto per il sottile segnalando il caso a livello internazione e soprattutto prendendo spunto dalle erogazioni di denaro compiute negli anni dalla Bei al Consorzio Venezia Nuova per la realizzazione del Mose. Cifre da capogiro basti pensare che solo il 12 febbraio scorso, la Banca europea ha staccato un assegno di 500 milioni di euro proprio per il Mose. «Ma così come ci sono chiare erogazioni di denaro – sottolinea nella sua lettera ai vertici della Bei – ci sono anche procedure chiarissime per presunti casi di “corruzione e frode” ben chiariti dalla legislazione che regola i rapporti di finanziamento concessi dalla Bei. Considerato quanto sta accadendo da noi in questi giorni, vi è il fondato sospetto che i fondi concessi possano essere poi destinati a finalità corruttive con la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Insomma, un attacco a 360 gradi. «In considerazione delle norme stabilite dalla stessa Bei in caso di corruzione o frode – scrive ancora Caccia alla Banca Europea – presento formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del vostro Ispettorato Generale. Tutte le informazioni possono peraltro essere acquisite alla Procura della Repubblica di Venezia». E mentre Caccia lancia la sua battaglia a livello continentale, il governatore del Veneto, Luca Zaia ha annunciato ieri che martedì verrà costituita una commissione d’inchiesta sui fatti e le vicende relative al caso Baita e le sue ripercussioni su alcune società della Regione. Nel frattempo scende in campo anche il consigliere regionale dell’Italia dei Valori, Antonio Pipitone che, sempre al governatore Zaia, chiede la convocazione per martedì prossimo, anche di un consiglio regionale ad hoc sulla vicenda Baita. «Vista la gravità della situazione – dice l’esponente Idv – appare non solo auspicabile, ma obbligatorio il confronto in aula. Vogliamo sapere subito che cosa sta succedendo».

 

Nuova Venezia – Inchiesta Mantovani

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3

mar

2013

Domani è il giorno di Baita ma l’accusa conta su Buson

Primo faccia a faccia tra l’ad della Mantovani e il giudice che lo accusa di essere al vertice della piramide criminosa. A difenderlo c’è Piero Longo

VENEZIA – Domani tocca a lui, a colui che, secondo il pubblico ministero Stefano Ancilotto, ha ideato «una vera e propria organizzazione al fine di consentire evasione di imposte sia alla Mantovani e alla Adria Infrastrutture che ad altre società mediante l’utilizzazione delle false fatture della società cartiera sanmarinese, nonché mediante la creazione di fondi ove far confluire parte dei proventi». Il «capo» è l’ingegnere mestrino Piergiorgio Baita, che da tre giorni è rinchiuso nel carcere di Belluno, un penitenziario dov’è stato a lungo rinchiuso Raffaele Cutolo e più di un capo colonna delle Brigate rosse, una carcere duro. Ma 19 anni fa, Baita era già stato in un carcere, quello veneziano di Santa Maria Maggiore: era accusato di corruzione in qualità di direttore del Consorzio d’imprese per il disinquinamento della Laguna legato all’allora presidente della Regione Franco Cremonese e all’ex ministro Carlo Bernini. In quell’occasione decise di vuotare il sacco, ma in modo intelligente, senza confessare neppure uno dei nomi di coloro che era sospettato di aver corrotto: descrivendo semplicemente come funzionava il sistema di Tangentopoli, le percentuali alla Dc, al Psi e agli altri partiti. Non fece neppure un nome e se la cavò con il proscioglimento. Chissà domani quale strada sceglierà: difeso dagli avvocati Piero Longo e Paola Rubini, probabilmente si avvarrà della facoltà di non rispondere, almeno per il momento, almeno finché i difensori non avranno letto i 20 faldoni di carte raccolte dall’accusa. Adesso, però, a differenza del 1992, lui sta al vertice della piramide e, secondo la ricostruzione degli investigatori della Guardia di finanza, dovrebbe raccontare soprattutto delle sue attività illecite. Chissà? Potrebbe cercare un accordo con il pm Ancilotto, invece, il ragionier Nicolò Buson in modo da uscire prima possibile dal carcere trevigiano di Santa Bona, magari per tornare nella sua casa di Padova agli arresti domiciliari. Il giudice veneziano nell’ordinanza di custodia cautelare spiega che «occupava un posto di vertice nella struttura organizzativa della Mantovani e partecipava alla progettazione della falsa fatturazione». Prima pagava i professionisti e le aziende che davano consulenze o rendevano servizi per i quali emettevano alla Mantovani autentiche fatture e sempre lui emetteva i bonifici per consulenze e servizi resi da altri a favore della «Bmb Broker» di William Colombelli, il quale a sua volta spediva le fatture fasulle, trattandosi di operazioni commerciali inesistenti. Per il difensore di Buson, l’avvocato Fulvia Fois, il suo cliente era un mero esecutore, una persona ben vista e apprezzata dai i dipendenti degli uffici padovani dell’azienda. Per uscire subito dal carcere, però, qualcosa dovrà raccontare, altrimenti le esigenze cautelari non diminuiranno.

Giorgio Cecchetti

 

L’asso pigliatutto delle grandi opere

Piergiorgio Baita ha 64 anni ed è l’amministratore delegato della società Mantovani, impresa di costruzioni tra le più importanti del Nordest. Vice presidente di Adria Infrastrutture, Baita siede nel consiglio d’amministrazione di numerose aziende e ha avuto un ruolo di primo piano nelle grandi opere che hanno ridisegnato il volto del Veneto – Mose di Venezia, Passante e Ospedale di Mestre, Sistema metropolitano di superficie – nonché negli appalti legati all’Expo di Milano.

 

Da ombra di Galan a imprenditrice

Claudia Minutillo, 48 anni, già collaboratrice dell’assessore regionale Renato Chisso e poi influente assistente personale di Giancarlo Galan (era soprannominata “la dogaressa”) quando l’esponente pidiellino presiedeva la giunta veneta, è l’amministratore delegato di Adria Infrastrutture. Una carriera fulminante, la sua, che da segretaria l’ha vista diventare dapprima broker, poi manager di eventi e infine capo di un gruppo industriale finanziario specializzato in grandi opere.

 

Il broker occulto agiva a San Marino

William Colombelli, 49 anni, è il presidente della Businnes Merchant consulting Broker di San Marino, società che ha sede sul Monte Titano in un ufficio di 50 mq con un’unica dipendente, destinataria però di 10 milioni in consulenze da parte del Gruppo Mantovani. Colombelli dichiarava da anni un reddito assai modesto, pari a 12 mila euro, ma secondo gli inquirenti manteneva un tenore di vita decisamente elevato, due barche, auto di lusso, una villa sul Lago di Como e un’altra sul lago di Lecco.

 

L’uomo che firmava pagamenti e fatture

Nicolò Buson , 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani spa, è stato uno stretto collaboratore di Baita. Secondo gli investigatori, su mandato dell’amministratore delegati, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava le fatture fittizie destinate ad alimentare i fondi neri del Gruppo. La Guardia di Finanza (nella foto) nel corso della perquisizione della sua abitazione ha sequestrato materiale informatico definito «cruciale» ai fini delle indagini.

 

Zaia: commissione d’inchiesta sul caso

Bond (Pdl) contrario: mi fido di pm e Finanza, no ai comizi Pd: intrecci inquietanti. Idv: il governatore riferisca in aula

VENEZIA – Martedì la Regione istituirà una commissione d’inchiesta sul caso Mantovani e i risvolti criminosi nella gestione degli appalti delle grandi opere in Veneto. L’ha annunciato il governatore Luca Zaia precisando che si tratterà di un’indagine amministrativa parallela rispetto a quella condotta dalla Procura di Venezia: «La commissione opererà in strettissima collaborazione con la magistratura inquirente, verso la quale ribadiamo la massima fiducia, il nostro obiettivo è che vi sia trasparenza fino in fondo. Costituirci parte civile nel processo? Dobbiamo capire esattamente quali siano i reati, poi faremo ogni cosa in sintonia con l’autorità giudiziaria». Una decisione, la sua, che suona come presa di distanza dall’eredità del predecessore Giancarlo Galan – chiamato in causa, politicamente, da più parti – ma che potrebbe avvelenare i rapporti con l’alleato pidiellino. «Io mi fido dei magistrati e della Guardia di Finanza, hanno dimostrato capacità e rigore, l’accertamento dei fatti compete a loro, non ad una commissione-palcoscenico utile solo a fare demagogia e confusione», sbotta il capogruppo azzurro Dario Bond «in democrazia ciascuno deve fare la sua parte, a noi spetta il compito di amministrare non quello di improvvisarci investigatori dilettanti». Ma l’ombra di Galan minaccia la tenuta del centrodestra? «No, Galan è stato l’attore di opere nevralgiche per lo sviluppo del Veneto, i nostri rapporti con la Lega si complicheranno se non riusciremo a mantenere gli impegni assunti con i cittadini». A sollecitare con forza l’avvio di una commissione d’inchiesta, all’indomani degli arresti, era stata l’opposizione, Pd in primis. «Troppe le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi, impossibile non scorgere un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega» afferma il consigliere Piero Ruzzante «la disponibilità di Zaia è un fatto positivo ma ora dobbiamo comprendere come sono stati impiegati soldi dei contribuenti, perché i costi degli appalti sono lievitati, perché in questa regione i tempi delle opere sono infiniti. I giudici accerteranno le responsabilità penali ma noi abbiamo il dovere di ricercare la verità sul piano amministrativo». «Li vogliamo tutti in aula, a spiegare, a chiarire, a riferire. Il presidente Zaia, l’assessore Chisso, l’ad di Veneto Strade Vernizzi ci dicano come mai era così indispensabile andare fino a San Marino per una consulenza. E come mai, visto che mancavano sempre i soldi per fare manutenzione alle strade del Veneto, se ne sono trovati, e tanti, per fare delle fiere di settore», rincara il capogruppo di Italia dei Valori Antonino Pipitone «vista la gravità della situazione i vertici della Regione devono spiegare, e subito, cosa sta succedendo. Abbiamo davanti una settimana di dibattito dedicato al Bilancio. Chiediamo ufficialmente al presidente Ruffato di cambiare l’ordine del giorno e dedicare almeno la seduta di martedì allo scandalo che, da Baita in giù, sta coinvolgendo Veneto Strade e forse altre partecipate della Regione». «Ben venga la commissione», fa eco Pietrangelo Pettenò (Sinistra) «dopo questo terremoto è indispensabile che la Regione faccia chiarezza, occorre una svolta radicale nella gestione delle partecipate, nel segno della trasparenza».

Filippo Tosatto

 

Caccia ai «protettori» della frode

Un vice questore, due 007, una talpa nell’Agenzia Entrate: i sospetti sui complici

VENEZIA – Due sembrano essere le piste investigative che ora i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria della Guardia di finanza di Venezia e Padova, coordinati dal pubblico ministero lagunare Stefano Ancilotto, hanno imboccato. Quello delle coperture scattate a favore di Piergiorgio Baita non appena ha saputo che sul suo conto c’era un’indagine della Procura veneziana. A preoccuparlo non deve essere stata la verifica fiscale, nella sua vita come in quella di tutti gli imprenditori è quasi la normalità, ma sapere che c’era un pubblico ministero (lo stesso che aveva fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan) che lo puntava. Così, ha mosso le sue pedine per capire quali erano le carte che il magistrato aveva in mano, per capire se c’era il rischio che i suoi telefoni e quelli dei suoi collaboratori fossero intercettati (in effetti lo erano e da mesi, già dal momento dell’arresto di Brentan). C’è il vice questore di Bologna Giovanni Preziosa che non solo avrebbe cercato di avere informazioni sulle indagini contattando direttamente gli investigatori, ma avrebbe anche cercato di accedere alle informazioni del sistema informatico del Ministero degli Interni. Lo stesso avrebbero fatto due ufficiali in servizio al Centro del servizio segreto di Padova. Insomma, Baita avrebbe mobilitato le sue conoscenze, dimostrando di avere attorno una rete di protezione e un servizio di sicurezza con agganci all’interno dello Stato. Protezioni che potrebbe aver avuto anche all’interno di alcuni uffici dell’Agenzia delle Entrate, luogo fondamentale per coprirsi le spalle dagli accertamenti fiscali. A questi accertamenti sono legati quelli sui «fondi neri» creati con le fatture fasulle create grazie alla «Bmc Broker» di San Marcino. Il 20 per cento di quei 10 milioni di euro contestati nell’ordinanza di custodia cautelare (in realtà sarebbero di più, ma la prescrizione ha già cancellato alcuni milioni) sarebbero finiti nelle tasche di William Colombelli come pagamento della sua «commissione». Gli otto milioni rimanenti sarebbero tornati a Baita grazie ai viaggi in Veneto dello stesso Colombelli e ai trasferimenti compiuti da Claudia Minutillo (era intestataria di due conti correnti e delegata ad operare su altri quattro). Il sospetto è che quel denaro sia finito in conti piazzati su banche svizzere e non è escluso che nelle prossime settimane partano le richieste di rogatoria. Ma la domanda più pressante riguarda l’utilizzo di quei soldi. Le indagini precedenti, soprattutto a Milano ma non solo, hanno insegnato che i fondi neri servono soprattutto a pagare tangenti, mazzette per vincere gli appalti, ma anche per proteggersi le spalle, per creare una rete di protezione attorno all’impresa. Per ora, comunque, gli inquirenti puntano a chiudere con le condanne questa fase dell’inchiesta, venuta alla luce con le 4 ordinanze di custodia cautelare di tre giorni fa. Associazione a delinquere e frode fiscale sono i reati contestati e nell’ordinanza si legge che «a partire dal 2005 la Bmc Broker iniziava ad emettere fatture per svariati milioni di euro nei confronti della Mantovani e altre società del gruppo, indicando in modo assolutamente generico attività tecniche che in realtà venivano svolte da altre società che emettevano regolare fattura…le fatture così emesse venivano pagate tramite bonifico bancario in conti correnti ubicati in banche di San Marino ove, a distanza di pochi giorni, se non il giorno stesso Colombelli si recavano a prelevare in gran parte (oltre l’80 per cento). Le ingenti somme venivano poi riconsegnate a Baita e alla Minutillo. Risultava accertata la falsificazione della documentazione…Risultava accertata l’incongruità economica delle operazioni…Risultava accertata l’inidoneità della struttura organizzativa della Bmc Broker a svolgere qualsivoglia tipo di prestazione professionale». E, a confermare tutto questo sono alla fine arrivate le dichiarazioni della dipendente riminese di Colombelli, Vanessa Renzi, l’unica impiegata della società di San Marino. Giorgio Cecchetti

 

«Il Comune rescinda tutti i contratti»

Boraso (centrodestra) invita Orsoni a rompere gli accordi con la Mantovani, compreso quello del tram

VENEZIA «Il Comune di Venezia deve rescindere in autotutela tutti i contratti in essere con la Mantovani, da quello del tram, a quello per l’ex Ospedale al Mare – in cui la società di Baita è comunque presente – alla vendita delle quote delle autostrade Venezia-Padova e Brescia-Padova avvenute poco prima della fine anno e che inseme all’anticipo dei fondi per il campus di via Torino, sempre da parte della Mantovani, ha consentito al Comune di salvarsi dallo sforamento del Patto di Stabilità. Formalizzerò lunedì la richiesta al sindaco, ma è un’azione doverosa a tutela dell’immagine e del buon nome del Comune e della città e che va fatta nel nome della trasparenza, per accertare che non ci sia nulla che non vada, nel momento in cui la magistratura e la Finanza indagano a conto sui fondi e sulle operazioni compiute dalla Mantovani». In un clima sempre più arroventato anche a Ca’ Farsetti sulla vicenda Mantovani, è Renato Boraso, consigliere comunale del centrodestra, ad annunciare la nuova iniziativa. «La Mantovani ha comprato quelle quote di Autostrade per il Comune che nessuno voleva – insiste – e anticipato, per fare un favore, i circa 12 milioni di euro che doveva corrispondere a Ca’ Farsetti per il campus di via Torino solo l’anno successivo. Sono comportamenti che denuncio da tempo, ma che ora, alla luce di ciò che sta emergendo dall’inchiesta della Magistratura, devono obbligare il Comune a fare chiarezza, cominciando con la rescissione cautelativa dei contratti in essere con la Mantovani. Non servono invece Commissioni d’inchiesta comunali che non approderebbero a nulla, lasciamo lavorare i magistrati». «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti», ha già dichiarato prudentemente il sindaco Giorgio Orsoni. E sulla stessa linea la sua maggioranza, come testimonia il capogruppo del Pd, Claudio Borghello: «La Mantovani ha comprato le quote di Autostrade anche della Provincia dopo che per tre volte le nostre aste erano andate deserte, avendo evidentemente interesse a rastrellarle e i fondi per il campus di via Torino sono stati sì anticipati, ma sarebbero comunque dovuti arrivare. Personalmente non sono contrario a una commissione d’inchiesta comunale sui rapporti con la Mantovani, anche se ad esempio per i cantieri del Mose non è certo il Comune l’ente erogante». Non crede alla necessità di una commissione d’inchiesta comunale Michele Zuin del Pdl («avrebbe poteri limitati e per noi limitato interesse, diverso che la faccia la Regione, che ha alcune imprese a vario titolo coinvolte nell’inchiesta»). La Commissione è già stata chiesta da Beppe Caccia («Lista in Comune») e vede d’accordo anche il Gruppo Misto con Enzo Funari, ma anche Movimento Cinque Stelle e Federazione della Sinistra chiedono approfondimenti e chiarezza da parte del Comune.

Enrico Tantucci

 

verdelitorale di cavallino «Ci vuole cautela nell’usare quel nome» 

CAVALLINO. «Chiediamo cautela e senso etico al Comune nel far figurare il nome della ditta Mantovani come sponsor nei manifesti delle manifestazioni pubbliche». Gli ambientalisti di Verdelitorale all’attacco dell’amministrazione comunale di Cavallino-Treporti all’indomani dell’operazione della Guardia di Finanza. «Nel rispetto della sacrosanta presunzione d’innocenza che riguarda i vertici aziendali», commenta il presidente di Verdelitorale, Gianluigi Bergamo, «non riteniamo eticamente conveniente che il comune pubblicizzi gli innumerevoli finanziamenti ai trasporti ed alle manifestazioni pubbliche, provenienti dalla ditta Mantovani per garantirsi il benestare degli amministratori per le mastodontiche, quanto costosissime opere inutili che ha in progetto sul territorio di Cavallino-Treporti». «Mi riferisco ad opere del calibro del porto peschereccio da 27 milioni di euro in programma di realizzazione a Punta Sabbioni», continua Bergamo, «al centro ambientale marino da realizzarsi alla ex scuola Pascoli con un investimento di un milione e 500 mila euro. Realizzazioni mastodontiche sulle quali ora è lecito avanzare qualche dubbio». «La nostra associazione Verdelitorale non è nuova a proteste in tal senso», conclude, “nel 2009 premiammo la Mantovani con tutto il consorzio Venezia Nuova con il premio ad honorem Attila per l’opera di difesa a mare Mose che ha stravolto l’ecosistema lagunare». (f.ma.)

 

IL Sindaco alla Stipula.  Dopo il Sì della Giunta Martedì si va alla firma per l’ex Ospedale al Mare

VENEZIA L’inchiesta sulla Mantovani e sul suo presidente Piergiorgio Baita non ferma e, anzi, accelera l’accordo tra il Comune ed EstCapital per la vendita dell’ex Ospedale al Mare. La Mantovani possiede parte delle quote del fondo Real Venice II ed Est Capital ha ribadito che le operazioni finanziarie vanno avanti indipendentemente dalle vicende giudiziarie che hanno coinvolto Baita, il loro quotista più importante. Il nuovo accordo prevede il contestuale impegno della società guidata da Gianfranco Mossetto a farsi carico – con i 31 milioni che il Comune “restituirà” alla cordata – della realizzazione del nuovo Palazzetto dei congressi che sorgerà al posto del “buco” del vecchio Palacinema mai realizzato, con dimensioni più ridotte. Già martedì pomeriggio – o al più tardi mercoledì – il sindaco di Venezia Giorgio Orsoni e lo stesso Mossetto dovrebbero firmare il nuovo contratto. Prima Orsoni domani relazionerà sui contenuti dell’accordo alla sua maggioranza e poi martedì mattina lo ratificherà in Giunta, in tempo per la stipula. Nella convinzione, evidentemente, che non arriveranno ostacoli dalla stessa maggioranza. A insorgere è invece l’opposizione. «Trovo molto grave», commenta ad esempio Michele Zuin, consigliere comunale del Pdl, «che il sindaco comunichi solo alla sua maggioranza, approvi in Giunta e firmi un accordo di questa delicatezza sul Lido tagliando fuori il consiglio comunale. Si ripete quanto avvenuto già sul Fontego dei Tedeschi. Nel merito trovo personalmente molto rischioso che il Comune “restituisca” a EstCapital i 31 milioni con il vincolo di impiegarli per il palazzetto del Cinema. Così perde il controllo, già difficile, della situazione. E se poi Estcapital non realizza il Palazzetto dei congressi cosa accade? Facciamo un’altra causa pluriennale». Sulla stessa linea anche Enzo Funari del Gruppo Misto.

 

«Mose, anche i fondi Bei a rischio frode»

Caccia (Lista in Comune) scrive alla Banca Europea chiedendo un’inchiesta sui soldi al Consorzio

VENEZIA – Aprire un’inchiesta sui fondi della Banca Europea degli Investimenti (Bei) recentemente erogati per il Mose, per valutare se esista su di essi il sospetto di frode o corruzione, viste le vicende giudiziarie che coinvolgono il presidente della Mantovani Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, l’impresa più rappresentativa di quelle che all’interno del Consorzio Venezia Nuova si occupano appunto della realizzazione del sistema di dighe mobili alle bocche di porto. Lo chiede ufficialmente agli stessi vertici della Bei il consigliere comunale della Lista in Comune Beppe Caccia con una lettera che ricorda come solo pochi giorni fa, il 12 febbraio, sia stata perfezionata a Roma la pratica relativa al trasferimento di 500 milioni di Euro del finanziamento deliberato dalla Banca Europea per gli Investimenti per la realizzazione dei lavori del Mose. La seconda tranche di un’operazione complessiva approvata quattro anni fa per un livello massimo di finanziamenti concedibili pari a 1,5 miliardi di euro. La prima tranche è stata di 480 milioni. «Lo scorso 27 febbraio 2013 un’indagine della Procura della Repubblica di Venezia condotta dalla Guardia di Finanza – scrive Caccia al presidente della Bei – ha portato all’arresto, tra gli altri, del presidente del Consiglio d’amministrazione dell’impresa di costruzioni “Mantovani SpA” ing. Piergiorgio Baita, società che è il principale azionista del Consorzio Venezia Nuova. L’accusa è di “associazione a delinquere finalizzata alla frode fiscale”. In sostanza gli indagati avrebbero distratto risorse destinate alla realizzazione del sistema Mose, per costituire veri e propri “fondi neri”, attraverso false fatturazioni per attività di consulenza mai effettivamente svolte presso una società con sede nella Repubblica di San Marino, la BMC Broker. Vi è il fondato sospetto che tali fondi fossero poi destinati a finalità corruttive e la concreta possibilità che tra le risorse distratte e destinate ad attività illegali vi sia anche parte dei prestiti già deliberati ed erogati dalla Bei». Prosegue la lettera di Caccia: «Vi invio perciò segnalazione di “possible fraud or corruption”, presentandoVi formale richiesta di apertura di un’inchiesta da parte del Vostro Ispettorato Generale». (e.t.)

 

Lavori A27, fondi neri per 600 mila euro

Sotto inchiesta il progetto di prolungamento da Pian Di Vedoia a Pieve di Cadore: la Mantovani avrebbe usato false fatture

TREVISO – Seicentomila euro di fondi neri nell’ambito delle attività di consulenza e progettazione del tratto autostradale Pian di Vedoia-Pieve di Cadore. È quanto emerge dall’inchiesta della Procura veneziana sulla Mantovani spa, l’asso pigliatutto delle infrastrutture venete il cui presidente Piergiorgio Baita è finito in carcere a Belluno con l’accusa di una frode fiscale da 10 milioni di euro. La somma, contestata dagli uomini della Guardia di Finanza, fa riferimento a un giro di fatture fasulle usate dalla Mantovani nei suoi bilanci ed emesse da un’azienda di San Marino, la Bmc Broker di William Colombelli che metteva in conto servizi e lavori in realtà mai effettuati. A questo gruppo di false fatture, apparterebbero – secondo gli inquirenti – anche due documenti contabili che portano le date del 4 giugno e del 4 settembre 2007, del valore di 300 mila ciascuno. Le fatture in questione risultano emesse dalla Bmc Broker a seguito dell’affidamento alla stessa (da parte della Mantovani) di un’attività di collaborazione nella redazione del progetto relativo al prolungamento di Pian di Vedoia a Pieve di Cadore, denominato tratto A, inserito nel più vasto collegamento tra A27 e A23. Ebbene, secondo gli investigatori, la Bmc Broker non ha mai fatto i lavori indicati. Diversi gli elementi in base ai quali la Finanza arriva a tali conclusioni. Primo fra tutti il fatto che quegli stessi, identici, interventi sono stati eseguiti in parte da dipendenti della Mantovani e in parte da altre società (di Padova, Milano, Rovigo) che li hanno regolarmente fatturati. I nomi di tali aziende figurano in un elenco di operatori interpellati dalla Mantovani per la predisposizione del progetto preliminare e la Bmc Broker non vi figura. Possibile che sia stata dimenticata? Il punto è che essa non compare neppure nella documentazione che la Mantovani presenta alla Regione Veneto nell’agosto 2007. Ma non basta: gli investigatori hanno chiesto ai referenti delle società che hanno lavorato al progetto se avevano conosciuto gli uomini della Broker. La risposta? Negativa, nessuno li ha mai visti alle riunioni operative, né ha mai collaborato con loro. E ancora: la relazione inviata dalla Broker alla Mantovani è pressoché identica a quella firmata da un’altra società. Per gli inquirenti la conclusione è che tra la Broker e la Mantovani esistesse un vero e proprio accordo per la predisposizione di documenti inerenti a rapporti commerciali inesistenti. Il risultato? Da un lato il fittizio aumento dei costi permetteva alla Mantovani di abbattere le imposte (e quindi di frodare il fisco), dall’altro si potevano costituire fondi neri. Fondi la cui destinazione è ancora da accertare.

 

Cartelline uguali e protocollo sbagliato ecco cosa ha insospettito la Finanza

Gli investigatori ritengono false le due fatture emesse nel 2007 dalla Bmc Broker di San Marino e usate dalla Mantovani, anche in base alle modalità con le quali esse sono state catalogate e archiviate nell’azienda di Piergiorgio Baita. Più precisamente: sia la documentazione inviata dalla Mantovani alla Bmc, sia quella di Bmc a Mantovani, è stata rinvenuta in uguali cartelle di plastica di colore nero: per gli investigatori ci sarebbe stata pertanto un’unica mano nella predisposizione dei due fascicoli. In altre parole, per la Guardia di Finanza, la documentazione all’apparenza proveniente dalla società di San Marino era stata in realtà formata nella sede della Mantovani. Gli investigatori definiscono tale elemento «un sintomo» dell’inesistenza delle operazioni indicate in fattura. Incongruenze sono state rilevate inoltre nei numeri di protocollo: in un caso tale numero rinvia non alla Bmc, ma a un soggetto diverso e non coinvolto nel progetto. (s.t.) di Sabrina Tomè

 

Gazzettino – Caso Mantovani

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2

mar

2013

COLOMBELLI  «Baita dice di avere pagato tutta la Finanza di Padova e Mestre» Ma un maresciallo non dà tregua

Una “gola profonda” , ex socia del broker, ha svelato i rapporti tra le società. I manager intercettati: «Vanessa è incontrollabile, l’hai letto il verbale…»

L’ORDINANZA – Nelle intercettazioni anche il riferimento all’ex governatore Galan

I SOSPETTI – Il “tesoretto nero” in due banche di San Marino

PADOVA – Milioni di euro da Padova finivano nelle banche di San Marino passando per la Bmc Broker. Soldi mossi secondo l’accusa da Piergiorgio Baita, amministratore delegato del gruppo Mantovani, e smistati da William Colombelli, presidente delle Bmc. La Bmc Broker avrebbe utilizzato diverse banche a San Marino per custodire e ritirare il “tesoretto nero”. In particolare sono emersi i nomi della Smib (San Marino International Bank) e della Bcs (banca commerciale sammarinese). La Smib nell’ottobre dell’anno scorso è stata acquisita dalla Banca di San Marino. L’istituto aveva manifestato interesse per un’acquisizione all’85%, pretendendo però dall’operazione le massime garanzie di trasparenza e credibilità. I versamenti sospetti della Bmc Broker su conti correnti Smib risalgono al periodo dal 2005 al 2010. C’è poi la Bcs, istituto in amministrazione straordinaria dall’ottobre 2010, dopo che due membri del cda avevano rilevato gravi irregolarità e inviato un esposto alla vigilanza di Banca Centrale.

Gli arrestati conoscevano le carte degli investigatori.

Spunta l’ipotesi di una talpa

La gola profonda è Vanessa Renzi, ex impiegata ed ex socia della Bmc Broker srl, la ditta di San Marino al centro delle indagini. «La Vanessa è incontrollabile… l’hai letto anche tu il verbale.» – si dicono Piergiorgio Baita e William Colombelli al telefono. Commenta il p.m. Stefano Ancilotto nell’ordinanza che ha portato in carcere il re degli appalti del Veneto, Piergiorgio Baita: «Il fatto che i due abbiano letto il verbale appare anomalo, trattandosi di un verbale redatto in sole due copie, una depositata in Procura e l’altra trasmessa dalla Guardia di finanza». Anche in un altro passaggio dell’ordinanza si accenna a contatti tra Finanzieri e Baita. È sempre Colombelli che parla: «Scattolin non risulterebbe assolutamente pagato, a differenza di quello che dice Baita di aver pagato tutta la Guardia di finanza di Padova e Mestre.» Chi è questo Scattolin? Il maresciallo delle Fiamme gialle che interroga Vanessa Renzi. «…il solito maresciallo che alla fine dell’interrogatorio, dopo che lei ha detto che non aveva nulla da dichiarare, l’ha persino fatta piangere, minacciandola della vita di sua figlia». Ed è proprio Vanessa Renzi, secondo il pm, a far venir giù il castello di carte messo in piedi per far sparire i soldi. Con la ditta di Colombelli, Vanessa Renzi ha lavorato per 15 anni, fino al marzo 2011, svolgendo le funzioni di segretaria. Dai primi anni 2000 Vanessa Renzi divenne anche socia della BMC Broker con una quota pari al 20 per cento cedutale da Colombelli a titolo gratuito. Perche è importante la testimonianza di Vanessa Renzi? Perchè in una occasione viene incaricata di andare a Rovigo, presso la sede di Hydrostudio Consulting Engineers srl, dove il geom. Marco Usan le avrebbe consegnato della documentazione da portare presso gli uffici della Bmc Broker. Alla Renzi il geometra della Hydrostudio consegna una paccata di documenti racchiusi in raccoglitori di colore rosso. Documenti e raccoglitori che la Finanza troverà nella sede della Mantovani. Ma la Hydrostudio è una società controllata dal Gruppo Mantovani e dunque il gioco è che la Mantovani fornisce a se stessa, attraverso la BMC, documenti che lei stessa ha prodotto. E’ una partita di giro di carte che Mantovani paga profumatamente a Bmc, che non ha nemmeno l’accortezza di cambiare i contenitori. Rossi erano i faldoni che vengono consegnati alla Renzi e rossi sono i faldoni che le Fiamme gialle trovano alla Mantovani. Se non fosse nero su bianco nelle carte della Procura e se non ci fosse la testimonianza di Vanessa Renzi verrebbe da dire che questo è un film di Totò. Il che è difficile da credere dal momento che stiamo parlando di Piergiorgio Baita di cui tutto si può dire, ma non che sia uno stupido. Al contrario, stiamo parlando di un genio degli appalti, di un uomo che nel giro di 15 anni è riuscito a mettere in piedi un impero che spazia dal settore immobiliare alle infrastrutture. L’unica cosa che si può pensare è che abbia lavorato, suo malgrado, con degli incapaci. Gente che non si è nemmeno preoccupata di salvare le apparenze. La BMC Broker di San Marino – che arriva a fatturare 3-4 milioni di euro all’anno – è tutta in un appartamento di 75 metri quadri e una segretaria, ma si occupa di consulenze che vanno dalle analisi sul mercato immobiliare alle intermediazioni per mezzi navali. Solo che nessuna di queste consulenze è supportata da pezze d’appoggio e quando la Guardia di finanza inizia l’inchiesta, Piergiorgio Baita chiede a Colombelli: «Di che consulenti ti avvali?» Di Nessuno – è la disarmante risposta di Colombelli. «Faccio tutto da solo.» E si vede. Prendiamo un solo esempio. Nel 2005 la Mantovani dà alla BMC un incarico per “attività di mediazione per la ricerca di fornitore specializzato in palancole”. L’incarico vale 500 mila 673 euro. Ebbene, la ricerca di BMC sul mercato accerta che esistono solo tre ditte che producono palancole di livello tale da poter pretendere di essere prese in considerazione da Mantovani. Una di queste è la ThyssenKrupp. Ma la Mantovani è da due anni prima, cioè dal 2003, che compra palancole dalla ThyssenKrupp e ad un prezzo inferiore. Insomma, era tutta una finta.
Ma resta la domanda fondamentale: perchè Baita pagava Colombelli e Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Galan? E perchè si è imbarcato con gente all’apparenza tanto sprovveduta? E non a caso quando Baita si rende conto che Colombelli è un incapace e decide di chiudere il rapporto, ecco che in una intercettazione Colombelli si fa forte di un nome, quello di tal Giancarlo (l’intercettazione è: “So soltanto che loro (Mantovani) hanno portato via quei soldi e io quei soldi glieli porto a casa lo stesso, quindi il fatto del bilancio lo azzero nello stesso modo. Se vogliono farlo perché è arrivata la cosa la…da…Giancarlo”) che non è impossibile ricondurre all’ex governatore del Veneto. Ecco perché, vista l’enorme quantità di quattrini – 10 milioni di euro in 6 anni, ma sarebbero 20 i milioni se una parte delle fatture emesse – e dei reati – non fossero andati in prescrizione – e viste le forze in campo, tutti pensano che l’inchiesta da qui a poco prenderà un’altra strada, diversa dall’evasione fiscale.

 

IL CARCERE – L’ingegnere in una cella per sei a Belluno

BELLUNO – Nessun trattamento di favore. Anzi. Al super manager Piergiorgio Baita, 64 anni, di Mogliano Veneto, presidente del consiglio di amministrazione della Mantovani spa e vice presidente della controllata Adria Infrastrutture, sarebbe stata riservata una cella da sei nel carcere di Baldenich. Detenuto tra i detenuti. Il penitenziario di massima sicurezza è noto per aver ospitato personaggi del calibro di Raffaele Cutolo, ritenuto il capo della nuova Camorra organizzata, e Giovanni Brusca, detto lo “scannacristiani” per la ferocia con cui agiva. Baita, conosciutissimo nel mondo politico, tanto da essere stato definito dall’ex governatore veneto, Giancarlo Galan, «il più intelligente tra gli imprenditori del ramo costruzioni… un tipo brillante, uno che sa costruire i fuochi d’artificio», è suo malgrado ospite del penitenziario assieme ad altri cinque detenuti, tra i quali non ci sarebbe alcun extracomunitario. Almeno queste sono le indiscrezioni filtrate dalle sbarre. Il patron del gruppo Mantovani sarebbe tutto sommato tranquillo. Niente scene isteriche o crisi di panico, ma solo compostezza, anche di fronte alla nuova sventura dopo quella di vent’anni fa quando venne arrestato per la prima volta nell’ambito di tangentopoli. Dal mondo politico provinciale, che ben conosce il manager, nessun commento. Il tema scotta troppo. L’interrogatorio di garanzia è previsto per lunedì.

 

A GENOVA – Il manager di San Marino non risponde al giudice

ALTRI INDAGATI – Per Baita e Buson l’ appuntamento lunedì in carcere

INTERROGATORI – Ieri davanti al gip l’ex segretaria di Galan e William Colombelli

LA DOGESSA «Non sapevo nulla di quelle fatture, erano altri che se ne occupavano»

«Ho solo eseguito gli ordini»Claudia Minutillo: «La parte amministrativa era gestita dalla Mantovani»

È apparsa provata dopo la prima notte passata nel carcere femminile della Giudecca per comparire di fronte al Gip per l’interrogatorio di garanzia. Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture Spa ed ex assistente di Giancarlo Galan (all’epoca presidente della Regione) tra il 2000 e il 2005 ha risposto per un’ora alle domande del giudice, ma solo per sminuire la sua posizione in relazione alle fatture per un milione e 800mila euro circa che la Procura di Venezia indica come pagamenti fittizi alla società di consulenza sanmarinese Bmc Broker allo scopo di costituire fondi neri. Il sostituto procuratore Stefano Ancilotto (presente all’udienza) accusa lei e altre tre persone di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante l’utilizzo di fatture false. Per trovare gli indizi del reato associativo (che comporta una pena da tre a sette anni senza considerare gli altri reati) la Guardia di Finanza ha lavorato per molti mesi. Di qui la richiesta di custodia cautelare in carcere per la Minutillo, per il presidente del gruppo Mantovani Piergiorgio Baita, del presidente della Bmc Broker William Colombelli e del direttore finanziario della Mantovani Nicolò Buson.
«Ha cercato di spiegare la sua posizione – commenta all’uscita l’avvocato padovano Carlo Augenti, legale della Minutillo – spiegando che la parte amministrativa era gestita anche per Adria Infrastrutture direttamente dalla Mantovani. Cioè, per le fatture, si utilizzavano gli uffici della Mantovani».
La Minutillo ha poi detto al giudice di essere stata molte volte a San Marino perché conosceva bene Colombelli e, anzi, aveva avuto una relazione con lui per un certo periodo di tempo tanto da passare come moglie per chi li vedeva insieme. «Non sapevo niente di quelle fatture – avrebbe detto al magistrato – facevo solo quello che mi veniva detto».
Il legale ha detto di contare sull’udienza di riesame per riuscire a spiegare la situazione della sua assistita, ma non ha mancato di sottolineare quello che secondo lui appare come un eccesso.
«Si tratta di una persona incensurata – ha concluso – accusata di fatture false emesse nell’arco di cinque anni. Ho seguito molti casi analoghi a questo e per importi molto superiori. Mai, però, mi è capitato di vedere in carcere i miei clienti».
Si è invece avvalso della facoltà di non rispondere Colombelli. L’avvocato veneziano Renzo Fogliata (che è stato tra le altre cose difensore dei “Serenissimi”, che fece assolvere dalle gravissime accuse loro rivolte) ha viaggiato di notte per arrivare in tempo a Genova per l’interrogatorio. «Sarebbe stato comunque inutile – commenta Fogliata – rispondere ad un magistrato che non conosce l’inchiesta e che non ha emesso l’ordinanza. Tuttavia, ritengo che sarà necessario scambiare qualche parola con il pubblico ministero».
Saranno interrogati invece lunedì Baita e Buson. «Sono certa che riusciremo a spiegare la nostra posizione – dice l’avvocato Fulvia Fois del foro di Padova, la quale lascia intendere che dal carcere di Treviso, dove è detenuto, potrebbe avvalersi per ora della facoltà di non rispondere – poiché è chiaro che Buson era un dipendente, che non poteva decidere sulle strategie ma che poteva solo eseguire ciò che gli veniva detto di fare. Sono fiduciosa sul fatto che possa uscire presto dal carcere». Quasi certo anche il silenzio dell’indagato più noto, Piergiorgio Baita, da giovedì nel carcere di Belluno. «È sereno come sempre – è la sensazione dell’avvocato Pietro Longo, che è fiducioso sulla caduta delle accuse – d’altronde è un uomo molto solido».

 

Un giro di 22 milioni di euro in gran parte riferito al cartello Baita-Minutillo. Ma non solo

Nel mirino altre fatture: dal Porto a Veneto Strade, dal Passante al Consorzio Venezia Nuova

IL SISTEMA – Si aumentano le spese per ridurre utili e tasse

Per evadere le tasse è il metodo più semplice. Utile, costi e ricavi. Aumento fittiziamente i costi, diminuisco gli utili. Mi invento delle uscite che contabilizzo e saldo con regolare bonifico bancario alla società “cartiera” che si presta all’operazione e che trattiene per sé una percentuale, e mi restituisce il rimanente, in contanti prelevato a stretto giro di posta. Nel sistema Baita le operazioni venivano eseguite su estero, perché la Bmc ha sede nella Repubblica di San Marino. Fino a qualche anno fa considerata una piccola Svizzera sul fronte del segreto bancario. Ma che di recente ha avviato una cooperazione amministrativa internazionale che facilita in maniera fondamentale le attività rogatoriali. Come sottolineato dagli inquirenti veneziani.

 

La politica: «Bisogna fare chiarezza»

Zorzato: «Vanno aperti tutti i cassetti». Ruzzante: «Serve subito una commissione d’inchiesta»

VENEZIA – Chiarezza su ciò che è accaduto, a costo di varare una commissione d’inchiesta. I politici non prendono sotto gamba l’inchiesta che riguarda la Mantovani e lambisce la Regione Veneto. «Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato. «Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione, vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perché la gente esige chiarezza».
Piero Ruzzante, consigliere regionale Pd, si spingi più avanti. «Dall’appalto “calore” in sanità alla compravendita del Palazzo di Grandi Stazioni a Venezia, dall’arresto di un tecnico del genio civile per le opere pubbliche dell’alluvione fino all’inchiesta sull’appalto per i pagamenti del bollo auto, che ha portato all’arresto del dirigente del Bilancio della Giunta, dottor Fadelli: la serie di arresti conferma il fatto che attorno al governo di centrodestra della Regione Veneto ruota un sistema di potere dai contorni foschi». Ruzzante attacca «la conduzione politica di Galan e della Lega. Come Pd cogliamo che si apra una commissione di inchiesta».
Simonetta Rubinato, parlamentare del Pd, sostiene: «Serve una reazione corale contro corruzione e illegalità che minano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni e sono tra le cause della scarsa competitività del nostro sistema economico, viziando la libera concorrenza e sottraendo ingenti risorse alla collettività. Bisogna fare chiarezza e pulizia a tutti i livelli».
È intervenuto anche Andrea Tomat, ex presidente di Confindustria Veneto. «Il sistema, anche quello fiscale, comporta delle complessità di interpretazione: serve semplificare anche nei confronti di chi deve ottemperare e di chi deve giudicare». Ad oggi, secondo l’imprenditore, è necessario «fare chiarezza» e «lasciare lavorare le autorità inquirenti» anche per «non rallentare le opere». Per Tomat sul fronte di vaste operazione di lavori pubblici «ci possono esser delle aree grigie, si tratta di fatti che fanno scandalo quando sono cosi ampi; ma accade che ci possono esser degli aspetti palesemente fraudolenti e altri che sono più difficili da chiarire».

 

LE INDAGINI – I finanzieri dell’operazione “Chalet” stanno seguendo le tracce lasciate dai soldi

GLI SVILUPPI – Sono sotto osservazione società nelle stesse cordate della galassia Mantovani

La cassaforte della cricca è custodita oltre frontiera

È caccia alla cassaforte e più che ai contanti che conteneva a quelli che non ci sono. A cosa sono serviti? Di sicuro il forziere è collocato oltreconfine. Ne sono convinti i finanzieri che stanno indagando sui fondi neri milionari dell’operazione “Chalet” coordinata dal sostituto procuratore di Venezia, Stefano Ancilotto, che ha portato a quattro gli arresti. Il più eccellente quello di Piergiorgio Baita, veneziano di 64 anni con casa a Mogliano, patron del Gruppo Mantovani di Padova, che appare il deus ex machina della maxi evasione. In cella anche Claudia Minutillo, mestrina di 49 anni, fino al 2005 assistente personale dell’allora Governatore del Veneto Giancarlo Galan, e poi manager di successo con incarichi di vertice in diverse aziende della galassia della holding patavina come Adria Infrastrutture di cui è ad. Manette anche William Ambrogio Colombelli, il sammarinese di 49 anni in grado con la sua Bmc Broker srl di fornire consulenze di qualsiasi tipo con una semplice fotocopiatrice e una segretaria e a Nicolò Buson, padovano di 56 anni, responsabile finanziario della Mantovani.
Fatture per studi scientifici e ricerche di mercato inesistenti allo scopo di gabbare l’erario e per creare fondi neri cui attingere alla bisogna. Il metodo più semplice e banale, per di più attuato in una maniera tanto dilettantesca che stride con l’alta professionalità di una holding in grado di fare la parte del leone negli appalti pubblici di mezza Italia, da ultimo la piastra espositiva di Expo 2015 a Milano. E poi c’è un altro aspetto che rimane da chiarire nel conto totale delle “note” di pagamento emesse da Bmc: circa 22 milioni, di cui quasi metà saldate da società del cartello Baita-Minutillo a mo’ di partita di giro, rigorosamente extracontabilità, tolta la percentuale di Colombelli.
Come si colloca la somma piuttosto ingente contestata a imprese che non sono costole della Mantovani, bensì hanno ragioni sociali ben distinte, in qualche caso sono presenti nella stessa cordata aggiudicataria di una grande commessa oppure si ritrovano nello stesso consorzio? Se si può capire che una consociata la voce del padrone non la discute e quindi se Baita ordina si esegue, perché Veneto Strade (compartecipata di Regione e Provincia di Venezia), Passante Di Mestre, Autorità portuale di Venezia e Veneto Acque si sono rivolte in più occasioni dal 2005 al 2010 e per importi differenti alla “cartiera” costruita ad hoc all’ombra del Titano? Una semplice contaminazione del “sistema Baita-Minutillo” per abbassare l’imponibile tassabile o che cosa? Una cricca come farebbero intendere le Fiamme gialle?
Ma questi soldi versati a Colombelli dove finivano? Venivano restituiti a qualche referente delle società solventi per avere a disposizione liquidi non tracciabili, andavano a qualche titolo a Baita o servivano per altri scopi? Due milioni e centomila euro Veneto Strade, 413.200 Consorzio Venezia Nuova che sta costruendo il Mose, 182mila Passante di Mestre, 141mila Autorità Portuale di Venezia, 30mila Veneto Acque. Ora gli investigatori dovranno capire se a fronte di queste uscite ci siano stati dei servizi resi, anche se la testimonianza dell’unica dipendente di Colombelli non lascerebbe spazio a dubbi visto che conferma con sicurezza che tutte le fatture emesse da Bmc si basavano sul nulla. Per il momento non ci sarebbero indagati. Intanto spuntano altre fatture false emesse da ditte diverse dalla Bmc (che avrebbero sede a Monselice e Piove di Sacco) parrebbe sempre su “istigazione” di Baita. Monica Andolfatto

 

CASO MANTOVANI  – La Finanza sulle tracce della cassaforte all’estero. C’era una “cricca” delle fatture false

LA CASSAFORTE – I finanzieri che indagano sul giro di fatture false fra la Mantovani e una società di San Marino sono convinti di essere vicini alla “cassaforte”, probabilmente all’estero, dove sarebbero finiti i contanti versati a Piergiorgio Baita in cambio delle fatturazioni. Nel corso delle indagini sarebbero emerse centinaia, addirittura migliaia di fatture che sarebbero servite a creare fondi neri.

I DESTINATARI – La chiave dell’inchiesta riguarda però la fine che avrebbe fatto il fiume di denaro contante. Il sospetto è che possa essere stato utilizzato per pagare tangenti. Finora sono state eseguite 45 perquisizioni a carico di aziende, amministratori e abitazioni di questi fra le province di Venezia, Padova e Bologna.

GLI INTERROGATORI – Claudia Minutillo parla per un’ora e scarica tutto sull’azienda. Lunedì sarà sentito il presidente della Mantovani

Baita, caccia ai fondi neri

FATTURE FALSE & FONDI NERI

PERQUISIZIONI – Ispezioni a Mestre anche nella sede di Veneto Acque

LE FATTURE FALSE – Sarebbero migliaia con una fitta rete di società»

LA CORTE DEI CONTI  «L’obiettivo è il corretto uso delle risorse pubbliche»

ARRESTO “ECCELLENTE” – I finanzieri portano via Piergiorgio Baita dalla sua casa di Mogliano, dopo diverse ore di perquisizione all’interno dell’abitazione del manager

IL COMMITTENTE DEL MOSE – Per l’ente statale passano i soldi dell’opera. D’Alessio: «Mai avuto rapporti con la Mantovani»

 

Zorzato: «Serve trasparenza assoluta»

«Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato (già presidente di Veneto strade dal 2001 al 2004), a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Padova, riferendosi all’indagine della Guardia di finanza che ha portato all’arresto di 4 persone tra cui il presidente del consiglio di amministrazione del colosso delle costruzioni veneto Mantovani, Piergiorgio Baita.
«Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione – ha aggiunto Zorzato – vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perché la gente esige chiarezza».

MOSE – Le prime due paratoie sono arrivate giovedì a Marghera via mare da Monfalcone dove sono state realizzate

Baita, caccia al forziere

I fondi neri sono all’estero – La Finanza vuole capire a chi sono andati i milioni sottratti al Fisco italiano.

Nisi: «Di solito somme così ingenti vanno verso la pubblica amministrazione»

IL “SISTEMA” – C’era una “cricca” per aggirare l’erario con finte documentazioni

Porta all’estero. La strada dei soldi sottratti all’erario dal “sistema Baita” conduce oltreconfine. E cioè alla cassaforte dove venivano depositati i contanti che “transitavano” per San Marino, giusto il tempo per venire ritirati in contanti e riportati in Italia per poi “sparire”. I finanzieri del colonnello Renzo Nisi fanno capire di aver già individuato la collocazione del forziere o per lo meno di esserci molto vicino. Ma a interessare di più non sarebbe il denaro ancora in deposito, bensì quello che non c’è più. Dove è stato speso? Per pagare cosa o chi? Sono i quesiti cui i militari vogliono dare una risposta certa al più presto confidando anche nelle eventuali ammissioni dei quattro arrestati. Oppure di qualche imprenditore magari coinvolto suo malgrado nella girandola di fatture false emesse dalla Bmc di San Marino. Perché come è stato spiegato e ripetuto dagli investigatori fondi neri di tali dimensioni – decine di milioni di euro – non è credibile possano servire a comprarsi qualche cappriccio. «Spesso e volentieri ha ribadito lo stesso Nisi – vengono veicolati verso la pubblica amministrazione». Ma l’approfondimento di questo filone appartiene all’eventuale fase due dell’operazione “Chalet”. Intanto spuntano altre fatture false, centinaia, migliaia. Il che fa presupporre il coinvolgimento di società altre, rispetto a quelle individuate finora dagli 007 della Finanza veneziana ed elencate nell’ordinanza firmata dal gip Alberto Scaramuzza. Sarebbero state rastrellate fra ufficio e abitazioni di William Ambrogio Colombelli nel corso di perquisizioni concluse la scorsa notte. D’altronde il 49enne di Bergamo ma residente all’ombra del Titano, presidente della Bmc, è l’uomo chiave dell’inchiesta, così come la sua segretaria è una dei testimoni fondamentali nel confermare il meccanismo della “cartiera”.
Le perquisizioni eseguite finora sono 45 quasi tutte a carico di sedi di imprese, uffici e abitazioni di legali rappresentanti: soprattutto nel padovano e nel veneziano, molte nel bolognese. A Mestre i miliatari delle Fiamme Gialle hanno visitato fra gli altri Veneto Acque e l’ad Pieralessandro Mazzoni, Veneto Strade, Passante di Mestre e l’ad Giorgio Desideri.

 

L’AMMINISTRATORE – «Abbiamo collaborato e non abbiamo indagati»

OPERE PUBBLICHE Secondo il Consorzio Venezia Nuova nessun rallentamento

«Avanti tutta, senza alcun intoppo»

Ca’ Farsetti sui progetti al Lido: «Noi trattiamo con Est Capital»

La parola decisiva arriva da Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. «La Mantovani Spa – dice – è una delle nostre più valide consorziate ed è una delle imprese che stanno procedendo nella realizzazione del Mose, nel rispetto del cronoprogramma definito con il Magistrato alle Acque di Venezia. Nessun rallentamento è previsto, poiché quanto accaduto in questi giorni non interferisce per nulla con il piano dei lavori in atto». Insomma il Consorzio prosegue per la propria strada anche in previsione dei prossimi appuntamenti legati alla realizzazione del Mose. «I cantieri del Mose – aggiunge Mazzacurati – sono in fase di avanzatissimo sviluppo e sono attualmente in corso fasi importanti e decisive: l’arrivo delle paratoie a Marghera e l’assemblaggio dei maschi; il varo e l’installazione di quattro paratoie nel canale di Treporti e la loro messa in funzione ai primi di giugno; il varo a Malamocco e l’installazione nel canale di San Nicolò dei cassoni di alloggiamento a partire dalla fine di ottobre. E allo stesso tempo anche Antonio Stifanelli, presidente di Pmv, la società che sta costruendo il tram, chiarisce: «Non ci sono contraccolpi per i nostri interventi – sottolinea – la società mandataria del progetto tram è la Gemmo. La Mantovani è solo una delle tante».
Nessuna ripercussione sul Lido secondo il vicedirettore del Comune di Venezia Luigi Bassetto: «Il contratto per la compravendita dell’ospedale al mare lo facciamo con Est Capital. Quali siano poi i rapporti interni al fondo non interessa al Comune». «Sull’accordo l’ultima parola spetta alla Giunta che ha il potere di deliberare – – prosegue – lo schema sul quale stiamo lavorando è noto. Ha senso fare l’accordo se si percepisce consenso e se si capisce che stiamo lavorando nell’interesse collettivo. Si tratta di un’ipotesi qualificata perché, secondo me, permette di perseguire gli obiettivi del protocollo». Lunedì a Ca’ Farsetti ci sarà una riunione tra i partiti di maggioranza proprio per fare il punto sulla vicenda. E proprio in merito alla bufera che si è abbattuta su Mantovani Est Capital ha precisato con una nota che «in qualità di gestore del fondo immobiliare Real Venice 2 la società Mantovani è uno dei quotisti del fondo, ma non ne detiene in alcun modo la quota di maggioranza.» Ieri, intanto nessuna delle due parti ha depositato memorie in Tribunale. Segnale della volontà reciproca di abbandonare il contenzioso. Gli avvocati Alfredo Biagini per il fondo e Giulio Gidoni per il Comune hanno comunicato, informalmente, al giudice Manuela Bano che è pronta un’ipotesi di accordo.

(ha collaboratoLorenzo Mayer)

 

 

I PAGAMENTI – Porto e Veneto Strade «Sono fatture regolari»

Intanto il manager Silvano Vernizzi finisce nel mirino dei 5 Stelle

«Valuta l’impatto delle opere in cui ha anche un ruolo operativo»

Tra i pagamenti alla società di consulenza sanmarinese Bmc Broker Srl, il cui presidente William Colombelli è stato arrestato ed è detenuto nel carcere di Genova, figurano per importi molto differenti anche Veneto Strade e l’Autorità portuale di Venezia. Quando giovedì sono scattate le manette, la guardia di finanza ha inviato molti militari anche nella sede di Veneto Strade ad acquisire materiale e documentazione. L’amministratore delegato Silvano Vernizzi, che tra le altre cose ha realizzato come commissario il passante di Mestre, è tranquillo perché i finanzieri avrebbero già avuto tutte le risposte sui due milioni e 100mila euro di pagamenti alla Bmc Broker contestati dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto.
«Abbiamo avuto una perquisizione nella nostra sede – commenta – e abbiamo fornito alla guardia di finanza tutto ciò che ci è stato chiesto. Siamo sereni sulla correttezza delle operazioni e questo è confermato dal fatto che attualmente non c’è nessuno di Veneto Strade inserito nel registro degli indagati».
Bmc Broker è una società di consulenza aziendale e di marketing fondata nel 1995 che, come si evince dalla sua presentazione, “opera in affiancamento o in sostituzione al top management” per dare “più sostegno alle aziende che intendono inserirsi nel mercato mondiale”. La società di cui Colombelli è presidente risulta occuparsi anche di marketing, eventi e comunicazione.
Per la Procura, però, la società sarebbe stata soprattutto una produttrice di fatture false, finalizzate all’accumulazione di fondi neri.
Un importo, di molto inferiore, risulta agli inquirenti essere stato pagato dall’Autorità portuale: 141mila euro.
«Non so nulla di questo pagamento – è il commento del presidente Paolo Costa – perché riguarda un periodo precedente al mio arrivo. Comunque abbiamo fatto una verifica e si tratta di fatture per servizi effettivamente resi. Tutte le procedure interne, insomma, risultano essere state formalmente rispettate. Questa – conclude – è l’unica cosa che sono in grado di dire».
Intanto, il Movimento 5 Stelle si lancia all’attacco di Vernizzi, contestando un presunto conflitto di interessi in merito al suo ruolo di responsabile regionale di molti uffici tra cui quello dell’Ambiente (quindi degli organismi deputati ad eseguire le valutazioni di impatto ambientale) e il ruolo operativo di direttore di veneto Strade, commissario di diverse opere pubbliche e segretario regionale alle Infrastrutture.
Con una mozione urgente per la quale è chiesta la discussione al prossimo Consiglio comunale, il consigliere di 5 Stelle Gian Luigi Placella chiede all’assemblea di approvare il documento con cui si chiede al sindaco di “esprimere in modo netto nei confronti della Regione una critica in origine alla sopra descritta situazione di conflitto di interessi”, di “far svolgere un preciso controllo su tutti gli atti posti in essere dalla citata Segreteria regionale verso il Comune di Venezia” e “invitare la regione a risolvere questa situazione provvedendo a revocare o annullare gli incarichi affidati con la deliberazione di Giujnta del 22 dicembre 2010 in materia di valutazione di incidenza ambientale”.

 

DOPO IL CASO DELLE MAZZETTE DEL 2010 – La linea della Provincia   «Ferrei controlli interni»

L’orgoglio della Zaccariotto: «Scelta necessaria per la trasparenza»

Il direttore Panassidi: «Oggi questo è un ente pulito e trasparente»

La sberla di due anni fa e lo scandalo delle mazzette scoppiato come una bomba ha spinto la Provincia di Venezia ad un profondo rinnovamento nell’attivare i controlli di regolarità, sulla performance organizzativa, sugli standard di qualità dei servizi, e sul grado di realizzazione dei programmi di governo. E oggi la presidente Francesca Zaccariotto afferma a testa alta che la Provincia fece la scelta più giusta, anche a favore dei cittadini. Concetti la presidente leghista ha ribadito al seminario dal titolo «Il sistema dei controlli negli enti locali e società partecipate. Il ruolo della Corte dei conti». Un sistema, quello dei controlli interni ed esterni degli enti locali, che è stato ridisegnato dal decreto legge n. 174 del 2012 (Disposizioni urgenti in materia di finanza e funzionamento degli enti territoriali). «Quest’amministrazione già dal 2010 ha progettato e attivato un sistema efficace di controlli interni, sulla base del precedente quadro normativo – ha detto Zaccariotto – E oggi siamo orgogliosi di aver operato in questa direzione, in piena autonomia e non per imposizione della legge. Abbiamo progettato un sistema integrato e moderno che riguarda tutte le aree strategiche dell’ente – programmazione di infrastrutture e viabilità di area vasta, edilizia scolastica, ambiente, sicurezza. Questa scelta, lo ribadisco, è stata fatta per nostra volontà di farlo, e non perché si doveva fare». Giuseppe Panassidi, direttore generale della Provincia di Venezia ha aggiunto. «Perché il sistema funzioni vanno previsti alcuni requisiti fondamentali. Deve essere semplice, declinato in modo chiaro e proporzionato all’organizzazione; deve inoltre essere monitorato costantemente per correggere errori e assicurare un continuo miglioramento dell’organizzazione pubblica. E la Provincia oggi è un ente pulito e trasparente». Tommaso Miele, presidente dell’associazione nazionale dei magistrati della Corte dei Conti ha affrontato il problema spinoso del controllo sulle società partecipate. «Oggi l’obiettivo principale e condiviso deve essere quello della prevenzione della corruzione e del corretto uso delle risorse pubbliche la natura pubblicistica delle società partecipate soprattutto quelle a maggior peso del socio pubblico, dove a prevalere deve essere l’interesse della collettività».

Raffaele Rosa

 

L’EX TECNICO   «Troppi dubbi sulle cerniere. Ci furono anche dimissioni»

MARIA GIOVANNA PIVA   «Non commento.  Ho già avuto problemi dopo Report»

Magistrato, paure e accuse

«Preferisco non commentare più questa vicenda, già dopo l’intervista a Report off di Rai3 del maggio scorso ho avuto dei guai». L’ingegner Maria Giovanna Piva declina cortesemente ma fermamente l’invito a parlare della vicenda dell’arresto di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani, società all’interno del Consorzio Venezia Nuova. Piva è stata Magistrato alle Acque di Venezia per sette anni fino al 2008, quando il Ministero le ha comunicato il trasferimento anticipato a Bologna. Aveva chiesto degli approfondimenti sul tipo di cerniere da utilizzare nel Mose, perchè il progetto approvato definitivamente prevedeva un prototipo realizzato con il meccanismo della fusione, già sperimentato positivamente, mentre il Consorzio Venezia Nuova decise di utilizzare quelle in lamiere saldate, tra l’altro più costose. Piva chiese la consulenza di un professore esperto in metallurgia, Gian Mario Paolucci, che paventò lo spettro del grippaggio.
Ma nonostante ciò, con il nuovo Magistrato alle Acque Patrizio Cuccioletta, si diede il via libera alla tecnologia della saldatura, considerata la più avanzata sul mercato.
L’attuale Magistrato alle Acque, Ciriaco D’Alessio, si dice rattristato della vicenda. «Noi non abbiamo rapporti diretti con la Mantovani – aggiunge – Il nostro interlocutore è il Consorzio Venezia Nuova, quindi è al Consorzio (che è un’associazione di una cinquantina di imprese che in qualità di braccio operativo dello stato ricevono l’affidamento diretto dei lavori) che paghiamo le fatture». Stop.
Chi invece non si trattiene è il professor Lorenzo Fellin, già ordinario di Sistemi elettronici e direttore del Dipartimento di ingegneria elettrica dell’Università di Padova, in qualità di ex membro del comitato tecnico di magistratura, l’organo che approva gli interventi del Magistrato alle Acque.
Fellin si dimise dall’incarico proprio perchè la storia delle cerniere non lo convinceva (come pure aveva fatto pochi mesi prima il collega Mannino) e non se la sentiva di avvallare scelte sul quale il Magistrato alle Acque Cuccioletta «pretendeva l’unanimità».
«L’arresto di Baita non mi sorprende – dice Fellin – anzi, mi stupisce non vedere altri personaggi coinvolti nella vicenda, che forse è solo all’inizio. Perchè la storia delle cerniere è stata emblematica nel dimostrare l’assenza di controllo del Magistrato alle Acque, organo dello Stato, sul Consorzio. Fu il Consorzio a decidere, a fronte di un progetto approvato e di una sperimentazione che dava torto, di cambiare la tecnologia delle cerniere come la più avanzata sul mercato. È vero che l’affidamento diretto al Consorzio è previsto dalla normativa, ma ragioni di opportunità e di trasparenza, anche per la quantità dei fondi impiegati e l’importanza dell’opera, avrebbero suggerito una gara d’appalto internazionale per valutare la miglior tecnologia disponibile. Ci sono stati anche ricorsi alla Corte europea di ditte concorrenti, che avrebbero confrontato volentieri la propria esperienza nel settore. In realtà quella della saldatura era l’unica disponibile per la Fip, che si occupa di saldature».
La Fip è del gruppo Mantovani. Nella trasmissione di Report era stato evidenziato che le cerniere saldate costeranno il 38 per cento in più. «Mannino fu costretto a dimettersi – conclude Fellin – perchè aveva sollevato dubbi sulla quantità di calcestruzzo che veniva utilizzata in certi blocchi che venivano affondati, per i quali mancavano delle misurazioni e non si era in grado di valutare i costi».

 

IL DOCUMENTO – In mano alla Procura le prove del passaggio di denaro con il Titano

Quelle fotocopie costate 750mila euro

Così la ditta di San Marino fatturò a Mantovani uno studio che era già stato pagato

Ecco come guadagnare 750 mila euro semplicemente con un pacco di fotocopie. Basta prendere gli studi fatti da altri, cambiare la data e fotocopiarli su carta intestata. Non ci credete? Secondo la Procura di Venezia è successo esattamente questo per l’area di via Torino. La Mantovani ha pagato alla BMC di William Colombelli esattamente «250 mila euro per l’analisi del trend del mercato immobiliare e dei percorsi che indichino l’ottimizzazione della nuova localizzazione del Mercato ortofrutticolo; 250 mila euro per l’elaborazione dei dati finalizzati al piano di investimento immobiliare; 250 mila euro per il piano economico finanziario di gestione dei servizi di residenza universitaria». Totale 750 mila euro. L’incarico che la Mantovani dà alla BMC di Colombelli è del 2008 – la prima fattura è del luglio 2008 – ma le relazioni che la BMC invia a Mantovani sono del 2007 e del 2006. Come è possibile? Semplicemente la BMC – secondo l’ipotesi accusatoria – ha fatto un copia e incolla, cambiando le date e mettendo il tutto su carta intestata della BMC. Significa in buona sostanza che la Venice Campus, che possedeva il terreno del Mercato ortofrutticolo di via Torino prima di venderlo alla Mantovani per 45 milioni di euro, aveva fatto eseguire da ditte specializzate quegli studi di cui in seguito è stata incaricata BMC. La ditta di San Marino non ha fatto altro che prendere quegli studi già pagati dalla Venice Campus e ripresentarli alla Mantovani, che li ha ri-pagati. E per quelle fotocopie ha incassato 750 mila euro in due tranches da 375 mila euro. Del resto ci sono le carte ad incastrare i furbetti. In una lettera del 20 luglio la BMC fa riferimento ad un documento del 7 agosto e in un’altra lettera del settembre 2008, si richiama ad un documento del marzo 2009. Curioso, no? Ma tutte le operazioni portate alla luce da questa inchiesta mostrano una approssimazione e un pressapochismo troppo smaccati. Perchè quando ci si limita a fotocopiare e a cambiare le date, può capitare che sfugga qualche elemento importante. Vuol dire che, se si mette come data il 2008 su uno studio del 2006, bisognerebbe avere l’accortezza di cancellare tutti i “2006” dallo studio che viene fotocopiato. E invece la Finanza scopre che BMC si è limitata a cambiare la data del documento ed ha lasciato tutto com’era, così che una analisi della Partner investitori e Partner immobiliari relativo al trend immobiliare di Mestre riporta in numerosi passaggi che il quadro di riferimento è il 2006. Anche le tabelle sono del 2006, ma non la data d’intestazione, che è 2008.

 

 

BEPPE CACCIA  «I soldi del governo al Consorzio finiscono per pagare i dipendenti»

L’affondo è di quelli tosti. E tocca al consigliere di “In Comune”, Beppe Caccia tornare a lanciare la sfida. Nella “tempesta” seguita all’arresto dell’imprenditore Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo, Caccia rilancia la battaglia sui fondi assegnati al Consorzio Venezia Nuova.
«Nell’ottobre 2012 – sottolinea il consigliere comunale – avevo pubblicamente chiesto all’ingegner Baita di fare chiarezza e illustrare pubblicamente e con trasparenza i conti del Consorzio Venezia Nuova. In quell’occasione non aveva risposto. Ma mi chiedo: in tempi di austerity come verranno spesi i 1.250 milioni di euro stanziati per il Mose dal governo Monti nell’ultimo scorcio di legislatura? Innanzitutto una quota dei 12 per cento andrà a pagare non i lavori o la loro progettazione, ma l’attività di management del Consorzio: ciò significa che l’attività dell’ente verrà finanziata nei prossimi quattro anni con 250 milioni di euro; oltre sessanta all’anno. Chiunque abbia una qualche competenza in materia sa che si tratta di cifre assurde e del tutto spropositate».
Caccia affonda il coltello nella piaga: «Mettendo l’occhio – aggiunge – nei bilanci passati si vede poi che questa cifra aumenta considerevolmente attraverso attività affidate dal Consorzio ad altri soggetti e rimborsate con cifre molto superiori a quanto effettivamente speso. Si può pensare che i 250 milioni lieviteranno almeno fino a 300. Come verranno spesi i 950 milioni che avanzano? L’inchiesta attuale sta dimostrando che parte delle risorse pubbliche sono finite per costituire dei fondi neri attraverso il meccanismo delle false fatturazioni. Adesso vogliamo la verità. Vogliamo sapere a che cosa sono serviti questi fondi neri».

 

Nuova Venezia – Arresti eccellenti, l’inchiesta

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2

mar

2013

La Minutillo nega «Sono stata usata»

Interrogata l’ex segretaria di Galan: «Gestiva tutto la Mantovani»

William Colombelli preferisce tacere. Lunedì tocca a Baita e Buson

«Andavo spesso a San Marino perché avevo una relazione con Colombelli

Poi l’ho lasciato, lui mi ha anche molestata rinchiudendomi nella mia casa di Mestre»

VENEZIA «Io non so nulla, a gestire la parte amministrativa, anche di Adria Infrastrutture, era la Mantovani e quando mi sono accorta che William Colombelli, con cui avevo una relazione, mi usava io l’ho lasciato ma lui mi ha molestata, è entrato in casa mia a Mestre, mi ha anche sequestrata». Questa la versione di Claudia Minutillo, l’ex segretaria di Giancarlo Galan trasformatasi in manager, che ieri mattina è stata interrogata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza alla presenza del suo difensore, l’avvocato padovano Carlo Augenti, e del pubblico ministero Stefano Ancilotto. È arrivata negli uffici del Tribunale di piazzale Roma accompagnata da tre agenti della Polizia penitenziaria, aveva le manette ai polsi come qualsiasi altro detenuto e un paio di grandi occhialoni neri, che le coprivano metà del volto. È uscita ed è entrata con la testa bassa per non farsi vedere, era tutta vestita di nero. Sempre ieri mattina, anche Colombelli è stato interrogato dal giudice di Genova, dove è detenuto visto che i finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova lo hanno arrestato a Santa Margherita Ligure dove ultimamente risiedeva. Il presidente della Bmc Broker srl di San Marino, difeso dall’avvocato Alberto Fogliata, però, si è avvalso della facoltà di non rispondere e presumibilmente potrebbe chiedere di essere sentito dal pubblico ministero veneziano che conduce le indagini dopo che il suo legale ha potuto esaminare la documentazione d’accusa – si tratta di circa venti faldoni – già messa a sua disposizione. Mentre Piergiorgio Baita, difeso dall’avvocato Piero Longo, e Nicolò Buson, difeso dall’avvocato Fulvia Fois, rispettivamente presidente della Mantovani spa e ragioniere della stessa azienda, il primo rinchiuso nel carcere di Belluno e il secondo in quello di Treviso, saranno sentiti dai giudici delle due città per rogatoria lunedì mattina. Ieri, a dispetto di chi sosteneva che anche Minutillo avrebbe taciuto, l’ex segretaria prestata all’imprenditoria ha invece risposto alle domande, cercando di sminuire il suo ruolo in questa brutta vicenda. Stando all’ordinanza di custodia cautelare, lei è finita in manette in qualità di amministratore delegato di Adria Infrastutture, società che ha utilizzato ben un milione e 800 mila euro di fatture fasulle rilasciate dalla ditta di Colombelli, ed è anche sospettata di essere socia occulta della sanmarinese Bmc Broker. Inoltre, sarebbe stata «tramite spesso tra Baita e Colombelli e partecipa alle operazioni di restituzione del denaro illecitamente accumulato a San Marino». Minutillo ha innanzitutto negato di essere socia occulta di Colombelli nella sua srl, quindi ha spiegato di essere laureata in lettere e di non avere dimestichezza con conti e fatture, così era l’apparato amministrativo di Mantovani ad occuparsi dei bilanci e delle fatture di Adria Infrastrutture, ma non ha accusato direttamente Baita. Alla contestazione del fatto che più volte si sarebbe recata a San Marino, incontrandosi con Colombelli, avrebbe risposto sostenendo di aver avuto per anni una relazione con il cittadino sanmarinese. Avrebbe anche specificato che, dopo essersi accorta, che lui la frequentava e la usava per i suoi rapporti con Baita e la Mantovani, l’avrebbe lasciato. Colombelli, invece, avrebbe continuato a tormentarla, a telefonarle, a presentarsi a casa sua e, in un’occasione, sarebbe anche entrato contro la sua volontà, rinchiudendola in casa, tanto che lei avrebbe anche telefonato al 113, senza però presentare alcuna denuncia. Per gli investigatori, invece, i suoi frequenti viaggi a San Marino erano giustificati dal fatto che riportava nel Veneto, a Baita, i soldi che la Mantovani pagava con bonifici per le fatture false emesse dalla Bmc Broker. Dei dieci milioni di euro, circa il 20 per cento sarebbe stato trattenuto da Colombelli per la sua «commissione», mentre il resto avrebbe costituito un cospicuo fondo nero a disposizione di Baita sul quale gli investigatori delle «fiamme gialle» stanno indagando. Dopo la verifica fiscale e le perquisizioni, il 15 luglio 2012, Baita aveva mosso le sue pedine per ostacolare le indagini o comunque essere informato sulle intenzioni degli inquirenti. Così, un poliziotto di Bologna è stato perquisito nei giorni scorsi per presunti tentativi, andati a vuoto, di avere notizie «di prima mano» dagli investigatori, che subito avevano riferito al magistrato, sulle indagini in corso. Nelle maglie degli accertamenti è così caduto anche un poliziotto, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico. Il sospetto degli investigatori è che l’agente, già assessore alla sicurezza del Comune di Bologna all’epoca della Giunta Guazzaloca tra il 1999 e il 2000, possa aver fornito indicazioni sulle indagini.

Giorgio Cecchetti

 

«Il sistema Baita funzionava così»

Decisiva la testimonianza della segretaria di Bmc Broker

E Vernizzi ai finanzieri chiede: «Devo seguirvi, vero?»

VENEZIA – Uno dei maggiori fruitori del “sistema Baita”, cioè nell’utilizzo di fatture false i cui importi venivano messi a bilancio è stata Veneto Strade. Quando i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto hanno verificato i conti correnti della Bmc Broker, si sono trovati davanti a numerosi bonifici compiuti da Veneto Strade, che superano i 2 milioni di euro. Soldi pagati per delle fatture prodotte dalla cartiera gestita da William Colombelli. Cioè carte false. Quando giovedì mattina i finanzieri si sono presentati nella sede di via Baseggio di Veneto Strade l’ad Silvano Vernizzi li ha acccolti dicendo: «Io vi devo seguire vero?». Frase emblematica di una certa preoccupazione. Come del resto hanno tanti altri ad di società finite nella lista, scoperta dalla Guardia di Finanza. Lascia perplessi che una società pubblica come Veneto Strade utilizzi delle fatture false. Stando alla Guardia di Finanza infatti quei bonifici alla società di Colombelli infatti sono giustificati con documenti falsi. Per capire che nella sede della Bmc si facevano solo fatture false, basta leggere quanto dichiarato da Vanessa Renzi, una delle segretarie di William Colombelli alla Guardia di Finanza. Viene sentita nel maggio e nel giugno dello scorso anno. Spiega che erano lei e le sue colleghe a compilare le fatture di presunti consulenti della Bmc Broker e che poi servivano a giustificare i bonifici delle società venete. Riferendosi ai consulenti della Broker dice: «Voglio precisare che io non li ho mai visti, non ho mai parlato al telefono con loro, non ho mai inviato una mail o un fax a loro, non ho mai fatto loro un bonifico bancario. In sostanza questi presunti consulenti della Bmc non sono, a mio avviso, mai entrati in contatto con la società e tenuto conto che eravamo sempre noi a emettere le fatture, su ordine di Colombelli, devo ritenere e concludere che probabilmente non sapessero nemmeno di essere stati indicati quali consulenti della Bmc. Ricordo che in totale i nomi dei consulenti utilizzati nell’arco degli anni sono una decina». A riguardo delle fatture alla Mantovani la segretaria spiega: «…si trattava di fatture emesse per operazioni inesistenti…I rapporti tra Bmc e Mantovani li teneva direttamente Piergiorgio Baita che firmava i relativi contratti senza mai recarsi negli uffici della Bmc». È sempre la Renzi a spiegare come era strutturata la Bmc e come questa azienda non poteva certo fornire consulenze e di come lei non aveva mai visto un tecnico negli uffici nonostante i tanti anni durante i quali ha lavorato per Colombelli. «La Bmc era di fatto costituita da noi tre colleghe che svolgiavamo compiti impiegatizzi; Colombelli veniva al massimo un paio di giorni la settimana. L’ufficio è un appartamento di circa 70 metri quadri, ci sono due scrivanie, due pc, un telefono, due stampanti ed un fax oltre all’ufficio di Colombelli, uno spazio dove si tiene la contabilità». È la stessa segretaria che spiega come Colombelli arrivava con dei contratti già firmati, lei compilava le fatture con gli importi già indicati sul contratto. Quindi, nel caso di Mantovani era il ragioniere Buson a indicare quando veniva fatto il bonifico relativo alla fattura. Successivamente lei, su indicazione di Colombelli, si recava a prelevare i soldi versati. Ne prelevava l’80 per cento e quindi li versava su conti correnti intestati a Colombelli. Quota che corrisponde a quanto. Poi, rientrava nei “fondi neri delle società”.

Carlo Mion

 

A libro paga 2 ex agenti dei servizi

Erano stati ingaggiati per sapere di più sull’inchiesta.

Un poliziotto fra gli indagati

VENEZIA – Nei guai per adesso c’è finito il vice questore aggiunto Giovanni Preziosa di Bologna. Ma altri quasi sicuramente si aggiungeranno nella lista degli indagati nell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita. Infatti la “cricca delle fatture false”, una volta che si è resa conto che la Guardia di Finanza stava facendo le cose sul serio, già dal 2011, ha cercato di ottenere informazioni sulle indagini utilizzando i sistemi più vari. Ha messo nel libro paga vere fonti e forse anche qualche milantatore che ha spillato soldi ma non ha fornito nessun aiuto prezioso. Di sicuro appare inquietante il fatto che nel libro paga della “cricca” ci siano alcuni ex agenti dei servizi segreti. Si tratta di ufficiali che prestavano servizio, in passato, nel “centro” dei servizi di Padova. Questi sono stati impiegati soprattutto dal maggio dello scorso anno, quando è stato certo che i finanzieri, coordinati dal pm Stefano Ancillotto, avevano scovato i file con le registrazioni fatte da William Colombelli quando incontrava Baita e Claudia Minutillo. Erano stati incaricati di avvicinare finanzieri e ufficiali delle stesse Fiamme Gialle. Non è chiaro se ci sono stati i contatti. Di certo Baita e soci sono stati arrestati. In più di un’occasione gli inquirenti si sono resi conto della capacità della “cricca” di agganciare personaggi in ogni ambiente e da qui la difficoltà di mantenere segreto quanto scoperto durante gli accertamenti. La “cricca” ha avuto la certezza che la gran parte di quanto avevano combinato negli anni tra il 2005 e il 2010, quando i finanzieri hanno fatto gli accertamenti nelle banche di San Marino dove finivano i soldi spediti dai “clienti” veneti alla BMC Broker. Cioè dalle ditte che utilizzavano il “sistema Mantovani” per creare fondi neri. Fondi che per il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo Provinciale di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Venezia: «La mia esperienza di investigatore mi fa dire che i fondi neri servono solitamente alle società per pagare tangenti a politici o funzionari pubblici». Intanto nei guai è finito il vice questore aggiunto della Polizia Giovanni Preziosa, già assessore nella giunta di Bologna guidata da Guazzaloca. Il poliziotto su richiesta della “cricca” ha compiuto degli accertamenti presso il terminale del ministero dell’Interno per verificare se erano aperte delle indagini nei confronti di Baita e soci. Giovanni Preziosa ai finanzieri ha detto: «Io faccio anche piccoli lavori di consulenza per la sicurezza di privati». Il poliziotto era già stato al centro di polemiche per i suoi metodi bruschi durante i controlli di polizia.

Carlo Mion

 

Fiamme Gialle ancora al lavoro

DUE ANNI DI INDAGINI

Gli uomini del Gico della Guardia di Finanza del colonnello Renzo Nisi, stanno lavorano sul sistema Baita da due anni e giovedì hanno concluso la prima fase arrestando PIergiorgio Baita, presidente Gruppo Mantovani, l’ex segretaria di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo, William Colombelli, titolare della società che produceva le fatture false e Nicolò Buson responsabile commerciale della Mantovani Spa. La indagini non sono terminate. Infatti ora c’è da lavorare sul materiale sequestrato durante le perquisizioni e valutare la posizione di vari ad che hanno firmato i bilanci delle società che negli anni hanno utilizzato le fatture false.

 

Sotto choc i costruttori del Mose «Estranei, il cantiere va avanti»

Al consorzio Venezia Nuova sconcerto dopo l’ordine di custodia cautelare per il manager Mantovani Mazzacurati: «Nessun denaro sommerso». Fatture Bmc Broker: il caso della festa al Porto con Lunardi

VENEZIA «Denaro sommerso intorno alle grandi opere? Francamente non so. Intorno alla nostra non gira nulla». Giovanni Mazzacurati, 80 anni, è il presidente-fondatore del Consorzio Venezia Nuova, padre del progetto Mose. L’arresto di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani – socio di maggioranza del pool di imprese che dal 1984 ha in concessione unica la salvaguardia di Venezia e della sua laguna – è stato un fulmine a ciel sereno anche per lui. «La notizia mi ha molto sorpreso e amareggiato», dice il giorno dopo l’arresto, «l’impresa Mantovani è una delle nostre imprese più valide, e l’ingegner Baita che fa parte del Consiglio direttivo ha sempre dato un contributo importante alle attività del Consorzio». Mazzacurati padre nobile, Baita braccio operativo che negli ultimi tempi aveva aumentato anche la sua presenza pubblica. Adesso, con il suo arresto per una serie di fatture false scoperte dalla Finanza, riseplode la polemica intorno al «monopolio» e alle grandi opere in cui la Mantovani è stata protagonista negli ultimi 25 anni. Mose, Passante, scavi dei canali portuali, marginamenti, litorali, strade e sottopassi, depuratori, ospedali. Adesso i progetti non ancora avviati del porto off shore e della sublagunare, l’Expo di Milano. Una ragnatela di affari che ne fa la prima impresa del Veneto, tra le prime venti in Italia. Legami abbastanza stretti con la Regione di Galan e Chisso. Non a caso Baita era stato, due anni fa, tra gli 11 imprenditori «selezionati» che avevano accolto l’allora premier Berlusconi all’aeroporto di Tessera, insieme a Ghedini e Marchi. Un uomo brillante, un imprenditore di successo. Da quasi vent’anni alla testa dell’impresa padovana subentrata a Impregilo come azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova. In molti adesso chiedono commissioni d’inchiesta e fari accesi sulla contabilità miliardaria degli ultimi anni gestita dal concessionario unico dello Stato. Il Consorzio è coinvolto in questa vicenda? «Non c’è alcun rapporto tra i lavori del Mose e quanto accaduto in questi giorni», scandisce Mazzacurati. Due le fatture irregolari contestate dalla Finanza alla Mantovani ed emesse a carico di Consorzio Venezia Nuova e Tethis, la società di ricerca acquistata tre anni fa dal Consorzio. «Sono 413 mila euro per il Consorzio e 85 mila per la Tethis», ricorda l’ingegner Mazzacurati, «la prima per uno studio affidato alla Bmc pe sullo sviluppo dell’Arsenale, la seconda per un convegno organizzato dalla Tethis nel 2006». «Ma il progetto Mose», garantisce l’ingegnere, «non si ferma. Va avanti come da programma approvato a concordato con il Magistrato alle Acque». Proprio il giorno dell’arresto di Baita sono arrivate a Marghera, trainate da un rimorchiatore, le prime due paratoie costruite nei cantieri navali di Monfalcone. «I lavori del Mose», conclude Mazzacurati, «finiranno nel 2016; ai primi di giugno saranno messe in funzione le prime quattro paratoie nel canale di Treporti, i cassoni costruiti a Santa Maria del Mare saranno messi sul fondale alla fine di ottobre». Una sola, come conferma il presidente Paolo Costa, la fattura contestata all’Autorità portuale. Riguarda la festa per la conclusione dello scavo dei canali a Fusina. 141 mila euro sborsati dal Porto (allora presidente era Giancarlo Zacchello) per i servizi forniti dalla Bmc Broker. Montaggio del tendone e pranzo per 600 inviati illustri in piena campagna elettorale, i ministri Lunardi e Matteoli, Galan e la giunta regionale. Il Comune aveva disertato, per la polemica innescata da Cacciari contro il governo Berlusconi sul taglio dei fondi della Legge Speciale e il mancato ascolto sulle alternative al Mose. Polemiche a non finire, interrogazioni, come riporta la Nuova di quei giorni. Ma non era successo nulla. Sette anni dopo, gli arresti.

Alberto Vitucci

 

Zorzato: la Regione deve aprire tutti i suoi cassetti

«Credo che occorra trasparenza, trasparenza e ancora trasparenza». A dirlo il vice presidente della Giunta regionale del Veneto Marino Zorzato, ieri a margine dell’inaugurazione dell’anno accademico dell’università di Padova, riferendosi all’indagine della Guardia di finanza di Padova e Mestre. Le Fiamme gialle hanno perquisito anche la sede di Veneto Strade, controllata dalla Regione e fondata e presieduta da Marino Zorzato dal 2001 al 2004. «Non possiamo permetterci di avere nemmeno il dubbio che siano finite tangenti in Regione – ha aggiunto Zorzato – vanno aperti tutti i cassetti e messe sul tavolo tutte le carte. Perchè la gente esige chiarezza».

 

Vernizzi (Veneto Strade): sorpresi dalla visita della Finanza ma sereni

«Siamo sereni, non ci risultano persone della nostra azienda indagate. Quindi attendiamo». Silvano Vernizzi, amministratore delegato di Veneto Strade, la società che è il braccio operativo della Regione per la viabilità, e che ha la sua sede a Mestre, in via Baseggio, commenta con poche parole l’indagine della Finanza che ha portato alla luce un giro di fatture false che chiama in casa pure l’azienda controllata dalla Regione. «Sono venuti giovedì ad acquisire atti. Non ho altro da dire», spiega Vernizzi. Ma siete rimasti sorpresi dell’arrivo dei finanzieri, gli chiediamo. «Ovviamente la visita ha stupito tutti ma ripeto, noi siamo sereni e non ho altro da aggiungere», taglia corto Vernizzi. Continua a non rilasciare dichiarazioni, invece, l’assessore regionale alle Infrastrutture Renato Chisso che in questi anni ha lavorato in stretto contatto con la società amministrata da Vernizzi, che è stato, tra l’altro, per anni anche il commissario straordinario per il Passante e ne ha seguito, passo passo, la realizzazione. Nell’elenco delle fatture false emesse dalla società BMC Broken, finita nella bufera dell’indagine della magistratura che ha portato in carcere, tra gli altri Piergiorgio Baita, a capo del gruppo Mantovani, compare Veneto Strade con un importo di 2,1 milioni di euro. Nell’elenco figura pure la società Passante di Mestre ( che ha realizzato la nuova autostrada) per 182 mila euro. Altre nove società sono indicate per importi inferiori al milione di euro. Per quelle con importi superiori vengono indicate la Mantovani Spa e Adria Infrastrutture Spa. Veneto Strade vede alla presidenza del consiglio di amministrazione Roberto Turri, il direttore generale è Roberto Franco. La spa controllata da Regione e sette province venete, ha chiuso il 2011 con un bilancio in attivo di poco più di 32mila euro, un patrimonio netto di 6.699.722 euro, un patrimonio attivo di 663.932.777 e 284 dipendenti. Il 62,93 per cento delle risorse è andato alle opere viarie. (m.ch.)

 

I primi dubbi con l’arresto di Brentan

L’inchiesta del pm Ancillotto. L’ex ad della Venezia-Padova guida tuttora la Nogara Mare Spa

VENEZIA – I primi a interessarsi di Piergiorgio Baita e di Claudia Minutillo sono stati i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Venezia, che da qualche giorno avevano arrestato – nel febbraio dello scorso anno – l’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova Lino Brentan, poi condannato a 4 anni di reclusione. Altro elemento che fonda come assai accentuata e pienamente attuale l’esigenza cautelare riguarda il fatto che tuttora Lino Brentan rivesta la carica di amministratore delegato della società Nogara Mare spa. Basti pensare, al riguardo, questo eloquente passo dal verbale d’interrogatorio dell’1 marzo 2011 reso da Giuseppe Barison: «Preciso che Brentan, all’incontro dell’hotel, mi aveva parlato di lavori relativi alla Nogara-Mare e che avrebbe fatto di tutto per farci prendere qualcosa, magari in subappalto dalla Mantovani, che probabilmente avrebbe preso il grosso dell’appalto». Barison è uno degli imprenditori che ha pagato Brentan e che lo ha confessato e questo passo è riportato dall’ordinanza del Tribunale del riesame di Venezia che spiega perché l’ex amministratore delegato deve restare ai domiciliari. Così i finanzieri si interessano anche della Mantovani e di Adria Infrastrutture e partono le intercettazioni sui cellulari di Baita e di Minutillo. Cinque mesi dopo i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria di Padova entrano negli uffici amministrativi della Mantovani per una verifica fiscale, un controllo di routine. Con gli accertamenti fiscali spuntano le prime e grosse irregolarità e vengono alla luce i rapporti tra l’asso pigliatutto nel settore delle costruzioni in Veneto e quella piccola e sconosciuta società di San Marino. Ma di San Marino parlano anche Baita e Minutillo, anzi, la manager va spesso nella Repubblica del Titano e, guarda caso, si incontra con il presidente di quella piccola società, la «Bmc Broker». Il pubblico ministero Stefano Ancilotto chiede che vengano messi sotto controllo anche i cellulari di William Colombelli, che sono ben cinque, e il quadro si completa. Gli investigatori veneziani e padovani, tutti della Guardia di finanza, a quel punto si coordinano e ognuno prosegue per la sua strada, ma ora in pieno accordo e coordinamento fino all’ottobre 2012, quando alla fine del mese il pm lagunare chiede le ordinanze di custodia.

Giorgio Cecchetti

 

ESPOSIZIONE UNIVERSALE DEL 2015

Il sindaco di Milano Pisapia: «Nessuna ombra sull’Expo»

L’arresto da parte della Procura di Venezia di Piergiorgio Baita, presidente e ad del Gruppo Mantovani – vincitore del bando per la cosiddetta piastra del sito dell’Esposizione universale del 2015 a Milano – non getta «nessuna ombra su Expo». Ad assicurarlo e ribadirlo è stato ieri il sindaco Giuliano Pisapia, a margine dell’inaugurazione dell’anno giudiziario del Tar. «Il procedimento giudiziario sul presidente della Mantovani – ha spiegato Pisapia – riguarda fatti del tutto diversi» e non coinvolge quindi l’evento del 2015. L’accusa, per Baita, è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante emissione e utilizzo di fatture false. «È giusto che indaghi la magistratura – ha aggiunto il sindaco di Milano – ma quello che è certo è che non hanno nessuna rilevanza nè diretta nè indiretta su Expo». Ciò non toglie che «per quello che è successo, credo sia opportuno, e per questo ho fatto un invito pubblico, che il presidente della Mantovani di dimetta o cambi la governance della società. Questo per la tranquillità di tutti, della società e dei cittadini», ha concluso. Il sindaco di Milano aveva chiesto un passo indietro a Baita già nell’immediataezza della notizia che la procura di Venezia aveva chiesto e ottenuto dal gip l’arresto del presidente di Mantovani e di altre tre persone. Una posizione, quindi, ribadita e rafforzata dalla dichiarazione resa ieri.

 

PADOVA e selvazzano

Mantovani e Fip Industriale gli operai temono l’incertezza

PADOVA I sindacati hanno chiesto un incontro con l’azienda per capire meglio quanto sta succedendo e quali possibili effetti può avere sul lavoro l’arresto del presidente della Mantovani Spa Piergiorgio Baita. Fra i dipendenti della ditta, che ha la sua sede nella Zip, in via Belgio, la tensione e la preoccupazione sono palpabili. Tanto più che, nonostante la crisi che ha investito il settore dell’edilizia e delle costruzioni, per loro non si è ancora mai profilato un solo giorno di cassa integrazione. Anche se al momento la Guardia di finanza esclude il coinvolgimento della famiglia Chiarotto, proprietaria della Mantovani, nella frode fiscale da dieci milioni di euro, è difficile credere che non ci saranno contraccolpi. «Speriamo sia fatta chiarezza» l’auspicio di Omero Cazzaro e Marco Benati, di Feneal-Uil e Filea-Cgil, «l’azienda ha sempre tenuto rapporti corretti con i sindacati e la legalità è un principio che abbiamo sempre condiviso. Se dovessero saltare degli appalti a rischiare il lavoro sarebbero tantissime persone. Dopo l’incontro con la proprietà faremo un’assemblea con i dipendenti». Una certa apprensione per quanto sta accadendo c’è anche alla Fip Industriale di Selvazzano, altra azienda dei Chiarotto: «Chiederemo un incontro per capire la situazione» annuncia Silvio De Toni dell’Rsu, «per ora non abbiamo motivo di temere contraccolpi sulla nostra attività». La Mantovani è una delle aziende che hanno partecipato alla gara per il nuovo centro congressi che dovrà sorgere al posto del palazzo delle Nazioni in fiera a Padova con un progetto del valore di circa 30 milioni di euro commissionato all’architetto tedesco Mark Volkin. Elena Livieri

 

L’Ance: «Chi sbaglia paghi le regole valgono per tutti»

Il presidente dei costruttori veneti Luigi Schiavo: «Baita manager bravissimo» «La magistratura faccia il suo lavoro, ma lo faccia in fretta e con precisione»

VENEZIA – Un paio di premesse, dovute. Ma poi barra a dritta su «trasparenza» e «legalità». Luigi Schiavo, presidente dei costruttori del Veneto, ammette di essere rimasto sorpreso dagli arresti di Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. Si tratta del cuore dell’industria veneta delle costruzioni, forse la principale associata dell’Ance. Le premesse: «Non conosco l’inchiesta e bisogna fare attenzione a non demonizzare. Agli indagati comunque va l’augurio di uscire al più presto dalla vicenda». Ma poi Schiavo non fa sconti: «La corruzione va estirpata, pulizia e trasparenza sono nell’interesse delle imprese. Perché chi viola le regole danneggia tutto il sistema, altera il sistema della concorrenza». Secondo il presidente dei costruttori veneti, «la magistratura deve andare avanti serena, in piena e assoluta autonomia». Soprattutto, insiste Schiavo, lo deve fare «con urgenza: perché i tempi non sono di secondaria importanza per la vita di un’impresa. E prima si fa chiarezza e meglio è per tutti». Schiavo è preoccupato soprattutto per la capillare rete di fornitori e imprese che vive attorno alla Mantovani: «ci sono migliaia di persone che vivono intorno a quell’impresa: anche per rispetto del loro lavoro le indagini siano rapide e precise». Il sistema veneto, insomma, non sopporta in questo periodo l’incertezza sul destino di un’impresa così importante. E aggiunge: «Se qualcuno ha sbagliato è giusto che paghi, che assuma le proprie responsabilità». E poi un ragionamento più generale: «Purtroppo negli ultimi vent’anni le cose non sono cambiate: non c’è stata la volontà politica di cambiare. Qualcosa poteva fare la legge anticorruzione tentata dal governo Monti, ma non se ne è fatto molto. La corruzione altera le regole del mercato, il sistema delle imprese non può tollerarla». Secondo Luigi Schiavo, la Mantovani è una risorsa per il Veneto e va tutelata: «Baita, per come lo conosco, è un signor imprenditore. È stato lungimirante ad intuire per primo le potenzialità del project financing, davvero bravo. Ma le regole vanno rispettate». Insomma, l’Ance per ora non prenderà alcun provvedimento nei confronti della Mantovani ma segue con grande attenzione l’indagine della magistratura. La preoccupazione più grande riguarda proprio le imprese dell’indotto che lavorano per il Mose e per le grandi infrastrutture gestite dalla Mantovani in mezza Italia. «Negli ultimi mesi pareva di avvertire un segnale di abbrivio per i grandi investimenti –aggiunge Schiavo –non vorrei che con questa inchiesta si fermasse tutto, sarebbe un grave danno per il sistema economico del Veneto». L’inchiesta della magistratura veneziana colpisce il cuore del sistema delle imprese. Il metodo di creare delle provviste in uno stato «facile» dal punto di vista fiscale è noto sin dalla notte dei tempi: ma se un tempo poteva servire per gestire i cosiddetti «fuori busta» ad imprese e dipendenti, nel tempo si è perfezionato fino a diventare in taluni casi uno strumento per «agevolare» gli affari più ghiotti.

Daniele Ferrazza

 

«Nell’occhio del ciclone la gestione Galan»

Ruzzante (Pd) chiede una commissione d’indagine. Bottacin (Verso Nord): «Verrà un terremoto»

VENEZIA – Prima la vicenda dell’appalto calore in sanità, poi la compravendita del Palazzo di Grandi Stazioni a Venezia; l’arresto di un tecnico del genio civile per le opere pubbliche dell’alluvione e l’inchiesta sull’appalto per i pagamenti del bollo auto. «La serie di arresti di questi giorni conferma il fatto che attorno al governo di centrodestra della Regione Veneto ruota un sistema di potere dai contorni foschi». Il consigliere regionale del Pd, Piero Ruzzante, chiede l’istituzione di una commissione regionale d’inchiesta: «Sono ormai troppe – ribadisce – le vicende giudiziarie che si stanno sommando negli ultimi mesi. Impossibile non scorgere dunque un quadro preoccupante di ciò che è stato il Veneto sotto la conduzione politica di Galan e della Lega. Come Pd – conclude Ruzzante – vogliamo che in sede istituzionale si apra dunque una commissione di inchiesta che in maniera approfondita analizzi e ricostruisca uno scenario che la magistratura sta svelando poco a poco, ma che richiede anche una seria riflessione da parte di chi in questo momento rappresenta l’istituzione regionale». Una dichiarazione di analogo tenore viene dal gruppo consiliare di Verso Nord, per bocca del capogruppo Diego Bottacin: «Nell’occhio del ciclone c’è un intero sistema di potere che, con la regia di Galan, ha governato il Veneto per molti anni. Vista anche l’origine della inchiesta non è difficile pensare a nuovi terremoti in vista. Perché se l’inchiesta è centrata sull’ipotesi di reato di evasione fiscale, non è difficile intuire che direzione prendessero quei flussi di denaro». Anche Simonetta Rubinato, deputato del Pd, chiede chiarezza: «Corruzione e illegalità minano il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni. L’indagine – rivela la deputata trevigiana – pare comprovare l’esistenza di un vero e proprio sistema di fondi neri legati agli appalti. Al momento si tratta soltanto di accuse, ma se esse fossero confermate getterebbero altro discredito sull’ambiente economico, politico ed istituzionale. È necessario da subito mettere in atto una reazione contro la corruzione e l’illegalità, forte e corale, da parte sia di ogni forza politica che della classe imprenditoriale, ponendo fine ad ogni collateralismo di potere e rilanciando un sistema economico dove la libera concorrenza e il merito vengano finalmente premiati». (d.f.)

 

Porto, nel mirino la fattura della torta

Il presidente Paolo Costa: «Un solo episodio, che risale al 2006 con la vecchia gestione. Spesi allora 141 mila euro »

VENEZIA – Una sola fattura «incriminata», del marzo 2006. Festa elettorale per lo scavo dei rii a Fusina: 600 invitati, 141 mila euro a carico dell’Autorità portuale allora presieduta da Giancarlo Zacchello. Servizi resi dall’ormai famosa Bmc, la Business Merchant Consulting di San Marino. «Il Porto non c’entra, nel senso che abbiamo verificato tutte le fatture», dice il presidente Paolo Costa, «la Finanza è venuta e si è portata via solo quella, del 2006». Una sola? Eppure il Porto ha da anni stretti rapporti con la Mantovani spa, gigante dell’edilizia, socio di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova finita nella bufera per l’arresto del suo presidente Piergiorgio Baita, accusato di false fatturazioni. Al porto la Mantovani lavora da anni, ottenendo incarichi e appalti, ma anche molti affidamenti diretti per i lavori di scavo, sistemazione delle banchine, bonifiche, adesso il porto off shore. Di recente ha vinto la gara per la sistemazione dell’ex area Alumix. E continua il famoso scavo, avviato nel 2005, per portare i fondali dei canali portali a 12 piedi. Un project financing molto particolare. «Si chiama anche project di disponibilità», spiega Costa, «vuol dire che l’impresa anticipa il lavoro anche se i pagamenti arrivano molto tempo dopo». Quanto al caso specifico, Costa non vuole commentare. Con la Mantovani ha avuto rapporti fin da quando era ministro dei Lavori pubblici, e poi sindaco e parlamentare europeo presidente della commissione Trasporti. «È forse l’impresa più importante di questa città», dice Costa, «e poi non si deve fare il solito errore di scambiare l’opera con le vicende che coinvolgono le imprese che la fanno. Se l’opera è importante, come il Mose, si deve completare indipendentemente da questi fatti». Una rete di fondi neri e di denaro non controllato dietro le grandi opere? «Per quello che mi riguarda proprio no», taglia corto Costa, «sulla vicenda non ho elementi per dare un giudizio». Il legame tra la società di San Marino e la Mantovani si consolida in quei giorni di fine febbraio del 2006. Siamo in piena campagna elettorale, e per organizzare la «grande festa del Porto» Autorità portuale e Regione fanno le cose in grande stile. Seicento invitati, un tendone montato in tempo di record e una “consulenza” per l’organizzazione dell’evento. Alla parata elettorale partecipa il ministro delle Infrastrutture di Berlusconi Pietro Lunardi, il ministro dell’Ammbiente Altero Matteoli. E poi il presidente Giancarlo Galan e il suo assessore Renato Chisso, il commissario straordinario per lo scavo dei fanghi Roberto Casarin. Si festeggia il completamento dello scavo del primo tratto di canale. Il sindaco Cacciari diserta per protesta, dopo che il governo ha tagliato i fondi della Legge Speciale e non lo ha ascoltato sulle proposte alternative al Mose. Il rinfresco offerto dal Porto viene curato dal ristorante «Celeste» di Venegazzù. Ed ecco la fattura, oggi finita nel mirino degli inquirenti.

Alberto Vitucci

 

Caccia e zitelli «Mose, lavori più cari senza gli appalti»

«Far luce sui fondi neri. E sul fiume di danaro passato in questi anni per il Consorzio Venezia Nuova e la Mantovani, impresa che detiene la maggioranza delle quote del pool». Il consigliere comunale Beppe Caccia («Lista in Comune») ribadisce la sua richiesta di una commissione di inchiesta. «Una valanga di milioni di euro, soldi pubblici che dovrebbero servire a costruire il Mose», scrive Caccia, ma che in realtà se ne vanno anche in altre attività». Caccia ricorda ad esempio che gli ultimi 1250 milioni di euro arrivati al Consorzio non vanno tutti in lavori per le dighe. «Il 12 per cento è ad esempio la quota che va non per i lavori e la progettazione ma per gli oneri del concessionario. Sono 250 milioni di euro, non pochi in tempi di austerity». Dei restanti 950 milioni se ne potrebbero risparmiare almeno il 30 per cento, quasi 300 milioni, se ci fossero le gare d’appalto e non la procedura di assegnazione diretta da parte del Consorzio alle sue imprese». Un sistema, quello del monopolio, più volte contestato dagli ambientalisti e segnalato dalla Corte dei Conti. «In molti, e tra questi il sindaco di Venezia non capiscono che Mantovani non è impresa qualunque, ma il socio di maggioranza del concessionario unico dello Stato per il Mose», dice Andreina Zitelli, docente Iuav e componente della commissione Via che nel 1998 bocciava il progetto Mose, «Faccia come Pisapia a Milano».(a.v.)

 

Accordo fatto con il comune

Est Capital: «Va avanti l’operazione Ospedale»

VENEZIA «Le operazoni di Real Venice II stanno proseguendo secondo la normale operatività. Mantovani è uno dei quotisti del fondo, ma non ne detiene in alcun modo la quota di maggioranza». Est Capital precisa che gli arresti di Mantovani e altri decisi dalla magistratura non mettono a rischio le operazioni in corso. A cominciare dall’acquisto dell’ex Ospedale al mare e alla nuova avventura della realizzazione del nuovo Auditorium. Ieri Comune e Est Capital hanno depositato al giudice civile Liliana Guzzo le ultime memorie di parte. Comunicando anche del sopravvenuto accordo. E’ probabile dunque che nelle prossime ore il magistrato autorizzi a liberare la somma di 31 milioni di euro già depositata alla Carive per l’acquisto dell’ex ospedale. Che gli investitori volevano ritirare per le «inadempienze» di Ca’ Farsetti sulla bonifica e sui tempi delle autorizzazioni. E che il Comune aveva bloccato con ricorso d’urgenza al Tribunale. Sei mesi di tira e molla, poi l’accordo trovato dal sindaco Orsoni con il presidente di Est Capital Gianfranco Mossetto. Il Comune ha già incassato 27 milioni di euro – la cifra che secondo Ca’ Farsetti copre la spesa sostenuta per acquistarlo dall’Asl ma ha fatto guadagnare al Comune la proprietà dell’area verde della Favorita, compresa nel primo contratto e adesso esclusa – altri 31 saranno sbloccati adesso. Tre milioni sono stati riconosciuti a Est Capital per le spese (ne aveva chiesti nove). L’impegno adesso è quello che sarà proprio Est Capital e non più Sacaim a garantire la costruzione del nuovo auditorium, secondo il progetto di riqualificazione già approvato dal Comune. Un’ipotesi che non piace ai comitati dell’isola, che dopo l’arresto di Baita hanno rilanciato la richiesta di fermare l’operazione e ridiscutere tutto. Invece il Comune è sul punto di firmare l’accordo per la trasformazione dell’ex Ospedale al mare in un centro turistico di lusso. (a.v.)

 

Da Marghera l’appello: «Ora fermate Alles»

Rifiuti e affari, l’assemblea permanente chiede a Zaia di non autorizzare l’ampliamento dell’impianto

MARGHERA – Tra i progetti che la Mantovani porta avanti nel Comune di Venezia c’è anche quello del potenziamento dell’impianto Alles . La società, di proprietà del gruppo Mantovani ha presentato agli enti locali un progetto di revamping per l’impianto che tratta rifiuti tossico nocivi provenienti dalla laguna e che vuole trattare anche altri tipi di scorie. Un progetto già bocciato nel novembre dello scorso anno dal consiglio comunale veneziano secondo cui «il progetto di potenziamento dell’impianto di Alles spa contrasta con le vigenti norme del Piano regolatore generale del Comune di Venezia, contrasta inoltre con gli obiettivi di risanamento e riqualificazione industriale definiti dal Pat e si inserisce in un più ampio disegno finalizzato allo sviluppo nel sito industriale di Porto Marghera dell’intera filiera produttiva per lo stoccaggio, il trattamento e lo smaltimento di rifiuti civili e industriali, speciali, pericolosi e tossico-nocivi, provenienti da tutto il territorio del Veneto e non solo». Ieri l’assemblea permanente contro il rischio chimico a Marghera, dopo il diffondersi della notizia dell’arresto di Baita, ha, con un comunicato, ha chiesto di «imporre la bocciatura» alla richiesta della Alles Spa. Scrive il comitato di Marghera: «Non ci sembra una casualità che in questi anni due progetti di trattamento e smaltimento dei rifiuti industriali presentati a Porto Marghera dalla ditta Ste di Stefano Gavioli e Alles di Piergiorgio Baita vedano i loro presidenti in prigione o per traffico di rifiuti o per tangenti. Il grande business dei rifiuti attira forti interessi illegali che possono mettere in discussione anche la salute della popolazione nel momento che progetti pericolosi come quello di Alles vengano gestiti da persone senza scrupolo e con l’unica finalità di lucrare senza tenere conto delle ricadute sulla vita dei cittadini». Il comitato ricorda anche le stime dell’agenzia Arpav, secondo cui «il potenziamento di Alles produrrebbe il 30% in più di polveri sottili e inquinamento acustico e che i medici e pediatri di questo territorio si sono già pronunciati negativamente, ritenendo che questo revamping aggraverebbe ulteriormente una situazione già molto pesante per patologie legate all’esposizione a questi inquinanti». Da qui l’invito alla Regione Veneto di Luca Zaia di decidere per «l’immediata bocciatura al revamping di Alles».(m.ch.)

 

Corriere del Veneto – L’uomo che non perde un appalto

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1

mar

2013

Mose, Passante, Expo, ospedali: Baita ha inventato i project financing

Quando andò all’aeroporto e chiese a Berlusconi di ricandidare Galan

VENEZIA — Ci sono delle coincidenze, nell’intreccio delle vicende umane e politiche, che lasciano stupefatti. La Prima Repubblica si chiuse con l’ingegner Piergiorgio Baita in prigione, arrestato nel 1992 (e poi assolto con tante scuse, tre anni dopo, grazie alla difesa della moglie avvocato e al fatto che rifiutò il patteggiamento proposto dal pm) con l’accusa di essere coinvolto nella Tangentopoli veneta in qualità di direttore del consorzio «Venezia Disinquinamento ». Vent’anni dopo, la Seconda Repubblica agonizza sotto le spallate dei «grillini» e per l’ingegner Baita, ora presidente di Mantovani Spa, si aprono di nuovo le porte del carcere, stavolta con l’accusa di frode fiscale. In mezzo, ci sono due decenni di una carriera imprenditoriale che ha dello straordinario. Baita e la Mantovani, semplicemente, hanno costruito (o si candidano a costruire) mezzo Veneto.

Una specie di asso pigliatutto. Baita è arrivato a collezionare una settantina di cariche nei vari consigli di amministrazione della galassia di società in cui ha interessi. Mantovani, solo per citare i principali, ha abbinato il suo nome ai lavori per il Mose di Venezia, per l’ospedale nuovo e il Passante di Mestre, le bonifiche di Marghera, le autostrade, i lavori portuali. È entrata nel business dell’Expo di Milano, aggiudicandosi l’appalto per la costruzione della «piastra» espositiva. Ha una partecipazione nella cordata di imprese che vogliono realizzare Veneto City a Dolo. È azionista di maggioranza del Consorzio Venezia Nuova, ha fatto parte del Consorzio Pedemontana (promotore dell’omonima Superstrada a pagamento, poi assegnata dai giudici ai concorrenti spagnoli della Sis) e della Nuova Romea, è socio di riferimento dell’ex concessionaria autostradale Venezia-Padova, rimasta in vita dopo la scadenza della concessione in quanto promotrice di altre nuove strade a pagamento, il Grande raccordo anulare (Gra) di Padova e la Nogara-Mare, che proprio di recente ha incassato il via libera della Regione Veneto.

L’autentica specialità della casa è il project financing, ovvero la progettazione e realizzazione di opere pubbliche con il concorso finanziario di capitali privati, remunerati dagli utili che quelle opere genereranno una volta completate (per esempio, i pedaggi autostradali o il compenso per i servizi non sanitari di un ospedale). Raccontano che agli inizi, in Regione, del misterioso ed esotico sistema della finanza di progetto sapessero poco o nulla e che a spiegarglielo sia stato proprio Piergiorgio Baita, capace come nessun altro di mettere a punto il meccanismo, trasformandolo in una miniera a getto continuo di nuovi progetti. Tutti gli ultimi grandi appalti assegnati in Veneto, con l’eccezione del Passante e del Mose, sono figli di un project financing. Baita teorizzava: «Non ci sono più appalti da prendere ma soltanto progetti da proporre, investendo soldi propri». A pochi in Veneto è sfuggito il fatto che l’ascesa imprenditoriale del binomio Baita- Mantovani sia coincisa temporalmente con la presidenza di Giancarlo Galan in Regione. A proposito del suo rapporto con l’ex governatore berlusconiano del Veneto, di cui è stato spesso dipinto come una specie di compagno di merende, Baita ha parlato così: «Galan non mi ha fatto neanche un favore materiale di quelli che raccontano – si legge nel libro I padroni del Veneto di Renzo Mazzaro – ma ha avuto un grandissimo merito: consentire che il Veneto si desse un sistema per le opere pubbliche. E ha capito prima dei suoi colleghi presidenti che la finanza di progetto era l’alternativa all’indebitamento dello Stato».

Qualche apprensione, però, Baita deve averla provata quando, nell’autunno del 2009, diventa di dominio pubblico la decisione degli allora capi politici del centrodestra, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi, che si sono accordati per candidare un leghista, Luca Zaia, alla presidenza della Regione al posto di Galan, il quale non la prende affatto bene e combatte fino all’ultimo per rimanere a palazzo Balbi. Tra gli episodi più originali della «resistenza», si annovera la missione di un gruppo di imprenditori veneti all’aeroporto «Marco Polo» di Venezia, per presidiare lo scalo e incontrare il capo del Pdl Berlusconi, appena sbarcato da un aereo, allo scopo di manifestargli le preoccupazioni della categoria per un Veneto a trazione leghista. Nel selezionato gruppetto c’è anche Piergiorgio Baita, che si accompagna ad altri dieci: il padrone di casa Enrico Marchi, presidente di Save, l’ex numero uno della Confindustria regionale Luigi Rossi Luciani, Bepi Stefanel dell’omonima azienda di abbigliamento, l’ad di Coin Stefano Beraldo, il costruttore Luigi Cimolai, il presidente del Consorzio Venezia Nuova Giovanni Mazzacurati, l’industriale conciario Bruno Mastrotto e ancora Gianfranco Zoppas, Giuseppe Ramonda e Paolo Fassa. Tutti spaventati dall’idea che, dopo quindici anni di gestione Galan, l’ufficio nobile di palazzo Balbi possa finire in mani leghiste per superiori interessi della politica nazionale. La tesi esposta dagli undici ambasciatori veneti all’allora premier è ardita: se la Lega vuole il Veneto se lo conquisti sul campo, presentandosi da sola agli elettori. Mentre il Pdl, naturalmente, dovrebbe ricandidare Giancarlo Galan. Ognuno per sè e vinca il migliore, fosse pure il centrosinistra. La risposta di Berlusconi, braccato nella sala Vip dell’aeroporto, è una stilettata: «Queste cose andatele a dire a Bossi», e tanti saluti a lor signori. Perché tanta paura di perdere un riferimento sicuro alla presidenza della Regione? Baita se la cavò spiegando così: «Ero lì non per difendere la persona ma il sistema che la persona aveva messo in atto». Testuale.

Alessandro Zuin

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DUE INCHIESTE – Altri tre in manette, 15 indagati e perquisizioni. Il sospetto: fatture false per pagare tangenti

Frode fiscale, terremoto a Nordest

In carcere Piergiorgio Baita, ad della Mantovani, e Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan

In manette il presidente della Mantovani, l’ex segretaria di Galan Claudia Minutillo e due manager

GLI ALTRI INDAGATI – Nel mirino anche 15 imprenditori veneti e un vice questore

POLITICA E AFFARI – Le reazioni e i silenzi dei Palazzi del potere Veneto

Quando Galan diceva:«Vorrei quel manager a lavorare con me»

Ramo costruzioni, da sempre il più fisiologicamente connesso all’apparato pubblico. Il che espone la politica a raffica di critiche, soprattutto chi comanda. Nel suo libro «Il Nordest sono io» l’ex governatore Giancarlo Galan “giudicava” proprio Piergiorgio Baita, definendolo come «il più intelligente tra gli imprenditori del ramo costruzioni». Tanto che «lo vorrei subito a lavorare con me se potessi o andrei a lavorare io con lui». E poi «è un tipo brillante, uno che sa costruire i fuochi d’artificio». Non si sprecarono le critiche e gli attacchi per giudizi così a ruota libera. “Sempre i soliti noti, amici degli amici”, era il più soft tra i commenti. Che fanno comunque parte del “gioco”.
Il che fa dire a molti, come Antonio Pipitone, capogruppo Idv in Consiglio regionale, che «il quadro è preoccupante». Ma comunque c’è «la più assoluta fiducia nell’operato della magistratura», è il parere del governatore Luca Zaia. Il quale, dopo la visita della Finanza a Veneto Strade, offre «massima disponibilità dell’amministrazione regionale a collaborare con gli inquirenti, mettendo a loro disposizione tutti gli atti e le informazioni necessari nelle indagini. Perché sia fatta chiarezza nel più breve tempo possibile. E, per quanto mi riguarda, ciò che più conta è la totale trasparenza».
All’attacco l’eurodeputato del Pdl Sergio Berlato, da tempo in rotta di collisione con il vertice del partito veneto. «Sempre da notizie di stampa – dice – parrebbe che nella rete degli inquirenti fossero finiti, per il momento, solo alcuni pesci piccoli (che sono anche i più canterini) lasciando intuire che imminente sia la cattura anche di alcuni grossi pescecani la cui voracità avrebbe divorato in questi ultimi dieci anni, una quantità enorme di risorse pubbliche a danno dell’erario ed a danno dei cittadini veneti». E ricorda di aver consegnato alla Procura della Repubblica una documentazione con tanti interrogativi tra i quali spiccano le richiesta di verificare «se è vero che negli ultimi dieci anni in Veneto le più importanti opere pubbliche siano state progettate dai soliti studi di progettazione (uno in particolare) molto legati ad alcuni noti politici locali»; se è vero «che l’esecuzione delle principali opere pubbliche in Veneto sia stata quasi sempre affidata, negli ultimi dieci anni, alle stesse imprese di costruzione, due in particolare».
Non è preoccupato il sindaco di Venezia, Giorgio Orsoni. Il comune ha rapporti molto stretti con la Mantovani per numerose opere pubbliche in fase di realizzazione. Ma, dice Orsoni, «non credo che i lavori si fermeranno. La Mantovani ha altri soci che continueranno comunque l’attività, rispettando gli impegni presi».

 

SOSPETTE TANGENTI- Una fabbrica di fatture false a San Marino per creare depositi segreti di contanti

Frode fiscale milionaria, fondi neri e, sullo sfondo, l’ombra delle tangenti. Un uragano che sconvolge la laguna. E questo è solo l’inizio. Già di per sé sorprendente. Non si può definire altrimenti l’arresto di Piergiorgio Baita, 64 anni, patron del Gruppo Mantovani (Serenissima Holding), colosso delle costruzioni, con interessi diretti in una quarantina fra imprese e consorzi, capofila nei lavori di costruzione del Mose, capocordata nell’appalto da 160 milioni per la realizzazione della piastra espositiva di Expo Milano 2015, già impegnato nel Passante e nell’ospedale di Mestre.
LE ACCUSE – Associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale, il reato contestato a fronte dell’accertamento di almeno 20 milioni di euro sottratti prima all’erario e poi all’economia legale, una somma enorme, ridotta a dieci per effetto della prescrizione. Con lui sono finiti in manette Claudia Minutillo, 49 anni, ex segretaria di Giancarlo Galan al tempo in cui era Governatore del Veneto, e ora Ad di Adria Infrastrutture spa (di cui Baita è vice presidente), William Colombelli, 49 anni, bergamasco, sedicente console onorario di San Marino dove ha sede la sua Bmc Broker srl, e il padovano Nicolò Buson, 56 anni, responsabile amministrativo della Mantovani spa. A firmare le ordinanze di custodia cautelare, tutte eseguite, il gip Michele Scaramuzza che in 200 pagine ricostruisce la girandola di fatture fasulle che aveva un duplice scopo: abbattere l’utile su cui pagare le imposte e creare un deposito segreto di contanti. Ci sono altre 15 persone indagate per favoreggiamento, quasi tutti imprenditori, veneti ed emiliani, eccetto il vice questore aggiunto di Bologna, Giovanni Preziosa, finito nei guai per abuso di accesso al sistema informatico, perché avrebbe fornito indicazioni sullo stato delle indagini. Quarantacinque le perquisizioni nel padovano, nel trevigiano, nel veneziano, nel bolognese, nel bellunese e nel rodigino. Sequestri preventivi per 8 milioni di euro in totale.
L’INDAGINE – L’inchiesta è condotta dal sostituto procuratore Stefano Ancilotto che si è avvalso del Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Venezia del colonnello Renzo Nisi. Lo stesso team che nel 2011 con l’operazione “Aria Nuova” ha portato in cella, fra gli altri, per mazzette, Lino Brentan, ex Ad dell’autostrada Venezia-Padova, di cui Baita è socio di maggioranza. Ed è nell’ambito di questa attività investigativa che le Fiamme gialle hanno messo gli occhi sulla Mantovani, approfittando anche del fatto che i colleghi padovani avevano avviato quasi contemporanea una verifica fiscale nella sede centrale del gruppo, monitorando in particolare la commessa del Mose, il sistema di paratie mobili di difesa di Venezia. Nel mirino il sistema del project financing che in Veneto caratterizza quasi tutte le grandi opere pubbliche e all’interno del quale la Mantovani e associate fanno la parte del leone.
LA “CARTIERA” – È a questo livello che i finanzieri si imbattono nella Bmc di Colombelli, che dal 2005 al 2010 aveva fatturato consulenze tecniche e scientifiche per 10 milioni di euro contabilizzate a società collegate: Adria Infrastrutture (per 2 milioni), Consorzio Venezia Nuova, Thetis, Palomar, Dolomiti Rocce, Talea, Veneto Strade, Veneto Acque, Passante di Mestre, Autorità portuale di Venezia. Tutto falso. La Bmc, si accerterà, altro non è che una “cartiera” costituita da un ufficio di 50 metri quadrati alle pendici del Titano, una segretaria e una fotocopiatrice. Con l’unica ragion d’essere, secondo gli investigatori, quella di produrre “carte”: di vero non c’era nulla. Se non i soldi che una volta depositati tramite bonifico su conti correnti di banche sanmarinesi, venivano ritirati liquidi dal Colombelli che poi con ricorrenti viaggi in auto e valigetta appresso restituiva a Baita, trattenendo per sé una percentuale di tutto rispetto.
PASSO FALSO – Paradossalmente è Colombelli medesimo a fornire la prova regina che inchioderà lui per primo e i suoi sodali. Come? “Autointercettando”, registrando con l’iPhone i colloqui con Baita e Minutillo dal momento in cui i rapporti cominciano ai incrinarsi a seguito dei riscontri fiscali in atto. Un modo per tutelarsi nel caso i “soci” lo avessero scaricato magari senza una congrua liquidazione, e che alla fine gli è stato fatale. Fondamentale, come ha sottolineato il procuratore capo Luigi Delpino, anche la collaborazione della Repubblica di San Marino che ha consentito l’acquisizione di documentazione extracontabile e di corrispondenza email che ha impresso un’accelerata all’inchiesta. Ma anche della Svizzera. E si attendono risposte da Germania, Croazia e Canada.
L’AZIENDA – La Mantovani affida la sua prima difesa a un comunicato nel quale esprime «sorpresa e amarezza» e parla di «abnormità dei provvedimenti cautelari», sottolineando di aver sempre pienamente collaborato con gli inquirenti durante le lunghe indagini.

 

ASSOLTO – Baita in aula ai tempi di Tangentopoli.  Nel 1992 accusato e arrestato  e assolto.

PARLA BAITA «Vorrei non avere rapporti con San Marino Abbiamo in corso una verifica della Finanza»

PROJECT FINANCING – Nel mirino il sistema dei grandi lavori in Veneto

Il colonnello Renzo Nisi, capo del nucleo di Polizia Tributaria a Venezia dal 2009, passa al comando Generale della Guardia di Finanza a Roma

L’INDAGINE – L’inchiesta è “figlia” di quella sull’ex Ad dell’autostrada Brentan

I SIGILLI – Case e conti correnti, sequestrate le proprietà dei 4 finiti in manette

L’ORDINANZA – Le intercettazioni che spiegano le intese tra le società

Colombelli alla Minutillo: «Ho creato carta straccia per voi per 6 anni»

«Rompe? Ma 8,8 milioni neri li han portati a casa: io ho tutto»

Per l’accusa sono truffatori professionisti. E rapporti tra loro sono stati ricostruiti dalla Finanza anche grazie alle intercettazioni telefoniche. Le più significative, che si ritrovano nell’ordinanza del giudice per le indagini preliminari, sono tra William Colombelli e Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture.

In un’occasione Colombelli si arrabbia e mostra tutta la sua potenza come presidente della Bmc Broker di San Marino.
Colombelli: “Se vuoi faccio sentire quanto sono andato”.
Minutillo: “Sei completamente andato”.
Colombelli: “Sono completamente andato? Io creo carta straccia capito? Io creo carta straccia. Io ho creato carta straccia per voi per sei anni di fila, capito il completamente andato?”.

Un’altra intercettazione telefonica di assoluto rilievo per le indagini è quella tra Colombelli e Piergiorgio Baita, presidente e amministratore delegato del gruppo Mantovani.
Colombelli: “…da cosa dobbiamo iniziare”.
Baita: “…dimmi tu, io sono…”.
Colombelli: “Bmc”.
Baita: “…dunque Bmc…la linea attuale sarebbe quella…io vorrei continuare a lavorare con Bmc ma non a San Marino, perchè San Marino oggi è…per cui bisognerebbe vedere come fare per vendere la società e vediamo chi la prende… e trasferire…non so se si può fare”.
Colombelli: “…non serve basta collegarla a una società italiana…”.
Baita: “…vorrei non avere rapporti con San Marino. Sai che abbiamo in corso una verifica della Guardia di Finanza…la domanda mia è, Bmc, il suo storico, lascia perdere… per fare le cose che… gli incarichi che riceve, immagino… di che struttura si avvale?.
Colombelli: “…automatica è il cliente stesso che…”.
Baita: “…l’incarico che vi abbiamo dato tipo Adria…”.
Colombelli: “Sì”.
Baita: “Tu hai fatto un piano economico finanziario…”.
Colombelli “Certo”.
Baita: “Se lui ti dice ma per fare questi piani tu di chi ti avvali? Chi sono?”.
Colombelli:_ “Società che fanno…lavoro all’interno con personaggi e consulenti interni…”.

A volte poi nell’organizzazione non sempre è filato tutto liscio. In questa intercettazione Colombelli rimprovera Minutillo.
Colombelli: “Puoi chiedere se ha una lettera di Adria all’interno con cui risponde a quella?”.
Minutillo: “No, no”.
Colombelli: “Ma hai detto che non ci ha i loghi”.
Minutillo: “Le lettere le firmo io”.
Colombelli: “Si, ho visto. Non dovevi firmarla tu quella, ma io. Mi segui? Un lettera di risposta a quella tua”.

In un’altra conversazione con la Minutillo, Colombelli si infuria e minaccia: “Se comincia a rompere… c’ho qua tutto, c’ho qua la lettera e ho qua tutte le altre cose di Mantovani con rientri e quant’altro, giorno per giorno foto per foto, azienda per azienda, contratto per contratto… contratti che sono ancora in essere oggi che sono di Mantovani e non di Adria e viceversa… Gli 8 milioni 847mila euro se li han portati a casa, neri…”

Ed ecco l’elenco di chi ha effettuato bonifici alla Bmc Broker: gruppo Mantovani (8,9 milioni circa); Veneto Strade (2,1 milioni circa); Adria Infrastrutture (1,8 milioni circa); consorzio Venezia Nuova (413mila e 200 euro); Talea Scarlo, gruppo Mantovani (400mila euro); Autostrade Brescia-Padova (391 mila e 300 euro); Tressetre, gruppo Mantovani (335mila euro); Palomar, sempre gruppo Mantovani (300mila euro); Dolomiti Rocce, ancora gruppo Mantovani (240mila euro); Passante di Mestre (182mila euro); Autorità Portuale di Venezia (141mila euro); Thetis (85mila euro) e Veneto Acque (30mila euro).

La Guardia di Finanza ha poi effettuato una serie di sequestri agli arrestati: case e conti correnti. Sequestri mirati a raggiungere la cifra di 8 milioni di euro, i soldi che si ritengono sottratti alle casse dello Stato.

 

LE OPERE – Dal Mose a Veneto Strade, la rete del boss della Mantovani

Passante, soluzione al traffico veneto

Mestre, l’ospedale più moderno

Esecuzione in project financing, molto discussa

2015, la grande Expo di Milano

Mose, salvaguardia della Laguna

LE SOCIETÀ – Dalla Palomar alla Talea a Dolomiti Rocce: tanti interessi nelle infrastrutture

Di certo Piergiorgio Baita non si è mai annoiato. La “diversificazione” delle sue attività è a dir poco straordinaria: aziende, società per azioni, a responsabilità limitata, partecipazioni a consorzi e enti. Un vero “ginepraio” di sigle, di posizioni amministrative per gestire e poter “controllare” il mondo delle infrastrutture nel Veneto con qualche “scappata” anche in altre regioni italiane come in Emilia Romagna, Campania e Sicilia.
Un vero e proprio “tourbillon” di presidenze, di vicepresidenze, di varie cariche sociali (consigliere, membro di direttivo) per un uomo che ha “navigato” come imprenditore negli ultimi trent’anni del Veneto, diventando uno dei rappresentanti della “locomotiva Nordest”. E così basta scorrere le cariche di Baita per capire il quadro generale.
A far data del 31 dicembre scorso, Baita è segnalato alla Camera di Commercio in ben 42 aziende. La più importante è l’impresa di costruzioni E. Mantovani, fondata nel 1986 sulle ceneri di un’altra vecchia azienda sorta nel 1949 e poi ditte che operano nella costruzione di aeroporti e porti (La Quado scarl a Genova) al Consorzio Litorali Venezia (costruzione di opere idrauliche) alla demolizione di edifici (Talea). E ancora Società autostrade Serenissima, Alles (società di scavo fognario); Arsenale Nuovo scarl (studi di ingegneria civile); Costruzione Mose Arsenale e molte altre ancora. Insomma, una mappa del “controllo del territorio” dal punto di vista infrastrutturale da vero capitano d’azienda.
E così nell’ambito dell’indagine svolta dalla Guardia di Finanza, spuntano nel “mazzo” alcune società di riferimento con le quali lo stesso Baita aveva a che fare. Si tratta di imprese a lui legate oppure con le quali aveva rapporti o legami di lavoro. A parte la Mantovani di cui ricopre il ruolo di presidente, nell’inchiesta è emerso un “giro” di imprese che contabilizzavano le fatture fasulle della società Bmc Broker domiciliata nella Repubblica di San Marino (dalla quale è scattata l’indagine della Procura di Venezia e della Guardia di Finanza ndr).
Nel “calderone” ci sono finite alcune ditte che fanno riferimento diretto o indiretto allo stesso Baita. Tra di esse il Consorzio Venezia Nuova al quale partecipa con la Mantovani e dove ricopre il ruolo di consigliere; così come al Consorzio Thetis, azienda che opera nel settore dell’ingegneria marina e non, che lavora in un’area dell’Arsenale di Venezia. E poi c’è la Palomar, impresa che si occupa di riparazioni navali, sempre all’Arsenale, della quale Baita è il presidente. Stessa storia anche per la Talea scarl di Padova. Anche qui, Baita ricopre il ruolo di presidente e consigliere di amministrazione. Analoga situazione anche alla Dolomiti Rocce, prestigiosa ditta bellunese del settore geotecnico e della bioingegneria d’alta quota. E poi ci sono le aziende regionali, dove in qualche modo, Baita si ingegna e si adopera per ottenere lavori e commesse. Si tratta soprattutto di società che vedono la Regione Veneto in prima fila: Veneto Acque, concessionaria regionale per la progettazione, esecuzione e la gestione delle reti d’acquedotto e del servizio idrico in generale; Veneto Strade, probabilmente la più importante di tutte, sempre a carattere regionale, che come società di capitali cura la progettazione, esecuzione, manutenzione, gestione e vigilanza delle strade del Veneto. In questa società il pacchetto azionario è suddiviso tra Regione (30%) e le sette province del Veneto (50%) mentre il restante 20 è diviso tra quattro società autostradali (Serenissima, Autostrade per l’Italia, Autovie Venete, A4 Holding). Oltre a queste nelle indagini risultano coinvolte anche la società Passante di Mestre, che ha realizzato l’arteria autostradale, e pure l’Autorità portuale per le quali la società sanmarinese ha emesso fatture false.

 

William il povero “console” con barche e ville – Colombelli: 12mila euro all’anno dichiarati, ma viaggi in supercar e casa vicino a George Clooney

L’uomo chiave dell’inchiesta (giocando sul nome di Baita battezzata “Chalet”) è un indigente. Già perché col reddito annuo dichiarato di 12mila euro, William Ambrogio Colombelli è al di sotto della soglia della povertà. Eppure lui, bergamasco di 49 anni, sedicente console onorario di San Marino, presidente della Bmc Broker srl con sede alle pendici del Titano dove spesso soggiorna, guida costose Bmw, Porsche e Audi. E quando “ritorna” in Italia abita in dimore da sogno sul lago di Como, a Madesimo, avendo per vicino illustre l’attore George Clooney, e a Lecco con tanto di barche alla fonda da 6 e 14 metri. Gli piacciono anche le moto ovviamente di grossa cilindrata, e le armi di cui possiede un vasta collezione. Con un passato vantato anche di pilota di un certo livello. Un tenore di vita garantito, di questo i finanzieri sono convinti, tutto esentasse, ovvero col gettito proveniente dalla percentuale che tratteneva per sé dai fondi neri destinati al Gruppo Mantovani. Un soggetto molto guardingo e sospettoso, spiegano gli investigatori, molto difficile da monitorare e pedinare nei suoi spostamenti frequenti sul filo dei 200 all’ora: «È stata davvero un’impresa ardua riuscire – ha detto il colonnello Renzo Nisi – a posizionare le cimici sulle sue vetture perché non le perdeva mai d’occhio un istante».
Ma come si sono conosciuti Baita e Colombelli? Galeotta sarebbe stata una “gita” organizzata nell’estate del 2004 con l’allora governatore del Veneto, Giancarlo Galan, e un gruppo di imprenditori fra cui Baita per sviluppare accordi di collaborazione fra la Regione Veneto e il governo di San Marino, con Colombelli, presentato quale “console onorario a disposizione”, in qualità di rappresentante sammarinese incaricato di seguire l’iniziativa. Un nome chiacchierato quello di Colombelli che nelle cronache della Tribuna Sammarinese compare anche il 10 luglio 2010 protagonista di un “affronto” diplomatico, quando cioè Galan, ministro dei Beni Culturali, in visita ufficiale sale sulla Mercedes di Colombelli per andare all’aeroporto di Rimini snobbando il Segretario di Stato per gli Affari Esteri. Nello stesso articolo, si parla di Claudia Minutillo come moglie e socia in affari di Colombelli.

Monica Andolfatto

 

VENTUN ANNI DOPO – Il secondo arresto nel giorno dell’arrivo delle paratoie del Mose

LE GRANDI OPERE – Il presidente di Mantovani ha costruito il Passante e l’ospedale di Mestre

L’uomo del project. Così Baita è rinatodopo Tangentopoli

La prima vita di Piergiorgio Baita è in una foto di 21 anni fa: indossa una polo verde con dei disegnetti e tiene un borsone a tracolla mentre le porte del carcere si aprono. Era la prima Tangentopoli veneta, quella che aveva portato alla condanna di Carlo Bernini, Gianni De Michelis, Gianfranco Cremonese. Era il 1992 e Baita, direttore del Consorzio Venezia Disinquinamento, sconosciuto al grande pubblico, era accusato di concorso in corruzione, sospettato di aver gestito la spartizione dei lavori per la bretella autostradale per conto di Cremonese. Tre anni dopo ne sarebbe uscito pulito. Assolto per non aver commesso il fatto.
La seconda vita di Piergiorgio Baita finisce ieri all’alba, quando i finanzieri gli suonano il campanello della casa di Mogliano e gli mostrano l’ordinanza del giudice. Il presidente della Mantovani Costruzioni, un colosso che dà lavoro a 600 persone e che ha firmato le più grandi opere pubbliche del Veneto, dal Mose al Passante di Mestre, chiede di leggere le 200 pagine. Sorpreso, certo. Dicono sia sbiancato quando ha letto che William Colombelli, il presidente della società “cartiera” Bmc Broker di San Marino, si era autointercettato durante le conversazioni con lui. Ventun anni dopo il primo arresto, Baita rientra in carcere. Destino beffardo: arrestato proprio nel giorno in cui a Venezia stavano arrivando le paratoie del Mose.
Se in Veneto è sinonimo di grandi opere, a Venezia Piergiorgio Baita, 64 anni, è l’uomo del Mose, il sistema di dighe mobili per la difesa della città lagunare, un’opera affidata al Consorzio Venezia Nuova (Cvn) di cui la Mantovani di Baita è azionista di riferimento. Anche il Cvn, come un tempo il Venezia Disinquinamento, è concessionario unico. Nel Consorzio per il Mose Baita era entrato da tempo con la sua Laguna Dragaggi, società che nel 1994 si sarebbe fusa con la Mantovani Costruzioni che era stata rilevata da Romeo Chiarotto. L’idea, congeniata con Giovanni Mazzacurati, oggi presidente del Cvn, l’uomo con cui Baita aveva iniziato a lavorare da giovane alla Furlanis, era di inserirsi in un settore di nicchia, i dragaggi marittimi.
Oggi Baita non ha solo la presidenza della Mantovani. È il vice di Adria Infrastrutture. E un’altra settantina di incarichi, da presidente, ad amministratore delegato a semplice consigliere, in una quarantina di società diverse. Sta costruendo il Mose, ma ha già costruito il Passante, il nuovo ospedale e il tram di Mestre. E adesso è in ballo per l’Expo di Milano e per il Traforo delle Torricelle nel veronese.
La chiave di volta è stato il project financing. L’ex governatore Giancarlo Galan, nel libro-intervista “Il Nordest sono io”, gli ha tributato un merito storico: «Mi ha spiegato cos’è il project financing». Baita, nei “I padroni del Veneto” di Renzo Mazzaro, ha ricambiato: Galan «ha capito prima dei suoi colleghi presidenti che la finanza di progetto era l’alternativa all’indebitamento dello Stato», ma ha puntualizzato: «Mi hanno dipinto come il compagno di merende. Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì: dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona a Venezia, al Centro protonico di Mestre. Chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha preso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario».
Non che la finanza di progetto non abbia fatto discutere. Nel 2010, in una interrogazione all’allora appena insediato governatore Luca Zaia, Mauro Bortoli (Pd) aveva chiesto di “aggiornare” l’eredità di Galan sul fronte delle grandi opere in project, puntando il dito proprio sulla Mantovani spa, sulle proposte che aveva avanzato e sulle successive partecipazioni ai lavori. «Nel 2007 la Mantovani ha registrato utili per 13,5 milioni contro i 500 mila euro del 2001», aveva rimarcato il consigliere regionale.
Se anche uscisse dal carcere, oggi l’ingegnere non potrebbe neanche fare un prelievo al bancomat. La Finanza gli ha sequestrato i suoi due conti correnti, un appartamento a Mogliano, uno a Treviso, due a Lignano Sabbiadoro, uno a Venezia.

POLITICA & BUSINESS – Elegante e dura nel lavoro, è stata 5 anni segretaria del governatore

LA CARRIERA – Uscita da Palazzo Balbi è entrata nelle infrastrutture Con commesse regionali

SAN MARINO – Nelle banche dello Stato del Titano giri di milioni sotto la lente della Guardia di Finanza

Gli affari di Claudia Minutillo dogaressa nel segno di Galan

VENEZIA – Di trucco, solo mascara. Abbronzatissima, sempre. Di nero vestita, anche ad agosto. Elegante. Lavoratrice indefessa. Simpatica a una ristretta cerchia di amici e conoscenti. Per tutti gli altri, detestabile. Per cinque anni, il secondo quinquennio di Giancarlo Galan, Claudia Minutillo è la stata forse la donna più potente e più odiata a Palazzo Balbi. Potevano anche presentarla come segretaria del presidente della Regione Veneto, ma era un’etichetta inadeguata. Era una colonna della presidenza. Aveva il controllo di tutto: agenda, appuntamenti, spostamenti del governatore. Per parlare con Galan, bisognava passare da lei. Quando se andò, o la cacciarono, a Palazzo dissero che Sandra Persegato, la futura signora Galan, gelosa del potere di una segretaria così “ingombrante”, avesse lanciato l’aut aut al fidanzato: o lei, o io. Vera o inventata che fosse la spiegazione, così com’era arrivata la “Dogaressa” è uscita dal Palazzo della politica veneta. Ma non è sparita.
Quarantanove anni, divorziata, Claudia Minutillo appare nel mondo della politica alla fine dei ’90 come assistente di Paolo Scarpa Bonazza Buora, l’ex parlamentare di Portogruaro che per un periodo è stato coordinatore veneto di Forza Italia. Quando Scarpa non ha più bisogno di una segretaria, si aprono le porte di Palazzo Balbi dove Galan, rieletto presidente, aveva fatto eleggere alla Camera la sua assistente Lorena Milanato.
Nel 2005 la collaborazione al Balbi finisce, Claudia Minutillo cambia ruolo. Entra in Adria Infrastrutture, società che faceva capo a Progetto Adria spa, azionista di maggioranza Romeo Chiarotto, socio di Piergiorgio Baita nella Mantovani. Adria Infrastrutture è una delle spa che nel 2007 ha presentato la proposta di finanza di progetto per la superstrada a pedaggio “Via del mare”, di cui la Regione ha dato il via libera alla gara.
Il suo nome si ritrova presto tra gli amministratori della Pedemontana, la società a capitale privato (Autostrade, Impregilo, banche e altre imprese di costruzioni) chiamata a realizzare il progetto di un nuovo collegamento stradale tra Vicenza e Treviso. C’è anche l’editoria. Diventa consigliere delegato in sei società gemelle: Il Mestre”, Il Padova”, Il Treviso”, Il Venezia”, Il Verona”, Il Vicenza”, tutti marchi che corrispondono ad altrettanti omonimi giornali pubblicati dal gruppo editoriale E-Polis del finanziere Alberto Rigotti, quotidiani free press chiusi da due anni. E poi c’è la Repubblica di San Marino, la società Finanziaria infrastrutture che lì ha sede e la società – quella che le Fiamme Gialle hanno bollato come “cartiera” – Bmc Broker, pure impiantata nella Repubblica del Titano. Minutillo lavora per entrambe. Non c’entra niente, ma ieri qualcuno ricordava che nel 2004 la Regione Veneto aveva stipulato un accordo di collaborazione con San Marino, con tanto di missione capitanata dal governatore Galan. Tant’è, della Bmc in Veneto si parla nel 2006, quando la Regione assegna a questa società 130mila euro per una «campagna informativa sullo stato di attuazione del primo stralcio del sistema ferroviario metropolitano regionale», quell’Sfmr che ancora non c’è. E sempre nel 2006 la Bmc compare a Venezia, organizzatrice di un evento al Porto per mostrare l’avanzamento dello scavo dei canali; la Regione aveva contribuito con 25mila euro alle spese del buffet.
Dicono che quando ieri all’alba i finanzieri sono andati nella sua abitazione di Mestre ad arrestarla, l’ex Dogaressa abbia avuto una reazione «tipica della sensibilità femminile». Non ha pianto, non è svenuta.

Alda Vanzan

 

IMPERO DI CEMENTO – L’azienda che ha realizzato i maxi interventi in città: tram, Mose, Passante e ospedale

LA GUARDIA DI FINANZA  «Un flusso ingente di fondi neri. Tangenti? Stiamo indagando»

Arrestato il signore degli appalti, altri tre in manette

L’OPERAZIONE – Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani spa, è stato arrestato ieri mattina dalla Guardia di finanza. La clamorosa inchiesta ha portato alla luce un giro di false fatture per un valore di 20 milioni (cifra oggi dimezzata solo per effetto della prescrizione). Oltre a Baita sono stati arrestati Claudia Minutillo, al vertice di Adria infrastrutture, Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani spa e William Colombelli presidente della società Bmc Broker di San Marino, figura chiave dell’inchiesta.

L’ACCUSA – A tutti viene contestata l’associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte. Con il sospetto che si celasse un meccanismo per la creazione di un fondo nero. 45 le perquisizioni, sequestrati quasi otto milioni tra conti correnti, case e imbarcazioni. Quindici gli indagati tra cui un poliziotto. La Mantovani ha realizzato il passante di Mestre e l’ospedale all’Angelo, si sta occupando dei lavori del Mose, del percorso del tram, dei grandi progetti del Lido.

INCHIESTA SULLA MANTOVANI Fatture false per 20 milioni: tutto è partito dall’indagine sulle tangenti a Brentan

Bufera a Venezia. In carcere Baita

RITORNO – I fondi sarebbero stati in seguito riconsegnati a Baita e a Claudia Minutillo

ANDATA – I soldi arrivavano con bonifici alla società di San Marino

L’AZIENDA   «Sorpresa per l’abnormità dei provvedimenti cautelari»

La Mantovani Spa ha diffuso ieri pomeriggio questo comunicato.

«In data odierna Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.A. ha avuto notizia che la Procura della Repubblica di Venezia, ha assunto provvedimenti cautelari nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione della società, del Consigliere Delegato della controllata Adria Infrastrutture S.p.A. e del proprio Direttore Finanziario.
A quanto è dato conoscere da notizie di stampa, le vicende che hanno dato origine ai provvedimenti risalgono ad alcuni anni or sono ed hanno da tempo formato oggetto di verifiche ed approfondimenti da parte degli inquirenti, nel corso delle quali sono sempre stati forniti dagli esponenti aziendali i chiarimenti e le informazioni richiesti, in spirito di disponibilità e collaborazione.
Desta quindi sorpresa e amarezza l’abnormità dei provvedimenti cautelari assunti dagli inquirenti.
Nell’affermare la propria estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, la società manifesta la disponibilità a fornire la più ampia collaborazione ed è fiduciosa che i propri esponenti potranno dimostrare l’insussistenza degli illeciti loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale».

 

Dall’arresto di Brentan al terremoto Mantovani – In manette Piergiorgio Baita, presidente dell’azienda regina delle opere pubbliche veneziane. Tutto è partito dall’operazione della Finanza sulle tangenti all’ex ad della Venezia-Padova

“CARTIERA” A S. MARINO

Associazione per delinquere finalizzata all’evasione d’imposta mediante l’utilizzo di fatture false

L’ACCUSA – Le Fiamme Gialle hanno già accertato una fatturazione fasulla per oltre 10 milioni

Terremoto giudiziario sul progetto del Mose. Ieri mattina la Guardia di finanza ha arrestato Piergiorgio Baita, presidente del Consiglio di amministrazione della Mantovani spa e vicepresidente di Adria infrastrutture. Si tratta di una delle inchieste più clamorose messe a segno dal Nucleo di Polizia tributaria di Venezia anche perchè porta a galla una serie di operazioni fasulle e di irregolarità che coinvolgono grandi imprese del Veneto. In carcere, oltre a Baita, sono finiti anche Claudia Minutillo, ex segretaria di Giancarlo Galan e amministratore di Adria Infrastrutture, il padovano Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani, e William Colombelli attualmente residente in Liguria. Quest’ultimo, figura chiave dell’inchiesta, risulta essere il presidente della Bmc Broker srl, ditta di San Marino definita dagli inquirenti come una semplice “cartiera”.
Per tutti l’accusa è di associazione per delinquere finalizzata all’evasione delle imposte mediante utilizzo di fatture false.
Da tempo gli investigatori erano alle prese con una serie di documenti che erano stati emessi dalla ditta di San Marino, ma l’impulso è arrivato a margine degli accertamenti collegati all’inchiesta sulle autostrade e su altri lavori che avevano portato in carcere l’ex amministratore della Venezia-Padova Lino Brentan. Seguendo queste tracce, relative ad alcune progettazioni della Provincia, gli inquirenti hanno confermato un quadro accusatorio molto pesante.
Dal 2005 la Guardia di finanza ha accertato che la società Bmc Broker aveva emesso una serie di false fatture per oltre dieci milioni destinate alle ditte che fanno parte della galassia del “Gruppo Mantovani”. In alcuni casi venivano indicate attività tecniche che in realtà erano svolte da altre società (che a loro volta emettevano fatture regolari), in altri casi l’incarico alla Bmc Broker risultava inesistente (come quando si cercavano partner commerciali con i quali invece il rapporto era avviato da tempo). Tutte queste false fatture, con importi abbastanza consistenti, venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti bancari di San Marino e gli importi venivano prelevati (al netto del corrispettivo) da Colombelli e riconsegnati a Baita e alla Minutillo. Secondo la Procura la stessa Minutillo avrebbe ricevuto queste fatture anche per Adria infrastrutture per un totale di due milioni. «Il sistema andava avanti da anni – ha precisato il colonnello Renzo Nisi affiancato dal collega Giovanni Parascandolo della tributaria di Padova città in cui c’è la sede amministrativa della Mantovani – gli importi erano ingenti e tutti dirottati in un paese a fiscalità agevolata. E poi quelle strane intestazioni come “ricerca pubblicità” ci hanno davvero insospettito. Insomma, ci è sembrato da subito strano che una realtà come la Mantovani si affidasse a questa società con una sede minuscola, una segretaria e un fotocopiatore A-3. Un’azienda come la Mantovani dovrebbe avere consulenze almeno con le Università e non certo con una ditta di questo genere».
La svolta finale, anche in questo caso, è arrivata dai ripetuti contatti telefonici tra Baita e Colombelli che, di fatto, era il vero protagonista della frode. Nel spiegare che l’indagine ha portato alle luce anche alcuni indagati, i finanzieri hanno ribadito che il sistema delle fatture false non è certo nuovo e che viene utilizzato da tanti imprenditori per evidenziare dei costi, che poi vanno in detrazione, che in realtà non sono mai stati sostenuti. E di solito sono proprio le false fatturazioni ad attirare l’interesse dei finanzieri. Ora gli arrestati, che sono stati rinchiusi nei carceri di Belluno (Baita), Treviso (Buson), Venezia (Minutillo) e Genova (Colombelli). Con ogni probabilità verranno interrogati dal gip la prossima settimana.

 

«Fondi neri destinati a operazioni illecite»

LA SVOLTA – Ci sono registrazioni di ripetuti colloqui considerati compromettenti tra Baita e il “regista” della frode

COLONNELLO DELLA FINANZA

Se ne va Nisi, l’uomo delle grandi indagini

Promosso a Roma. Il grazie del Procuratore: «Una grave perdita»

«Una quantità di denaro così ingente, parliamo di decine di milioni di euro, trafugata all’erario e all’economia legale, ci autorizza a pensare che sia stata utilizzata per degli scopi illeciti. E questa è la prossima parte che andremo a investigare». «Perché – spiega senza mai usare la parola tangenti – fondi neri di queste dimensioni raramente sono finalizzati al godimento dell’imprenditore di turno. L’esperienza ci insegna che spesso vengono veicolati verso la pubblica amministrazione ma allo stato attuale delle indagini non lo possiamo ancora sbilanciarci». Con l’operazione “Chalet” si chiude il percorso investigativo in laguna del colonnello Renzo Nisi, capo della Tributaria, promosso da giugno al Comando generale della Guardia di Finanza a Roma. Ieri mattina sia il procuratore Luigi Delpino sia il sostituto procuratore Stefano Ancilotto hanno voluto ringraziarlo ufficialmente «Si tratta di una grave perdita – hanno detto i magistrati – perché in questa città Nisi ha portato a termine operazioni di spessore e molto importanti».
Quarantacinque anni, nato a Torino e cresciuto nella capitale, sposato e con due figli, esperto di fiscalità internazionale, a Venezia Nisi è approdato nel luglio del 2009. E fin da subito ha posto le fondamenta per essere ricordato, a distanza di quasi quattro anni, come l’uomo delle grandi inchieste. Cortese, mai sgarbato, deciso e determinato, in grado di farsi apprezzare quanto dai sottoposti, tanto dai superiori e pure dai magistrati. È lui che, trovando piena collaborazione della Procura veneziana, ha avviato il filone delle indagini sulla Pubblica amministrazione scoprendo che nella Serenissima il sistema delle mazzette purtroppo era ancor ber radicato: prima gli appalti “pilotati” in Provincia, con l’arresto fra gli altri di due dirigenti dell’uffici tecnico, poi, il terremoto in Comune con il tecnico che accettava soldi per accelerare le pratiche. E ancor prima, come benvenuto, appunto nel 2009, l’inchiesta che ha fatto finire sotto inchiesta, indagato per corruzione il presidente della società che gestiva le farmacie comunali, Statis Tsuroplis, da poche settimane nominato alla vicepresidenza di Confindustria Venezia su designazione di Save. Nel gennaio del 2011 un altro arresto eccellente, quello di Lino Brentan, ex ad di Autostrada Venezia-Padova: ancora una storia di appalti e mazzette. E risale appena allo scorso dicembre l’operazione con cui gli uomini di Nisi hanno messo le manette ai polsi a quello che pareva un intoccabile, quel Keke Luca Pan, cinese che si definiva “boss di via Piave” in cella con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e della prostituzione. Era il giorno di Santa Lucia e i residenti scesero in strada ad applaudire.

Monica Andolfatto

 

L’INCHIESTA – Rogatorie e project financing

Il lungo e sottile lavoro degli 007

Il ruolo del Procuratore capo Delpino e del sostitutoAncilotto

«Fondamentale la collaborazione fornita da San Marino»

Non è stata un’indagine semplice. Non appena i finanzieri hanno iniziato a scavare un po’ si sono accorti che bisognava varcare il confine con San Marino e su questo tema l’approdo non è mai così scontato e rapido.
Determinante, in tal senso, è stato l’apporto fornito in prima persona dal Procuratore della Repubblica Luigi Delpino. Il capo della Procura, infatti, ha studiato a lungo tutta la normativa di riferimento, anche negli aspetti più articolati, in modo tale da sviscerare ogni aspetto della vicenda, ottenendo a tempi di record la possibilità di verificare tutta la documentazione. Consentendo così, tramite l’avvio delle rogatorie, il definitivo decollo del lavoro della Guardia di finanza.
«La collaborazione data dalle autorità di San Marino e della Svizzera – ha detto il procuratore Delpino – è stata davvero importante e forse servirà anche in futuro». Ora la Finanza sta aspettando il via libera anche per alcune verifiche in Germania, in Croazia e in Canada.
Altro aspetto cruciale del lavoro investigativo è stato quello collegato al project financing. Su questo particolare sistema di realizzazione delle opere pubbliche il pubblico ministero Stefano Ancilotto da diversi anni aveva concentrato la sua attenzione. Con questa formula, infatti, si crea un meccanismo tale da regolare con una certa precisione, e altrettanta prevedibilità, il sistema degli appalti. E quando in Procura si sono accorti che sostanzialmente per le grandi opere i nomi erano quasi sempre gli stessi e per aree geografiche anche abbastanza lontane tra loro si è subito parlato di “Una regione in project financing”.
Secondo la Procura, quindi, alla luce di quanto sta emergendo in queste ore, ma anche in seguito ad altre inchieste di questo tipo conclusa recentemente, pare quasi che il concetto di concorrenza non sia molto gettonato dalle nostre parti. In tanti casi è stato infatti notato che i termini erano così stretti da poter consentire solo a determinati soggetti di formulare la domanda.
Ma non è tutto. L’inchiesta, inoltre, non si è concentrata solo sulla Mantovani visto che il sistema delle false fatturazioni sarebbe stato utilizzato anche da diverse aziende veneziane e venete.
Da qui la necessità di verificare i vari passaggi.
«A questo punto le indagini dovranno proseguire – hanno spiegato i finanziari – anche per accertare quale effettivo utilizzo abbiano avuto le somme illecitamente rientrate in Italia da San Marino. Saranno presi in esame anche gli aspetti amministrativi».
Ultimo tassello è quello relativo alle responsabilità personali degli indagati (al momento sarebbero una decina). Qui la Procura sta valutando caso per caso per stabilire con esattezza chi, in effetti, si è servito concretamente delle false fatturazioni.
Non sempre si tratta del responsabile di un’azienda, soprattutto se si è in presenza di una grande realtà. E per quanto riguarda il riscontro sugli enti pubblici, caratterizzati da varie strutture, la verifica diventa molto più articolata e complessa.

 

45 PERQUISIZIONI Attività frenetica degli uomini della Guardia di Finanza nella giornata di ieri. Quasi otto milioni sequestrati tra conti correnti, case e barche

Un impero tra cemento e ambiente

Il sospetto degli inquirenti è che dietro questi 10 milioni di false fatturazioni ci fosse una sorta di “fondo nero” per operazioni diverse. Strano che questi soldi servissero solamente per spese normali, visto che i protagonisti, da quanto è emerso in questi mesi, non avevano certo bisogno di altri soldi. In ogni caso la Guardia di finanza in queste ultime ore ha portato a termine decine di perquisizioni, in tutto sarebbero almeno 45, negli uffici e nelle abitazione delle persone coinvolte. È poi scattato, come spesso accade in questi casi, il sequestro preventivo dei conti correnti, degli immobili e delle imbarcazioni di proprietà. Il tutto per un valore finale, secondo quanto è stato ricostruito dal Nucleo di Polizia tributaria che tra Venezia e Padova ha impegnato decine di militari, di quasi otto milioni di euro. Oltre ad alcune intercettazioni telefoniche, il lavoro degli investigatori è stato agevolato anche dalle riprese effettuate da alcuni “cimici” poste, non senza difficoltà, sulle autovetture.
A William Colombelli, che dichiarava un reddito di appena 12mila euro, sono state rapidamente sequestrate due imbarcazioni (14 e 6 metri una delle quali a Portofino), alcune auto di lusso, moto, una villa situata sul lago di Como e un’altra che si trova invece nelle immediate vicinanze del lago di Lecco. In tutti questi casi sono state avviate specifiche verifiche anche perchè i finanzieri hanno appurato un alto tenore di vita. A Baita invece sono state poste sotto sequestro le case di Mogliano, Lugano e nel sestiere di Santa Croce (bloccati anche due conti correnti).
Abitazioni con sequestro preventivo anche nei confronti degli altri arrestati. In questo caso i provvedimenti hanno interessato anche due case di Claudia Minutillo (una a Mestre e l’altra si trova a Jesolo) mentre la casa di Nicolò Buson si trova in centro a Padova.
Sembra di capire che l’operazione non sia proprio conclusa e che altri accertamenti dovranno essere ultimati nelle prossime settimane. Nella mole della documentazione in mano agli inquirenti lagunari, ad esempio, si sta facendo luce anche sulla corrispondenza tra la Bmc Broker di San Marino e le altre società veneziane e venete.
Anche in questo caso i finanzieri vogliono capire nel dettaglio quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse anche per altre finalità, per chiarire definitivamente, oltre all’evasione fiscale, tutti gli aspetti collegati. Il primo passo, comunque, è stato compiuto.

 

MOSE – Cantieri aperti per il Modulo soprattutto a Treporti e Lido

MESTRE – La scommessa del “trenino” nonostante le difficoltà

LAGUNA E TERRAFERMA – La Mantovani è leader in centro storico per il Mose e a Mestre ha operato per ospedale e linee del tram

Alla conquista del territorio. Anzi di più: di tutto quello che poteva riguardare i lavori pubblici. In terra e in acqua. In laguna e in terraferma. All’impresa di costruzioni E. Mantovani di Piergiorgio Baita può tranquillamente andare bene il vecchio adagio inglese “The winner takes all”. Ovvero “il vincitore prende tutto”. Già. Ogni cosa: dal ripascimento delle spiagge distrutte dal maltempo, alle costruzioni civili; dai dragaggi dei canali lagunari alle opere idrauliche, transitando per gli interventi sul Mose e il percorso del tram di Mestre e l’ospedale All’Angelo. Parafrasando la Rai-Tv: di tutto e di più. Allora andiamo con ordine.
E partiamo dal centro storico. Sull’acqua, la Mantovani è sempre stata una grande azienda impegnata tra palazzi e campi, “conquistando” il Lido (come riferiamo in altra parte del giornale) e puntando tutto sui lavori del Mose. E in questo caso, proprio la Mantovani, sfruttando i buoni contatti e le collaborazioni con il Consorzio Venezia Nuova, l’ha sempre fatta da padrone. In questo caso la documentazione è copiosa: progetto anti-acqua alta e lavori alle dighe mobili del cantiere di Lido-Treporti e al cantiere Mose di Malamocco. Punti nevralgici del sistema contro le alte maree con investimenti di centinaia di migliaia di euro e ancora non conclusi anche se – quasi ironia della sorte – proprio ieri nell’infuriare della “tempesta” dopo l’arresto di Baita e di altre tre persone, è stato ufficialmente annunciato l’arrivo delle prime paratoie per il Mose alla bocca di porto di Lido-Treporti.
E che i lavori in questo lembo di terra e acqua fossero importanti (e straordinari per le dimensioni) è certificato anche dal percorso operativo della Mantovani che, grazie anche al supporto del Consorzio Venezia Nuova, ha sempre fatto il bello e cattivo tempo in laguna. Un’attività che, al di là dell’intervento, ha sempre attirato le ire degli ambientalisti contrari al Mose e alle opere di salvaguardia gestite dal Consorzio. Sotto i riflettori ci va anche tutta la “partita” dell’ex Ospedale al Mare al Lido e le proposte per una nuova Darsena con la partecipazione del Fondo di Est Capital.
E se in centro storico gli interventi sono di grande spessore, altrettanto si può dire dei lavori in Terraferma. Su tutti emergono i lavori svolti per il Passante di Mestre; il cantiere dell’ospedale All’Angelo in “project financing” e soprattutto la realizzazione del tram di Mestre con tutti gli “stop and go” di questo soffertissimo progetto. In questo senso, sotto l’egida di un “Ati”, un’associazione temporanea di imprese, la Mantovani è stata – ed è – una delle aziende di punta per la realizzazione dell’intero piano tramviario nell’area di Mestre e nel suo prossimo collegamento con Venezia. Anche qui la Mantovani risulta in prima linea insieme ad altre aziende come la mandataria Gemmo, la Lohr Industrie, Metropolitana Milanese Spa, Net Engineering Spa, Studio Altieri Spa, Sacaim e Clea Impresa Cooperativa di costruzioni generali.

 

PORTOFINO – Qui William Colombelli, uno dei protagonisti dell’inchiesta, aveva ormeggiato una delle sue barche da diporto. L’uomo aveva un tenore di vita molto alto

WILLIAM COLOMBELLI – Reddito di 12 mila euro con barche e auto di lusso

LIDO – La controversa vicenda dell’ex Ospedale al Mare

Il sospetto degli inquirenti è che dietro questi 10 milioni di false fatturazioni ci fosse una sorta di “fondo nero” per operazioni diverse. Strano che questi soldi servissero solamente per spese normali, visto che i protagonisti, da quanto è emerso in questi mesi, non avevano certo bisogno di altri soldi. In ogni caso la Guardia di finanza in queste ultime ore ha portato a termine decine di perquisizioni, in tutto sarebbero almeno 45, negli uffici e nelle abitazione delle persone coinvolte. È poi scattato, come spesso accade in questi casi, il sequestro preventivo dei conti correnti, degli immobili e delle imbarcazioni di proprietà. Il tutto per un valore finale, secondo quanto è stato ricostruito dal Nucleo di Polizia tributaria che tra Venezia e Padova ha impegnato decine di militari, di quasi otto milioni di euro. Oltre ad alcune intercettazioni telefoniche, il lavoro degli investigatori è stato agevolato anche dalle riprese effettuate da alcuni “cimici” poste, non senza difficoltà, sulle autovetture.
A William Colombelli, che dichiarava un reddito di appena 12mila euro, sono state rapidamente sequestrate due imbarcazioni (14 e 6 metri una delle quali a Portofino), alcune auto di lusso, moto, una villa situata sul lago di Como e un’altra che si trova invece nelle immediate vicinanze del lago di Lecco. In tutti questi casi sono state avviate specifiche verifiche anche perchè i finanzieri hanno appurato un alto tenore di vita. A Baita invece sono state poste sotto sequestro le case di Mogliano, Lugano e nel sestiere di Santa Croce (bloccati anche due conti correnti).
Abitazioni con sequestro preventivo anche nei confronti degli altri arrestati. In questo caso i provvedimenti hanno interessato anche due case di Claudia Minutillo (una a Mestre e l’altra si trova a Jesolo) mentre la casa di Nicolò Buson si trova in centro a Padova.
Sembra di capire che l’operazione non sia proprio conclusa e che altri accertamenti dovranno essere ultimati nelle prossime settimane. Nella mole della documentazione in mano agli inquirenti lagunari, ad esempio, si sta facendo luce anche sulla corrispondenza tra la Bmc Broker di San Marino e le altre società veneziane e venete.
Anche in questo caso i finanzieri vogliono capire nel dettaglio quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse anche per altre finalità, per chiarire definitivamente, oltre all’evasione fiscale, tutti gli aspetti collegati. Il primo passo, comunque, è stato compiuto.

 

L’INCHIESTA – I finanzieri all’alba a casa Baita

Difesa a Longo, legale di Berlusconi

Il manager è stato arrestato a Mogliano e portato a Belluno

In manette altri 3, gli indagati sono 15 tra cui un poliziotto

PASSANTE DI MESTRE – L’avvio dei lavori per la nuova arteria autostradale coordinati dalla società “Passante per Mestre” coinvolta nell’inchiesta. L’apertura del cantiere a B

Lo hanno svegliato nella sua villa di via Rimini a Mogliano alla sei di ieri mattina. In casa lui e la moglie. Il figlio non c’era. Piergiorgio Baita non avrebbe fatto una piega. Ha aperto la porta ai finanzieri della Guardia di Finanza di Venezia che gli hanno consegnato l’ordinanza con cui il gip disponeva il suo arresto e si è messo a leggere attentamente le pagine con cui apprendeva di essere accusato di associazione per delinquere finalizzata alla frode fiscale e che con lui finivano in galera William Colombelli, detenuto a Genova, Claudia Minutillo, rinchiusa alla Giudecca, e il suo “ragioniere” Nicolò Buson, in cella a Treviso. Una telefonata anche al difensore, l’avvocato e deputato appena rieletto Pietro Longo, lo stesso della Minutillo. E di Silvio Berlusconi. Gli uomini del colonnello Renzo Nisi nella casa di Baita si sono trattenuti fino a metà pomeriggio sequestrando numeroso materiale. Poi il viaggio in auto fino al Baltenig di Belluno, carcere in cui Baita è entrato verso le cinque e dove attenderà l’interrogatorio di garanzia. Oltre alle quattro persone arrestate ce se sono altre quindici indagate a piede libero per favoreggiamento per lo più legali rappresentanti di società. Sono 45 le perquisizioni eseguite nella giornata che ha sconquassato non solo la laguna, ma mezzo Veneto e oltre. Mestre, Marghera, Padova Monselice, Polverara, Montegrotto Terme, Lendinara, Rovigo, Pieve D’Alpago, Bologna, Modena, Milano, Portonovo, Casalecchio: una mole imponete di materiale acquisito che ora è al vaglio degli 007 delle Fiamme gialle.
Tutti come detto coinvolti a vario titolo in imprese e ditte che sono entrate nella ricostruzione dei caroselli contabili eseguita dagli investigatori e finalizzata alla creazione dei fondi neri poi gestita da Baita. C’è una sola eccezione, quella rappresentata da Giovanni Preziosa, vice questore aggiunto di Bologna dirigente del Commissariato di Santa Viola nel capoluogo felsineo. Al poliziotto, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto contesterebbe il cosiddetto abusivo accesso al sistema informatico, una fattispecie di reato introdotta nel 2006 e che va a colpire chi si introduce senza autorizzazione negli archivi e nelle banche date delle forze dell’ordine. Preziosa sarebbe finito nei guai perché avrebbe cercato di ottenere informazioni sullo stato delle indagini riguardanti il gruppo Mantovani. Il suo nome è legato all’arresto della banda della Uno bianca composta anche da agenti bolognesi che terrorizzò il capoluogo emiliano: Preziosa è nella foto in cui uno dei fratelli Savi viene portato in carcere.

Monica Andolfatto


MARCON (SEL) «Si faccia luce su tutto il sistema»

Il Comune non trema

«Episodi circoscritti»

Il sindaco: «La Mantovani è un partner importante, ma le operazioni in corso non sono

a rischio. Con noi sono sempre stati corretti». Ma in Consiglio scoppia la contestazione

Caccia e Bonzio: «Istituire subito una commissione d’inchiesta»

Probabilmente le operazioni più importanti in corso a Venezia e Mestre portano in un modo o nell’altro la firma della Mantovani. Anzi, per onor del vero, la Mantovani ha sostenuto la maggior parte delle spese per l’organizzazione della Coppa America nel 2012 e per due anni di fila ha contribuito con la firma all’ultimo giorno utile di operazioni che hanno consentito a Ca’ Farsetti di chiudere il bilancio in pareggio e rispettare il patto di stabilità. Tanto che, ieri, nei corridoi del Comune si mormorava: «Se tutto questo fosse accaduto qualche mese fa sarebbero stati guai seri per i nostri conti».
Questo per dire che il Comune non può non tener conto delle conseguenze che avrebbe una momentanea paralisi dell’impresa sui cantieri attualmente aperti. Il sindaco Giorgio Orsoni, pur dicendosi sorpreso per la notizia, ritiene che l’inchiesta non riguardi tutte le attività dell’impresa, ma episodi circoscritti. E, che quindi, i cantieri non dovrebbero subire pesanti contraccolpi.
«La Mantovani è stata – dice Orsoni – un partner importante del Comune in varie operazioni. Se sono preoccupato che questa inchiesta e l’arresto del presidente possa compromettere le operazioni in piedi? No, perché credo che gli episodi all’attenzione della magistratura siano circoscritti e non riguardino la società in generale».
Quanto alla notizia in sè, il sindaco ha mostrato sorpresa.
«Francamente – conclude – da come abbiamo sempre gestito i rapporti con la Mantovani, la cosa mi lascia molto stupefatto perché i rapporti con l’azienda sono sempre stati all’insegna della correttezza e della trasparenza. Ma, ripeto, ma singoli episodi possono avere la loro storia».
Proprio ieri, in apertura del Consiglio comunale, il capogruppo di “In Comune”, Beppe Caccia e il capogruppo della Federazione della Sinistra, Sebastiano Bonzio, hanno preso la parola per chiedere l’istituzione di una commissione straordinaria d’indagine, come previsto dall’articolo 6 dello Statuto comunale, sul ruolo del Consorzio e della Mantovani Spa nella vita cittadina.
«È necessario esprimere un giudizio politico chiaro su quanto sta emergendo – ha detto Caccia – negli ultimi vent’anni in Veneto si è strutturato un vero e proprio sistema di potere politico-affaristico, centrato sulla realizzazione delle grandi opere infrastrutturali e garantito in Regione dalla presidenza di Galan prima e dalla giunta Zaia oggi. Come ho personalmente denunciato in innumerevoli occasioni e atti ufficiali, all’origine di tale sistema è l’anomalo monopolio del Consorzio Venezia Nuova sulle opere per la salvaguardia di Venezia e la sua laguna, a partire dal progetto Mose».
«È evidente – aggiunge Bonzio – che chi voleva vedere ha visto chiaramente che più di qualcosa non andava. Per questo è necessaria la commissione d’inchiesta che valuti, anche al fine di costituire il Comune come parte civile in sede processuale, come e quanto il sistema illecito che sta emergendo abbia danneggiato il territorio, drenando risorse essenziali per la salvaguardia della città per alimentare sistemi illeciti che negli anni hanno aggredito come una metastasi il nostro territorio».
«Una volta insediato in Parlamento – ha aggiunto il parlamentare neoeletto di Sel, Giulio Marcon – mi adopererò per chiedere che si faccia luce su un sistema politico-affaristico che per la sua gravità e portata potrebbe avere importanza non solo regionale, ma nazionale».

 

LE IMPRESE – Ci sono pure Thetis e il Consorzio Venezia Nuova

Coinvolta anche l’Autorità portuale

L’ente risulta essere uno degli intestatari delle fatture false emesse dalla società sanmarinese

Un gran “calderone” di aziende una simile all’altra, ma soprattutto in grado di lavorare congiuntamente dividendosi compiti e interventi. E poi, enti e società di dominio pubblico coinvolte. E tra queste spicca soprattutto l’Autorità portuale di Venezia come intestataria delle fatture della società sanmarinese finita nell’occhio del ciclone e che ha portato all’arresto del “patron” della Mantovani, Piergiorgio Baita. E insieme al Porto, sono numerose le imprese che sono finite sotto la lente di ingrandimento della Guardia di Finanza.
Molte di esse appartengono all’area veneziana, ma ci sono anche riferimento ad aziende fuori provincia. É il caso della Dolomiti Rocce di Ponte nelle Alpi in provincia di Belluno o alla Talea scarl di Padova. Per il resto si tratta di nomi conosciuti del panorama imprenditorale veneziano (e ovviamente anche veneto). Tra di esse vale la pena di ricordare come tra gli intestatari delle fatture fasulle ci siano strutture importanti come il Consorzio Venezia Nuova, nella quale la Mantovani ha un ruolo preminente per la realizzazione del Mose oppure il Consorzio Thetis che opera all’Arsenale e che si occupa di sistemi di ingegneria e che è strettamente legato al Consorzio Venezia Nuova. In questo quadro occorre tener presente che nel “gruppo” è finita anche la Palomar srl, società che lavora sempre all’Arsenale e che si occupa di riparazioni navali. Ma c’è anche un secondo versante ed è quello delle collaborazioni con enti regionali e qui spuntano i nomi di Veneto Acque, società concessionaria della Regione per la gestione del sistema idrico e acquedottistico; Veneto Strade, la più importante e che – come è noto – cura la progettazione, gestione e manutenzione della rete stradale regionale e ancora la società “Passante di Mestre” che ha curato la realizzazione dell’arteria autostradale.

 

RIVIERA DEL BRENTA – «Stop a Veneto City, Romea commerciale e altre follie»

«Cambiare subito rotta»

FUSINA  «Il raddoppio di Alles rischia di creare un polo europeo di veleni»

I comitati di cittadini da anni si oppongono al progetto

LE REAZIONI   «Ora bloccare i progetti per rifiuti e cemento»

L’Assemblea contro il rischio chimico di Marghera e la lista “Per Mira Fuori del Comune” lanciano un appello alle istituzioni

«Adesso la Regione deve bocciare il progetto per l’ampiamento di Alles, la ditta di Mantovani che tratta rifiuti tossico-nocivi a Fusina». Anche l’Assemblea permanente contro il rischio chimico ha preso posizione ieri, dopo aver appreso la notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita, amministratore delegato dell’impresa Mantovani. E, con l’Assemblea di Marghera, pure la lista “Mira Fuori del Comune” invita le amministrazioni della Riviera del Brenta e le forze politiche che hanno sostenuto progetti quali Camionabile, Romea Commerciale, Veneto City o Polo Logistico a cambiare rotta immediatamente, «perché se sbagliare è umano perseverare è diabolico – afferma Mattia Donadel che è anche presidente del comitato Opzione Zero -. Per tutti quei comitati e quei movimenti che in questi anni si sono battuti coraggiosamente contro la cementificazione selvaggia denunciando soprusi, irregolarità e commistioni nella gestione dei grandi appalti, questa era una notizia attesa da tempo».
Se per Lino Brentan, ex amministratore delegato dell’autostrada Venezia-Padova, c’è già una condanna di primo grado «per Piergiorgio Baita vale ancora la presunzione di innocenza, ma il dato politico è fin troppo chiaro: l’arresto di colui che è stato definito “Mr. Appalto” rappresenta un colpo durissimo per tutto quel sistema di potere che affonda le sue radici nell’era di Galan-Chisso e si è poi consolidato con la Giunta di Zaia» continua la lista “Mira Fuori del Comune” che parla di un «colpo alla lobby del cemento: Baita è infatti l’ad della Mantovani Spa della famiglia Chiarotto, la ditta asso pigliatutto negli appalti legati alle grandi opere in Veneto, e il nome dell’ingegnere compare in decine di consigli di amministrazione di società legate a opere come Mo.Se. Grande Raccordo Anulare di Padova, Romea Commerciale, Veneto City, Nogare-Mare, Pedemontana, Pedemontana, Ospedale dell’Angelo, Ospedale al mare del Lido… ».
Quanto ad Alles l’Assemblea permanente contro il rischio chimico afferma che «in questa situazione ci sembra un passaggio obbligato imporre la bocciatura alla richiesta di revamping della ditta Alles spa che tratta rifiuti tossico-nocivi provenienti dallo scavo della laguna, e che ha chiesto di poter trattare nuove tipologie di scorie, facendo di Marghera la capitale europea dello smaltimento di queste sostanze. Il grande bussines dei rifiuti attira forti interessi illegali che possono mettere in discussione anche la salute della popolazione».
Gli attivisti dell’associazione ricordano, in proposito, che l’Arpav ha stimato che questo potenziamento produrrebbe il 30% in più di polveri sottili e inquinamento acustico, e che medici e pediatri del territorio si sono già pronunciati negativamente, «ritenendo che questo revamping aggraverebbe ulteriormente una situazione già molto pesante per patologie legate all’esposizione a questi inquinanti». (e.t.)

 

BUFERA SULLA MANTOVANI

COLOSSALI – Lunghe 19 metri larghe 20. Pesano circa 170 tonnellate

IL CANTIERE – Costruite dalla Cimolai sono custodite nell’ex area Pagnan

E il Mose non si ferma: ecco le paratoie

Ieri a Marghera sono arrivate le prime due barriere che saranno posizionate tra Lido e Treporti

Erano lentamente in navigazione da Monfalcone a Marghera le prime due paratoie del Mose, mentre il presidente della Mantovani Piergiorgio Baita veniva arrestato dalle Fiamme Gialle nella sua abitazione.
Doveva essere un giorno memorabile e particolarmente atteso quello in cui le due gigantesche barriere d’acciaio, ciascuna del peso di 170 tonnellate e della larghezza di 20 metri, lunghe quasi 19 e spesse 3 metri e 60 arrivavano via mare su un pontone dopo essere partite intorno alla mezzanotte dal Friuli dove sono state costruite dalla ditta Cimolai di Pordenone.
Alle 15.45 hanno attraversato la bocca di porto di Malamocco e sono entrate in laguna per approdare a Marghera con un trasporto realizzato dalla Timet, specializzata in carichi straordinari, che per la traslazione di tutte e 23 le paratoie (sono in tutto 21 più due di riserva) riceverà circa un milione di euro.
Posizionate ciascuna sopra un carrellone, le due barriere sono state scaricate all’area ex Pagnan (6 ettari), che era stata in precedenza bonificata e infrastrutturata per il loro stoccaggio. Il Consorzio Venezia Nuova le ha prese in consegna per le ultime lavorazioni: saranno riverniciate di giallo e assemblate ai maschi, pure questi in arrivo in questi giorni dalla Fip di Selvazzano. Poi partiranno verso la trincea di Treporti per la fase più delicata dell’installazione nei cassoni, dove sono già state montate le femmine.
Tra una decina di giorni sarà la volta della seconda coppia di paratoie, con uno scaglionamento lungo l’intero 2013.
Per l’assemblamento, invece, si preferirà aspettare le finestre del “morto d’acqua”, previste tra il 15 e il 22 aprile e il 29 aprile e il 6 maggio. A giugno, infine le cosiddette “prove in bianco”, quando, una volta collegate, si proveranno a muovere le prime quattro paratoie. Nei piani del Consorzio, a fine ottobre, saranno anche varati e calati nella trincea di San Nicolò i cassoni di alloggiamento oggi in via di ultimazione a Malamocco. A seguire, toccherà a quelli destinati alla bocca di porto di Malamocco. Quella del Lido potrà essere definitivamente “armata” entro la fine del 2014 o l’inizio del 2015. Da valutare in base agli eventi di marea – precisano sempre al Consorzio – la possibilità di usarla già prima del completamento dell’intera opera, prevista entro il 2016

 

L’ISOLA D’ORO – Polo turistico ed ex Ospedale

Anche al Lido si teme per i progetti

L’arresto di Piergiorgio Baita getta un’ombra preoccupante anche su tutti i progetti che il fondo Real Venice ha corso al Lido. Mantovani è infatti uno dei soci “forti” del fondo immobiliare e l’ingegner Baita è sempre stato colui che aveva in mano i “cordoni della borsa” nell’operazione. A rischio, oltre all’ex ospedale al mare, potrebbe esserci il porto turistico di San Nicolò. Il nuovo stabilimento balneare dopo l’abbattimento del monoblocco.
«Sono preoccupato – dice il presidente della municipalità – ma resto fiducioso. Spero che venga fatta chiarezza in maniera definitiva».
All’attacco partono però i comitati di “Un altro Lido è possibile”. «L’arresto di Baita accende una luce inquietante anche sulla trattativa che il sindaco Orsoni sta conducendo da mesi con EstCapital sgr ed il fondo Real Venice 2, nel quale è presente la Mantovani spa, per la compravendita dell’area dell’ex ospedale al mare. Rinnoviamo dunque il nostro invito al sindaco Orsoni ad astenersi da trattative ulteriori e chiediamo al Consiglio Comunale di riavviare ex novo la procedura di alienazione, per quanto effettivamente necessario, dell’ex ospedale, su nuove basi, in termini di assoluta trasparenza e con il confronto con la cittadinanza. Alla luce di queste importanti novità la decisione del Consiglio Comunale deve essere presa a “bocce ferme”, quindi immediata sospensione della contrattazione in atto e rivisitazione globale dei problemi con celere ed efficace deliberazione». L’avvocato Francesco Mario d’Elia per l’associazione “Venezia Libera” ha inviato una lettera al sindaco e al responsabile dell’Ufficio Legale del Comune per chiedere di rinviare l’udienza davanti il Tribunale di Venezia relativa al procedimento civile d’urgenza in essere contro la società Est Capital. Chi, per prima, aveva denunciato presunte “anomalie” anche da parte di alti funzionari della Regione, era stata, fin dai primi anni del 2000, l’ex presidente della municipalità, Fanny Lardjane, a lungo segretaria particolare dello stesso Galan. «Oggi – ha commentato la Lardjane – per me è una bellissima giornata. Si realizza ciò che ho sempre denunciato, pagando anche di persona la mia onestà. Posso assicurarvi che presto “cadranno” altre teste di personaggi eccellenti».

Lorenzo Mayer

 

Grandi opere, le risposte necessarie (di Tiziano Graziottin)

Un terremoto per il sistema delle opere pubbliche a Venezia: una scossa che potrebbe precederne altre, certamente di non minore entità. Anzi – da quanto hanno fatto capire Procura e Guardia di Finanza – se ci saranno riscontri al Grande Sospetto esplicitato senza giri di parole dal colonnello Nisi (la massa di denaro nero utilizzata anche per pagare tangenti) gli effetti stavolta potrebbero essere devastanti. Gli investigatori in effetti si sono spinti molto avanti, quasi un segnale all’opinione pubblica per far capire che le carte in mano alle Fiamme Gialle e ai magistrati sono tali da poter giocare una partita tutta di attacco rispetto all’opacità di tanti appalti e a una procedura, quella dei project financing, oggi messa fortemente in discussione da questa (e altre) inchieste.
L’ampiezza dell’indagine e lo spessore dei soggetti coinvolti sono tali da gettare un’ombra pesante su tutto il sistema degli appalti a Nordest, e la differenza sostanziale con altre inchieste anche recenti (prima sulle gare truccate in Provincia di Venezia, poi sulle tangenti in Comune, infine il filone autostrade/Brentan che ha generato l’operazione Chalet) potrebbe essere proprio questa: stavolta oltre a funzionari e imprenditori privati lo tsunami giudiziario – parola di gran moda in questi giorni – potrebbe investire anche i palazzi del potere politico.
Ribadito, sempre bene farlo, che tutti sono innocenti fino a prova contraria (la Mantovani parla di “abnormità” in riferimento ai provvedimenti cautelari), il doveroso auspicio è che si faccia davvero pulizia, sviluppando fino in fondo le intuizioni e le evidenze dell’inchiesta. Farebbe bene a tutti, in primis a tanti imprenditori che hanno bisogno di respirare aria nuova e di tornare a credere che tutti partono alla pari quando si partecipa a un appalto, e più in generale a una società civile da un lato certo sconcertata per il pentolone che queste inchieste vanno scoperchiando, dall’altro fiduciosa che sia la volta buona per un giro di vite a ogni livello. Confidando, va pure detto, che la meritoria azione di Gdf e Procura di Venezia non abbia come “effetto collaterale” il blocco di opere – dal Mose al tram di Mestre – che dopo anni di parole & polemiche la collettività attende di veder completate. Un riflettore, per dire, è stato acceso anche sul passante di Mestre, e questo può essere l’esempio giusto: è innegabile che abbia migliorato la vita ai veneti, ma è bene che se ci sono state false fatturazioni milionarie (o peggio) collegate all’opera il marcio venga portato allo scoperto. Ci piacerebbe fosse sempre così.

Tiziano Graziottin

 

In carcere con il presidente della Mantovani anche Claudia Minutillo William Colombelli e Nicolò Buson. Sono accusati di frode fiscale

VENEZIA – È finito in manette uno dei “padroni del Veneto”, l’imprenditore veneziano Piergiorgio Baita, 64enne presidente della Mantovani Spa, asso pigliatutto delle costruzioni venete soprattutto regionali e in generale pubbliche, in project financing e non, e la principale del Consorzio Venezia Nuova impegnato nei lavori per il Mose. Con lui sono stati arrestati dai finanzieri dei Nuclei di Polizia tributaria di Venezia e Padova, Claudia Minutillo (49 anni), nella sua lunga carriera segretaria di numerosi esponenti politici del Pdl, da Giancarlo Galan a Paolo Bonazza Buora, e ora trasformatasi in manager tanto da divenire amministratore delegato di “Adria Infrastrutture spa”; William Colombelli, 49enne titolare di una società di San Marino che si faceva passare per console onorario della Repubblica del Monte Titano, e Nicolò Buson (padovano di 56 anni), responsabile amministrativo della «Mantovani». Tutti sono accusati di associazione a delinquere e di concorso in frode fiscale. Baita, rinchiuso ora nel carcere di Belluno, è stato arrestato nella sua abitazione di Mogliano, mentre Minutillo era a Mestre ed è stata accompagnata nel carcere femminile della Giudecca, così Buson che è stato bloccato a Padova e accompagnato al Santa Bona di Treviso, infine Colombelli è finito in manette a Santa Margherita Ligure, dove risiede abitualmente ed è finito nel carcere di Genova. Due le direzioni dalle quali gli investigatori, coordinati dal pubblico ministero veneziano Stefano Ancilotto, sono arrivati alla «Business Merchant consulting (Bmc) Broher srl» di San Marino di Colombelli: il Nucleo di Polizia tributaria di Padova attraverso una verifica fiscale negli uffici amministrativi della “Mantovani”, che sono nella città del Santo, e il Nucleo di Polizia tributaria di Venezia a partire dall’indagine che hanno portato due anni fa all’arresto dei due dirigenti dell’ufficio Edilizia della Provincia e da quella dell’anno scorso nell’ambito della quale è finito in manette l’amministratore delegato della società Autostrade Venezia-Padova Lino Brentan. I finanzieri avrebbero accertato che, a partire del 2005, la Bmc Broker avrebbe emesso fatture false per dieci milioni di euro, di cui otto a favore della «Mantovani» di Baita e altri due a favore della «Adria Infrastrutture» della Minutillo. Secondo quelle fatture fasulle, la società di Colombelli avrebbe svolto attività tecniche che in realtà avevano già svolte altre aziende pagate regolarmente e che avevano rilasciato fattura, questa sì vera. Ad esempio, la Bmc Broker avrebbe svolto ricerche di mercato, studi su possibili inserzioni pubblicitarie, addirittura ricerche sulla consistenza che dovevano avere le paratie del Mose, ricerca di partner commerciali. Consulenze pagate profumatamente: fatture false da 500 mila euro, addirittura di un milione che venivano poi pagate tramite bonifico bancario su conti correnti sanmarinesi e, a stretto giro, quei soldi venivano prelevati in contanti per la quasi totalità (escluso il corrispettivo che veniva trattenuto per la commissione) da Colombelli o da suoi incaricati. Denaro che sarebbe poi stato riconsegnato a Baita e a Minutillo, in Italia e in Svizzera. In questo modo «Mantovani» e «Adria Infrastrutture» avrebbero costituito veri e propri fondi neri per circa 10 milioni di euro. Solitamente attraverso le risorse clandestine le imprese pagano tangenti ai pubblici amministratori e gli inquirenti veneziani stanno compiendo accertamenti su questo punto. Il giudice veneziano Alberto Scaramuzza ha disposto anche sequestri di beni mobili e immobili per 8 milioni di euro e i finanziari hanno sequestrato a Baita due conti correnti e cinque appartamenti (a Mogliano, a Treviso, a Venezia e a Lignano); a Colombelli un conto corrente, una villa sul lago di Como e due barche (una di 14 metri ormeggiata a Portofino e l’altra di sei metri sul lago, sotto casa); a Minutillo due appartamenti, uno a Mestre, l’altro a Jesolo; a Buson un appartamento a Padova. Nella conferenza stampa il procuratore della Repubblica Luigi Delpino ha voluto sottolineare l’importante collaborazione internazionale fornita dall’autorità giudiziaria e di polizia sia della Repubblica di San Marino, un tempo considerato un paradiso fiscale, e della Svizzera. «È stata una collaborazione essenziale» ha detto il magistrato. A coordinare le indagini i colonnelli della Guardia di finanza Renzo Nisi e Giovanni Parascandolo.

Giorgio Cecchetti

 

«Azzero il debito per… Giancarlo»

Le registrazioni telefoniche fatte da William Colombelli per incastrare l’ingegnere: «Questo non lo dovevi fare»

VENEZIA «Questo non lo dovevi fare…», è il 15 maggio dello scorso anno e Piergiorgio Baita parla al telefono con William Colombelli. E il presidente di Mantovani si riferisce alle registrazioni delle loro conversazioni fatte dal titolare della BMC Broker, quando s’incontravano e quando incontrava Claudia Minutillo. Registrazioni che i finanzieri avevano sequestrato il giorno prima durante la perquisizione della società di San Marino. Sono le registrazioni che incastrano Baita e che non lasciano scampo nemmeno a Claudia Minutillo. In una conversazione Baita dice all’altro: «Quel materiale non avrebbe dovuto esserci…». Colombelli aveva iniziato a fare registrazioni quando, a fine 2010, ha capito che i due lo stavano scaricando. Dieci i file trovati riguardanti le registrazioni. In uno dei file trovati in casa a Colombelli e denominato “conti a casa con Claudia”, l’uomo e la Minutillo parlano dell’incontro che ci deve essere con Baita, nel quale il presidente di Mantovani deve fare l’offerta per l’acquisizione di BMC Broker. Dice Colombelli: «…sono valori miei, io qui ho soltanto i fatturati loro Adria, Mantovani…vedi che i primi anni c’era Consorzio, Talea…le Autostrade». Colombelli spiega che il fatturato lo fa con la Mantovani e con altre società che usano lo stesso sistema delle fatture false. In un altro passo della registrazione Colombelli spiega il sistema, il “giro del nero” della Mantovani, grazie alle fatture false. Dice alla Minutillo: «Che i 4mila, dove cazzo sono, questi soldi qua…questi 2 milioni e 697, questi 4 milioni…questi 3 milioni…li hanno sempre avuti indietro…su questo fatturato loro portano a casa sempre…perché c’è l’ho segnato sempre…se vai sul 2005, loro hanno portato a casa 4 milioni in nero, mi segui? Io l’ho fatturato quel lavoro, e tu c’hai guadagnato…con tutti quei soldi in questi anni tu hai portato a casa tutto questo totale di nero…». Poi riferendosi a Baita dice: «Se comincia a rompere i coglioni c’ho qua tutto, c’ho qua la lettera e le altre cose di Mantovani». Colombelli vuole che Baita acquisti, per 3 milioni la sua azienda. «Il fatto del bilancio glielo azzero nello stesso identico modo. Se lo vogliono fare…perché è stata arrivata la cosa…da…da Giancarlo…». E ancora: «Vi siete portatati a casa la bellezza di 8 milioni di euro in sei anni che io ti ho consegnato personalmente». Colombelli vuole vendere la società per farla chiudere, staccando fatture false a favore di Mantovani. Come del resto vuole fare Baita che sente il fiato della Guardia di Finanza addosso. Ma ritiene che 3 milioni siano troppi.

Carlo Mion

 

la conversazione – Baita: «Non voglio una cartiera all’interno del mio gruppo»

Che Piergiorgio Baita si renda conto che la “Bmc Broker” sia una “cartiera” è evidente in alcune conversazioni registrate da Colombelli nel 2010, quando ci sono gli accertamenti della Guardia di Finanza e quando i due discutono della possibile acquisizione, da parte di Baita della società dell’altro. Dice Baita: «Non penso che tu abbia fatto la Bmc per noi». Colombelli risponde: «Inizialmente aveva anche un ramo commerciale, ma negli ultimi anni è stata solo per voi». In un’altra conversazione, quando la Bmc, in seguito ai controlli della Guardia di Finanza, non lavora più, e Colombelli insiste perché la sua società venga acquisita dal gruppo Mantovani. Baita gli risponde: «Io non posso come gruppo prendere una società che produce carta, è pericoloso». Quando oramai hanno capito che la Guardia di Finanza sta scavando a fondo sulla loro attività cercano di sapere quanto gli investigatori hanno scoperto pagando un poliziotto di un commissariato che attraverso il computer del Ministero dell’interno aveva cercato di scoprire se ci fossero persone indagate tra loro. (c.m.)

 

Spunta una gola profonda una dipendente della bmc broker

Oltre a riscontri cartacei di bonifici bancari e prelevamenti di contante nelle banche di San Marino per un totale che supera gli otto milioni di euro, gli investigatori della Guardia di finanza di Padova coordinati dal pubblico ministero Stefano Ancilotto hanno basato l’indagine su due punti di riferimento. Il primo è stato una ”gola profonda”, determinante nel tratteggiare il funzionamento dall’interno del sistema messo in cantiere da Baita, Minutillo e Colombelli. Si tratta di una dipendente della Bmc Broker, la quale inizialmente, probabilmente su pressione del suo datore di lavoro, non ha rivelato alcunché, ma in un secondo momento ha riferito come funzionava il meccanismo, riferendo sostanzialmente che dietro le fatture che partivano per Venezia non c’era scambio di beni o servizi. Una conferma testimoniale di quello che gli investigatori delle «fiamme gialle» avevano appurato grazie alla documentazione sequestrata presso gli uffici padovani della Mantovani con la verifica fiscale. Il secondo punto di riferimento sono le intercettazioni telefoniche ed ambientali alle quali sono stati sottoposti Baita, Minutillo e Colombelli. Telefoni di casa, cellulari e anche microspie nelle automobili. E’ stato spiegato ieri che inserire la «cimice» nell’auto del sanmarinese è stata un’operazione piuttosto complessa che ha portato via ai finanzieri alcuni mesi addirittura. Colombelli, infatti, era molto attento e piazzava la sua auto di lusso sempre nei pressi di dove si trovava in modo da poterla tenere sotto controllo con uno sguardo. E le intercettazioni hanno potuto anche stabilire quale tenore di vita manteneva Colombelli: ville, auto sportive, vacanze in luoghi da sogno e imbarcazioni, Eppure, a un veloce controllo della sua dichiarazione dei redditi, risultava appena sopra il limite della povertà: negli ultimi anni, infatti, il presidente della «Bmc Broker» aveva dichiarato cifre intorno ai 12 mila euro di reddito lordo all’anno.

 

La resistibile ascesa di Baita Da Tangentopoli al Mose. Garante del patto tra il democristiano Bernini e il socialista De Michelis negli Anni Novanta poi ingegnere del “sistema maxi opere”. «Gli appalti non piovono, deve proporli l’impresa»

Dicono che la Mantovani prende sempre tutto ma questo indica una mentalità. Ora bisogna rischiare del proprio, non c’è più niente da prendere nelle opere pubbliche.

L’INGEGNERE DEL “SISTEMA GRANDI OPERE”

VENEZIA – La battuta che gira è che nel 1992 Baita si salvò parlando: se parla oggi, altro che Grillo, viene giù il soffitto. Ma cosa potrebbe dire oggi l’ingegner Piergiorgio Baita di così grave che non si sappia già, almeno nelle linee generali se non proprio nei dettagli? Il sistema dei lavori pubblici nel Veneto e delle grandi opere costruite con i soldi dei privati che poi si fanno rimborsare dagli enti pubblici, è ampiamente noto e descritto, con nomi e cognomi, da anni, in centinaia di articoli di giornale. Non c’è niente di misterioso, è tutto alla luce del sole: vincono sempre i soliti. Sono i più bravi, i più fortunati e i più ammanicati, fate voi in che ordine. Vincono quando ci sono le gare e anche quando non ci sono. Vincono perfino quando fanno offerte più alte dei concorrenti. Il sistema è arrivato al punto che la decisione di costruire un ospedale o un’autostrada è stata delegata ai privati: la Regione Veneto che dovrebbe stare all’inizio del processo programmatorio arriva in coda a prenderne atto. Da notare che non siamo in regime di monopolio: le imprese sono tante ma poche si accaparrano i grossi lavori, tutte le altre fanno la coda per elemosinare un sub-appalto. Alle condizioni imposte. Prendere o morire. E questo alimenta un clima di veleni. È una situazione illegale? Sono «vestitini cuciti su misura» del tipo di quelli realizzati in Lombardia per l’amico di Roberto Formigoni, quel Pierangelo Daccò che gli pagava le vacanze ma poi viaggiava in corsia di sorpasso quand’era il momento di assicurarsi gli appalti regionali? Piergiorgio Baita potrebbe dare di sicuro qualche risposta, anche se lui sostiene da tempo di aver preso il largo dai politici. Per almeno due motivi: non contano più niente, fatto sotto gli occhi di tutti, e hanno finito i soldi, cosa un po’ meno evidente. «Mi hanno dipinto come il compagno di merende di Giancarlo Galan», ci diceva l’anno scorso. «Compagno di merende nel senso che lui mi ha sempre portato via la merenda per darla ai suoi amici, questo sì! Dal nuovo ospedale di Este-Monselice al padiglione Jona di Venezia, al Centro Protonico di Mestre: chiedete all’onorevole Sartori perché la Mantovani l’ha perso. Ecco i compagni di merende. Questo è un luogo comune, non solo falso ma che ha funzionato al contrario. Non sono mai stato così tranquillo dopo che Giancarlo Galan è andato a fare il ministro». Adesso Galan non è più ministro e l’ingegnere è un po’ meno tranquillo. Pochi lo sarebbero nella sua situazione, anche se agli arresti era già finito nel 1992, con la prima Tangentopoli. All’epoca dirigeva il Consorzio Veneto Disinquinamento, controllato da Iniziativa Spa, società costituita dall’impresa Furlanis, per la quale lavorava da vent’anni, e da Italstrade (Partecipazioni Statali). Puntavano a diventare concessionari di grandi opere pubbliche, con la formula del project financing che all’epoca nessuno conosceva. La sponda politica era assicurata da Franco Cremonese presidente della Regione e dal ministro Carlo Bernini. Mani Pulite mandò tutti a gambe all’aria, ma Baita ostinandosi a volere il processo ne venne fuori assolto nel 1995 per non aver commesso il fatto. Ai magistrati aveva raccontato per filo e per segno il meccanismo di spartizione degli appalti tra Carlo Bernini e Gianni de Michelis, i due dogi del Veneto di allora. La sua tesi era che in Veneto le imprese potevano lavorare solo con la “benedizione” dei partiti, ottenuta pagando un “obolo” alla chiesa, evidentemente. Era un concusso, non un corruttore. Piergiorgio è un tipo tosto, preparato, volitivo. Già risorto una volta. Molto addentro ai meccanismi. Con gli agganci che gli hanno consentito di riemergere e portarsi al comando, primo tra questi il patto di ferro con Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova. Non si contano gli incroci societari e le partecipazioni con il suo nome, non ultima quell’Adria Infrastrutture spa che compare in un sacco di appalti pubblici del Veneto. Nel Cda di Adria Infrastrutture sedeva anche Claudia Minutillo, la dark lady, segretaria del presidente Giancarlo Galan fino al 2004, poi defenestrata senza complimenti ma subito «indennizzata» con incarichi e prebende sui generis, per tenerla buona. La Minutillo è in Bmc Brokers, la società che arriva da San Marino per rifornire il buffet pre-elettorale voluto da Galan nel febbraio 2006 a Fusina, con gli allora ministri Lunardi e Matteoli. Seicento invitati, costo 150.000 euro più altri 60.000 pagati da Palazzo Balbi attraverso Veneto Acque, società regionale. La Brokers incassa anche i 130.000 euro di una incredibile campagna informativa sullo stato di attuazione del Sfmr, il metrò regionale che ad oggi non è ancora partito. Quanto coinvolto sia stato Piergiorgio Baita in questi costosi giochi di palazzo, difficile dire. Di certo è un uomo che garantisce gli accordi. La prima repubblica finisce con Baita in galera, la seconda comincia con Baita libero come un fringuello che prende in mano la Mantovani Costruzioni, la fonde con la Laguna Dragaggi e ne fa una macchina da guerra. Vince dappertutto. Possibile che tocchi sempre a lui? «Dicono che la Mantovani prende tutto, ma questo indica la mentalità», ci replicava l’anno scorso. «La Regione che eroga e io sotto a prendere sgomitando con gli altri per arrivare prima. Non c’è più niente da prendere, devi essere tu a proporre. Bisogna investire e questo vuol dire rischiare soldi tuoi. Quelli che dicono che la Mantovani prende tutto, sono lì che aspettano che torni a piovere denaro pubblico sulle loro imprese. Succederà sempre meno. Io cerco di fare una mia strada, diversa dagli altri». Un’altra frase che l’ingegnere ama è una citazione di Al Capone, che non a caso ci faceva un anno fa, dopo l’arresto di Lino Brentan: «Puoi fare molta più strada con una parola gentile e una pistola, che con una parola gentile e basta». Baita cercava di spiegarsi l’arresto del presidente dell’autostrada Nogara-Mare arrivato tre mesi dopo l’avviso di garanzia. Perché non l’avevano arrestato subito? Per la strategia dei due tempi: prima la parola gentile, poi la pistola alla tempia. Adesso la pistola alla tempia ce l’ha lui. Siamo alla fine della seconda repubblica? «Non è vero che i project financing sono vinti tutti dalla Mantovani» ci aveva detto ultimamente. «Venite a trovarmi che vi do la classifica aggiornata». Ma non c’è stato il tempo.

Renzo Mazzaro

 

LA CURIOSITA’ – L’indagine è stata anticipata in un libro I magistrati veneziani: «Tutto spiegato nei “Padroni del Veneto” di Renzo Mazzaro»

VENEZIA – Lo hanno letto sia il pm Stefano Ancillotto che i finanzieri che si stanno occupando della frode fiscale attribuita al gruppo Mantovani, da qualche nano. Si tratta del libro “I padroni del Veneto” scritto dal giornalista Renzo Mazzaro. In quel libro c’è l’anima dell’indagine che ieri ha portato in carcere Piergiorgio Baita e Claudia Minutillo. In quel libro è spiegato molto bene come avviene l’incontro tra gli imprenditori veneti, Baita in testa, e William Colombelli. Avviene grazie all’allora presidente della Regione Giancarlo Galan. Quando all’epoca la Bmc di Colombelli si occupava, con il suo ramo commerciale, di manifestazioni fieristiche. Ancora ieri il pm Ancillotto, a chi chiedeva come era nato il rapporto tra Baita e Colombelli, rispondeva: «È spiegato molto bene nel libro “I padroni del Veneto”». Leggendo quel libro spesso gli investigatori hanno capito che la realtà che emergeva dalla loro indagine, personaggi compresi, era raccontata in quelle pagine. Del resto il libro di Renzo Mazzaro mette in luce come con il sistema del project finacing la Mantovani è diventata, grazie all’appoggio della presidenza di Giancarlo Galan, se non la padrona del Veneto, uno dei padroni. Per ora le indagini si sono fermate agli imprenditori, mentre nel libro s’incontrano altre figure importanti che però appartengono al mondo della politica. I finanzieri continuano a rileggerlo, quel libro.

 

Il monopolio Mantovani. Ora trema anche l’Expo.

L’azienda si è aggiudicata la gara per le opere dell’esposizione milanese. E per il Mose incassati finora cinque miliardi e mezzo e non è ancora finita.

VENEZIA «Monopolio? Ma dai… Noi investiamo, rischiamo. Siamo un’impresa e facciamo quello che decide la politica». Così Piergiorgio Baita, 64 anni, imprenditore numero uno del Veneto, rispondeva poco tempo fa sulla «Mantovani pigliatutto». L’impresa padovana nata nel 1947, da 25 anni nelle mani della famiglia Chiarotto, è oggi uno dei leader nel panorama edilizio-immobiliare nazionale. Prima nel Veneto, undicesima in Italia, appalti e incarichi in continua espansione. Il nome di Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani da quasi vent’anni, si trova per ben 67 volte nel registro delle imprese della Camera di commercio come presidente, consigliere, rappresentante legale. Il grosso delle commesse arriva dal Mose, le dighe mobili da anni al centro dei riflettori. Giunte al 65 per cento dei lavori, costo complessivo 5 miliardi e mezzo di euro, cinque volte il prezzo del progetto di massima. Un miliardo e 200 mila in più del «prezzo chiuso» stabilito pochi anni fa. Soldi garantiti, vista la concessione unica prevista dalla Legge Speciale del 1984. Sul Mose l’Unione europea ha respinto l’archiviazione dell’esposto degli ambientalisti. E nei prossimi giorni convocherà tecnici e Magistrato della Corte dei Conti, Antonio Mezzera, che aveva duramente criticato la gestione finanziaria della salvaguardia negli ultimi anni. Mose ma non solo. Il nome Mantovani si legge in quasi tutti i grandi cantieri aperti, progettati e appena chiusi del Veneto. Con particolare concentrazione in laguna. C’è il Passante di Mestre, ma anche le bonifiche di Marghera, lo scavo dei canali portuali e la difesa dei litorali, il restauro di rive, banchine portuali e fondamenta. Il tram di Mestre è stato realizzato dalla Mantovani, così come il depuratore di Marghera. Con la benedizione di Giancarlo Galan, presidente del Veneto per 15 anni e oggi deputato del Pdl, la Mantovani ha realizzato con il sistema del project financing il nuovo Ospedale di Mestre e il centro protonico. Sempre in project la Mantovani dovrebbe costruire in cordata con Sacaim e Studio Altieri – lo stesso che ha progettato gli ospedali – la sublagunare, futuristico progetto di collegamento subacqueo con il treno da Tessera all’Arsenale. Anche qui prezzo più che raddoppiato in pochi anni (da 400 a 800 milioni di euro). Studi tecnici negativi, «no» di Comune e Provincia, dubbi sulla sua utilità e sugli impatti. Da qualche anno Mantovani e Baita hanno intrapreso anche la strada delle gare. «Vinciamo sempre noi? Vuol dire che gli altri non hanno voglia di rischiare», ripete. Alla Mantovani viene assegnato così l’incarico di lavorare al terminal di Fusina, all’ex Alumix e nelle banchine portuali Piave Isonzo, alla tangenziale di Padova e ai sottopassi di Verona. Insieme a Fincosit e Condotte, le altre imprese del Mose, Mantovani ha acquistato con il fondo Real Venice 2 di Est Capital l’Ospedale al Mare del Lido per 61 milioni di euro. Operazione contestata dai comitati dell’isola, che prevede di realizzare appartamenti di lusso, ristorante, negozi, uffici e una grande darsena da mille posti barca a San Nicolò. Per dimostrare che non è solo il cemento il suo core business, l’azienda di Baita aveva accettato lo scorso anno di sponsorizzare con 5 milioni di euro le regate di Coppa America. Sede logistica all’Arsenale, gare in bacino San Marco, ricevimenti e attività nei capannoni (le Teze) dell’Arsenale nord appena restaurate proprio dal Consorzio Venezia Nuova. Mantovani, attraverso il Consorzio, finanzia anche attività culturali come la Fenice e il Marcianum, centro studi della Curia voluto da Angelo Scola. L’ultima avventura si chiama Expo. Baita e la sua azienda si sono aggiudicati la gara per l’Expo di Milano 2015, con un ribasso d’asta notevole e qualche problema con le imprese collegate, di cui una in odore di mafia.

Alberto Vitucci

 

esposizione universale

Il sindaco Pisapia: «Baita si dimetta» 

Il sindaco di Milano e commissario straordinario di Expo 2015 Giuliano Pisapia esprime in una nota la propria preoccupazione per le conseguenze dell’arresto avvenuto ieri mattina dell’amministratore delegato della società Mantovani, Piergiorgio Baita, società aggiudicataria dell’appalto per la costruzione della “piastra” per il sito espositivo di Rho-Pero. «Senza entrare in alcun modo nel merito delle indagini della magistratura, voglio comunque sottolineare – ha affermato Pisapia – che l’inchiesta non riguarda, né direttamente né indirettamente, l’appalto e i lavori sul sito di Expo 2015. Da parte mia, non posso che auspicare, nell’interesse di tutti e al fine di evitare polemiche, che, dopo quanto accaduto oggi, Piergiorgio Baita si dimetta spontaneamente da rappresentante legale della società o che la Mantovani decida di modificare la propria governance», ha concluso Pisapia.

 

Dall’Arsenale al Passante, un impero

L’azienda padovana ha realizzato le maggiori opere del Veneto e ne gestisce gran parte

VENEZIA – Non c’è solo Mantovani spa. O meglio, la Mantovani è dappertutto. Socia e partecipata di altre aziende che operano nel campo dell’edilizia, del disinquinamento, delle infrastrutture, della sanità. Un elenco lungo che comprende la Cav (Costruzioni Arsenale Venezia) società che ha in gestione per 30 anni la parte nord dell’Arsenale e i bacini di carenaggio. La Cav ha realizzato qualche anno fa anche i giganteschi dolphin piloni in cemento del rigassifigatore di Rovigo e ora costruirà le navi per il trasporto delle paratoie del Mose (jack up). Cav ha sostituito la società Palomar, che aveva ottenuto nel 2005 la concessione dallo Stato per il Mose. Altre società dove è presente la Mantovani sono la Sanitaria veneta, creata per costruire in project financing il nuovo Ospedale dell’Angelo a Mestre. La Sanitaria veneta di cui Baita è vicepresidente ha oggi in gestione servizi, immobili e parcheggi del nuovo ospedale. C’è anche Adria Infrastrutture, la Alles depurazione, creata insieme a Veritas e al Comune per depurare i fanghi a Marghera. Poi i Consorzi di cui Mantovani ha una quota, come il consorzio Lepanto e il Consorzio per la Pedemontana, il Molo Sali al Porto di Venezia, il Covela. Di proprietà della società Mantovani è adesso anche la Tethis, società di ricerca con sede all’Arsenale fondata 25 anni fa da Comune e Tecnomare. La Tethis si occupa di studi e ricerche legate al Mose, ed è interamente di proprietà della spa presieduta da Baita, presieduta da Maria Teresa Brotto. Società che ha notevolmente ridotto negli ultimi mesi il personale e l’attività di ricerca estranea al Mose. Il nome della Mantovani si trova anche nella neocostituita società New Port spa. La sede è in viale Ancona a Mestre, stesso civico della azienda madre padovana. Il presidente qui è l’ingegnere Giovanni Mazzacurati, presidente del Consorzio Venezia Nuova, il vice Piergiorgio Baita, presidente della Mantovani. Consigliere è Sandro Trevisanato, presidente della Vtp (Venezia terminal passeggeri), revisore dei conti Arcangelo Boldrin. Recente l’acquisizione da parte di Mantovani spa della società mestrina di Plinio Danieli Venice campus, che ha in programma la nuova edificazione in via Torino con torri, case, negozi e uffici. Una delle tante operazioni che la società padovana ha in campo. Uno degli ambiti dove la Mantovani è più attiva, oltre all’edilizia, sono le infrastrutture stradali. La Mantovani ha costruito il Passante, 32 chilometri tra Dolo e Quarto d’Altino costati circa un miliardo di euro. A gestire gli introiti del Passante di Mestre è adesso un’altra Cav (Concessioni autostradali venete) presieduta fino al 2011 da Alfredo Biagini, legale della Mantovani, e oggi dal leghista Tiziano Bembo. (a.v.)

 

L’affare d’oro chiamato project financing

La fondazione negli anni ’40 a Verona, ma dal 2000 la svolta strategica e la crescita esponenziale

VENEZIA – Una storia aziendale che inizia negli anni Quaranta ma la cui svolta arriva nel 2000, quando la Costruzioni Ing.E. Mantovani si butta nel business delle mega infrastrutture in project financing. Fino ad allora l’azienda fondata a Verona dall’ingegner Enzo Mantovani si era occupata in particolare di grandi opere stradali: fra le opere per cui era ricordata spiccavano i primi lotti dell’Autostrada del Sole ma anche il trampolino olimpico di Cortina d’Ampezzo. Nel 1987 l’acquisizione da parte della famiglia padovana Chiarotto, dopo che l’ingegner Mantovani non era riuscito a trovare tra i suoi due figli chi fosse interessato a continuare l’attività aziendale. Qui c’è una prima svolta, perché lo scoppio di Tangentopoli impone all’azienda di cambiare rotta e di specializzarsi nei dragaggi e nelle opere marittime. Fra le acquisizioni di quegli anni c’è la Laguna Dragaggi, che nel 1996 si fonde con la stessa Mantovani. Poco prima Mantovani era entrata nel Consorzio Venezia Nuova, che sta costruendo il Mose di Venezia. La prima di una serie di maxi opere che l’azienda ormai padovana mette in cantiere. È con l’arrivo di Piergiorgio Baita che questa linea strategica assume una particolare rilevanza. Baita è un manager dinamico, che nel 1992 era stato però arrestato perché implicato in un presunto giro di tangenti: ex direttore del Consorzio Veneto Disinquinamento e della società Iniziativa, venne arrestato con l’accusa di concorso in corruzione, perché sospettato di aver gestito la spartizione dei lavori autostradali. Alla fine del processo venne prosciolto con formula piena. Il sodalizio Mantovani-Baita porta a incrementare in modo impressionante il portafoglio ordini. E a far crescere l’azienda dai 182 milioni del 2004 agli oltre 500 del 2008, e i lavoratori diretti fino a oltre 400. Nel frattempo la famiglia Chiarotto, con Giampaolo Chiarotto, costruisce intorno alla Mantovani un gruppo che va dalle costruzioni alle partecipazioni nelle concessionarie autostradali. Al vertice della piramide si trova Serenissima Holding, 358 milioni nel 2011, che controlla Mantovani e altre aziende di rilievo, come la padovana Fip Industriale, fortissima nell’edilizia antisismica. La punta di diamante resta però la Costruzioni Mantovani. Fino agli arresti di ieri. Una prova durissima da affrontare, anche sotto il profilo della reputazione aziendale.

 

Claudia, da segretaria di Galan a manager di eventi e mattone

La Minutillo uscita da palazzo Balbi è diventata amministratore delegato di Adria Infrastrutture con una passione sfrenata per lo shopping, ora è accusata di associazione per delinquere

VENEZIA – Quando era accanto al presidente della Regione Giancarlo Galan, gli avversari politici del capo la chiamavano la «Dogessa», insomma la donna del «Doge», perché era la sua ombra e non era una semplice segretaria, ma una vera e propria consigliera. Claudia Minutillo è famosa a Mestre perché quando entra in una boutique – frequenta solo quelle di super lusso – esce con dieci e più sacchetti ed è considerata una ricca modaiola, insomma una supergriffata, e da qualche anno il debole per lo shopping è aumentato: da segretaria, infatti, è passata all’imprenditoria, trovandosi a capo di un piccolo gruppo finanziario-industriale. Eppure la sua uscita da palazzo Balbi non sarebbe stata serena: i maligni raccontano che a volere il suo congedo, nel 2005, sia stata la compagna prima e moglie poi del capo, Sandra Persegato, che avrebbe posto il classico aut aut: o lei o me. Per arrivare nelle stanze di Galan aveva fatto la gavetta: si era impratichita come assistente di un altro esponente veneziano del partito di Berlusconi, Paolo Bonazza Buora, poi era finita nella segreteria dell’assessore regionale Renato Chisso, infine era approdata negli uffici del governatore. Ma, dopo la sua fuoriuscita, non le va certo male: si piazza subito alla «Business Merchant consulting Broker» di San Marino, dove, secondo l’ordinanza di custodia cautelare firmata dal giudice veneziano Alberto Scaramuzza, sarebbe stata la socia occulta. Nel 2006, a questa società sconosciuta ai più, vengono assegnati incarichi e consulenze della giunta regionale. C’è da pubblicizzare il Sistema metropolitano regionale? Ci pensa la Bmc di San Marino. C’è la festa da organizzare per la fine dei lavori dei canali lagunari per conto dell’Autorità portuale? La regia dell’evento è firmata Bmc. Appalti di poco conto, rispetto ad altro, ma in Consiglio regionale c’è chi si insospettisce e fioccano le interrogazioni. Ma la Minutillo non si ferma e dagli eventi passa alle costruzioni, da segretaria diventa imprenditrice edile con la passione per le opere pubbliche. Il trampolino di lancio lo fornisce la sua partecipazione come una degli amministratori della Pedemontana, società a capitale privato chiamata a realizzare il progetto in discussione da anni, per la nuova strada veloce tra Vicenza e Treviso. Il Veneto in quegli anni offre decine di grandi occasioni e quella migliore la fornisce Piergiorgio Baita, già allora asso pigliatutto nelle costruzioni: bretelle, passanti, terminal, strade e autostrade. Minutillo entra in Adria Infrastrutture e non dalla porta di servizio: comanda Baita, che mette i soldi ed è vicepresidente del Consiglio d’amministrazione, ma lei è amministratore delegato dal 2006 ed è anche socia con il 5 per cento del capitale intestato a «Investimenti srl». Da quell’anno, piano piano, «Adria» si è conquistata la sua fetta di lavori pubblici, per la maggior parte appalti regionali assegnati dall’assessorato del forzista veneziano Renato Chisso. Siede nell’associazione di imprese chiamata a costruire la Treviso-Mare, la superstrada che dovrebbe collegare la A4 con il litorale di Jesolo, quasi 20 chilometri di tracciato con due viadotti, sette sottopassi e sei caselli. Poi il passante Alpe Adria, 85 chilometri di autostrada per unire Longarone a Tarvisio attraverso il Cadore e la valle del Tagliamento. Poi un tentativo finito male: Minutillo e Baita cercano di acquisire una vasta area di Porto Marghera messa all’asta dall’Autorità portuale, ma c’è un altro imprenditore che se la aggiudica e nemmeno il ricorso al Tar riesce a raddrizzare l’affare. Adesso Claudia Minutillo è alla Giudecca, forse in una cella assieme ad altre detenute, ma almeno quello femminile non è un penitenziario sovraffollato. È difesa dall’avvocato Carlo Augenti ed è in attesa dell’interrogatorio, che si svolgerà lunedì. (g.c.)

 

IL PRESIDENTE DELLA BMC BROKER

Colombelli, la mente della cartiera Si spacciava anche per console di San Marino, ma non era vero

VENEZIA – Strano personaggio Walter Colombelli, tanto che nella rete e in alcune occasioni anche sui quotidiani è stato indicato erroneamente come il marito di Claudia Minutillo, ma nessuno mai ha ricevuto smentite, meglio passare inosservato, deve aver pensato anche se è sposato e ha pure figli. Adesso, invece, è finito sulle prime pagine come presidente della “Business Merchant consultin Broker” di San Marino. Per la Guardia di finanza una vera e propria cartiera, cioè una società che non vedeva o acquistava prodotti o servizi, ma fingeva di farlo rilasciando fatture per operazioni commerciali inesistitenti. Chi le usava poteva così abbattere i profitti aumentando i costi e pagare meno imposte. Naturalmente ci guadagnava, eccome! Dei bonifici di “Mantovani” e “Adria Infrastrutture” si tratteneva una percentuale, che gli ha permesso di acquistare una lussuosa villa affacciata sul lago di Como, un’auto e una moto lussuose e due barche. Quando i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono fatti vivi con lui, all’inizio dell’indagine per raccogliere documenti sulla sua società, ha cercato di spiegare che non avrebbero potuto, che godeva di una specie di extraterritorialità in quanto console onorario di San Marino, dove ha la residenza. Ma gli inquirenti hanno appurato che non era così ed hanno potuto portarsi via tutte le carte necessarie. È difeso dall’avvocato veneziano Alberto Fogliata ed è presumibile che il suo interrogatorio si svolgerà per rogatoria a Genova, dove è detenuto.

 

CHI E’ IL QUARTO ARRESTATO

Buson, tradito dalla fotocopiatrice Il registro falso del direttore amministrativo svelato dalla macchina

PADOVA – Nato nella campagna della Bassa padovana, a Pernumia, Nicolò Buson, 56 anni, direttore amministrativo della Mantovani Spa, secondo la guardia di finanza ha avuto nell’ambito dell’associazione a delinquere, di cui è accusato di far parte, un ruolo da mero esecutore. Non che fosse all’oscuro delle finalità per cui registrava le false fatture, disponeva i pagamenti alle banche di San Marino e protocollava fittiziamente le fatture. Ma a decidere non era lui. Lui eseguiva gli ordini di Piergiorgio Baita. Buson, che vive a Padova con la moglie, gestiva la contabilità “occulta” della Mantovani. Nel corso della perquisizione nella sua abitazione la guardia di finanza ha trovato materiale informatico ritenuto cruciale per i successivi sviluppi delle indagini. Ci sono documenti che fanno ritenere che una possibile via di fuga dei fondi neri raccolti con le false fatturazioni alla società di San Marino siano paradisi fiscali come Panama. Non è escluso che parte di quei soldi sia già lì. Sono state trovate alcune chiavette Usb in casa di Buson, una era stata nascosta dentro la scatola di un orologio prezioso. Un telefono cellulare Blackberry, in cui ci sono contatti “interessanti”, è stato trovato, invece, in un vano della sua auto. Infine, è stato Buson, nel corso delle indagini, a fornire alla Finanza il registro di protocollo delle false fatture. Registro che non ha passato l’esame: i finanzieri hanno scoperto che le fatture erano state scannerizzate con un apparecchio Canon entrato in produzione tre anni dopo la data di emissione delle stesse. La prova provata della falsità del registro. Elena Livieri

 

Nel luglio scorso la “Nuova Venezia” dava già la notizia l’inchiesta

Già il 15 luglio dello scorso anno la Nuova dava la notizia dell’inchiesta della Guardia di finanza e del pubblico ministero Stefano Ancilotto sul conto di Baita e della Mantovani. «Piergiorgio Baita , uno dei maggiori imprenditori veneziani, rivuole i documenti che i finanzieri del Nucleo di Polizia tributaria si sono portati via dai suoi uffici» si leggeva nell’articolo «E», proseguiva, «per riaverli si è scelto lo stesso legale dell’ex presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, l’avvocato Piero Longo. Martedì, infatti, il Tribunale del riesame di Venezia presieduto dal giudice Lucia Bartolini discuterà del ricorso presentato dall’avvocato padovano dovrà decidere se gli incartamenti resteranno a disposizione del pubblico ministero o se Baita potrà riaverli subito. Baita le aule di giustizia, addirittura anche il carcere, li ha già conosciuti. Nei primi anni Novanta, in piena bufera di Mani pulite a Milano e quando a Venezia erano finiti sotto inchiesta i ministri Gianni De Michelis e Carlo Bernini per gli appalti veneti, Baita era stato arrestato, a Santa Maria Maggiore aveva illustrato al pubblico ministero il sistema delle tangenti, poi venne prosciolto. Nel 2003 era finito sotto inchiesta per evasione fiscale, ma se l’era cavata con un patteggiamento, una pena di sei mesi, cancellati grazie al pagamento di poco meno di novemila euro. Quindi, per quasi dieci anni la pace e soprattutto passi da gigante nel mondo degli appalti pubblici e non solo».

 

Fatture false, coinvolti Porto e Veneto Strade

Il “sistema Baita” riguarda molte altre imprese che hanno emesso bonifici alla Bmc Broker per oltre 15 milioni. Controlli a tappeto delle Fiamme Gialle

VENEZIA – Il “sistema Baita” della società che emetteva fatture false era assai consolidato in Veneto nel periodo tra il 2005 e il 2010 e non riguarda solo la Mantovani Spa e la Adria Infrastrutture, ma tante altre aziende private e pubbliche che avevano il vizio di farsi fare fatture false dalla cartiera di William Colombelli. Ne sono sicuri il sostituto procuratore Stefano Ancillotto e i finanzieri del colonnello Renzo Nisi. Del resto quando hanno perquisito la sede della BMC Broker Srl e hanno visionato i conti correnti della società e di Colombelli si sono trovati davanti a bonifici bancari e a copia di fatture fasulle relative ad altre aziende. Ieri in queste società la Guardia di Finanza ha acquisito parecchia documentazione. La lista è lunga e all’interno ci sono diverse società del gruppo Mantovani, ma anche altre molto note. Ad aprire questa lista c’è Veneto Strade, la società controllata dalla Regione, che ha costruito chilometri di di strade nel Veneto: da Rovigo a Verona, da Mestre a Treviso fino a Belluno. Stando agli accertamenti della Guardia di Finanza, Veneto Strade ha versato alla società di Colombelli oltre due milioni di euro. Rimanendo sempre in ambito stradale, bonifici li ha fatti anche la Passante di Mestre, la società che ha realizzato appunto l’importante passante di Mestre. Naturalmente non manca la Mantovani che guida la lista di bonifici con i suoi quasi nove milioni di euro. La società di Baita è capofila anche nel consorzio di imprese Consorzio Venezia Nuova che sta realizzando il Mose a Venezia. Lo stesso consorzio nell’arco dei sei anni, che vanno dall’inizio del 2005 al 2010, ha versato oltre 413mila euro in banca a favore della BMC Broker. Poi si trovano anche l’Autorità Portuale di Venezia con oltre 140 mila euro, poi lo studio di progettazione Thetis Spa che lavora per il Consorzio Venezia Nuova e la Veneto Acque. Il primo ha fatto un bonifico di 85 mila euro e il secondo di trentamila. C’è quindi la società, con sede a Padova, Autostrade Brescia Padova Spa che gestisce il tratto da Padova a Brescia dell’A4. Da sottolineare come, indagando sulla società che gestisce l’altro tratto di A4, da Padova a Venezia, con al centro dell’inchiesta Lino Brentan, i finanzieri di Venezia si sono imbattuti sul “sistema Baita”. Proseguendo nella lista delle imprese individuate, vanno elencate la Dolomiti Rocce, di Belluno, la Palomar Scarl, di Padova, la Tressetre S.c.p.a. e la Talea Scarl. Queste ultime due sono aziende di Mestre. Si tratta di società del Gruppo Mantovani. Hanno fatto bonifici, a vario titolo, su banche di San Marino a favore di Colombelli, per cifre che variano dai 240 mila ai 400 mila euri. Queste società non sono indagate e non sono state perquisite. Almeno per ora. A proposito del “sistema Baita” e delle fatture false, il colonnello Renzo Nisi, comandante del Nucleo di Polizia Tributaria di Venezia, ha sottolineato: «Noi non abbiamo le prove per dire dove sono finiti i soldi transitati sui conti di Colombelli e poi consegnati a Baita e Minutillo. Ma l’esperienza ci fa supporre che siano stati utilizzati per creare dei fondi neri che solitamente vengono impiegati per pagare tangenti».

Carlo Mion

 

Due anni fa la prima retata di Ancilotto

L’inchiesta del pm partì con gli arresti in Provincia e proseguì cone le manette ai polsi di Brentan

VENEZIA – Lo stesso pubblico ministero, il sostituto procuratore Stefano Ancilotto, gli stessi finanzieri, quelli del Nucleo di Polizia tributaria comandati dal colonnello Renzo Nisi: esattamente due anni fa sono finiti in manette per corruzione e peculato il capo dell’ufficio Edilizia della Provincia Claudio Carlon e il suo braccio destro, il geometra Domenico Ragno. Sei mesi dopo il loro arresto hanno patteggiato la pena di tre anni e otto mesi di reclusione ciascuno. Non solo, hanno anche risarcito una parte del danno, sborsando 300 mila euro. E ancora, esattamente un anno fa, lo stesso magistrato e gli stessi finanzieri hanno fatto scattare le manette ai polsi all’amministratore delegato della società Autostrada Venezia-Padova. Brentan non è finito in carcere, è rimasto per mesi agli arresti domiciliari nella sua villetta di Campolongo Maggiore e, anche lui, dopo pochi mesi dall’aver ricevuto l’ordinanza di custodia cautelare ha scelto di non finire in aula davanti al Tribunale, ma ha evitato l’accordo con il rappresentante dell’accusa e si è fatto processare con rito abbreviato dal giudice dell’udienza premilinare: 4 anni di reclusione. A differenza di Carlo, Ragno e i numerosi imprenditori che hanno confessato di aver preso o consegnato mazzette, Brentan ha sempre negato. I suoi avvocati, poco più di due mesi fa, hanno presentato appello contro la sentenza di primo grado davanti alla Corte d’appello nella speranza di ottenere, se non l’assoluzione, uno sconto. L’’ ex amministratore delegato di Autostrade Venezia e Padova, già assessore ai Lavori pubblici in Provincia, è finito sotto inchiesta per 185 mila euro di tangenti, ricevute dagli imprenditori Luigi Rizzo, Rino Spolaor e Remo Pavan in cambio di assegnazioni pilotate di lavori. Opere pubbliche che – secondo l’accusa mossa dal pm Ancillotto – erano state “spacchettate” per ridurne l’importo e non dover così andare a gara d’appalto. Brentan «ha sistematicamente svenduto le proprie funzioni di amministratore delegato della società», scriveva la giudice Marchiori nella sua sentenza, «favorendo una ristretta cerchia di imprenditori locali e ciò in cambio di cospicue somme di denaro da cui ha tratto fonte di indebito arricchimento. Un anno dopo in manette sono finiti Baita e gli altri.

 

«Vi siete portati a casa otto milioni»

Colombelli intercettato litiga con Minutillo: «Io creo carta straccia per voi». Il «console sanmarinese» aveva il fiato sul collo

Secondo l’accusa, l’ex segretaria di Galan, andava personalmente nella repubblica del Titano per ricevere dalle mani del «consulente» i frutti delle false fatture

PADOVA – Una normale, persino banale, verifica fiscale a carico della Mantovani Costruzioni Spa avviata dal comando del nucleo di polizia tributaria di Padova diretto dal tenente colonnello Giovanni Parascandolo. Parte da qui l’indagine che ha portato in carcere Piergiorgio Baita & soci. È il 5 ottobre del 2010. Ovvio che la società non finisce a caso nel mirino della finanza. È coinvolta nelle opere pubbliche più importanti del Veneto, sposta fiumi di denari, pubblici e privati. Parallelamente, sui destini della Mantovani, si muove la Procura di Venezia che indaga sul filone “Brentan”. Ad accendere i sospetti nei finanzieri padovani sono gli stretti rapporti che la Mantovani intrattiene con una società di San Marino, la Bmc Broker che, in sei anni, dal 2005 al 2010 ha emesso a carico della Mantovani fatture per oltre otto milioni di euro. Altri due milioni di euro, sono stati fatturati dalla medesima società alla Adria Infrastrutture Spa di cui è presidente l’ex segretaria di Giancarlo Galan Claudia Minutillo. Cifre importanti che suggeriscono alla finanza di eseguire dei controlli sulla società sanmarinese. Viene avviata un’attività di mutua assistenza amministrativa, una sorta di rogatoria internazionale (rivolta oltre che a San Marino anche a Canada, Germania e Croazia) che passa per il comando generale della guardia di finanza. San Marino risponde nel 2011: Bmc Broker non è conosciuta nella Repubblica. Acquisita l’informazione, gli uomini del tenente colonnello Parascandolo vanno a trovare Baita nel suo ufficio di via Belgio. Nel suo computer scoprono un fitto scambio di corrispondenza con William Colombelli. Ma Baita nega: «Non so chi sia» dice ai finanzieri, «non so come quelle e mail siano finite nel mio computer». In seguito dirà di aver conosciuto Colombelli in occasione di un incontro istituzionale della Regione Veneto, quando gli fu presentato come console di San Marino. Quel giorno veniva presentato il protocollo d’intesa fra Veneto e San Marino per facilitare gli investimenti della regione nella piccola repubblica. Bmc Broker, ovvero la “cartiera”: è lo stesso Colombelli che, intercettato al telefono con la Minutillo, svela la sua vera attività. «Io creo carta straccia, capito? In sei anni vi siete portati a casa otto milioni»: sta trattando la sua buonuscita dal “giro”. La finanza gli sta col fiato sul collo e la priorità è chiudere la Bmc. Colombelli si incontrava a San Marino con la Minutillo: erano loro due che andavano a riscuotere, giusto un giorno dopo il bonifico, i soldi che arrivavano dalla Mantovani. La Minutillo prelevava in contanti l’80% di ciascun pagamento che veniva effettuato. Il 20% rimaneva a Colombelli. Ci sono fatture da centinaia di migliaia di euro. L’ad di Adria Infrastrutture, secondo i finanzieri, rientrava in Italia col denaro contante. Ma dove finiva e con quali finalità? I soldi non sono stati trovati. Il filone che rimane aperto dell’inchiesta è proprio quello che punta a capire il destino di quel fiume di quattrini. Per gli investigatori Baita & soci dispongono di guadagni tali da non rendere credibile l’ipotesi che quei fondi neri fossero destinati a rimpinguare il loro portafoglio. Dunque c’è dell’altro. Le indagini sono tutto fuorché finite. Anzi. Dal comando della guardia di finanza di via San Fidenzio a Padova si sussurra la quasi certezza che molto presto ci saranno altri reati, oltre a quelli fiscali, da contestare a Baita & soci. L’anello debole della catena potrebbe essere Claudia Minutillo. Oltre agli arrestati, l’inchiesta conta anche venti indagati sempre per associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Numerose le perquisizioni eseguite, non solo a Padova ma anche a Monselice e Piove di Sacco.

Elena Livieri

 

I PROPRIETARI DELL’AZIENDA

La famiglia Chiarotto estranea alle accuse

PADOVA – Nessun componente della famiglia Chiarotto risulta indagato nell’ambito dell’inchiesta che ha portato in carcere Piergiorgio Baita, Nicolò Buson, Claudia Minutillo e William Colombelli. La famiglia, di origine padovana, è la proprietaria della Mantovani Spa, essendo l’anziano Romeo Chiarotto, 82 anni, industriale di lungo corso, amministratore delegato della Serenissima Holding, società a cui fa capo il colosso delle costruzioni. Giampaolo Chiarotto, figlio di Romeo, ha vari incarichi e fa parte del Cda della Mantovani Costruzioni. L’altra figlia, Donatella, è alla guida della Fip Industriale di Selvazzano Dentro, azienda specializzata nello sviluppo di tecnologie di protezione e rinforzo delle opere di ingegneria. Nel 2011 la donna fu indagata dalla Procura dell’Aquila per il reato di frode nelle pubbliche forniture e turbativa d’asta, nell’ambito dell’inchiesta sugli isolatori sismici adottati per le abitazioni del progetto “Case”, realizzate dopo il terremoto. La Fip era accusata di aver fornito alla Protezione civile oltre duemila isolatori sismici, per un importo di oltre 4 milioni di euro, senza la necessaria certificazione, arrivata solo a consegna ultimata. Dei fondi neri per cui sono accusati Baita e gli altri, la famiglia Chiarotto risulta al momento del tutto all’oscuro. La guardia di finanza sta proseguendo gli accertamenti per capire se la famiglia, o anche solo un componente della stessa, abbia avuto un ruolo o fosse a conoscenza dell’attività “parallela” in cui la società era coinvolta. Per ora, tuttavia, non è emerso alcun collegamento o coinvolgimento. L’unico ruolo in cui viene inquadrata la famiglia Chiarotto è quello di parte lesa. (e.l.)

 

IL COMUNICATO DELL’AZIENDA

«Provvedimenti abnormi ma pronti a collaborare»

PADOVA «In data odierna Impresa di Costruzioni Ing. E. Mantovani S.p.A. ha avuto notizia che la Procura della Repubblica di Venezia, ha assunto provvedimenti cautelari nei confronti del Presidente del Consiglio di Amministrazione della società, del Consigliere Delegato della controllata Adria Infrastrutture S.p.A. e del proprio Direttore Finanziario», inizia così il comunicato della Mantovani a poche ore dalla bufera che ha investito l’azienda di via Belgio 26, nella sede padovana dell’azienda. «A quanto è dato conoscere da notizie di stampa», si legge poi, «le vicende che hanno dato origine ai provvedimenti risalgono ad alcuni anni or sono e hanno da tempo formato oggetto di verifiche e approfondimenti da parte degli inquirenti, nel corso delle quali sono sempre stati forniti dagli esponenti aziendali i chiarimenti e le informazioni richiesti, in spirito di disponibilità e collaborazione. Desta quindi sorpresa e amarezza l’abnormità dei provvedimenti cautelari assunti dagli inquirenti. Nell’affermare la propria estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, la società manifesta la disponibilità a fornire la più ampia collaborazione ed è fiduciosa che i propri esponenti potranno dimostrare l’insussistenza degli illeciti loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Fin qui le dichiarazioni ufficiali. Ma Alle 17 di ieri pomeriggio la Guardia di Finanza è ancora in via Belgio, mentre i primi dipendenti escono alla spicciolata, soprattutto donne, ma nessuno ha voglia di parlare. Visi scuri, facce tese e capi chini, per non incontrare occhi estranei. Qualcuno si saluta, «a domani», ma dall’altra parte silenzio tombale: ci sarà un domani? È questa la domanda che da ieri mattina, quando i militari si sono presentati in azienda ed hanno cominciato la loro caccia al tesoro in nome della giustizia, i dipendenti della Mantovani si pongono, dietro l’ansia di famiglie e la trafila che tutti conosciamo di affitti, mutui, bollette e fatture che scadono infischiandosene dei guai giudiziari del capo o dell’azienda. «Non ho intenzione di parlare»; «non ho nulla da dire»; «si vedrà» e via di questo passo a collezionare strategie d’indietreggiamento. A giudicare dalle auto (8 Audi all’ingresso e la più “utilitaria” è una Passat) e dalle borse Louis Vuitton, a uscire sono manager e dirigenti: il team padovano di Piergiorgio Baita, amministratore delegato di Mantovani. In tutto però i dipendenti sono 600, oltre a una miriade di società collegate. I livelli più bassi, non sono per nulla sereni. «Ci hanno imposto silenzio assoluto», ammettono e ubbidiscono. E domani? «E chi lo sa». Nessuno fiata, questo è l’ordine impartito, resta il fiato sul collo dei finanzieri. Elvira Scigliano

 

«Lavoratori sconfortati»

Il sindacato teme ci siano ripercussioni occupazionali

Padova – Nella sede centrale della Mantovani, in Via Belgio 26, area Zip, tra i venti impiegati e gli ottanta operai che girano nei cantieri più vicini dell’impresa di costruzioni si respira preoccupazione. L’arresto eccellente del presidente della società rischia di segnare pesantemente il passo del loro futuro occupazionale. Tanti di loro hanno già effettuato le prime telefonate ai sindacati di categoria che più li rappresentano. Ossia alla Fillea-Cgil, guidata da Marco Benati, alla Feneal -Uil ( Omero Cazzaro) ed alla Filca Cisl ( Albino Ruggero). Tra i più preoccupati, il sindacalista della Uil. «La notizia ha gettato i lavoratori nello sconforto» sottolinea Cazzaro, che segue edili e cantieri da trent’anni «mi metterò in contatto sia con i miei delegati aziendali che con i miei colleghi di Cisl e Cgil, per studiare il da farsi. La Mantovani è la più grande e importante impresa del settore del Nordest. Per fortuna sta lavorando abbastanza anche in questi tempi di crisi, anche se i tempi delle vacche grasse sono finiti. Tra l’altro l’impresa di Via Belgio ha sempre avuto con noi della Uil un buon rapporto basato sulla correttezza e sul rispetto reciproco dei ruoli. Speriamo che la vicenda giudiziaria si chiuda presto e non ci siano effetti pesanti sull’occupazione». La grande impresa padovana è stata fondata nel 1949 da Enzo Mantovani. Nel 1987 è stata acquisita dall’imprenditore, sempre padovano, Romeo Chiarotto. Il presidente Pier Giorgio Baita è arrivato più tardi. Tra le numerose opere realizzate nel corso degli anni, in tutti i settori delle costruzioni in generale ( ferrovia, strade e lavori marini, fluviali e lacustri) ci sono anche il trampolino olimpionico di salto a Cortina, gli ospedali di Mestre e di Trento, alcuni lotti dell’Autostrada del Sole, Cà Nordio a Padova Est, il ponte sul Po sulla Rovigo- Ferrara. (f.pad.)

 

«Il sistema Galan non esiste, mai presi soldi dalle imprese»

L’ex presidente del Veneto: «Non so nulla né ho ricevuto avvisi di garanzia, mi aspetto di essere interrogato a breve»

PADOVA – La tempesta giudiziaria ha sorpreso il gruppo dirigente pidiellino nella sede regionale di Padova, dove il “regista” Marino Zorzato ha convocato parlamentari eletti e coordinatori provinciali per valutare il voto. Sorrisi per lo scampato pericolo elettorale, poi lo spettro di una nuova Tangentopoli spegne l’euforia. Il deputato Giancarlo Galan – uomo del giorno, suo malgrado – appare più infastidito che allarmato. Riemerge da un colloquio con Niccolò Ghedini, senatore e avvocato di Silvio Berlusconi, sbircia il cellulare che lampeggia e porge i polsi arrossati: «Non è colpa delle manette, ho potato le rose». Non si sottrae alle domande. Tra gli arrestati figurano l’imprenditrice Claudia Minutillo, che è stata la sua assistente per cinque anni, e Piergiorgio Baita, l’ad del Gruppo Mantovani ritenuto molto vicino a lei. «Così ho appreso dalle agenzie, ne so quanto voi, anzi molto meno. Cosa posso dire? Certo, li conosco, lo sanno tutti, e mi auguro che siano innocenti. Nel merito delle accuse non saprei cosa commentare, immagino che si scatenerà la solita bufera mediatica, con veleni e sospetti. Io sono assolutamente tranquillo sul piano personale, provo un senso di stanchezza all’idea di ciò che si profila: fare politica è gratificante ma, di questi tempi, anche molto difficile». C’è chi definisce l’inchiesta una picconata al “sistema Galan”, alludendo alla cordata d’imprese che l’avrebbero sostenuta, anche sul piano finanziario, nei tre lustri di presidenza del Veneto. «Non è mai esistito, né tantomeno esiste, un sistema Galan. Le imprese concorrenti si odiano, si contendono gli appalti con tutti i mezzi, come possono esistere cordate a sostegno di un unico esponente politico? Durante il mio mandato presidenziale tutti i gruppi hanno lavorato nelle grandi opere, nessuno escluso. Chi può ipotizzare una regìa occulta tra imprese di diverso colore che si facevano la guerra?». La Guardia di Finanza ha scoperto un fondo “nero” di dieci milioni costituito a San Marino attraverso fatture false. Il sospetto è che alimentasse, oltre ai profitti nascosti al fisco, un sistema di corruzione diffusa che aveva quale obiettivo la conquista degli appalti. «Tutto può essere, ripeto, non ne ho la minima idea». Ha mai ricevuto contributi alla campagna elettorale da persone coinvolte in questa inchiesta? «Neanche un soldo. Quando servivano dei fondi organizzavo delle cene con amici imprenditori: le donazioni, tutte inferiori ai limiti di legge, sono state regolarmente registrate. Con l’attuale legge elettorale, poi, l’esigenza è venuta meno; le campagne sul territorio non si fanno più». Che opinione ha di Baita? «Un uomo di grande spessore professionale, attentissimo, informato, una spanna sopra tutti gli altri dal punto di vista tecnico e manageriale». I suoi rapporti con Claudia Minutillo? In epoca galaniana, era soprannominata “la dogaressa” per la sua influenza ai vertici della Regione. «È stata una collaboratrice instancabile, capace di lavorare diciotto ore al giorno senza perdere un colpo. Il nostro rapporto di lavoro si è concluso, fisiologicamente, sette anni fa». Si parla anche di una ventina di avvisi di garanzia “secretati”. Lei figura tra i destinatari? «Ma non dovrebbero essere sempre segreti? Comunque, a me non è arrivato nulla. Ricordo che, da presidente della Regione, a pochi giorni dall’insediamento, ricevetti un avviso di garanzia dal pm Felice Casson, ora parlamentare, per violazione della legge Seveso. Non me la presi, lo considerai una specie di biglietto da visita». Si aspetta di essere convocato dalla Procura della Repubblica? «Sì, certamente. Al loro posto io lo farei». Molti politici lamentano l’invasione di campo dei giudici. La magistratura di Venezia ha atteso che si chiudessero le urne prima di procedere… «È vero, un atto di correttezza del quale dò atto volentieri. D’altronde io non me la sono mai presa con i giudici che fanno il loro dovere».

Filippo Tosatto

 

Il governatore Zaia «Completa fiducia nella magistratura»

«La più assoluta fiducia nell’operato della magistratura» è stata ribadita dal governatore veneto Luca Zaia in relazione all’inchiesta per tangenti che vede coinvolta anche la società regionale Veneto Strade, la cui sede ieri è stata oggetto di perquisizione da parte della Guardia di Finanza. Zaia ha confermato la «Massima disponibilità dell’amministrazione regionale a collaborare con gli inquirenti, mettendo a loro disposizione tutti gli atti e le informazioni necessari nelle indagini». «Il nostro principale interesse», ha aggiunto « è che sia fatta massima chiarezza nel più breve tempo possibile e, per quanto mi riguarda, ciò che più conta è la totale trasparenza». A Palazzo Balbi, totale silenzio, invece, dall’assessore regionale alla mobilità e alle infrastrutture Renato Chisso, pidiellino vicino a Giancarlo Galan, che non ha voluto rilasciare alcun commento alla perquisizione seguita nella sede di Veneto Strade. Nello staff di Zaia, infine, si fa presente l’ottimo rapporto di collaborazione avviato con l’autorità giudiziaria – dalla Procura della Repubblica alla Corte dei Conti – e con la Guardia di Finanza, invitata a monitorare periodicamente i conti della Regione.

 

Pipitone (Idv): è una valanga inarrestabile

E Berlato, pidiellino anti-Galan, rincara: «Presto nella rete i pescecani che divorano le nostre risorse»

VENEZIA – Tra le forze politiche, opposizione inclusa, prevalgono il silenzio e l’attesa. Fa eccezione l’Italia dei Valori, che prende posizione per voce del suo capogruppo in consiglio regionale: «Il quadro che emerge dall’inchiesta che ha portato all’arresto dell’amministratore delegato del Gruppo Mantovani è molto preoccupante e la sensazione del primo momento è che questa valanga non si fermerà qui, leggeremo altri titoli choc», afferma Antonino Pipitone «abbiamo piena fiducia nella magistratura, che deve cancellare qualsiasi ombra nella gestione dei soldi pubblici». «Pur con tutti i benefici del dubbio ed attendendo appunto l’esito delle indagini», conclude Pipitone «ravvisiamo la necessità di avviare una profonda e seria riflessione sui project financing, strumenti zoppicanti che, anche alla luce di questa vicenda, mostrano troppi lati deboli e preoccupanti, soprattutto sul versante dei controlli e delle verifiche». A fare la voce grossa, curiosamente ma non troppo, è proprio un pidiellino, l’europarlamentare e coordinatore del partito a Vicenza Sergio Berlato, acerrimo nemico di Giancarlo Galan: «Apprendiamo che nella rete degli inquirenti sono finiti, per il momento, solo alcuni pesci piccoli, che sono anche i più canterini, ma che sarebbe imminente anche la cattura di alcuni grossi pescecani la cui voracità ha divorato in questi ultimi dieci anni, una quantità enorme di risorse pubbliche a danno dell’erario e dei cittadini veneti».

Nelle scorse settimane il battagliero Berlato – accusato dai vertici del Pdl di aver falsificato le tessere in occasione dell’ultimo congresso – ha consegnato alla Procura della Repubblica un dossier sul “malaffare nella pubblica amministrazione in Veneto” . Una requisitoria articolata, la sua, che chiede ai pm di verificare «Se è vero che negli ultimi dieci anni in Veneto le più importanti opere pubbliche siano state progettate dai soliti studi (uno in particolare) molto legati ad alcuni noti politici locali; «Che l’esecuzione delle principali opere pubbliche sia stata quasi sempre affidata alle stesse imprese di costruzione, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di pulizia che riguardano molti ambienti pubblici siano stati assegnati, quasi fosse una compensazione o una tacitazione della parte politica avversa, alle solite cooperative, due in particolare»; «Che la stragrande maggioranza degli appalti dei servizi di ristorazione e catering nei principali luoghi pubblici siano stati affidati alle solite società di servizi, una in particolare»; «Che, contravvenendo alle normative vigenti, le Ulss siano state assicurate con l’intermediazione di una unica società di brokeraggio; «Che il cosiddetto sistema del Project Financing consenta di coprire un complesso di tangenti utilizzando il sistema “estero su estero” per trasferire illegalmente ingenti somme di denaro a beneficio di prestanome strettamente legati ad alcuni esponenti politici locali»; «Che oltre alle ipotizzate tangenti concordate, qualcuna delle ditte che abitualmente si aggiudicano gli appalti pubblici, si spinga a fare ulteriori regalini a qualche noto politico locale, compreso qualche edificio ad uso abitazione in nota stazione turistica montana». Parole come pietre. Si vedrà.

 

«Commissione d’inchiesta, subito»

Sconcerto a Ca’ Farsetti, la richiesta di Caccia, ma il sindaco sceglie la strada della prudenza

VENEZIA «La Mantovani è stata per noi un partner importante e lo è a tutt’oggi. Non credo che questa vicenda avrà contraccolpi nei nostri confronti». Il sindaco Giorgio Orsoni è prudente. Ha accolto ieri mattina con sorpresa la notizia dell’arresto di Piergiorgio Baita, con cui negli ultimi mesi ha trattato a lungo questioni di bilancio e dei progetti del Lido. Proprio oggi il giudice civile dovrebbe decidere sul contenzioso tra Comune e aziende sui 32 milioni di euro già depositati. E proprio ieri sono arrivate a Marghera le prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Tutti episodi che hanno come protagonista la Mantovani di Baita. «Aspettiamo di vedere cosa farà la magistratura», dice il sindaco, «per adesso mi pare ci siano casi episodici. Comunque i rapporti del Comune con la Mantovani sono sempre stati improntati a correttezza istituzionale». Ieri a Ca’ Farsetti non si parlava d’altro. Da tempo si discute sul «monopolio» e sui tanti lavori che l’impresa padovana ha in laguna, a cominciare dal Mose, dal tram, dai lavori di manutenzione e di bonifica. E adesso i progetti immobiliari del Lido. Ieri il consigliere comunale Renato Boraso si è presentato in aula con un sacchetto di arance. Gesto goliardico a ricordare le sue accuse proprio alla gestione del Consorzio e di Baita. «Si faccia chiarezza, al più presto», dice, «la città vuole sapere». Beppe Caccia («Lista in Comune») chiede al sindaco di istituire una commissione d’inchiesta sul ruolo del Consorzio Venezia Nuova e della Mantovani spa nella vita cittadina. «Negli ultimi vent’anni», scrive Caccia, «nel Veneto si è consolidato un sistema politico affaristico che ha influenzato la politica. Vogliamo che su tutto questo si faccia chiarezza, partendo dall’inchiesta fiscale della Finanza e sull’attività di Mantovani che ha avuto rapporti con le maggiori aziende pubbliche veneziane e venete, tra cui il Porto, veneto Acque e Veneto Strade». Gianluigi Placella, neoletto consigliere del Movimento Cinque Stelle, chiede al sindaco Orsoni di avere in tempi rapidi «una relazione sui rapporti economici della Mantovani con il Comune di Venezia e con le sue società partecipate». Sebastiano Bonzio (Federazione della Sinistra) ricorda le battaglie condotte in quasi solitudine contro il monopolio del Mose e le 12 firme depositate a Bruxelles. «Il presidente sull’Autorità di vigilanza sui contratti pubblici Sergio Santoro ha detto ieri a Mestre che la Corte adesso vaglierà la posizione dei contratti del Mose e le spese fatte. È un tardivo riconoscimento di quanto sosteniamo da anni. Adesso è giusto che la Corte dei Conti e l’Unione europea vadano a vedere bene i dettagli di quel progetto». Atmosfera incredula, ieri pomeriggio in Consiglio comunale. Anche Cesare Campa (Pdl) chiede notizie. «Bisogna capire bene quello che è successo, Certo è un fatto importante, che coinvolge la città e la politica». I rapporti di Mantovani con le istituzioni e gli enti della città sono infatti molteplici. Le ultime operazioni hanno riguardato l’anticipo di 8 milioni di euro al Comune per i lavori di via Torino. Accordo raggiunto in extremis per cercare di salvare il Patto di Stabilità. I legami con l’amministrazione riguardano anche altre vicende. L’organizzazione della Coppa America 2012, i contributi alla Fenice e al Marcianum. E l’operazione Lido. L’acquisto dell’ex Ospedale al Mare, firmato da Est Capital, ha in realtà come grandi investitori proprio le imprese del Mose, a cominciare da Mantovani. E poi ci sono i 61 milioni di euro di cui 55 già pagati – e 32 dovranno essere sbloccati proprio oggi dal giudice – per il Palazzo del Cinema. Vicenda che adesso vede di nuovo alla carica i consiglieri che l’avevano criticata, a cominciare dagli indipendenti Nicola Funari e Renzo Scarpa. E l’avvocato Mario d’Elia ha scritto ieri una lettera al sindaco Orsoni e all’avvocato civico Giulio Gidoni. «Alla luce degli ultimi fatti e di presunti accordi tra Est Capital, Mantovani e il Comune», scrive d’Elia, «vi chiedo di rinviare la firma del contratto riguardante l’Ospedale al Mare, in attesa di chiarimenti e a tutela dell’interesse pubblico».

Alberto Vitucci

 

FESTA ROVINATA A MARGHERA

Ieri l’arrivo delle prime due paratoie del Mose lunghe 20 metri

Festa rovinata dall’arresto. Ieri mattina all’alba, alle stesse ore in cui i finanzieri prelevavano il presidente Baita, venivano sbarcate a Marghera le due prime paratoie del Mose, che andranno montate con le cerniere costruite dalla Fip di Padova e poi installate sul fondo di Treporti a maggio. Le due paratoie, pesanti 170 tonnellate, sono lunghe 20 metri e alte 18,5, spesse tre metri e mezzo. Saranno adesso lavorate nell’area Pagnan, ex area industriale bonificata e rimessa a posto dalla Mantovani qualche mese fa. Proprio a Marghera Baita aveva illustrato pochi giorni fa le caratteristiche della nuova area, primo esempio di bonifica fatta «in loco», riciclando i materiali demoliti. Nuova banchina e nuove strutture per accogliere le paratoie del Mose che a Treporti saranno in tutto 21, più 2 di riserva. Il Mose dovrebbe essere finito nel 2016.(a.v.)

 

Un fulmine su Est Capital

«Ma il piano Lido va avanti»

VENEZIA – Il fulmine si abbatte su Est Capital proprio mentre è in corso un Consiglio di amministrazione che deve valutare la proposta del Comune sull’accordo per l’ex Ospedale al Mare. «Baita arrestato dalla Finanza». Baita non è un imprenditore qualunque. Ma il maggiore azionista, oltre che del Consorzio Venezia Nuova, anche del fondo di investimento Real Venice 2, che Est Capital ha costituito per portare avanti l’operazione Lido. «Non conosco nel dettagli le vicende, ma so che non hanno nulla a che fare con noi», dice Gianfranco Mossetto, presidente di Est Capital, «noi siamo una società per azioni, abbiamo rapporti con le società, a prescindere dai singoli. Siamo una sorta di custode del Fondo, per cui non c’è nulla da temere». L’operazione Lido, insomma, garantisce Mossetto, «va avanti senza problemi». La pensano diversamente i Comitati di AltroLido, che chiedono adesso di bloccare il contratto di acquisto e l’accordo tra Est Capital e Comune. «Le vicende che hanno portato all’arresto del presidente di Mantovani per frode fiscale», dice il portavoce di AltroLido Salvatore Lihard, «devono far riflettere. Bisogna che il sindaco si fermi e il Consiglio comunale riprenda in mano la questione. Perché affidando a Mantovani anche la costruzione del nuovo auditorium si andrebbe a stravolgere il contratto preliminare già firmato nel 2010 all’epoca del commissario Spaziante». Un nuovo ostacolo dunque sulla strada dell’accordo per i progetti del Lido. L’arresto di Baita, fulmine a ciel sereno per il mondo dell’imprenditoria, cambia le carte in tavola. Anche se per il momento si parla soltanto di «frode fiscale». Ma il fiume di milioni transitato in questi anni per Mantovani e le tante opere realizzate o progettate sono adesso più che mai sotto i riflettori. Stupore e dispiacere anche al Consorzio Venezia Nuova, dove ieri si preparavano i festeggiamenti per l’arrivo a Marghera delle prime paratoie del Mose costruite a Monfalcone. Il presidente Giovanni Mazzacurati non commenta, ma ha appreso la notizia con grande dolore e preocupazione, dal momento che Mantovani è la maggiore impresa del raggruppamento, l’ingegner Baita un attivo e bravo imprenditore. «Abbiamo sempre avuto con lui rapporti corretti, siamo dispiaciuti», commenta la responsabile dell’Ufficio stampa Flavia Faccioli, «vediamo cosa succede». In serata dalla Mantovani spa arriva una nota. «Provvedimento abnorme», si dice. «Apprendiamo con sorpresa e amarezza dei provvedimenti cautelari. La vicenda risale a molti anni fa e l’azienda ha sempre fornito agli inquirenti i chiarimenti richiesti con spirito di collaborazione. Nell’affermare la nostra estraneità a ogni coinvolgimento in presunti illeciti, confidiamo che i nostri esponenti potranno presto dimostrare l’insussistenza degli illeciti a loro ascritti e il rispetto della legge, cui è ispirata l’attività sociale». Sulla vicenda il neoeletto deputato di Sel, Giulio Marcon, annuncia intanto la sua prima iniziativa parlamentare. «Appena insediato il Parlamento chiederò sia fatta piena luce sul sistema di potere veneto»

Alberto Vitucci

 

«Organici indecenti, controlli impossibili»

VENEZIA – Colmare gli «inconcepibili vuoti d’organico» degli uffici della magistratura contabile, per non diventare la foglia di fico delle politica, che approva leggi sulla trasparenza e il controllo sui propri atti e le opere pubbliche, salvo poi non dotare gli enti di controllo degli organici sufficienti, stroncando così nei fatti ogni verifica. Questa la sostanza dell’accorato appello che il presidente dell’associazione magistrati della Corte dei Conti, Tommaso Miele, ha lanciato ieri nel corso del convegno su “Enti locali e lotta alla corruzione”, organizzato dalla Provincia di Venezia. «Abbiamo bisogno di colmare inconcepibile vuoto d’organico attuale, per poter corrispondere effettivamente ai controlli che la legge ci affida», commenta incalzante Miele ai microfoni, «ce n’è bisogno, basti vedere quello che è successo nelle spese gruppi regionali. Oggi la legislazione ci assegna un’importante funzione di controllo, ma effettivamente se non abbiamo la forza necessaria, la possibilità di eseguire questo compito per mancanza d’organico, il rischio è creare un’abili per la politica e questo non lo vorremmo assolutamente». «Il tema delle società partecipate dall’ente locale, ad esempio, è un nervo scoperto della finanza pubblica locale», ha commentato ancora il presidente dei magistrati contabili, «spesso le società sono state non solo un’occasione utile per dare risposte immediate in servizi ai cittadini, ma anche un modo per superare i paletti della norma dell’ente (penso al patto di stabilità, alle gare e agli appalti) quando non peggio una sorta di “poltronificio. Oggi l’obiettivo principale dev’ssere la prevenzione della corruzione e il corretto uso delle risorse pubbliche». «Purtroppo fatti come quelli di queste ore», ha commentato la presidente Francesca Zaccariotto, riferendosi all’inchiesta sulla Mantovani, «rappresentano fatti molto tristi, che allontanano i cittadini dal mondo della politica e delle istituzioni: pare che tutti siamo poco onesti, poco trasparenti, mentre bisogna inquadrare singoli fatti e responsabilità. Come Provincia, abbiamo progettato un sistema integrato e moderno di controllo interno che riguarda tutte le aree strategiche dell’ente -infrastrutture e viabilità di area vasta, edilizia scolastica, ambiente – garanzia della qualità di governo dell’ente locale.  E la cronaca di tutti i giorni in merito ad illeciti accertati ci dà piena conferma».

Roberta De Rossi

 

L’imprenditore al centro di un’indagine della Guardia di Finanza perché avrebbe lucrato su alcune grandi opere in project financing.

Arrestate quattro persone tra cui Claudia Minutillo, ex segretaria di Galan

VENEZIA. Un ’fondo nerò con 10 milioni di euro attraverso fatture false, la cui emissione ha portato all’ arresto in Veneto di 4 persone, tra le quali Piergiorgio Baita, presidente della Mantovanì, potrebbe celare finalità diverse dalla mera evasione fiscale. Lo spettro delle tangenti aleggia infatti nell’inchiesta della procura veneziana che ha raggruppato in un unico troncone due indagini della Guardia di Finanza, una veneziana legata ad un filone relativo ad una precedente indagine per tangenti e l’altra padovana scaturita da una verifica fiscale, che hanno portato alla scoperta di un sistema, a opera l’accusa della sanmarinese Bmc Broker, di creazionè di fatture false per inesistenti consulenze tecniche al Gruppo Mantovani, e non solo, che per i finanzieri poteva gestire in proprio. Anche perchè la Bmc, secondo l’ipotesi accusatoria, non aveva le caratteristiche nè le capacità e i professionisti per farle.

La struttura della Bmc era tutta condensata in un ufficio sul Monte Titano di 50 mq, privo di fotocopiatrice e con un’unica dipendente e un titolare, William Colombelli, 49anni, che dichiarava da anni un reddito di 12 mila euro. Un’entrata al di sotto della soglia della povertà, ma Colombelli aveva un tenore di vita elevato, due barche, auto di lusso, una villa sul Lago di Como e un’altra sul lago di Lecco. Stando agli accertamenti dei finanzieri, la società ha incassato 10 mln per consulenze per il Gruppo Mantovani. Una realtà imprenditoriale, quest’ultima, che guida una cordata di imprese che si è aggiudicata per 160 mln l’appalto per la realizzazione della piastra del sito espositivo di Expo Milano 2015, è impegnata nei lavori di costruzione del Mose e in altri interventi pubblici realizzati con il sistema del project financing in Veneto (come l’ospedale di Mestre). A proposito dell’impegno del gruppo su Expo 2015 è lo stesso sindaco di Milano Giuliano Pisapia ad «auspicare, nell’interesse di tutti e al fine di evitare polemiche, che, dopo quanto accaduto oggi, Piergiorgio Baita si dimetta spontaneamente da rappresentante legale della società o che la Mantovani decida di modificare la propria governance». Il Gruppo è inoltre il terzo azionista dell’autostrada
Padova-Venezia. Baita, 64 anni, già coinvolto in una Tangentopoli negli anni ’90, e Claudia Minutillo (48), ex segretaria dell’ex governatore Giancarlo Galan e Ad di Adria Infrastrutture, erano già sotto il mirino dei finanzieri in un filone d’indagine che aveva portato nel 2011 all’arresto, per tangenti, tra gli altri, dell’ex Ad dell’autostrada Venezia-Padova, Lino Brentan.

Ma è stato l’accertamento fiscale alla Mantovani che ha aperto un nuovo fronte: nel 2005 la Bmc aveva emesso fatture indicando nell’oggetto attività tecniche che in realtà venivano svolte da altre società e in altri casi mai fatte. Le fatture false sono state pagate tramite bonifico bancario su conti bancari di San Marino e, a stretto giro, gli importi sarebbero stati prelevati in contanti per la quasi totalità (esclusa la ’commissionè) da Colombelli e poi ridati a Baita e alla Minutillo. Fondamentale è stata la collaborazione della Repubblica del Titano, ma anche della Svizzera, mentre si attendono risposte da Croazia, Canada e Germania. Dalla documentazione in mano agli inquirenti emerge la corrispondenza tra la Bmc e una ventina di altre società, come Consorzio Venezia Nuova, Veneto Acque, Passante di Mestre, Veneto Strade, Autorità Portuale di Venezia. I finanzieri vogliono capire quale tipo di rapporto ci fosse, ma soprattutto vogliono sapere come i fondi neri così creati siamo stati utilizzati, forse per altre finalità.

Gli arrestati:

Piergiorgio Baita, Ad del consiglio di amministrazione
della Mantovani Spa e vice presidente di Adria Infrastrutture Spa.

Nicolò Buson, responsabile amministrativo della Mantovani Spa.

Claudia Minutillo, amministratore delegato di Adria Infrastrutture
ed ex segretaria di Galan.

William Colombelli, presidente della Bmc Broker Srl.

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